Skip to main content

Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

See other formats


Ó  S  Z^é 


DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE     INTORNO 

AI  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARII  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII,  ALLE  FESTE  Piu"  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CERIMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  N0!« 
CHE    ALLA    CORTE    E    CURIA    ROMANA    ED    ALLA    FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.  EC.  EC. 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MORONI  ROMANO 

SECONDO  AIUTANTE  DI  CAMERA 

DI   SUA  SANTITÀ  PIO   IX. 


VOL.  XC. 

Iwb'Sinn/Oirvt  ^olL^, 


IN     VENEZIA 

DALLA     TIPOGRAFIA     EMILIANA 
MDCCCL  Vili. 


%  -^"^  p.  r 


La  presente  edizione  è  posta  sotto  la  salvaguardia  delle  leggi 
vigenti,  per  quanto  riguarda  la  proprietà  letteraria,  di  cui 
l'Autore  intende  godere  il  diritto,  giusta  le  Convenzioni 
relative. 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


VEL 

Continuazione  e  fine  dell'  articolo 
Velletri. 

\jlemenle  Vili  si  portò  a  Velletri 
ai  20  febbraio  i5g6  accompagnalo  da 
3  cardinali,  cioè  due  suoi  nipoti  e  il  car- 
dinal di  Serraoneta,  e  vi  giunse  a  ore 
22.  Fu  ricevuto  da'  priori  con  nume- 
roso seguito  di  nobili  a  porta  Napolita- 
na,  percbè  veniva  da  Cisterna;  gli  pre- 
sentarono le  chiavi,  e  complimentaro- 
no a  nome  di  tutta  la  popolazione,  es- 
sendosi armata  tutta  la  milizia  urbana. 
Fu  ricevuto  quindi  e  con  gran  magni- 
ficenza alloggiato  dal  cardinal  Gesualdo. 
Nel  d'i  scguente,dopo  aver  celebrato  mes- 
sa nella  cattedrale,  partì  alla  volta  di 
Roma.  Il  p.  Gatlico,  De  Itineribus  Rom. 
Pon/.,  descrive  con  particolarità  la  visita 
di  Clemente  Vili  a  Velletri,  l'incontro 
di  2 oc  militi  veliterni  e  del  cardinal  Ge- 
sualdo co' cittadini  veliterni  2000  passi 
dalla  città,  il  popolo  tenendo  rami  d'o- 
livo in  mano  e  acclamandolo.  Alla  porta 
tutta  ornata  si  Irovò  il  capitolo  e  il  cle- 
ro, e  l'accompagno  alla  cattedrale.  Sul- 


VEL 

l'ingresso  lo  ricevè  il  cardinale  in  cappa 
violacea,  dandogli  a  baciare  la  Croce,  e 
dopo  averlo  3  volte  incensato,  gli  pre- 
sentò l'aspersorio.  Allora  i  cantori  co- 
minciarono il  Te  Dennt ,  terminato  il 
quale  dal  cardinale  si  disse  il  ^.  Prote- 
ctor  Noster  etc,  e  l' orazione  Deus  o- 
mniunifideliimi  Pastor  etc.  La  cena  lau- 
tissima  ebbe  luogo  nell'aula  magna,  il 
Papa  sedendo  in  mensa  separata.  Nella 
seguente  mattina  al  fine  della  messa,  dal- 
l'altare maggiore  benedisse  il  popolo;  il 
quale  altare  nel  dì  precedente  avea  con- 
sagrato il  cardinal  Gesualdo,  colle  reli- 
quie de'  ss.  Clemente  I,  Ponziano  e  Eleu- 
terio.  Narra  il  can.  Rauco.  Nel  principio 
del  pontificato  di  Clemente  Vili  si  riunì 
un  numero  considerevole  di  banditi  e 
di  uomini  facinorosi,  capo  de' quali  era 
Marco  di  Sciarra,  la  masnada  compo* 
neudosi  di  600  e  più  uomini.  Uccide- 
vano, saccheggiavano,  rubavano  e  com- 
mettevano ogni  sorla  di  scelleratezze.  In- 
festavano piucchè  mai  le  proviociedi  Ma- 
rittima e  Campagna,  e  non  era  libera 
alcuna  terra,  onde  avcaoo  iacusso  in  lui- 


4  *  V  E  L 

li  un  gran  timore.  Il  Papa  mandò  contro 
questa  gente  il  geneiai  suo  nipote  Gio. 
Francesco  Aldobiandini,  il  quale  volle 
seco  una  compagnia  della  milizia  urbana 
di  Velletri  comandala  dal  capitano  Ot- 
tavio Catelini.  Furono  inseguili  i  ban- 
diti fin  presso  il  regno  di  Napoli  in  un 
luogo  chiamalo  Castro;  ove  giunti  i  ve- 
literni  fecero  istanza  d'avere  la  vaneuar- 
dia  per  con)batterli.  Si  venne  all'armi; 
de' banditi  furono  uccisi  molli,  alcuni 
presi  e  altri  dispersi  ;  in  maniera  che  mai 
più  si  riunirono.  Aggiunge  il  Borgia  che 
ottenuta  da'veliterni  l'antiguardia  per 
combattere,  visto  il  luogo  ove  s'erano 
fortificati  i  banditi,  i  velilerni  presero 
posto  fra  gli  alberi  e  sassi,  combatterono 
■valorosamente  e  ne  uccisero  quantità,  e 
gli  altri  si  posero  in  fuga.  Questa  disfat- 
ta de' banditi,  che  infestavano  la  Cam- 
pagna di  Roma,  si  vede  annoverata  fra 
l'altre  imprese  del  general  Aldobrandini 
nella  memoria  postagli  dal  senato  roma- 
no nella  chiesa  d'Araceli,  ivi  leggendosi  : 
Lalrociìiiis paiicas  intra  dies  Lalio  loto 
depulsis.  L'iscrizione  posta  sull'arco  del- 
la cappella  di  s.  Francesco  Solano,  la  ri- 
porta il  p.  Casimiro  da  R.oma  nelle  Mc' 
morie  della  chiesa,  d' Araceli.  Il  Borgia 
loda  il  Catelini  pel  suo  valore  mostrato 
in  quella  fazione,  e  dice  inoltre.  Per  prov- 
veder poi  che  nell'avvenire  non  avessero 
più  a  ingrossarsi  i  fuorusciti  e  banditi 
nella  Campagna  di  Koma,  il  cardinal 
Pietro  Aldobrandini  soprintendente  del- 
lo stato,  die  la  cura  di  perseguitarli  al 
colonnello  Minio  Torni  d'Ascoli  colla  sua 
compagnia  di  i  oc  archibugieri  a  caval- 
lo, e  questi  nel  1^98  fermò  la  sua  resi- 
denza in  Velletri,  deputando  il  veliterno 
Fabrizio  Gallinelli  a  suo  alfiere  colon- 
Delio.  Molti  altri  cittadini  velilerni  fio- 
rirono nel  secolo  XVI  nell'armi  e  nelle 
lettere.  Fra' militari  che  presero  stipen- 
dio sotto  vari  principi  meritano  ricordo 
Alcide  Santirecchia  tenente  colonnello 
morto  presso  Slrigonia,  Fulvio  ZatFa- 
raui  che  peli.°su  quelle  mura  piaulò  lo 


V  E  L 
stendardo  cristiano,,  ed  Orazio  Ciiiaco 
capitano  contro  gli  ugonotti  di  Francia. 
Fra  le  persone  letterate  fiorirono  princì- 
palinenle  Curzio  Petrucci  udilordi  Pujta 
in  Firenze,  conservatore  di  Roma  e  luo- 
gotenente del  legato  delhi  Marca.  Do- 
menico Gallinelli  primario  avvocato  in 
Roma.  Tiburzio  Baccari  uditore  del  le- 
gato dell'Umbria  e  del  Patrimonio,  e 
uditore  generale  del  duca  di  Parcna  e 
Piacenza.  Filandro  Coluzzi  professore  di 
filosofia  neir  università  romana,  [)rolo- 
medico  di  tutto  lo  stalo  ecclesiastico,  ed 
autore  d' opere  dotle.  Io  devo  limitarmi 
a  ricordare  i  velilerni  illustri  riferiti  dal 
Bauco,  poiché  il  registro  di  tutti  può  ve- 
dersi nell'opere  degli  arcivescovi  Theuli 
e  Borgia,  e  nel  Ricchi.  Morto  a'i4  feb- 
braio i6o3  il  cardinal  Gesualdo,  a' 19 
gli  successe  il  decano  cardinal  Tolomeo 
Galli  denominato  il  cardinal  di  Como 
sua  patria,  che  nel  n)aggio  recandosi  in 
Velletri,  tra  le  altre  cose  ordinò  doversi 
ad  ogni  modo  ultimare  la  fabbrica  del 
palazzo  pubblico.  Nel  i6o5  facendosi 
diligenza  nel  piano  diFaggiola  nel  luogo 
appellato Uolubro, benché  3  miglia  lungi 
da  Velletri,  per  condottare  l'acqua  viva 
in  città,  Paolo  V  permise  al  comune  di 
spendervi  qualunque  somma,  e  ne  die 
la  soprinlendeuza  al  cardinal  Oltavio 
Bandiui.  In  detto  anno  compita  buona 
parte  del  palazzo,  in  ottobre  vi  si  leone 
il  i,°  consiglio.  A' 3  febbraio  1607  per 
decesso  del  cardinal  Galli,  a'  io  gli  fu 
sostituito  il  cardinal  Domenico  Pinelli 
decano  ;  morto  il  quale  a'  9  agosto  1 6 1  i , 
secondo  l'Ughelli  agii  1 1,  al  diredi  Bau- 
co  a' 16,  o  ujeglioa'27  come  scrive  Co- 
leti,  citando  gli  atti  concistoriali,  dello 
stesso  agosto,  assunse  il  governo  spiritua- 
le e  temporale  il  decano  cardinal  Fran- 
cesco di  Gioiosa,  e  ne  prese  possesso  ai 
2  5  pel  suo  procuratore;  poco  dopo  re- 
candovisi  di  persona,  venne  accolto  con 
grandi  dimostrazioni  d' alTetto  e  osse- 
quio. Chiamato  in  Francia  da  Etnico 
IVj  lasciò  raccomaudalo  il  goveiuo  di 


VE  L 

Vellelri  al  cardinal  Scipione  Borghese 
ni[)ote  di  Paolo  V.  Il  celebre  archiletlo 
Giovanni  Fontana  ultimò  la  condottura 
deUacque,  con  riunire  3  sorgenti  d'ac- 
<|ua  viva  da  Faggiola,  Velrice  e  Pelro- 
ne;  e  per  erigere  le  fontane  facendo  d'uo- 
po dilatare  le  piazze  e  allargare  le  strade, 
Paolo  V  che  avea  molto  a  cuore  l'ornato 
e  il  comodo  della  città,  vi  spedì  nell'ot- 
tobre 1612  il  cardinal  Ottavio  Baiulini, 
e  fu  risoluto  d'ampliare  due  piazze,  la 
superiore  delta  del  Trivio,  e  l'inferiore 
appellata  del  Piano.  Furono  aperte  an- 
cora due  strade,  quella  che  porta  al  pa- 
lazzo pubblico  fu  nominala  Gioiosa,  in 
onore  del  cardinal  vescovo  governatore, 
e  quella  che  dalla  via  Metabo  conduce 
alla  piazza  superiore,  dal  cognome  di 
Paolo  V  fu  detta  Borghese.  Ingrandite 
le  piazze  furono  ordinate  belle  funti  di 
travertino,  come  fu  eziandio  eseguito  nel- 
la piazza  del  Comune.  In  altre  piazze 
furono  costruite  altre  fontane,  per  beve- 
ratoi delle  bestie,  e  co'ritorni  dell'acque 
lavatoi.  Tutta  la  grande  opera  della  con- 
dottura dell'  acque  finalmente  fu  com- 
pila e  costò  100,000  scudi  d'oro  alla 
città,  onde  ne  fu  posta  memoria  marmo- 
rea nel  palazzo  pubblico.  In  questo  tem- 
po llorì  Ira'  veliterni  il  servo  di  Dio 
fr.  Clemente  Calcagni  sacerdote  cappuc- 
cino, e  Paolo  V  fece  vescovo  di  t^ossom- 
brorie  il  nobile  Lorenzo  Laudi  canonico 
della  cattedrale.  Sempre  intento  Paolo 
V  all'abbellimento  della  città,  nel  161 3 
ordinò  che  chiunque  volesse  fabbricare 
in  ornamento  della  medesima,  potesse 
costringere  il  vicino  a  vendergli  la  pro- 
pria abitazione,  purché  non  eccedesse  il 
Valore  di  5oo  scudi,  e  il  compratore  pa- 
gasse io  più  l'8  per  100,  il  che  tuttora 
è  in  vigore.  Morto  in  Avignone  il  Car- 
dinal Gioiosa  a'  23  0  a' 27  agoslo  i6i5, 
gli  successe  il  decano  cardinale  Antonio 
M.'^  Gallo:  a'g  settembre  fece  prendere 
possesso,  non  seujbrando  vero  che  dive- 
nisse vescovo  a' 16,  come  registrò  1' U- 
gheilì.  lu  vece  di  uomioure  11  solito  luo- 


V  E  L  5 

gotenenle,  deputò  in  pro-governatore  e 
sopì  intendente  di  V^elletri  il  prelato  Luigi 
suo  nipote  e  poi  vescovo  d'Ancona,  ed 
in  vicario  Antonio  Panoli  arciprete  della 
cattetlrale.  Ottenne  da  Paolo  V  la  con- 
ferma delle  l'acùltà  godute  da' predeces- 
sori sulla  giurisdizione  temporale.  Morto 
a' 3o  marzo  1620,  a' 6  aprile  gli  fu  so- 
stituito il  decano  cardinal  Anton  M.' 
Sauli,  che  pel  suo  uditore  a'  io  prese 
possesso.  Fini  i  suoi  giorni  a' 24  agosto 
1 623,  ed  a'  I  3  ottobre  gli  successe  il  de- 
cano Francesco  M.^  Bourbon  del  Monte, 
prendendo  possesso  per  procuratore.  La 
città  per  dimostrare  il  suo  inalterabile 
attaccamento  alla  s.  Sede,  mentre  que- 
sta teneva  in  deposito  la  Valtellina,  of- 
frì a  Urbano  Vili  i5,ooo  scudi  e  si  ob- 
bligò alle  spese  degli  utensili  di  due  com- 
pagnie di  corazze.  Il  Papa  ne  conservò 
grata  memoria  in  tutto  il  suo  lungo  poa- 
tillcato,  in  ogni  occasione  favorendo  i 
veliterni.  In  questa  spedizione  della  Val- 
tellina e  sue  guerre  era  maestro  di  cam- 
po il  marchese  Giuseppe  Ginnetti  veli- 
temo,  e  commissario  apostolico  il  fratello 
cav.  Giovanni.  Morto  il  cardinal  del  Mon- 
te a'  1  7  agosto  1 626,a'7  settembre  gli  suc- 
cesse il  suddetto  cardinal  Ottavio  Ban- 
dini,  che  elesse  a  pro  governatore  il  suo 
congiunto  prelato  Ascanio  Malici,  o  Maf- 
fei  come  scrive  Borgia,  e  vi  continuò  fin- 
ché visse  il  cardinale.  In  detto  anno  Ur- 
bano Vili  creò  cardinale  il  celebre  Mar- 
zio Gineltio  GlnntUì {^F'.)  vclilerno,  cou 
gran  giubilo  della  patria,  che  gli  donò 
6000  scudi.  liicoooscenti  i  veliterni  a 
Urbano  Vili  per  altri  benefizi,  gli  eres- 
sero nel  1637  nella  piazza  Maggiore  det- 
ta del  Trivio,  una  statua  di  brouzo,  mo- 
dellala dal  celebre  cav.  Bernino,  assiso 
in  cattedra  e  vestito  in  abiti  pontificali 
in  atto  di  benedire  il  popolo,  colla  spesa 
di  12,000  scudi,  poiché  molto  costò  il 
trasporto.  L' iscrizione  posta  nella  base 
di  marmo  si  legge  nel  Borgia  e  nel  Banco. 
Questa  tnaestosa  e  magnifica  opera,  nel 
1 7(j8  fadistrutlu  dalla  forseoQata rabbia 


6  VEL 

repubblicana.  Nella  citata  biografia  dei 
cardinal  G inetti,  erroneamente  dissi  col 
Renazzi,  Notizie  de  Maggiordomi,  p. 
122,  ch'egli  avea  eretto  la  statua,  e  qui 
ne  fo  emenda.  Morto  il  vescovo  di  Fos- 
sombrone,  Urbano  Vili  gli  surrogò  il 
fratello  Benedetto  Laudi  pur  velilerno, 
il  quale  nel  1682  rinunziò  la  sede  al  ni- 
pote Gio.  Battista  Landi.  Concittadini  il- 
lustri  contemporanei  furono  ilconleGiu- 
seppe  Bassi  autore  di  scientifiche  pro- 
duzioni e  delia  descrizione  di  Velletrì, 
Lodovico  Prosperi  poeta,  e  Gio.  Battista 
Rossi  filosofo.  JVel  libro  intitolalo,  Del- 
le donne  illustri  italiane  dal  XIII  al 
XIX  secolo,  stampato  in  Roma  verso  il 
1 855  co'  tipi  Pallotta,  a  p.  3 1 6  leggo  la 
biografia  dell'  encomiato  veliterno  Ba- 
silio Magni  e  da  lui  tratta  dalla  biblio- 
teca Corsinìana  di  Roma,  della  suddetta 
Virginia  Vezzi  natain  Velletri  nel  i6oo, 
la  quale  esercitando  con  lode  la  pittura, 
la  miniatura  e  l'intaglio,  per  la  dolcezza 
dell'indole  e  la  vivacità  dell'  ingegno,  di 
queste  doti  e  di  sua  bellezza  invaghitosi 
Simone  Vovet  valente  pittore  francese, 
nel  j  626  la  sposò  in  Roma.  Nel  seguente 
anno  richiamato  Vovet  in  Francia  da 
Luigi  XIII  col  titolo  di  suo  primario  pit- 
tore, Virginia  co' propri  genitori  seguì  il 
consorte,  il  quale  è  chiamato  il  Raffaello 
della  Francia.  Dimorò  i  1  anni  in  Fran- 
cia stimata  da  tutti  e  specialmente  dal 
re,  alla  presenza  del  quale  Virginia  so- 
leva dipingere.  Ella  passò  di  questa  vita 
nel  i638  lasciando  a  consolazione  dello 
sposo  l'immagine  di  se  in  4  figli,  due 
maschi  e  due  femmine.  Le  sembianze 
della  pittrice  veliterna  l'avea  incise  a  bu- 
lino il  rinomato  francese  Melian,  e  si  ri- 
peterono in  una  medaglia  con  quelle  del 
marito  nel  rovescio.  Le  pitture  di  Vir- 
ginia non  giunsero  a  noi,  ma  quanti  scris 
sero  di  belle  arti  italiani  e  francesi  ne 
fecero  onorata  menzione.  Il  i."  agosto 
1 629  cessò  di  vivere  il  cardinal  Bandini, 
ed  il  cardinal  Giovanni  Battista  Deli  che 
gli  successe  a'3  settembre,  dedito  all'ozio 


VEL 

e  alle  ricreazioni,  fu  ventura  che  tosto 
scese  nella  tomba  a'i3  luglio  i63o  di 
anni  54-  A'  3o  subentrò  al  duplice  re- 
gime di  Velletri  il  cardinal  Domenico 
Ginnasi,  già  da  prelato  vice-legato  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  pel  quale  prese  pos- 
sesso il  congiunto  Francesco  (ninnasi  e 
restò  in  Velletri  per  pro-governatore.  Sot- 
to questo  porporato  e  pel  provvido  suo 
governo  furono  estinti  tutti  i  debili  co- 
munali, ed  eretto  il  monte  dell'abbon- 
danza, onde  gli  fu  decretata  un'onorevo- 
le memoria  marmorea  nel  pubblico  pa- 
lazzo. A'i2  marzo  1639  passalo  all'altra 
vita  il  cardinal  Ginnasi,  a'  29  occupò  il 
suo  luogo  il  cardinale  Emanuele  Pio  di 
Savoia;  morendo  ili. "luglio  164 «  il  car- 
dinal Pio  di  Savoia,  nello  slesso  giorno 
come  vuole  Ughelli  o  nel  decorso  del  me- 
se come  scrive  Banco,  gli  successe  il  car- 
dinal Marcello  Lanle,  che  recatosi  nel 
maggio  del  seguente  anno  in  Velletri, 
lodò  il  consiglio  delle  querele  solito  farsi 
dal  magistrato  ogni  mese,  nel  quale  a're- 
clami  de' cittadini  amministravasi  som- 
maria giustizia.  Urbano  Vili  non  potè 
indurre  a  far  accettare  l'arcivescovato  di 
Cosenza  al  prelato  Girolamo  Lanuvi  no- 
bile veliterno,  decano  della  segnatura  di 
grazia  ecommendatore  di  s.  Spirito.  Fra* 
contemporanei  illustri  si  legge  nell'  Al- 
bum di  Roma,  t.  24,  p.  5o,  l'articolo  : 
Marcantonio  e  Ndzzario  Bassi  da  /^eZ- 
/e^r/.  E  scritto  dal  sullodalo  veliterno  Ba- 
silio Magni,  il  quale  dà  erudita  e  critica 
contezza  di  due  produzioni  de'medesimi, 
non  mancanti  d'ingegno  edi  dotlrina.Es» 
si  furono  fratelli.  Marcantonio  compose 
la  morale  commedia:  L'Amor  Fido, 
Nazzario  scrisse  la  tragedia  sagra:  I gra- 
vi tormenti  di  N.  S.  Gesù  Cristo  nella 
sua  Passione.  Ambedue  il  d."^  Nazzario 
fece  stampare  in  Velletri  nel  1689  da  Al- 
fonso dell'Isola,  e  dedicò  al  concittadino 
d."^  Teocrito  Micheletli  cav.  di  Cristo,  con- 
giunto al  capitano  Giuseppe  Micheletli, 
pur  veliterno,  che  neh 643  combatten- 
do per  Urbano  Vili  contro  il  duca  di  Parr 


VEL 

ma  a  Ponte  Lagoscuro,  ebbe  gran  paile 
nella  vittoria.  Di  questi  fratelli  Bassi  non 
ne  parlarono  Borgia  e  Kiccbi;  ed  ilTheu- 
li  soltanto  fece  cenno  di  JNazzario  dotto- 
re  in  legge  e  protonolario  apostolico,  e 
lo  dice  poeta  di  buon  talento,  ricordan- 
do il  memorato  suo  componimento.  Nel-  , 
la  detta  guerra ,  il  Papa  nel  1 64^  levò  da 
Vellelri  4  compagnie,  2  di  fanti  e  2  di  ca- 
valleria, condotte  da  Cesare  Filippi  ca- 
pitano di  lunga  esperienza,  e  se  uè  servi 
per  la  custodia  di  Roma  ;  da  dove  poi 
partirono  per  unirsi  all'esercito  pontifì- 
cio nella  provincia  del  Patrimonio,  e  die- 
dero gran  saggio  di  valor  militare,  di- 
stinguendosi ancbe  Leonardo  Coluzzi  ca- 
pitano velilerno.  Proseguendo  la  guerra, 
nel  1643  Velletri  generosamente  offri  a 
Urbano  Vili  una  compagnia  dii  00  bra- 
vi cittadini  sotto  il  comaudo  di  Girola- 
mo Toruzzi  cav.  di  Malta,  supplendo  a 
tutte  le  spese  per  essa;  anche  il  Banco 
lodando  il  capitan  Micbeletti  che  contri- 
buì all'accennata  vittoria  col  suo  valore. 
In  tutto  il  corso  della  guerra  circa  1000 
veliterni  militarono,  oltre  gli  ufficiali  e 
fra'quali  si  distinse  il  marchese  Giusep- 
pe Ginnetti  sargenle  maggiore  generale 
di  s.  Chiesa.  Urbano  Vili  nel  1629  con- 
cesse di  potersi  celebrare  messa  nella  cap- 
pella del  ss.  Crocefisso  eretta  dalla  pietà 
di  Giulio  Cesare  Magno  veliterno  nelle 
carceri  del  palazzo  pubblico  per  comodo 
di  tutti  i  prigioni,  pagando  egli  stesso  le 
limosine  per  le  messe,  onde  nella  cap- 
pella vi  fu  posta  un'iscrizione  riferita  dal 
Theuli,  e  tuttora  esistente.  Il  Ricchi  tra 
gl'illustri  veliterniriporta  un  Erasmo  Ma- 
gno colonnello  valoroso,  che  descrisse  i 
Viaggi  d'  Ungheria,  e  le  quindici  na- 
vigazioni in  varie  parli  dell'  Universo, 
da  lui  fatti,  onde  disse  di  lui:  In  pace 
togam,  in  bello  arma  ferehal.  Fino  dal 
i4oo  un  Pompeo  Magni  figura  nel  li- 
bro de'consigli.  Questo  cognome  si  scrìs- 
se in  latino  Magnus  eMagnius,  ma  deve 
leggersi  in  italiano  Magni,  in  fatti  era 
priore  del  1."  bimestre  del  i5c)7  Anto- 


VEL  7 

niiis  Magnius,  da  cui  discese  11  lodato 
Giulio  Cesare  benemerito  de' carcerati. 
Esiste  la  detta  cappella  e  l'antiche  car- 
ceri, ma  colla  notabilissima  differenza, 
che  da  quell'epoca  fino  al  i832  erano 
state  più  che  sufficienti,  essendo  servite 
soltanto  per  la  città  e  quale  giurisdizìo* 
ne  privativa  del  cardinal  decano.  Ma  dac- 
ché Velletri  io  detto  anno  divenne  capo- 
luogo di  legazione,  e  perciò  le  carceri  do- 
vendo servire  per  tutta  la  provincia,  riu- 
scirono, per  naturale  conseguenza,angu- 
slissimee  tristissime  per  la  salute  umana. 
In  sostanza  sono  i  sotterranei  del  palaz- 
10  comunale,  ed  alcuno  che  le  vide,  le 
qualificò  tombe  de'  viventi.  Di  queste 
prigioni  governative,  narra  il  Theuli, 
che  al  suo  tempo  esistevano  nel  mede- 
simo palazzo  comunale  e  sotto  la  curia 
criminale  le  prigioni  pubbliche  e  segrete 
della  città  colla  ricordata  cappella.  La 
compassione  verso  i  carcerati  commosse 
pure  il  più  volte  nominato  veliterno  Ba- 
silio Magni,  discendente  di  Giulio  Ce- 
sare Magni,  che  di  recente  ne  fu  viva- 
mente compreso,  per  amore  altresì  del 
patrio  decoro,  e  siccome  giureconsulto 
professante  la  criminale  difesa  in  Roma, 
e  di  lui  leggo  l'eloquente,  erudito  e  gra- 
ve ragionamento  letto  nella  pontificia 
accademia  Tiberina,  indi  pubblicato  nei 
n.  18  e  19  deli'  Imparziale  Fiorentino 
del  iBoy  intitolato:  Le  Carceri.  Dopo 
avere  ragionalo  dell'utilità  pubblica,  se 
i  governanti  si  valessero  sempre  della  sa- 
pienza de' dotti,  i  quali  debbonsi  avere 
in  grande  onoranza,  passa  a  dichiai'are 
con  Ulpiano:  il  carcere  è  fatto  per  rite- 
nere non  per  punire  i  rei  finche  sieno 
giudicati.  Perciò  riprova  le  antiche  orri- 
bili prigioni,  e  loda  quanto  nel  cristia- 
nesimo fu  ordinato  a  loro  vantaggio,  seb- 
bene il  carcere  per  quanto  bello  e  spa- 
zioso sia  di  sua  natura  contiene  una  pena, 
cioè  la  privazione  della  libertà,  più  pre- 
ziosa dell'oro,  anzi  inestimabile,  pel  com- 
plesso eziandio  delle  conseguenze.  Ma 
CIÒ  eh' è  più  doloroso,  ti  il  uou  di  iddo 


8  VEL 

trovarsi  in  tale  ioftìlice  condizione  anche 
degl'innocenti,  i  quali  usciti  di  prigione 
ricordano  per  tutta  la  vita  il  durato  pa- 
timento, per  aver  perduto  il  prezioso  te- 
soro della  salute.  Riconosce  giustissima 
la  punizione  de'  delitti,  ma  stima  cosa 
conveiiientissima  la  divisione  del  carcere 
degli  accusati  e  de'convinti,  de' giova- 
netti e  degli  adulti;  ed  insieme  rileva  i 
disagi  derivanti  dal  vivere  unitamente 
condensati,  la  pestilenza  dell'aria,  il  tor- 
mento degl'insetti,  il  danno  della  sanità, 
non  che  i  funesti  risultati  provenienti 
dall'ozio,  il  quale  con  Aristotile  lo  defi- 
nisce: Morte  dell'uomo;  poiché  vivere 
è  operare.  Invece  loda  il  propagalo  si- 
stema penitenziario,  e  quello  cellulare. 
Infiammato  d'alletto  patrio  e  deploran- 
do r  infelice  condizione  delle  carceri  ve- 
lilerne,  mentre  celebra  la  sontuosità  del 
palazzo  pubblico,  ove  si  tengono  musi- 
cali accademie,  s'imbandiscono  splen- 
didi convili,  si  accoglie  l'estremo  della 
pubblica  allegrezza  ;  vi  dimora  il  magi- 
strato, abita  il  cardinal  vescovo  legalo, 
ed  alloggia  in  varie  circostanze  il  Sommo 
Pontefice,  e  qualunque  altro  sovrano  di 
passaggio  per  la  città.  Fero  osserva  cou 
pena,  per  contrapposto  di  tanta  letizia, 
giacete  nell'estremo  sotterraneo  del  me- 
desimo palazzo  i  caixerati  che  sospirano 
e  gemono  nel  dolore.  E  quel  eh' è  peg- 
gio, tali  prigioni  sono  quali  pateticamen- 
te descrive.  Le  chiama  spaventose,  an? 
gusle,  d'aria  spiacente,  con  pareti  umi- 
diccie; ed  ivi  stipati  poveri  e  benestaa< 
ti,  civili  e  plebei,  giovani  e  attempati, 
traendo  giorni  calamitosi,  Peggiore  è  poi 
la  condizione  di  quei  più  miseri  giacenti 
nelle  segrete,  dicendolo  luogo  pestifero, 
profonda,  oscuro,  se  non  che  dall'  allo 
per  un  pertugio  scende  vm  languido  rag- 
gio di  luce,  che  appena  imbianca  gli  a« 
spelli  tinti  di  mortale  pallore.  A  porre 
rimedio  a  siffatta  piaga  aperta  nel  seno 
di  sua  patria,  il  velilerno  Magni,  per  l'u- 
tiliià  de'cìlladini  e  la  dignità  del  comu- 
ne, liepe  per  ferino,  che  se  i'olUmo  ma- 


VE  L 

gistrato  manifesta  al  Sovrano  Pontefice 
la  necessità  in  cui  trovasi  Velletri  dopo- 
ché divenne  capo  di  provincia,  e  perciò 
le  sue  ristrette  carceri  devono  accogliere 
tutti  i  delinquenti  della  medesima,  on- 
de il  provvido  pontificio  governo  in- 
.nalzi  comodo  e  proporzionato  carcere, 
ne  sarebbe  sicuramente  esaudito  ;  bea 
conoscendo  che  al  supremo  Capo  della 
Chiesa,  più  degli  altri  principi,  è  a  cuore 
colla  temporale  felicità  de'sudditi,  l'eter- 
na loro  salute.  »  Per  la  qual  cosa,  o  pa- 
dri eletti  al  veliterno  magistrato,  se  vi 
scalda  il  petto  di  verace  amore  dì  pa* 
tria,  se  vi  punge  vaghezza  di  belle  im- 
prese, se  vi  è  caro  il  bene  della  città, 
provvedete  innanzi  a  tutto  agi'  infelici 
cittadini  che  colle  spose  e  co' figli  pian- 
genti vi  richieggono  di  soccorso.  Togliete 
da  essi  lo  squallore  che  li  ricopre,  il  buio 
che  gli  accieca,  la  fame  che  li  consuma. 
Basta  la  vostra  voce  a  levarli  d'ogni  mi- 
seria ;  perocché  il  Sommo  Gerarca  traen- 
do esempio  da  Innocen;'.o  X  e  da  Cle- 
mente XI,  il  i.°  de' quali  fondò  in  Uoma 
un  nuovo  carcere  alla  custodia  più  si- 
cura e  mite  de' rei,  l'altro  una  casa  di 
correzione  in  s.  Michele,  accoglierà  be- 
nignamente i  vostri  voli,  e  si  dorrà  di 
non  avere  in  prima  conosciuto  il  danno 
afliae  di  ristorarlo.  Così  adoperando,  voi 
darete  generosa  prova  di  somma  bene- 
volenza a  tutti  quanti  i  cittadini,  e  la- 
scerete a'  posteri,  che  vi  benediranno, 
memoria  gratissima,  ed  io  sarò  contento 
d'aver  mosso  a  commiserazione  i  cuori 
vostri,  e  levala  francamente  la  voce  per 
la  causa  dell'  umanità  ".  B.ipiglio  il  filo 
di  questi  cenni  storici.  Il  vescovo  gover- 
natore cardinal  Lanle  essendo  nonage- 
nario, vedendo  di  non  poter  da  se  adem- 
pire il  duplice  regime,  cou  raro  esempio 
rinunziò  il  governo  temporale.  Innocen- 
zo X  l'allldò  a  Francesco  Castagnacci, 
ma  avendo  desialo  non  poche  querele 
nel  popolo,  gli  sostituì  Fulvio  Petrozzi, 
Morto  il  cardinale  a'29  aprile  i  652,  gli 
successe  il  cardinal  Giulio  Roma,che  ^ve- 


VEL 

se  possesso  del  vescovato  e  del  governo 
u'iu  maggio,  il  quale  per  la  carestia  lo* 
sto  contribuì  10,000  scudi  per  acquisto 
di  grani,  ed  il  pubblico  nel  suo  palazzo 
pose  memoria  di  gratitudine.  Ma  nell'i- 
slesso  anno  lo  rapi  la  morte  a' 16  set- 
tembre, Subentiò  a'  aS  il  cardinal  Carlo 
de  Medici.  Intanto  Alessandro  VII  di- 
cliiarò  arcivescovo  di  Mira  in  partibus, 
suiFraganeo  patriarcale  e  vicai  io  aposto* 
lieo  di  Costantinopoli,  fr.  Bonaventura 
Theuli  oTevoli  minore  conventuale  piis- 
simo e  assai  versato  nelle  lettere;  ono- 
rato anche  del  pallio  partì  per  la  sua  re- 
sidenza di  Pera,  Fra  le  sue  opere  ricor- 
derò, oltre  il  Teatro  hisloricq  di  Felle  Irì, 
di  cui  mi  giovai,  ['Apparato  Minorilico 
della  provincia  di  Roma,  Velletri  per 
Callo  Bilancìoni  1648.  La  patria,  di  cui 
fu  benemerito,  ne  fece  scolpire  l'elogio 
in  una  gran  lapide  nel  palazzo  pubblico. 
Keli7i4ne  pubblicò  la  vita  Pietro  An- 
tonio Teocrito  Borgia.  La  terribile  Pe- 
flilenza  di  Roma  del  1 656,  da  essa  e  da 
Nettuno  penetrò  in  Velletri,  e  dall'  1  i  lu- 
glio sino  a' 3  maggio  1657  vi  rapì  2716 
vittime.  Lieta  la  città  per  la  sua  libera- 
zione ne  rese  grazie  a  Dio,  e  con  portare 
in  solenne  processione  l'immagine  del- 
l'Immacolata Concezione,  con  voto  di  ce- 
lebrarne ogni  anno  solennemente  la  fe- 
sta. 11  cardinal  de  Medici  mai  si  recò  n 
Velletri,  non  di  meno  è  lodato  per  pia 
generosità  e  indefessa  vigilanza,  anco  pei* 
aver  stabilito  il  pubblico  archivio  nel  pa- 
lazzo del  comune,  dove  furono  raccolti 
tutti  gli  atti  notarili;  morì  a' 19  giugno 
1666,  ed  a'  17  settembre  gli  successe  il 
cardinal  Francesco  Barberini  seniore,  ni- 
pote d'  Urbano  Vili,  die  per  lo  scarso 
raccolto  de'grani  del  167 3  ne  fece  venire 
in  gran  copia  da  Livorno.  Nel  1675  fu 
fatta  una  nuova  riforma  sull'eiezione 
de' magistrati,  che  per  un  biennio  avve- 
nire si  ridussero  a  minor  numero,  per 
le  diminuite  famìglie  nobili  perite  nella 
peste.  I  4  priori  trimestrali  furono  ri- 
dotti u  3}  ed  il  consiglio  maggiore  a  soli 


VEL  9 

60,  i5  de' quali  doveano  formare  il  con- 
siglio minore  semestrale.  Innocenzo  X[ 
nel  1677  fece  vescovo  di  Ferentino  Gio. 
Carlo  Anlonelli  seniore  nobile  veliteino, 
arciprete  e  poi  canonico  teologale  della 
cattedrale.  Pubblicò  lodate  opere,  fra 
le  quali:  De  regimine  Ecclesiae  Episco- 
polis.  De  tempore  legali.  De  loco  lega- 
li.  De  /uri bus  et  oneribus  clericorum. 
Di  questo  dotto  se  ne  legge  l'elogio  mar- 
moreo nel  palazzo  pubblico.  A'  i  o  dicem- 
bre 1679  cessò  di  vivere  il  cardinal  Bar- 
berini assai  com  pianto  come  giusto  e  pi'u- 
dente,  profuso  co' poveri  e  magnifico 
nell'opere,  di  che  è  memoria  nel  detto 
palazzo,  A'  1 4  gennaio  1 680  divenne  ve- 
scovo e  governatore  il  cardinal  Cesara 
Facchinetti.  Nel  seguente  anno  Innocen- 
zo XI  rallegrò  i  veliterni  colla  promo- 
zione alla  porpora  del  concittadino  car- 
dinal  Gio.  Francesco  Ginelti  o  Ginnet- 
ti (^f^^),  che  per  debolezza  vana  chiaman- 
dosi romano,  indusse  diversi  scrittori  a 
crederlo  tale;  ma  Bauco  pubblicò  la  fede 
di  nascita  e  di  battesimo  ch'ebbe  in  s. 
Maria  in  Trivio  di  Velletri  :  egli  da  fan- 
ciullo fu  educato  in  Roma,  ove  la  sua 
famiglia  per  la  lunga  dimora  fattavi  £0 
ascritta  alle  patrizie.  Finì  i  suoi  giorni 
il  cardinale  Facchinetti  a'3o  gennaio 
i683,ed  a'i5  febljiaiogli  successe  il  car- 
dinal JNicola  Ludovisi,  che  non  mancò 
di  recarsi  spesso  in  Velletri  e  di  mostrar- 
si zelante  del  pubblico  bene.  Morì  a' 9 
agosto  1687,  e  pochi  giorni  dopo  Inno- 
cenzo XI  commise  il  governo  di  Velle- 
tri con  amplissimo  breve  al  decano  car« 
dinal  Alderano  Cibo,  finché  la  chiesa  non 
fosse  stala  provvista  dèi  pastore,  e  ne  fece 
prendere  possesso  a'  17.  Nel  concistoro 
de' 10  novembre  egli  stesso  ne  fu  preco- 
nizzalo vescovo,  indi  morendo  a  2. 01,  lu- 
glio 1700.  Gli  successe  a' 22  dicembre 
il  cardinal  Emanuele  Teodoro  o  Teodo- 
sio de  la  Tour  di  Buglione,  Nella  guerra 
per  la  successione  di  Spagna,  Clemente 
XI  re<tò  neutrale,  a  ninno  de'  pretenden- 
ti Fdippo  V  e  Carlo  ili  concedendo  l'iU' 


IO  VEL 

vestitura  del  regno  delle  due  Sicilie.Fra' 
baroni  romnni  il  duca  Caetani  seguì  il 
Urìilito  di  Carlo  III,  ossia  dell'arciduca 
d'Austria  e  poi  iuiperalore  Carlo  VI,  e 
perciò  fu  a  parie  della  rivoluzione  fatta 
in  Napoli  a  suo  favore  nel  1702.  Allora 
il  Papa  spogliò  il  Caetani  de' suoi  stali, 
ed  a' 4  giiig<io  ordinò  che  180  soldati 
\eliterni  si  portassero  a  presidiare  il  for- 
te di  Sermonela  già  caduto  in  suo  po- 
tere, e  che  lo  ritenessero  a  disposizione 
della  s.  Sede.  Nell'islesso  1702  Cleaien- 
le  XI  inviò  nel  Lazio  e  Campagna  Ro- 
mana il  couiniissiirio  mg"^  Falconieri  per 
liberarle  dagli  assassini  che  le  desolava- 
no, e  vi  riuscì  prontamente.  Spaventosi 
terremoti  sentironsi  nel  170^  in  Velie- 
tri,  per  consenso  di  que'che  rovinarono 
e  desolarono  Norcia  e  suo  contado  a'  i4 
gennaio,  Aquila  e  sua  provincia  a' 2  feb 
Jjraio.  Clemente  XI  nel  1709  dichiarò 
vescovo  d  Urbania  e  s.  Angelo  in  Vado, 
Antonio  Antonelli  canonico  penitenziere 
e  decano  della  cattedrale;  altro  illustre  ve- 
Jiterno  contemporaneo  fu  Giuseppe  Pro- 
speri insigne  letterato,  autore  della  D/y- 
serlatio  liistorica  Icgalis  de  Regimine 
civitatìs  Feliternac:  ma  il  Ranghiasci 
nella  Bibliografia  dello  Slato  pontificio 
)a  dice  stampata  in  Roma  nel  161  5.  Le 
Provincie  di  Marittima  e  Campagna  nel 
1 7 1 3  patirono  strage  nelle  bestie  bovine, 
e  bufaline,  per  male  contagioso.  Termi- 
nò i  suoi  giorni  il  cardinal  di  Buglione 
8*4  marzo  17  i5,  ed  a' 16  gli  successe  il 
cardinal  Nicola  Acciajoli,  il  quale  morì 
a' 23  febbraio  1719.  A' 27  marzo  il  car- 
dinal Orsini  arcivescovo  di  Benevento  e 
poi  Benedetto  XI il,  scrisse  a  Clemente 
XI,  che  senza  esaminare  i  suoi  diritti  ai 
vescovati  e  governi  annessi  d'Ojtia  e  Vel- 
lelri,  colla  dignità  di  decano,  al  quale 
spellavano  per  anzianità,  li  conferisse  al 
cardinal  Fulvio  Aslalli,e  il  Papa  l'eseguì 
8*27  aprile.  Perla  peste  di  Marsiglia  del 
j  720,  trovandosi  Velletri  vicino  alla  ma- 
rina, prese  precauzioni  e  fece  murare  la 
porla  di  s.  Lucia,  qod  che  guardare  l'ul- 


VEL 

tre  due.  Nel  seguente  anno  per  la  pre- 
cedente siccità  Velletri  penuriò  d'acqua, 
ed  a'i4  gennaio  perde  il  pastore  e  pre- 
side cardinal  Astalli,  cui  successe  a'  3 
marzo  il  cardinal  Sebastiano  Antonio  Ta- 
nara.  Ora  conviene  fare  onorevole  men- 
zione del  nobile  veliterno  Alessandro  Bor- 
gia di  grande  erudizione  e  dottrina,  suc- 
cessivamente prudente  e  zelante  vescovo 
di  Nocera,  nominato  legato  apostolico 
della  Cina,  e  in  vece  promosso  all'arci- 
vescovato di  Fermo.  Scrisse  diverse  o- 
pere.  Indulto  sopra  il  precetto  d'aste- 
nersi dall'opere  servili  in  alcune  feste. 
Omelie  e  Pastorali.  Della  cristiana  e- 
ducazione:  Del  regno  di  Maria,  Vita 
di  s.  Geraldo  vescovo  e  protettore  di 
Velletri,  Vita  di  Benedetto  XIll  in  la- 
tino. Storia  della  chiesa  e  città  di  Vel' 
tetri,  di  cui  mi  sono  profittato.  Per  mor- 
te del  cardinal  Tanara,  avvenuta  a'  5 
miggio  1724,  subentrò  non  nello  stesso 
mese,  ma  a' 12  giugno,  il  cardinal  Fran- 
cesco del  Giudice,  nel  seguente  anno  ces- 
sando di  vivere  a' IO  ottobre.  In  questo, 
secondo  Banco,  ma  veramente  pel  con- 
cistoro de' 19  novembre,  succeduto  il  car- 
dinal Fabrizio  Paolucci,  presto  finì  di 
vivere  a'12  o  19  (o  li  come  leggo  nelle 
Notizie  di  Roma)  giugno  1726.  il  i ." 
luglio  fu  vescovo  e  preside  il  cardinal 
Francesco  Barberini  giuniore,  nel  cui  pa- 
lazzo episcopale  pernottò  Benedetto  XI II 
a' 27  marzo  1727,  tornando  da  Bene- 
vento. Nella  mattina  seguente  ammi- 
se al  bacio  del  piede  i  priori  della  città, 
che  gli  offrirono  in  dono  un  bel  reli- 
quiario d'argento  colle  reliquie  del  ri- 
cordato s.  Gei'aldo  ;  visitò  la  cattedrale 
e  quindi  partì  per  Roma.  Così  il  Banco. 
Ma  la  relazione  del  viaggio  inserita  nel 
n."  i534  del  Diario  di  Roma  del  1727 
riferisce  le  seguenti  particolarità.  Prove- 
niente da  Cisterna,  nella  sera  di  martedì 
giunse  a  Velletri  incontrato  fuori  della 
porla  dal  popolo  in  gran  numero,  e  rice- 
vuto nella  chiesa  della  Madonna  dell'Or- 
lo degli  agostiniani  dal  cardinal  Barberi- 


VEL 

ni,  e  da'cai'dinali  Aiiuibale  Albani  e  Ler- 
cari,  co'quali  si  recò  al  duomo,  ove  l'os- 
sec|iiiò  il  suniaganeo  de  Paolis,  e  il  ca- 
pilolo  in  cotta  e  rocchetto,  restando  a 
pernottale  nell'episcopio,  ed  il  suo  se- 
guito nel  palazzo  del  principe  Ginnetti  (ti- 
tolo conferitogli  nel  precedente  anno  da 
Benedetto  XIII;  ed  aggiungo,  che  errò 
Novaes  nella  SLoria  di  Benedetto  XIII, 
col  dire  ch'egli  avea  pernottalo  nel  pa- 
lazzo Ginnetti),  tutti  trattali  splendida- 
mente dal  medesimo  cardinal  Barberini, 
Kella  seguente  mattina  il  Papa  calò  ad 
ascoltar  la  messa  per  tempo,  e  poi  co' 
cardinali  Barberini  e  Lercari  visitò  gl'in- 
fermi nell'ospedale  de'benfratellijec.Que- 
sto  Papa  fece  vescovo  di  Ferentino  il  ca- 
nonico della  cattedrale  Fabrizio  Borgia, 
nella  quale  lo  consagrò  il  sullodato  fra- 
tello Alessandro:  di  lui  si  baia  Relazione 
della  traslazione  del  corpo  di  s.  Geral- 
f/o,Velletri  I  7  i4'BenedettoXIIl  nel  1729 
volle  tornare  a  visitare  la  sua  amata  chie- 
sa di  Benevento,  partendo  da  Ruma  a'28 
marzo.  Pernottò  a  Marino  ,  indi  la  mal- 
lina  de'29  giunse  a  Vellelri  a  ore  1 9,  pre- 
se la  cioccolata  da'benfralelh  e  partì  su- 
bito per  Cisterna,  accompagnato  dal  duca 
Caetani.  JN'el  ritorno,  a'a  giugno  il  Papa 
lidi  la  messa  nella  chiesa  di  s.  Marzio  di 
Castel  Ginnetti.  Presso  Vellelri  fu  incou- 
trato  dal  cardinal  Lercari  segretario  di 
stato,  e  proseguì  con  esso  solo  in  carroz- 
23  il  viaggio  per  Genzano.  Tutto  leggo 
nella  relazione  pubblicata  co'n.i  i8i6  e 
1819  del  Diario  di  Roma.  Si  guerreggia- 
va dalla  Spagna  contro  l'Austria  pel  re- 
gno delle  due  Sicilie  (f^.),  e  prevalendo 
gli  spagnuoli  l'infante  d.  Carlo  di  Borbo- 
ne conquistò  l'isola  nel  1784  e  se  ne  co- 
ronò re  in  Palermo,  e  tale  venne  acclama- 
to in  Napoli.  Clemente  XII  rimase  neii- 
liale..  perchè  gli  domandava  l'investitura 
anche  Carlo  VI  imperatore.  Contro  di 
questi  il  re  spedì  in  Lombardia  i3,ooo 
soldati,  pel  passaggio  de'  quali  si  prepa- 
larono in  Vellelri  caserme  con  paglioni 
e  coperte.  Non  ostante  ,  appena  parlilo 


VEL  11 

dalla  città  il  conte  di  Monlemar  genera- 
lissimo colla  sua  divisione,  giunse  l'ii 
gennaio  altro  battaglione,  e  il  colonnello 
che  lo  comandava  non  volle  alloggiare 
nelle  caserme,  e  ostinatamente  ordinò  a' 
soldati  che  si  portassero  nelle  case  de'cit- 
tadini.  Mancando  al  magistrato  il  tempo 
di  provvedere,  restarono  le  porte  dell'a- 
bitazioni aperte  (luche  durò  il  passaggio 
degli  spagnuoli,  questi  esigendo  insolen- 
temente d'esser  serviti  e  di  avere  vetto- 
vaglie. Le  donne  furono  rispettate,  e  tran- 
ne piccoli  furti ,  altro  non  avvenne.  Pe-- 
rò  l'ordine  stravagante,  che  i  cittadini  do- 
vessero essere  responsabili  delle  diserzio- 
ni ,  cagionò  non  pochi  guai,  l'acificali  i 
belligeranti,  4  reggimenti  di  cavalleria 
spagnuola  recandosi  a  Napoli,  producase- 
lo disastro  gravissimo  a  Vellelri.  Narrai 
nel  voi.  LXV,  p.  270,  il  tumulto  susci- 
lato  in  Roma  a'aS  marzo  1736  nel  bas- 
so popolo,  massime  di  Trastevere,  pel  se- 
greto e  forzoso  ingaggio  che  facevano  gli 
spagnuoli  di  soldati.  Intanto  lai. "colonna 
di  detta  cavallerìa  a'i3  aprile  giunse  a 
Valmont(jne,  donde  a'20  si  recarono  in 
Vellelri  due  ufiìziali  per  vedere  i  semina- 
ti d'orzo  e  di  biade,  a  fine  di  servirsene  di 
erba  alla  purga  de'cavalli.  Il  popolo  mon- 
tò in  furia  e  si  sollevò  ,  indi  sul  far  del 
giorno  de'  22  aprile  erano  in  armi  circa 
3ooo  cittadini,  né  riuscì  a'  priori  e  pri- 
marie persone  di  pacificarli.  I  capi  insorti 
occuparono  le  porte  della  città,  e  la  ple- 
be furibonda  di  prepotenza  da  per  tutto 
s  impadronì  d'anni  e  di  munizioni.  A'23 
sparsasi  falsa  voce  che  gli  spaglinoli  avan- 
zavano verso  Vellelri,  subilo  suonaionsi 
le  campane  del  palazzo  pubblico  e  della 
torre  del  Trivio,  per  chiamar  all'  armi, 
L'armamento  fu  sollecito  e  numeroso,  on- 
de partire  per  Valmonlotie  contro  gli  spa- 
gnuoli, tra'  pianti  e  le  strida  delle  donne 
trepidanti.  Si  obbligarono  i  gentiluomini 
ad  armarsi,  e  si  fortificò  la  città.  Il  magi- 
strato di  tutto  fece  consapevole  il  segreta-- 
rio  di  slato  e  il  cardinal  Bai  berini,  e  «pie-i 
sii  a'25  porloisi  in  Vellelri  sperando  fre» 


i-x  V  EL 

rial-  l'animo  de'tiimultuanti.  Pochissimo 
ollenne,  benché  per  disarmare  il  popolo 
ailopeiò  persino  le  lagrime,  e  nel  dì  se- 
guente palli  per  Roma, lasciando  la  città 
nel  terrore,  ed  i  pacifici  veliterni  che  non 
aveanopreso  parte  nella  sollevazione,  fra' 
nemici  interni  ed  esterni;  poicliè  teaievasi 
che  gì'  insorti  finissero  col  saccheggio,  e 
gli  spagnuoii  esacerbati  con  porre  la  città 
a  ferio  e  fuoco.  Mentre  in  tal  frangente 
reputavasi  ventura  il  salvare  la  vita  e  te- 
nevasi  certa  la  rovina  di  Velletri,  si  ri- 
corse a'3  maggio  con  fede  alla  già  espo- 
sta e  prodigiosa  immagine  della  Madon- 
na delle  Grazie  nella  cattedrale,  protet- 
trice benefica  de' veliterni.  Vero  portentol 
Ad  ore  23  i  sollevati  deposero  l'armi,  si- 
no allora  inesorabili  a  qualunque  esorta- 
zione, e  poterono  i  cittadini  senza  oslaco- 
lo  partire  dalla  città,  sapendosi  imminen- 
te la  sua  invasione.  Il  prodigio  fu  compie* 
lo.  Gli  spagnuoii  d'Orbetello  e  di  Napoli 
chiamati  in  aiuto,  con  promessa  di  sacco, 
sapulo  il  disarmo,  fecero  alto  a  Piperno  e 
retrocessero.  Allora  il  magistrato  mandò 
due  ecclesiastici  al  generale  spagnuolo  iu 
VaUnontone,  per  informarlo  del  disarmo 
e  invitarlo  a  venire  con  sicurezza  a  Velle- 
tri, il  che  eseguì  a'6  festa  della  Madonna 
delle  Grazie.  Seguì  lo  spoglio  di  1026  fu- 
cili, l'arresto  d'alcuni,  la  multa  al  comune 
«18, 000  scudi,  un  3."  cioè  della  prelesa, 
il  saccheggio  delle  case  de  creduli  princi- 
pali rei,  e  la  demolizione  di  quella  d'  uno 
de'primari  autori  dell'insurrezione,  con- 
tro i  quali  fu  pubblicata  la  taglia  per  a- 
verli  vivi  o  morti,  oltre  la  mietitura  delle 
biade  a'3  giugno.  Narrai  a  suo  luogo, che 
inoltre  gli  spagnuoii  dierono  fuoco  al  Sa~ 
le  e  Saline  (/^.)  d'Ostia,  e  da  Palestrina 
preselo  a  foiza  3ooo  scudi.  Finalmente 
u'i5  di  tal  mese  accomodatele  vertenze 
fra  il  Papa  e  il  re,  senza  che  Clemente  XII 
cedesse  alle  esorbitanti  pretensioni  del 
cardinal  Acquaviva  ministro  di  Spagna 
{F-),  il  generale  spagnuolo  partì  da  Vel- 
letri,  con  inesprimibile  contento  de'veli- 
Iciui.  Subealrarouo  alla  custodia  di  Vel' 


VEL 

letri  le  milizie  papali,  con  molti  birri,  e  per 
interposizione  del  vescovo  il  Papa  perdo- 
nò a  tutti,  solo  venendo  multato  di  poco 
un  ricco  facinoroso,  i  veliterni  conoscen- 
do scampata  la  loro  patria  dall'  estremo 
eccidio  a  intercessione  della  loro  celeste 
Patrona,  celebrarono  solennissima  festa 
di  ringraziamento.  Morto  il  cardinal  Bar- 
berini a'27  agosto  (  738  {io  vado  correg- 
gendo le  date  del  Banco  colle  Notizie  di 
Roma  AeiìZiì  rilevarle,  altrimenti  conver- 
rebbe non  di  rado  riferire  gli  anacroni- 
smi ,  che  sono  un  niente  in  confronto  di 
sue  benemerenze),  a'2  settembre  gli  suc- 
cesse il  cardinal  Pietro  Ottoboni,  il  qua- 
le a'6  fece  prendere  possesso,  e  1'  i  i  no- 
vembre eseguì  il  suo  pubblico  ingresso. 
Poco  visse,  morendo  a'28  febbraio  1  740 
in  tempo  della  Sede  apostolica  vacante, 
che  terminando  a' 17  agosto  coll'elezione 
di  Benedetto  XIV,  questi  nel  concistoro 
de'2q  preconizzò  vescovo  d'Ostia  e  Vel- 
letri il  decano  cardinal  Tommaso  Ptulfo, 
il  quale  fin  dal  precedente  marzo  ne  avea 
assunto  il  governo,  al  dire  di  Bauco.  De- 
stinò per  suo  uditore,  come  raccontai  a' 
suoi  luoghi,  Gio.  Angelo  Braschi  poi  glo- 
rioso Pio  VI.  Il  cardinale  tosto  pubblicò 
un  bando  contro  ogni  sorte  di  delitti,  con 
pene  proporzionate;  e  sotto  il  suo  gover- 
no s'innalzò  la  grandiosa  fabbrica  de'pub- 
blici  granai  e  dell'oliarla;  non  che  si  este- 
se la  giurisdizione  territoriale  della  città, 
coll'annessione  alla  mensa  vescovile  del- 
l'abbazia di  s.  Bartolomeo  del  Peschio,  la 
quale  come  dissi  apparteneva  a  quella  di 
Frascati.  Nel  1743  morì  io  buon  odore 
di  santità  la  veliterna  e  ven.suor  Ange- 
la Caterina  Borgia  monaca  di  s.  Lucìa  in 
Selci  di  PiOina,  onde  si  cominciarono  i 
processi  apostolici  per  la  beatificazione. 
Ed  ecomi  a  riparlare  degl'infausti  avve- 
nimenti di  Velletri,  fra'napolispani  e  gli 
austriaci,  che  decisero  la  sorte  del  regno 
delle  due  Sicilie  a  favore  della  dinastia  re- 
gnante, accennati  nel  voi.  LXV,  p.  27  j  e 
articoli  relativi,  in  uno  all'edizioni  dell'e- 
legaulissima  descriziuae  latina,  scritta  da 


VEL 

un  ufTlziale del  i-e  Cnrlo,  Castruccio  Bona- 
mici,  la  quale  per  la  i ."  volta  recata  in  ila- 
liane  dal  (1/  Montanari  fu  pubblicata  in 
Lucca  nel  1841  in  2  tomi  e  col  titolo: 
Delle  cose  operate  presso  didietri  nel- 
l'almo 1744^  della  guerra  Italica  ec.La 
guerra  accesa  nell'  Italia  tra  la  Spagna  e 
l'Austria  pel  possesso  del  reame  delle  ilue 
Sicilie,  pendeva  da  dubbia  fortuna.  Do- 
po varie  battaglie,  celebre  fu  quella  data 
presso  Camposanto  sulle  sponde  del  Pa- 
naro; ambo  le  |)arli  si  vantarono  d'essere 
rimaste  superiori. Rinforzati  gli  austriaci, 
comiuciaroiioa  incalzare  vieppiù  gli  spa- 
gnuolìjche  ridotti  in  poco  numero  si  riti- 
rarono nel  regnodi  Napoli  inseguiti  dagli 
austriaci  comandati  dal  principe  Lobko- 
witz,  il  quale  divisò  di  rivolgere  le  sue 
marcie  verso  lloma,  muovere  a  ribellio- 
ne la  provincia  di  Campagna,  onde  più 
comodamente  entrare  nel  regno.  Penetra- 
tasi dal  re  Carlo  di  Borbone  questa  delibe- 
razione ,  diresse  verso  tale  parte  tulle  le 
sue  forze,  per  assaltare  il  nemico  invece 
d'  essere  assaltalo,  secondo  i  consigli  del 
conte  Gages  fiammingo,  valoroso  e  peri- 
to nell'arte  militare.  Pertanto,  alzfilo  il 
campo  da  s.  Germano,  piegò  alla  volta 
d'Arpino,  passò  a  Veroli,  sì  attendò  in  A- 
nagni,  e  poco  dopo  per  4  giorni  si  trasferì 
aValmontone. Intanto  il  generale  austria- 
co della  regina  M.^  Teresa,  figlia  ed  ere- 
de di  Carlo  VI,  fece  allo  a  Monte  Roton- 
do, da  dove  si  recò  a  Marino.  Saputasi  dal 
re  la  vicinanza  del  nemico,  non  pensò  più 
di  porre  stanza  a  Frascati,  ma  ordinò  l'oc- 
cupazione di  Velletri,  non  per  stanziarvi, 
ma  solo  per  fare  riposare  i  soldati.  Lobko- 
witz  partito  da  Marino,coprì  Nenii  eGen- 
zano  confinanti  col  territorio  veliterno. In- 
di avvicinandosi  alla  città,  il  re  vedendolo 
lontano  4  miglia,  formò  in  Velletri  il  suo 
quartiere  generale,  alloggiando  nel  palaz- 
zo Ginnetti,  egli  presentò  battaglia.  Lob- 
liowilz  mirando  l'esercito  napolispano,  e 
considerando  le  dìflicili  e  spesse  valli,  se- 
minate di  vigne,  albereti,  siepi  e  fossi,  che 
iatermeltevaosi  fra  il  suo  e  l' esercito  del 


VEL  i3 

re  ,  e  che  il  suolo  facevano  rotto  e  dilìl- 
coltoso  ad  esser  corso  dalla  cavalleria, spa- 
ventato dalla  diflìcile  impresa  ,  avea  sti- 
mato bene  di  riutanersi ,  fissando  Nemi 
per  centro  del  suo  esercito;  occupando 
frattanto  i  monti  Artemisio  e  Spino,  2  mi- 
glia circa  lungi  da  Velletri  e  sovrastanti 
la  città.  Perciò  il  general  Gages  cono- 
sciuta la  necessità  d'impadronirsi  di  qua' 
monti,  gli  assalii  e  prese  a' 1 5  giugno,  con 
tanto  successo,  che  se  i  na|)olispani  aves- 
sero continuato  a  combattere  avrebbero 
riporlatocompiula  vittoria,ed  invece  to- 
sto perderooo  il  monte  Spino.  In  Velie- 
tri  nulla  mancava  ad  essi  ,  ma  penuria- 
vano  d'acqua  pegli  acquedotti  tagliati  da- 
gli austriaci, i  quali  erano  alquanto  coster- 
nati per  la  cattiva  riuscita  di  loro  impre- 
sa. Lobkoìvitz  volle  fue  un  ultimo  ten- 
tativo'per  risarcire  la  sua  riputazione  e 
aprirsi  la  strada  al  regno  di  Napoli,  prò- 
fittandodell'errore  de'nemici  che  mal  cu- 
stodivano l'ala  sinistra;  questa  stabdi  al- 
l'improvviso d'assaltare,  e  in  pari  tempo 
d'attaccare  l'ala  destra  sino  alla  sommi- 
tà dell'Ai  temisio.  Adunque  a'  io  agosto 
I  744»  che  sarà  sempre  celebre  per  la  me- 
moria d'un'iropresa  la  più  audace  e  ben 
pensata, ma  male  eseguita,  all'improvviso 
gli  austriaci  in  numero  di  6,000  coman- 
dati dal  conte  di Biown,  nottetempo  con 
successo  assaltarono  l'ala  sinistra,e  vi  peri- 
rono i  fanti  del  reggimento  irlandese  col 
loro  generale  Macdonal,  dopo  valorosa 
resistenza.  Gli  austriaci  assalitori  vitto- 
riosi, si  avventarono  contro  la  porta,  l'ab- 
batterono e  entrarono  in  Velletri.  11  re  al- 
l'avviso dell'assalto,  balza  dal  letto,  cinge 
la  spada  e  fugge  al  forte  da  lui  formalo 
sull'altura  de'vicini  cappuccini  e  munito 
di  numerosa  artiglieria,  ed  ove  si  riuniro- 
no il  duca  diModena  Francesco  II  le  l'am- 
basciatore di  Francia.  11  duca  di  Caslro- 
pìgnano  solo  restò  in  città  per  comando 
del  re,  onde  tentare  se  a  tanto  disastro 
polevasi  porre  argine.  Il  re  quindi  con 
forte  animo  si  avanzò  all'ala  destra  ,  e- 
sortò  i  soldati  alla  pugna  e  comandò  da 


i\  V  E  L 

esperli<isimo  capilauo.Cli  austriarl  ppi  3 
diverse  vie  tlirainniulosi  per  Vellelri  vi 
cagionai onn  lenoi e,  confusione,  sfraj^e  e 
incendii  intlescrivibili,col  ferro  e  col  fuo- 
co uccidendo  quanti  incontravano;  e  a- 
perte  le  case  de'paciflci  cittadini,  crudel- 
mente le  saccheggiarono,  ammazzando  e 
imprigionando  quanti  spagnuoJi  e  napo- 
letani vi  trovarono.  I  palazzi  ove  allog- 
giavano i  capi  dell'armata  patirono  il  più 
lenibile  sacco;  cioè  quello  del  conte  To- 
ritzzi  albergo  del  duca  di  Modena,  ed  an- 
che incendiato  ,  quello  del  cav.  Gregna 
dimora  dell'ambasciatore  di  Francia,  e 
quello  del  cav.  Dazi  abitazione  del  conte 
Gagespiù  degli  altri  spoglialo.  Intanlofu 
assaltato  il  monte  Artemisio,  colla  disper- 
sione degli  spagnnoli.  Allora  il  re,  Gages 
e  gli  altri  capitani  tanto  si  adoperarono, 
che  radunata  la  truppa  sconvolta  eriani- 
mata  al  combattimento,  specialmente  dal 
valoroso  e  intrepido  Castropignano,s'iu»- 
pegno  in  grande  zufl'a  e  con  tanta  strage 
che  vi  perirono  alcuni  primari  ufiiziali, 
fraVjuali  il  prode  Francesco  de  Croy  con- 
te di  Ceaufort,  che  fu  poi  sepolto  con  o- 
norevole  epitaffio  nella  chiesa  di  s.  Gio. 
Battista.  Merttre  col  più  accanito  furore 
rombattevasi  per  le  piazze  e  le  vie  di  Vel- 
lelri ,  quando  gli  austriaci  si  credevano 
ormai  padroni  della  città,  affrontali  con 
tanto  coraggio  furono  compresi  da  tale 
terrore,  che  credendosi  circondali  da'ne- 
mici,  geliate  l'armi  si  dierono  alla  fuga, 
e  perirono  dalie  balze  da  cui  precipita- 
vansi.  1  uapolispani  uccisero  più  della  3." 
parte  de'  nemici,  e  guidali  dal  Gages  ri- 
conquistarono I'  Artemisio  e  inseguirono 
i  fiiggenli.  Mentre  l'infelice  Velletri  era 
in  preda  al  furore  e  al  disordine,  il  duca 
di  Caslropignano,  che  il  re  avea  lascialo  a 
suo  presidio,  con  gran  valore  dispose  le 
sue  truppe  in  3  colonne  per  far  fronte  al 
nemico,  e  dopo  reciproca  strage  l'arreslò 
in  modo  che  fu  compiutamente  sbaraglia- 
to da'  valloni  e  fìnunninghi  furenti  pei" 
la  morie  del  capitano  loro  conte  dì  Beau- 
fori.  Così  Ycllelri  nella  massima  desola- 


VE  L 

zione,  inondato  di  sangue  ,  per  la  felice 
difesa  del  duca  di  Caslropignano  reslì 
sgr)mbro  da'nemici.  Il  re  ordinò  il  riposai 
de'  soldati,  che  aveano  combattuto  dal» 
l'albeggiare  (hio  all'ora  g."",  obbligando! 
possidenti  veliterni  a  somministrare  cia- 
scuno un  uomo  e  togliere  a  loro  spese  ^ 
cadaveri  dalle  strade;  e  chiamale  altn 
truppe  dagli  Abruzzi,  rese  fortissimi  tuU 
ti  i  punti  della  città.  Ali.°di  novembi 
Lol)kwovilzalzòil  campoesi  tolse  aliavi 
sta  di  Vellelri  dirigendosi  verso  Rom« 
ed  il  re  fece  marciare  1'  esercito  a  inse-' 
guirlo  sotto  il  comando  del  duca  di  Mo< 
dena  e  del  conte  Gages.  Il  re  dopo  avei 
visitato  Benedetto  XI V  ,  tornò  a  Napoli 
Si  gli  austriaci  come  i  napolispani  stima 
ronsi  vincitori  in  Vellelri,  raa  de'prit 
ne  morirono  l'joo,  ede'secondi  4ooo.  la 
Velletri  poi,  dopo  tanti  e  sì  gravi  danni, 
ammorbata  l'aria,  scoppiò  una  specie  di 
pestilenza;  e  la  popolazione  ne  restò  deci- 
mata, avendovi  contribuito  i  patimenti  e 
spaventi  sofferti,  che  alterò  la  complessio- 
ne di  tulli,  in  tutto  il  1744 '"'*''' ''0"°'  '4'^ 
cittadini.  La  città  deformata,  i  campi  e  le 
vigne  devastate,  tutto  presentando  rovi- 
na; i  cadaveri  mal  seppelliti  cagionando 
infezione,   da  Roma  fu  spedito  a  presie- 
dere allo  spurgo  della  città  mg."  Alessan- 
dro Clarelli,  con  200  uomini  e  un  gran 
numero  di  cairellieri. Quando  i  veliterni 
credevano  d'esser  liberi  da  tanti  disastri, 
a' 12  novembre  videro  entrare  nelle  loro 
mura  altre  milizie  spedite  da  Napoli  pel 
campo  di  Viterbo,  e  fra  malati  e  conva- 
lescenti napolispani  contavansi  4ooo  sol- 
dati.Il  Dauco  corregge  diversi  abbagli  del- 
lo storico  Beccalini,  fra'quali  che  gli  au- 
striaci saccheggiarono  il  palazzo  Ginnet- 
ti, residenza  del  re,  mentre  il  Bonamici 
nulla  ne  scrisse;  uè  il  Novaes  poteva  dire 
che  r  uilitore  Braschi  salvò  le  carie  della 
cancelleria  napoletana,  per  cui  il  regliene 
restò  gratissimo,  perchè  se  vi  fossero  per- 
venutigli austriaci,  tal  preda  non  sareb- 
be loro  sfuggita,  come  fece  il  marchese 
Novali  nel  palazzo  Toruzzi,  raa  che  nel- 


VEL 

rimpndronlrsidellefarle  del  Juca  Ji  Mo- 
dena restò  prigioniero.  Osserva  Banco, 
the  se  gli  austriaci  non  si  abbandonava» 
□ocon  avidità  al  bottino,  l'innocente  Vel* 
letri  non  sarebbe  andata  esente  dall'ulti- 
inoesterniinio,  ed  essi  sarebbero  stali  vin- 
citori, perdendo  il  tenipoa  commettere  il 
deplorabile  spoglio  de'  pacifìci  cittadini. 
11  cardinal  Ptuifo  volendo  sempre  più  ri' 
stringere  l'autorità  de'magistrati,  emanò 
una  legge  che  loro  vietava  la  pubblica- 
zione de'bandi  concernenti  la  polizia  e  il 
regolamento  della  città;  ma  conosciuti 
gli  statuti  e  i  privilegi  concessi  da' Papi, 
si  quietò,  e  i  conservatori  restarono  ne* 
loro  diritti.  Nel  1 7^2  si  ristamparono  ia 
\eì'\U\s,Statuta  Cwitatis  Felitcrnae.Mo- 
ri  il  cardinale  a' 16  febbraio  1  ySSoi  754, 
di  90  anni  non  compiti,  ed  a'9  aprile  gli 
successe  il  cardinal  Pietro  Luigi  Caratla. 
Decesso  a' 1  Sdicembre  1  755,a'i2  gennaio 
1756  ne  occupò  il  luogo  il  cardinal  Ranie- 
roDelci.  F'ra'veliterni  illustri  si  devono  en- 
comiare i  segueuti,  e  pel  i.°un  gran  ser- 
ico di  Dio,  religioso  francescano.  Dissi  già 
più  sopra  che  fu  introdotta  la  causa  per 
la  beatificazione,  ed  è  a  buon  termine, 
onde  sperasi  in  breve  tempo  di  venerarlo 
sugli  altari,  del  ven.  p.  Filippi  Visi  veli- 
terno,  de'minori  osservanti  di  Cori,  nato 
da  una  Banco,  alla  cui  morie  Dio  operò 
prodigi  per  esaltare  il  suo  servo,  riposan- 
do il  suo  corpo  nella  chiesa  di  s.  Maria 
d'  Araceli  di  Roma.  Ivi  fu  pubblicata  la 
sua  l  ita  neh  844-  Francesco  Filippi  sa- 
cerdote della  congregazione  della  missio- 
ne di  santa  vita,  la  quale  scrisse  il  p.  Ve- 
raci sculopo:  la  sua  famiglia  originaria  di 
Firenze,  si  stabilì  in  Velletri  nel  1028  e 
fu  ascritta  fra  le  nobili.  Gìo.  Carlo  An- 
tonelli  giuniore  da  uditore  della  nunzia- 
tura di  Colonia  divenne  inlernunzio  e 
governatore  del  principato  di  Massera- 
110  {J-^ ■),  e  poi  anche  in  Tiliole,  Cisterna 
e  Mortaiifìa  nel  Piemonte,  altri  luoghi 
della  s.  Sede.  Da  Benedetto  XIV  fu  di- 
chiaratone! I  7S2  vescovo  di  Diocliaesuf- 
fiaganeodi  VtlIelri.PubblÌLÒ  alcune  pio» 


VEL  I  ^ 

duzioni  ,  e  con  due  dotte  e  vohiminose 
scritture  si  studiò  di  provare  e  sostenere 
l'antico  privilegio  de'veliterni  di  potersi 
eleggere  i  due  rettori  e  il  giudice,  nella 
morte  del  cardinal  governatore.  Eccone 
il  titolo  che  ricavo  dal  Ranghiasci.  Ra- 
gionamento fatto  da  un  nobile  cittadino 
di  J^elletri  a  favore  della  sua  patria  in 
occasione  della  bolla  (Ad  Populorum) 
pubblicata  da  Benedetto  XIV  il  d^t  1  .** 
aprileij/iS,  nella  quale  si  provK'ede  al 
governo  delle  città  e  de  luoghi  dello  sta- 
to pontificio  in  morte  decloro  governato- 
ri. In  Velletri  pel  Sartori,  Fu  ili."  ditta- 
tore della  società  Volsca,  e  nel  t.  2  de'sùoi 
Attia  p.  265  vi  è  V Elogio  scrittodal  cav. 
Cardinali.  In  esso  si  tratta  delle  sue  pro- 
duzioni,ed  ancora  i]e\Ragionamento  pu!> 
blicato  nel  i  74^,  e  dell'altra  dimostrazio- 
ne pureanonima  pubblicala  dopo  la  prov- 
visione di  Clemente  XI li  (incoi  mi  di- 
spiace leggere  qualificala  la  sua  pontificia 
adesione  ad  essa  colle  parole:  ecclesiasti- 
cità  bonaria!),  de'25  giugno  1759  (cioè 
la  bolla  Inter  multiplices,  presso  i\  Bull. 
Boni,  cont.t.  1  ,p.  2o5:  Interdiciturelpro- 
hibetiirne  in  Ecclesiastica  Dilione,post 
obilutn  Romani  PontiJicis,extraordina- 
rii  Magistratus,  ani  milituni  Dnces  eli- 
gantur,  ncque  milites  conscribi possint; 
idque  adcivilalem  Velitrarum  exlendi- 
tur,  decedente  Cardinali  Decano),  onde 
provvedere  al  governo  delle  città  e  luo- 
ghi dello  sfato  nella  vacanza  della  Sede 
apostolica.  »  Non  istetle  già  muto  il  no- 
stro comune.  Mg."  Antonelli  ebbe  facile 
e  piana  la  via  a  dimostrare  che  quella 
provvisione  non  poteva  mai  applicarsi  a 
Velletri,  quando  in  Sede  vacante  nessu' 
na  mutazione  si  faceva  presso  di  noi,  do- 
ve il  cardinal  vescovo  continuava  dal  con- 
clave a  disporre  quelle  cose  che  al  gover- 
no si  appartenevano.  Questa  era  una  e- 
videnza.  Bisogna  dunque  trovar  modo  di 
chiudergli  la  bocca  (cioè a'coui ponenti  la 
Corte  di  Roma  ,  del  qual  vocabolo  an- 
che nel  voi.  LXIII,  p.  i53  ne  ragionai). 
Fecero  una  giunta  alla  provvisioue  (di  Be- 


i6  VEL 

nedoUo  XIV),  acciò  quello  che  si  dispo- 
neva doversi  operaie  nello  stalo  alla  mor- 
te dei  Papa,  avesse  a  operarsi  a  Yellelri 
olla  morie  del  vescovo.  Così  tagliavasì  il 
«odo  nel  quale  lo  Anlonelli  li  aveva  av- 
volli,  e  che  non  potevasi  distrigare  ".  il 
Pauco  parlando  della  bolla  di  Clemente 
XI 1 1,  dice  clie  proibisce  alcune  costnman- 
te  delle  città  e  de'Iuoghi  dello  stalo  eccle- 
siastico nella  morte  del  Papa;  proibizione 
che  si  eslese  anche  alla  città  di  Velletri 
pel  diritto  che  esercitava,  vacando  la  sua 
sede  vescovile,  a  mezzo  del  magistrato  e 
dei  pubblico  consiglio,ed  anche  nella  mor- 
ie o  partenza  del  podestà,  di  eleggere  due 
lettori  e  un  giudice  cittadini,  che  assume- 
vano il  comando  e  governo  assoluto  del- 
la città,  sino  all'elezione  e  al  possesso  o 
del  nuovo  cardinal  vescovo  governatore 
o  del  nuovo  podestà.  Tale  elezione  ed  e- 
sercizio  di  giurisdizione  de' rettori  e  del 
giudice  cominciò  nel  i5i  3  e  finì  neh  755, 
poiché  dopo  la  detta  bolla  non  ebbe  più 
luogo;  e  siccome  veniva  considerata  da' 
veliterni  un  memorabile  avanzo  di  anti- 
ca libertà  restata  al  popolo,  così  il  Bau- 
co  riportò  l'elenco  di  que'cittadini  chee- 
sercilarono  carica  si  onorifica  con  giuris- 
dizione assoluta  nel  comando,  nel  detto 
spazio  di  tempo.  Fra  gli  elogi  de'più  illu- 
stri cittadini,  si  legge  scolpito  in  marmo 
quello  di  Gio.  Carlo  Anlonelli,  nel  por- 
tico superiore  del  palazzo  pubblico.  Nar- 
ra il  Novaes  nella  Stona  dì  Clemente 
XIII,  che  nel  1761  continuando  i  malvi- 
venti ad  infestare  molti  luoghi  dello  sta- 
to ecclesiastico,  principalmente  le  provin- 
cie  di  Alarittima  e  Campagna,  fino  alle 
vicinanze  di  Roma,  con  grande  spavento 
e  pericolo  di  que'popoli,  il  Papa  risoluto 
di  rendere  a  questi  la  quiete  coll'estirpa- 
re  quelli  onninamente,  con  un  bando  del 
cardinal  Torregiani  segretario  di  slato  de* 
18  agosto,  ordinò  l'intera  osservanza  de* 
precedenti  bandi  e  bolle,  precipuamen- 
te quella  di  Sisto  V;  ed  inoltre  comandò 
per  la  totale  estirpazione  loro,  si  dasse  il 
&cg(io  col  suono  delle  campane  all'  armi, 


V  E  L 

colla  riunione  delle  milizie,  incaricandj 
lutti  i  governatori  a  perseguitarli  e  cai 
cerarli,  sparando  anco  control  medesimi 
fino  ad  ucciderli  impunemente.  Già  a'aj 
giugno  dello  slesso  1 76 1  era  morto  il  cai 
dinal  Delci,  ed  a'i3  luglio  gli  era  succe^ 
duto  il  cardinal  Giuseppe  Spinelli, Iraslalo 
da  Porto  e  s.  Ruffioa,e  rinunziato  1'  ar- 
civescovato di  Napoli.  Questo  cardinale 
a'2  gennaio  1763  pubblicò  alcune  rifor- 
me concernenti  i  tribunali  di  Velletri.  Fu 
il  di  lui  governo  sì  nell'  aramioistralivo, 
come  nel  giudiziario  esattissimo.  Era  tal- 
mente rigoroso  nella  giustizia,  che  al  mag- 
gior segno  tenne  a  freno  i  delitti.  Lasciò 
tanto  nome  e  rispello  per  la  sua  giusti- 
zia, che  ne' governi  posteriori,  accaden- 
do qualche  misfatto,  correva  per  la  boc- 
ca del  popolo  questa  esclamazione:  Oh 
Spinelli!  Giunse  a  segno  tale  la  di  lui  in- 
tegrità, che  proibì  a'suoi  famigliari  di  an- 
dare mendicando  le  mancie  \)eì'  Velletri 
e  sua  diocesi  nel  Nàtale  e  nell'agosto.  Mo- 
rì questo  celebre  porporato  a'  2  aprile 
1763  ,  con  rammarico  di  tulli  i  buoni 
ciltadmi.  A'i6  maggio  e  traslato  da  Al- 
bano prese  le  redini  del  vescovato  e  go- 
verno il  cardinal  Carlo  Alberto  Guidobo- 
no  Cavalchini  decano.  Non  rallentò  egli 
punto  il  rigore  della  giustizia  esercitata 
dal  predecessore.Fece  eseguire  la  condan- 
na all'ultimo  supplizio  data  contro  alcu- 
ni malfattori,  il  che  servì  a  frenare  mag- 
giormente i  delitti ,  né  minore  fu  la  di 
luì  diligenza  e  vigilanza  nell'amministra- 
zione pubblica. Sotto  di  lui,  trovo  ne\Bnll. 
Ron7.  coni.  t.  3,  p.  1 1 5,  che  Clemente  XI 1 1 
emanò  il  breve  Sincera  Jideifàei  apri- 
le 1765:  Numerus  Consiliarioriun  civi- 
tatis  Veletri  ex  sexaginta  ad  qnadra- 
gìnta  reduci  tur,  nec  non  tempus  exerci- 
iii  Magistraturae  de  trimestre  ad  qua- 
drimestre  prorogatur.  Insorte  contro- 
versie fra  il  cardinal  decano  e  la  Con- 
gregazìone  cardinalizia  del  Buon  Gover- 
720,  in  materia  di  giurisdizione  sulla  comu- 
nità di  Velletri,  Clemente  XIII  per  deci- 
dere la  logione  delle  due  parti  avea  de- 


V  EL 

pillalo  nnn  paiiicolare  congregazione  «li 
()  cardini) li  coH'ucliloi'c  del  Papa  per  se- 
grelario.  Questa  vertenza  finalmente  fu 
risoluta  sotto  Clemente  XIV  a'  22  feb- 
braio 1  744^  favore  del  buongoverno:  ma 
il  Papa  in  riguardo  a'meritì  personali  del 
vecchio  cardinal  Cavalchini  attuale  go- 
vernatore »li  Velletri  sospese  1'  esecuzio- 
ne della  sentenza  finché  questi  vivesse. 
IVIorlo  poco  dopo  il  cardinale  a'7  marzo 
1774,  ne  il  cardinal  Gio.  Francesco  Al- 
bani vescovo  di  Porto  e  s.  Ruflina  dive- 
lluto decano,  né  il  cardinal  Enrico  Bene- 
detto M.' Clemente  duca  di  York  vesco- 
vo di  Fra'*cati  divenuto  sotto- decano,  vol- 
lero oliare  a'vescovati  d'Ostia  e  Velletri, 
per  cagione  della  lolla  giurisdizione  tem- 
porale, onde  passò  a  leggere  queste  chie- 
se a'  18  aprile  il  cardinal  Fabrizio  Ser- 
belloni  traslalo  da  Albano,  giusto,  carita- 
tevole e  munifico.  Ebbe  però  governo  bre- 
vissimo, essendo  morto  a'7  ovvero  come 
registrano  le  Notizie  di  Roma  l'S  dicem- 
bre 1775,  (juando  però  già  Pio  VI  col  bre- 
ve Lt  primuin,  de' 18  novembre  1775, 
Bidl.  Roììi.  coni.  t.  5,  p.i  65:  Confiriiia- 
tio  omnium,  clsingulorumprivilegioruni 
Emincntissimi  Episcopi  Ostiensis  et  Fé- 
lileniensis  super  privativa  ejusjurisdi- 
elione  indictis  CivilatibuSytam  in  civili- 
husy  criminalibns  et  oeconomicis,  exclit- 
sive  ad  quaecuinque  trihunalia  Urbis, 
etiant  congrega  lionis  ad  considtanda 
pontijiciae  ditionis  negocia  designatae, 
et  reintegratio  j'urisdictionis  privativae 
prò  omnibus  oeconomicis  communi  la  tis 
rdilrarum  exclusive  ad  sac.  Congre- 
gationeni  Boni  Reginiinis.  In  tal  modo 
il  cambiamenlo  di  governo  di  Velletri  fu 
di  breve  durala,  per  avere  Pio  VI  annul- 
lala l'anteriore  sentenza  e  ristabilita  nel 
cardinal  decano  la  giurisdizione  privali- 
va.L'accademia  Velilerna  a  vea  fatto  |)lau- 
so  all'esaltazione  di  Pio  VI  col  libro:  Giu- 
bilo della  Società  letteraria  Folsca  per 
l'esaltazione  di  Pio  /^/,  Velletri  1775. 
Piaccpie  osservare  al  Dauco,  che  due  Pa- 
pi convenluali  toUcrolagiurisdizioaelem- 


VEL  17 

poraledi  Velletri  al  cardinal  decano,  Si- 
sto V  e  Clemente  XIV,  achei  due  car- 
dinali che  senza  di  essa  subentrarono  a 
reggere  la  chiesa  veliterna,  e  per  breve 
ten)|)0,  furono  Gio.  Antonio  e  Fabrizio 
Serbelloni  milanesi  d'una  stessa  famiglia. 
Essendo  morto  il  cardinal  Fabrizio,  a' 
18  dicembre  I  775  divenne  vescovo  e  go- 
vernatoredi Velletri  il  cardinalGio. Fran- 
cesco Albani.  Il  principio  del  suo  gover- 
no fu  lodevole;  ma  in  seguito  fu  di  tali  e 
s^i  gravi  pregiudizi,  che  ancora  può  dirsi 
che  i  cittadini  ne  risentano  i  danni,  come 
si  esprime  lo  storico  veliterno  Dauco.  Non 
ostante  lo  loda  come  vescovo,  qual  per- 
sonaggio di  gran  senno,  assai  pralico  de 
maneggi  della  corte,  e  di  animo  inclinato 
alla  clemenza.  Il  cardinale  a'  6  settem- 
bre 1777  emanò  una  giuridica  istruzio- 
ne sulla  cumulativa, cioè  che  le  cause  pu- 
ramente laicali  potessero  Irallaisi  avan- 
ti il  suo  vicario  generale  re  integra,  sen- 
za che  la  curia  laicale  avesse  diritto  d'im- 
pedire questa  giurisdizione  fra  1'  una  e 
r  altra  curia,  si  dovesse  appellare  o  a- 
vanli  allo  stesso  cardinale,  o  al  suo  udi- 
tore di  camera,  o  al  suo  uditore  gene- 
rale, per  ottenere  la  circoscrizione  de- 
gli atti.  Pio  VI  volendo  emulare  1' au- 
lica magnificenza  romana  pensò  d'apri- 
re nuove  strade  consolari,  per  rendere 
più  facile  la  comunicazione  co'  regni  e 
cogli  stali  limitrofi,  e  peragevolare  mag- 
giormente il  commercio,  nel  1779  ordi- 
nò che  si  abbandonasse  la  vecchia  strada 
che  da  Roma  conduceva  a  Napoli  pas- 
sando per  Marino,  e  per  la  macchia  del- 
la Faggiola  o  Fajola  sempre  favorevole 
asilo  de'  malviventi, e  per  Velletri, quin- 
di si  riprendesse  il  corso  della  via  Appia. 
Conoscendosi  da'  veliterni  il  grave  dan- 
no, che  da  questo  cambiamento  deriva- 
va al  loro  commercio,  restando  la  loro 
patria  dislaccala  dalla  viaconsolare,  sup- 
plicarono il  Papa  a  non  permettere  che 
Velletri  avesse  questo  pregiudizioje  qua- 
lora loro  accordasse  la  grazia  richiesta, 
dall'erarìocomuDale  sarebbe  fatta  la  spe- 


VCL.  xc. 


L      fi      / 


^ 


i8  V  E  L 

sa  (.li  quel  trailo  di  strada,  che  la  disine- 
cavadairiicceniiata  viaAppia  sino  alla  lo- 
ro cillìi.  Il  l'apa  esaudì  i  voti  de'  veliler- 
nijche  erogarono  a  tal  uopo  più  di5o,ooo 
scudi,  e  posero  marmorea  iscrizione  sul- 
la spianala  del  ponte  Ros«o,  in  parie  poi 
spezzala  da'  repubblicani  del  1798.  Nel 
pontificato  di  Cletnente  Xlli  erasi  slabi- 
litodi  piantare  la  selva  detta  del  Comune, 
e  porla  a  coltivazione  di  vigneti  collannuo 
canone  di  paoli  84  il  rubbio;  in  quello  di 
Pio  VI  si  elFettuò,  e  così  fu  nutnenlata  la 
rendita  pubblica  eia  privata  per  la  quan- 
tità di  vino  che  vi  si  raccoglie.  Avendo 
l'io  VI  intrapresala  gigantesca  disecca- 
zione  e  bonificazione  delle  Paludi  Pon- 
tine (/'.),  di  persona  volle  recarsi  nel  i  780 
a  vederne  i  grandiosi  lavori.  A'  6  aprile 
si  pose  in  viaggio  con  pochi  di  sua  corte, 
giinise  in  Vellelri  tra  le  somme  dimo- 
strazioni di  gioia  e  di  venerazione  di  tut- 
ta la  popolazione.  Scese  al  pubblico  pa- 
lazzo e  prese  alloggio  all'  appartauiento 
superiore  del  cardinal  vescovo  governa- 
tore,per  quanto  raccontai  superiormente, 
da  lui  trattato  con  nobile  magnificenza. 
Vi  dimorò  quasi  due  giorni,  ammise  al 
baciodel  piede  tutto  il  clero,  la  magistra- 
tura e  la  nobiltà,  ed  ebl)e  in  dono  dalla 
cillà  un  (piadro  di  Giulio  Romano  rap- 
presentante l'Adorazione de'ss.  RelMagi, 
allorché  si  recò  a  onorare  le  camere  de' 
conservatori.  Celebiò  la  messa  nella  cat- 
tedrale, cioè  nell'altare  della  Madonna 
delle  Grazie,  e  lasciò  in  dono  a  quella 
chiesa  un  ricco  calice  cuna  gran  pisside 
d'eccellente  lavoro,  auibo  d'argento  do- 
rato. L'8  partì  per  Terraciiia  (1  .),o\e 
si  trattenne  fino  a'  20.  Pio  VI  quasi  in 
lutti  gli  anni  del  suo  pontificato,  cioè  in 
quelli  notati  ne'  citati  orticoli,  portava- 
si verso  il  fine  d'aprilee  nel  uiese  ili  mag- 
gio a  Terracina,  confine  dello  stato  e  fin 
dove  giunge  la  nuova  linea  di  strada  ila 
lui  falla;  vi  si  tratteneva  a  diporto  e  per 
incoraggiare  le  lavorazioni  dell'asciuga- 
mento per  i5o  20  giorni; quindi  sia  nel- 
l'andare e  sìa  uel   ritorno  lralt{incvasi  in 


V  E  L 

Vellelri  nella  visita  della  cattedrali.',  do- 
ve veniva  ricevuto  con  profonda  vene- 
razione dal  vescovo  sulFraganeo,  da  lut- 
to il  clero.,  dalla  magistratiu-a  e  dalla 
nobiltà,  e  dopo  qualche  oin  di  tralleni- 
mento  nel  palazzo  pubblico,  prendendo 
un  ristoro  dal  cardinal  decano,  prose- 
guiva il  suo  viaggio.  Altra  fermata  face- 
va in  Albano  nell'episcopio,  ivi  pure  vi- 
sitando la  cattedrale.  In  sostanza,  tranne 
il  1782,  vi  si  recò  ogni  anno  fino  e  inclu- 
sive al  1796,  onde  è  agevole  leggere  i 
particolari  de'  ricevimenti,  brevi  tratle- 
nimenti  e  passaggi  per  Vellelri,  ne'  Dia- 
ri di  Roma  all'indicale  epoche.  Fioriva 
in  questo  tempo  1'  eccellente  architetto 
veliterno  Nicola  Giansimoni,  di  cui  [)iìi 
volte  dovetti  parlare  con  lode,  Nel  1789 
Pio  VI  rallegrò  i  veliterni  per  la  promo- 
zione al  cardinalato  del  celebie  concitta- 
dino Stefano  Borgia  (^.),  di  cui  e  delle 
sue  opere  ragionai  in  tanti  articoli,  che 
pegli  argomenti  che  trattò  ne  usai  van- 
taggiosamente; dotto,  eruditissimo  e  ze- 
lante porporato.  I  veliterni  ringraziaro- 
no il  Papa  pertanto  onore,  donarono  al 
cardinale  3, 000  scudi  e  fecero  pubbli- 
che feste  per  3  giorni.  Formò  1*  animi- 
razione  de'  letterati,  di  cui  era  il  mece- 
nate e  l'amico  ;  e  lo  celebrai  in  principio 
di  quest'articolo.  Alcuni  sediziosi  del  bas- 
so popolo,profillando  della  troppa  liber- 
tà che  regnava  in  Vellelri  pel  mal  go- 
verno, vollero  tentare  una  rivolta  contro 
i  priori,  il  vice-governatore  e  la  nobiltà, 
forse  coll'inlenzione  di  rubare  e  saccheg- 
giar le  case  de'  possidenti  più  ricchi.  Ne 
fu  capo  Francesco  Ferrante,dello  il  Conte 
Spacca;  ma  con  100  birri  venuti  dalioma, 
e  con  arresti  si  rimediò  a  tempo,  non  sen- 
za notabile  dispendio  del  comune.  Io  ora 
non  posso  tener  dietro  al  can.  Rauco  nel 
narrare  gli  straordinari  e  deplorabili  av- 
venimenti, con  minuziosi  particolari  im- 
portanti alla  storia  urbana,  che  comin- 
ciarono nell'infausto  1798  anche  in  Vel- 
lelri, i  quali  egli  a  ragione  dice  sem- 
brano incredibili,  e  forse  ne'  futuri  seco- 


V  E  L 

li  saranno  piesi  per  invenzioni,  menlre 
sono  lulte  inconlrastubili  veiitù  acca- 
ilule  sotto  i  suoi  ocelli.  Di  e^si  e  de' po- 
steriori tui  limiterò  a  un  fugace  cenno, 
iJd[)puicliè  pel  grande  della  storia  dello 
sialo  papale,  di  sua  Soi'ranilà  e  di  Ro- 
ma, in  quegli  articoli  e  ne'  relativi  ne 
tenni  proposito.  Abbiamo  poi  di  P.  Pel- 
lisseri:  Quadro  storico  degli  av^'enìmeii' 
li  più  interessanti  accaduti  nella  città 
di  Velie  tri,  e  nelle  provincie  di  Campa- 
gna e  Marittima  dall'  anno  1798  al 
1 799,  Vellelri  i  800.  Dopoché  nel  regno 
di  Francia[f'.)  si  suscitò  il  faiiatisiuo  del- 
la libertà,  che  .scosse  il  giogo  monarchi- 
co, e  tentò  d'abbattere  ani:he  l'aliare,  si 
rienjpì  quella  già  florida  regione  d'orro- 
re, di  disordine,  d'ogni  scelleratezza.  Non 
si  ristette  il  fanatico  pregiudizio  del  libe- 
ralismo entro  i  confini  della  Francia,  n)a 
qual  torrente  impetuoso ,sorraontate  l'Al- 
pi, inondò  quasi  tutta  l'Italia,  portando 
in  trionfo  il  libertinaggio  e  l'irieligione, 
insegnando  la  ribt^llionc  a'  legittimi  so- 
vraui.  Invaso  lo  stato  pontifìcio  da'  re- 
pubblicani francesi,  ad  onta  del  fatale 
tiattato  di  Tolentino  (^.),  Roma  1'  i  i 
febbraio  1798  fu  occupata  dal  general 
Berthier,  a'  i5  venne  promulgata  la  re- 
pubblica Romana  o  Tiberina,  innalzato 
l'albero  della  libertà  in  Campidoglio,  ed 
a'  20  il  detronizzato  Pio  f  J  {V.)  fu 
strappato  dal  Vaticano,  e  deportato  in 
Francia  gloriosamente  morì  in  Valenza 
{V.).  Saputisi  da'velilerni  i  primi  lagri- 
me voli  casi  di  Ruma  e  del  Papa,  ne  re- 
starono costernali  ed  estremamente  com- 
mossi di  spavento,  prevedendo  i  gravi 
disastri  che  loro  sovrastavano.  Anche  in 
Vellelri  non  mancarono  democratici,  ma 
pochi,  fra' quali  un  cattivo  ecclesiastico 
romano  ivi  domiciliato,  che  aderente  al- 
la setta  ebbe  ordine  dal  general  Rerthier 
di  democratizzar  la  città;  il  che  con  altri 
20  eseguì  a'  1  8  febbraio  piantando  avan- 
ti al  palazzo  pubblico  l'albero  sedicente 
della  libertà,  col  solito  berrettone  rosso, 
die  dicevano  berretta  di  Urulo,  e  con 


VEL  19 

due  bandiere  tricolori.  Allora  prezzola- 
li gridarono,  finito  il  dispotismo  de'  pre- 
potenti, morte  a'tiranni,  abbasso  gli  a- 
ristocratici.  Indi  fu  saccheggiato  l'appar- 
tamento vescovile,  e  si  elessero  alcune 
cariche  di  polizia  per  regolare  provvi- 
soriamente la  città,  i  capi  della  guar- 
dia nazionale,  ed  a  tutti  fu  imposta  la 
coccaida  tricolore.  Si  suscitava  una  con- 
traria fazione,  quando  comparvero  in 
città  5o  dragoni  francesi  col  comandan- 
te di  piazza  e  vari  udìziali.  A'24  si  eles- 
sero i  consoli  provvisori,  ed  i  giudici  ci- 
vile e  criminale.  Per  false  voci  di  Ro- 
ma a' 26  si  commossero  i  popoli  vici- 
ni e  i  veliterni  contro  i  france.si,  i  quali 
prontamente  fuggirono.  Armatisi  gì'  in- 
sorti, in  numero  d' 870  intrepidi  mar- 
ciarono contro  i  francesi  di  Roma,  ma 
tosto  si  sciolsero  per  via.  I  francesi  inte- 
sa l'insurrezione,  in  numero  di  2600  e 
condotti  dal  general  iVIurat  si  diressero 
a  Castel  Gandolfo,  adronlati  da' riuni- 
ti veliterni  ;  i  quali  conosciuta  la  supe- 
riorità del  necnico,  dopo  combattimento 
si  dierono  alla  fuga,  inutihnente  volen- 
dola impedire  i  marinesi  loro  antagoni- 
sti. Pochi  incauti  rifugiatisi  nel  palazzo 
apostolico.  Murai  fece  aprire  il  portone 
col  cannone,  e  dopo  vigorosa  difesa  furo- 
no tutti  tagliati  a  pezzi.  La  desolazione 
tosto  si  sparse  in  Vellelri  dal  suono  del- 
le campane  della  cattedrale,  della  torre 
di  s.  Maria  del  Trivio  e  del  palazzo  pub- 
blico, che  chiamarono  all'armi;  lutti  fra* 
pianti  e  i  lamenti  non  pensando  che  a  met- 
tere in  salvo  la  vita  e  le  sostanze  nelle  vi- 
gne, ne'boschi  e  ne' paesi  convicini,i quali 
furono  larghi  d'ospitalità  per  più  giorni, 
specialmente  Cori.  Murai  sceso  in  Alba- 
no, lo  saccheggiarono  i  soldati;  e  giunto  in 
Velletri  ilr.°  marzo  la  trovò  vuota  d'abi- 
tanti, tranne  pochi  animosi  restati  a  cu- 
stodire le  case.  Preso  alloggio  nella  casa 
Borgia,  fu  scongiuralo  a  ritirare  l'ordine 
del  saccheggio  di  6  ore  e  di  atterrare  la 
parte  inferiore  della  città,  da'cav.  Gio. 
Paolo  Borgia  e  Paolo  Toiuzzi, che  ria- 


ao  V  E  L 

scìi  0110  a  plncai  lo.  Pei  ò  volle  In  multa  <li 
4ooo  scodi,  e  che  in  leiniine  ili  12  ore 
tulli  i  cittadini  tornassero  alle  loro  case 
sotto  pena  della  confisca  de'  beni.  Parti- 
to Murai  nel  dì  seguente,  i  velilernico- 
ininciarcnoa  ripalriure,  esi  contjbbe  die 
87  erano  stati  uccisi  e  5o  feriti;  mentre 
i  francesi  ebbero  664  morti  sul  campo, 
182  feriti  e  4o  cavalli  uccisi.  Passali  4 
giorni  venne  una  guarnigione  di  5oo  fran- 
cesi, ed  i  patriotti  ripiantarono  gli  alberi 
della  libertà  nelle  piazze  del  Comune,  del 
Piano  e  del  Trivio.  Si  abolirono  lulli  i  ti- 
toli d'onore,  tulli  dovendo  chiamarsi  cit- 
tadini ;  si  distrussero  gli  stemmi  gentilizi 
e  l'iscrizioni  lapidarie,  e  atleirala  la  cele- 
bre statua  d'Urbano  Vili,  Ira'viluperii 
della  rabbia  repubblicana,  non  polen- 
dosi spezzare  venne  fusa  col  fuoco  e  ven- 
duto il  metallo  a  prezzo  vilissimo.  Ope- 
ralo il  disarmamento,  si  fucilarono  4 
coujplici  della  rivoluzione.  Disciolto  il 
consolato  provvisorio,  si  (ormò  la  muni- 
cipalità di  7  edili  compreso  il  presiden- 
te, del  prefetto  consolare,  del  fpieslore, 
del  segretario  e  dei  conunissariu  di  [>uli- 
zia.  Inoltre  eranvi  un  pretore  con  4  as- 
sessori, uno  scriba  ;  un  presidente  e  un 
prefello  consolare  e  uno  scriba  di  censu- 
ra. A'26  giugno  fu  brucialo  il  libro  dello 
d'oro,  che  conteneva  l'elenco  di  tulle  le 
famiglie  nobili;  e  l'S  luglio  s'obbligaro- 
no gli  ecclesiastici  a  vestir  da  secolari,  e 
montar  la  guardia.  Si  soppressero  i  con- 
venti degli  agostiniani  e  conventuali,  il 
monastero  de'  basiliani,  il  collegio  de'  so- 
U)aschi  e  tutte  le  confralernile.  Toltele 
chiese  furono  spogliale  de'  vasi  sagri  d'ar- 
gento ed  oro,  e  di  altre  suppellellili  pre- 
ziose, ìnclusivamenle  alle  corone  d'  oro 
nel  1682  imposte  dal  capitolo  Valicano 
alia  Aladonna  delle  Grazie  e  al  divin  Fi- 
glio, ed  alla  petliera  di  pietre  preziose. 
Avanzandosi  l'armata  napoletana  per  oc- 
cupare lo  sialo  della  repubblica,  condot- 
ta dal  duca  di  Sassonia,  a'  25  novembre 
entrò  in  Velletri,  essendone  parlili  i  fran- 
cesi co'  giacobini,  per  cui  fra  le  accla- 


V  E  L 

mnzioni  del  popolosi  atterrarono  gli  al- 
beri della  libertà,  e  il  tluca  ripristinò 
l'antico  magistrato;  ma  sì  bella  armatii 
poco  ordinala  e  composta  di  52, 000  sol- 
dati, fu  sbaragliala  a  Civita  Castellana 
da  francesi  e  polacchi;  ed  il  re  Ferdinan- 
do IV  fuggente  da  Uoma  traversò  Velle- 
tii  a'  12  dicembre.  Laonde  a' 17  ilicem- 
bre  cotivenne  fare  rial/are  gli  alberi  del- 
la libertà,  e  nel  dì  seguente  cominciò  il 
passaggio  de'  francesi  per  la  conquista 
di  Napoli,  e  come  gli  aliti  gravoso  per 
gli  alloggi  e  le  forzose  contribuzioni.  Nel 
piecedeiite  luglio,  naira  l'aiinalista  cav. 
Coppi,  la  maggior  parte  delle  provincie 
di  Alarittima  e  Campagna,  allora  for- 
manti il  dipartimento  del  Circeo,  si  sol- 
levarono, e  corsero  all'armi;  furono  tru- 
cidali o  arrestali  quanti  francesi  e  patriot- 
li  si  poterono  raggiungere.  Ne  furono 
cause  immediate  la  soppressione  di  mol- 
li luoghi  pii  e  il  timore  della  militare 
coscrizione.  Prima  però  che  que'sollevati 
potessero  unirsi  e  ordinarsi,  accorsero  da 
Koma  forti  distaccamenti  di  francesi  e  di 
polacchi,  e  sul  fine  dello  stesso  mese  di 
luglio  Ferentino  fu  preso  e  saccheggia- 
to; lo  slesso  accadde  sul  principio  d'ago- 
sto a  Frosinone  ed  a  Terracina,  non  o- 
slante  la  ben  ordinala  e  validissima  di- 
fesa degli  abitanti.  Con  questi  esempi  di 
terrore  la  maggior  parie  degli  altri  luo- 
ghi si  sottomise  senza  combattere.  Colle 
commissioni  militari  furono  quindi  con- 
dannali a  morte  diversi  de' principali  sol- 
levati che  caddero  in  potere  de'  vincito- 
ri. Furono  questi  sconvolgimenti  dello 
stalo  romano  che  misero  in  grande  agi- 
tazione la  corte  di  Napoli.  Quindi  per 
provvedere  a'  propri  interessi  e  non  la- 
sciar penetrare  nelle  sue  provincie  i  ri- 
voltosi, occupò  i  principati  di  Beneven- 
to e  d«  Ponte  Corvo  fin  dall'aprile,  e  più 
tardi  intraprese  la  suddetta  invasione  del 
resto  dello  stalo,  con  infelice  esilo  per  al- 
lora. Ne'  primi  del  1799  fu  ordinalo  in 
Yellelii  l'abbassamento  delle  campane 
delle  chiese  soppresse,  ma  poi  al  ripristi- 


V  E  L 

naiiienlo  del  governo  papale  si  resliUil- 
lono;  segni  orribile  carestia,  ed  i  facol- 
tosi verniero  gravali  di  l'orli  contribuzio- 
ni. Nel  maggio  ri[)a$saroiio  i  francesi  re- 
tliici  dal  regno  ili  Napoli,  dopo  averlo 
bc'iiespoglialo,quindi  cominciarono  a  ve- 
nne nelle  provincie  di  Rlariltima  e  Cam- 
pagna gl'insorgenti  napoletani,  e  ne'pri- 
inì  di  luglio  pure  in  Vellelri  perseguitan- 
do i  giacobini;  però  a'  io  luglio  tornaro- 
no i  francesi  e  ne  uscirono  a'3  i ,  restando 
tlisciulta  la  municipalità  e  abolito  l'  op- 
pressivo governo  democratico.  Il  i.  d'n- 
gosto  un  uilìzìale  napoletano  con  uà 
corpo  d'msorgcnli  e  con  una  truppa  di 
cnlnbresi  monturati,  entrò  in  Velletri  e 
vi  atterrò  gli  alberi  della  libertà;  a'  4  vi 
giimse  il  general  fVodio,  tutti  in  nome  di 
Ferdinando  IV  re  delle  due  Sicilie.  Sa- 
putoci che  dalla  parte  di  Marino,  uniti 
a'marinesi  e  a'palriolti,  i  francesi  si  diri- 
gevano perla  via  diFaggiola  alla  volta  di 
Vellelri  per  sorprenderla;  i  veliterni  suo- 
nata la  campana  airarmi,in  un  baleno  riu- 
nirono un  corpo  di  circa  4ooo, compresi 
gl'insorgenti  ei  Calabi esi, con  diversi  pezzi 
d'artiglieria  recandosi  in  alcune  posizioni 
viuitaggiose.  Informali  di  ciò  i  francesi, 
non  si  avanzarono.  ]Ma  a'2  1  agosto  grave 
fu  il  timore  de'veliterni  in  sentire  Rodio 
disfatto  a  Frascati,  colla  perdila  di  mol- 
la artiglieria  e  del  bagaglio,  preveden- 
dosi iu)mìuenle  una  scorreria  francese, 
onde  ognuno  peusò  a  porsi  in  salvo  co- 
gli eifelli  preziosi,  restando  spopolata  la 
città.  Difutti  i  francesi  da  Rocca  di  Papa 
marciavano  per  Faggiola  per  discendere 
a  Velletri,  se  a'  29  non  entrava  in  Vel- 
lelri il  general  Micbele  Pezza  detto  fra 
Diavolo  con  2600  uomini  di  truppa  in 
massa  e  4  pezzi  di  caimone,  con  gran  con- 
Unto  del  popolo  ritornato.  Il  Pezza  pre- 
se provvide  misure  per  la  difesa,  e  passò 
a  dare  il  guasto  a  Marino,  dov'  eransi 
annidati  i  patriotli  fuggiaschi,  essendo  il 
|)op()l()  allora  del  partito  repubblicano, 
secondo  Hauco.  A'  i5  settembre  Pezza 
parti  da  Vellelri  alla  volta  d'Albano  per 


V  EL  21 

rinfozar  1'  ala  del  principe  di  Rocca  l\o- 
niiina,  e  finalmente  a'  3o  giunse  la  lieta 
novella  che  l'armata  napoletana  era  en- 
trata in  R.oma  contemporaneamente  a- 
gli  austriaci,  in  conseguenza  della  con- 
venzione col  general  Garnier  di  dover 
sgombrare  i  francesi  dallo  stato  romano, 
imbarcandosi  a  Civitavecchia  co'  patriot- 
li.  La  truppa  di  massa  comandala  da 
l'ezza  fu  congedata  a  piccoli  corpi,  che 
disturbarono  e  danneggiarono  Velletri, 
Cori  assai  di  più,  e  così  altri  limitrofi 
luoghi.  Queste  truppe  d'insorgenti  napo- 
letani in  massa  arrolate  dal  cardinal  Fa- 
brizio Riilfo  si  appellarono  della  Santa 
Fede  e  Sanfedisti.  Se  avessero  accoppia- 
to la  moderazione,  l'onestà  e  l'ordine,  e 
cosi  dicasi  degl'  insorgenti  veliterni,  sa- 
rebbero slati  riguardiiti  cornei  più  be- 
nemeriti e  illustri  difensori  della  sovra- 
nità; ma  gli  eccessi  commessi  da  molti  di 
loro  oscurarono  la  gloria  della  beli'  im- 
presa. Per  cui  \ì  vocabolo  Sanfedista 
venne  in  odio  ad  ogni  classe  di  persone; 
talmente  che  nel  dialetto  napoletano /^/r 
Santa  Fede,  il  men  tristo  che  valga  è  ru- 
bare e  rapinare.  A  frenare  i  delitti  degl'in- 
sorgenti, fu  obbligala  la  pubblica  auto- 
rità di  servirsi  del  rigore  e  de'  castighi. 
Adunatosi  il  conclave  in  Venezia  per  da- 
re il  successore  a  Pio  VI.il  cardinal  Al- 
bani pronunziò  il  Discorso  tenuto  nel- 
la cappella  del  conclave  il  d'i  primo  di- 
cemhre  1 7  99  «/  Sagro  Collegio  de'  Car- 
dinali congregato  per  l'elezione  del  fu- 
turo Sommo  Pontefice,  \{.oma  1800.  A' 
(4  marzo  di  cpiesto  fu  eletto  Pio  VII, a 
cui  il  re  Ferdinando  IV  restituì  lo  stato, 
e  il  Papa  nominò  legati  a  latere  a'  32  o 
a'2 3  maggio  i  cardinali  Albani,  Roverella 
e  Della  Somaglia,  per  riceverne  la  conse- 
gna in  Ron)a,  il  che  segui  a' 23  giugno, 
ed  a'  3  luglio  Pio  Vii  vi  fece  il  suo  ingres- 
so. vSubilo  fu  riattivato  l'antico  governo 
in  Vellelri,  e  ne  riprese  le  redini  il  car- 
dinal Albani  co(ne  governatore,  venendo 
gli  alfari  pubblici  regolati  da'priori  e  dal 
consiglio  de' 40.  Sebbene  Pio  VII  catu- 


2  3  V  E  L 

biò  il  sistema  goveroalivo  ili  tulio  lo  sta- 
lo, la  sola  Vellelii  eccellilo  dalla  legge 
generale.  Con  suo  molo-proprio  il  Papa 
fissò  in  75  articoli  il  sistema  daziale,  che 
portò  seco  l'intavolamenlo  de' beni  co- 
rnunitalivi  ;  onde  prese  il  provvedimento 
iV  incamerare  i  beni  di  tulle  le  comunità 
dello  stalo.  Per  l'annullamento  della  mo- 
neta plateale,  delle  cedole  e  degli  asse- 
gnali sotto  l'estinta  repubblica,  anche  in 
Velletri  restarono  moltissime  famiglie 
miserabili  e  comunemente  tutte  indebo- 
lite negl'interessi.  Col  detto  regolamen- 
to restò  pure  la  comune  di  Velletri  spo- 
gliata di  tutti  i  suoi  beni,  che  furono  le 
grandi  tenute  di  Lariano,  di  Faggiola  e 
del  Comune,  che  in  seguilo  vennero  dal- 
la camera  apostolica  alienali,  avendo  ri- 
servato però  a  favore  de' veliterni  tutti 
que'  diritti  civili  che  prima  godevano. 
Questo  nuovo  sistema  non  fu  d'  alcun 
danno  a  Velletri,  poiché,  per  la  pessima 
Amministrazione  de' beni  e  delle  rendi- 
te comunali,  il  debito  assorbiva  di  gran 
lunga  la  sua  possidenza.  Restarono  abo- 
lite, come  già  deplorai,  tutte  le  corpora- 
zioni dell'università  artistiche,  che  in 
questa  città  erano  numerose.  Alla  serie 
dell'accennate  afflizioni  e  guai,  suben- 
trarono a  flagellare  i  veliterni  il  terre- 
moto, la  fame  e  una  terribile  epidemia. 
A'  29  dicembre  1 800  in  Velletri  fu  gior- 
no di  spavento  ed  orrore  per  la  veemen- 
te scossa  della  terra,  che  poco  mancò  a 
restare  la  città  tutta  fra  le  rovine  sepol- 
ta :  giammai  i  veliterni  ne  aveano  pro- 
■vata  altra  simile,  e  non  vi  fu  fabbrica 
che  non  restasse  lesa,  per  cui  rinnovatesi 
«lire  3  sensibili  scosse,  i  cittadini  fuggi- 
rono alla  campagna.  Questo  flagello  non 
terminò  che  a'  5  dicembre  del  seguente 
anno,  nel  quale  si  udirono  16  scosse.  Nel- 
la notte  de'  3i  dello  slesso  mese,  susci- 
lossi  in  aria  una  tempesta  cosi  spaveii- 
losa,  che  incusse  non  minor  timore  e 
pericolo  del  terremoto.  Nel  1  802  poi  la 
carestia  comune  a  lutto  lo  stato  fu  ù 
grande,  che  il  grano  costava  4^  scudi  il 


VEL 

rnbbio;  propoi'zionatamente  le  veflova- 
glie,  onde  obbligati  i  cittadini  a  nudrirsì 
di  pessimi  cibi  ne  risentirono  i  tristi  ef- 
((;lli  nel  i8o3,  in  cui  si  manifestò  nella 
città  un  morbo  putrido  così  pestilenzia- 
le, che  in  pochi  mesi  rapì  87G  indivi- 
dui. Il  cardinal  Albani  passò  all'altra 
vita  a'i5  seltembie  i8o3,  a  cui  successe 
a'  26  il  vescovo  Tusculano  cardinal  duca 
di  York, che  nel  dì  seguente  ne  prese  pos- 
sesso per  procuratore,  portandosi  poi  in 
V^elletri  nel  novembre, dove  fu  ricevuto 
colla  massima  allegrezza,  cordiali  accia- 
niazioni  e  pubbliche  feste,  poiché  i  citta- 
ditii  da  pili  di  17  anni  erano  restali  privi 
della  presenza  del  loro  vescovo  e  gover- 
natore. Narra  il  Pistoiesi,  f'ita  di  Pio 
T^If,  t.  1,  p.  243.  «  Due  simultanei  edit- 
ti del  cardinal  Consalvi  segretario  di  sta- 
lo, ebbero  luogo  a' 23  settembre  i8o5. 
Essi  per  intempestivo  rigore  servirono 
come  di  fomite  al  nascente  brigantaggio, 
che  insensibilmente  ingigantiva  ed  infe- 
stava le  male  augurate  Provincie  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  e  che  produsse  di- 
poi, come  vedremo,  l'infelicità  di  tante 
famiglie,  e  per  la  proclamata  amnistia  il 
iliscredito  della  corte  di  Roma. Il  i, "editto 
raggiravasi  sulla  fabbricazione,  ritenzio- 
ne e  delazione  dell'armi; ed  il  2.°  sulla  ret- 
ta, spedita  ed  esemplare  punizione  de'de- 
lilti,  fino  alla  pena  capitale  da  subirsi  nel 
luogo  dell'aggressione  :  m  iis  locix  ubi 
crassati  sunl".¥vailiain\o  Napoleone  I 
imperatore  de'  francesi  avendo  dichiara»» 
lo  re  di  Napoli  il  fratello  Giuseppe  Bona'^ 
parie,  ordinò  la  conquista  del  regno;  quin- 
di lo  stato  pontifìcio  fu  inondato  di  trup 
pe  francesi,  venendo  olibligalo  il  gover 
no  a  somministrare  a'  soldati  transitan 
ti  viveri  e  alloggi.  A'  20  gennaio  1806 
stanziarono  per  2  giorni  in  Velletri  t  1,000 
annali,  compresa  la  cavalleria,  oltre  l'ar- 
tiglieria e  bagaglie.  Non  può  immaginar 
si  la  confusione,  il  disturbo  e  l'incorno 
do  delle  famiglie  per  l'insolenze  commes- 
se da'militari. Occuparono  per  alloggiare 
tulli  i  conventi  e  molte  chiese;  incomoda 


I 


V  E  L 

che  in  Vellelri  non  cessò  (Ino  alla  restau- 
razione (li  Ferdinando  I V  col  nome  diFer- 
dinando I.  A'26  agosto  1 806  poco  mancò 
che  tutta  la  città  non  fosse  eguagliata  al 
suolo  e  i  cittadini  sepolti  fra  le  sue  rovine 
pel  lejribiIelerrefnoto,unode'più  spaven- 
tosi per  la  durata  di  28  minuti  secondi. 
Caddero  alcune  fidjbriche,  fra  le  quali  le 
chiese  degli  Angeli  e  di  s.  Maria  in   Via 
Latade'basiliani:  le  abitazioni  sconquas- 
sate di  mano  in  mano  rovinando, fu  d'uo- 
po deniolirle  e  rifabbricarle,  e  nella  mag- 
gior partesi  doverono  restaurare.  Resta- 
li i  cittadini  salvi,  tranne  de'  feriti,  per 
aver  invocato  il  soccorso  della  Madonna 
delle  Grazie,  a  questa  resero  solenni  rin- 
graziamenti, con  voto  perpetuodi  festeg- 
giare l'anni  vei  sario  del  singolare  prodigio 
e  di  osservare  il  digiuno  nel  i.°  sabato  di 
maggio  vigilia  di  sua  festa;  ed  inoltre  fu 
dichiarata  protettrice  della  città,  e  col- 
locata memoria  marmorea  nella  catte- 
drale. Morto  in  Frascati  (nel    voi.   Xll, 
p.  325,  di  ciò  parlando  prima  della  pa- 
rola Frascati, per  ommissione  tipografie» 
mancano  le  parole  :  Ostia  e  Felle  tri  in, 
allritnenti  sembra  che  morisse  vescovo 
di  Frascati,  peroni  qui  vi  supplisco),  suo 
prediletto   soggiorno,  \\  cardinale  York 
a'i  3  luglio  1807,  dopo  giusto  e  glorioso 
governo,benemeritoco'poveri,e  co'semi- 
naristi  pel  locale  formato  per  passarvi  i 
mesi  estivi.  A'  3  agosto  da  Porlo  e  s.  Ruf- 
fina  vi  fu  traslato  il  cardinal  Leonardo 
Antonelli,  il  quale  sebbene  non  avesse  il 
suo  vice-govei  nalore  e  il  suo  uditore  per 
Veìletri,  per  tutti  gli  alfari  d'amministra- 
zione comunale,  e  le  cause  specialmen- 
te criminali,  prima  che  si  decidessero,  do- 
veano  essere  da  lui  rivedute  e  esaminale. 
I  ministri  che  lo  servivano  erano  esattis- 
simi, e  il  governo  di  lui  fu  ordinato  e  giu- 
sto. Come  il  cardinal   Borgia,  avea  an- 
ch'egli  accompagnato  a  Parigi  Pio  VII 
nel  1804  per  la  coronazione  dell'impe- 
ratore Napoleone  I.  Veiletri  poteva  re- 
putarsi felice,  se  non  fosse  stato  inter- 
rotto il  suo  regime  dall'occupazione  fran- 


V  E  L  23 

cese,  che  tolse  al  cardinale  ogni  potere  e 
lo  esiliò  da  Roma,  passando  egli  a  Spo- 
leto, e  poi  in  sua  patria  Sinigaglia,  ove 
morìa'  2  3  gennaio  1811,  e  fu  lodalo  con 
elegio  funebre  da  mg."^  Teloni  poi  vesco- 
vo di  Macerala.  Per  la  sua  età  decrepi- 
ta, ebbe  la  patria  per  grazia  in  rilega- 
zione.  Per  la  sua  dottrina  e  sommi  meri- 
ti poteva  dirsi  anche  ili.°del  sagro  col- 
legio. Napoleone  I   dopo  aver  occupato 
il  regno  di  Napoli,  s'impadronì  dello  sta- 
to papale  e  di  Roma,  fece  arrestare  e  de- 
portare in  estero  paese  i  cardinali,  i  pre- 
lati e  altri   ecclesiastici,  ed  a'  6  luglio 
1809  anche  Pio  VII.  Avendo  cambiato 
il  governo  e  diviso  tutto  lo  stato  in  vari 
dipaifimenli,  Vellelri  fu  dichiarata  sot- 
lo-prefellura  e  capoluogo  della  provincia 
di  Marittima,  con  residenza  del  sotto-pre- 
fetto francese  colla  sua  corte.  Vi  erano  i 
tribunali  di  pace,  e  il  collegiale  di  i."  i- 
stanza,  l'ufìlzio  di  polizia.  La  magistra- 
tura era  composta  del  maire  e  di  due  ag- 
giunti, con  consiglio  di  4o  cittadini.  Vi 
esisteva  numerosa  truppa  di  fanteria  e 
cavalleria,  essendovi  il  quartier  generale 
di  Marittima  con  un  generale  di  divisione 
e  suo  stato  maggiore,  oltre  il  forte  quar- 
tiere. La  sotto  prefettura  di  Veiletri  di- 
visa in  i3  governi  abbracciò  tra  città  e 
castella  i  seguenti  /\5  comuni,  ed  i  capo 
ili  governo  distinguerò  in  corsivo.    P^el- 
litri  capoluogo  e  capo  di  governo.  Ser- 
moneta  con  Cisterna  e  Norma.  Sezze  con 
Dassiano.  Terracina  con  Soun'mo e  s.  Fe- 
lice. Pipcrno  con  Maeuza,  Rocca  Gorga, 
Pisterzo  e  Acqua  Puzza.  Segni  con  Gavi- 
gnano.  Gorga  e  Carpineto.  f^alinontone 
con  Monte  Fortino  e  Lugnauo.  Paliano 
con  Piglio,  Serrone  e  Sgurgola.  Gema- 
nn  con  Nemi,  Civita  Lavinia,  Ardea,  Net- 
tuno e  Porto  d'Anzio.  Albano  con  Castel 
Gandolfo  e  Ariccia.  Marino  con  Rocca 
Priora,  Rocca  di  Papa  e  Grotta  Ferrata. 
Frascati  con  Monte  Compalri  ,  Monte 
Porzio  e  La  Colonna.  Cori  con  Giuliano 
e  Rocca   Massima.    Dal   nuovo  governo 
imperiale  francese  furono  aboliti  i  luo- 


24  V  E  L 

glii  d'asilo  ài  Cniica  e  Campo  Morto.  Non 
Irovantlo  perciò  iinalfuttoii  dove  rifugiar- 
si per  noi)  cadere  nelle  mani  della  giusti- 
zia, riuniiousi  in  diverse  torme,  che  au- 
mentate da  numero  considerabile  di  essi, 
infestarono  l'intere  popolazioni,  impedi- 
rono il  viaggiare,  lesero  diflicile  il  com- 
mercio, comechè  da  tutti  temuti.  L'infa- 
me arte  usata  da  questi  assassini,  era  d'ar- 
restare  i  ricchi  viandanti,  e  di  sorprende- 
re i  padroni  ne'loro  poderi,  e  quindi  tas- 
sarli d'una  somma  considerabile  di  più 
centinaia  e  anche  migliaia  di  scudi ,   da 
farsi  ricapitare  sui  monti  o  nelle  foreste, 
dove  strascinavano  quegl' infelici  ;  colla 
condizione,  che  se  nello  spazio  di  tante 
ore  non  fosse  stalo  loro  rimesso  il  dena- 
ro, gli  avrebbero  uccisi.  Altri  di  nottetem- 
po, con  ingaruio  penetravano  nelle  case 
de'possidenli,  le  svaligiavano  de'denari  e 
de'piìj  preziosi  oggetti  che  potevano  rin- 
\enire,  e  per  somma  grazia  loro  lasciava- 
no la  vita.  Molti  uomini  e  anche  donne 
furono  le  villiuiedi  questi  mostri  crudeli, 
che  a  sangue  fi  eddo  uccidevano  con  tor- 
Dtcnli  inauditi  chi  loro  capitava  in  mano, 
e  spesso  lo  stesso  inforliuiio  colpiva  quel- 
li che  presentavano  la  tassata  rapina.  Per 
quanta  industria  adoperasse  il  governo 
francese,  mai  gli  riuscì  d'estirparli.  »  Po- 
leva  al  certo  la  potenza  francese  togliere 
questi  mostri  dal  mondo;  ma  siccome  fu 
da  esso  governo  imposta  una  tassa  binie- 
strale  della  del  brigantaggio,  che  sommi- 
nistrava non  piccola  somma  al  pubblico 
tesoro,  non  veniva  presa  alcuna  forte  de- 
liberazione per  ottenere  il  fine,  acciò  fos- 
ie  questa  contribuzione  permanente.  Ri- 
j)ristino.>si  il  governo  pontificio,  e  questi 
ussassini  seguitavano  ad  infestare  special- 
mente le  due  Provincie  di  Marittima  e 
Campagna,  doveeransi  annidali.  Questo 
governo  fu  più  energico  del  francese  con 
vari  stratagemmi  e  con  rigorose  ordina- 
zioni ;  finalmente  sotto  il  pontificalo  di 
Leone  Xll  videsi  del  tutto  estirpala  que- 
sta genia.  In  Velletri  accadde  qualche  tra- 
gico caio  di  questi  funesti  assassiui  :  qui 


VEl. 
(poiché  è  Cauco  che  narra  dì  sua  patria) 
«lavasi  da  lutti  in  gran  tiujore:  aveasidd- 
ficollà  d'allontanarsi  dalle  porte  della  cit- 
tà: nelle  vigne  e  ne'  campi  non  eravi  si- 
curezza; eniuno  ardiva  di  abitare  ne'casi- 
ni  di  campagna". Dacché  fu  stabilito  il  go- 
verno francese,  come  in  lutto  lo  stato,  e- 
ziandioinVelletri  furono  soppressi  e  chiu- 
si lutti  i  conventi^  i  monasteri  e  lutte  le 
altre  corporazioni  religiose,  le  rendile  de' 
quali  furono  demaniale.  Lo  stesso  accad- 
de a'beni  del  vescovato,  del  capitolo  e  de' 
beneficiati.  IMolti  fondi  di  questi  luoghi 
pii  furono  venduti.  Olire  il  vescovo,  alcu- 
ni canonici  ecurali  che  ricusarono  di  pre- 
slare  il  giuramento  proibito  dal  Papa  e 
l'ululo  do'fiancesi,  furono  esiliali; onde  la 
popolazione  per  mancanza  del  pastore  o 
dì  tanti  sagri  ministri  ,  molto  sollrì   nel- 
l'assistenza spirituale,  come  altróve,  ben- 
ché non  risparmia ronsi  i  sacerdoti  rima- 
sti e  non  chiamali  al  giuramento  nel  col- 
tivar la  vigna  del  Signore.  Il  Dauco  nel 
rilevare  quanto  fosse  abborrilo  il  gover» 
no  francese  per  le  sue  vessazioni,  coscri- 
zione, dazi  straordinari,  conliruie  e  for- 
zose contribuzioni,  incomodi  d'alloggi  mi- 
litari e  pe'danni  che  cagionava  alla  Ghie-  > 
sa;  nondimeno  loda  i  buoni  stabilimenti 
di  polizia,  l'esattezza  e  rigore  della  giu- 
stizia co'delinquenli,  per  cui   in  Yelletri 
sullo  tal  governo  non  accadde  alcun  orni- 
cidiOj  e  fu  rara  la  delazione  d'armi.  Nel 
declinar  deirini[)ero  di  Napoleone  I,  egli 
fu  abbandonato  dal  cognato  Murai  re  di 
Napoli,  alleandosi  coll'Austria  e  facendo 
tregua   cogl' inglesi    nel  gennaio    i8i4- 
Quindi  si  n)osse  dal  suo  regno,  ed  occu- 
pò Roma  e  gran  parie  dello  stalo  papale, 
fissandovi  il  governo  provvisorio  napole- 
tano; il  perchè  in  Yelletri  al  sotto-prefet- 
to francese  successe  il  napoletano,  e  cos'i 
avvenne  de'giudici,  della  polizia  e  della 
guarnigione. 

Restituiti  ì  suoi  dominii  a  Pio  VII, 
rientrò  in  Roma  trionfalmente  a'  24 
n)aggioi8i4-  Già  in  Yelletri  a'  10  apri- 
le soleiutità  di  Pasqua  erasi  cautato  ti  Te 


1 


VEL  VEL                      35 

Di  uni  per  la  libernrione  della  prigio-  lo  «lesso  efTelto  sej^uir  ne  dovesse  (|iiel 
iiia  il(.'l  l'upu;  tua  tlupu  per  un  foi-Uiilo  proporzìuiialo  sistema,  atto  ad  evitine 
avvciiinieiilo  insorse  grave  tumulto  del  (|tialuii(|ue  collisione  di  politiche  e  mili- 
p(jpulo  contro  In  gtictinigiune,  senza  rile-  tari  operazioni.  L'editto  ricliintnò  in  vi* 
\iinti  conseguenze.  Tale  disastro  si  rio-  gore  quelle  disposizioni  altre  v(jhe  e  ne» 
novo  a'26  maggio  per  l'indisciplinatezza  gli  altri  tempi  emanate,  e  specialmente 
di  4<JOO  soldati  napoletani  che  ritorna-  iolto  il  pontdìcato  di  Sisto  V.  In  esso 
vano  nel  regno;  anche  questo  Iranjbusto  niiin  luogo  vedevasi  eccettualo,  ma  si  e- 
III. n  chlie  deplorabile  risidlato,  partendo  stendevano  le  pontificie  determinazioni 
l'insolente  troppa  nel  dì  seguente.  A' a6  anche  a'Iiiughi  baronali,  avvegnaché  esi- 
Sellembre  di  detto  anno  fu  preconizzalo  gesserò  questi  una  speciale  menzione, 
vescovo  d'Oslia  e  Vellctri  il  decanocardi-  L'impresa  che  credevasi  della  piìi  facile 
Hill  Alessandro  iMaltei,  dopo  treanni  e  più  esecuzione  riuscì  sotto  tutti  gli  aspetti  la 
d'8  mesi  di  sede  vaciinle,  che  tosto  prese  più  malagevole.  Non  bastando  i  primi 
possesso  del  vescovato  e  «lei  governo,  ri-  provvedimenti  si  venne  a'secondi,  indi  a 
ccvuto  da'veliterni  con  indicibile  giubilo  degli  ulteriori  e  si  aumentarono  le  furze: 
u  venerazione,!  quali  da  quasi  5  anni  e-  si  spesero  somme  enoriru;  a%coltaronsi  i 
rano  restati  privi  del  pastore  preside.  Al-  progetti  di  molti,  ma  niuno  de' tentativi 
l'annoi 8  1 4'!  i^islolesi,  /  ila  di  Pio  VII^  riuscì  a  svellere  la  pianta  venefica,  che 
I.  4>  P-  2*2)  riporta.  "  ÌNè  a  rpiesto  solo  si  spargeva  i  mortiferi  influssi  su  quella  pur 
limitarono  le  core  ili  l'io  VII.  Egli  vide,  troppo  male  augurata  provincia  ".  Seb- 
che  per  una  di  quelle  tante  infauste  con-  bene  una  nuova  |)outil!cia  costituzione 
seguenze  della  cessala  invasione,  diverse  soppiesse  le  baronie  e  le  particolari  giu- 
conventicole  di  malviventi  andavano  per-  risdizioni,  e  pose  tutti  i  popoli  dello  sla- 
torbando  gravemente  alcune  provincia  lo  pontilicio  sotto  le  leggi  generali  (tran- 
delio  slato  pontificio  a  segno,  che  n'era  ne  e  in  parte  i  pochi  feudi  che  cessarono 
lesala  pubblica  non  meno  che  la  priva-  nell'odierno  pontificato),  pureVelletri  ri- 
la  tranquillità.  Que'  provvedimenti,  che  mase  sottoposto  al  governo  del  cardinal 
l'umana  prudenza  e  la  saggia  politica  vescovo,  non  ostante  alcune  rimostranze 
suggeiir  possono  sull'oggetto  iujportanle  fitte  da'citladinì  al  Papa  per  esser  colli- 
di ottenere  la  estirpazione  deli'mfeslanti  presi  nella  nuova  riforma;  laonde  si  prò* 
conventicole  de'uialvi venti,  furono  poste  seguì  T  antico  costume  dell'  elezione  de' 
in  opera  coll'editlo  pubblicato  il  giorno  3  priori  e  degli  altri  pubblici  uffiziali  col 
dicembre.  La  provincia  di  Maiitlioia  e  consigliode'4o  nobili.  Intanto l'erarioco- 
Campagna  soggetta  alla  delegazione  di  inunale  pagava  il  vice-govei  nalore,  i  cau- 
Frosinone  offriva  uno  spettacolo  di  orro-  cellieri  e  la  forza,  mantenendo  i  carcera- 
re all'umanità,  ed  un  motivo  a'timori  di  ti  j  meiilre  la  popolazione  era  obbligala 
chiunque  fosse  coslretto  di  transitarvi,  a  soddisfare  al  pagamento  di  lutti  i  dazi 
Vivevano  i  crassatori  in  quelle  macchie  generali  dello  stato.  In  tal  modo  Velie- 
fra  le  gole  de'monti,  e  ogni  giorno  vede-  Iri  per  mantenere  la  giurisdizione  deca- 
vasi contrassegnalo  da  un  nuovo  delitto,  naie,  era  gravala  di  doppie  imposte  so- 
.SilFatle  circostanze  non  isfuggirono  alla  pia  ogni  altra  popolazione  dello  stato.  Il 
considerazione  del  Papa,  il  (|uale  ordinò,  Villctti  nella  Pratica  della  Curia  Ro- 
i.he  agli  esecutori  della  giustizia,  che  già  manaedc' tribunali  di  Roma  e  dello  sta- 
aveano  con  buon  successu  eseguila  la  cai-  to,  Roma  18  i  5,  nel  t.  2,  p.  8 1,  tratta:  Z>e/ 
tura  di  molli  individui  di  quell' infame  Trihnnaldel Cardinal  Decano.»  ì\car- 
conventicola,  si  aggiungesse  (|ualche  di-  dinal  decano  del  sagro  collegio  è  vescovo, 
iUccaroeulo  di  cavalleria,  che  u^cudo  j)er  ed  iusieme  governatore  perpetuo  d'Ostia 


0.6  V  E  L 

e  Vfclletri,  con  alili  luontii  della  diocesi. 
Alza  perciò  Iribuiiale  tanto  in    Vellelri, 
(juaiUo  in  IloMia,  per  giudicare  con  giù- 
lisdizione  privativa,  ad  esclusione  delle 
s,    congregazioiii   della    Consulla   e    del 
Jìuon  gDverno,  e  di  qualsivoglia   Tribu- 
nale eli  Homo,  le  cause  lolle  civili  e  cri- 
minali delia  sua  diocesi,  sieno  quelle  tra 
laici,  oppure  Ira  ecclesiastici;  su  di  clic, 
per  quel  di  più  che  si  potrebbe  dire  ,  ci 
liporliatno  al  breve  stampalo  del  souìrno 
Furilelìce  Pio  VI  de'i8  novembre  i'/'j5. 
ìli  Vellelri   giudicano  con  giurisdizione 
cumulativa  il  vice-governatore  ed  il  vica- 
rio, e  da' giudicali  dell'  uno  si  ricorre  a- 
«anli  dell'altro.  In  Roma  tiene  un   udi- 
tore genei  ale  prelato,  e  questi  giudica  iu 
figura  di  Segnatura,  e  di  giudice  ordina- 
rio, in  rappresentanza  del   i.°  carattere 
aauuetle  o  iiegii  i  ricorsi  da'giudicali  de' 
giudici  di    Vellelri,  ed  auclie  da' propri, 
qualora  avrà  giudicalo  come  giudice  or- 
dinario. In  figura  poi  di  giudice  ordina- 
rio, giudica  le  cause  tanto  in  grado  di  ap- 
pellazione da'decreti  de'  giudici  di  Velle- 
lri, quanto  anche  in  I, 'istanza  nelle  cause, 
ove  si  traila  d'obbligo  camerale,  oppuie 
quando  il  reo  convenuto,  benché  sia  di 
Vellelri,  dimora  in  Roma.  Da'decreti  di 
questo  uditole  generale  si  |)uò  ricorrere 
all'uditore  di  camera  del  cardinal  deca- 
no, e  poi  all'  Uditore  del  Papa.  iVotaro 
di  <|ueslo  tribunale  è  quello,  che  s'incon- 
tra a  servire  il  cardinal  decano ^;ro  tem- 
pore ,  e  perciò  è  mulabde  insieme  colla 
persona  del  cardinal  decano".   11  cardi- 
iial  Mallei  nel  1817  fiece  una  nuova  ri- 
forma sopra  i  tribunali  di  Vellelri.  Nel 
i8i5  la  fame  afflisse  i  veliterui,  in  uno 
a  buona  patte  dello  stato  pontifìcio;  gran- 
de fu  dunque  la  carestia  e  durò  quasi  uh 
intero  anno,  ed  il  comune  colle  sue  be- 
nefiche provvidenze  salvò  molli  indivi- 
dui  dal  perir  d'inedia.  In  detto  anno  pas- 
sò tra'  più  il  velilerno  conte   Paolo   M.' 
Toruzzi,  meritevole  di  sommi  elogi.  E- 
gli   fu  tra'  pochi  che  conobbe  nella   sola 
virtù  consistere  la  vera  JVubiUà{f'''.),  per 


V  E  L 

cui  si  die  alla  coltura  delle  scien7e  in  mo- 
do, che  [)resso  i  letterali  fu  in  molta  sti- 
ma. Fu  segretario  della  società  Yolsca,  e 
per  un  triennio  dittatore.  Pubblicò  varie 
sue  produzioni,  virtuosamente  esercitò  di- 
versi incarichi,  nel  1798  salvò  la  patria  dal 
già  narrato  estremo  pericolo.  Fu  corte- 
se e  probo,  e  si  rese  amabile  e  desiderato 
da  tutti.  Si  legge  il  suo  Elogio  negli  yJtli 
della  società  f'olsca,  t.  1,  p.iq 5.  Il  ci- 
tato Pistoiesi    al  già   liarrato    aggiunge 
nell'anno  1 8  1  9  a  p.  2  11.»  Non  senza  pro- 
fondo dolore  vedea  Pio  VII    aumentarsi 
il  numero  de'malvivenli,  che  infestavano 
la  provincia  di  Marittima  e  Campagna. 
Ninna  impressione  prodotta  avea  sull'a- 
nimo di  que'malfaltori  ,  o  il   rigore   che 
spiegava  giustizia,  o  la  dolcezza  delle  pa- 
terne persuasive  per  richiamare  quegl'i- 
niqui  sul  retto  sentiero.  Gli  omicidii  ,  le 
Grassazioni,  i  ricatti  aumentati, si  aumen- 
tarono pure  le  sollecitudini  sovrane  per 
dis()erdere  quest'  orda  d'  iniqui  che  tur- 
bavano quasi    im[)ui)emenle  la    sociale 
tranquillila.  Pure  inutili  riuscirono  lepre- 
mure  del  sovrano,  poiché  a  misura  che 
aumenta  vasi  il  rigore,  si  accresceva  il  nu- 
mero di  quegl'infami,  esi  commettevano 
continue  atrocità  e  misfatti  su  quella  pro- 
vincia. IN'è  la  presente  soltanto,  ma  vana 
pure  era  stata  la  misura  ,  che   venne  in 
conseguenza  del  concordato  fra  la  corte 
tli  Roma  e  quella  di  Napoli  de' 19  luglio 
18  r8,  diretta  ad  estirpare  quest'orda  di 
ladroni,  che  infestavano  la  provincia.  Ma 
parveche  disponesse  Iddio,  che  inutili  do- 
vessero rendersi  lesollecitudini  palernedel 
Ponlefice  per  riserbarne  la  gloria  a  Leo- 
ne Xn  ,  sotto  il  cui  glorioso  pontificato 
(juelle  terre  e  quelle  selve  più  non  vide- 
ro le  orrende  catastrofi  a  cui  le  assog- 
gettavano gli  scellerati  co'Ioro  frequenti 
misfatti.  Non  é  pero  a  negarsi,  che  tutto 
dal  suo  cauto  operò  Pio  VII  a  beneficio 
de'propri  sudditi,  e  alla  tranquillità  del- 
la regione  infesta  la".  A '20  aprile  I  820  mo- 
r'i  il  cardinal  .Matlei,  ed  a'29  niaggio  fu 
preconizzalo  il  cardinal  Giulio  M."  della 


V  E  L  V  E  L                      ?.7 

Somnglia,  già  vescovo  di  Porfo  e  s.  Ruf-  l'i,  e  lo  confiilò  ail  alcuni  suoi  faniigli.i- 
fìna,  che  fin  tla'28  tlel  pieceilente  avea  ri.  Questi  in  suo  nome  imposero  nuove  e 
Assunto  il  governo. Il  Marocco  riporta  una  gravosegabelle,8enza  intelligenza  «lei  ma- 
iscrizione  che  trovò  dipinta  nell'episcopio  gislrato  e  del  consiglio.  Ardirono  d'ahro- 

0  appartamento  del  palazzo  Vecchio,  che  gare  il  privilegio  del  mercato  franco  con- 
dice avvenuto  il  suo  ingresso  a  Velletii  cesso  da  Gi-egorio  XIII  in  tutti  i  sabati 
a'  11  ottobre.  Subito  egli  abbraciiò  al-  dell'anno,  e  in  ciò  anco  di  derogare  agli 
cune  disposizioni  del  codice  generale  del-  statuti  municipali. L'erario comtmale  non 
lo  stato  ,  ritenendo  peto  1'  antica  forma  veniva  con  f|uesti  nuovi  dazi  aiuuentato, 
della  giudicatura.  Abolì  il  magistrato  an-  perchè  il  denaro  colava  in  altre  (nani.  In 
lieo  de'/'/7on  {/^.),  e  gli  sostituì  quello  del  tali  critiche  circostanze  i  veliterui  rinuo- 
Go  tifa  lo  ni  ere  [T'.)  cogli  8  anziani,  com-  varono  con  maggior  ardore  a  Leone  XII 
ponendo  il  consiglio  misto  d'una  metà  di  i  reclami  per  essere  liberati  dalla  giurisdi- 
nobili  e  l'altra  di  civili  cittadini.  Il  gonfa-  zione  decanale,  e  compresi  sotto  la  legge 
loniere  si  scelse  Ira'  nobili, e  gli  anziani  si  generale  dello  stato,  pe'maggiovi  dispen- 
nresero  metà  da' nobili  e  l'altra  dal  celo  dii  cui  soggiacevano.  Il  Papa  conosciuti 
di  cittadini  civili.  Tolse  la  squadra  de'  gì'  inconvenienti  di  questa  [)rivaliva  giu- 
birri  col  bargello  malveduli;e  presidiò  la  risdizione,si  risolse  restringerne  il  potere, 
città  colla  guardia  de'carabinieri  detta  di  mala  morteglielo  impedì.  Il  cav.  Ar- 
polizia,  come  in  lutti  i  luoghi  dello  sta-  laud  nella  Storia  di  Leone XH^  t.  i,cap. 
lo,  col  commissario  tli  polizia.  Prese  lo-  8,  racconta.  »>  Parecchi  briganti  ,  sparsi 
devoli  provvedimenti  sugli  interessi  co-  nella  Campagna  di  Roma,  inquietavano 
nuinitativi,  onde  l'azienda  comunale  in  il  governo  con  una  sfrontatezza  inaudita, 
pochi  anni  esiinsei  debiti,  ed  alla  sua  mor-  Mal  puniti  sotto  il  passalo  regiuie  ,  ora 
le  fiu'iino  trovali  nell'erario  del  comune  arrestati  e  incarcerati,  o  deportali  in  a!- 

1  7,000  scudi.  Era  allenissimo  di  far  gra-  tre  provincie,  ora  prosontuosi  di  un  per- 
zia  a'delinquenti  condannali,  avendo  per  dono  che  sembrava  forzato,  volevano  es- 
massima: giustizia  vìoderataj  grazia  a  ser  considerali  come  una  potenza  ,  che 
nessuno.  Questo  inflessibile  principio  ten-  potesse  trattare  colie  altre.  S[)eclivano  le 
ne  a  freno  non  poco  la  popolazione  dal  loro  cenciose  deputazioni  ad  imporreleg- 
comrnellere  debiti.  Stabilì  una  congre-  gi  persino  alle  città,  e  volevano  ostaggi, 
gazionedi  persone  scelte  e  inlelligenti  per  Un  certo  spirito  pubblico,  malamente  di- 
gli ornali  e  le  fabbriche  della  città.  Da  retto  da  calcoli  meschini,  concedeva  una 
questo  stabilimento  cominciò  Velletri  ad  protezione  condizionale  a  que'ribaldi  per- 
essere  abbellita  maggiormente  nella  co-  turbatori,  il  cui  numero  ogni  giorno  in- 
struzione  dell' abitazioni ,  nella  rinnova-  grossava.  La  paura,  vile  consigliera,  raf- 
zionedelleslrnde,ein  tutlociòcheconcer-  freddava  le  buone  intenzioni  de'gover- 
ne  l'interno  ornamento  della  medesima,  natori  e  de'loro  luogotenenti.  Per  mala 
E  si  die  principio  da  lui  alla  fabbrica  del  sorle  quel  cotale  straniero  malcontento, 
nuovo  pubblico  palaz70,ora  dello  delega-  che  tanlo  si  lagnava  del  governo,  altra 
tizio.  Fortunata  poteva  reputarsi  Velie-  società  non  avea,  se  non  quella  ilegli  al- 
tri, se  il  cardinal  Della  Somaglia  non  fos-  tri  foraslieri,che,  giungemlo  a  Roma  per 
se  stato  distratto  ilall'incarico  tìlUdatogh,  diverse  strade,  narravano  i  pericoli  ne' 
nel  finir  del  seltenibreiBxS,  di  segreta-  quali  erano  incorsi  nel  loro  viaggio.  A. 
tio  di  stalo  da  Leone  XII.  Egli  fra  laute  f{uesli  dolorosi  disordini  bisognava  ap- 
incumbenzedel  governo  generale  non  pò-  prestare  un  rimedio  pronto  ed  attivo:  Leo- 
leva  pili  di  proposito  attendere  a  »piello  ne  XII  era  diciòpieuamente persuaso  me- 
parlicolare  di  Vclletii,  con  80  auui  d'  e-  glie  che  ogni  altra  persona  de'suoi  sluli. 


i8                      V  E  L  V  E  L 
M  tlisse  clie  il  corilinal  Severoli  lo  consì-  cesi,  Segni,  Sene  e  Pi  perno  (quest'ulti  me 
-   gliò  d'incaricare  duna  missione  pacifica  due  liunitt^alla  diocesi  di  Tei  niciua).  («li 
e  insieme  militare  il  cardinal  Paliotln,  co-  nLilimli  di  queste  montagne  sono  labo- 
me  risoluto,  coraggioso  e  naluralnienle  ru>si,  industriosi,  e  non  teoiono  né  il  fVed- 
piìi  disposto  a  comandare  determinario-  do,  né  il  caldo.  E  cosa  coaiune  per  essi  il 
tii  di  rigore  ,  che  a  lasciarsi  condui  re  da  p»'rcorrere  a  piedi  3o  ed  eziandio  4o  le- 
Cdlcoli  d'una  ragionala  clemenza.  Leone  glie  in  9.4  ore.  Le  generazioni   crescono 
XII  proponevasi  tli  temperare  lo  zelo  del  robuste  e  belle:  vi  s'iiicuntrano  molle  di 
capo  d'una  s'i  diflìcile  intrapresa,  la  qua-  quelle  corporature  maschie  e  vigorose.cbe 
le,  perchè  ben  riuscisse,  dovea  essere  de-  Sjiessoil  Guercino ha  dipinto  su'suoi  (pta- 
licatamenle  condotta.  Si  ottenne  qualche  di  i.  Ledunne,ed  anche  le  ragazzette,  ban- 
Juion  esito,  tuttavia  senza   un  cocnpiuto  no  Un  fare  franco  e  determinato,  e  piene 
trionfo,qitanlunquesiansiali'uopoiinpie-  di  animo  e  di  brio  attendono  per  Io  più 
gali  sulle  prime  ulliciali  sperimentati  :  la  alle  faccende  domestiche,  l  loro  costumi 
somma  è  ,  ilie  almeno  si  posero   le  basi  sono  esemplarissimi:  qualunque  minima 
d'un  futuro  stabile  ordinamento, che  for-  colpa  verrebbe  punita  col  più  solenne  di- 
inerìi  un  duicvole  soggetto  di  gloria  nel  sprezzo.  I  paesetti  sono  mal  fabbricati,  e 
bel  mezzo  del  pontificato  di  Leone  Xll".  si  può  dir  quasi  che  non  vi  si  conoscono 
INel  seguente  rap.  ()  soggiunge  l'Artaud.  sliade.  Si    viaggia    per  quelle  montagne 
«  Nessuno  lagnriassi   di  trovare  in  qiie-  cos'i  alla  ventura,  come  faiebbesi  ne'de- 
8l' opera  alcune    partirolarizzate  notizie  serti.  Un  grande  albero,  una  rovina  sono 
Sidl'originc  e  sui  carattere  di  que'malvi-  i  segnali  più  ordinari, che  tracciano  la  via 
venti,  (he  allora  appellavansi   briganti^  per  recarsi  da  un  paese  all'altro.  La  ter- 
però  che  io  credo  che  sin  qui  non  sianse-  ra,  abbastanza  fertile,  produce  frumento, 
ne  pubblicatedi  abbastanza  esatte.  Il  pae-  grano  turco  (zen  mayz  di  Linneo,  che 
.se  degli  antichi  volsci  forma  una  catenadi  l'Alberti  chiama  anco  melicone.)^  legumi, 
iiu)ntagne,  che  occupa  un'estensione  geo-  frutta,  vino,  ulive  e  tabacco:  vi  si  tentò 
grafica  di  3o  leghe  di  lunghezza  per  5  di  pure  la  coltivazione  del  cotone,  tua  il  di- 
larghezza.  Queste  montagne  erano  il  ni-  fettodi  manufattare  per  lavorarlo  ha  fat- 
do  di  briganti:  è  diflìcile  il  trovare  una  lo  abbandonare  questa  sorte  di  coltura 
situazione,  la  quale  contener  possa  mag-  assai  costosa.  La  legna  non  ha  alcun  va- 
gior  quantità  di  gente  al  coperto  delle  ri-  loie:  non  bisogna  far  altro  che  tagliarla 
cerche  dcH'autorilà.  Sono  desse  fortifica-  e  trasportarla  a  casa.  Non  vi  hanno  abi- 
le dalla  niitura;  poste  tra  il  mezzodì  e  il  fazioni  isolate:  tutti  sono  raccolti  ne'  vii- 
levante  di  I\oma,  cominciano  alla  distan-  b'^ggi,  i  quali  sono  popolati  da  5oo  sino  a 
7a  d'8  miglia  da  (piesta  città  e  vanno  a  5ooo  anime.  Questa  popolazione  è  divi- 
finire  nel  regno  di  Napoli,  ne'dintorni  di  sa  in  due  classi,  ciascuna  delle  quali  veste 
Alpino,  patria  di  Cicerone:  confinanti  a  diversamente.  Quelli  che  compongono  la 
levante  cogli  Apennini,  a  mezzodì  colle  Aorg/iesM sono  vestiti  alla  francese,  come 
Paludi  Poiiiine,  a  ponente  col  monte  Al-  gli  abitanti  delle  nostre  piccole  città;  il 
I)ano  e  Tii«coIo,  inumo  a  settentrione  le  popolo  ha  una  loviua  particolare, e  por- 
pianuiedella  provincia  di  Campagna,  so-  ta  un  cappellaccio  largo  e  basso,  con    la 
la  parte  accessibile,   ma  pericolosa,  per-  faida  rialzata  a  destra  ed  a  sinistra;  il  pae- 
cliè  presenta  una   gola  avente   una  sola  sano  non  [)orta  cravatta;  la  camicia  è  sem- 
liscila.  Le  u)onlagne,  di  cui  qui  parila-  pre  aperta  al  petto.   Il  resto  del    vestire 
mo,  che  sono  gli  antichi  0}oiiti    Lepini,  toiisisle  in  un  giubbetto  di  tela    bianca, 
olirono  una  popolazione  di  3o  a  4o,ooo  che  discende  sino  alle  anche,  in   brache 
anime.  CoDiprendonoaScomunieS  dio-  curie,  generalmente  d'una  stoila  di  lana 


V  EL 

roma  tendente  al  colore  di  cannella,  die 
ait'iviino  appena  al  gìnocciiiu  ,  il  quale 
rimane  sempre  nudo.  Non  usa  culzjue,  se 
si  eccettua  un  pezzo  di  cuoio  ili  bufalo, 
che  per  mezzo  di  curdiceiieè  unito  in  for- 
ma di  coturno  ad  un  [teezo  di  tela  che 
cuopre  le  gambe.  Questo  è  il  vestire  gior- 
naliero. Quando  i  paesani  vanno  alla 
chiesa,  od  in  città,  tutto  il  loro  vestiario 
di  ccremonia  consiste  in  una  giacchetta 
simile  allo  spencer  degl'inglesi,  di  panno 
l'osso  come  quello  delle  brache:  la  por- 
tano essi  sulla  spalla  e  sul  braccio  sini- 
stro, di  maniera  che  \eggenduii  un  pu'da 
lontano  si  prendono  come  vestiti  di  bian- 
co dal  lato  destro  e  di  rosso  dal  sinistro 
(bisogna  tener  presente  l'epoca  in  cui 
scrivea  l'auloie,  cioè  i  punlirìcati  di  Pio 
VII  e  Leone  Xll,de'quaii  e  di  Fio  Vili 
scrisse  e  pubblicò  le  applaudite  storie  da 
cristiano  sincero.  JNe'  pontificati  de'  ilue 
prin)i  fu  r.°  segietario  dell'ambasciata  di 
Francia,  perciò  storico  contemporaneo 
che  fu  (eslimonio  di  quanto  narra,  e  di 
tutto  pienamente  istruito.Sui  nostri  costu- 
mi fecestudi  accurati,couie  lo  dimostrano 
le  lodate  sue  opere).  Questi  meschini  ve- 
getano nella  più  crassa  ignoranza.  Hanno 
poche  scuole,  pochissimi  maestri,  aluie- 
uo  così  era  non  ha  mollo  tempo.  A  mal- 
grado tuttavìa  di  questa  profonda  igno- 
ranza ,  pare  che  la  natura  abbia  voluto 
in  qualche  modo  compensare  que'popo- 
li.  Sono  essi  dotati  di  una  somma  sagaci- 
tà,  ed  hanno  famigliari  motti  assai  spiri- 
tosi. Nel  loro  dialetto  usano  di  parecchie 
espressioni  latine  :  e  come  i  latini,  dan- 
uo  essi  del  tu  a  tulli.  Se  incontrano  un 
prelato  ,  lo  salutano  con  queste  parole  : 
2^ua  Eccellenza.  Basta  loro  la  conversa- 
rione  di  IO  nùnut'i  per  giudicare  assai 
prossiuìamenle  del  nterito  morale  della 
persona  colla  quale  hanno  parlato.  Al- 
cuni domandano  perchè  questi  popoli  so- 
no I  iinasti  in  tale  specie  di  abbrutimento, 
che  in  molli  di  essi  ha  generato  le  più 
orribili  passioni,  il  ladroneccio,  i  ferimen- 
ti e  la  ffiotle  nelle  Itti,  e  p«isino  la  vea- 


V  L  L  29 

delta  senza  colleia.  A  questa  domand.i 
potranno  rispondere  le  st^guenti  conside- 
razioni. I  paesi  di  cui  io  piulo,  hanno  ap- 
partenuto sino  alla  (ine  del  i  8  1  6  alla  fa- 
miglia Colonna,  famiglia  ben  nota  nella 
storia  del  secolo  XII.  Quesia,  nata  nel  se- 
no ile'disordini  delle  guerre  civili,  spesso 
in  guerra  co'Pontellci,  Cdgli  Orsini  e  con 
altre  possenti  famiglie,  «laluralmente  non 
pensò  ad  altro,  se  non  a  formare  de'sol- 
dati.  In  que'feudi  chi  non  avesse  saputo 
maneggiare  un'arma,  sarebbe  stalo  chia- 
malo indegno  d'  essere  un  suddito  Co- 
loimese  ^  ed  in  certe  occorrenze  non  a- 
vrebbe  trovala  grazia  appo  il  suo  signo- 
re. Questa  famiglia,  quantunque  soven- 
te domata  da'Ponlefici,  non  si  era  mai 
riconciliala  con  essi:  aveva  sempre  con- 
servato uno  spirito  d'opposizione  a'  Fa- 
pi,  ed  a  malgrado  delle  loro  minacce,  ha 
sempre  munite  le  sue  fortezze  di  soldati 
portanti  la  nappa  verde.  In  questa  con- 
diziose  di  cose  ,  i  governatori  Colonnesi 
ben  poco  si  affannavano  della  moralità 
degli  abitanti  de'paesi  soggetti  alla  loro 
giurisdizione.  Bastava  ad  essi  aver  uo- 
mini atti  al  servizio  uiiiitare.  I  Colonna 
volevano  esercitare  assoluta  ed  esclusiva 
giurisdizione  nelle  loro  provincie.  L'au- 
torità del  Pontefice  limitavasi  a  trasmet- 
tere bievetli  di  chierico  (noterò,  che  ciò 
è  male  espresso;  l'Artaud  intese  allude- 
re a  quelli  che  prendevano  la  prima  ton- 
sura pel  (ine  di  togliersi  dalla  giurisdizio- 
ne de'tribunali  laicali  e  godere  qualche 
privilegio  clericale)  a  tulli  gli  uomini  o- 
nesti  che  li  chiedevano.  Muniti  di  que- 
sti brevetti,  erano  esenti  dalla  giurisdi- 
zione territoriale.  Ma  questo  non  era  un 
passo  all'incivilimenlo  di  qua' paesi  :  ri- 
mediavasi  ad  un  disordine  con  un  disor- 
dine. Sopravvennero  i  francesi  nel  1809,  i 
quali  slabilironsi  nella  città  di  Roma  che 
avevano  chiesto  di  attraversare  solamen- 
te. Essi  rovesciarono  ben  tosto  la  giuris- 
dizione de'  Colonna,  ed  in  seguilo  dipoi - 
tandosi  meglio,  pel  bene  del  paese,  di 
quello  che  avessero  couiincìalO)  vi  ordi- 


3o                     V  E  L  V  E  L 

narono  con  mollo  vigore  e  buon  esilo  del-  Je  grandi  vie.  A  poco  a  poco  l'ordine  si 
le  iiuturilù  muuicipaii  e  de'tribunnli.  In  è  lislabilito:  ma  quel  mesliei'o  era  sem- 
i;iò  l'opinione  secondava  rammiiiistrazio-  brato  una  buona  cosa  ad  alcuni  sUanie- 
iie;  e  puossi  dire,  die  io  spirito  pubblico,  ri.  Molli  faci  noiosi  del  paese^  litigi'  ìi,ma. 
senza  il  soccorso  deirarnti,  distrusse  qua-  neggiatori  di  coltello,  abbandonavano  es- 
si  interamente  il  brigandaggio.  Neil'  an-  .si  pure  la  loro  famiglia  per  unirsi  a  que- 
noiSi  i  e  neli8i2  i  briganti  erano  in  sì  gli  stranieri  ,  quando  la  forza  pubblica 
piccolo  numero  ridotti  cbe  se  ne  conta-  mallevasi  in  cerca de'dislufbatoi-i  dell'oi-- 
vano  7  od  8  comandati  da  certi  fratelli  ca-  dine.  V'ebbero  persino  degli  sposi  pio- 
labreìii.  Ma  neli8i3  la  medesima  animi-  messi  ,  cbe  si  unirono  alle  bande  de' la- 
iiisliazione  francese  distrusse  quel  jio'di  dri,  dilferendo  le  nozze  al  giorno  in  cui 
Jjenecbe  avea  fallo  negli  anni  auteceden-  avessero  ottenuto  un*  amnistia.  Sventa- 
li. S'imposero,  come  altrove,  agli  anticbi  rate  donzelle  dicevano  con  dolore  e  qual- 
leudi  de'Coloima gravi  requisizioni  in  uo-  cbe  volto  con  orgoglio:  -  Il  mio  promes- 
mini,  in  cavalli,  in  denaro.  Si  consumalo-  so  è  alla  montagna  1  -  Tal  era  la  situazio- 
no,  prima  eziandio  cbe  fossero  scadute,  le  ne  del  paese  che  volevasi  pacificare.  In- 
Jisle  della  coscrizione:  si  vollero  persino  tanto  alcuni  membri  delle  municipalità 
tutti  i  cavalli,  senza  eccezione  alcuna:  si  locali  non  facevano  il  loro  dovere  :  una 
pretese  ordinare  guardie  d'onore...  Na-  commiserazione  inescusabile  confondeva 
poleone  dunque  non  avea  cognizione  al-  il  loro  spirilo.  Bisognava  dunque  soste- 
cuna  dello  stato  di  questi  paesi?  Quegli  nere  energicamente  l'autorità  fedeli  al 
ubitanti  irritati,  tornarono  a'Ioro  primi-  loro  dovere,  istruire  le  deboli  delle  loro 
livi  costumi.  Si  formarono  bande  di  fa-  obbligazioni,  punire  con  fermezza  i  mal- 
ziosi  così  detti  yjo//Y/ci,  die  commetteva-  vagi,  cbe  potevansi  arrestare,  e  usar  de- 
lio ogni  maniera  di  eccessi  sulle  pubbli-  menza  insieme  con  certi  caratteri  irrilabi- 
che  strade  sotto  pretesto  di  molestare  le  li,  capaci  di  portarsi  ad  aumentare  il  nu- 
inilizie  di  Gioacchino  Murat.  Alcuni  co-  mero  de'ribelli.  Leone  XII,  determinato 
mandanti  romani,  troppo  deboli,  dopo  la  d'annientare  questo  sedimento  infetto  di 
partenza  del  governatore  francese,annun-  brigandaggio,  chiamò  a  se  gli  uomini  pro- 
trarono, che  tutti  quelli  che  prendessero  bi  e  religiosi,  che  avevano  dell'autorità, 
Je  anni,  e  contribuissero  a  stabilire  la  si-  del  potere  in  que'paesi,  per  concertarsi  a 
curezza  delle  strade,  otterrebbero  un  per-  tale  bisogno:  fece  distribuire  ricompense 
dono  generale  per  tulli  i  delitti  anlerior-  a'piU  zelanti  promotori  del  buon  ordine; 
mente  commessi.  Mezzi  imprudenti  e  fu-  trasporlo  in  altre  provincia  quegli  abitali- 
iiesti!  perocché  alla  iin  fine  bisogna  poi  ti  di  Sonni  no,  che  davano  tristi  esempli;  e 
passare  alla  punizione  de'delitti,  sei  col-  intanto  metteva  sotto  la  più  severa  vigi- 
pevoli  che  hanno  goduto  un'amnistia  ne  lanza  tutta  quella  città,  che  i  briganti  a- 
comnietlono  ancora. Tuttavia  quella  pub-  vevano  avuto  l'audacia  di  chiedere  al  me- 
Micazione  determinò  una  quantità  di  bri-  desimo  titolo  ch'era  posseduta  dalla  fa- 
ganli  a  diventare  gli  ausiliari  dell'auto-  miglia  Colonna.  Tuttavia  non  si  ollene- 
lità.  La  provincia  di  Campagna  venne  vano  ancora  tutti  (jue'buoni  risultanìeii- 
coperta  duoiiiini  armati,  e  non  erano  al  ti,  che  potevansi  aspettare  da  tanti  sagri- 
certo  uomini  che  volessero  poi  costante-  lizi,  da  tante  sollecitudini  dirette  ad  as- 
uienle  vivere  soggetti  alle  leggi  nuove  per  sicurare  il  ritorno  della  quiete  iu  quelle 
essi.  Così  crearunsi  parecchi  corpi  di  ve-  fatali  contrade".  Se  il  riferito  dall'Artaud 
ri  definitivi  briganti,  i  quali  non  usciva-  non  è  in  alcune  cose  del  lutto  esatto,  dal 
no  giammai  da'  nascondigli  delle  loro  da  me  esposto  nel  principio  e  nel  decor- 
monlaguc,  che  per  andare  a  rubare  sul-  so  di  quesl'ailicolu  si  puòricavai'Depluu- 


\'  E  L 

«iliile  i«;lli(lcnzi(3Me  ìi  se  l'illustre  fitiiice- 
se  Arlatid  fu  persuaso,  che  niuiio  si  la- 
mentasse, se  nella  storia  d'un  Papa  da- 
vo particolareggiate  notizie  sui  malvi- 
venti che  infestarono  le  nobilissime  pro- 
vincia di  Marittima  e  Campagna;  con  più 
di  ragione  io  mi  dehho  ciò  attendere  pel 
propostomi  superiormente,  e  perchè  que- 
st'articolo riguaidii,  ècomune,  si  compe- 
nelra  e  rannoda  colle  vicende  e  fasti  del- 
le medesime  provincia  ,  come  ripetuta- 
mente dichiarai.  IN'ello  slesso  1. 1 ,  cap.  1 8, 
l'Aiinud  deplora  all'  anno  1824,  perchè 
il  cardinal  Pallolta  ne'primi  giorni  della 
sua  missione  di  legato  n  laleie  di  t\Ia- 
rittima  e  Campagna,  incaricato  d'impie- 
gare  i  mezzi  più  rigorosi  e  più  acconci 
per  distruggere  i  ricellacoli  de' briganti, 
fd  assiemare  le  grandi  strade  ch'essi  con- 
tinuavano ad  infestare,  avea  pubblicato 
un  proclama  da  Ferentino  sua  residenza, 
che  fu  disapprovalo  in  Roma,  per  essersi 
abbandonato  ad  atti  così  singolari  che 
dispiacquero  al  l'apa;  laonde  si  riconobbe 
che  il  cardinale  non  riuscirebbe  coinpiu- 
laniente  nella  sua  impresa.  Allora  fu,  che 
d'ordine  pontificio,  tulle  ro{)erazioni  del 
cardinale  vernicio  sottomesse  all'esame 
della  segreteria  di  stato,  acciò  le  ulteriori 
disposizioni  fossero  più  saggie  ed  ellicaci. 
Le  notizie  intanto  della  montagna,  ove  i 
briganti  sì  erano  ritirati,  di  ventando  sem- 
pre [)iìi  cattive,  Leone  Xll  giudicò  con- 
veniente di  richiamare  a  Roma  il  cardi- 
nal Paliotta,  invitandolo  a  doniandare  la 
8ua  dimissione  dalla  legazione.  Il  cardi- 
nale si  occupava  priiicipalmenlea  mante- 
nere sicure  da'biiganti  le  strade,  che  or- 
dinariamente venivano  frequentate ,  ma 
non  portava  o  non  poteva  estendere  le 
medesime  premure  alla  vigilanza  sulle  al- 
tre parti  di  sua  giurisdizione.  Forse  non 
avea  suiliciente  mano  d'armati  a  sua  di- 
sposizione; o  forse  bisognava  cominciare, 
com'egli  procurava  di  fare,  dal  soffocare 
le  (pici  eie  del  cor|)o  diplomatico,  che  as- 
saliva il  cardinal  JDella  Somaglia  segrela- 
lio  Ui  sialo  colle  sue  note  a  proposilu  del- 


V  E  L 


3i 


l'aggressioni  commesse  a  danno  di  Inlti  i 
viaggiatori  stranieri,  che  venivano  spo« 
glialijgeltati  prima  brutalmenlecollayrtfC' 
eia  a  terra.  Qui  l'Artaud  spiega  tale  inu- 
mazione de'briganti,  e  descrive  come  pra- 
ticavano il  depredamento  crudele  di  quan- 
to i  viaggiatori  possedevano.  Ad  onta  che 
l'inipresa  fosse  didlcile  assai,  continuando 
il  Papa  ad  insistere  sulla  dimissione  del 
cardinalPalloltajl  quale  tentava  sulle  pri- 
me di  rifititarla, gl'invio  i  cardinali  Pacca 
e  De  Gregorio  per  piegarlo;  la  dolcezza 
e  fermezza  de'  quali  ottennero  la  dimis- 
sione. Si  presero  nel  medesimo  tempo 
prudenziali  precauzioni,  perchè  gli  attac- 
chi de'  briganti  comandati  dal  famoso 
Massarone(oGasparone) venissero  respinti 
con  intelligenza  e  buon  accordo  tra  l'au- 
torità, non  solo  nelle  grandi  strade,  ma 
dovunque  il  IMassaroiie  spedisse  il  più  in- 
fimo de'suoi  luogotenenti.  L'Artaud  al- 
l'annoi 824,  '•  2,cap.  I,  narra  l'ostinazio- 
ne di  Massarone  nelle  sue  perfìdie,  e  che 
tristi  invidiosi  di  sua  fatale  rinomanza, 
da  tulle  parti  comparivano,  o  per  me- 
gliodirenonaveano  mai  cessato  d'inquie- 
tare il  paese.  Mg.'  Gio.  Antonio  Benve- 
nuti segretario  del  buon  governo,  prela- 
to commendabilissimo  pei*  perspicacia 
d'ingegno  e  splendore  di  virtù,  colia  ri- 
tenzione di  sua  carica,  fu  mandato  dele- 
gato straordinario  a  Frusinone,  invece  del 
cardinal  Pallotta,  ma  con  minori  poteri; 
egli  si  associò,  in  qualità  di  comaiidanle 
militare,  Ru vinelli  colonnello  de'carabi- 
nieri,  uomo  esso  pure  di  buon  ingegno  e 
risoluto,  attissimo  ad  imprese  che  doman- 
davano vigore  e  celerità.  P^inaluiente  nel 
cap.  22  l'Artaud  racconta,  che  pubblica- 
tasi la  celebrazione  dell'anno  santo,  il  go- 
verno pourdlcio  colle  ulteriori  sue  ener- 
giche disposizioni,  rese  più  certa  e  asso- 
lutamente infallibile  la  distruzione  de' 
briganti,  onde  assicurale  i  pellegrini  sul- 
la sicurezza  delle  strade  da'  malfattori. 
Mg.'  Benvenuti  risiedendo  nella  provin- 
cia di  Marittima  e  Campagna,  ordinò  pri- 
tuaiueule,  che  le  persone  poste  sotto  la 


32                      V  E  L  V  E  L 

vigilanza  <lella  polizia ,  o  die  potessero  «a  perversa  inclinazione,  o  die  per  com- 
e'<serlo  in  seguilo,eil  i  parenti  (le'hrigìinli  messi  (Idilli  tlivenivano  fuggiaschi.  Si  re- 
I  iconosciuli  per  tali,  dovessero  riliraisi  sero  [-.or  Iroppocelohri  nelle  provincia ro- 
iie'loro  (lomicilii  prima  tlel  tramonlo  del  mane  De  Cesaris  e  ()asp!)rone,enelle  na- 
sole,  sollo  pene  severissime.  Cliionqne  si  pulelane  Furia  ed  i  Vaiidardli.  Le  mou- 
abbaltesse  ne'briganli,  dovea  darne  avvi-  lagne  nella  slale,ledei>erlecanjpagne  ma- 
so  all'aulorità  più  vicine.  Glie  le  pei  so-  riltin)e  nell'inverno,  ed  i  vasti  bosclii  soni- 
ne sospelle  non  polessero  uscire  dal  loro  minislravanoa  loro  molli  rifugi,  ne'qoali 
comune,  se  non  munite  di  loglio  di  via.  polevanofacilinenledeUidere  la  vigilanza 
1  pastori,  i  propi  ielari  di  bestiame,  si  sol-  e  la  forza  de'governi.  Uniti  in  bande  co- 
toposero  a  rigorose  discipline.  IS'èsi  om-  stringevano  i  conladini  ed  i  pastori  a  som- 
ndsero  |necauzioni  sui  cacciatori  ,  sulle  ministrar  loro  il  villo.  Violavano  le  l'eni- 
immnnilà  locali  e  personali  sospese.  Glie  mine  che  potevano  raggiimgere.  Assalla- 
i  debili  riferibili  al  brigandaggio  si  giù-  vano  i  doviziosi,  e  non  conlenli  di  rapir 
dicassero  somniariamenle  dal  Iribnnale  lorocpianloporlavanOjliconducevanosul- 
piesieduto  dallo  slesso  delegalo.  E  Leo-  le  montagne  e  gl'imponevauo  enormi  ta- 
ne Xll  volle  esaminar  le  determinazio-  glie  pel  riscatto.  Se  non  ricevevano  il  chic- 
ni  per  distruggere  gli  avanzi  del  brig'in-  sto  denaro  li  trucidavano  fra'più  orribili 
daggio,  onde  allontanare  ogni  scandalo  tormenti.  Piesero  fra  gli  altri  nel  i  82  i  e 
nel  prossimo  giubileo,  e  cosi  felicemente  taglieggiarono  i  camaldolesi  dell'  eremo 
si  pervenne  al  tanto  sospiralo  scopo;  e  le  ch'è  presso  il  Tuscolo,  ed  un  collegio  di 
Provincie  di  Marittima  e  Gampagnariac-  fanciulli  esistenti  alle  porle  di  Terracina. 
quistarono  la  loro  piena  tranquillità  e  si*  Rovinarono  molte  famiglie  e  recarono 
curezza,  pel  fermo  operare  di  mg/  Ben-  danni  gravissicni  all'inlerno  commercio, 
Tenuti,  poi  elevalo  alla  porpora.  Il  cardi-  all'  agricoltura  e  soprallullo  alla  pasto- 
naie  Della  Soinaglia  come  segretario  ili  rizia.  I  governi  adoprarono  mezzi  slraor- 
slalo  anch'  egli  contribuì  al  feru)o  inlen-  dinari  per  di'Slruggere  tanli  ribaldi.  Tal- 
dimento  di  Leone  Xll, in  liberare  le  prO'  volta  proposero  premi  a  chiunque  li  uc- 
\incie di  Marittima  e  Can)pagna  dagli  as-  cidesse.  Altre  volle  disperando  di  rag- 
.sassini  che  l'infestavano,  e  ciò  del  lutto  si  giungerli  colla  forza  li  richiamarono  al- 
ultenne  felicemente  nel  1825.  Ecco  come  la  società  col  conceder  loro  perdono  e  peii- 
in  tale  anno  il  contemporaneo  cav.  Cop-  sioni.  Nella  provincia  romana  di  Gampa- 
pi  lo  ilescrive  nel  n.°i2  de'suoi  Annali  gna  rimase  celebre  una  strepitosa  legazio- 
d'Jlalia.»  Le  provincieprossime  a  Roma  ne  eseguita  nel  1824^3'  cardinal  Pallot- 
iuronopermollianni  tormentate daglias-  ta,  il  quale  arbitrariamente  sconvolse  o- 
sassini  o  briganti,  male  comune  colie  vi-  gni  cosa  senza  rimediare  alcun  male.  Fi- 
cine  napoletane  degli  Abruzzi,  della  Ter-  naluienle  dopo  esserne  slati  uccisi  o  giu- 
ra di  Lavoio  e  della  Puglia.  Nelle  solle-  sli/iali  molle  centinaia  ,  in  quest'  anno 
vazioui  di  multe  popolazioni  contro  i  fran-  «82  5  si  ridussero  ad  una  banda  di  20  in- 
cesi, allorquando  essi  occupavano  queste  dividiti.  Questi  nel  mese  di  settembre  Irò- 
regioni,  non  pochi  erano  corsi  alle  armi  vandosi  pressoSonnino  nella  provincia  di 
più  per  amore  della  rapina  che  della  pa-  Gampagna,  furono  circondali  dalle  forze 
Iria.  Alcuni  si  assuefecero  in  lai  guisa  al  pontilicie  e  napoletane.  D'altronde  era- 
ladroneccio  e  vi  persistettero  anche  dopo  no  ormai  ristucchi  di  vivere  più  ad  uso 
terminati  i  popolari  tumulti.  Formali  co-  di  fiere  che  di  uomini,  lutali  angustie 
M  diversi  nocchi  di  ladri,  die  scorrevano  invocarono  la  mediazione  di  alcuni  ec- 
armali  per  le  campagne,  recavansi  ad  u-  clesiaslici,  e  coll'opera  loro  1  ^  si  arresero 
uirvisi  molti  di  coloi  oche  avevano  la  sles-  a  disciezioue  Uvl  governo  pontifìcio,  e  iu* 


V  E  L 

rono  mnntlati  a  tertninnre  i  loro  giorni 
nella  foltezza  di  Civitavecclìia  (occupala 
nel  1849  tia'fra noesi,  i  supersiili  ftirono 
trasportali  in  quella  di  Civita  Castellana). 
Cirniiiesi  resero  alle  forze  napoletane".  Il 
cardinal  Della  Somaglia  passò  airallra  vi- 
ta a'6  aprile i83o,  eilal  vescovato  di  Por- 
to e  s.  lluflìna  vi  ili  traslato  a'29  iiiaggio 
il  decano  cardinal  Bartolomeo  l'acca,  ciie 
preso  possesso  a'  5  loglio,  sotto  il  nuovo 
governo  Vellcfri  riebbe  la  sua  trantpiil- 
lilà.  Debbo  notare,  cbe  Pio  Vili  a'9.4  a- 
prilei83o  fece  scrivere  al  cardinal  l'ac- 
ca^  dal  cardinal  Albani  segretario  di  sta- 
lo, cbe  acciò  non  rimanessero  più  a  lun- 
go ritardati  alle  popolazioni  d'Ostia  eVel- 
lelri  i  benefizi,  cbe  loro  preparava  la  pa- 
terna animinislrazione  ch'era  per  intro- 
durvi, ed  i  quali  sarebbero  loro  ancora 
per  qualche  tempo  did'erili  se  si  dovesse 
attendere,  secondo  il  prescritto  da  Cle- 
mente XIII,  che  avesse  preso  possesso 
della  sede  vescovile  al  cardinale  riserva- 
ta, l'autorizzava  ad  assumere  immedia- 
tamente il  governo  temporale  con  tutta 
quella  parte  di  potere  temporale  che  il 
breve  di  Pio  VI  avea  confermato  a  fa- 
vore de' cardinali  decani  e  vescovi  della 
slessa  diocesi.  Di  pili  avvertì  il  cardinale, 
d'  avere  altrettanto  comunicato  a  rag/ 
Uafll  uditore  generale  del  defunto  cardi- 
nal Della  Somaglia,  il  quale  prelato  nel- 
l'attuale vacanza  della  sede  Ostiense  e  Ve- 
lilerna  presiedeva  interinalmente  al  go- 
■werno  d'ambedue  le  popolazioni.  Pertan- 
to ì!  cardinal  Pacca  con  notificazione,  in 
cui  s'intitolò  decano  del  sagro  collegio  e 
governatore  perpetuo  d'Ostia  e  Velletri, 
del  i.^maggiOjdichiarò  alle  medesime  po- 
polazioni la  pontificia  abilitazione  per  as- 
sumere il  governo  temporale,  benché  la 
sede  a  lui  riservata  rimaneva  ancor  va- 
cante. In  conseguenza  avere  assunto  il  ti- 
tolo e  la  podestà  di  governatore  perpetuo 
sino  da'27  aprile,  ordinando  che  tulli  gli 
atti  amministrativi  e  giudiziari  si  faces- 
sero in  suo  nome.  Indi  disse,  che  nel  pren- 
dere allora  il  formale  possesso  per  mez- 

VOI.  xc. 


V  EL  33 

zo  de'suoi  commissari,  prolestaTa  innan- 
zi a  Dio  ,  di  volere  un  governo  fondato 
sulla  giustizia,  alla  quale  sarebbero  sem- 
pre dirette  le  sue  cure.  Perciò  essersi  cir- 
condato di  persone  note  per  la  loro  pro- 
bità, e  di  aver  nominalo  uditor  generale 
mg.'  Bofondi  uditoredi  Rota  (ora  cardinal 
presidente  del  censo),  il  quale  colla  pie- 
na approvazione  del  Papa  avrebbe  eser- 
citalo le  funzioni  governative  nella  parte 
politica  ed  economica,  e  nelle  cose  con- 
cernenti l'amministrazione  delle  due  cit- 
tà d'Ostia  e  Velletri; e  che  sarebbe  l'orga- 
no immediato  de'suoi  ordini,  presso  i  vi- 
ce governatori  e  presso  il  magistrato  e 
consiglio  municipale.  Che  non  potendo 
poi  l'uditor  generale  prestarsi  all'eserci- 
zio della  podestà  giudiziaria,  questa  a- 
verla  delegata  interamente  all'avv,  Giu- 
seppe Luigi  Barloli  suo  uditore  particola- 
re (poi  avv,  concistoriale  e  avv.  geueraltì 
del  fìsco);  il  quale  col  titolo  d'assessuie  ci- 
vile avrebbe  conosciuto  e  giudicato  tul- 
le le  cause,  liti  e  controversie,  che  in  pas- 
sato si  giudicavano  dal  prelato  uditore 
generale,  ed  inoltre  sarebbe  egli  l'organo 
immediato  de'suoi  ordini  in  tutlociòche 
riguarda  la  giustizia  civile.  Aver  pure  no- 
minalo uditore  di  can)era  pe'  ricorsi  in 
via  di  segnatura  l'avv.  Angelo  Giansanti 
(al  presente  avv.  concistoriale  e  avv.  ge- 
nerale del  fisco);  e  finalmente  nomitrafo 
uditore  criminale  l'avv.  Demetrio  Silva- 
ni Loreni,  al  quale  apparterrebbe  la  cor- 
rispondenza in  ciò  che  concerne  la  giusti- 
zia punitiva.  Volendo  poi  profittare  de' 
lumi  de'  suoi  rappresenlanli  e  conoscere 
le  loro  operazioni,  dichiarò  il  cardinale, 
che  almeno  una  volta  la  settimana  si  sa- 
rebbero riuniti  in  congresso  avanti  di  lui. 
Per  la  formalità  del  possesso  avere  depu- 
tato i  due  primi  nominati  per  commissa- 
ri, coU'assistenzu  degli  altri  due;  e  doven- 
dosi in  tale  circostanza  radunare  il  consi- 
glio municipale^  aver  formala  la  nota  di 
48  consiglieri,  metà  nobili  e  l'altra  citta- 
dini, espressi  nella  notificazione,  a  tenore 
del  prescrilloda  Leone  XI l  pe'capoluoghi 


34  VCL 

di  legazione:  confei  mando  il  gonfaloniere 
e  gli  anziani.  Invilo  gli  abitanti  d'  Ostia 
e  S'elicili  di  dirigersi  a  Ini  con  fiducia,  prò- 
ntetlendo  migliorar  la  lorosorte,  e  toglie- 
re gli  {djusi  ove  fossero  ,  riducendo  tulio 
alle  vie  di  giustizia  e  d'equità,  e  mino- 
rando i  pesi  per  quanlolo  permetteran- 
no le  circostanze.  Disse  per  ultimo  :  la 
quiete  e  l'unione  de'ciltadini,  la  privata 
sicurezza  ,  1'  esecuzione  imparziale  delle 
leggi  costituire  la  pubblica  felicità,  la  qua- 
le era  ili.°  voto  del  suo  cuore.  Tanto  ri- 
cavai dal  biglielto  e  dalla  notificazione, 
staoìpali  in  Roma,  e  credei  opportuno  di 
darne  cognizione,  per  spiegare  come  tal- 
volta i  cardinali  decani  assunsero  il  go- 
verno temporale  innanzi  d'  essere  preco- 
nizzati vescovi  in  concistoro;  ed  ancora 
per  dare  notizia  di  quanto  praticavasi  in 
tale  circostanza,  e  come  si  costituiva  il  go- 
verno dccanale  prima  che  Velletri  dive- 
nisse legazione.  Il  cardinal  Pacca  imme- 
diatamente abolì  i  dazi  straordinari  im- 
posti in  nome  del  defunto  predecessore, 
e  qualche  altro,  che  la  libertà  del  popo- 
lo favoriva, specialmente  nello  spacciodel 
vino,  1.°  ramo  di  commercio  della  città; 
indi  fece  il  suo  ingresso  in  Velletri  nel  set- 
tembre, tra  la  pubblica  esultanza.  Un  ar- 
co trionfale,  bellissime  luminarie,  fuochi 
artificiali,  dimostrarono  la  gratitudine  e 
l'ossequio  filiale  de'velilerni.  Di  piìi  essi 
coniarono  una  medaglia  analoga  alla  cir- 
costanza inargento  e  bronzo,  che  sarà  un 
roonuuiento  perenne  di  tanto  vescovo  go- 
vernatore. Da  una  parte  è  la  svia  ellìgie 
Goll'iscrizione  :  B.  C.  Pacca  S.  C.  Deca' 
nus.  Nel  rovescio  si  legge  l'epigrafe:  Jd- 
seriori  Felicilatis  Publicae  S.  P.  Q.  V . 
MDCCCXXX.  Mentre  i  nemici  dell'altare  e 
del  trono  tramavano  lo  scoppio  di  ter- 
ribile rivoluzione,  a'  2  febbraio  i83i  fu 
sublimato  alla  cattedra  di  s.  Pietro  Gre- 
gorio XVI,  l'insurrezione  cominciando 
in  Bologna  a'4,  i  ribelli  credendo  lul(o- 
ra  vacare  la  Sede  apostolica.  Questa  de- 
plorabile rivolta  si  estese  in  quasi  tutte 
le  Provincie  dello  stalo   pontificio,  ma 


V  EL 
però  non  potè  penetrare  nelle  due  fede- 
lissime di  Marittima  e  Campagna.  Velie- 
tri,  ch'è  la  città  più  considerabile  di  esse, 
sebbene  da'liberali  fosse  stata  segretamen- 
te incitala  alia  sommossa,  pure  memore 
del  fedele  attaccamento  sempre  dimostra- 
to alla  s.  Sede,  non  ascollò  i  pravi  consi- 
gli de' faziosi.  Quantunque  in  questo  scon- 
volgimento la  città  fosse  restala  priva  dì 
milizia  ,  richiamala  tutta  iu   Roma   per 
opporsi  alla  scorreria  che  meditavano  i 
rivoluzionari,  ed  a'tentativi  di  quelli  che 
pretendevano  destarvi  scompiglio  e  rivo- 
luzione; nondimeno  si  mantenne  in  pie- 
nissimo ordine  e  tranquillità.  À  spese  del 
comune  furono  monturati  e  mantenuti  6o 
uomini  d'arme,  che  sotto  il  comando  d'uu 
capitano  dovessero  guardare  la  città,  e 
conservarvi  il  buon  ordine  e  la  polizia. 
Marciando  6ooo  ribelli  alla  volta  di  Ro- 
ma ,  il  governo  prese  energiche  misure, 
presidiò  CivitaCaslellana, coWocò  un  cor- 
po di  truppe  al  Passo  di  Corese,  di  che 
feci  parola  anche  nel  voi.  LX,  p.  67,  on- 
de impedire  ad  essi  d'inoltrarsi ,  e  Rieti 
gli  chiuse  lepoi  te  e  li  disperse.  Finalmen- 
te per  l'intervento  degli  austriaci,  e  le  o- 
perazioni  delle  Milizie  pontifìcie,  i  ribelli 
furono  vìnti,  e  ripristinata  la  pubblica  si- 
curezza. Gregorio  XVI  amando  paterna- 
mente i  suoi  sudditi  e  desiderando  ren- 
derli felici ,  incolpato  delle  lagnanze  d« 
popoli,  nelle  sue  pubblicazioni  cort  beni 
gni  sentimenti  gli  esortò  a  tornare  alla  dil 
vozione  e  a  mantenersi  fedeli  alla  Sovrc 
Ulta  della  s.  Sede  (V-)j  invitandoli  a  ri 
correre  a  lui  pe'propri  bisogni,  promet- 
tendo esaudirli  in  tutto  quanto  potesse.  Itt 
conseguenza  di  tali  amorevoli  inviti, i  ve- 
literni  si  proposero  di  far  conoscere  al  Pa- 
pa il  desiderio  d'essere  rimossi  dalla  pri- 
vativa giurisdizione  del  cardinal  decano, 
e  di  venire  soggettali  alle  leggi  generali  e 
comuni  dello  stato,  come  aveano  domali^ 
dato  a'suoi  predecessori,  anco  per  esser* 
sgravali  da'doppi  dazi  pel  mantenimento 
del  governo  privativo;  del  resto  essendo 
ben  conienti  del  savio  governo  del  cardi* 


\ 


VEL 

nnl  l'nccn.  Le  loro  isfnnie  ernno  diretle 
fl  nieveniie  In  litmovazione  tli  nnteiiori 
vessnzioni,  inipeiocchè  i  cardinali  giunti 
al  ilecaiifito  ,  liiiiienclo  in  loro  luminose 
cai'iciie,  (loventloacciiilii-e  a  gravissimi  af- 
fari e  risiedere  in  Roma,  impossd)ilitati  a 
reggere  in  persona  il  governo  d'  Ostia  e 
Velleli  i,  confidandolo  ad  altri,  questi  tal- 
volta non  furono  opportuni  o  ne  abusa- 
rono, trattando  i  velilerni  non  quali  sud- 
diti dtl  l'apa,n>adel  cardinale  decano.  A- 
<lniique  la  città  deputò  Cesare  Ulisse  del 
ceto  nobile  ,  e  Giuseppe  Latini  Macioti 
del  ceto  civile,  per  ottenere  da  Gregorio 
XVI  l'esaudimentodella  sua  ardente  bra- 
ma; ed  al  foglio  d'autorizzazione  de'aSki- 
glioi83i,si  sottoscrissero  272  cittadini 
ecclesiastici, consiglieri,  nobili, possidenti, 
negozianti.  Vernilo  ciò  a  cognizione  del 
cardinal  Facca,ordinò  al  gonfaloniere,che 
trattandosi  d'un  affare  di  sommo  rilievo, 
non  era  conveniente  che  si  maneggiasse 
dal  popolo;  ma  che  tosto  convocasse  il 
consiglio,  il  quale  se  avesse  approvato  la 
richiesta  del  popolo,  eleggesse 6  depotati 
autorizzandoli  di  portare  al  trono  sovra- 
no i  desideiii  de'velilerni.  Il  consiglio  se- 
guì il  voto  popolare,  e  scelse  a  tiepulali 
mg/  Geraldo  Macioti  vescovo  d'Eleusi  e 
sulfraganeo  di  Velletri ,  il  conte  Stefano 
Coluzzi,  il  cav.  Pietro  Paolo  Salimei ,  il 
maggiore  Clemente  Borgia  ,  il  capitano 
Giovanni  Graziosi,  e  Clemente  Cardina- 
li. Gregorio  XVI  li  accolse  benignamen- 
te, ed  ascollata  la  causa,  per  cui  Velletri 
gli  avea  inviata  questa  legazione,  fece  co- 
noscere di  non  essere  alieno  dal  decreta- 
re quanto  richiedevasi;  però  essendo  la 
domanda  rilevante,  meritava  ponderata 
discussione.  La  grazia  che  domaiìdarono 
i  veliterni  si  compendia  in  queste  pai'ole. 
Di  erigere  una  nuova  provincia  appella- 
la di  Marittima,  della  quale  Velletri  fos- 
se il  capoluogo,  e  il  cardinal  decano  suo 
vescovo  la  regolasse  col  titolo  di  leeato  a- 
poslolico  perpetuo. Disse  po'  mg.'  Macio- 
ti snirrnganeo  ,  nella  dedica  al  cardinal 
Pacca  del  1. 1  degli  Atti  ddlaSocittà  Voi- 


VEL  35 

scfi,  di  cui  era  diltatore."Ma  il  benefìzio 
pili  grande,  e  che  forma  epoca  ne' fasti 
della  patria,  si  è  quello  appunto  di  aver 
protetto  ed  avvaloralo  il  volo  unanime 
della  città  a  fine  di  ottenere  dal  Santo  Pa- 
dre il  moto-proprio  del  I. "febbraio! 832. 
Imperocché  quantunque  l'antico  gover- 
no decanale  sia  stato  per  lo  passato  buo- 
no e  proficuo  a  questa  popolazione;  pu- 
re pel  cambiamento  notabile  delle  circo- 
stanze, essendosi  cambialosostanzialraen- 
te  l'andamento  generale  delle  cose,in  og- 
gi ritorcevasi  a  pregiudizio  quello  slesso, 
che  prima  era  stalo  a  noi  dato  per  pri- 
vilegio; ond'è  che  la  giurisdizione  priva- 
tiva non  era  più  combinabile  col  sistema 
collegalo  ed  uniforme  delle  leggi  attua- 
li. Quindi  a  giusta  ragione  si  può  da  noi 
concludere,  che  l'  Em.^  V.  come  nel  ri- 
pristinare l'accademia  Volsca  le  ha  dato 
una  nuova  vita;  cosi  nel  fare  che  Velletri 
sia  sede  di  legazione  e  capo  della  provin- 
cia di  Marittima  le  ha  dato  una  nuova 
esistenza.  Ed  oh  felice  la  nostra  città,  se 
conoscendo  essa  la  propria  sorte  ,  saprà 
profittare  d'un  tanto  beneficio".  Mentre 
pendeva  la  risoluzione  della  domanda, 
Gregorio  XVI  proclivead  accordarla, tro- 
vandosi nella  villeggiatura  di  Castel  Gau- 
dolfo,  lunedì  io  ottobre  i83i  si  recò  ad 
onorare  di  sua  presenza  Velletri.  Fu  quin- 
di scrillo  da  Velletri  e  pubblicato  nel  n." 
4 1  delle  Notizie  del  giorno  del  1 83  i .  A 
ore  16  giunse  in  Velletri  il  Sommo  Pon- 
tefìce,incontralo  dal  gonfaloniere  cogli  an- 
ziani fuòri  di  porta  R.oinana,dal  quale  gli 
furono  presentatele  chiavi  della  città. La 
frequenza  del  popolo,  gli  applausi,  le  vive 
acclamazioni  e  l'allegrezza  del  medesimo 
fecero  ben  conoscere  la  venerazione  e  la 
fedeltà  verso  il  sovrano.  Il  Papa  per  la 
via  corriera  si  condusse  alla  cattedrale, 
dove  fu  ricevuto  dal  cardinal  Pacca,  da 
lutto  il  clero  secolare  e  regolare,  e  da  tut- 
ta la  nobiltà.  Dopo  avere  oralo  innanzi 
il  ss.  Sagramento  decorosamente  esposto, 
e  ricevuto  la  sua  benedizione,  e  pregato 
nel  santuario  della  U.  Vergine  delle  Gra- 


36  V  E  L 

zie,  posso  nella  sagrestia  gronde.  Ivi  nssi- 
«0  nel  Irono  preparato  ammise  al  bacio 
•lei  piede  i  prelati,  il  capilolo,  tulli  gli  al- 
tri ecclesiastici  e  gli  alunni  del  seminario. 
Da  della  basilica  si  trasferì  nel  palazzo 
vecchio  destinatogli  per  abitazione,  rice- 
vuto ivi  pure  dal  cardinale,  da'magislia- 
li,  dal  consiglio,  dalla  nobiltà  e  dagl'im- 
piegati pubblici,  tulli  schierali  nell'atrio 
e  per  le  scale.  Preso  alcun  riposo  nell'ap- 
parlamento  vescovile  disposto  a  sua  di- 
mora, a  preghiera  del  cardinale  scese  al- 
l'appartamentodel  magistrato,  e  dalla  sa- 
la delle  lapidi  uscito  sulla  grandiosa  loggia 
espressamente  fabbricata,  dopo  le  solile 
precijGregorioXVIaflelluosamen  te  com- 
partì l'apostolica  benedizione  all'immen- 
so popolo,  che  ansiosamente  dalla  piazza 
la  domandava.  Tornato  nel  suo  apparla- 
tnento  ricevè  al  bacio  del  piede  il  magi- 
strato e  il  consiglio,  la  no])iltà  e  le  dame, 
le  deputazioni  di  Sezze  e  di  Sermoneta. 
Nell'ore  pomeridiane,  accompagnato  dal 
cardinale,  volle  vedere  la  città  a  piedi,  e 
▼ihilare  i  monasteri  delle  teresiane  e  del- 
le Clarisse.  Indi  accettò  le  due  mule  del 
cardinale,  col  quale  a  spalla  pertossi  o 
trottare  fuori  della  porta  Napoletana.  Ivi 
fu  ad  ossequiare  il  Papa  ilcardinal  Weld, 
e  ad  un'ora  di  notte  s'incendiò  alla  pre- 
senza sovrana  un  bellissimo  fuoco  artifi- 
ciale sulla  sottoposta  piazza,  e  si  elevò  un 
globo  areostalico.  Tutta  la  città  fu  illu- 
minata, il  palazzo  pubblico  a  cera,  come 
altri  della  nobiltà,  e  nella  via  corriera  e 
in(|aclla  del  comune  ardevano  su  pali  co- 
perti di  verzura  più  di  i  eoo  fiaccole:  l'al- 
ta torre  del  Trivio  era  parimenti  da  fiac- 
cole illuminala  sino  alla  sommità  della 
croce.  Nella  seguente  mattina  Gregorio 
XVI,  dopo  aver  celebrato  la  messa,  si  de- 
gnò ricevere  altre  deputazioni  de'luoghi 
circostanti:  mg.'  Grati  amministratore  a- 
postolico  di  Terracina,  Sezze  ePiperno; 
e  particolarmente  la  deputazione  della 
città,  cui  assiemò  graziosamente, non  me- 
no del  suo  sovrano  gradimento  alle  fatte 
diaiosliazìoni,  che  della  sua  propensione 


V  r:L 

e  fnvore  intorno  all'erezione  della  nuo- 
va provincia  e  legazione.  Date  pure  ^pe- 
ranzedi  ritornare  a  Velleiri,  noreI4pa>■■ 
lì  accompagnalo  dal  cardinal  Pacca  lino 
a  due  miglia  dalla  città,  tra  l' incessnnli 
acclamazioni  e  felici  angurii  del  popolo, 
sventolando  al  ponte  Rosso  le  bandiere 
col  pontilicio  stemma.  Iscrizioni  tempo- 
ranee erano  stale  collocate  a  porta  Ro- 
mana, alla  cattedrale,  nel  santuario  del- 
la Madonna  e  poi  scolpita  in  marmo,  al 
palazzo  pubblico.  Bande  musicali  da  fia- 
to e  a  corda  della  città  l'avevano  ralle- 
grata, il  cardinale  trattò  splendidamen- 
te il  Papa  e  la  sua  corte.  Altri  particola- 
ri sui  festeggiamenti  e  sinceio  entusiasmo 
tie'velilerni,  si  ponno  leggere  nelle  citale 
Notizie;  né  mancarono  poetiche  compo- 
sizioni celebranti  l'avvenimento,  come  di 
Felice  Valentini  accademico  volsco. 

Gregorio  XVI  col  moto-proprio  Ln- 
minose  prove  di  feritila  inconcussa  alla 
s.  Sede,  del  i  ."febbraio  1 832 ,  Bull.  Iloni. 
coni,  t.iq,  p.  85,  riportalo  anche  dal  can. 
Banco,  pienan>ente  appagò  i  fervidi  voti 
de'  velilerni,  con  inesprimibile  giubilo  di 
essi.  Con  tale  memorabile  atto  il  Papa, 
encomiata  la  fedeltà  de' velilerni,  ricorda- 
le l'amplissime  lodi  e  privilegi  meritatisi 
da'suoi  predecessori,  inclusivaraente  alla 
prerogativa  concessa  al  loro  cardinal  ve- 
scovo, per  lo  più  decano  del  sagro  colle- 
gio, prima  di  prolezione  della  città  co 
giurisdizione,  poi  di  governatore  perpetu 
della  medesima,  e  cosi  goderono  lung 
mente  d'un  reggimento  dolce  e  tutto  p 
terno;  rammentate  le  riforme  inlrodot 
in  tutto  lo  stato  ,  necessarie  alla  pubblici 
amministrazione, rilevòcheil  nuovoordi- 
ne  di  cose  portando  collisione  colla  pri- 
vativa giurisdizione  del  cardinal  decano, 
e  privando  del  godimento  de'benefizi  fat- 
ti allo  stato  col  nuovo  sistema  i  veliler- 
ni, questi  supplicarono  Pio  VII  e  Leone 
XII  a  loro  parteciparglielij  i  quali  Papi 
benché  inclinassero  a  contentarli,  ne  fu 
rono  impediti  dalla  morte.  Divenuto  egl' 
Papa,  quanto  più  insigni  furono  le  rifor- 


I 


V  E  L 

me  e  i  miglioranietili  da  lui  decretati  al 
bene  de'suclilili,  tanto  più  fervorose  si  rei- 
leruroiiu  le  suppliche  ile' velileriii  a  par» 
leciparne,  ed  insieme  a  erigere  la  provin- 
cia ili  IVIarilliina  (che  si  t'ormò  pure  con 
alcune  comuni  tolte  dalla  Coiiutrca  di 
Roma),  e  allidnrne  il  governo  al  cardinal 
vescovo  con  titolo  di  legalo  apostolico,  ed 
erigendo  in  capoluogo  la  città  di  Vellelri. 
Di  più  i  velilerni  avergli  rassegnalo  un 
alto  di  adesione  alle  loro  suppliche  de' 
pubblici  rappresentanti  di  vari  luoghi  e 
città  della  Marittima,  perchè  fossero  di- 
staccati dalla  provmcia  di  Campagna  o 
Frosinone  ('.),  ad  essi  di  troppo  incomo- 
do accesso,  e  riuniti  alla  nuova  legazione 
di  Velletri.  Sembrando  a  lui  piene  d"  e- 
qiiità  le  cose  esposte,  oltre  la  considera- 
zione del  gran  beiiefizio  che  ne  derivava 
alle  popolazioni  situate  nella  costa  di 
monte  che  guardano  il  mare,  e  come  so- 
no quasi  separale  dalla  natura  d'interes- 
si e  di  comunione  dalle  popolazioni  della 
Ca(npiigiia ,  cosi  ancora  fossero  divise 
d'amministrazione;  e  si  formasse  un  ca- 
poluogo,nel  quale  avrebbero  vicini  e  pron- 
ti, e  tulli  applicati  al  proprio  vantaggio 
ed  al  sollievo  de'  propri  bisogni  i  magi- 
strali ed  i  ministri  del  governo.  Penetralo 
da  questi  riflessi,  continua  a  dire  il  Papa, 
averli  comunicati  colla  sua  voce  a'  depu- 
tali di  Frosinone,  i  quali  ne'  seutimenli 
di  moderazione,  di  giustizia  e  di  disinte- 
resse onde  sono  animati,  sentendone  tut- 
ta l'importanza,  e  con  piena  soddist'azio- 
uedel  suo  animo,  si  limitarono  ad  itnplo* 
rare,  che  nella  erezione  della  nuova  pro- 
vincia fosse  loro  recalo  il  minor  danno. 
w  In  tale  stalo  di  cose  rivolgemmo  o^ni 
nostra  cura  a  conciliare  gl'uiteressi  delle 
supplicanti  popolazioni  colla  dignità  e  il 
decoro  del  sagro  collegio,  del  quale  nou 
è  ultimo  ornamento  il  governo  e  la  giu- 
risdizione esercitata  dal  cardinal  decano 
sopra  le  popolazioni  di  Oslia  e  Velletri.  A 
questo  fine  credemmo  conveniente  di  co- 
uuinicare  quanto  concerneva  quesl(j  ne- 
gozio imporldult:  a  tulli  i  veuerubili  uo- 


VE  L  37 

stri  fratelli  cardinali  dell'ordine  de'vesco- 
vi,  non  che  ad  alcuni  degli  altri  ordini, 
domandando  loro ,  se  fosse  opportuno 
l'istituii  e  la  nuova  legazione,  e  come  si 
potesse  conciliare, che  nella  qualità  di  le- 
gato fossero  al  cardinal  decano  attribui- 
te quelle  prerogative,  che  distinguendolo 
dagli  altri  legali,  venissero  ad  equipai'are 
l'onoi'evole  concessione  con  la  quale  nella 
qualità  di  governatore  perpetuo  di  Vel- 
letri i  nostri  gloriosi  pi-edecessori  aveano 
condecoi'alo  nella  di  lui  persona  lutto  il 
sagro  collegio.  A  queste  domande  aven- 
do essi  corrisposto,  prevalendoci  noi  de' 
loro  lumi  e  del  loio  consiglio ,  abbiamo 
risoluto  a  vantaggio  della  oosti'a  dilettis- 
sima città  di  Velletri,  non  che  dell' altre 
città,  luoghi  e  terre  che  verranno  qui  ap« 
presso  designate,  di  creare  i:ina  nuova  le- 
gazione, ed  a  vieppiù  crescei-e  il  lustro  e 
la  dignità  del  sagro  collegio  de'cai'dinali 
di  s.  Chiesa  romana  nella  pei'sona  del  lo- 
ro decano  vescovo  di  Velletri,  allìdarue 
ad  esso  il  governo  con  titolo,  diritti  e  pre- 
minenze di  legalo,  e  con  facoltà  partico- 
lari non  comuni  agli  altri  cardinali  legali 
delle  Provincie.  E  perchè  questa  deter- 
minazione dell'animo  nostro  sia  iuessaad 
edetto  senza  ulterioi'e  rilardo,  di  nostro 
molo-proprio,  retta  scienza  e  deliberala 
volontà,  colla  pienezza  dell'autorità  apo- 
stolica ordiniamo  e  comandiamo  quanto 
segue.  §  I.  La  Legazione  (f.)  di  Velle- 
tri comprende  la  provincia  di  Marillima 
formata  da'governi  e  paesi  nella  tabella 
annessa  alla  presente  cedola  di  molo- 
proprio  (che  riportai  di  sopra  descriven- 
done tulli  i  luoghi).  La  città  di  Vellelri 
è  il  capoluogo.  §  II.  Il  governo  della  prò* 
viucia  è  allidato  ora  e  in  perpetuo  al  cai'- 
dinal  vescovo  d'  Ostia  e  di  Velletri,  per 
lo  più  Decano  (P'.)  del  Sagro  Collegio 
(  P'.).  Egli  prende  il  titolo,  e  gode  lutti  gli 
onori,  preminenze,  prerogative,atU'ibu- 
zioni  e  privilegi  della  s.  Sede.  §  111.  Il  car- 
dinal vescovo  Legato  (/^.)  dovendo  per 
ragione  della  sua  dignità  avere  la  resi- 
deazct  ia  Curia,  viene  ritppreseotalo  uel 


38  V  E  L 

capoluogo  della  provincia  e  legazione  da 
ut»  FiceLegnto.  §  IV.  E  adclello  al  cai"- 
dinaie  vescovo  legalo  un  assessore  spe- 
ciale per  gli  affari  della  legazione.  Que- 
sto assessore  risiede  in  Roma.  E  nomina- 
to da  noi  sulla  proposizione  del  cardinal 
legato,  e  riceve  uno  stipendio  fisso  dal  no- 
stro erario.  §  V.  Appartiene  al  cardinal 
legato:  i.°  Approvare  qualunque  aliena- 
zione de' beni  comunitativi,  e  qualun- 
que debito  che  le  comunità  della  provin- 
cia volessero  contrarre.  2.°  Il  decidere  sui 
ricorsi  che  si  promuovessero  contro  le  ri- 
soluzioni del  vice-legato  e  della  congrega- 
zione governativa  relativamente  ad  inte- 
lessi  delle  comunità  della  provincia.  Tutti 
i  ricorsi  hanno  sempre  l'efFetlo  puramen- 
te devolutivo,  dove  la  risoluzione  contro 
cui  si  reclama  sìa  d'altronde  ritrattabile. 
3.°  L'  approvare  ogni  imposizione  non 
considerata  nell'art.  24,  tit.  2."  dell'edit- 
to de'5  luglio  1 83 1 ,  in  supplemento  a'bi- 
sogni  delle  tabelle  cooiunilalive.  4'°  L'e- 
saminare le  proposizioni  e  domande  de' 
consìgli  comunitativi  intorno  alla  rias- 
sunzione degli  statuti,  ed  il  farne  ragio- 
nalo e  dettagliato  rapporto  per  ottenere 
le  nostre  deliberazioni.  5.°  L'esercitare 
personalmente  la  presidenza  del  consiglio 
provinciale,  o  di  proporre  a  noi  la  nomi- 
na d'un  presidente.  6.°  11  diritto  di  no- 
minare i  membri  de'  consigli  comunali 
neli."  impianto,  e  di  approvare  le  nomi- 
ne successive  a  forma  dell'art.  4)  ''t.  2.° 
dell'editto  de'5  luglioi83r;  di  ricevere 
dalla  congregazione  governa  ti  va,  e  rimet- 
tere a  noi  le  terne  di  nomina  de'deputa- 
ti  a'  consigli  provinciali  ;  di  partecipare 
a'consigli  stessi  il  nostro  ordine  per  l'a- 
dunanze straordinarie,ov  vero  per  lo  scio- 
glimento ne'casi  preveduti  dall'editto  de' 
5  luglio  i83i  ;  e  dì  rimettere  in  segre- 
terìa di  stalo  le  deliberazioni  della  con- 
gregazione governativa  intorno  agli  alti 
de'consigli  provinciali.  §  VI.  Tutte  l'at- 
Iribuzioui  che  nell'editto  de'  5  luglio 
1 83  I ,  e  negli  altri  editti,  regolamenti,  or- 
dini e  disposizioni  generali  pubblicate  0 


V  EL 

da  pubblicarsi  sonoo  saranno  riservale  o 
concedute  alla  congregazione  del  buon 
governo,  debbano  esercitarsi  dal  cardi- 
nal vescovo  legato  di  Vellelri  nella  sua 
provincia  o  legazione.  §  VILE  attrdjui- 
ta  inoltre  persingolar  privilegio  allostes- 
so  cardinale  legato  la  facoltà  di  presen- 
tare le  terne  per  quelle  nomine  degli  nf- 
fiziali  e  impiegati  nella  provincia,  che  di- 
pendono dalla  nostra  assoluta  volontà  a 
nelle  quali  non  ha  luogo  l'in  tervento  di;' 
consigli  comunali,  distrettuali  o  provin- 
ciali. §  Vili.  Il  vice-legato  ha  la  sua  re- 
sidenza in  Vellelri  capoluogo  della  pro- 
vincia o  legazione;  amministra  la  pro- 
vincia stessa  o  legazione  in  nomee  vece 
del  cardinal  vescovo  legato,  e  vi  fu  ese- 
guire gli  ordini  de'supremì  dicasteri. §  IX, 
Kisiede  egualmente  in  Vellelri  presso  il 
vice-legato  un  assessore  legale.  Vi  risie- 
dono pine  la  congregazione  governativa, 
il  consiglio  provinciale  e  la  commissione 
amministrativa  provinciale  a  forma  del 
disposto  nell'art.  8,  lit.  1.°,  e  negli  art.  i 
(•  i4,tit.i 3.° dell'editto  de'5  luglio  1 83  f, 
§  X.  La  giustizia  civile  e  criminale  si  ain  - 
ministra  in  Vellelri  snella  provincia  co- 
me negli  altri  luoghi  e  provincie  delio 
stato.  Risiede  in  Vellelri  a  quest'elfello, 
oltre  l'assessore  legale,  un  tribunale  ci- 
vile e  criminale,  che  viene  ordinalo,  e 
dovrà  procederecolle norme  stabilite  da- 
gli editti,  notificazioni  e  regolamenti  de' 
5  e  21  ottobre,  5  e  i5  novembre  i83i, 
e  5  gennaio  corrente  anno  (argomento  di 
cui  parlai  a  Tribunali  di  Roma).  §  XI. 
Sono  e  saranno  sempre  ed  in  ogni  futuro 
tempo  osservate  ed  eseguile  in  Vellelri  e 
nella  provincia  o  legazione  tutte  le  leggi, 
editti,  regolamenti  o  disposizioni  emana- 
te 0  da  emanarsi  intorno  a  qualunque 
ramo  di  pubblica  amministrazione,  co- 
me nel  ri  nianen  te  dello  stalo.  §  XII.  Com- 
mettiamo specialmente  al  cardinale  no- 
stro segretario  di  stato  la  liquidazione  e 
divisione  degl'interessi  finora  comuni  fra* 
paesi  che  formano  la  nuova  provincia,  oÌ 
que  che  rimangono  sottoposti  alla  delei 


V  EL 

I  garione  di  Fiosiiione.  Egli  (ledile  iri'e- 
:  tiatlnMI nienti;  t;  s<'n7.a  reclamo  liille  le 
ciiiitioversie,  che  pdlraniio  iiisoigere  per 
l'esecn^ioiie  ilelleco*eoitliimte  ed  espres- 
se nella  presente  cedola  di  molo-proprio. 
§  XIII.  La  cillà  d'Oslia  esito  tenilorio 
è  riunita  alla  Corna  rea  di  Roma  \)ei' es- 
sere governata  come  gli  altri  paesi  della 
«tessa  Comarca  a  forma  delle  leggi  gene 
ruli  (nel  voi.  L,  p.  5 1,  di  ciò  parlando  per 
mancanza  di  due  non,  pare  clie  Grego- 
rio XVI  confermasse  OstianeWa  giurisdi- 
zione governativa  del  cardinal  vescovo, 
onde  qui  lo  rettifico.  Si  deve  però  qui 
rauimentare.  Nel  successivo  Riparto  ter- 
ritoriale a  lutto  ili 833  e  pubblicato  nel 
i836  si  dice:  Ostia  già  antica  e  illustre 
città,  vescovato  suburbano,  giurisdizio- 
ne del  cardinal  decano.  Anche  tale  asser- 
zione indusse  all'emendata  proposizione. 
Di  poi  nella  Raccolta  delle  leggi,  Ostia 
fu  registrata  nel  Distretto  di  Roma:  a- 
nime  5o,  accrescendosi  nell'inverno  di 
qualche  centi  naio  di  contadini.  Nella  Sta- 
tistica a  tutto  I  853  o  Riparto  modifica- 
to secondo  i  cambiamenti  a  cui  andò  sog- 
getto dopo  il  i833,  pubblicato  nel  1857 
dal  ministero  del  commercio,  Ostia  è  no- 
minata con  Fiumicino  e  l'Isola  Farnese, 
l'antica  A'c;"o,  dopo  le  parrocchie  di  Ro- 
ma. Si  dice  Ostia  contenere  20  case,  I  37 
famiglie,  206  abitanti.  Finalmente  nel- 
la successiva  Statistica  reltificata  e  pub- 
blicata dal  ministero  dell'interno  a'  i4 
iiovembie  dello  stesso  1857,  si  avverte, 
che  essendosi  cofuprese  le  frazioni  nel- 
la popolazione  de'comuni  oappodiatidi 
cui  fanno  parte,  così  Ostia,  Fiumicino  e 
r  isola  Farnese  non  furono  nominali. 
Quanto  a  Porto,  egualmente  non  fu  no- 
minato, comecliè  qualificato  nel  Riparlo 
del  I  833  :  Già  antica  e  illustre  cillà,  ve- 
scovato suburbano,  distretto  e  Comarca 
di  Roma,  anime  2  5.  Non  nominandosi 
nella  Statistica  del  1 853,  pare  duncjue, 
che  Porlo  egualmente  si  consideri  fra- 
zione  di  Roma.  Noterò  inoltre,  che  nel 
i832  la  legazione  di  Vtllelri  fu  dicbia- 


V  E  L  39 

rata  1 .'  legazione  dello  slato  pontificio,  ed 
a  capo  di  tutte  venne  scritta  ne'pubblici 
atti)".  Appena  pubblicalo  in  Velletri  il 
moto  proprio,  l'esultanza  fu  generale,  e 
poi  mostrò  la  sua  gratitudine  con  pub- 
bliche luininarie  e  feste,  con  entusiasti- 
che acclamazioni,  e  co'suddescritli  mar- 
morei monumenti.  A' 12  febbraio  i832 
si  convocò  un  consiglio  straordinario  al- 
la presenza  di  mg.'  Macioli  sutfraganeo 
dichiarato  vice-legato  provvisorio.  I  con- 
siglieri furono  32.  Il  prelato  parlò  del- 
l'esito felice  sulla  richiesta  fatta  da  Vel- 
letri al  Papa,  colla  istituzione  d'un'altra 
legazione  nello  stato;  fece  conoscere  quan- 
to avea  operato  la  deputazione,  ed  esor- 
tò tulli  a  decretare  un  pubblico  monu- 
mento a  perpetuare  la  memoria  d'un  fa- 
vore e  d'una  grazia  sì  straordinaria.  In 
nome  del  cardinal  Pacca  dichiarò,  che 
esso  avea  assunto  il  titolo,  le  prerogati- 
ve, il  potere  e  l'attribuzioni  di  Legato 
perpetuo  della  s.  Sede  in  f^elletri  e  sua 
provincia  di  Marittima,  a  forata  del  mo- 
to-propriodi  Gregorio  XVI  ;  e  che  la  città 
di  Velletri  era  slata  prescelta  in  capoluo- 
go.Quindifu  letto  il  moto-proprio  e  le  no- 
tificazioni analoghe  del  cardinal  Bernelll 
segretario  di  stalo,  de'  4  e  6  febbraio,  il 
quale  non  pocoadoperossi  a  fivore  di  Vel- 
letri. Fu  decretalo,  fino  alta  nomina  de' 
nuovi  consiglieri  e  della  nuova  magistra- 
tura, a  norma  dell'editto de'5  luglio 1 83 1, 
esercitasse  provvisoriamente  le  funzioni 
di  gonfaloniere  il  conte  Stefano  Coluzzi. 
Al  vice-legato  provvisorio  subentrò  l'ef- 
fetti vo  rog."^  Francesco  de  Medici  de'prin- 
ci  pi  d'Ottaiano  napoletano  (nominato  da 
Gregorio  XVI,  e  non  da  Pio  Vili  come 
dissi  nel  voI.XLI  V,p.  89).Così  a'  12  feb- 
braio i832  cessò  la  prerogativa,  il  tito- 
lo e  la  giurisdizione  di  governatore  per- 
petuo di  Velletri,  dal  1 548  esercitati  da' 
cardinali  decani  vescovi  veliterni.La  cit- 
tà andò  crescendo  di  comodi  e  di  orna- 
menti, e  ciascun  gonfaloniere  pensò  a  la- 
sciare di  se  memoria, con  rordinaie  pub- 
blici lavori  a  decoro  della  patria.  Né  man- 


4o  V  E  L 

parono  succeisivameiitc  altri  illusili  ve- 
lìlenii  a  iìoriie,  ilc'quali  giù  feci  onore- 
vole licoi  do. Cleineule  Cardinali  dipoi  tu 
compianto  iti  morie  da'suoi  cittadini  per 
l'onore  e  vantaggio  che  recava  a  Velie- 
tri,  daini  tanto  cimata.  Contribuì  al  ri- 
sarcimento della  società  Volsca,  ne  com- 
pilò gli  ^tU  in  3  volumi;  più  volte  ne  fu 
segretario  epoi  dittatore.  La  pubblica  bi- 
blioteca da  lui  promossa,  l'ordinò  e  au- 
mentò, per  cui  venne  dichiaralo  biblio- 
tecario. Celebre  letterato,  profondo  ar- 
cheologo, illustratore  de'monuruenti  pa- 
trii,  l'elenco  di  sue  pregiate  opere  riferi- 
sce Banco,  in  uno  alle  patrie  benemeren- 
ze, anche  per  l'erezione  della  nuova  pro- 
vincia di  Marittima,  di  cui  fu  scelto  uno 
de'4 consiglieri  governativi,  e  col  suo  ta- 
lento e  cognizioni  giovò  al  buon  regola- 
piento  e  interessi  della  medesima.  L'a vv. 
Giuseppe  Pietromarchi  nobile  veliterno 
fu  di  lustro  alla  patria,  per  la  soda  dot- 
trina in  giurisprudenza  e  teologia,  e  mi- 
rabile erudizione,  colla  quale  die  alla  lu- 
ce in  Vellelri  varie  dissertazioni.  E  senza 
tornare  suH'aigomento,  i  meriti  del  cav. 
Luigi  Cardinali,  pel  quale  il  Bauco  scris- 
se )a  biografia,  non  si  ponuo  esprimere 
in  brevi  parole.  Mirabile  e  raro  fu  il  suo 
ingegno,  col  quale  adunò  un'  erudita  e 
scelta  libreria,  e  potè  pubblicare  diverse 
dotte  ed  erudite  produzioni  scientifiche] 
perciò  fu  caro  al  cardinal  Borgia  e  ad  al- 
tri dottissimi  ;  assai  slimato  da'cardinali 
vescovi  veliterni.Mg.'  Bèrnetti  invialo  da 
Leone  Xll  in  ambasceria  all'imperatore 
di  Russia  Nicolò  I,  1'  ebbe  a  segretario 
della  medesima  per  pontificia  disposizio- 
ne. Sposò  la  marchesa  M.'  Anna  MuliFa- 
pazzurri  rotnana,che  colle  sue  viriti  for- 
mò la  di  lui  felicità.  Più  volte  fu  segre- 
tario della  società  Volsca,  e  poi  dittato- 
re. Incomparabile  fu  il  suo  amor  patrio, 
ed  anch'  egli  contribuì  presso  Gregorio 
X\i  per  l'innalzamento  di  essa  a  capo 
della  provincia  di  Marittima  ;  perciò  fu 
aggregato  alla  sua  nobiltà.  Fu  egregia- 
lucule  Igdalp  nei  fuqerultì  dui  eh.  can. 


V  E  L 

Luigi  Angeloni  con  elegante  discorso. 
Trovo  nel  n.°  76  del  Diario  di  Roma  del 
i83G,  che  nel  settembre  il  cardinal  Pac- 
ca invitò  i  veliterni  a  preghiere  e  alla 
triplice  visita  della  Madonna  dcdic  Gra- 
zie,per  lucrare  l'indulgenza  plenaria  con- 
cessa da  Gregorio  XVI,  e  per  la  preser- 
vazione dal  minacciante  cholera,  e  vi  si 
recò  piu-e  il  cardinale.  Come  per  la  pro- 
lezione della  B.  Vergine  nel  seguente  an- 
no restò  illesa  Vellelri  dalla  pestilenza, 
l'accennai  più  sopra.  Mg.'  De  Medici  fu 
pronjosso  a  uditore  del  camerlengato,  in- 
di a  maestro  di  camera,  poi  a  maggior- 
domo, e  mori  cardinale  nel  jSJy.  Nel 
maggio  i838  fu  destinato  a  presiedere 
questa  legazione  qual  vice-legato  mg.' 
lioberto  Lolli  di  Ferentino  ch'era  ponen- 
te di  consulla.  Nel  iSSg  Gregorio  XVI 
nuovainenle  onorò  Vellelri  di  sua  pre- 
senza, lunedi  22  aprile.  Narrano  il  prin- 
cipe Massimo,  colla  Fii'lazionc  del  viag- 
gio d'i  Gregorio  Xl' I da  Roma  a  v.  Fc' 
lice,  il  Banco,  e  i  n.  32  e  34  del  Diaria 
di  Roma.  Da  Albano  fino  a  Velletii  il  re 
di  Portogallo  d.  Michele  accompagnò  a 
cavallo  la  pontificia  carrozza.  Sui  confi- 
ni del  territorio  veliterno  fu  incontra- 
to e  complimentalo  da'magislrali  vestiti 
in  robboue  e  col  treno  di  3  carrozze  con 
livree  di  gala,  scortati  dalla  cavallerìa  de' 
bersaglieri;  e  a  due  miglia  fuori  della  por- 
ta Romana,  il  Papa  vedendosi  venir  in- 
contro il  cardinal  Pacca  vescovo  e  legalo, 
unitamente  a  mg.'  Lolli  vice-legalo,asce- 
se  nella  di  lui  carrozza  per  fare  l'ingresso 
nella  città  insieme,  alla  di  cui  nominata 
porta  sopra  due  torri  recentemente  co- 
struite sventolavano  due  bandiere  cogli 
stemmi  poiitilicii,  e  yi  si  leggevano  due 
iscrizioni,  le  quali  colle  altre  che  in  parte 
nominerò  si  leggono  nella  Relazione,  e 
tulle  SI  dispensarono  nel  ritorno  coli' o-J|| 
puscolo:Z^e  Gregorio  X FI  P.  O.  i)I.  //irli 
seripliones  temporariae  felilernac  Cle- 
mentis  Cardinali,  Velitrisi839.  Giunto 
il  Papa  a  ore  23,  in  mezzo  a  fragorosi 
lieti  i(ppl£((4ki  di  folto  popolo,  ueliu  piai 


VEL 

del  Coniuiie,  siiioiilò  alla  chiesa  parroc- 
cliiiWe  di  s.  Michele  Arcangelo,  dove  già 
essondo  esposlu  il  ss.  ^agraiiieiitu  fu  cuti 
esso  data  la  benedi/.i«jiie  ila  ti»g/  Fraiici 
sulIViigaiieudi  Velletii,  a>sisleiuiovi  il  ca- 
pilulo  col  seiniiiariu.  Inciiiiiirìiiuitosi  poi 
a  piedi  al  vicino  palazzo  niiniicipale,  il  Pa- 
pa trovò  schierati  nell'atrio  e  per  le  scale 
la  congregazione  governativa,  la   ajagi- 
stralnra  comunale,  il  corpo  giudiziario, 
l'atUorilà  militari,  il  corpo  del  consiglio, 
la  iiobillà  e  gì'  impiegali  pubblici.    Indi 
Giegorio  XVI  comparti  dalla  gran  log- 
gia, espressamente  costrutta  nel  i  .°appar« 
lauieuk),  l'apostolica  benedizione  all'im- 
menso popolo  radunato  nella  sottostante 
piazza  allegro  e  acclamante.  Sopra  la  por- 
la del  [)alazzo  leggevansi  óne   iscrizioni, 
altra  e  prolissa  era  sulla  porla  della  gran 
sala  senatoria,  celebrante  l'istituzione  del- 
la legazione.  Asceso  il  Papa  al  superiore 
a[)partan)ento  del  cardinale,  viammise  al 
bacio  del  piede  nella  stanza  del  trono  il 
clero,  la  magislralura  e  1'  autorità  civili 
e  militari,  le  quali  poi,  mentre  il  Papa  si 
era  ritirato  nelle  camere  destinategli,  fu- 
rono fatte  servire  di  lauto  rinfresco  dal 
cardinale,  che  simdmente  trattò  con  sin- 
goiar magnificenza,  tanto  nell'  alloggio, 
quanto  nella  nobdtà  della  mensa,  il  Papa 
con  tutta  la  sua  corte.  Nella  raedesinta 
sera,   fu   incendialo  un  fuoco  d'artifizio 
sotto  al  palazzo,  a  vedere  il  quale,  oltre 
il  Papa,  era  concorso  innunierabile  po- 
polo, non  ostanlela  pioggia,  che  neppu- 
re impedì  l'illuminazione  generale  della 
città,  e  l'innalzanìcnto  d'un  globo  arco* 
statico.  1  due  palazzi  comunali  Furono  il- 
luutinali  a  cera,  la  torre  del  Trivio,  e  i 
due  prospetti  delle  chiese  che  guardano 
la  piazza  del  Comune  aveano  speciali  lu- 
minari^: tulle  le  vie  per  dove  passò  il  Pa- 
pa erano  ornale  di  festoni,  e  rischiarale 
da  centinaia  di  faci.  Dipoi   tra' suoni   di 
banda,  si  vide  imbandita  una  latita  meu- 
sa,  alla  quale  il  Papa,  seduto  in  posto  più 
elevalo  e  distinto,  si  degnò  ammettere  le 
pefsuue  più  ragyuEjiduvuli  del  suo  segui- 


VEL 


4i 


lo  e  della  cillà,  oltre  il  gonfdoniere  con- 
te EUure  Borgia;  «:ome  volle  praticare  ne' 
seguenti  giorni  in  altri  luoghi.  Alle  orei  3 
e  mezza  della  mattina  appresso  Gregorio 
XV  l,dopoa»erammessoal  bacio  del  pie- 
de il  magistrato  ed  esternato  per  lutto  il 
suogradiu)0'ito,parlìda  Velletri,in  mez- 
zo alla  moltitudine  che  airelluosamenle 
gli  augurava  buon  viaggio. Nel  riturno  poi 
a'29  aprile  il  Papa  partito  da  Terracina, 
ed  incontrato  dal  cardinal  Pacca  fuori  di 
Vellelii,  unitamente  a  mg.'^  LoUi  che  a- 
vea  avuto  1'  onore  d'accotnpagnare  Sua 
Santità  a  s.  Felice,  scese  dalla  propria  car- 
rozza per  salire  quella  del  cardinale,  e  coti 
esso  per  porta  Napoletana  entrò  nella  cit- 
tà a  ore  16,  venendo  complimentata  dal 
cardinal  Falzacappa  vescovo  d'Albano.  Al- 
l'atrio della  basilica  catledrale,  Gregorio 
XYI  fu  ricevuto  dal  clero  e  dalla  n)agi- 
stralura ,  e  dopo  avere  oralo  e  ricevuto 
la  benedizione  col  Venerabile,  si  recò  be- 
nignamente a  visitare  lo  stabilimento  de' 
fratelli  delle  scuole  cristiane.   Smontato 
indi  nel  pubblico  palazzo,  dalla  loggia  be- 
nedì  l'affollato  e  Iripudiante  popolo,  e  am- 
mise al  bacio  del  piede  l'autorità  eccle- 
siastiche e  civili  della  città.  Dopo  un  trat- 
tenimento di  3  ore  e  più  ,  nelle  quali  il 
Papa  col  suo  seguito  fu  trattato  a  splen- 
dido pranzo  dal  cardinale,  riparl'ida  Vel- 
letri  a  ore  19  tra  incessanti  acclamazioni. 
Clemente  Lucchiotfrì  un  sonetto  stampa- 
to in  Vellelri;  ed  ivi  pure  impressi  furo- 
no l'augurio  e  l'invito,  ciascuno  compo- 
sto in  6  sestine  dal   dottore  Luigi   Leo- 
nardi,medico  dell'Ariccia,  limitrofa  di  Ca- 
stel Gandolfo,  in  nome  di  quel  clero  e  po- 
polo per  immensi  benefizi  gralissimi,neU 
l'augurare  (elice  viaggio  e  nell'invilarea 
consolarli  di  sua   sperimentata   benefica 
presenza.  L'anno  1842  fu  uno  de'più  fu- 
nesti e  infelici  per  Vellelri,  poiché  per  lo 
innanzi  giammai  vi  si  sperimentò  il  fla- 
gello della  grandine  così  frequente  e  tan- 
to terribile.  Diverse  contrade  di  vigneti, 
e  molli  seminali  di  grano  odi  biade  resta- 
rouo  duliulli.  Ma  il  più  grava  e  tmaie- 


4i  VEL 

iiìorabìle  infortunio  e  clisastro  che  piom* 
bò  sopra  V'ellelri  e  il  suo  territorio,  fu  il 
26  of^oslo,  che  sarà  tanto  più  ricordevo- 
ìli  per  quanto  fu  luttuoso  e  dannevole,  a 
motivo  (Iella  grafuhne  sterminatrice  mai 
Così  crudele  dopo  quella   de'  10  agosto 
j63i  ,  preceduta  da  trenjendo   turbine 
che  fece  crollare  anche  l'abitazioni  e  da 
pioggia   dirottissima  non  mai  veduta  la 
siinile. La  spaventevole  grandine  diuò  cir- 
ca 20  ujinuti,  e  la  comune  eguagliava  la 
grossezza  delle  noci,  e  mischiata  con  va- 
li pezzi  di  ghiaccio  di  varie  forme  e  pe- 
santi da  6  a  q  oncie.  in  pochi  momenti 
questa  massa  di  proietti   stritolò   tutti   i 
cristalli  delle  finestre  dell'abitazioni  vol- 
te a  oriente,  spezzò  ne'  letti  canali  e  te- 
gole, e  fece  alti  i  gravi  danni.  Non  può  ri- 
dirsi lo  spavento  e  il  timore  di  tutti,  an- 
che per  l'incessante  scroscio  de'guizzanti 
fulmini;  (juindi  generali  gridi,  pianti  e  la- 
rneiili.  La  successiva   pioggia  a  torrenti 
inondò  le  case  e  le  strade.  In  pochi  mi- 
nuli  quasi  tutto  il  territorio  fu  devastato, 
disperse  e  atterrate  le  uve,  e  gran  parte 
dell'olive  e  altri  frutti;  le  vigne  furono  ri* 
dotte  come  nell'  inverno.  L'inondazione 
tie'fossi  eguagliò  al  suolo  vigne,  canneti  e 
«eminati  di  gi-ano  turco;  rese  impraticabili 
Je  strade  rurali,  strascinò  ima  capanna  e 
vi  restò  annegato  un  giovanetto.  Il  dan- 
no in  città  fu  calcolato  a  circa  4ooo  scu- 
di,equellodella  campagna  a  100,000  dop- 
pie. Da  14,000  botti  di  vino  eccellente  che 
si  raccoglievano,  in  quest'anno  appena  se 
ne  ricavarono  i5oo  e  cattivo,  oltre  la  ces- 
sazione delle  corrispondenti  opere   ma- 
nuali e  de'  trasporti.   Ne  furono  conse- 
guenza angustie  e  nnserie,  ma  nel  seguen- 
te anno  vi  furono  meno  risse  e  delitti  per 
l'acetosità  del  vino.  Leggo  nella  notifica- 
zione del  cardinal  l'acca,  de' 28  novem- 
bre 1S42,  intitolandosi  per  la  misericor- 
dia di  Dio  vescovo  d' Ostia  e  Felltlri,  che 
penetralo  Gregorio  XVI  dall' iofortunio 
a  cui  fu  soggetto  il  territorio  veliterno,  e 
bramoso  nel  paterno  suo  cuore  di  soccor- 
rere nell'alluali  ristreltezze  del  pubblico 


VEL 

erario  la  classe  indigente,  erasi  degnato 
ordinare  che  dalla  tesoreria  fossero  posti 
n  sua  disposizione  scudi  6000;  avendo 
sotnma  eguale  accordata  alla  città  di  Bo- 
logna, abbenchè  colpita  da  infortunii  di 
gran  huìga  maggiori.  Pertanto  il  cardi- 
nale fece  versare  tale  somma  nel  sagro 
monte  di  pietà  di  Velletri,  lo  fece  riapri- 
re colla  facoltà  d'estendere  le  sovvenzio- 
ni a  titolo  d'  imprestito  fino  a  scudi  tre, 
e  ordinò  la  restituzione  gratuita  di  lutti 
i  pegni  per  la  somma  non  magi;iore  d'u- 
no scudo.  Nel  1843  Gregorio  XVI  pei* 
dimostrare  il suoailetlou'fedelissimi  sud- 
diti di  Marittima  e  Campagna,  volle  vi- 
sitarne le  Provincie  con  decoroso  seguito, 
nel  modo  in  buona  parte  descritto  nel 
[)rincipio  di  quesl'  articolo,  co'  Diari  di 
Roma  e  colla  Relazione  del  viaggio  fallo 
da  Gregorio  Xf^I  alle  provi ncie.  di  Ma- 
rittima e  Campania,  del  principe  Mas- 
simo. Ora  quanto  a  Velletri,  con  essi  e 
col  Dauco  riferirò  la  3.'  visita  fattale  da 
Gregorio  XVI.  Lunedì  8  maggio  Grego- 
rio XVI  proveniente  da  Terracina,  giun- 
to al  confine  del  territorio  di  Velletri,  fu 
incontrato  dalla  magistratura,  la  quale 
per  mezzo  del  conte  Ettore  Borgia  gli  pre- 
sentò le  chiavi  della  città,  e  più  avanti 
da  mg."^  Lolli  vice-legato  e  da  mg."^  Pac- 
ca nipote  del  cardinale,  venuti  a  osse- 
quiarlo per  parte  del  cardinal  Pacca, trat- 
tenuto in  Velletri  da  leggera  infermità.  Il 
Papa  avendo  la  carrozza  piena  d'un'in- 
finità  di  memoriali  ricevuti  in  tutta  la 
strada  da'contadiui  e  abitanti  del  territo- 
rio veliterno,  ridotti  alla  miseria  dalla  de- 
plorata grandine  devastatrice  di  loro  so- 
stanze, verso  le  ore  20  giunse  alla  porta 
Napoletana,  sulla  quale  erano  stati  inal- 
berati in  cima  alle  sue  due  antiche  torri 
due  stendardi  pontificii,  con  iscrizionece- 
lebrante  il  Papa,  Provinciae  Marittimae 
InstanratoriBenignissimo  Vclilras  ter- 
liuni  Ingredienti.  Fevmaioi'ì  il  Papa  pres- 
so delta  porta  avanti  la  cattedrale,  fu  ri- 
cevuto dal  suiFraganeo  mg."^  Franci,  dal 
capitolo,  dal  clero  e  dalla  magistratura. 


V  E  L  V  E  L  4:1 
Entrò  nella  cliiosu  lulla  parata  eilluini-  lalacorte,  egregiamente  lo  composee  de- 
ntila con  ningiiiliceiiza  ,  al  ili  cui  altare  dico  al  Pap'i,  cli'era  slato  amico  e  assai 
maggiore,  ilo  v'era  esposta  rinimagine  di  slimato  dal  cardinale,  il  pronipote  del  nie- 
Maria  Vergine  delle  Grazie,  furono  caii-  desiniomg/ Costantino  Borgia  nobile  ve- 
late in  musica  le  litanie  e  dati  la  bene-  lilerno,  allora  accademico  ecclesiastico, 
dizione  col  ss.  Sagramento.  Risalito  il  Pa-  poi  da  Gregorio  XVI  dichiarato  siioca- 
pa  in  carrozza,  col  suo  segnilo  percorse  ineriere  segreto  partecipante  ,  indi  con- 
quasi  l'inlera  città,  le  cui  vie  erano  col»  fermalo  dal  regnante  successore, che  pro- 
ine  di  esultante  popolo  e  le  finestre  ad-  muovendolo  a  prelato  ponente  di  consub 
dobbatedi  ricchi  drafipi,  per  giungere  al  la^  n'è  divenuto  decano  e  vice-presiden- 
palazzomiiiiìcipide,  in  cui  il  cardinal  Pac  le  del  2.°  turno.  Fra'rnolti  sonetti  che  in 
ca,  sebbene  adranto  dall'età  e  dali'inrer-  sì  lieta  circostanza  pubblicali  furono  pa- 
mità,  non  polendo  reggere  ali'etnozione  rimenli  oll'erlì  al  Papa,  nella  Relazione 
the  provava  nel  sentire  l'arrivo  di  Sua  si  leggono  (|uelli  di  Giuseppe  Minni,  due 
Santità,  volle  calare  lino  a  piedi  della  sca-  di  Clemente  Lucclii,  altro  del  marescial- 
la  per  riceverlo,  ma  la  risab  in  portau-  lo  Fiorentini  comandante  i  bersaglieri  di 
lina  per  amorevole  ingiunzione  del  Pa-  Velletri,  e  in  nooje  di  tale  compagnia  al- 
pa.  Entrato  poi  il  Papa  nella  vasta  sala  tro.  Due  iscrizioni  si  leggevano  nel  mo- 
comunale,  si  recò  a  compartire  la  soleu-  naslero  di  s.  Chiara,  ed  al  collegio  de'fra- 
ne  benedizione  all'ailoUalo  popolo  tripu-  lelli  delle  scuole  cristiane.  Lascia  fu  fé- 
dianlej  dalla  gran  loggia  appositamente  steggiala  con  generale  illuminazione, mas- 
costruita  e  l'iccamenle  addobbata,  sui  ili  simene'principaliedifizi,e  ne'palazzi  |)ub- 
cui  lati  leggevansi  due  iscrizioni,  riporta-  blici  e  Ginnetti;  e  con  un  bellissimo  fuoco 
te  coH'allre  nella  Relazione  e  nel  librel-  d'artificio  incendialo  incontro  al  palazzo 
lodislribuitodalla  magislraturacollacol-  comunale,  accompagnalo  dall' innalza- 
lezioue  stampala  nelle  medesime  e  inti-  mento  di  vari  palloni,  e  dicerie  lucidis- 
lolata  al  Papa.  Nella  scala  del  palazzo  era  sime  stelle  artificiali,  i  di  cui  colori  for- 
oltra  lunga  iscrizione,  di  gratitudine  pel  alavano  un  effetto  sorprendente  in  mez- 
soccorso  elargito  per  la  grandine  deva-  zo  alla  densissima  nebbia  che  empiva 
statrice.  Indi  il  Papa  passalo  nel  suo  ap-  l'atmosfera.  Nel  seguente  giorno  Grego- 
parlamento,  si  fermò  nella  sala  del  Irono  rio  XVI  partì  dopo  le  ore  i3  da  V^elle- 
per  la  cereraonia  del  bacio  del  piede,  do-  tri,  prima  consolando  con  un  teneio  ab- 
polaquale ritiratosi  nelle  succamere  voi  braccio  il  cardinal  Pacca,  e  ricambiando- 
le avere  seco  a  pranzo  il  cardinal  Pacca,  lo  con  espressioni  cooìmoventi,  senza  vo- 
inentre  a  tutta  la  sua  corte  veniva  per  lergli  permettere  d'accompagnarlo  per  le 
cura  del  venerando  porporato  imbandi-  scale,  e  lasciando  vari  contrassegni  di  sua 
ta  una  lauta  tavola,  in  cui  sedevano  5o  beneficenza,  fra'quali  scudi  5oo  da  di- 
convitali ,  hi  una  lunga  galleria  benissi-  stribuirsi  a'|)0veri,  e  scodi  i  5o  per  dotare 
iTjo  dipinta  e  decorala.  Nelle  ore  pomeri-  6  povere  zitelle,  oltre  l'aver  conferito  la 
diane,  non  permettendo  l'intemperie  del  decora/.ione  di  commendatore  di  s.  Gre- 
tempod'uscire,  il  Papaammiseairodieu-  gorio  Magno  al  gonfaloniere  conte  lìor- 
za  varie  deputazioni  e  magistrali.  In  ta-  già.  Uscì  dalla  barriera  di  porta  Pioma- 
le  occasione  gli  furono  presentati  vari  uà,  sulla  quale  sventolavano  due  bandie' 
componimenti  in  versi  ein  prosa, fra'qua-  re  pontifìcie,  con  due  epigrafi  a'Iali,  lun- 
li  il  gonfaloniere  gli  umiliò  del  suo  zio  le  go  la  strada  ricevendo  altro  grandissimo 
Notizie  hiograficìie  del  cardinale  Stefa-  numero  di  memoriali,  che  dierono  gli  a- 
no  Borgia,  Roma  1  843.  Questo  inteves-  bitanti  del  territorio  veliterno,  sempre  a 
sante  libro,  che  fu  pure  dislribuilo  a  lui-  da  lutti  acclamalo  e  beuedcllo.  Il  cardi- 


44  V  E  L 

nal  Piicca  fu  quale  tentai  descriverlo  nel- 
la biogralìa,  ed  ivi  ancora  gli  resi  un  tri- 
IjuIo  eli  gratitudine,  perchè  nella  sua  sin- 
gol.ne  heuignità  verso  di  me,  come  de- 
cano elei  sagro  collegio  e  prefetto  della  s. 
congregazione  cerenìoniale,graziosainen- 
te  accettò  la  dedica  dell'edizione  a  parte 
della  n)ia  opera  storico-liturgica:  Le  Cap- 
pelle Pontificie,  Cardinalizie  e  Prelati' 
zie  ;  che  nel  i84i  con  questi  stessi  tipi 
pubblicai  in  numero  di  mille  e  cento  e- 
seniplari,  tosto  interamente  esauriti.  In- 
di conque'soavi  modi  a  lui  famigliari, di- 
chiarò il  suo  gradimento  a  voce,  in  iscrit- 
to ,  e  con  dono  onorevole  di  bellissima 
scrivania  d'argento,  in  cui  primeggia  la 
figura  del  cane  con  una  penna  in  bocca; 
degiiando"si  rilevare  nel  gentile  biglietto 
nccompagnatorio:  »  Avere  scelto  per  suo 
ricordo  la  scrivania,  come  scrittore,  ed  il 
cane  simbolo  della  fedeltà  ,  caratteristica 
che  così  bene  si  addice  a  Lei".  Fra  le  pro- 
letlorie  ch'ebbe,  vi  fu  quella  del  romano 
almo  collegio  Capranica  (F.),  detto  già 
(Iella  Sapienza  Fert/iana, peichè  fonda- 
lo dal  cardinal  Domenico  Capranica  :  ne 
riparlai  ne'vol.  LXX,  p.  227,  LXXXI V, 
p.  3  1 7.  Questa  protetloria  l'esercitò  pure 
l'immediato  suo  successore,  ed  ora  l'eser- 
cita il  cardinal  Altieri.  A'19  aprile  i844 
passò  a  miglior  vita  rotlimocurdinal  Pac- 
ca. Dispiacque  generalmente  la  sua  pei  -^ 
dita  a'  veliternij  per  essergli  mancato  il 
benefattore  e  il  padre.  INou  sarà  per  pe- 
rire giammai  in  Velletri  la  memoria  del- 
l'illustre e  dotto  porporato,  che  tanto  fa- 
ticò, tanto  patì,  e  tanto  si  adoperò  pel  be- 
ne della  Chiesa  cattolica  e  pe'  vantaggi 
dello  slato  pontificio.  Oltre  i  consueti  suf- 
fragi ,  dipoi  in  Velletri  la  sera  dell'  8 
maggio  1845  la  società  letteraria  Vol- 
sca.  con  apposita  solenne  accademia,  re- 
te un  tributo  di  riconoscenza  al  suo  pro- 
iettore. Viene  descritta  nel  n.°  ^o  del 
Diario  di  Roma  del  i845.  A'  17  giu- 
gno 1 844  *^^^  vescovato  di  sua  patria  Fra- 
(jcati/u  trasfei  ito  in  (juesto  il  decano  car- 
dinal fr.   Lodovico  Micaru  cappucciuu. 


V  EL 

Ne  prese  possesso  a'  1 1  per  procvira  di- 
retta a  mg.'  Gesualdo  Vitali  canonico  e 
vicario  capitolare,  che  in  questa  circo- 
stair/a  coid'ermò  nella  carica  di  vicario 
generale  dal  medesimo  esercitata  sotto  il 
cardinal  Pacca.  Essendo  il  vescovo  di  Vel- 
letri legato  apostolico  nato  della  provin- 
cia di  Marittima,  intervennero  a  quest'at- 
to non  solamente  gli  ecclesiastici,  ma  an- 
cora il  vice-legato  con  tulle  l'  autorità 
governalive,  tribunale,  magistratura  e 
impiegati,  indi  agli  8  ottobre  si  recò  in 
Velletri  il  cardinal  Micara,  ricevuto  fuo- 
ri della  barriera  dalla  magistratura  e  da* 
consiglieri.  Vestitosi  degli  abiti  pontifi- 
cali nella  chiesa  di  s.  Gio.  Battista,  di  là 
processionahnente  accomprignato  d  al  ca- 
pitolo e  da  tutto  il  clero  si  recò  nella  ba- 
silica cattedrale,  dove  furono  fatte  le  con- 
suete ceremunie.  Indi  a'  5  aprile  i84'> 
domenica  delle  Palme  aprì  la  sagra  vi- 
sita. Nella  sera  vi  fu  illuminazione  per 
tutta  la  città,  ripetuta  nella  seguente  col- 
l'incendio  di  fuoco  artificiale,  con  gran- 
de concorso  di  popolo  e  acclamazioni. 
Dopo  che  gli  austriaci  nel  «744  taglia- 
rono i  condotti  che  conducono  1'  acqua 
potabile  in  città,  quest'elemento  ormai 
mancava,  insudicienti  essendo  riuscite  le 
riparazioni,  ed  i  posteriori  tentativi  sem- 
brarono inutili  per  riaverla,  a  fronte  del- 
le successi  ve  vistose  spese.  Nel  1842  l'in- 
gegnere Girolamo  Romani  velilerno  co- 
minciò le  operazioni  che  descrivee  loda 
il  Bauco,  per  le  quali  nel  i845  Velletri 
vide  sgorgare  dalle  sue  fonti  abbondan- 
ti acque,  che  mai  più  mancarono,  prova 
evidente  della  regolarità  dell'operazione. 
Egli  si  applicò  ad  altri  miglioramenti,  ma 
siccome  volevasi  distruggere  tutte  le  vec- 
chie condutture  di  piombo,  il  Romani 
rinunziò  all'incarico.  Olirei  delti  lavori 
idraulici,  Velletri  ha  di  lui  la  parte  pò- 
sleiiore  del  palazzo  Alfonsi,  e  il  palazzet- 
lo  Corsetti  sulla  via  corriera.  Pe'  lavori 
successivi  si  dovette  seguire  il  disegno  di 
Romani,  ina  costarono  molto.  A'  28  no- 
vembre 1 845  «)§.'  Lolli  fu  proujosso  a 


V  EL 

volante  di  sognaliiif»,  e  nel  dì  «e£»n»»nte 
Iti  vice-legalo  n)g.'  Slefnno  de'  maicliesì 
Entli  jìonenle  di  consulla,  «l)bievialore 
del  parco  inaqgioie  e  scguMario  della 
congrega7Ìone  cardinalizia  tieputala  per 
le  verleuze  de'  pascoli  di  Ncpi.  Con  for- 
se unico  esempio,  il  municipio  a  dimo- 
strale il  gradÌDienlo  del  nnovo  vice-lega- 
lo, r  8  febbraio  1846  gli  die  una  gran 
serata  di  musica  nel  palazzo  del  comu- 
ne, con  invito  di  tulle  le  magistrature 
della  provinciale  di  personaggi  anche  ro- 
mani,(ra'quali  il  principe  e  la  principessa 
Lancellotli  Ginnetti.  A'iS  maggio  1846 
sulla  cillà  e  in  parte  del  territorio  vigna- 
lo cadde  una  grandine  sterminatrice  più 
grossa  del  1842,  ma  meno  estesa,  né  ac- 
compagnata da  tanta  copia  d'acqua,  du- 
rando IO  minuti.  Gravi  furono  i  danni. 
»  Lunedi  i."  giugno  passò  agli  eterni  ri- 
posi il  Sommo  Pontefice  Gregorio  XVf, 
presso  che  d'improvviso  cedendo  al  peso 
tl'aiini  80,  mesi  8,  giorni  i4(«ieaveadi 
più;  ma  di  ciò  e  di  quanto  facilmente  po- 
trei aggiungere  di  quello  che  semplice- 
mente vado  a  riportare  col  Banco,  mi  ri- 
metto air  ampiamente  riferito  in  tanti 
luoghi).  Conlava  egli  di  pontificato  i5 
anni,  1  mesi,  g  giorni  (anco questo  com- 
puto è  erralo,  essendo  i  mesi  4  "^eno  un 
giorno).  Visse  in  diflìcilissimi  tempi.  Co- 
minciò il  suo  pontificato  colla  ribellione 
di  quasi  tutto  lo  slato  suscitata  da'  rifor- 
matori liberali.  Ciò  nonostante  adoperò 
tutti  i  mezzi  possibili  per  restituire  la 
tranquillità  presso  i  suoi  popoli.  Si  servì 
d'una  rigorosa  giustizia  per  reprimere  il 
vizio,  e  per  far  fronte  a'  segnaci  dei  libe- 
ralismo. Fu  tulio  zelante  nel  suo  unicio 
di  Vicario  di  Cristo,  the  in  varie  parti 
del  mondo  istituì  di  nuovo  3c)  vescova- 
ti (se  si  vuole  comprendervi  i  vicariali 
apostolici,  il  numero  è  maggiore);  e  nel- 
la Gran  Bretagna  formò  4  nuovi  vica- 
riati apostolici.  Testimonianza  infalli- 
hilc  che  la  religione  di  Cristo  non  crol- 
la. Non  mancarono  contullociò  uomini 
malevoli,  che  hun  tentalo  di  calunniare 


V  E  L  45 

e  denigrare  co'  loro  esecral)lli  scritti  la 
memoria  di  sì  illustre  e  glorioso  Ponte- 
fice: conte  se  il  suo  governo  fosse  stalo 
anarchia  completa  (si  ponno  vedere  gli 
articoli  Roma,  Storia,  Tesoriere,  Tri- 
bunali DI  Roma  ec.  ec).  INè  dee  arrecare 
ciò  meraviglia;  perchè  avendo  egli  per- 
seguitalo colla  massima  giustizia  i  setta- 
ri liberali,  erasi  tiralo  addosso  l'ira  e  l'o- 
dio di  tutti  i  loro  seguaci;  i  quali  accadu- 
ta la  morte  di  Gregorio  XVI,  liberati 
dalle  prigioni,  dalla  galera  e  dall'esilio, 
sfogarono  la  loro  bile  colle  più  perfide 
calunnie  contro  un  Pontefice  degno  d'o- 
gni rispetto  e  venerazione.  Sentì  Velelri 
con  sommo  rammarico  la  pei  dita  del  suo 
sovrano  benefattore,  di  cui  manterrà  e- 
terna  memoria;enon  mancò  iidì  5  sullra- 
frare  quella  grande  anima  con  solenni  fu- 
nerali celebrali  nella  cattedrale  coli'  in- 
tervento di  tutto  il  clero,  del  vice-legato, 
dell'autorità  governative,  magistratura 
e  milizia  con  islraordinaria  frequenza  di 
popolo".  Il  Diario  di  Roma  del  1 846  col 
Snppiemenlo  al  n.  52  descrive  tali  fune- 
rali, il  dolore  profondo  e  l'eterna  rico- 
noscenza di  Velleli  i.  E  il  precedente  Sup- 
plemento al  n.  49  riferisce  le  solenni  ese- 
quie celebrate  dalla  confraternita  degli 
Amanti  di  Gesìi  e  Maria,  e  il  sommo  do- 
lore piovalo  dal  sodalizio  per  sì  amara 
perdita.  A'  16  giugno  fu  eletto  Sommo 
Ponteiìce  il  regnante  P/o  IX[f'.).  Il  can. 
Banco  dopo  aver  narrato  i  feslcggiarnen- 
li  fatti  in  Velletri  perla  pronta  cessazio- 
ne della  sede  vacante  ed  esaltazione  del 
comune  padre  e  sovrano,  dice.  »  Solle- 
vato sulla  cattedra  di  Pietro  Pio  IX,  in- 
cominciai otio  non  poche  riforme  nello 
stato,  efìello  dello  svisceralo  amore  del 
Pontefice  verso  i  suoi  sudditi,  che  pen- 
sava al  modo  di  renderli  felici.  Le  feste, 
gli  viva, che  contemporaneamente  comin- 
ciarono in  Pioma  e  in  tutte  le  città  dello 
stalo,  sul  principio  furono  una  spontanea 
dimostrazionede'popoli;  ma  ilcontiiuiar- 
le  piìi  del  dovere,  contro  la  volontà  dello 
slesso  Principe,  il  vcodetle  iulemperan- 


46                      V  E  L  V  E  L 

ti,  fu  opera  della  farione,  ohe  vedeva  nel-  gli  ohMigata  pel  riallacci.imento  dell'ac- 

le  iniziale  riforme  il  me/zo  di  pervenire  qiie,  e  per  la  nuova  condoltura  delle  rue- 

alla  mela  de'  suoi  desideiii.  Vociferavasi  desime. 

per  Roma,  che  il  Papa  avrebbe  accorda-  Nel  concistoro  dell'  i  i  giugno  fu  tra- 
ta  l'tìinnistia  a'  rei  politici.  Qiie>ta  voce,  slato  da'  vescovati  di  Porto,  s.  Rullina  e 
che  prima  era  un  tlcsiderio,  lÌMÌf|unsi  per  Civitavecchia  a  questo  d'  Ostia  e  Velie- 
divenire  certezza.  In  questo  teu)po  si  era  tri  1' odierno  decano  del  sagro  collegio 
sparso  per  Roma  l'anagramma  seguente,  cardinal  Vincenzo  Macchi,  e  per  conse- 
A  Giovanni  I\larin  Dlastai  Ferretti,  h.-  guenza  divenne  legalo  apostolico  della 
nn^ViWnma, Grati  nomi, amnistia  e  ferra-  provincia  di  Marittima,  con  gran  con- 
ta  via.  Pio  IX  avea  incontralo  in  mezzo  tento  de'  buoni  veliterni,  sperando  mol- 
ai suo  stesso  consiglio  una  forte  opposi-  ti  vantaggi  dalla  sua  somma  prudenza, 
zinne  per  questo  perdono.  Gii  si  mette-  e  singoiar  perizia  negli  affari  governati- 
va in  vista  il  Magico  fine  di  Luigi  XVI  re  vi.  A.'  i  3  giugno  prese  possesso  per  pro- 
<!i  Plancia.  Ma  egli  fu  salilo  nella  sua  vo-  cura  fatta  a  mg.'  Franci  sulfraganeo,  col- 
lonlii.  Cosicché  il  d'i  i6  luglio  soltoscris-  ì'intervento  del  capitolo  e  tulio  il  clero, 
se  il  ilccreto  d' amnistia,  e  il  1 8  fu  prò-  del  vice-legato, dell'autorità  governative, 
clamato.  Il  .*^allto  Padre  amava  troppo  consiglieri,  giudici,  della  milìzia,  di  lutti 
i  suoi  sudditi,  voleva  la  loro  felicità.  Ma  gl'impiegati  e  di  molto  popolo.  A'5  lu- 
gli amnistiati  posti  in  libertà,  tolti  dalle  glio  fu  pubblicalo  l'ordine  pontificio  dei- 
carceri, dalla  galera  e  dall'esilio,  a  fronte  l'armamento  della  guardia  civica,  e  si 
d'una  grazia  tanto  singolare,  dopo  tante  formò  un  battaglione  di  g3o  uomini  di- 
loro tlitnoslrazioni  di  gratitudine,  e  do-  viso  in  6  compagnie,  con  tenente  colon- 
po  solenni  promesse  di  fedeltà  costante  nello  nella  persona  del  conte  Ettore  Bor- 
e  di  filiale  venerazione  alla  s.  Sede  e  al  già,  e  altri  udiziali.  Il  cardinal  Macchi  ve- 
sovrano  Pontefice,  conie  han  corrisposto?  scovo  e  legato  fece  il  solenne  ingresso  in 
colla  più  nera  mgratitudine,  collo  sper-  Velletri  a'  29  settembre.  Ira  l'acclama- 
giuro  e  colla  ribellione  eccitata  in  tutto  zioni  deiraffollalo  popolo,  e  con  dimo- 
lo slato  pontificio.  In  Veletri  non  vi  fu  strazioni  d'alfetto  d'ogni  celo  di  persone, 
alcuno,  che  godesse  dell'amnistia.  Prova  Si  fecero  pubbliche  feste,  generali  lumi- 
certa  tlella  fedeltà  de'  suoi  cittadini  alla  narie,  ordinata  e  risplendente  essendo 
s.  Sede  ".  L'8  gennaio  1847  mg. "^  Bruti,  quelladellatorredel  Trivio,  ed  i  prospet- 
dopo  aver  disimpegnato  la  carica  di  vi-  ti  de' due  palazzi  del  comune  e  della  vi- 
ce-legato col'a  massima  esattezza  e  retta  ce-legazione  a  cera,  ed  incendio  di  gran- 
giustizia,  il  Papa  lo  nominò  proconimis-  dioso  fuocoartificiale, oltre  l'innalzarnen- 
sario  apostolico  della  s.  Casa  e  città  di  lo  di  globi  areostatìci  ed  il  canto  eoa 
Loreto.  Agli  II  fu  dichiarato  vice-lega-  suoni  dell'inno  di  Pio  IX.  A' 1  o  ottobre 
lo  di  Velletri  mg."^  Antonio  Pellegiini  di  la  magistratura,  per  onorare  il  suo  car- 
Sonnino,  di  poi  votante  di  segnatura  e  dinal  vescovo  e  legalo, die  solenne  acca- 
ora  chierico  di  camera.  A'  24  maggio  demia  di  musica  con  rinfresco:  la  sala  fi- 
mori  il  cardinale  Micara  vescovo  e  lega-  larmonica  riboccò  di  spettatori.  Avendo 
lo  di  Velletri,  Il  governo. di  lui  sarebbe  il  gonfaloniere  nobile  Virginio  Macioli 
stato  di  non  pochi  vantaggi  per  Velletri  fatto  un  indirizzo  al  cardinale,  questi  ri- 
e  sua  provincia.  Avea  buone  intenzioni,  spose  con  tale  franchezza  e  persuasione, 
e  l'avi  ebbe  eseguite  se  non  fosse  stato  che  destò  l'ammirazione  di  lutti,  ed  ia 
quasi  di  continuo  travagliato  da  maiat-  ispecie  inculcò  la  pace  che  regnasse  ne- 
lle, e  non  fosse  così  presto  sceso  nel  se-  gli  animi  de'  veliterni.  Il  n.  4o  delle  No- 
polcro.  Velletri  in  ogni  modo  dev'esser-  tizie  del  giorno  di  Roma  del  i847  ^'s* 


VE  L 

scrive  i  parlicolari  ilall'tccpnnnfo  solen- 
ne ingresso  del  cardinal  Macelli  in  Vel- 
jetri,  la  presenlnzione  delle  chiavi  della 
città  fatta  alla  barriera  di  porla  Roma- 
na dal  gonfaloniere,  mentre  era  salutato 
da  loi  colpi  di  morlari.  Che  disceso  dal- 
ia carrozza  avanti  la  chiesa  di  s.  Marti- 
no,  ivi  assunse  gli  abili  pontificali,  e  po- 
stosi sotto  il  baldacchino  sostenuto  da  8 
distinti  soggetti,  preceduto  dal  clero  se- 
cola  ree  regolare,  e  seguito  dal  vice  lega- 
lo, da'consiglieri  governativi,  dalle  au- 
torità municipali,  giudiziarie  e  militari, 
dalia  nobiltà,  dall'intero  corpo  de'consi- 
glieri  comunali, dagl'impiegati  pubblici, 
dalla  banda  musicale,  dalla  truppa  civi- 
ca e  bersagliera,  fra  il  suono  delle  cam- 
pane, lo  sparo  de'  mortari,  e  r.tcclama- 
tioni  eevviva  dell'immenso  popolo, essen- 
do tulle  le  finestre  ornate  »li  parali,  araz- 
zi e  bandiere,  processionalmente  si  tra» 
sferì  alla  basilica  cattedrale.  Ivi  pervenu- 
to, tra  il  Canio  M\' Ecce  Sacerdo.f  3Ia- 
gnus,  ascese  al  trono,  ed  ammise  il  capi- 
tolo e  il  clero  al  solito  bacio.  Terminato 
il  canto,  il  cardinale  recitò  dentro  il  pre- 
sbiterio una  dotta  e  tdlelluosa  omelia, 
che  commosse  e  riempì  tutti  d'ammira- 
zione. Terminata  la  sagra  funzione,  de- 
posti gli  abili  pontificali,  risali  in  carroz- 
za, e  si  condusse  al  suo  appartamento  nel 
palazzo  pubblico,  residenza  de'  vescovi  e 
legali.  Indi  da  una  finestra  compartì  so- 
pra di  tutti  l'apostolica  benedizione,  fra 
un  grido  fesloso  e  imanimedi  /-'Vi'rt  Pio 
IX!  Viva  l'Ein" Macchi  i'cscovo  e  lega- 
to !  Dipoi  il  n.  97  del  Diario  eli  Roma  del 
1847  narrò.Cheil  cardinal  Macchi,  emi- 
nente per  ogni  virtù  e  giusto  apprezza- 
tore  delle  utili  riforme  proclamate  dalla 
sapienza  di  Pio  IX,  mentre  dimorò  inVel- 
leiri  5o  giorni,  si  die  a  lutl'uomo  a  con- 
solidare un  uugliore  e  felice  avvenire  a* 
veliterni  che  ama  con  alletto  paterno.  Le 
prime  sue  sollecitudini  aveile  rivolte  al 
suo  pastorale  ministero,  aprendo  di  per- 
sona la  sagra  visita  a'3  ollobre, ed  ema- 
liaudo  vari  decreti  e  oidinamenli  a  tu- 


V  E  L  47 

tela  delleamministrazionide' luoghi  pii. 
Desideroso  del  bene  s[)irituale  dell'ani- 
me, visitò  in  tutte  ledoMieniche  gli  oralo- 
rii  in  cui  s'ammaestrano  le  giovinette  ne* 
rudimenti  di  nostra  s.  Religione;  ed  inter- 
rogandole su  alcune  parti  della  dolliina 
cristiana,  premiò  le  più  valenti.  Pontifi- 
cò nella  cattedrale  nella  festa  d'Ognissan- 
ti, pronunciando  dopo  l'Evangelo  dotta 
paterna  omelia.  Amatore  dell'istruzione 
pubblica,  volleassisterea'sag^i  calle  ptd)- 
bliche  conclusioni  tenute  da'  seminari- 
sti, nelle  scuole  comunali,  e  piesso  i  mi- 
nori osservanti,  conferendo  di  pro[)ria 
mano  i  premi  ed  esortando  i  giovani  allo 
studio.  Fondò  una  scuola  notturno  pres- 
soi pp.  dottrinari, e  su  tale  esempio  il  mu- 
nicipio istituì  altre  scuole  serali  e  l'aflidò 
a'fratelli  delle  scuole  cristiane;  quindi  sì 
r  una  e  sì  l'altre  furono  inaugurate  dal 
cardinale  con  acconci  discorsi,  commos- 
so dal  vedere  3oo  giovani  volonterosi  di 
prò  fi  l  la  rne.Si  occupò  ancora  d'utili  prov- 
vedimenti per  migliorare  il  patrimonio 
municipale,  la  servitù  de'  pascoli,  il  ma- 
teriale delle  carceri,  la  pubblica  istruzio- 
ne, il  gravame  di  qualche  dazio  comu- 
nale, e  il  compimento  dell'incominciato 
edifìcio  del  teatro,  a  tutto  nominando  np- 
posite  commissioni. Sotto  la  sua  presidou- 
za  apertosi  il  consiglio  provinciale,  fu  an- 
che deliberalo  d'impiantare  in  Velletri 
capoluogo  uno  stabilimento  agrarif)  per 
l'educazione  de'  giovani  poveri  eabbiui- 
donali,  e  d'offrire  al  governo  2000  scudi 
per  r  armamento  della  guardia  civica. 
Allietò  di  sua  animatrice  presenza  l'aula 
municipale  nell'adunanza  de'26  ottobre: 
parlò  da  vescovo  e  da  legato,  ramineu- 
lando  i  morali  e  civili  doveri  che  incom- 
bono a  un  corpo  rappresentante  l'infera 
città.  Inoltre  il  cardinale  die  contiiuii  e 
splendidi  trattamenti,  fece  giornalmen- 
te dispensare  copiose  limosine  a'  poveri, 
dispose  In  restituzione  di  lutti  i  pegni  di 
5  paoli,  fatti  nel  s.  monte  da'  1  3  giugno 
sino  allora.  Tanti  olili  provvedimenti  e 
beneficenze  eccitarono  ne'  velitcrui  una 


48  V  E  L 

pubblica  dimostrazione  nella  sera  de'  i4 
novenilnc  precedente  alla  sua  partenza, 
la  quale  seguì  previa  altra  della  guardia 
civica,  che  agli  encomi  del  cardinale  cor- 
rispose con  claoiorosi  evviva  e  con  innal- 
r.ire  sulle  baionette  de'  fucili  i  loro  cap- 
pelli, partendo  benedetto  da  tutti, quale 
amatissimo  padre  e  pastore.  Il  can.  Bauco 
scrivendo  accuratamente  anche  la  storia 
contemporanea  (che  io  scrissi  nel  citato 
orticolo  e  con  [>\ii  diffusione  ne'  relativi, 
ondecjui  mi  limiterò  ad  appena  accennar- 
Ja,  per  quanto  riguarda  Velletri  e  sua  pro- 
vincia), passa  a  narrare  la  creazione  della 
consulla  di  slato  fatta  dal  Papa,  e  nomi- 
nando per  la  provincia  di  Velletri  1'  avv. 
Luigi  Santucci  patrizio  velilerno  a  con- 
sultore tli  stato.  La  promulgazione  dello 
statuto  fondamentale  del  governo  tem- 
porale negli  stati  della  Chiesa  de'r4  niar- 
zo  1848,  eie  corrispondenti  festive  dimo- 
strazioni, onde  in  Velletri  si  tennero  i 
comizi  per  l'elezione  del  deputato  al  col- 
legio elettorale  de'  4  governi  di  Velletri, 
iJegnijCori  (al  cui  paragrafo  parlai  dell'in- 
tera annessione  del  suo  governo  a  questa 
legazione),  e  Valmontone,i  maggiori  vo- 
li essendosi  riuniti  a  favore  dall'avv.  Fe- 
derico Galeotti,  e  del  cav.  Luigi  Cardina- 
li, prevalse  il  partito  del  i.°non  senza  pa- 
lese intrigo  e  così  restò  eletto.  »  Si  disse 
allora  per  la  città.  Scelta  opportuna:  poi- 
ché questi  non  sono  tempi  di  Cardmaii, 
ma  di  Galeotti  ".  Dopo  qualche  mese  il 
Galeotti  rinunziando,  la  maggioranza  e- 
lesse  in  deputato  il  conte  Ettore  Borgia. 
Decretatosi  dal  Papa  l'arrolamentod'un 
esercito  di  volontari  per  la  difesa  dello  sta- 
lo, per  guardare  i  confini  del  Bolognese  e 
Ferrarese, Velletri  presentò  60  giovani  co' 
lorouniziali,a'quali  furono  dati  scudi6oo 
per  oblazioni  contribuite  dal  cardinale 
e  dal  clero  secolare,  inclusivamente  alle 
monache.  Protesta  Bauco,  non  intende- 
re descrivere  tutte  le  scene  luttuose  e  i 
terrìbili  disastri,  che  piombarono  sopra 
Roma  (F.)  e  sopra  lo  stato  contro  la  So- 
vranità della  s.  Sede  (/-'.),  la  Religione, 


VE  L 

ì  suoi  ministri,  i  pacifici  sudditi,  avendo- 
ne tiat  tato  iimumerabili  scrittori;  ma  sol- 
tanto registrare  le  cose  che  hanno  relazio- 
ne con  Velletri,  ed  io  in  breve  ripeterò. 
Riempita  Roma  di  f;icinórosi  rifuggiti  da 
ogni  parte  dell'Europa  per  iscampare  l'ul- 
timo supplizio;  ivi  chiamati  da'capi  della 
fazione  liberale,  i  quali  aveano  stabilito  di 
dar  da  essa  principio  alla  vasta  rivoluzio- 
ne. Questi  settari  segnarono  ogni  loro 
traccia  d'orribili  delitti,  facendo  palese  al 
mondo  a  qual  segno  possa  giungere  l'in- 
gratitudine. Essi  insultarono  la  pazienza 
di  quel  Sovrano  Pontefice,  che  avea  po- 
co prima  loro  donato  il  perdono,  la  patria, 
la  libertà,  lecariche,  gli  onori.  Il  dì  i  5  no- 
vembre 1848  ucciso  il  suo  i.°  ministro 
conte  Pellegrino  Rossi  nel  momento  che 
andava  a  rappresentarlo  nelle  camere,  si 
giunse  nel  dì  seguente  obbrobriosamente 
ad  assalire  ilPapa  a  mano  armata  nel  pro- 
prio palazzo  sulQuirinale  col  cannone, col- 
l'incendio,  col  l'uccisione  del  prelato  Se 
gretarìo  delle.  Lettere  latine,  e  col  disar- 
mo degli  Si'izzeri guardia  pontificia.  Gii 
fu  imposto  di  notte  di  formare  un  ministe- 
ro a  volontà  del  sedicente  popolo,  e  di  no- 
minarvi taluno  ancora  di  coloro  ch'erano 
a  capo  della  più  vergognosa  rivoluzione.  A. 
vista  di  tali  esecrabili  attentali  intimori- 
li  i  cardinali,  e  per  consiglio  del  Papa, 
cercarono  di  porsi  in  salvo  con  uscir  da 
Roma,  ed  il  cardinal  Macchi  giim<e  in 
Velletri  a'  20  novembre  e  partì  il  28  per 
Gaeta,  Il  Papa  non  poco  costernalo  pe* 
tragici  attentati  avvenuti  sotto  i  suoi  oc- 
chi, maggiormente  fu  compreso  di  spa- 
vento allorché  fu  accertalo, che  a'26  del- 
lo slesso  infausto  novembre  i  rivoluziona- 
ri aveano  determinalo  di  consumare  un 
assassinio  esecrabile  ecompleto  nella  stes- 
sa sua  santissima  persona.  Appena  sep- 
pe r  iniquo  divisa  mento,  si  raccomandò 
a  Dio,  e  si  rimise  allo  zelo  de'  ministri 
delle  potenze  estere,  e  fece  risoluzione  di 
partire  e  fuggir  da  Roma,  benché  guar- 
dato a  vista  e  perciò  con  giave  rischio. 
Nella  sera  de'  24  novembre  colle  vesti  iH 


1 


V  E  L 
semplice  prete  uscì  di  Roma,  passando 
perVelIelri  alle  ore  5  italiane,  dovecam- 
Lio  i  cavalli  nella  posta,  e  nel  dì  seguen- 
te felicemente  giunse  a  Mola  di  Gaeta.  Ivi 
nominò  una  commissione  governativa 
per  Roma,  che  non  fu  riconosciuta;  e  i 
deputati  nominarono  in  vece  una  giunta 
provvisoria,  ìndi  i  rivoluzionari  resi  più 
audaci  pubblicarono  in  Roma  la  costi- 
tuente. Avendo  la  giunta  stabiliti  presidi 
pel  governo  delle  Provincie,  per  Velletri 
nominò  il  conte  EttoreBorgia  ai  gennaio 
del  memorabile  1849,  il  quale  prese  pos- 
sesso a'  1 5,  e  poscia  si  nominarono  nuovi 
consiglieri  governativi.  Il  Papa  Pio  /A' le- 
vò intanloalto  la  sua  voceapostolica,  pro- 
testando avanti  a  Dio  e  in  faccia  a  tutto 
il  mondo  contro  tanti  gravi  e  sacrileghi 
attentali,  come  prima  di  partir  da  Roma 
avea  fatto  co' rappresentanti  delle  corti 
d'Europa  e  di  altre  nazioni,  e  fulminò  la 
Scomunica  maggiore  contro  coloro  che 
aveano  dato  opera  a' falli  diretti  a  dan- 
no della  pontìHcia  sovranità,  e  special- 
mente contro  la  costiluente.ln  Velletri  la 
mattina  degli  8  gennaio  trovossi  alla  por- 
ta della  cattedrale  adissa  copia  di  tale 
scomunica,  pose  in  bisbiglio  la  città,  e 
nella  notte  fu  strappata.  D'ordine  della 
giunta  convocata  in  Velletri  l'assemblea 
nazionale  per  l'elezione  del  deputato  del- 
la provincia  di  Marittima  per  la  costi- 
tuente, restò  eletto  Luigi  Novelli  veliter- 
no  a'  22,  In  questo  giunsero  da  Roma  in 
Velletri  25o  soldati  finanzieri  indiscipli- 
nati, che  assaltalo  il  convento  de'minori 
conventuali,  vi  entrarono  di  forza  e  de- 
rubarono, con  indicibile  spavento  de're- 
ligiosi.  Finalmente  l' assemblea  costi- 
tuente in  Roma  avendo  decretata  la  de- 
tronizzazione del  Papa,  e  la  Repubbli- 
ca Romana,  questa  fu  proclamata  in 
Campidoglio  a' 9  febbraio;  e  nello  stes- 
so giorno  si  recò  a  fare  altrettanto  in 
Velletri  il  tenente  colonnello  Bartolo- 
meo Galletti  con  800  soldati  della  le- 
gione romana,  di  che  nella  sera  fecero 
gran  festa  i  repubblicani.  Quaulo  suc- 
▼Ot.  xc. 


VEL  94 

cessivamenle  fece  la  repubblica,  Io  de- 
plorai ne'  ricordati  articoli  e  altrove.  »  Il 
popolo  poi,  che  riconosceva  e  invocava 
l'assemblea,  non  era  il  popolo  dello  sla- 
to ron)ano,  il  quale,  pacifico  per  natura, 
fu  intimorito,  e  lasciossi  imporre  un  gio- 
go che  abborriva  sotto  la  democratica  ti- 
rannia,   li  popolo  invocato  dall' assem" 
blea  era  una  fazione  di  uomini  facinoro- 
si,irrequieti, per  la  maggior  parte  spianta- 
ti, di  una  plebaglia  corrotta:  era  un  bran- 
co d'  avventurieri  audaci,  senza  onore, 
senza  religione.  Il  vero  popolo  è  un  ceto 
della  moltitudine  razionale   stretto  dal- 
l'unione concorde,  e  dal  consentimento 
della  giustizia  e  dell'  utilità.  Questo  po- 
polo al  certo  non  poteva  creare  la  repub- 
blica romana,  la  quale  era  immorale,  ir- 
religiosa e  violalrice  degli  altrui  diritti  ". 
A'  12  febbraio  cacciati  a  forza  i  carme- 
litani dal  convento,  in   questo  si  formò 
l'ospedale  militare.  Anche  in  Velletri  u- 
sci  la  legge  della  demaniazione  de'beni  ec- 
clesiastici, e  fu  nominata  la  relativa  depu- 
tazione, che  senza  scrupolo  accettò  l'in- 
carico, non  potuto  effettuare  per  la  bre- 
ve vita  della  repubblica;  alla  quale  pre- 
starono intanto  a' 4  marzo   giuramento 
di  fedeltà  le  truppe,  e  in  seguito  tutti 
gl'impiegati  furono  obbligati  all'adesio- 
ne. L'ii  di  detto   mese  nell'assemblea 
comunale  si  formò  il  nuovo  municipio; 
il  presidente,  anziani,  segretario,  tutti  ac- 
cettarono: ed  in  casa  Borgia  si  aprì  il  cir- 
colo democratico  VolscOy  con  presiden- 
te e  segretario;  democratica  ri  unione  che 
poco  durò,  per  le  scissure  insorte  tra'  re- 
pubblicani. A'  1 3,  dopo  il  solenne  pranzo 
democratico  delle  truppe,  fu  innalzato 
l'albero  della  libertà  innanzi  al  quartiere 
della  piazza  del  Trivio,  fra  le  grida  e  il 
suono  delle  bande,  oltre  molti  discorsi 
democratici.  Nel  dì  seguente  e  con  dispia- 
cere de'buoni  fu  posto  un  gran  berretto 
repubblicano  sulla  Croce  del  campanile 
di  s.  Maria  del  Trivio.  A'  2  r  formatosi 
il  consiglio  municipale,  indi  a'  24  elesse 
il  goufaloniere  e  4  anziani,  e  fece  slam- 
4 


5o  VE  L 

jiare  pe'  soli  velilerni  2000  scudi  di  car- 
ta moneta.  Si  feceio  piil)l)liclie  pregliie- 
le  pel  felice  successo  deiraimi  repubhli- 
cane;  menlre  nelle  feste  e  ne'  canti  not- 
turni, era  grido  ordinario:  morte  n  pre- 
li.  In  Velletri  ninno  del  clero  si  mostrò 
repubblicano,  tranne  3  non  velilerni.  Per 
brcTilà  tralascio  altre  notizie  mbanp, 
propiiedella  luttuosa  circostanza.  Dimo- 
rando il  Papa  in  Gaeta  nell'ospitìilissinio 
regno  di  JNapoli,  circondalo  dall'iunoro- 
see  riverenti  cure  del  religiosissimo  Fer- 
dmando  II  re  delle  due  Sicilie, invocò  da 
vari  sovrani  la  loro  difesa  de'domiuii  del- 
la s.  Sede, e  aiuto  per  liberarci  fedeli  suoi 
sudditi  dall'anarcliia.E  siccome  l'Ausilia, 
la  Francia,  la  Spagna  e  il  regnodelle  due 
Sicilie  si  trovavano  per  la  loro  posizione 
geografica  in  situazione  di  poter  solleci- 
tamente accorrere  colle  loro  armi  a  ri- 
stabilire negli  stati  della  s.  Sede  l'ordine 
sconvolto  da  una  fazione  di  settari,  il  San- 
to Padre  domandò  loro  l'intervento  ar- 
mato e  prontamente  l'ottenne.  L'arma- 
ta della  repubblica  fiancese  proveniente 
da  Tolone  a'  a')  aprile  1849 imbarcò  a  Ci- 
vitavecchia,e  a'3o  trovossi  sotto  Uouia  ; 
perchè  la  nazione  francese  volle  I'  onore 
d'  operar  sola  contro  i  repubblicani  che 
difendevano  Roma,  onde  far  cessare  la  lo- 
ro oppressione,e  dopo  vari  comballimen- 
li  l'esercito  francese  vi  entrò  a'3  luglio. 
A'29  aprile  l'esercito  napoletano  capila- 
natodallo  stesso  reFerdinando  11  penetrò 
nello  stato  papale,  e  si  fermò  in  Terraci- 
na.  III. "maggio  il  preside  e  il  comandan- 
tedella  piazza  di  Velletri  l'abbandonaro- 
no; si  ritirò  la  magistratura  repubblica- 
na, e  vi  fu  soslituila  una  rappresentan- 
za di  cittadini,  per  ovviare  qualunque  di- 
sordine nella  città,  speciahnenic  pel  pas- 
saggio dell'  esercito  regio,  alla  lesta  della 
quale  fu  postoli  cav.  Giovanni  Giaziosi 
con  molti  altri  onesti  e  buoni  cittadini.  Si 
elessero  3  deputali  a  provvederle  veltova- 
gliee  lecaserme,oltre quello  [tergliallog- 
gi  eallriuniziali.A'2  maggio  avviciniMiilo- 
siresercilonapoletaDO,ilrefucompliiueu- 


V  E  L 

laloa  5niiglia  Itmgì  dalia  citlà  da  due  de- 
putazioni del  clero  e  del  comune.  Intanto 
filili  i  preparativi  per  ricevere  l'esercito, 
allerrato  l'albero  della  hberlà,  levato  il 
berrettone  repubblicano  dilla  Croce  del 
cauqianile  del  Trivio,  furono  innalzale 
l'anni  pontificie  sidla  porta  Napoletana, 
nel  palazzo  della  legiizione  e  nella  caserma 
de'  Ciirabinieri,  i  (piali  ripresero  la  coc- 
carda papale.  Alle  ore  18  giunse  in  Vel- 
letri la  vanguardia,  ed  alle  ig  cominciò 
l'entrala  deli'e^ereilo.  II  re  marciava  nel 
mezzo  delle  schiere  accompagnalo  dal 
fratello  d.  Francesco  di  Paola  conte  di 
Trapani,  dal  cognato  d.  Sebastiano  in- 
fante di  Spagna,  dallo  stato  maggiore  e 
dal  commissario  apostolico  mg.'  Dome- 
nico Giraud,  suonando  a  fesla  tutte  le 
campane  della  città.  L'esercito  contava 
circa  8000  uomini,  numerosa  cavalleria, 
2000  pel  treno,  3  batterie  di  cannoni  di 
varie  misure,  moltissime  casse  di  mu- 
nizioni, carri,  bagagli  e  tulli  altri  attrez« 
zi  di  guerra.  All'ore  2  r  il  re  scese  di  ca- 
vallo avanti  l'atrio  della  cattedrale,  rice* 
vuto  dal  capitolo  in  abito  colla  Croce  co- 
rale. Entralo  in  chiesa  orò  innanzi  il  ss* 
Sagramenlo  esposto  nell'altare  maggiore^ 
e  ricevuta  la  benedizione  si  diresse  a  vi4 
sitare  l' immagine  miracolosa  di  Mariag 
ss.  delle  Grazie,  e  volle  che  si  recitassero 
le  litanie.  In  questa  occasione  si  ammiri 
anche  da'  velilerni  la  particolare  divo- 
zione e  spirilo  di  religione  di  Ferdinanda 
11.  Accompagnato  dal  capitolo  sino  alla 
fine  dell'atrio  riraonlò  a  cavallo,  e  allora 
r  esercito  seguitò  la  marcia.  Le  finestre 
delle  case  erano  parate,  e  il  popolo  eoa 
contiuueacclamazioni  ripetè:  VìvailRe^ 
VWa  Pio  JX.  Appena  giunte  le  prime 
file  sulla  piazza  del  Trivio  s'  impossessa- 
rono del  quartiere  civico,  disarmarono^ 
la  guardia  e  gli  ulficiali,  commciando  a 
maltrattare  lutti  coloro  che  coltivava- 
no la  barba  (segno  stabilito  dalla  setta, 
dice  liauco):  in  un  momento  tutte  le  bar- 
be furono  rase;  egli  uomini  apparvero 
allora  uomini,  non  mostri  e  orsi  (sic).  Il 


VEL 

re  fu  alloggiato  nell*  nppaiiamenlo  del 
cardinale,  e  tiitli  gli  iil{Ì7.iali  ebbero  al- 
loggi convenienli  al  loto  grado.  Le  trup- 
pe occupa  loiio  le  caserme,  tutti  i  conven- 
ti, il  seminario:  la  maggior  parte  dimo- 
rava sulle  piazze,  fuori  della  barriera  e 
della  porta  Napoletana.  A'3  maggio  giun- 
se in  Velleiri  un  fratello  del  re  con  un 
corpo  di  circa  3ooo  uomini.  La  guardia 
civica  fu  sciolta  d'ordine  del  Papa,  edi- 
sarniE^ta.  Il  re  ricevè  il  capitolo,  benefi- 
ciati, curati  e  seminario;  e  si  portò  sul- 
l'altura de'  cappuccini,  per  considerare 
quella  meravigliosa  posizione.  Mg.'^  Gi- 
raud  per  comando  sovrano  destinò  pro- 
legato della  provincia  di  Maritticna  l'avv. 
Raimondo  Alfonsi.  Nella  sera  fu  illimii- 
nata  tutta  la  città,  e  i  due  palazzi  del  co- 
mune e  della  legazione  a  cera.  A'  4  mag- 
gio parli  lutto  l'esercito  alla  volta  di 
Genzano,  ed  il  re  volle  prima  ascoltare 
messa  nel  santuario  della  Madonna  del- 
ie Grazie,  coli' assistenza  del  capitolo,  e 
fece  larghe  limosine.  Alle  ore  20  giunse 
in  Velletri  da  Valmonlone  un  distacca- 
mento di  4000  uomini,  compresa  la  ca- 
"valleria,con  numerosa  artiglieria  e  baga- 
glie.  In  questo  giorno  fu  ripristinata  l'an- 
tica magislralura,  i  consultori,  i  tribuna- 
li. Il  re  avea  formato  una  colonna  mobi- 
le di  truppa  in  massa  composta  di  citta- 
clini  per  guardare  il  territorio  veliterno, 
con  suo  soldo  e  coccarda,  nominando  per 
capi  Giuseppe  Caprara  eMarco  Scipioni. 
La  truppa  venuta  da  Valmontone  partì 
b'5  maggio  per  Genzano,  e  nel  dì  seguen- 
te fece  altrettanto  un  treno  di  carri  di 
munizioni  provenienti  da  Terracina.  Nel- 
la mattina  de'  7  corse  voce  che  in  Val- 
montone  era  apparsa  la  divisione  repub- 
blicana del  general  Garibaldi,  e  che  vo- 
levasi  piegare  su  Velletri.  Ciò  udito  i  cit- 
laduii  sprovvisti  di  difesa  pensarono  di 
salvarsi,  e  la  città  restò  spopolata.  All'i- 
stante fu  spedita  una  staffetta  •-  *  "  coo 
al  re  perchè  soccorresse  Velletri,  e  sen- 
za indtigio  il  re  mandò  una  colonna  di 
4000  tra  fanti  e  cavalli  cou  artiglieria. 


VEL  5i 

Nel  dì  seguente  il  distaccamento  dopo  a- 
scoltata  la  messa,  partì  alla  volta  di  Val- 
montone,  ed  a'g  s'imbattè  colla  divisio- 
ne repubblicana,  e  seguì  tra  loro  una 
scaramuccia  presso  Palcstrinn,  con  po- 
chissima perdila  tra  le  parti.  A'  io  tor- 
nò da  Galestrina  in  Velletri  l'armata  na- 
poletana,che  seguitò  la  marcia  perla  Ric- 
cia. L'  I  i  giunse  d'Albano  in  Velletri  una 
colonna  regia  di  2000  uomini  con  caval- 
leria e  4  pezzi  di  cannone,  e  tosto  forti- 
ficò vari  punti  della  città, con  ripari  al- 
le fosse  che  la  circondano,  demolendosi 
il  ponte  che  conduceva  alle  mole  di  Gin- 
netti Lancellolli  ;  ed  a'  16  arrivò  altra 
truppa  regia  da  Valmontone  con  20  ar- 
restati e  3  carri  di  fucili  presi  nella  pro- 
vincia di  Campagna.  Nella  mattina  de* 
17  i  soldati  dopo  la  niessfi  partirono  per 
Castel  Gandolfo;  ma  nel  dì  seguente  si 
vociferò  con  certezza  che  Garibaldi  colle 
truppe  repubblicane  erasi  presentato  a 
Palestriua,  a  Zagarolo  e  Valmontone, 
onde  subito  ne  fu  avvisato  il  re.  Peronel- 
la sera  cessolo  Velletri  la  costernazione 
all'ari  ivo  di  buona  parte  dell'esercito  con 
molta  arliglieria,reduce  d'Albano  e  dalla 
Piiccia,  e  nel  dì  seguente  giunse  anche  il 
re  co'suoi  fratelli  e  il  commissario  aposto- 
lico. Questo  movimento  retrogrado  che 
destò  meraviglia  ne'  veliterni  e  luoghi 
convicini,  derivò  come  notai  altrove  da 
questo.  Che  mentre  in  Roma  eransi  co- 
minciate le  trattative  coU'inviato  straor- 
dinario di  Francia,  Ferdinando  di  Les- 
seps,  ora  preoccupato  nel  grandioso  ta- 
glio dell' Istmo  di  Suez,  il  triumvirato 
repubblicano  vide  il  partito  che  poteva 
ricavare  da  questa  nuova  posizione,  che 
lasciavagli  tempo  a  respirare  per  par- 
te degli  attacchi  de'  francesi,  e  senza  ri- 
tardo audacemente  decise -una  spedizio- 
ne contro  l'esercito  napoletano  ;  giacché 
pendenti  le  negoziazionicoU'inviato  fran- 
cese, con  iscaltrezza  tirate  in  lungo,  po- 
teva disporre  di  gran  parte  delle  truppe 
che  slavano  inoperose  in  città,  in  numero 
di  1 5,000  COQ  1 2  pezzi  d'artiglieria  diri- 


52  VEL 

geodosi  alla  volta  di  Velletii.  11  re  Fer- 
dinando U.conosciuto  che  l'esercilo  fran- 
cese cnoiandato  dal  general  Oudinot  vo- 
leva solo  la  gloria  dell'espugnazione  e  li- 
beiazione  di  Roma,  se  i  trattati  non  si 
accordavano,  o  per  altri  motivi,  ordinò 
il  ritiro  del  suo  esercito  nel  regno.  Dava 
egli  riposo  alla  sua  truppa  in  Velletri  sa- 
ltato 19  maggio,  quando  l'esercito  repub- 
blicano uscito  da  Roma  a'  16  e  17  sotto 
il  comando  del  generale  in  capo  Rosel- 
li,  de'  generali  Masi,  Galletti  avvocato, 
Garibaldi  eBartolucci  generale  di  caval- 
leria, e  de'  colonnelli  Manara,  Bartolo- 
meo Galletti  e  Marchetti,  si  diresse  sotto 
Tivoli,  equindi  a'  1 8  a  Zagarolo  e  Mon- 
te Fortino,  mosse  la  mattina  di  detto  19 
per  Velletri.  Circa  le  ore  1 1  italiane  si 
vociferava  per  Velletri  che  Garibaldi  col- 
la sua  divisione  era  giunto  a  Lariano,  sen- 
za che  i  condottieri  napoletani  avessero 
poste  sentinelle  avanzate  verso  quella 
parte;  onde  avvisatone  il  re,  che  riposa- 
va nel  palazzo  municipale,  ordinò  che 
tutto  l'esercito  si  ponesse  sull'armi,  ed  e- 
gli  stesso  comandò  la  truppa,  ch'era  ac- 
campata nella  vasta  piazza  del  Trivio,  e 
la  fecesituare  nel  palazzo  Ginnetti  Lao- 
cellotti  con  duepezzi  d'artiglieria  impo- 
stati nei  cortile,  onde  i  soldati  occuparo- 
no que'  grandiosi  loggiati  che  a  levante 
scoprono  la  campagna.  Fu  spedita  una 
numerosa  compagnia  di  cacciatori  a  ca- 
vallo verso  Lariano  per  fare  delle  scoper- 
te. Questa  s'imbattè  colla  divisione  Gari- 
baldi, che  senz'ordine  del  general  Rosel- 
li  mosse  da  Monte  Fortino  per  Velletri, 
per  cui  si  trovò  solo  in  quest'attacco.  Si 
venne  all'armi,  e  nel  primo  scontro  Ga- 
ribaldi cadde  dal  cavallo  feritogli  e  fu  in 
grave  pericolo;  poiché  il  maggior  Colon- 
na napoletano  era  per  farlo  prigioniere, 
se  un  suo  lanciere  non  l'avesse  salvato 
dandogli  il  proprio  cavallo,  e  il  suo  dilet- 
to Moro  non  l'avesse  coadiuvato  ucciden- 
do con  colpo  di  pistola  un  tenente  napo- 
letano che  avea  investito  di  fianco  il  me- 
desimo Garibaldi  ;  ed  il  Moro  nel  dì  se- 


VEL 

guente  entrò  in  Velletri  ferito.  Questa 
zullà  accadde  nella  contrada  Colonnella 
circa  due  miglia  dalla  città.  La  cavalle- 
ria napoletana  stretta  sulla  strada  senza 
potersi  stendere  impedita  dalle  folte  siepi 
delle  vigne,  bersagliata  dalla  fanteria  re 
pubblicana  impostata  dentro  il  vignelo,ri 
costretta  a  retrocedere,dopoaver  perdute 
26  soldati  con  un  tenente  ;  non  minori 
fu  il  numero  de'repubblicani  periti.  Cìv- 
ca  le  ore  i/^h\  fragore  della  moscbetle 
ria  dell'accennato  attacco,  si  die  movi, 
mento  a  tutto  il  regio  esercito.  Uscì  fuo' 
ri  della  città  un  battaglione  di  fanteria 
quasi  mezzo  miglio,  il  quale  evitando  li 
pubblica  via,si  sparse  nelle  sovrastanti  vi 
gne,dove  trovò  imboscate  e  insidie  per  o- 
giii  parte;  si  difendeva,  ma  eragli  diilici« 
le  offendere  i  repubblicani  impostati 
nascosti  a  guisa  della  caccia  de'  daini.  Gli 
convenne  ritirarsi.  1  morti  superarono  il 
centinaio,  molti  furono  i  feriti  e  3o  i  pri^" 
gionieri.  Mentre  ciò  avveniva  al  di  fuori/ 
considerando  il  re  chel'assalto  da  tentarsi 
da'  repubblicani  sarebbe  stato  di  conse' 
guenza,  perciò  ordinò  che  d'ogni  parte  si 
munisse  la  città.  Qtiindi  verso  l'ore  16  fu- 
rono trasportati  e  impostati  5  cannoni 
sull'altura  de'cappuccini con  2000  fucili! 
ri; e 2  cannoni  furono  collocati  nella  saliti 
che  batlevanola  strada  in  Via  Lata.  NelU 
sottoposta  vigna  Fortuna  il  casino  si  guar 
ni  di  200  soldati.  Sul  rauraglione  dellj 
barriera  si  posero  6  pezzi  d'artiglieria,  ( 
guardavano  losbocco  del  ponteeil  vigne 
to  sottoposto,  con  numerosa  fanteria.  Ut 
cannone  era  sul  cancello  di  ferro  degli  or 
ti  Ginnetti  Lanceliotti.  Una  linea  di  nuJ 
merosi  soldati  cominciando  dal  mura 
della  città  prossimo  al  lavatoio  di  Meta< 
bo,  stende  vasi  lungo  gli  orli  sino  al  sudi 
detto  palazzo.  La  porta  Napoletana  f« 
ben  munita  d'artiglieria  e  soldatesca.  La 
parte  di  ponente  e  nel  convento  di  s.  Fran- 
cesco, e  nell'alture  della  Coroncina,  de' 
pubblici  granai  e  del  convento  del  Car« 
mineeraguardatae  difesa  da  più  di  2oo< 
soldati.  Siccome  la  cavallerìa  di  cin 


VEL 
3ooo  uomini  restava  inoperosa,  impedi- 
ta da'  continuali  vigneti  circondali  da 
Tolte  siepi,  fu  disposta  in  modo  che  dal- 
la porta  Napoletana  progredisse  divisa 
io  vari  corpi  fino  al  ponte  dell'Incudini, 
4  miglia  lungi  dalla  ciltà.  In  alcuni  col- 
li di  quella  campagna  erano  stati  im- 
postati diversi  cannoni,  e  guardati  da 
multi  picchetti  di  cavalleria.  Seguiti  gli 
accennati  attacchi,  si  unì  alla  divisione 
Garibaldi  la  legione  romana  comandata 
dal  colonnello  Bartolomeo  Galletti.  Si  a- 
vaiizaroiio  queste  truppe  a  tiro  di  rao- 
sclietto  a  zufTa  sparpagliata.  Sperimenta- 
vanogravi  danni  non  solo  dalla  raoschet- 
feria  nnpoletaiia,  ma  più  dalle  mitraglie 
e  granate  dell'arliglierie,  che  fulminava- 
iiu  dall'altura  de' cappuccini,  dal  palaz- 
zo Ginnetti  e  dal  cancello  di  ferro  degli 
orti  omonimi.  Appena  i  repubblicani  sì 
scoprivano  dalla  verzura  delle  vigne,  da' 
ripari  degli  alberi,  delle  siepi,  de'  poggi, 
delle  case  rurali  e  delle  grotte,  le  quali 
cose  tutte  servivano  loro  di  barricate, 
non  si  salvavano.  Essi  aveano  impostalo 
due  pezzi  d'artiglieria  sidla  strada  pro- 
vinciale innanzi  al  cancello  della  vigna 
del  cav.  Cardinali  circa  un  buon  miglio 
distante  dalla  città.  All'ore  21  venne  a' 
repubblicani  un  rinforzo  di  due  batta- 
glioni della  linea,  per  cui  falli  più  ani- 
mosi, senza  comando  si  dierouo  a  rotta 
per  quelle  spaziose  vigne,  e  rannodatisi 
in  quadriglie,  gruppi  e  drappelli,  avvici- 
nandosi alcuni  fino  alle  fosse  della  ciltà, 
restavano  sagrificati  senza  speranza  d'al- 
cuna conquista.  Laonde  dall'ore  2  i  sino 
alle  i^e  mezza  il  fuoco  dell'artiglierie 
napoletane,  e  quello  della  moschetteria 
d'au)l>o  le  parti  fu  raddoppiato  e  spaven- 
toso. Una  parie  del  i.°  battaglione  della 
linea  sotto  il  comando  del  colonnello 
Marchetti  fu  inviala  sulla  via  postale  per 
tagliare  la  ritirala  alle  truppe  regie,  eoo 
promessa  di  Garibaldi  che  avrebbe  spe- 
dito altra  fanteria  e  uno  squadrone  di  ca- 
valleria. Questa  truppa  partendo  dalla 
Colouuella  per  vie  segrete  non  ballule, 


VEL  53 

giunse  a  penetrare  sino  alta  via  suddet- 
ta circa  un  miglio  e  mezzo  da  porta  Na- 
poletana. Ivi  trovaronsi  4  uiule  cariche 
di  biscotto  guardate  da  pochi  soldati  che 
dieronsì  alla  fuga,  lasciando  le  bestie  e 
il  carico.  Poco  dopo  i  repubblicani  veden- 
dosi circondati  da  un  corpo  di  circa  5oo 
uomini,allora  ilMarchetti,che  inutilmen- 
te avea  aspellato  il  rinfoi-zo  promessogli 
da  Garibaldi, ordinò  la  ritirala.  Presela 
sua  truppa  una  vantaggiosa  posizione, 
né  ricevè  molestia  alcuua  da'napolelani, 
e  circa  la  mezzanotte  tornò  nel  quartie- 
re generale  di  Garibaldi  posto  nella  vi- 
gna di  Francesco  Mauimucari.  Già  il  re 
Ferdinando  11  co'suoi  fratelli,  lasciali  gli 
ordini  opportuni,  era  partilo  da  Vellelri 
circa  le  ore  1 8.  Si  pose  egli  alla  testa  della 
cavalleria  impostata  ne'culli  dell'accenna- 
ta contrada  dell'Incudini.  Nella  notte  del 
1 9  al  20  l'esercito  napoletano  abbandonò 
la  città  e  rientrò  nel  regno.  Il  generalis- 
simo repubblicano  Roselli,  cogli  altri  ge- 
nerali Masi.avv.  Galletti,  Barlolucci  e  il 
colonnello  Mauara  colle  loro  numerose 
divisioni  si  tennero  mollo  lontani  dal  luo- 
go del  combattimento,  né  vi  presero  par« 
te  alcuna.  Pensa  Dauco,  che  se  fra  que- 
sti generali  non  vi  fosse  slata  scissura,  se 
fossero  stali  esperti  e  coraggiosi,  con  for- 
ze così  imponenti  e  con  in:provvisa  sor- 
presa tutti  uniti  col  general  Garibaldi, 
avrebbero  potuto  impadronirsi  di  Velie- 
tri,  e  recare  gravissimi  danni  all'  eserci- 
to napoletano.  IVIa  disunite  le  forze,  i  re- 
pubblicani riportarono  vergogna  e  som- 
alo pregiudizio  :  tornarono  a  Roma  colle 
mosche  in  mano,  dopo  avere  ricevuta  una 
buona  lezione.  Veramente  non  vi  furono 
battaglie  propriamente,  ma  piuttosto  si 
pouno  dire  scaramuccie,  attacchi  e  com- 
battimenti particolari  alla  spicciolata.  La 
perdita  de'napoIetani,da  diesi  ritirarono 
il)  città,  non  oltrepassò  fra  morti  e  feriti 
il  numero  di  20.  Quella  poi  de' repubbli- 
canijde'soli  feriti  superò  il  mezzo  migliaio, 
de'quali  ne  morì  una  metà;  a  proporzione 
furono  gli  uccisi,  di  cui  aou  si  potè  co- 


54  V  E  L 

uoscere  il  uiirneio  pieciso.  Si  è  costan- 
tetuente  dello  in  Velletri,  clie  i  morii  su- 
|)erarouo  il  tuigliaio.  Basti  il  dire,  che 
della  legione  lomana  coiidolla  dal  colon- 
nello  Gulletti  e  composla  d'8oo  uomini, 
ne  restarono  200  soli,  per  cui  il  colon- 
nello tornalo  in  Roma  fu  dal  Iriumvira- 
ralo  promosso  a  generale.  Nell'avvicinar- 
si  l'esercito  repubblicano,  i  veliterni  con- 
cepirono gravi  timori  pel  disastro  ch'era 
per  sovrastare  alla  patria,  e  cercarono  il 
modo  di  salvarsi, quelli  specialmente  che 
uveano  mostralo  attaccamento  al  Papa 
o  ch'eransi  compromessi  accettando  o 
riassumendo  le  magistrature.  1  preli  e 
religiosi  già  minacciali  di  morie  da'  re- 
pubblicani, eccello  pochi  nascostisi  in 
città,  tutti  fuggirono  insieme  co'  secola- 
ri nel  regno  di  iNapoli,  o  ne'  paesi  cir- 
convicini, ne'  boschi  e  nelle  vigne  lonta- 
ne. Le  Clarisse  furono  costrette  abban- 
donare il  loro  monastero,  situato  sulla 
piazza  della  Carriera,  e  ritirarsi  in  quel- 
lo delle  teresiane,  che  rimane  nell'inter- 
no della  città.  Lo  strepito  incessante  del- 
l'artiglierie e  della  ruoschelteria  per  io 
ore  continue,  produsse  indicibile  spa- 
•venlo.  Le  chiese  restarono  chiuse  per 
diversi  giorni,  cessò  il  suono  delle  cam- 
pane, né  trova  vasi  chi  amministrasse  isa- 
gramenli  :  fuggirono  persino  gli  operai 
delle  vigne.  iNon  pochi  soldati  repubbli- 
cani atterrate  le  porte  delle  cantine,  del- 
le grotte  e  de'  casini,  li  saccheggiarono, 
portarono  via  e  consumarono  considera- 
bile quantità  del  «niglior  vino.  L'autore 
del  Soininario  storico  degli avveiiiiiitn- 
ti  che  occorsero  negli  Siati  della  s.  Se- 
de da'  i4  novembre  1848  all'ingresso 
de'  francesi  in  Roma,  ivi  pubblicalo  nel 
i85o,  giustificando  la  leale  e  religiosa 
condotta  diFerdinando  li, uellj'intervenlo 
per  difesa  del  Papa,  quanto  alla  sua  riti- 
rata colle  truppe  dal  territorio  romano, 
dice  l'opinione  piìi comune  si  fu.  Che  il  re 
in  conseguenza  di  diplomatiche  intelli- 
genze era  persuaso  di  non  incontrare  la 
uiiuiaia  resisleuza  uell'occupaie  le  prò- 


i 


V  E  L 
vincie  meridionali  dello  sialo  pontifici 
Che  inteso  l'arrivo  dell'inviato  fiances 
in  Roma,  stava  tranquillamente  in  Ve 
letri,  in  attenzione  di  vederne  lo  sciogli- 
mento. Che  qualunque  ne  fosse  l'evenla 
riteneva  per  cosa  certissima,  che  i  frani 
cesi  non  avrebbero  permesso,  che  pen-. 
denti  le  trattative  il  governo  dominante 
in  Pioma  potesse  mandare  contro  di  lui 
le  sue  truppe,  ed  avrebbero  ii»  ogni  ca- 
so impedito  la  spedizione.  Che  vedendo- 
ci invece  iuaspettalamenle  assalilo  dal 
migliore  e  più  forte  nerbodi  forze  repub» 
blicane,supponesse  seguito  un  improvvi- 
so accordo  a  suo  danno,  e  che  perciò  sde- 
gnatosi rilirasse,e  poi  ne  movesse  querelo 
a'francesi  per  non  essersi  opposti  allaspc' 
dizione  contro  di  lui.  11  general  Uose  Ili 
saputo  che  l'esercito  napoletano  avea  ab 
bandonato  Velletri,  nella  mattina  de'ac 
vi  entrò  con  tutto  l'esercito  repubblicai 
no  verso  le  ore  io.  Si  disse,  ch'era  sta U 
promesso  a'  soldati  il  totale  saccheggit 
della  città,  ma  che  a  questa  risoluzione 
si  opponessero  il  general  Galletti  e  il  co- 
lonnello Galletti;  nondimeno  i  soldati  J 
Garibaldi  derubarono  e  saccheggiarono 
il  collegio  de'dottrinari.i  conventi  de'cap 
puccini  e  de'  minori  osservanti,  il  semi' 
nario  e  il  monastero  di  s.  Chiara,  da  do 
ve  trasportarono  tutti  i  letti  nell'ospedali 
militare  pe'  feriti,  oltre  il  saccheggio  d 
diverse  case  de'particolari.  Presero  qaai" 
tiere  ne'  detti  conventi  e  in  quello  de 
conventuali,  nel  seminario  e  nelle  caser 
uie,  e  convertirono  in  istalle  le  chiese  d 
s.  Maria  del  Trivio  e  di  s.  Lucia.  Poser< 
numerosa  guarnigione  nella  barriera 
a  porla  Napoletana.  E  siccome  tutta  1 
truppa  era  alfamata,  gravissimi  dan 
recarono  a'  fornari  e  venditori  di  co 
mesiibili.  Il  consiglio  e  la  jnagistratur 
della  repubblica  ripresero  il  governo  dei 
la  città.  Fu  rialzato  l'  albero  della  liba 
là,  e  si  posero  bandiere  repubblicane  n 
due  palazzi  del  comune  e  della  legazi 
ne,  e  nel  quartiere,  dopo  spezzate  l'ari 
ponlìOcie.  Si  fecero  luminarie,  t:  a  ceti 


V  E  L  V  £  L  S5 
ne'  detti  due  palazzi  à'  3  i  i  sulcliiti  se-  riuusaiido  di  anelare  nelle  caserme  pre* 
guiluruiio  iiiipuneiuenle  a  sacclieg;^iai'e  paiate,  si  sparsero  perla  città,  e  all'iui* 
ie  case  de'  papalini,  e  quella  de'  fratelli  piuvviso  uccuparonu  l'ubìtazioni  de'cil- 
delle  scuole  cristiane;  non  mancarono  ladini,  il  die  produsse  confusione  e  nial- 
curcerazioiii,  ed  in  Giuliano  imprigiona-  contento,  (incile  dopo  la  mezzanotte  il 
runo  l'arciprele  Santurri  clie  fucilarono  generale  ad  istanza  della  cuagistratura 
iiiAnagni  barbaraniente.La  truppa  par-  ordinò  die  si  ritirassero.  A' c)  partirono 
ti,  seco  conducendosi  una  carrozza  del  per  Genzano  aSoo  soldati,  i  ({uali  furo- 
carduial  Macchi,  e  lasciando  in  Vellelri  uo  ricltiamati  l'i  (  dal  general  Cordova, 
una  guarnigione.  A'  2/4.  da  Roma  l'u  spe-  perchè  Garibaldi  co'  suoi  masnadieri  si 
dito  il  nuovo  preside  Alfredo  Cardinali,  aggirava  ne'contorni  della  provincia,  e  li 
Mentre  a'  3  luglio  i  francesi  erano  en-  fece  marciare  coU'artiglieria  a  Valinon- 
tiali  in  Roma,  in  Velletri  giuuNe  l'avvi-  Ione.  Il  ritiro  degli  spagnuoli  da  Genza- 
60  d'alleslireGooo  razioni  e  1000  forag-  no  avvenne  ancora,  perchè  i  francesi  ol« 
gi  per  l'esercito  spaguuolojdie  sino  duH'B  tre  Roma  doveano  occupare  la  sua  Co- 
giugno  era  in  Tenacina.  Nel'dì  seguen-  marca.  A*i4  venne  da  Valmontone  par- 
ie il  preside  repubblicano  obbandunù  la  te  di  detto  esercito  culi'  artiglieria,  ed  a' 
cillà,  col  comandante  di  piazza.  Uscito  da  ij  fìnaUuente  con  editto  si  ripristinò  il 
Pionja  Garibaldi,  culla  sua  masnada,  di-  governo  pontificio,  e  gli  antichi  iuipie- 
ligendosi  verso  Tivoli,  si  proponeva  fa-  gali  a'ioro  uliizi.  A'22  onorevolmente  si 
le  una  scorreria  a  Velletri  per  porvi  con-  scoprirono  nel  palazzo  legatizio  l'armi 
tnbuzioni,  perciò  inviando  esploratori,  dei  Papa  e  del  cardinal  Macchi,  e  nella 
che  fuggirono  sentendo  giunta  la  van-  cattedrale  si  cantò  solenne  Te  Dcuiit. 
guardia  spagnuola  in  quel  punto,  cioè  a  con  luminarie  nella  sera  e  concerto  delle 
ore  1  7,  provenienle  da  iiezze,  la  quale  bande  spagnuole.  A'28  parti  la  cavalleria 
«ubilo  abbattè  l'albero  della  libertà.  L'è-  e  2  compagnie  di  fanteria  perPaleslrina  ; 
Selcilo  entrò  a  ore  20  composto  di  dodo  ed  in  Velletri  gli  spagnuoli  si  fortificarono 
combattenti  con  8  pezzi  d'ai  tiglieria,  con  sull'  altura  de'  cappuccini  con  8  pezzi  di 
curi  di  munizioni  e  bagaglie.  Eruvi  al  cannone,  e  vi  formarono  il  quartiere  gè- 
c<niiando  dell'esercito  il  general  Fernan-  nciale:  poi  giunsero  6  pezzi  da  montagna, 
do  Fcniaiidez  de  Cordova^  e  con  esso  A'  3i  fu  sciolta  la  truppa  in  massa  for- 
ing.  Giuseppe  Berardi  di  Ceccano  in  qua-  mata  da  Ferdinaudo  11.  A' 3  agosto  la 
lilù  di  commissario  straordinario  punti-  città  diresse  una  deputazione  a  Gaeta  per 
flcio  delle  Provincie  di  Marittima  e  Cani-  ossequiare  il  Papa,  esternargli  i  sensi  di 
paglia,  già  vice-presidente  del  tribunale  fedele  sudditanza,  e  congratularsi  pel  ri- 
civile  di  Roma,  con  istruzioni  d'estende-  cuperatodominiotemporaleAgli  8  si  for- 
re la  sua  giurisdizione  in  tutti  i  luoghi  mò  la  commissione  comunale  provvisoria 
che  sarebbero  occupali  dagli  spagnuoli.  composta  d'8  membri  col  prc'sidente  cav. 
L',*:sercitò  fu  collocato  nelle  caserme,  ne*  Giovanni  Graziosi.  Indi  fu  istituito  il  con- 
coi) venti  e  nel  seminario;  i  generali  nel-  sigilo  di  censura  per  la  provincia,  onde 
l'appartamento  del  cardinale.  A'5  tornò  conoscere  le  magistrature  e  impiegali  de- 
ad occupare  la  carica  di  prò  legato  l'avv.  guidipunizioue.ll{.°seltembrecessòd'es- 
Aliuiisi;  furono  ripristinali  i  magistrati  ser  pro-legato  l'avv.  Alfonsi,  ed  il  suo  uf- 
del  governo  papale,  e  cogli  onori  milita-  flcio  si  compenelrò  nel  commissario  mg.' 
ri  fu  innalzata  la  bandiera  puntilicia  nel  Berardi.  A'  i4  novembre  dopo  l'esilio  di 
palazzo  legatizio.  A'  7  le  Clarisse  torna-  quasi  i  1  mesi  tornò  da  Gaeta  in  Vellelri  il 
runo  ai  loro  monastero.  Nel  di  seguente  cardinal  Macchi  vescovo  e  legato.  Fu  per 
gnuisero  3Goo  soldati  spagnuoli,  1  quali  lui  uu  li iuufo,ricevuloiu forma  pubblica, 


56  V  E  L 

con  salve  d'  artiglieria,  suono  di  tutte  le 
cunipatie  e  serale  illuminazione.  Le  trup- 
pe  spagnuole  sparse  nella  provincia  di 
Sabina  e  Rieti  a  poco  a  poco  si  riconcen- 
trarono in  Vellelri,  da  dovea'aS  comin* 
ciarono  in  separati  corpi  a  partire  per  ioi- 
liarcarsiinTerracina  :  gli  ultimi  due  bat- 
taglioni «paguuoli  di  Spoleto  arrivarono 
in  Velletri  a'  20  dicembre.  Nel  gennaio 
i85o  per  gratitudine  ed  a  maggior  de- 
coro della  ciltà  furono  aggi^egati  alla  no- 
biltà velilerna  i  cardinali  Macchi,  Anto- 
nelli  e  Eufondi,  i  prelati  de  Medici  e  6e- 
rardi,  il  conte  Baldassare  Negronì  e  il 
cav.  Luigi  Cardinali.  A'  1 4  febbraio  giun- 
se inVelletri  una  compagnia  di  linea  pon- 
tidcia  perserviredi  guarnigione,  dopo  la 
partenza  del  residuo  dell'esercito  spa- 
gnuolo,  la  quale  seguì  a'28,  lasciando  di 
se  onorata  nieuìoria  per  mirabile  e  rigo- 
roso ordine,  e  siccome  osservante  la  più 
esatta  disciplina.  La  città  in  segno  di  sod- 
disfazione e  di  gratitudine  ascrisse  alla 
sua  nobiltà  il  general  Cordova,  con  un 
presente.  Abbiamo  di  Francesco  Gigliuc- 
ci,  Memorie  della  rù'oluzionc  romana, 
Roma  1 853.  Fatti  atroci  dello  spirita 
demagogico  negli  Stati  ropiani^RaccoH' 
ti,  Firenze  1 853.  Ora  colla  Relazione  del 
viaggio  del  Papa  Pio  IX da  Portici  aRo- 
tna,  del  commend.Barluzzi,  col  can.  Bau- 
co  e  col  Giornale  di  Roma  (che  a  p.  33o 
riporta  il  programma  della  commissione 
municipale  delle  pubbliche  dimostrazioni 
che  si  propose  celebrare  per  1'  avvenlu- 
l'osu  avvenimento),  narrerò  l'onore  com- 
partilo dal  Pontefice  alla  città  nel  recar- 
visi  di  persona.  Dissi  già  a  suo  luogo  che 
nll'EpilalIìu,  confine  del  regno  di  Napo- 
li, si  presentarono  a  fargli  omaggio  mg/ 
Berardi  commissario  pontificio,colIa  de- 
putazione dei  consiglieri  provinciali  della 
legazione  di  Vellelri;  ed  inLai'iano  il  car- 
dinal Macchi,  che  poi  fece  salire  nella 
sua  carrozza,  colla  deputazione  del  capi- 
tolo eclerovelilerno.  Alla  barriera  fu  ri- 
cevuto dalla  suddetta  commissione  mu- 
uicipale,  che  fece  la  consueta  esibizione 


VE  L 

delle  chiavi,  sventolando  sulla  medesima 
due  grandi  stendardi  pontifìcii.  Questa 
parte  della  città  non  ha  propriamente 
porta,  ma  ne  teneva  luogo  un  sontuoso 
arco  (che  dice  il  Bailuzzì  doversi  conver- 
tire stabile  presso  a  poco  dello  stesso  di* 
segno  e  forma,  qual  monumento  storico; 
mu  finora  non  ebbe  effetto),  facendo  cor- 
po colla  barriera  e  sotto  il  (|uale  propria- 
mente segiù  l'omaggio  delle  chiavi.  Era 
costruito  di  legname  e  tela,  nel  colore  pe- 
rò e  nel  disegno  avea  1'  aspetto  d'un  an- 
tico arco  trionfale.  Nell'alto  spiccava  la' 
statua  esprimente  il  Pontefice  in  atto  di 
benedire,  e  altre  due  genuflesse  rappre- 
sentavano la  Fedeltà  eia  Sudditanza  alla 
s.  Sede.  Quattro  altre  statue,  due  verso 
settentrione  figuravano  la  Pace  e  la  .Spe* 
raoza,e  due  a  mezzogiorno  verso  la  città 
simboleggiavano  la  Giustizia  e  la  Fortez- 
za: con  emblemi  negl' intercolunnìi  e  in 
suir  attico,  e  al  solito  con  iscrizioni  nelle 
due  faccie.  Queste  e  le  altre  iscrizioni 
fatte  in  questa  lieta  circostanza,  le  ripor- 
tano Bauco  e  Barluzzi.  Ivi  trova  vasi  uà 
signore  inglese  in  assisa  di  arciere  scoz- 
zese ;  era  il  figlio  del  celebre  amuìiraglio 
Cochrane.  Mostrando  di  riverire  da  vi- 
cino il  Papa, questi  lo  fece  appressare,  gli 
die  graziosamente  a  baciar  la  mano,  e 
volle  pure  baciare  il  piede.  Egli  fece  tosto 
stampare  in  Londra  dal  Times  la  rela- 
zione dell'  arrivo  di  Papa  Pio  IX  in  Vel- 
letri, e  la  l'ipetè  il  Galignaais  Messen* 
ger.  Dall' arco  trionfale  passò  il.  Santo 
Padre  col  suo  corteggio  in  tnezzoalla  città' 
per  la  via  corriera.  Vedovasi  ornata  la 
strada  dalla  barriera  sino  alla  porta  Na- 
poletana, e  quella  delComune  da  più  cen- 
tinaia di  pali  vestili  di  verzura  uniti  da 
beili  festoni  di  mirto  e  fiori,  e  tulle  le  fi- 
nestre dell'  abitazioni  ornate  di  ricchi 
drappi  di  damaschi  a  vari  colori.  Intanto 
suonavano  a  festa  tutte  le  campane  e  le 
bande  musicali,  frauìmiste  al  rimbombo 
di  loi  colpi  de'morlari,  ed  a'plausi  in- 
cessanti de' veli  terni.  Smontò  il  Papa  neU 
r  alt  io  della  calledralc«  ricevuto  dal  ca^ 


VEL 

pìtoln,  tutto  la  croce  del  quale  incedeva- 
DO  i  capitoli  delle  due  cullegiatedi  Cori, 
il  clero  della  città,  quello  regolare,  le  au- 
torità governative  e  giudiziarie,  tutti  gli 
impiegali  e  le  commissioni,  con  mg/  Be- 
t'ardi.  Fu  condotto  sotto  il  baldacchino 
portalo  da  8  canonici  sino  alla  porta  della 
cliiesa. Nell'altare  maggiore  era  esposto  il 
Venerabile,  li  Papa  inginocchiandosi  sul 
faldistorio,  erangli  vicini  ì  cardinali  Mac- 
chi, Asquini,Ou  Ponte  Antonellì,  che  lo 
acconipugnavano  nel  viaggio;  e  mg/ 
Franci  suliragaueo  comparti  la  benedi- 
zione. Quindi  passò  il  Papa  alla  cuppel» 
Ih  della  Madonna  delle  Grazie,  e  dopo 
avervi  orato,  si  recò  in  sagrestia  e  am- 
mise id  bacio  del  piede  i  canonici,  e  lut- 
to il  clero  secolare  e  regolare.  Recatosi  il 
Papa  nel  palazzo  pubblico,  destinato  per 
sua  residenza,  entrò  nella  sala  delle  la- 
pidi,  e  seduto  in  trono  ascoltò  il  compii- 
mento  di  felicitazione  del  general  in  ca- 
po della  spedizione  militare  francese  del 
Mediterraneo  Baraguay  d'Hilliers.  Uscì 
sulla  loggia  ap[iositamente  costrutta,  e 
comparti  1'  apostolica  benedizione  ad  un 
immenso  popolo,  venuto  da'  paesi  limi- 
troll  eacclamaiite.Salito  il  Papa  nell'ap- 
piirtamento  superiore  del  cardinal  Mac- 
chi, a  tale  elTelto  addobbato  splendida- 
mente, si  ritirò  per  poco  tempo,  indi  pas- 
sò a  mensa,  e  fra'personaggi  che  vi  am- 
mise vi  fu  il  general  francese.  Quella  del- 
la tavola  di  stato  era  ali. "piano,  in  uno 
agli  alloggi  del  seguito.  Dopo  il  pranzo, 
dalle  finestre  godè  dello  spettacolo  d'al- 
cuni fuochi  a  luce  di  Bengala  incendiati 
sulla  piazza,  mentre  i  due  palazzi  del  co- 
mune e  della  legazione  erano  illuminati 
a  cera,  come  altri  della  nobiltà  veliter- 
n<i,e  brillanti  luminarie  rischiaravano  la 
città,  massime  la  gran  torre  del  Trivio 
ed  i  prospelli  delle  due  chiese  sulla  piazza 
delComune.Ammise  poi  all'udienza  qual- 
che deputazione  e  altri  illustri  soggetti, 
fra'  quali  ilcomamlanleeilcapitano  delle 
guardie  nobili.  Nella  seguente  mattina  il 
Papa  ricevè  la  cuuimissioue  municipale 


VEL  57 

di  Velletri,  che  gli  presentò  in  dono  il  pa- 
norama della  città  miniato  in  argento, 
ed  un  disegno  esprimente  il  trionfo  della 
Religione,  pur  miniato  d'argento  e  di  fi- 
nissimo lavoro;  il  consiglio  provinciale 
della  legazione  condotto  da  w^/  Berar- 
di,  che  olhì  l' iconografia  del  bassorilie- 
vo da  collocarsi  a  spese  della  provincia 
nella  facciata  del  palazzo  legatizio,  che 
descrissi  parlando  di  esso;  e  la  congrega- 
zione governativa.  Accolse  poi  le  deputa- 
zioni delle  Provincie  di  Campagna  e  della 
Comarca  d"  Roma;  le  deputazioni  delle 
commissioni  municipali  di  Sezze,  Cori, 
Worma,Sermoneta, Porto  d'Anzio;  quelle 
del  clero  secolare  e  regolare  veliterno,  ed 
altre,  non  che  parecchi  litolati  e  distinti 
individui  della  provincia  e  della  capitale, 
oltre  la  sorella  del  generalBaraguay  d'Hil- 
liers. l''inita  l'udienza  il  Papa  pertossi  col 
cardinal  Macchia  visitarci  monasteri  del- 
le Clarisse  e  delle  carmelitane;  quindi  al 
palazzo  Ginnetti  Lancellotli,  atteso  osse- 
quiosamente dal  principe  e  principessa 
Lancellotli,  ove  in  trono  ammise  alctuie 
dame  cospicue  romane,  venute  ivi  per 
aver  quesl'  onore.  E  poscia  dalla  loggia 
che  guarda  la  piazza  del  Trivio  comparti 
di  nuovo  la  ponlidcia  benedizione  al  nu- 
meroso popolo  esultante.  Tornato  alla 
sua  residenza,  dopo  il  desinare  passò  il 
resto  del  giorno  in  udienze  accordate  a 
persone  ragguardevoli.  Venne  in  Vel- 
letri anche  il  cardinale  Patrizi  vescovo 
d'  Albano,  per  invitare  il  Papa  a  tratte- 
nersi in  tal  città  alcun  poco  nel  passar- 
vi. Nella  sera  il  Papa  discese  col  cardi- 
nal Macchi  nell'appartamento  della  ma< 
gistratura  per  godere  sulla  loggia  l'in- 
cendio d'un  fuoco  artificiale,  sopra  gran- 
diosa macchina  situata  in  contro  al  pa- 
lazzo, essendosi  rinnovata  1'  illuminazio- 
ne per  la  città  come  nella  sera  precedente. 
Le  iscrizioni  che  acconcie  a  q<iesta  cir- 
costanza si  videro  per  Velletri,  olire quel- 
Irtdell'arco,  furono  quelle  delle  due  porle 
ilei  palazzo  comunale,  per  le  sue  scale,  e 
nella  sala  delle  lapidi;  nella  porla  della 


59  V  E  L  V  E  L 

cailedrnle,  nella  facciata  tletla  chiesa  di  Icgitlo.  Ma  è  un  Hiilo,  die  dopo  lale  di- 
k.  iSiiuliiio  8,  in  quella  della  chiesa  di  s.  sposizioiit;  piincijìalmeiile  il  [xelato  dele- 
Augelo  2,  in  qnella  della  cliiesa  delle  gaio  funge  il  yovernaiuento,  ed  il  cardi- 
ijliuiniale,  nella  porla  del  nionaistet'o  di  naie  non  nella  alcuna  parte;  laonde  cessò 
fc.  Chiara.  iVelia  nialtina  de'  12  aprile  l'autoiità  civile  e  non  leslòche  il  nome 
<:iica  le  ore  i3  il  Papa  parù  per  Ilonia  dì  legalodi  più  vasta  provincia,  cioè  delle 
fra  gli  evviva  del  nunierosopopolo, dopo  tre  nominale.  Quindi  cessò  l' uUlzio  di 
ji  ver  concesso  la  croce  dell'ordine  l'iano  al  commissario  pontificio  di  Maritlinia  e 
j)re»idenledellacommissionemunicipale,  Cam|)agna  di  mg."^  Derardi,  e  della  vice- 
e  medaglie  agli  altri  memhri  della  me-  legazione  di  Velletri,  e  venne  promosso 
tlesima;  lasciando  al  cai  dinal  Macchi  scu-  a  sostituto  di  segreteria  di  stalo  e  se- 
di 5oo  [)e'  poveri,  i  quali  vennero  pure  gretario  delia  cifra.  Il  Dauco  loda  1'  il- 
feovvenuti  dal  municipio.  J  cardinali  A-  lustre  prelato  per  prudenza,  moderala 
squini,  Du  Poni  e  Antonelli  seguirono  il  giustizia,  qual  buono  e  giudizioso  gover- 
Papa.  La  commissione  comunale  e  prò-  nanle,  ed  i  veliterni  gli  conserveranno 
viiiciale  non  lasciò  quindi  di  recarsi  in  sempre  gratitudine.  Dichiarata  la  provia- 
Koma,  per  rinnovare  al  Santo  Padre  le  eia  di  Marittima  delegazione  apostolica  e 
proteste  di  fedele  sudditanza  e  di  filiale  facente  parie  di  delta  legazione,  il  Papa 
ultaccamento  dell'intera  città  e  provin-  scelsea  delegato  il  sullodato  mg.'^  Bruti 
eia,  e  di  gratitudine  pel  compartiloonore  già  vice-legato.  Egli  commissario  aposto- 
dei  benigno  soggiorno.  Di  poi  nella  sala  lieo  della  s.  Casa  e  città  di  Loreto,  ne' 
delle  lapidi  fu  posta  una  marmorea  iscri-  tempi  i  più  tristi  tenne  regolare  e  senza 
z.ione,  che  ricorda  la  venula  e  dimoradi  detrimento  la  vasta  amministrazione  di 
Pio  IX  in  Velletri.  Nel  di  seguente  anche  quel  sautuiuio,  e  così  la  lanciò  ne'noti  e- 
il  caiduial  Macchi  tornò  in  Roma,  dopo  venti.  Fu  ramingo  come  gli  altri  fedeli 
aver  dimoiato  in  Velletri  quasi  5  mesi,  ministri  della  s.Sede.E  pai  tito  per  l'orien- 
Per  ordine  del  l*apa  il  cardinal  Antonelli  tee  visitati  i  santi  luoghi  di  Palestina;  fìni- 
kcgretario  di  stato  a'22  noveudire  i85o  te  le  vicende, tornalo  infloma, fu  nomina- 
}'ubblicò  la  legge  sul  governo  delle  prò-  lo  protonotario  apostolico  partecipante  e 
vincieesuH'amminislrazione provinciale,  specialmente  deputato  per  gli  atti  della 
Con  essa  lo  stato  pontificio  fu  diviso  iu  congregazione  de'  ss.  Riti.  Il  1,°  maggio 
4  leij;azioni,  oltre  il  circondario  della  ca-  i  85i  prese  [)ossesso  della  nuova  carica  di 
j»ilale.  La  legazione  di  Marittima  e  Cam-  delegato.  Giàa'24  marzo  per  nomina  so- 
])agna  si  formò  delle  pio vincie  e  delega-  vrana  era  stalo elelto  il  nuovo  consiglio, 
zioni  apostoliche  di  Velletri  o  Marittima,  il  quale  si  riunì  a'3o  per  formare  le  ter- 
di  Frosinoneo  Campagna,  e  di  Beneveu-  ne  della  nomina  del  gonfaloniere  e  di  6 
to,  come  già  notai.  La  legazione  di  Ma-  aiiziiiiii,a  termini  dell'editto  24"<jvembre 
rittiina  e  Campagna  si  conferisce  seni-  i85o;  e  nello  stesso  giorno  cessò  la  com- 
pre al  cardinal  decano  del  sagro  collegio,  missione  comunale  provvisoria.  Ne'primi 
che  la  ritiene  durante  la  sua  vita.  Per  del  18  T2  mg.' Bruti  fu  promosso  a/Jt'jg^ge/i- 
questa  legazione  i  provvedimenti  di  alla  te  della  caiici'llcria  apostolica, e  gii  sue- 
jiolizia,  ed  il  movimento  delle  truppe  di-  cesse  nella  delegazione  mg.'^AntouioBaiu- 
jiendonoda'  ministri  competenti,  il  de-  bozzi.  Come  Velletri  celebrò  la  promul- 
legato  esercita  nella  sua  provincia  1' au-  gazione  della  definizione  del  dogma  del- 
torilà  governativa  ed  amministrativa,  di-  1' Immaiulata  Concezione,  seguita  so- 
peiulentemente  dal  cardinal  legalo.  Il  de-  lennissimamente  nel  tempio  Paticano 
legalo  per  gli  affari  della  sua  delegazione  (''^•),  lo  narrai  nel  voi.  LXXIH,  p,  yo, 
conispoude  ordinariumeute  cui  cardiual  nel  raccouture  quuulo  [)recedellc,  uc- 


V  E  L 

compagno  e  seguì  U  niemornlVile  awe- 
iiimetitu.  Nell'anno  i855  caduto  in  Ilo- 
ma  in  penosa  e  grave  infcnnitìi  il  car> 
diluii  Macchi,  siccome  amultssimo  ve» 
scovo  e  legato,  i  veliterni  non  cessarono 
di  rivolgere  fervidi  voli  a  Dio  perla  pron- 
ta gnarigione.  Questa  ollenula,  si  ralle- 
grarono e  ne  reitero  pubbliche  e  solenni 
azioni  di  grazie  all'Altissimo  e  alla  Ma- 
donna delle  Grazie;  ed  il  Papa  si  recò 
a  vi>itarlo  e  confortarlo  a'  i5  nìarzo. 
Tutto  riferiscono  i  n.  6i  e  62  del  Gior- 
nale di  Roma.  Dipoi  il  Supplemento  del 
n.  I  i3  riporta  il  program  tua  del  gonfa- 
loniere conte  Baldassiire  Negroni,  pe'fe- 
gleggiamenli  co'  quali  sarebbe  celebralo 
il  ritorno  del  cardinale  in  Veìletria'ia 
maggio.  Si  descrive  quindi  l'incontro  e 
r  ingresso  triont'ule  nella  città,  e  come  il 
cardinale  pose  al  colmo  la  generale  esul- 
tanza, con  mostrare  benigno  gradimento 
di  tante  lispellose  e  allettuose  dimostra- 
zioni. Registrai  nel  voi.  LXXX,  p.  166, 
che  il  Papa  dichiarò  n)g/  Bambozai  nel 
marzo  1 856  direttore  generale  delle  car- 
ceri, case  dì  condanna  e  luoghi  di  pena  ; 
in  pari  tempo  nominò  delegiito  a[>osto- 
lico  di  V ellelrì  l'odierno  mg,'  Luigi  Gior- 
dani, Riferisce  il  G ior nate  di  Roma  dal- 
V  1  I  settembre  iSSy  come  Yellelri  ce- 
lebrò il  ritorno  in  Roma  del  Papa,  dal 
viaggio  fatto  ne' suoi  stati,  a  Modena  e 
nella  Toscana;  e  memore  senipredel  be- 
nefizio accorda  loie  nella  ferro  via,  a  ver  de- 
cretato un  monumento  a  perpetuare  il 
nome  del  munifico  Gerarca,  inviando 
inoltre  il  magistrato  a  rassegnare  a'suoi 
piedi  le  più  sentile  grazie.  Fra  le  pubbli- 
che dimostrazioni  vi  fu  un  bel  fuoco  ar- 
tificiale incendialo  sul  colle  di  s.  Lucia, 
ove  fu  aperta  testé  una  nuova  passeggia- 
la, nomata  Pia, 

L'origine  della  chiesa  vescovile  di  Velie- 
tri  è  involta  fra  le  tenebre  dell'antichità, 
presto  pelò  entrò  in  Vellelri  il  salutifero 
lume  della  religione  cristiana,  llcau.baxi- 
co  congettura  che  i  prinji  fondamenti  cri- 
kliaui  ia  Velletii  biuuo  &lull  gellali  u  dei 


V  E  L  '  59 

«.  Pietro,  0  da  s,  Paolo^  il  quale  nel  re- 
carsi a  Ruma  nell'anno  6 idi  nostra  era  e 
il  I  <j.°  del  ponlilicalo  di  s.  l^ietru,  secon- 
do i  calcoli  del  medesi'.no  Bauco,  fu  in- 
contrato da  una  squadra  di  cristiani  alle 
Tre  Taberne,  3o  miglia  circa  lontano  da 
Roma,  luogo  che  crede  restasse  poco  di- 
stante da  Cisterna,  che  rimane  8  miglia 
lungi  da  Vellelri  ;  nia  con  buone  ragioni 
esclude  che  avesse  potuto  deviare  dalla  via 
Appia  lungi  4  ojiglia  dalia  città,  per  dif- 
fondere in  questa  la  fede,  essendo  in  istalo 
di  prigioniere,  e  s.  Luca  non  avrebbe  om- 
messo  di  riferirlo.  S.  Pietro  spesso  da 
Roma  usciva  per  annunziare  le  verità  e- 
vangeiiche  ad  altri  popoli,  come  asseri- 
scono gravissimi  scrittori,  fra' (piali  l'U- 
ghelli,  il  Lucenti,  l'Olloino,  E  ftcile  a- 
dunque  il  credere,  ches.  Pietro  abbia  vo- 
luto estendere  le  sue  predicazioni  sino  a 
Vellelri,  distante  da  Roma  20  miglia.  Po- 
teva ancora  averlo  fallo  per  ujczzo  di  s. 
Ch'Io  da  lui  stabilito  suo  vescovo  coa- 
diutore per  annunziar  la  lede  ne'sobbor- 
ghi  di  Roma, come  vuole  Ciacconio,  e  poi 
3."  sommo  Pontefice  ;  e  poteva  anche  a- 
verlo  fatto  per  mezzo  di  s,  EfialVodito, 
ch'era  uno  de'ya  discepoli  di  Gesù  Cri- 
sto, al  quale  commise  s.  i^etro  la  cura 
di  promulgar  il  Vangelo  in  tutta  la  pro- 
vincia di  Campagna,  e  il  fece  vescovo  di 
Te/VtìffZ/jrt.Che  questo  santo  vescovo  an- 
nunziasse la  fede  cri^lialia  ìu  Vellelri  è 
opinione  di  Ughelli,  di  Lucenti,  di  Gon- 
zaies  e  di  altri  scrittori.  Se  vuoisi  soste- 
nere, che  s.  Paolo  predicasse  la  fede  iu 
questa  cillà,  crede  Banco  che  però  noa 
dev'essere  sUito  il  primo,  perchè  già  era- 
no scorsi  I  7  anni  del  ponlilicalo  di  s,  Pie- 
tro ;  non  polendosi  supporre  che  il  suo 
zelo,  o  quello  di  s,  Cleto  o  di  s,  Epafro- 
dilo  si  restasse  da  non  giungere  sino  a 
Vellelri,  luogo  si  vicino  a  lloma,a  far  co- 
noscere la  dottrina  di  Gesù  Cristo. Quan- 
do s.  l^uolo  fu  da'crisliani  incontralo  al 
Foro  Appio  e  alle  Tre  Tubeine,foise  non 
furono  tulli  ruinuni,  e  può  credersi  che 
fiu  di  esài  ve  ne  lusserò  puiede'uucsi  cir- 


6o  VEL 

conviclni  e  anche  velilerni.  Forse  allor- 
ché s.  Fnolo  «lìcliinrato  in  Roma  inno- 
cfnleeiasciiitoin  libertà,  parlendone  per 
diverse  regioni  a  recarvi  la  luce  ilei  Van- 
gelo, ovvero  nel  suo  ritorno  in  Roma, 
potrà  essersi  recalo  anche  in  Vellelri.  In- 
oltre in  Velletri  è  tradizione,  che  ancora 
s.  Clemente  /,  poi  4-°  Papa,  istruisse  il 
popolo  veliterno,  anzi  si  vuole  che  reg- 
gesse la  chiesa  di  Velletri,  e  che  seguisse 
s.  Paolo  nelle  sue  apostoliche  fatiche. 
Rauco  qualifica  tale  tradizione  priva  di 
prove  e  senza  fondaniento.  Certo  è  che 
s.  Clemente  I  pure  fu  vescovo  coadiuto- 
re di  s.  Pietro  ne'sobborghidi  Roma.  Che 
se  in  Velletri  è  dedicata  la  basilica  cat- 
ledrale,con)e  tullelechiese,  a  Dio,in  ono- 
re di  s.  Clemente  !;  e  sei  velilerni  ab  ini- 
meinorahili  lo  scelsero  per  i  ."loro  protet- 
tore, avranno  forse  ciò  (atto  per  qualche 
nitro  impellente  motivo.  Dice  il  Piazza, 
che  i  velilerni  dedicarono  a  s.  Clemente 
1  la  cattedrale,  come  a  loro  concittadino 
discendente  dalla  famiglia  Ottavia,  nou 
meno  die  i  ."apostolo  della  città,  e  secon- 
«lo  alcuni  anche  i.°vescovo  di  essa,  e  suo 
patrono.  Si  può  vedere  il  Theuli  lib.  2, 
e.  2  :  Ingresso  della  Fede  in  Felletri. 
E  il  Rorgia,  lib.  2,  secolo  1.°:  Dal  Nasci- 
mento di  Cristo  Signor  Nostro.  Però  il 
■veliterno  Dauco, contro  gli  scrittori  con- 
cittadini Theuli  e  Roigia,  dichiara  false 
le  opinioni,  che  s.  Clemente  I  fosse  il  1 ." 
vescovo  di  Velletri,  e  discendesse  dalla 
famiglia  Ottavia  e  perciò  veliterno.  Es- 
sendo stata  l'ancora  l'istrumento  del  suo 
martirio,  riferisce  il  Dorgia.dipoi  per  sua 
memoria  fu  tolta  per  impresa  della  chie- 
sa cattedrale  di  Velletri,  che  ne'tempi  di 
Costantino  1  Magno  fu  a  luidedicata.  An- 
che il  cardinal  liorgia  disse  s.  Clemente  I 
discendente  dalla  famigliaOttavia.  IIRau- 
co seguì  il  sentimento  del  cav.  Luigi  Car- 
dinali :  Osservazioni  di  un  antico  sigil' 
lo  Capitolare,  presso  il  t.  2,  p.  29^  de- 
gli y^tti  dell'accademia  romana  di  Ar- 
clicologia.  Dal  sin  qui  narrato  si  ptiò  con 
quasi  certezza  osserire,  che  la  fede  cri- 


VE  L 

stiana  penetrasse  in  Velletri  al  tempo 
della  primitiva  Chiesa.  Entrato  il  cristia- 
nesimo in  questa  città,  devesi  credere  che 
i  Pupi  ne  decorassero  la  chiesa  colla  cat- 
tedra vescovile,  sia  per  la  frequenza  del 
suo  popolo  e  sia  per  la  vicinanza  a  Ro- 
ma. Se  mancano  memorie  per  provare 
l'antichità  del  suo  vescovato,  per  la  po- 
ca accuratezza  e  infelicità  de'secoli  anda- 
ti, nondimeno  questo  vescovato  fu  sem- 
pre considerato  come  uno  de'  primi  e 
principali.  Ne'primi  secoli  i  vescovi  che 
ressero  questa  cattedra  furono  veliterni, 
poiché  ordìnavasi  da'sagri  canoni,  che  i 
vescovi  si  scegliessero  tra'cittadinì,  e  vie- 
tavano innalzare  alla  dignità  vescovile 
persone  straniere;  non  mancano  però 
molti  esempi  contrari.  La  chiesa  di  Vel- 
letri é  stata  sempre  annoverata  tra  le  cat- 
tedre più  antiche  e  primarie  di  s.  Chie- 
sa, come  tra  le  Siihurbicarie.  Allorché 
ebbero  principio  i  Cardinali {^P',),  ed  an- 
che prima  che  questa  sede  fòsse  unita  a 
quella  d'  Ostia  {f^-),  fu  sempre  cardina- 
lizia :  sempre  ambedue  furono  soggette 
immediatamente  alla  s.  Sede,  ed  il  suo 
vescovo  il  i.°fra'6  suburbicari.  Le  Ozioni 
(/''.)  de*  Vescovati  Suburbicari,  de' Ti- 
toli e  delle  Z^mro«ie  cardinalizie  princi- 
piarono neli4o9  e  nel  i4io.  L'unione 
delle  cattedre  vescovili  d'Ostia  e  Velle- 
tri l'operò  Eugenio  III  nel  i  i49  stabil- 
mente, poiché  prima  lo  erano  stale  a  be- 
neplacito de*  suoi  predecessori.  Ciò  av- 
venne perché  Ostia,  antica  città  fabbri- 
cata da  Anco  Marzio  re  di  Roma,  alla  fo- 
ce del  Tevere  perché  vi  si  fermassero  i 
viaggiatori  e  le  merci  provenienti  dal  ma- 
re, e  servisse  d'ostacolo  a'  nemici  di  na- 
vigare su  tal  Hunìe,  restò  distrutta  per 
le  guerre  civili  di  Roma  e  pel  nocumen- 
to dell'aria,  onde  priva  d'abitanti  lasciò 
d'essere  città.  Ne  riparlai  a  Tevere  come 
parte  di  sua  foce,  ed  ancor  più  a  Porto, 
detto  anche  Porto  d'Ostia,  rimpetto  ad 
essa  situato,  e  perché  in  principio  fu  un 
emporiodipendeute  da  Ostia, a  spese  del- 
la quale  si  accrebbe.  Del  Sale  e  Saline 


VEL 

d'Oblia  in  quell'articolo  ne  ragionai,  e<* 
sendo  divise  dallo  stagno  d'Ostia  che  oli* 
benda  di  pesce.  Erano  di  Feio  (T.)  e 
Anco  Marzio  l'ampliò  e  migliorò,  indi 
continuarono  ad  esercitarsi  fino  al  1798 
e  furono  riattivate  nel  1826.  A  Tabacco, 
trattando  della  Regia  ponliflcia  de'  suli 
e  tabacchi,  dissi  alcun'' altre  parole  del 
sale  e  delle  saline  d'Ostia.  Di  queste  e  del 
Porlo  Ostiense  ossia  Romano  dovrò  ra- 
gionarne in  (Ine.  Dopo  l'unione  d  Ostia 
a  Yelletri,  lutti  i  privilegi  e  le  preroga- 
tive, i  diritti  che  appartenevano  ai  i. "ve- 
scovato suburbicario  d'  Ostia,  e  rimar- 
cati in  queir  articolo,  sì  consolidarono, 
compenetrarono  e  si  resero  comuni  a  que- 
sto di  Yelletri,  essendo  divenuta  una  sola 
cattedra  ;  inclusivaniente  al  diritto  che 
avea  l'arciprete  d'Ostia  d'inlervenirealla 
consagrazione  e  ordinazione  del  nuovo 
Papa,  nel  caso  che  il  vescovo  non  vi  si 
trovasse  presente,  che  perciò  passò  nel- 
l'arciprete della  cattedrale  velitertia  nel- 
l'assenza  del  vescovo  d'Ostia  eVelIetri, 
come  ancora  nel  caso  che  il  vescovo  stesso 
fosse  esaltato  al  soglio  poiitincio.  Ma  es- 
sendo egli  vescovo,  s'intenderà  forse  d'in- 
tervenire alla  sua  Benedizione.  iNon  per 
altro  motivo  dunque,  rileva  Banco,  Be- 
nedetto XIII  sommamente  pratico  delle 
cose  ecclesiastiche,  nel  suo  breve  col  qua- 
le decorò  i  canonici  della  cattedrale  ve- 
literna  dì  cappa  magna,  appellò  questa 
chiesa  la  prima  tra  le  sei  suburbicarìe, 
che  sogliono  reggere  i  cardinali  più  an- 
ziani dell'  ordine  de'/'^eicoi-/,  Prior  E- 
piscoporuin.  Papa  s.  Leone  11  nel  682 
fu  consacralo  da'vescovi  d'Ostia,  di  Par- 
to, e  di  V^elletri  in  luogo  di  quello  d'y^Ma- 
Ajo  cui  apparteneva,  perchè  allora  quella 
chiesa  si  trovava  priva  del  suo  vescovo. 
Narrai  a'  suoi  luoghi,  che  fino  da'  primi 
secoli  della  Chiesa  la  Consagraziontt  o 
ordinazione  del  Papa  (^.)si  eseguiva 
da  3  vescovi,  ili.°de'quali  era  l'Ostiense, 
per  cui  Papa  s.  Marco  conferì  al  vescovo 
d'Ostia  l'insigne  ornamento  del  Pallio, 
di  cui  riparlai  nel  voi.  LXXXI,  p.  38, 


VEL 


61 


I 


perchè  da  lui  si  consagrava  e  ordinava 
il  rumano  Pontefice,  e  perciò  coll'insegna 
del  pallio  orna  il  suo  slenima  gentilizio, 
e  tuttora  il  vescovo  d' Ostia  e  Yelletri 
l'eseguisce  assistito  da  due  altri  cni<lina- 
li  vescovi  suburbìcarì  più  anziani,  in  uno 
all'  Intronizzazione  e  collocamento  sul 
Trono  (f^.),  e  Papa  s.  talentino  (F.) 
nell'827  fii  prima  introni/zato  e  poi  cou- 
sagrato.  Gli  ultimi  tre  esempi  li  dierono 
Clemente  XI Y,  Pio  VI  e  Gregorio  XVI. 
A  cagione  dell'avanzala  età  del  cardinale 
Cavalchini  vescovo  d*  Ostia  e  Velletri  e 
decano  del  sagro  collegio,  consagrò  «'19 
ntaggioi 769  Clemente  XIV,  il  cardinal 
Laute  sotto-decano  del  medesinio  e  ve- 
scovo di  Porto  e  s.  Ruirina,  coll'assislen- 
za  de'  cardinali  Albani  vescovo  di  Sabi- 
na, e  York  vescovo  cM  Frascati, come  car- 
dinali vescovi  suburbicari  pìLi  anziani,  e 
lo  ricavo  dalle  notizie  di  Roma  dì  quel- 
l'anno. Pio  VI  fu  consograto  a'  11  feb- 
braio 1  775dal  cardinal  Albani  (senza  no- 
minarlo dice  la  Relazione  di  tutte  le  ce- 
remonie  fatte  per  la  consa graziane  in 
\>esco\'0  di  Papa  Pio  FI,  Roma  ijj^, 
dal  decano)  vescovo  dì  Porto  e  s.  Rubi- 
na e  decano  del  sagro  collegio,  ch'ebbe 
ad  assistenti  i  cardinali  Yoik  vescovo  di 
Frascati  e  il  cardinal  Rezzonico  vescovo 
di  Sabina.  Osserverò  che  il  cardinal  Al- 
bani in  conclave  fece  quanto  spetta  al  de- 
cano e  pel  I  ."rese  l'adorazione  d*  Ubbi- 
diènza; e  leggo  nelle  Notizie  di  Roma 
del  1775  nella  nota  de'cardinali  secondo 
l'ordine  d'anzianità  :  i .°  d  cardinal  Alba- 
ni decano,  2.°  il  cardinal  York  sotto-de- 
cano, 3.°  il  cardinal  Serbelloni  vescovo 
d'Ostia  e  Yelletri  pel  narralo  di  sopra, 
4.°  il  cardinal  Rezzonico.  Di  conseguen- 
za al  cardinal  Serbelloni  per  anzianità  in- 
combeva per  lo  meno  d'assistere  al  con»a- 
grante  ;  sarà  slato  indisposto,  ovvero  non 
credette  prestarsi  come  vescovo  d'Ostia  e 
Velletri,  a  cui  spetta  consagrare  il  nuovo 
Papa  se  non  è  insignito  del  grado  vesco- 
vile. Qualora  non  fosse  Suddiacono,  Dia- 
cono e  Sacerdote,  io  questi  articoli  dissi 


62  V  E  L 

come  procede  l'ordinazione  dell'eletto 
Papa,  per  mano  del  carilinal  decano  o  del 
cardinal  soUo-decano.  Gregorio  XVI  n'6 
febbraio  1 83  i  fu  consagralo  dal  cardinal 
Pacca  decano  del  sagro  collegio  e  vesco- 
vo d'Ostia  e  Velletri,  in  unione  al  cardi - 
rnleGalleni  solto-decano  del  medesimo 
e  vescovo  di  Porto,  s.  Ruflìna  e  Civita- 
■vecchia,  e  al  cardinal  Arezzo  vescovo  di 
Sabina,  come  più  anziani.  Dice  il  Banco, 
altro  speciale  privilegio  del  decano  del 
Sagro  Collegio  (la  segreteria  e  compu- 
tisteria del  quale  ora  trovasi  collocata  de- 
corosamente nel  palazzo  della  Cancelle- 
ria, come  notai  nel  voi.  LXXXII.p.  25o), 
Sacri  Senatns  Principcm,  è  quello  di 
presiedere  allo  Scrutinio  che  neìConcla- 
ve  si  fa  per  1'  /^lezione  del  Papa,  e  la 
Coronazione  dell'  Imperatore.  Ne'  due 
primi  de'ricordati  articoli  riportai  tutte 
quante  le  prerogative  del  cardinal  deca- 
no del  senato  apostolico,  oltre  quelle  che 
esercita  in  Sede  Vacante  {V.)-,  e  dell'a- 
pertura della  Porla  Santa  di  s.  Paolo, 
(V.),  se  non  è  arciprete  d'altre  patriarca- 
li; e  ne'  due  penultimi  dichiarai  la  parte 
ch'egli  avea  nella  consagrazione  degl'im- 
peratori, la  quale  si  fìiceva  dal  Papa, 
bensì  e  col  pallio  in  mancanza  di  questo, 
cioè  per  sua  assenza  da  Uoma  o  impo- 
tenza, apparteneva  al  vescovo  d' Ostia  e 
Velletri,  come  eseguì  il  cardinal  Pietro 
Bertrand  che  coronò  l'imperatore  Carlo 
iV,  insieme  coli'  imperatrice  Anna  sua 
moglie.  Soltanto  Clemente  V  per  la  co- 
ronazione di  Enrico  VII  deputò  il  cardi- 
nal vescovo  di  Sabina,  benché  tra'3  car- 
dinali assistenti  vi  fosse  quello  d'Ostia  e 
Velletri. Facendo  la  coronazione  il  Papa, 
allora  il  cardinal  decano  vescovo  d'Ostia 
e  Velletri,  ornato  del  pallio,  ungeva  col- 
l'olio  esorcizzato  l'imperatore.  iNelle  sa- 
gre funzioni  delle  Cappelle  pontifìcie,  se- 
deva sopra  i  Re,  come  nel  ponlilìcale  ce- 
lebralo in  s.  Pietro  nel  149^'  perla  festa 
de'ss.  Fabiano  e  Sebastiano,  iu  cui  il  car- 
dinalDella  Rovere  sedè  sopra  Carlo  Vili 
re  di  Francia.  Quali  Fisite  il  cardinal 


VEL 

decano  riceve  e  poi  rende,  in  quell'artico- 
lo ne  discono.  Per  assenza  e  impotenza 
del  Decano  (V.)  in  tutto  supplisce  nella 
suprema  dignità  decanale  il  sotto-decano 
del  sagro  collegio,  d'  ordinario  vescovo 
di  Porto  (V.)  e  ss.  Raffina  e  Seconda, 
già  detto  di  Selva  Candida,  ed  in  Roma 
avea  residenza  nell'isola  del  Tevere  (f.^ 
esercitandovi  giurisdizione.  Questo  vesco- 
vo per  lo  più  era  Bibliotecario  della  s. 
Sede  (  K.^jCapo  degli  Scriniari  (F.)  ossia 
Proloseriniario(F.).  \iìo\\ve  il  Dauco  re- 
gistra il  privilegio  già  particolare  de' ve- 
scovi Ostiensi  e  Veliterni,  nel  giudicare 
privativamente  sopra  la  cognizione  delle 
causede'danni  dati  soprai  beni  del  la  men- 
sa vescovile;  concessione  ch'era  stata  fatta 
nel  i635  da  Urbano  Vili  al  cardinal 
Ginnasi,  ed  è  scolpita  fuori  della  catte- 
drale. Sui  privilegi  e  prerogative  del  car- 
dinal vescovo  d'  Ostia  e  Velletri,  si  può 
vedere  il  Piazza.  Le  chiese  d'Ostia  e  Vel- 
letri fiu'ono  nobilitate  da  i  i  cardinali 
eletti  Papi  nìentre  le  governavano:  dì 
Ostia,  e  come  dissi  nel  suo  articolo,  fu- 
rono Urbano  II  e  Onorio  II,  ed  anche  di 
Velletri  secondo  Dauco;  gli  altri  li  rife- 
rirò nella  serie  de'  vescovi  d'Ostia  e  Vel- 
letri, tenendo  presenti  1'  Ughelli,  Italia 
sacra,  t.  i,  p.  42  :  Episcopi  Oslienses  et 
Feliternenses.  Piazza,  La  Gerarchia 
Cardinalizia:  Di  Ostia  e  Fellelri,  Ripe- 
terò l'avvertenza,  che  non  mi  diffonderò 
nelle  notizie  de'cardinali  vescovi,  sebbene 
divenuti  Papi,  perchè  ne  scrissi  le  biogra- 
fie; molto  meno  dopoché  ebbero  la  giu- 
risdizione teniporale,avendone  trattato  di 
sopra  in  uno  alle  precise  date  dell'elezio- 
ne e  del  possesso,  dopoché  fu  loro  conces- 
sa In  giurisdizione  civile;  laonde  da  quel- 
l'epoca in  poi  soltanto  accennerò  l'anno 
iu  cui  divennero  vescovi.  Egualmentedi 
molto  del  loro  operato  già  ne  discorsi,  e 
sarebbe  ripetizione  il  ridirlo.  In  Velletri 
fu  stampato  neli684:  Facultales  et  pri- 
vilegia Emi,  Cardinalis  Decani  in  Epi- 
scopatii  Ostiensi,  et  Feliternensi  in  spi- 
ritualibiis,  et  temporalibiis.  il  cardinal 


V  EL 

Della  Somaglia  fece  stampare  in  Pioma: 
Giiirisdizinnc  pri^'atù'ndt'ÌC  Pjn,''vRe\\° 
Cardinal  vescoK'odi  Ostia  e  di  Fcìlelri, 
decano  del  sagro  collegio,  slahiliin  da 
Coslilnzioni  apostoliche,  riconosciuta  <? 
dichiarata  da  decisioni  del  tribunale 
della  s.  Rota, e  da  cosa  giudicata.  Que- 
sta illustre  e  nobilissima  chiesa  vescovile, 
è  riguardala  la  J.*  in  dignil;»,  non  sola- 
mente fra  le  chiese  siibuil)icarie,  ma  do- 
po la  Romana  la  r.'  fra  le  chiese  del  cri- 
slianesimo  ;  il  cui  cardinal  pastore  dal- 
rUghelli  è  dello  Primus  omnium  epì- 
scoporum.  Egli,  come  gli  altri  cardinali 
Vescovi  Suhnrbicari ,ev»  Ebdomadario 
(T  •)  nella  proto-basilica  Laleranense,  ce- 
lebrando in  ogni  setlimana  sull'altare  pa- 
pale pel  Sommo  Pontefice.  III. "vescovo 
(li  Velleiri  di  cui  siasi  trovata  memoria 
è  Deodalo,  il  rpiale  intervenne  al  conci- 
lio di  Roma  convocalo  da  Papa  s.  Ilaro  a* 
ly  novembre  465,  nominandoci  fra've- 
scovi  die  v'intervennero  Deodilo  Feli- 
terno.  Anche  il  Lucenti,  segnilo  dal  Co- 
leti,  commentatori  dell'Ughelli,  con  esso 
comincia  la  serie  de'vescovi  veliterni,  che 
r  Ughelli  avea  principiala  col  3.°  Celio 
lìonifacio  del  499Slin)a  lìauco,  che  non 
è  però  da  dubitarsi, che  molli  vescovi  pre- 
cedes>ero  Deodalo  nella  cattedra  di  que- 
sta chiesa  ;  ma  per  i  remoti  tempi  e  suc- 
cessive infelici  vicende  politiche,  accadde 
a  Velleiri  come  a  molle  altre  insiiini  cil- 
là  vescovili  d'esser  priva  di  memoria  de' 
suoi  primi  pastori.  Gli  successe  Bonifa- 
cio, il  quale  si  trova  registrato  tra'vesco- 
vi  presenti  al  concilio  celebialo  in  Roma 
da  Papa  s.  Felice  Ili  a'i3  marzo  4^ 7.  lo- 
di Celio  Bonifacio  trovasi  nel  concilio  ro- 
mano di  Papa  s.  Simmaco,  del  I. "marzo 
499,  Episcopus  FcUternns.  E  da  rimar- 
carsi la  preminenza  ch'egli  vi  ebbe,  poi- 
ché la  sua  sottoscrizione  segue  immedia- 
tamente lu  poiilifjcia.  Il  Laurenli  o[)ina, 
che  i  due  vescovi  di  Minlurno  e  di  Vel- 
leiri fos';ero  in  questo  sinodo  colhiterali 
del  Pjpa,  essendo  stali  ambedue  prefe- 
rili  fra  il  uumcio  U'  82  vescovi,  anche  a 


V  E  L  (')3 

quello  d'Oslia  sottoscritto  per  ordine 
aif.ibetico  Betlalnr  Otlicnsix.  Tlienli  e 
Piazza  confusero  Bonifacio  e  Celio  Boni- 
ficio,  e  senza  distinzione  ne  fecero  un 
solo  vescovo.  In  seguito  resse  la  cattedrn 
di  Velleiri  Silvano,  che  intervenne  a'si- 
nodi  romani  «li  Papas.  Simmaco  del  ^o  r, 
de'6  novembie  jo?.,  nel  ToS  e  in  altro 
di  dello  anno  del  !.°  ottobre,  nel  quale, 
come  neh. "e  3.°de'non)inali  trovasi  s(tt- 
toscrillo  Sylvnnus  l'elilernns,  e  senza 
dubbio  è  quello  stesso  del  2.°  in  cui  è  no- 
minalo Syvano  e  sottoscritto  Sylviniis 
Velilermts.  Siccome  nel  Martirologio  ro- 
mano a'  I  o  febbraiosi  legge:  la  Campa- 
nia  s.  Sylviani  episcopi  et  confessoi-is, 
è  controversia  se  sia  il  nostro  SHvano  o 
Siiviano  vescovo  di  Terraciua.  Il  diligen- 
te can.  Banco  anche  in  questo  riporta  !e 
discrepanti  opinioni,  senza  però  pronun- 
ziarsi. Dopo  la  morte  di  Silvano,  per  lo 
spazio  di  quasi  90  anni  non  apparisce  me- 
moria alcuna  di  vescovi  velilorni.Nel  5q2 
reggeva  questa  cattedra  Giovanni  I,  a  cui 
Papa  s.  Gregorio  I  nel  gennaio  diresse 
una  lettera,  ordinandogli  che  [)er  evitare 
il  furore  de'  longobardi  trasferisse  la  sua 
sede  in  luogo  più  sicuro  di  sua  diocesi 
appellalo  Arenata  presso  la  chiesa  di  s. 
Andrea  apostolo.  Allo  slesso  vescovo  nel- 
l'agosto il  Papa  inviò  altra  lettera,  in  cui 
gli  commise  la  cura  e  il  governo  della 
chiesa  di  TreTaberne,  come  dissi  nel  pa- 
ragrafo Cisterna,  assoggettandola  e  u- 
nendola  alla  chiesa  di  Velleiri,  con  pie- 
na podestà  di  disporre  del  suo  clero  e  pa- 
trimonio. Ciò  avvenne, perchè  quella  cit- 
tà quasi  distrutta  da'lougobardi,  e  man- 
cante del  proprio  vescovo,  non  restasse 
priva  del  [lastore.  il  nome  di  Giovanni  [ 
trovasi  registrato  in  uu  privilegio  con- 
cesso nel  5c)3  da  detto  l'apa  all'  abbate 
di  s.  Medardodi  Soissous,  ed  intervenne 
al  sinodo  romano  coiivocalo  dnllo  stesso 
s.  Gregorio  I  a'5  luglio  593.  Sul  mento- 
valo luogo  Arenala,  vari  sono  i  sentimen- 
ti degli  scrittori  che  ne  fecero  indagini, 
ed  è  lucerlo  il  sito  suo,  come  io  è  quello 


64  V  E  L 

dove  sorgeva  Tre  Taberne.  Questa  ci  Uà 
si  vuole  die  fosse  nella  via  Ap|)in  lungi 
circa  4  "liglifi  da  Cisterna,  viciiioal  lìu- 
me  A  stura,  in  un  luogo  che  ancora  oggi 
chiamasi  Tre  Taverne,  ove  si  vedono  le 
vestigia  d'antiche  rovine.  E  comune  opi- 
nione, che  questa  città  fosse  dove  ora  esi- 
ste Cisterna,  che  in  lingua  latina  ne  por- 
ta il  nome;  sentimento  opposto  all'Iti- 
nerario d'Antonino  che  la  fissa  4  miglia 
lontano  da  detta  terra.  Piutloslo  dovrà 
dirsi,  pensa  Banco,  che  l'opinione  derivò 
perchè  Cisterna  dalle  rovine  di  Tre  Ta- 
verne acquistò  maggior  territorio  e  più 
numero  d'abitanti,  e  ne  asounse  perciò  il 
di  lei  nome  in  Ialino.  Dal49q  in  cui  De- 
cio  era  vescovo  dell' antichissima  chiesa 
di  Tre  Taverne,  sino  al  592,  epoca  in  cui 
accadde  l'unione  alla  chiesa  di  Velleiri, 
non  trovatisi  altri  suoi  vescovi.  Dopo  un 
secolo  e  mezzo,  per  industria  e  cura  de* 
vescovi  veliterni,  la  chiesa  desolata  di  Tre 
Taverne  risorta  al  primo  splendore  si 
sciolse  la  soggezione  alla  chiesa  di  Velie- 
tri,  e  fu  ripristinata  la  sua  sede  vescovile. 
Kel  761  aveail  proprio  vescovo, così  nel- 
rSGp, dopo  ilqual  anno  non  trovasi  me- 
moria d'altri,ondevuoleLucentichesul  fi- 
ne del  secolo  XI  la  sua  cattedra  fosse  nuo- 
vatnenle  sottoposta  per  seoipre  alla  veli- 
terna,  nella  cui  diocesi  è  compreso  anche 
oggi  il  luogo  di  Tie  Taverne.  Avverte 
lìaoco  nella i. "edizione  del  1841  e  nella 
2.°  del  1 85 1 ,  che  oltre  l'Ughelli  e  il  Piaz- 
za che  lochiauia  s.  Geraldo  Moroneo  (for- 
se dal  credersi  discendente  de'  Merovei 
re  de  franchi,  popoli  gei  mani  che  conqui- 
starono la  Calila,  e  forse  per  questo  al- 
cuni lo  dicono  francese  e  altri  germano  di 
Batisbona),  vi  sono  alcuni  i  quali  nel  SgG, 
con  anticipazione  di  secoli,  erroneamente 
danno  per  successore  a  Giovanni  I  vesco- 
vo velilerno,  s.  (^eraido  monaco  e  perciò 
fiorilo  sotto  s.  Gregorio  I,  che  da  suo  mo- 
naco l'elevòa  questa  cattedra:  sono  tante 
e  solide  le  ragioni  che  adduce,onde  reputo 
inutile  il  riferirle,  essendolo  stato  nel  se- 
colo XI,  come  dirò  alla  sua  epoca.  Inve- 


VEL 

re  per  immediato  successore  di  Giovanni 
1  (levesi  riconoscere  Umile  nel  601,  che 
a'  5  aprile  di  tale  anno  intervenne  al  si- 
nodo romano  adunato  da  s.  Gregorio  I, 
nel  quale  a  favore  de'monaci  promulgò 
il  celebre  privilegio  cliiamatoCr;//.9//7«^o, 
ed  in  questo  pel  2. "vescovo  si  sotto.scrisse 
Hiunilis  episcopus  Delitrenxis.  Il  p.  Lab- 
bé  volle  correggere  tale  sottoscrizione  in 
questa  forma:  Joannes  hitmilis  episcopus 
ì'  tliternensis ;  volendo  con  ciò  infende- 
re, che  il  vocabolo  Umile  [F.)  non  sia 
nome  proprio,  ma  piuttosto  un  aggettivo, 
ma  senza  alcuna  prova.  E  sebbene  diversi 
vescovi,  anche  veliterni, usarono  l'epiteto 
humilis  nelle  loro  sottoscrizioni, non  può 
però  asserirsi  che  sia  slato  usato  da  Gio- 
vanni I.  Comunque  sia,  eziandio  il  Rauco 
pose  nel  catalogo  de' vescovi  veliterni  li- 
mile dopoGiovanni  I.  Nel  concilio  di  [Io- 
nia del  649  di  s.  Martino  1  Papa,  v'in- 
tervenne Potentino  Belliternensi  epìsco- 
po, Neil'  altro  sinodo  romano  celebrato 
sotto  Papa  s.  Agatone  nel  680,  vi  fu  Pia- 
centino vescovo  veliterno,  che  si  sotto- 
scrisse Plncentinus  episcopus provinciae 
Campaniae.  Questi  fu  chiamato  ancora 
Placizio,  poiché  in  altro  sinodo  tenuto  in 
Roma  nello  stesso  anno,  o  nel  precedente, 
sopra  gli  affari  della  chiesa  d'Inghilterra, 
si  legge  registrato  Placitio  Feliternensi. 
L'Ughelli  lo  chiama  Poteniius  sive  Pia- 
centius,  senza  riportare  Potentino  (il  che 
darebbe  a  sospettare  che  i  vescovi  del 
680  e  681  fossero  uno  slesso  personag- 
gio, il  cui  nome  colle  prime  iniziali  e  fi- 
nali si  scrisse  in  diverso  modo), e  il  Cole- 
ti,  vel  Placilius.  La  provincia  de'  volsci 
si  chiamava  Campania,  ed  ecco  perchè 
s.  Silvano  e  Piacentino  si  sottoscrissero 
vescovi  di  essa,  ma  debbonsi  riconoscere 
di  Velleiri.  Nel  683  a'i5  agosto  divenu- 
to Papa  s.  Leone  II,  nella  sua  ordinazio- 
ne si  legge  in  Anastasio  Bibliotecario: 
Qui  suprascriplus  sanclissimus  t'ir  or' 
dinatus  est  a  tribits  episcopis,  idest  An- 
drea Ilosticnsi,  Joaniit  Porluensi,  et 
Piacentino  ìelilernensi^  aggiungendo  il 


VEL 

Novnes,  in  luogo  del  vescovo  tV  All)nno; 
ed  inoltre  dice  che  I*  elezione  dt;!  l*apa 
seguì  a'i6  agosto  58'?..  A'7.3  luglio  G85 
eletto  Papa  Giovanni  V,  ancli'cgli  fu  con- 
sagrato dal  vescovo  Andrea,  assistilo  da 
qtie'  di  l'orto  e  Velleiri,  cioè  Giovanni  e 
Piacentino,  onde  si  aigomenta  dal  No- 
vaes,  che  fosse  ancora  vacante  la  chiesa 
dì  Albano.  Giovanni  II  fu  al  concilio  di 
Roma  adunato  da  Papa  s.  Gregorio  II 
a*5  aprile  72  i ,  e  si  sottoscrisse:  Joanncs 
hiimUis  episcopus  s.  Ecclesine  Vcliler- 
nensìs  hiiic  constilulo  a  nobìs  promul- 
gtito  subscrip.  Mei  sinodo  di  Lalerano  ce- 
lebrato nel  743  da  Papa  s.  Zaccaria,  in- 
tervenne Grazioso  vescovo  veliterno,  de- 
nominato dall'  Ughelli  anche  Grosso.  In 
altro  concilio  Lateranense,  dallo  slessoPa- 
pa  convocato  nel  ']^5,  è  registrato  Gra- 
(ioso  f^ellilrias,  e  si  sottoscrisse:  Grado- 
xns  episcopus  s.  Kcclcsiae.  Vellilernen- 
sis  his  gcslis  atque  sentenliae  a  ìiohìs 
proniitlgatae  siibscripsìt.  Nel  761  a' 2 
f>iugno  s.  Paolo  I  celebrò  il  concilio  ro- 
mano, in  cui  fu  fatto  un  costituto  a  fa- 
vore del  monastero  de'  ss.  Stefano  e  Sil- 
vestro OS.  Silvestro  in  Capile,  da  lui  fon- 
dato nella  sua  casa  paterna,  e  tra'vesco- 
viche  v'intervennero  in  3. "luogo  si  sotto- 
scrisse: G  ralianus  hwnìlis  episcopus  A  e- 
///re«.y/.«^(Cc/e5/<7e.Theuli  e  Piazza  diGra- 
xioso  e  Graziano  fecero  un  vescovo  solo, 
ma  Lucenti  distinse  l'uno  dall'altro.  Pel- 
lai."volta  Bauco  introdusse  nella  serie 
de'  vescovi  veliterni  Cidonato,  omniesso 
dagli  altri  palrii  storici  e  dall' Ughelli, per- 
chè di  lui  non  si  ebbe  notizia  prima  del 
73  I  :  Cidonato  intervenne  nel  769  al  si- 
nodo di  Laterano  tenuto  da  Stefano  III 
detto  IV,  trovandosi  ivi  scritto  Cidonato 
Episcopo  P  illitriae.  Nel  pontificato  d'A- 
driano I  del  772  rUghelli  riporta  il  ve- 
scovo Teodoro,  raa  di  lui  e  d'  altri  ve- 
scovi nel  rimanente  del  secolo  non  si  tro- 
va roen)oria.  In  quest'epoca  Papa  s.  Leo- 
ne 111  nel  princìpio  del  secolo  IX  donò 
alla  chiesa  di  s.  Clemente  (piae ponitur 
in  f'eliiris,  secoutlo  Aiiablasio  LiLliole- 
VOL.  xc. 


VEL  Gj 

cario,  una  veste  r/e  .W/i^r^c/,  vocabolo  che 
il  Magri  spiega,  drappo  con  croci  in  mez- 
zo, ed  il  Zaccaria,  tcxtilc  crucibns refcr- 
lnni  acrnx  patens.  Gregorio  Episcopo 
f  ellitris  si  legge  notato  nel  concilio  Va- 
ticano d'  Eugenio  Papa  dell'  826.  Il  ve- 
scovo Giovanni  III   intervenne  al  sino- 
do romano  dell'S  dicembre  853  di  Papa 
s.  Leone  IV,  sottoscrivendosi /'yn'.9roy>«.y 
Belliterncnsis;  e  fu  pure  all'altro  di  Ro- 
ma de'  1 8  novembre  862  adunato  da  Pa- 
pa s.  Nicolò  I  contro  l'arcivescovo  di  Ra- 
venna. Fra  tutti  i  vescovi  nominati  nin- 
no salì  alla  fama  di  Gauderico,  che  suc- 
cesse a  Giovanni  III  neir865,e  fu  detto 
anche  Gaudenzio,  come  lo  chiamai   col 
Cardella  nella  biografia,  ove  lo  celebrai 
cardinale  amante  delle  lettere  ede'lelte- 
rati,  singolare  nello  studio  della  storia  ec- 
clesiastica, e  celebre  per  gravissime  pon- 
tificie legazioni.  Anche  Rauco  lo  ricono- 
sce   per    cardinale  e  nativo   di    Velletri. 
Non  si  trovò  alla  consagrazione  di   Pa- 
pa Adriano  II,  che  seguì  a' i  4  dicembre 
867,  perchè  a  motivo  di  false  accuse  da' 
ministri  di  Lodovico  11    imperatore  era 
stato  esiliato  col  vescovo  di   Nepi.   Però      Jj 
il  Papa  tosto  con  molte  e  caldissime  let- 
tere a  Lodovico  II  ne  ottenne  la  hbera- 
zione,  e  così  Gauderico  fu  restituito  alla 
sua  patria  e  sede,  la  quale  ricuperò  il  suo 
concittadino  e  pastore.  Nel  concilio   ro- 
mano dell'  879  di  Papa  Giovanni    Vili 
figurò  Gaudenzio  il  1°  de' cardinali  ve- 
scovi, e  fu  pure  nel  novembre  a  quello 
di  Ravenna,  e  inoltri  celebrati  da  detto 
Papa.  Per  sua  cura  fu  scritta  la  vita  di  s. 
Clemente  I  Papa  e  martire  da  Giovanni 
Diacono,  che  non  avendola  coojpita,   la 
terminò  lo  stesso  Gauderico  e  dedicò  a 
Giovanni  Vili.  Nell'SgG  il  vescovo  Gio- 
vanni IV  intervenne  al  conciliabolo  adu- 
nato in  Roma  neir897  da  Papa  Stefano 
VI  detto  VII,  nel  quale  tolta  a'vescovi  la 
libertà  de'loro  pareri,  volle  che  approvas- 
sero e  confermassero  quanto  con  inaudita 
crudeltà  avea  egli  operato  contro  il  cada- 
vere disumato  del  Pupa  Formoso,  già  ve- 
5 


6G  V  E  L 

scovo  cardinale  ili  l'orlo,  percliè  pei  i .' 
<lal  «escosato  era  salilo  al  papato,  secon- 
ilo  Panviiiio  <la  lui  chiamata  usiirpario- 
ne.  Ma  Papa  Giovanni  IX  nel  sinodo  ro- 
mano dell'  898,  o  del  ()o4  secondo  Biiu- 
co,  revocò  e  abrogrò  il  fallo  da  Stefano 
VII  contro  Formoso.  Negli  atti  di  esso  si 
legge  :  InterrogatnsJoonnesBellitrmius 
si  intervenisset  UH  synodo,  re  spondili 
interfuicoactuset  iin'itas.  Giovanni  IV 
non  fu  conosciuto  dall'Ughelli  e  suoi  con- 
tinuatori. Nella  i.'melà  del  946  trovasi 
inennuria  del  vescovo  Leone  I.  Esiste  di 
lui  neir  archivio  di  Velletri  l'istroniento 
d'un  contratto  enfiteulico,  ch'egli  fece 
in  late  anno  con  Demetrio  figlio  di  Me- 
losio  console,  ed  èia  più  antica  scrittura 
che  in  esso  si  conservi.  Dice  il  Nibby  che 
s'intitolava  eminentissimo  console  e  duca, 
ed  enumera  i  fondi  ricevuti  in  enfiteusi 
posti  Ira  Velletri  e  le  Castella,  col  l'obbli- 
go però  di  fabbricarvi  un  castello  e  di 
stabilirvi  una  popolazione  che  coltivasse 
le  terre.  Di  più  Leone  I  intervenne  al 
conciliabolo  adunalo  in  Roma  a'  6  no- 
vembre 963  dall'  imperatore  Ottone  I 
contro  PapaGiovanni  XII,chefuscismati- 
camentedeposto  e  in  sua  vece  intruso  l'an- 
tipapa Leone  Vili  laico.  Ma  caccialo  da' 
roDiuni  e  ristabilito  Giovanni  XII,  que- 
sti nel  concilio  Valicano  de'26  febbraio 
964  condannò  l'imperatore  e  l'antipapa, 
scomunicò  e  degradò  i  cardinali  vescovi 
d'  Ostia,  di  Porlo  e  d'  Albano  che  1'  a- 
veano  consagralo;  non  che  privati  della 
dignità  cardinalizia  e  sospesi  da* vescova- 
ti^ sebbene  poi  in  tutto  pare  che  fossero 
reintegrati,  tranne  il  vescovo  d'Ostia  co- 
me consagrante.  Non  si  conoscono  i  suc- 
cessori di  Leone  I,  sino  a  Teobaldo  I,  il 
quale  a'27  maggio  997  sottoscrisse  il  di- 
ploma di  Papa  Gregorio  V  a  favore  de' 
monaci  di  Monte  Amiato,  contro  Esnal- 
do  vescovo  di  Chiusi.  L'ordine  delle  sot- 
toscrizioni riporta  peri.°il  vescovo  d'Al- 
bano bibliotecario  di  s.  Chiesa,  per  2.° 
Teobaldu.s  episcopus  s,  BellitìcìisisEc- 
clesiat,  (juindi  i  vescovi  di  Paleslrina,  di 


VEL 
Osila,  rarcidiacono  e  gli  altri  cardinali. 
Intervenne  Teobaldo  I  al  concìlio  convo- 
calo in  Roma  da  detto  Papa  nel  99G  o 
998,  al  quale  si  sottoscrisse  Eplscopnx 
/^ e / lit(rnpnsìs,\ud\  i  vescovi  diPalestrina 
e  di  Ostia.  Lucenti  lo  chiama  Cardinrilis, 
wa  non  avendolo  riportato  Cardella,  al- 
meno con  tal  nome,  non  ne  feci  biogra- 
fìa. Gli  scrittori  delle  serie  de'vescovi  ve- 
literni,dice  Dauco,  riferiscono  che  vacasse 
questa  sede  sul  fine  del  secolo  X,  notan- 
do nel  1000  per  successore  a  Teobaldo  I, 
Giovanni  che  appellarono  lV,il  quale  nel- 
la sua  pietà  temendo  l'irruzioni  de'predo 
ni  saraceni,  nascose  le  sagre  suppellettili 
e  le  ss.  Relìquie  :  a  questo  danno  per  suc- 
cessore Ottone  o  Odone  nel  1 002,  e  pon- 
gono un  altro,  al  quale  fanno  reggere  il 
vescovato  sino  al  ro46- Questo  catalogo  il 
Bauco  lo  giudica  apparire  apocrifo,  come 
mancante  di  prove.  Dappoiché  Teobaldo 
I  viveva  ancora  nel  101  5,  essendosi  sot- 
toscrìtto nel  sinodo  romano  di  Papa  Be- 
nedetto Vili,  Tkeohaldus  s.  Felilerneti- 
sii  Ecclesiae  episropnsj  e  nt\  privilegio 
dato  da  Papa  Giovanni  XIX  dello  XX 
a' 17  dicembre  1026  in  favore dellachie- 
sa  di  Selva  Candida,  trovasi  soltoscrìllo 
Theohaldus  Belli Iren  epi se.  Negli  atti 
d'  un  concìlioconvocaloin  Roma  da  detto 
Papa,  per  conservar  le  ragioni  della  chie- 
sa di  Selva  Candida,  si  legge:  No s  vero 
resideiìtes  in  Ecclesia  s.  Sylvestri,  (pine 
est  infra  pnlatìnm  Lateranense,  una 
cimi  Theohaldo  Bellilernensi,  Petra 
Praenestino,  Benediclo  Portnensi,  Theo- 
baldo  Albanensi,Pelro  Ostiensi,  Domi- 
nico  Lavican  eie.  Questa  precedenza  del 
vescovo  veliterno  fa  conoscere  la  dì  lui 
avanzata  età,  onde  sì  può  alfermarecon 
ragione,  che  questi  fosse  lo  stesso  Teo- 
baldo 1,  di  cui  lai.*  memoria  trovasi  nel 
996.  Lui  morto,  gli  successe  Leone  11^ 
apparisce  da  un  contralto  di  donazione 
de' 2  I  gennaio  1082,  esistente  nell'ar- 
chivio della  cattedrale,  falla  nelle  mani 
di  Leone  II  ad  utilità  dell'esistente  par- 
rocchiale chiesa  di  s.  Lucia,  che  dal  me< 


V  EL 

tle^icoo  ern  stata  consijgrata.  Eyli  iiiler- 
vt'ime  :)l  sinodo  roinaiio  di  l'apii  Heiiti- 
«lelto  IX  del  loSy  o  io38,in  cui  è  sot- 
io!tcritlo  LeoEf)ìscoj)us  Belletrc/isis.Vtì 
tieilo  ni'cliivio  esiste  un  istroraeiito  d'en* 
fileiisi  lutto  dei  questo  vescovo  coi  consen- 
so della  congre-'iizione  de'  suoi  preti,  a' 
i6  febbraio  loSp.  Il  Cordella  nelle  3Ic- 
iniìrie  slorirhc  de' cardinali,  non  sola- 
aiente  lo  dice  fregiato  di  talediguit-'i,  ma 
credersi  essere  stalocilladiiio  di  Velletri; 
atlrt-tlauto  dissi  nella  biugrafia.  Indi  sem- 
bra successore  imiuediato  Teobiddo  II 
o  sia  Teofilatto  diverso  dal  precedente: 
io  nella  biografìa  come  cardinale  lo  cliia* 
mai  Tcohaldo  e  che  morì  nel  1046.  Ma 
dalle  notizie  riferite  col  Cardella,  osser- 
vo che  alcune  si  conipenetrano con  Teo- 
baldo  I.  Caucu  altro  non  sa  diTeubaldo 
II,  che  fu  antecessore  di  Giovanni  Min- 
cio, il  quale  fu  creato  in  luogo  di  Teo- 
baldo cardinale  vescovo  di  Velletri,  la 
qiial  chiesa  era  allora  fra  le  cardinalizie 
annoverata,  come  si  ha  dalCiacionio.Gio 
vanni  V  Dlinclo  de'Conti  Tuscidani,  già 
monaco  beneilettino  di  s.  Anastasio  di 
Roma,  nel  io5o  fu  promosso  da  Papa 
s.  Leone  IX  alla  dignità  di  vescovo  car- 
tlinale  di  Velletri.  Intorno  ad  esso  nasce 
(pialchecontroversia;  imperocché  Theuli 
e  Borgia  lo  dicono  figlio  diGuido  de'Coii  • 
li  di  Tusculi», nato  da  Alberico  III  e  di- 
scendenlu  dalla  famiglia  Ottavia  di  Vel- 
letri ;  dr.''lo  crede  oriundo  di  Velletri  e 
il  2.°  ivi  nato,  ed  il  simile  riferisce  il  Car- 
della, con  l'Ialina  e  Ciacconio,  e  cardina- 
le. Il  Volalerrano  lo  dice  velilern-j.  A- 
scanio  Landi  nel  Compendio  delle,  cofe 
di  Velletri  niss.,  io  ritiene  figlio  di  Gui- 
done della  nobile  ftuniglia  de'Guidoni  di 
Velletri.  11  Sansovino  lo  dice  da  Velie- 
tri  :  il  Panvìnio  come  il  Ciacconio  l'af- 
fermano oriundo  da  Velletri,  ma  nato  in 
Roma.  Tuttociò  può  esser  vero,  se  si  ri- 
fletta che  a  Guido  padre  di  Giovanni  nella 
divisione  fatta  col  fratello  toccarono  i  beni 
che  i  Conti  Tusculani  possedevano  in  Vel- 
lelrij  per  cui  veune  a  blabìlirsi  in  questa 


VEL  67 

città,  come  già  aveano  fatto  altri  de*  suoi 
antenati.  Posto  ciò,  può  congeltiu'arsi  che 
Giovanni  o  nascesse  in  Velletri  o  uè  fosse  o- 
riundo;non  può  poi,sostieneBauco,asserir- 
si  che  la  nobilissitna  famìglia  Conti  discen- 
da dalla  famiglia  Ottavia  velilerna, poiché 
la  famiglia  degli  Ottaviisi  estinse  in  Ol- 
laviano  Augusto  imperatore  da  un  lato, 
e  tlall'altro  in  Marco  Ottavio,  come  più 
sopra  col  medesimo  dissi,  Giovanni  V  a 
3o  marzo io58  per  auiHizione,  profittan- 
do delle  discordie  de'  romani,  nel  d»  se- 
guente alla  morte  di  Papa  Stefano  X,  di 
notte  e  a  oiauo  armata  s'  intruse  nella 
cattedra  pontificia,  fiancheggiato  dallo  zio 
Gregorio  conte  Lateranense  e  Tuscula- 
no,  da  Gerardo  conte  di  Galeria  e  da  al- 
tri potenti  romani.  Usurpato  con  violen- 
za il  pontificato,  assunse  il  nome  di  Be- 
nedetto Ay/^y,  econ  tale  è  nel  novero  de- 
gli Antipapi.  Dopo  9  mesi  e  18  giorni  fa 
deposto  e  degradato  dal  vescovato  e  dal 
saceidozio  nel  concilio  di  Satri  (^.),  i 
quali  ultimi  gradi  poco  dopo  gli  furono 
restituiti,  secondo  alcuni.  Visse  abbietto 
in  Roma  presso  la  basilica  Liberiana  ,  e 
in  essa  fu  sepolto;  sebbene  il  Palazzi,  po- 
co crìtico  scrittore,  il  Piazza  e  altri,  pre- 
tendano che  passasse  il  rimanente  de'suoi 
giorni  in  Velletri  e  ivi  fosse  seppellito.  Il 
Rauco  registra  altrove  la  sua  morte  al 
loSg.  Il  p."  Zaccaria  nella  sua  Lettera' 
tura  straniera  storica,  inserì  una  disser- 
tazione del  cardinal  Stefano  Borgia  inti- 
tolata :  Apologia  del  pontificalo  di  Be- 
nedetto X.  L'amor  patrio  l'indusse  a  vo- 
ler dimostrare  legitlitno  Benedetto  X, 
come  il  poeta  Gugliehno  Burlo  nella  Cro- 
nologia de' Papi  per  tale  lo  contò,  nella 
Brevis  notilia  Romanoruni  Pontijìcwn. 
Ma  in  vero ,  e  lo  confessa  anche  il  can. 
Rauco,  a  sentimento  comune  di  tutti  i 
critici,  Benedetto  X  deve  reputarsi  anti- 
papa. Il  Novaes  sebbene  pretnise  alla 
Storia  de' Sommi  Pontefici  la  cronologia 
del  Borio,  dice  che  non  avrebbe  di/Bcollà 
di  arrendersi  alla  forza  delle  ragioni  del- 
l'iliustre  e  dotto  Borgia,  se  noto  gli.fosse 


68  V  r;  L 

con  quale  autoiilà  poteva  Nicolò  II  de- 
pone un  IcgiHiiuo  Papa,  o  come  prima 
della  degradazione  e  deposizione  di  De- 
tiedcilo  X,  non  dovesse  chiamarsi  anti- 
papa Nicolò  11,  eletto,  comesi  suppone, 
in  tempo  d'un  legilliino  Poiilefìce.  Non 
deve  meravigliare  se  poi  Benedetto  XI 
prese  questo  nome,  quasi  riconoscendo 
quello  di  Benedetto  X  (pianto  al  nume- 
ro, invece  di  dirsi  egli  Benedetto  X,  poi- 
ché già  s.  Leone  IX  erasi  cosi  intitolato, 
ad  onta  che  Leone  Vili  era  stalo  un  an- 
tipapa. Perciò  sono  in  errore  quelli  che 
da  tali  due  esempi, credono  legittimi  Leo- 
ne Vili  e  Benedetto  X.  Lodovico  Agnel- 
lo Anastasio  nella  Storia  degli  Antipapi, 
nel  1. 1,  p.  200  e  seg.,  riferisce  quella  di 
EcnedeltoX. Narra  la  sua  elezione  tumul- 
tuaria per  aver  corrotto  molli,  ed  essere 
senza  spirito  e  senza  merito.  Che  fu  co- 
ronalo a' 5  aprile  domenica  di  Passione 
da  Gregorio  cardinal  arciprete,  e  poi  die 
il  pallio  a  Sligant  arcivescovo  di  Cantor- 
hery.  In  tempo  di  questo  scisma  era  car- 
dinal vescovo  d'  Ostia  s.  Pier  Damiani 
dottore  di  s.  Chiesa,  il  quale  fu  acerrimo 
difensore  del  legittimo  Papa  Nicolò  II, 
contro  il  Mincio,  avendo  scritto  di  lui  con 
dispregio  qua!  ignorante.  Il  Theuli  eidue 
Uorgia  vogliono  che  o  nella  deposizione 
e  rilegazione  di  Mincio,  o  dopo  la  di  lui 
morie,  fosse  da  Nicolò  II  sostituito  io  suo 
luogo  nel  vescovato  di  Velletri.  Eglino  per 
prova  adducono  un  diploma  d'Alessandro 
li  delio65,  con  cui  concesse  un  privile- 
gio al  clero  di  Vellelri  a  istanza  del  san- 
to, dal  quale  sembra  eh'  egli  reggesse  la 
chiesa  velilerna.  Producono  pure  una  let- 
tera di  s.  Pier  Damiani ,  ad  Annone  ar- 
civescovo di  Colonia  ,  nella  quale  parla 
de'canonìci  velilerni  ridotti  da  lui  a  vita 
esemplare  e  penitente,  ossia  i  canonici 
della  cattedrale;  sentimento  seguito  da 
Costantino  Coetani  che  raccolse  le  opere 
del  santo  dottore,  per  cui  lo  pone  fra've- 
scovi  veliterni.  Perciò  gli  scrittori  palrii 
sostengono,  ch'egli  olire  il  vescovato  di 
Ostia,  in  questa  circostanza  abbia  retto 


V  E  L 

ancora  la  cattedra  di  Vellelri.  Pare  che 
non  possa  di  ciò  dubitarsi ,  anche  se  si 
riflella,che  nella  serie  de' vescovi  veliterni 
non  si  trova  descritto  altro  vescovo  se  non 
dopo  la  morte  del  santo.  E  comune  o- 
piiiione  in  Velletri,  che  il  Damiani  dopo 
il  Mincio  abbia  avuto  ancora  questa  se-» 
de;  ed  altri  credono  che  almeno  lo  fos- 
se quale  amministratore  apostolico  del- 
la n)edesiuia.  E  forse  perciò,  ed  a  richie- 
sta del  cardinal  Tanara  vescovo  ostiense  e 
veli  terno,  la  chiesa  di  Velletri  fu  privile- 
giata sul  principio  del  secolo  XV III,  a 
celebrar  la  festa  di  s.  Pier  Damiani  con 
rilo  doppio.  Però  il  p.  Maroni  nel  1766 
pubblicandoli  Coniinenlarius  de  Eccle- 
siis  et  Episcopis  Ostiensibiis  et  Feliter- 
nis,in  quo  Ughelliana  series  emendatur, 
continuatnr  et  illustra  tur j  si  oppose  agli 
scrittori  veliterni  e  al  Caetani, dicendo  do- 
versi considerare  Damiani  come  visitato- 
re apostolico,  e  che  chiamando  egli  i  ca- 
nonici veliterni,  canonicis  nostris,  s'  in- 
tenda de'canonici  regolari  ossiano  mona- 
ci, del  quale  istituto  era  anche  il  Damia- 
ni, cioè  monaco  dell'Avellana.  Questa  o- 
pinione  del  Maroni  è  seguila  dal  veliter- 
no  cav.  Cardinali,  nelle  ricordate  Osser- 
vazioni di  un  antico  sigillo  capitolare. 
II  BaUco  quindi  intorno  a  questa  contro- 
versia fece  alcune  osservazioni.  Dice  a- 
■vere  il  p.  INIaroni  preso  foi-se  un  abba- 
glio, non  facendo  alcuna  distinzione  fra 
r  istituto  di  canonico  regolare  e  di  mo- 
naco, per  cui  egli  ne  dichiarò  la  diversi- 
tà; e  che  il  Pennoni  x\e.\\' Istoria  tripar- 
tita, aCFermò  che  la  chiesa  di  Vellelri  fos- 
se fin  da'suoi  principii  ufllziala  da'cano- 
nici  regolari.  Da  lultociò  potersi  conclu- 
dere, che  i  canonici  di  cui  fa  menzione  il 
Damiani,  siano  canonici  regolari  e  non 
monaci;  e  che  realmente  questi  canonici 
appartenessero  alla  cattedrale.  Tanto  piìi 
quest'asserzione  cresce  di  prova  perchè 
presso  la  cattedrale  velilerna  esisteva  una 
antichissima  fabbrica  appellata  canoni- 
ca, della  cpjale  tuttora  se  ne  mirano  gli^ 
avanzi  nel  resto  del  chiosUo.  È  comun« 


V  E  L 

spntimenf<)  degli  scrittori  eccle<iiaslici,  die 
i  preti  luldetti  al  servij^io  della  cattedrale 
ne'priiui  secoli  della  Chiesa  doveano  vive- 
re in  coiminioiie,  a  seconda  delle  prescri- 
zioni de'sagri  canoni.  Vivente  il  santo  Ni- 
colò Il  (e  non  Urbano  II)  nel  ioTiq  con- 
vocò nn  ooncilio  in  Amalfi,  altri  dicono 
Mellì  ,  nel  quale  ordinò  la  riforma  de' 
cliierifi  a  norma  de' sagri  canoni;  ed  A- 
lessandro  II,  che  gli  successe,  in  (|uello  di 
Roma  del  i  o63  a  persuasione  dello  stes- 
so s.  Pier  Dacniani  rinnovò  il  decreto  del 
predecessore,  con  obbligare  i  chierici  al- 
la Vita  comune  nel  vitto  e  nell'abitazio- 
ne, tolta  loro  ogni  particolare  proprietà. 
Dopo  tali  concilii,  s.  Pier  Damiani  si  po- 
se con  proposito  a  riformare  il  clero  di 
Velletri,  che  per  la  vita  canonica,  a  cui 
i  preti  veliterni  furono  obbligali,  chiama- 
vansi  canonici,  ma  regolari,  e  se  ne  ha  te- 
stimonianze dalla  sua  lettera.  Poste  tut- 
te queste  premesse,  arguisce  il  Dauco,  che 
il  santo  parlò  de'canonici  regolari  addet- 
ti al  servigio  della  cattedrale,  e  non  mai 
de'  canonici  monaci.  Senza  decidere  la 
controversia  soggiunge:  sapersi  di  certo, 
che  Damiani  in  quella  convulsione  di  co- 
se nella  chiesa  veliterna  cagionate  dallo 
scisma  del  suo  vescovo  Giovanni  V,  re- 
golò gli  affari  ecclesiastici  di  Velletri.  Se 
poi  la  sua  presidenza  sìa  stata  o  come  visi- 
tatore apostolico,  o  come  vescovo,  for- 
merà sempre  una  questione.  Sia  comun- 
que, egli  seguitò  l'ordine  cronologico  de' 
vescovi  veliterni  coH'annoverarvi  ancora 
il  Damiani,  registrandolo  nel  catalogo,  s. 
Pietro  I  Damiani  nel  io58.  A  ciò  anco- 
ra si  determinò,  dappoiché  avendo  il  san- 
to rinunziato  al  vescovato  e  cardinalato, 
e  ritornato  all'  Avellana  ne  baciò  le  mu- 
ro, Alessandro  11  ch'era  slato  consagralo 
da  lui,  per  riverenza  di  uomo  sì  grande 
non  vi  volle  sostituire  alcun  altro  esso  vi- 
vente, benché  ritirato  nella  solitudine  A.- 
vellanense;  ond'éche  passarono  degli  an- 
ni senza  residenza  di  vescovo  alcuno.  E 
siccome  questa  vacanza  succedeva  nel 
tempo  stesso  ad  ambedue  le  cattedre  di 


V  E  L  Gi> 

Ostia  e  Velletri,  deve  congeltùrarsi,  che 
fossero  esse  governale  dallo  stesso  Da- 
miani. CoM  il  Banco.  Leggo  in  Rinaldi 
all'annoi 06 1,  n°  28,  che  s.  Pier  Damia- 
ni recatosi  da  Alessandro  II,  si  studiò  di 
poter  rinunziare  il  vescovato  d'Ostia  e  la 
cura  della  chiesa  di  Gubbio  ingiuntagli 
da  Nicolò  II.  Si  contrastòsu  queste  cose 
molto  e  lungamente,  trattando  Damiani 
la  sua  causa  ,  ed  Alessandro  II  resisten- 
dogli ,  come  impugnandolo  il  gran  car- 
dinale Ildebrando  arcidiacono  e  poi  glo- 
rioso s.  Gregorio  VII.  Inclinava  il  Papa 
ad  esaudirlo,  ma  Ildebrando  era  costan- 
te nel  suo  contrario  parere;  onde  il  Da- 
miani emessa  la  sua  rinunzia  tornò  alla 
solitudine  dell'Avellana,  lasciando  molto 
mesto  Alessandro  II.  Di  che  per  zelo,  mol- 
lo sdegno  ne  prese  Ildebrando  ,  il  quale 
avrebbe  voluto  che  fosse  stato  tenuto  e- 
ziandio  contro  voglia,  e  coslretto  non  o- 
stante  qualunque  sua  ripugnanza,  e  lega- 
lo co'ceppi  dell'id^bidieuza,  sapendo  egli 
molto  bene  quanto  giovamento  recalo 
avrebbe  in  que'  calamitosi  tempi  alla 
chiesa  romana  l'assistere  Damiani  il  Pa- 
pa. Pervenuto  l'uomo  di  Dio  al  suo  ere- 
mo, scrisse  un'epistola  apologetica  ad  A- 
lessandro  II  e  alcardinal  Ildebrando,  con 
questo  titolo:  Dilectissimis  Apostolicae 
Sedis  elccto,  et  virga  Assur  H'ddehran- 
do.  Siccome  Ildebrando  era  violento  ini- 
pugnatore  del  suo  proponimetito,per  l'im- 
mensa stima  che  ne  faceva,  Damiani  gra- 
ziosamente e  scherzando  lo  chiama  nel- 
r  epistola  Satana  Santo,  Satana  perchè 
era  in  ciò  suo  avversario,  Santo  perchè 
egli  il  tutto  faceva  non  con  animo  nemi- 
co (come  alcuno  pretese),  ma  a  buona  in- 
tenzione; essendo  Ira  loro  una  santa  ini- 
micizia ,  mentre  Ildebrando  voleva  rite- 
nerlo che  non  andasse  alla  solitudine  ,  e 
Damiani  ricusava  il'essere  in  modo  alcu- 
no impedito.  Però  non  ostante  il  suo  ri- 
tiro, il  Papa  finché  visse  non  volle  sosti- 
tuire alcun  altro  nel  suo  vescovato ,  per 
riverenza  alla  sua  dottrina  e  virlìi,  e  con- 
liuuò  a  servirsene  nelle  legazioni  aposlo- 


70  V  EL 

liche,  alle  qiifili  egli  sempre  pronlaroenle 
ubbidì.  Inoltre  Hi  sua  niiunzia  al  carcli- 
Dolntoe  al  vescovato  ne  feci  cenno  nella 
sua  biografìa  enei  voi.  LIV,  p.  146,  di- 
cendo the  ciò  fece  con  Nicolò  II  e  A  lessan- 
ilro  II.  Tentai  ora  di  poter  stabilir  1'  <'po- 
ca  della  2/  sua  rinunzia,  ma  non  mi  riu- 
scì. Certo  è,  che  restò  tuttavia  vesscovo  di 
Ostia,  che  i  mentovati  due  Papi  vollero 
che  proseguisse  a  governare,  anzi  conti- 
nuarono a  impiegarlo  in  servigio  della  s. 
Sede  e  con  molteplici  legazioni; e  tuttociò 
conferma  la  probabilità  che  continuasse 
pure  il  govj'rno  e  la  cura  «Iella  chiesa  di 
Velletri.  Si  ponno  consultare  il  citalo  fi- 
lippino Rinaldi  negli  Annali  Ecclesìa- 
.^//Viy  il  suo  confratello  p.  Giacomo  Lader- 
ibi  the  scrisse  e  pubblicò  la  Vita  s.  Pe- 
/ri  Damiani  S.  R.  E.  Cardinalis  Epìsco- 
pi Oslicnsis  et  Veliternen-iis  ,  Romae 
I  7<»2.  La  critica  che  ne  fece  l'autore  del  li- 
bro intitolato:  Sejani  etRuffìni,  Dialo- 
giisefe  Ladercìiiana  hi  storia  s.  PeJriDa- 
////rtn/,  Parisiisiy25.  E  il  dotto  can. faen- 
tino d.  Andrea  Strocchi,  Compendio  del- 
la vita  di  s.  Pier  Damiani  protettore  di 
Eaenza,Wì\Si^^.  In  lai  città  moiìs.  Pier 
)3amiani  3*22  febbraio  1072  di  66  anni 
ei4  di  cardinalato,  come  riferisce  il  Car- 
della  e  citando  i  Bollandisti;  onde  pare 
ch'egli  non  consideri  le  fatte  rinunzie  del 
cardinalato  propriamente  accettale,  e  di 
conseguenza  altrettanto  dovrà  credersi 
della  sua  dignità  vescovile  con  giurisdi- 
zione. Sembra  ciò  confermarsi  dall'appa- 
rire  soltanto  nel  1072  nella  serie  de' ve- 
scovi veliterni  il  cardinal  s.  Gherardo  o 
Geraldo,  come  lo  chiamai  nella  biogra- 
fìa col  Cardella.  S.  Geraldo  di  Ralisbo- 
na  e  monaco  di  Cluny,  divenuto  priore  e 
cresciuto  nella  pietà,  prudenza  e  dottrina, 
fu  scelto  da  Alessandro  li  negli  ultimi 
mesi  di  sua  vita  a  vescovo  cardinale  d'O- 
stia, indi  dal  successore  s.  Gregorio  VII 
fatto  vescovo  di  Velletri,  e  impiegato  nel- 
le legazioni  di  Francia ,  ove  celebrò  un 
concilio  a  Poiliers  a'  i5  gennaio  10740 
I075(auche  altri),  di  Spagna,  di  Oerma- 


V  E  L 

uia  e  di  Milano  {ed  allre)con  sommi  van- 
taggi della  s.  Sede:  visse  santamente  e  pas- 
sò alia  patria  de'beati  a'6  dicendjrei  077 
(o  1078.  Di  sua  cappella  nella  cattedra- 
le, come  del  recente  qu.idro  che  lo  rap- 
presenta intercedere  da  fJio  la  salvezza 
di  Velletri  dall'  assedio  de'  saraceni,  ne 
parlai  di  sopia  nel  descriverla).  Uiferi- 
.sce  Cardella,  che  al  dire  ilei  continualo- 
re  d'Ermanno  Contratto,  crealo  s.  Geral- 
do vescovo  d'Ostia  e  Velletri,  non  hi  nien- 
te inferiore  al  suo  antecessore  s.  Pier  Da- 
miani ;  così  scrisse  Bertolilo  da  Co<lan- 
za  altro  gravissimo  scrittore  di  quel  tem- 
po. Osserva  Rauco  ,  che  a  priuja  vista 
sembra  foise  contraddizione  che  fosse 
crealo  vescovo  d'Ostia  e  poi  di  Velletri. 
Egli  rauimenta  ,  che  le  due  chiese  dopo 
Jo  scisma  di  Giovanni  Y  Mincio  furono 
sem|)ie  rette  da  un  solo  vescovo,  anche 
innanzi  all'unione  d'Eugenio  III,  a  bene- 
placito de'Papi.  Quindi  non  dover  mera- 
vigliai e  se  s.  Geraldo  da  Alessandro  li  fu 
o 

esallato  alla  sede  Ostiense  e  iinmediata- 
menle  dalsuccessores.  GregorioVII  pro- 
mosso alla  Veliterna,  la  quale  egualmen- 
le  rimaneva  ancora  vacante  per  la  mor- 
te di  s.  Pier  Damiani.  Dopo  quella  di  s. 
Geraldo,  fu  da  s.  Gregorio  VII  crealo  ve- 
scovo cardinale  d'Ostia  e  Velletri  Ollo- 
ne  1  o  Odone  da  Chaiillon  francese,  di 
scacciatone  priroaGiovamri  scismatico,già 
intruso  nella  sede  d'  Ostia  contro  s.  Ge- 
raldo, dall'antipapa  Clemente  III  e  dallo 
scismatico  Enrico  IV.  Scomunicato  que- 
sto persecutore  della  Chiesa  da  s.  Greg<»- 
rio  Vii,  e  di  lui  acerrimo  nemico  ,  lìnal- 
mente  riuscì  ad  Enrico  IV  d'espugnare 
Roma  a'2  I  marzo  1 084,  e  nel  giorno  se- 
guente fece  collocare  nella  sedia  di  s.  Pie- 
tro l'antipapa  Guiberto  col  nome  di  Cle- 
mente Ili.  Questi  nel  1087  intruse  nella 
cattedra  d'  Ostia  e  Velletri  il  psetido  ve- 
scovo Giovanni.  Di  tale  illegiUiino  pa- 
store esiste  nell'archivio  capitolare  un 
islromento  stipulalo  nell'anno  VII  del- 
l'anlipoiitilìcatodi  Clenìenle  Ili, coopta- 
le Amalo  prete,  col  consenso  di  Giovan- 


VEL 

ni  vescovo,  rinunciò  e  ceilè  la  chiesa  de' 
ss.  Filippo  e  Giacomo,  di's.  Pratoie,  e  di 
s.  Aittoiiiiio  a  Serbato  atciprete  e  altri 
preti  di  s.  Clemente,  a'cpiali  la  delta  chie» 
sa  apparteneva.  Si  crede,  che  questa  chie- 
sa rimanesse  nella  piazza  ,  che  tuttora 
conserva  il  nome  di  s.  Giacomo,  la  qua- 
le è  adiacente  al  chiostro  dell'antica  ca- 
nonica. Del  legittimo  vescovo  Ottone  ( 
esiste  memoria  in  un'antica  iscrizione  di 
tnnrmo  nella  chiesa  di  s.  Silvestro  di  Vel* 
letri,  da  lui  dedicata  nel  io85  a'  20  lu- 
glio. Questo  vescovo,  morto  Papa  Vitto- 
re 111,  che  avea  consagrato  coU'assisten- 
za  de'  vescovi  di  Porto  e  d'  Albano,  nel 
marzo  1 088  in  Terraciua  fu  eletto  Papa  e 
|Mese  il  nome  d'Urbano  Ily  il  quale  so- 
stituì iti  suo  luogo  nella  cattedra  d'Ostia 
e  Velletri  Ottone  li  da  Chnlilloii  figlio 
di  Guidone  suo  fratello.  Nel  1098  esi- 
stendo ancora  lo  scisma  di  Clemente  MI, 
nell'assenza  da  Uoma  di  Urbano  II,  dagli 
scismatici  fu  adunato  in  quella  città  un 
conciliabolojin  cui  fra'pseudo-vescovi  car- 
dinali è  nominato  iu  2.''luogo/or//i«e,9  e- 
fjiscopus  Ostiensis,  ch'è  l' intruso  Gio- 
vanni già  mentovato,  né  di  esso  trovasi 
altra  memoria.  Eletto  Papa  Pasquale  II, 
il  cardinale  Ottone  II  a'i4  agosto  1099 
lo  coiisagrò  vescovo.  Nel  1  idi  passò  al* 
l'altra  vita  il  cardinal  vescovo  Ottone  II. 
A  questo  successe  nell'anno  stesso  Leone 
HI  de'conti  di  Marsi  della  Campania, ed 
è  quel  vescovo  nominato  più  sopra  nel 
paragrafo  del  castello  di  s.  Giuliano,  nar- 
rando la  traslazione  del  corpo  di  s.  Mar- 
co Papa  nella  sua  chiesa  di  s.  Vito  ,  la 
quale  perciò  da  lui  fu  dichiarata  la  i." 
dopo  la  cattedrale.  L'Ughelli  riporta  la 
lettera  di  Pasquale  lì,  El prava  corrige- 
re,  de'6  aprile 1 1 02,  diretta:  Feletranae 
Urbis  Ch'ibus,  Aposlolicac  Sedis  fidcli- 
bus,  Salute/n  tt  apostolicam  benediclio- 
nem.  Essendo  nell'ottobre  deli  100  mor- 
to l'antipapa.  Pasquale  II  volendo  accor- 
rere a'  bisogni  della  chiesa  veliternii  e 
frenarne  gli  abusi  ,  a  istanza  della  città 
col  suo  diploma  stabili  i  coullui  di  sua 


VEL  71 

giurisdizione  ,  che  in  esso  si  leggono.  Il 
Papa  Pasquale  11  es^seudo  con  violenza 
stalo  costretto  da  Enrico  V,  persecutore 
come  il  padre  Enrico  IV  dellii  s.  Sede, 
a  concedergli  il  tanto  contrastato  privile- 
gio dell'  [iivcstiture  ecclesiastiche  (f^-)t 
questa  concessione  dispiacque  a'cardinali 
zelanti  della  libertà  ecclesiastica,  tra'qua- 
li  furono  Giovanni  vescovo  Tusoulano  e 
Leone  III  vescovo  di  Velletri,  i  quali  a- 
pertamente  reclamarono  contro  tal  fatto 
riprovato  da'suoi  predecessori  e  da  più 
concilii.  Il  Papa  diresse  a  questi  due  ve- 
scovi da  Terracina,  dove  dimorava,  una 
lettera  che  principia:  Paschalis  Episco- 
pus  Servus  servorwn  Dei  vencrabilibus 
fratribusJoanniTuscidanofitLeoniVel- 
letrensis  Episcopis  el  Cardinalibus  in 
unum  congregatis  consortium,  etpaceni 
iuDornino.  In  essa  ilPapa  rese  loro  ragio- 
ne di  quanto  avea  fatto  in  grazia  d'Enrico 
V,  durante  la  sua  prigionia,  e  nello  stessa 
tempo  gli  avvisa  palernatnente  a  non  i- 
sparlare  contro  di  lui.  Nasce  controversia 
fra  gli  scrittori  ecclesiastici  intorno  al  ve- 
scovo Leone  III  nominato  in  questa  lette- 
ra. Baronio  negli  ^«^a/i  dice  esser  stato 
vescovo  di  Vercelli  e  non  di  Velletri,  ed  è 
seguito  dal  Bìnio,  De  Conciliis;  ma  nel- 
la serie  de*  vescovi  di  Vercelli  del  can, 
Bima  non  lo  trovo  registrato  in  tale  epo- 
ca. Oppongonsi  però  gli  scrittori  ricor- 
dati da  Banco ,  ed  il  toro  sentimento  è 
confermato  da  un  codice  Vaticano  delle 
Vite  de' Pontefici,  leggendosi  in  quella  di 
Pasquale  II.  Litera,  quarti  misit  Domi- 
nus  Papa  Tusculan.  et  Vclletren.  Epi- 
scopis j  e  così  fu  decisa  la  controversia, 
dice  il  Cardetla.  Non  mancano  altri  scrit- 
tori, i  quali  opinano  che  Leone  III  fosse 
solamente  vescovo  di  Velletri  e  non  di  O- 
slia  insieme;  supponendo  che  prima  del- 
l'unione fatta  da  Eugenio  III,  la  chiesa  di 
Velletri  avesse  sempre  il  vescovo  distìnto 
da  quello  d'Ostia.  Ma  ciò  non  è  sempre  ac- 
caduto, poiché  il  Cardella  nelle  Memorie 
storiche  dc'Cardinaliy  nella  biografia  del 
cardinal  Ugo,  e  il  Novaes  uella  Storia  de' 


7»  V  E  L 

Pontefici,  in  quella  d'Eugenio  IH,  rifoii- 
scono  che  questo  Papa  nel  i  i  5o  creò  car- 
dinale vescovo  d'Oslia  e  Vellelii  il  bea- 
lo U^o,  chiese  che  indi   in   poi  restaro- 
no costaiileinenle  unite  per  decreto  del- 
lo slesso  Eugenio  ili  ,  sebbene  prima  lo 
fossero  slate  all'arbitrio  de'predecessori, 
precariamente  e  dissolvibili.   Da  queste 
autorevolissime  testimonianze  si   scorge, 
che  anco  prima  d'Eugenio  III  reggeva  le 
cattedre  d'Ostia  e  Velletri  un  solo  vesco- 
\o.  Kifletle  Bauco  ,  che  dalla   morte  di 
Giovanni  V  accaduta  nel  loSg  sino  al- 
l'unione decretata  neh  i49(circa),vi  sono 
go  anni  di  divario,  ed  in  questo  spazio  di 
tempo  gli  scrittori  della  serie  de'  vescovi 
veliterni    registrano  soltanto  Odone  e  il 
detto  Leone;  e  che  ciò  supposto  dovreb- 
be dirsi,  o  che  ciascuno  di  essi  vivesse  nel 
vescovato  (|uasi  mezzo  secolo,  o  che  la 
chiesa  veliterna  per  alcun  tempo  fosse  re- 
stata vedova;  il  che  non  si  prova.  Stringe  il 
suo  dire  con  dichiarare,  potersi  franca- 
mente asserire,  che  il  Leone  di  cui  si  par- 
la, altri  non  è  che  Leone  de'conti  di  Mar- 
si  o  Marsicano  vescovo  cardinal  d'  Ostia, 
e  successore  di  Odone  o  Ottone  11  nel  go- 
verno dell'una  e  l'altra  chiesa  suburbica- 
ria;  il  che  provasi  col  fatto.  Pasquale  li 
scritta  l'accennata  lettera,  nell'  anno  se- 
guente adunò  in  Roma  (nel  i  i  1 2)  un  con- 
cilio per  annullare  quanto  forzatamente 
avea  fatto  a  favore  d'Enrico  V  in  pregiu- 
dizio della  Chiesa.  Negli  atti  del  concilio 
trovasi  L,  Ostiensis,  cioè  Leone  vescovo 
d'Oslia,  senza  nominarsi  di  Velletri,  di 
cui  ancora  era  vescovo.  Essendovi  inter- 
venuti tutti  gli  altri  vescovi  cardinali  sub 
urbicari,  essendo  Leone  col  vescovo  Tu- 
sculanu  stati  i  primi  a  riprendere  il  Papa, 
non  poteva  mancarvi.  Né  dovere  ostare  il 
vedere  la  lettera  di  Pasquale  11  diretta  al 
vescovo  (li  Velletiie  non  d'Ostia  insieme, 
poi»  Ile  governandole  andiedue,  poteva  or 
di  una  e  or  dell'altra  intitolarsi.   E  seb- 
bene in  que'tempi  i  vescovi  veliteriii  s'in- 
titoliivnno  solo  d'Ostia,  pure  alle  volte  sì 
chiauiavano  solo  di  Ycllclri,  come  il  Uau  > 


VEL 

co  dice  del  prossimo  Lamberto.  Leone 
111  inoltre  era  intervenuto  al  concilio  di 
Guastalla;  e  trovasi  sottoscritto  ad  un  pri- 
vilegio concesso  alla  chiesa  di  Marsida  Pa- 
squale II,  e  ad  una  concessione  fatta  tla 
tal  Papa  d'alcune  terre  all'abbate  di  Su- 
biaco  neh  109,  segnandosi  Leo  FclliCri' 
nus.  Sommamente  lodato  come  zelante 
della  libertà  ecclesiastica  e  come  celebre 
cronista,  morì  a'22  marzo  11  16.  Sicco- 
me il  Bauco  l'encomia  per  cronista,  dirò 
io  per  esser  quel  Leone  Ostiense  o  Leo- 
ne tli  Marsi  celebre  storiografo  ,  che  in 
questogià  ricordato  articolo,  oltre  d'alcu- 
ni sermoni  e  vite  di  santi,  lo  dissi  autore 
delia  Cronaca  (l'i  MonlcCassino,  nel  qua- 
le articolo  ne  riparlai.  11  Cardella  dopo  la 
biogialia  di  Leone  de'conti  di  Marsi  ve- 
scovo d'  Ostia  e  Velletri  ,  riporta  quella 
d'un  Leone  vescovo  di  Velletri,che  si  trovò 
uelhi  basilica  Vaticana,  quando  Pasqua- 
le Il  fu  imprigionato  dall'empio  Enri- 
co V,  dulie  cui  mani  gli  riuscì  fortunata- 
mente di  soltrarsi  sotto  le  vesti  di  villano, 
insieme  col  cardinal  Giovanni  de'contidi 
Marsi  vescovo  Tusculano.  Ma  siccome  le 
notizie  di  questi  si  compenetrano  col  car- 
dinal Leone  de'conti  di  Marsi ,  e  dicendo 
lo,  stesso  Cardella  che  poco  fondamento 
deve  farsi  del  cardinalato  di  Leone,  co- 
me negato  dal  Borgia,  il  quale  vi  ricono- 
sce la  confusione  fatta  con  il  vero  Leone 
di  Marsi,  non  credei  farne  biografìa  e  solo 
mi  proposi  qui  darne  un  cenno  ad  evitare 
equivoci.  Neh  1  17  subentrò  a  Leone  Ili 
nella  cattedra  d'Ostia  e  Velletri  il  cardi- 
nale Lamheilodi  Faijnano bolognese  de* 
Scaniiahccciii  ,  del  quale  scrisse  il  con- 
temporaneo Pandolto  Pisano,  ossia  il  car- 
dinal Masca,  narrando  la  sua  assunzione 
al  ponlifìcaloa'a  r  dicembre  i  124*^"!  "O- 
me  d'O/iOìio  II,  alla  quale  Irovossi  pre- 
sente. Liiinl>erlaii  Oslic/isis  episcopns  ile 
mediocre  p/cLc  coniitatns  Bononìensi.s 
gcniliis,  bene  lainen  literatux^  a  Domi- 
no Papa  Pascìinli  II  recepUis  est,  ci  in 
episcopiini  JJelitrcnsem  proniotus.  Reti- 
yiosae  aiUem  niemoriae  Calisto  //  Pa- 


VEL 

pacJffitnctn^omncx  patrcs  (le  c'irinCar- 
flìnnh-s  ttXc.  Il  Lnceiiti  con  altri  scrittori, 
parlniulo  di  Lamberto  fi'a'vescovi  d'Oblia 
e  Velletri  primn  tleli'iinione  d'EMysiiio 
HI,  sup[)one  vizioso  il  testo  di  l'andulfo, 
e  \iiolei:lie  in  lufigo  di  lìclitrciiscin  def- 
ilasi leggere  Osliciiscm;  mentre  veramen- 
te nel  testo  trovasi  l'uno  e  l'altro,  e  così 
lo  trascrissero  il  Baronio,  l'Oldoino  e  Por- 
rerio.  Mentie  eia  vescovo  d'Ostia  e  Vel- 
letri  avea  ordiniito  prete  e  consagralo  ve- 
scovo a' IO  marzo I  i  i8  Papa  Gelasio  II, 
ed  a'c)  febbraio  i  i  i  Q  consagralo  Papa  Ca- 
listo li  già  arcivescovo  di  Vienna,  come 
atlernia  Lodovico  Agnello  Anastasio.  O- 
norio  II  nella  2."  promozione  cardinali- 
zia latta  nel  dicembre  1  126,  creò  cardi- 
nale vescovo  d'  Ostia  e  Velletri  Giovali' 
ni  VI  da  Dcdogna  pi  iore  generale  de'ca- 
«laidolesi,  celebre  [>er  santa  vita:  il  Cor- 
della lo  dice  soltanto  vescovo  d'Ostia.  Mo- 
rì pieno  di  meriti  neh  i33.  Il  Banco  gli 
«là  per  successore  il  cardinal  Pietro  II 
benedettino  neh  1  3o,  il  che  f"i  anacroni- 
smo colia  precedente  data,  dal  Ciacconio 
detto  vescovo  d'  Ostia  ,  ciò  che  negano 
J'Ughelli  e  il  p.  Maroni;  indi  registra  nel 
I  I  34  il  cardinal  Dragone  o  Drogonc.  be- 
nedettino francese  vescovo  d'Ostia  e  Vel- 
letri, ma  il  Cardella  dice  solamente  d'O- 
stia; nel  I  I  35  il  cardinal  yflherico  france- 
se, ed  egualmente  il  Cardella  lo  riconosce 
per  solo  vescovo  d'Ostia,  sebbene  il  Ban- 
co riporti  le  testimonianze  di  Panvinioe 
Ciacconio,  nominandolo  tra  gli  elettori  di 
Celestino  1 1  e  Lucio  11,  cardi iialis  Oslicii- 
xis  ci  f^elitcrnus, ceìebve  pev  legazioni  in 
Europa  e  in  Asia,  ove  celebrò  i  conciiii 
d'Antiochia  e  Gerusalemme.  Lo  stesso 
llauco  gli  dà  per  successore  nell'  anno 
I  i47  Guido,  non  conosciuto  con  questo 
nome  dal  Cardella,  che  anzi  crede  che 
Alberico  ancora  vivesse  neh  1  4^J  e  tlice 
che  ne  parla  1'  Ughelli  ,  ma  cpiesti  pure 
dicendolo  fatto  vescovo  d'Ostia  nel  i  i  48, 
nella  sottoscrizione  della  bolla  d'Eugenio 
HI,  colla  (piale  neh  i\<)  ap|ìrovò  la  fon- 
dazione del  monastero  Arcuusuno  dell'or- 


VEL  73 

dine  di  s.  nencdetlo  nel  ducalo  di  Wur  • 
tenib('rg,ripoita6'f//VA<.y^^'>/jV*/tsrv('^/.sro- 
pii.s;  net  seguente  anno  il  Papa  lo  nomi- 
nò legato  rt /(^z/cvr  in  Lombaidia  e  morì 
nel  I  I  5o.  Il  Banco  dichiara  fin  qui  giun- 
gere la  serie  de'  vescovi  velìterni  [)rima 
del  decreto  d'unione  de' vescovati  d'Ostia 
e  Velletri,  sebbene  per  l'innanzi  cpiesla 
unione  era  ad  arbitrio  de'Papi,  il  che  ac- 
cadde per  poco  meno  d'  un  secolo ,  cioè 
da  Giovanni  V  deposto  nel  io5c)  sino  al 
I  1 5o;  ma  io  temo  dlie  forse  la  sua  inter- 
pretazione sia  alquanto  lata,  per  tutti  i 
vescovi  d'Ostia  da  lui  riportati  eziandio 
di  Velletri, cioè  per  quelli  che  non  lo  pro- 
vò, soltanto  continuando  la  serie.  E"  ve- 
ro però  che  pel  deterioramento  di  Ostia, 
sembra  che  i  Papi  tralasciassero  di  prov- 
vederla di  vescovo  sin  da  Pasquale  II,  e 
col  solo  titolo  d'  Ostia  davano  la  cura 
delle  chiese  d'Ostia  e  Velletri,  senza  no- 
minare Velletri  espressamente;  laonde  in 
certo  modo  già  ne  formava  una  sola,  fin- 
ché Eugenio  III  le  unì  canonicamente  per 
sempre. 

Dell'unione de'due  vescovati  cardina- 
lizi suburbicari  d'  Ostia  e  Velletri  fatta 
da  Eugenio  III  neh  ì /^q,  non  trovasi  di- 
ploma, bolla  o  altro  documento,che com- 
provi questo  memorabile  fatto  così  in- 
teressante alla  dignità  e  preminenza  del 
sagro  collegio,  per  cui  s'  ignora  in  qual 
modo  fosse  decretata.  Non  mancano  pe- 
rò scrittori  ecclesiastici  in  gran  numero, 
che  questa  unione  riportano,  fra'  quali 
Bobeito  abbate  del  monle  s.  Michele  nel 
snpplimento  che  fece  alla  Cronaca  di  Si- 
geberlo  monaco  Genblacense  nel  1  181. 
Trovasi  ancora  di  Eugenio  III  notato  in 
un  antico  codice  de'romani  Pontefici  nel- 
la biblioteca  Vaticana,  riferito  da  Baro- 
nio :  Ilio  univ'ii  Episcnpalnin  Velilcr- 
nuìii  cuììi  Ostiensi.  Ma  senza  cercare  al- 
tre prove,  la  continuata  osservanza  di 
questa  unione  ci  là  conoscere,  che  i  titoli 
d'ambedue  le  chiese  uniti  furono  in  una 
slessa  persona  con  perfetta  eguaglianza, 
per  cui  i  vescovi  vtjliterui  dopo  questa  u- 


74  V  EL 

iiìone  si  li'ovanu  sempre  intitolati  e  sot- 
tosci'itli  :  Episrojjus  Osticiisis  el  J  eli- 
leriius.  Ma  pure  l'eguaglianza  del  lilolo 
non  porla  egiiagliniiza  ili  giurisdizione, 
»  he  per  es>eie  Ostia  desolata  e  allatto  vuo- 
ta dì  abitanti  e  mancante  d'  abitazioni, 
pas>ò  tolta  nella  chiesa  di  Yellelri,  ed  il 
tallo  lo  dimostra.  La  chiesa  velilerna  e- 
hcrcita  piena  giurisdizione  sulle  reliquie 
delia  chiesa  osliense,  come  si  vede  nella 
celebrazione  de' sinodi  in  Yellelri.  Sono 
stali  in  quest'occas'rone  inlimali  que' del 
clero  d'Ostia,  e  consideiali  come  gli  al- 
ti i  della  diocesi  di  Yellelri,  dandosi  al 
parroco  «l'Ostia,  che  si  appella  arciprete, 
il  luogo  fra  gli  altri  pairochi  della  dio- 
cesi velilerna.  Il  titolo  che  si  dà  ne'sino- 
di  a  quest'arciprete,  altro  non  è  che  di 
cappellano  curato  della  cattedrale  di  s. 
Aurea  Ostiense.  Il  luogo  assegnalo  al  me- 
desimo si  scoige  dopo  tolti  que'  del  clero 
SI  della  città,  come  della  diocesi,  e  come 
apparisce  da'sinodi  deli 678  e  del  1698. 
Nell'ultimo  tenuto  nel  18  17,  fra  gli  uili. 
ziali  del  medesimo  non  si  trova  nomina- 
lo alFalto  l'arciprete oatcìm  parroco  d'O- 
stia. Così  dopo  la  morte  del  cardinal  ve- 
scova  d'Ostia  e  Yellelri,  il  vicario  capi- 
tolare di  Yellelri  esercita  la  giurisdizio- 
ne ordinaria  in  Ostia  e  nei  suo  distretto, 
couje  in  ogni  altro  luogo  della  diocesi  ve- 
lilerna. Questo  diritto  che  già  da  molti  se- 
coli era  m  vigorefaconferutatoperdecre- 
to  della  s.  congregazione  del  concilio  a'  3 
luglio  1723.  Fmalmente  l'arciprete  della 
caltedrole  velilerna  ha  acquistalo  il  dirit- 
to d'intervenire  alla  consagrazione  del 
Sommo  Pontefice  in  caso  che  il  vescovo 
d'Ostia  e  Yellelri  non  vi  si  trovasse  pre- 
sente. Dal  fin  qui  detto  col  can.  Dauco, 
con  lui  dico  ancora,  sembra  che  piutto- 
sto possa  supporsi,  che  la  chiesa  d'Ostia 
sia  stala  unita  a  questa  di  Yellelri,  di 
quello  che  la  chiesa  di  Yellelri  a  quella 
d'Ostia.  Imperocché  ad  altri  si  tmisce  chi 
non  può  reggersi  per  se  slesso,  il  che  non 
poteva  dirsi  della  chiesa  velilerna,la  qua- 
le sempre  é  stala  iu  grande  splendore  e 


V  E  L 

pel  ninneroso  capitolo  de'canonici  e  be- 
neficiali nella  catlediale,  e  pel  numero 
de' sagri  miitislri  che  sotto  l'altre  5  par- 
rocchie assistono  al  cullo  divino,  e  pe* 
conventi  di  religiosi  e  pe'  monasteri  di 
monache,  e  per  la  frequenza  del  popolo 
e  per  l'estesa  sua  diocesi.  Al  contrario  la 
chiesa  d  Ostia,  e  nella  città  e  nella  dio- 
cesi eia  distrutta.  Iti  non  rimase  uè  ca* 
pitolo  di  canonici,  né  clero,  essendo  re- 
stali i  sagri  templi  sepolti  nelle  rovine. 
La  cura  dell'anime  si  esercita  in  Ostia, 
in  Castel  Romano,  in  Decimo,  iu  Porci- 
gliano, de'q'ialt  luoghi  tratta  il  Piazza, ed 
il  Ndjby  ììkW  Analisi  de  dintorni  di  Ro' 
///r^,edaiicliepiU'licolarnienled  Ostia  nel 
suo  r'i/tgi^io  antiquario  ad  Ostia  colla 
Carta  itineraria  da  Roma  ad  Ostia,  e 
quella  delle  J'^estigia  d' Ostia  antica,  a- 
veiido  pure  ragionato  della  moderna, 
presso  gli  Atti  dell'  Accademia  Roma- 
na d'  archeologia,  t.  3,  p.  267.  Castel 
Romano,  1  2  miglia  lungi  da  Roma  a  si- 
niella  della  via  Laurentina,  ha  un  paiaz» 
zoinì[)onente  fabbricato  nel  1  73  1  dal  car- 
dinal Alberoni.  Accanto  ha  un  lungo  fab- 
bricalo di  case  a  guisa  di  borgat'i. La  chie- 
sa è  dedicala  a  s.  Michele.  Così  Nibby.  A 
tempo  del  Piazza,  che  lo  dice  io  miglia 
distante  ila  Roma,  era  del  marchese  Sac- 
chetti, che  vi  avea  fabbricato  la  chiesa  e 
vi  manteneva  il  cappellano  come  suo  pa- 
dronato. Declino,  Castrum  Pons  Deci- 
mus,  è  IO  miglia  fuori  la  porta  Ostien- 
se o  s.  Paolo,  come  il  precedente,  il  cui 
potile  é  al  X  miglio  dell'antica  via  Lau- 
lenlina,  il  quale  serve  a  passare  il  rivo  o- 
monimo  il  più  grande  dell'Agro  romano. 
Di  presente  proprietà  de'Torregiani,  do» 
pò  esserlo  slato  di  Crescenzio,  che  lo  do- 
nò nel  secolo  Kl  al  monastero  di  s.  Paolo 
fuori  le  miu'a  di  Roma,  dal  (piale  pas^ò 
t<  quello  di  s.  Alessio,  poi  a' Frangi  pani  e 
a'baroni  del  Nero.  Yi  è  una  specie  di  pa- 
lazzo del  proprietario,  la  chiesa  puri  oc- 
chiale di  s.  Antonio  abbate,  e  altri  fabbri- 
cali rurdi,  opere  in  gran  parte  edificale 
dal  cardinale  Torregiaiii  circa  il  j  760. 


V  i:  L 

Nil)I>y  ripoiia  gli  iivanzi  tì'alcune  lapilli 
tiDiìilie  e  rilliislia.  Il  Piazza,  ilnpo  aver 
detto  clic  giace  sopra  erto  monticello  po- 
co salubre,  riporta  l' opinione  che  «juivi 
pati  il  luarlirio  s.  IMartìna  nobile  roma- 
na, e  da'cristianì  fu  edificala  a  suo  ono- 
re una  chiesa,  di  cui  appena  si  vedono  le 
rovine;  e  pare  che  il  corpo  della  santa  ivi 
fosse  deposto,  con  quelli  de'  ss.  Epifanio 
e  Concordie  niortiri.Nel  territorio  si  vuole 
che  seguisse  il  mai  tirio  di  s. Prisca  vergine 
roDtana,  ove  da'cristiani  le  fu  eretta  una 
chiesa,  e  poi  trasferito  il  suo  corpo  nella 
Chiesa  di  s.  Prisca  di  lioma.  Quanto  al 
corpo  di  S.Martina  lo  stesso  Piazza  ueW  E- 
mtrologio  di  Roma  lo  dice  deposto  an- 
che nel  ciniiterio  di  s.  Calisto:  ora  si  ve* 
nera  in  Ruma  nella  sua  chiesa,  che  de* 
scrissi  nel  voi.  LXIII  ,  p.  5i,  dell' acca- 
demia di  s.  Luca,  e  dove  dissi  che  fu  tro- 
vato co'corpi  de'ss.  Epifanio  e  Concorclio, 
che  ivi  pure  si  venerano.  Di  PorcigliaiiQ 
ragionai  nel  voi.  XXX VII,  p.  ciig,  e  si 
vuole  che  occupi  il  silo  dell'antico  Lau- 
reiilo  già  metropoli  dell'antico  Lazio,  ora 
denominandosi  Castel  Porziano.  Il  IMìiz- 
za  parla  inoltre  dì  Casale  Sacchetli  pta- 
so  Ostia,  pei"  cui  in  quell'articolo  ne  feci 
parola.  Questi  luoghi  propriamente  con 
siderali  casali  di  lenimenti,  non  sono  per- 
ciò registrati  nel  riparto  territoriale  del- 
lo stato  pontificio.  Essi  sono  inoltre  gli  a- 
•vanzi  dell'antica  e  illustre  diocesi  d'  O- 
stia.  La  cura  dell'anime,  in  poco  nume- 
ro, si  esercita  da' parrochi  amovibili  sti- 
pendiati da'signori  de'  luoghi  per  como- 
do degli  abitanti,  i  quali  sono  piuttosto 
gente  collettizia  e  mercenaria ,  che  indi- 
vidui originari  e  permanenti  abitatori. 
Che  sia  cos\,  viene  provato  da  quanto  leg- 
gesi  nel  calendario  de'preli  della  diocesi 
d'Ostia  e  Velletri.  Nell'ullioio  di  aiusno 
vi  esiste  un  avviso  diretto  a'  parrochi  e 
cappellani  d'  Ostia,  i  quali  nel  tempo  c- 
slivo  a  cagione  dell'aria  malsana,  soglio- 
no ritirarsi  dalle  proprie  parrocchie  e 
chiese,  restando  que'Iuoghi  affatto  vuoti 
d'abitaoli;  che  però  devono  iar  conosce- 


VEL  yfl 

re  al  cardinal  vescovo  in  qiial  paese  so- 
no per  fissare  la  dimora  per  ogni  buon 
fine.  Dal  che  è  nato,  che  i  vescovi  hanno 
sempre  consideratola  chiesa  velilerna  per 
la  loro  principale  sede,  e  qtiivi  e  non  in 
Ostia  bau  fatto  e  funno  le  maggiori  fun- 
zioni del  loro  uflìzio.  Io  Velletri  tennero 
i  sinodi,  ivi  sono  gli  olii  santi,  ivi  leniro- 
no la  cattedra  e  i  tribunali.  Allorciiè  fu 
dato  al  cardinal  decano  un  vescovo  suf- 
fraganeo  che  sup|)lisse  in  sua  vece  alle 
funzioni  annesse  all'online  vescovile,  non 
è  stata  a  questo  prelato  assegnata  la  re- 
sidenza e  l'obbligo  di  adempiere  queste 
funzioni  che  solamente  nella  cattedra  di 
VelletrijConsiderandosi  quella  d'Ostia  co- 
nte distrutta.  Poiché  sebbene  esiste  «na- 
lerialmente  in  Ostia  la  chiesa  tiedicata  a 
s.  Aurea,  non  però  vi  esiste  la  chiesa  for- 
mate, la  quale  non  consiste  negli  edifìzi, 
ma  nel  capitolo  de*  canonici ,  nel  clero  e 
nel  popolo.  La  rendita  della  mensa  ve- 
scovile di  Velletri  era  assai  tenue,  che  al 
più  poteva  ascendere  ad  annui  scudi 
i5oo.  Seguita  l'unione  della  chiesa  Ve- 
lilerna coirOstiense,  siccome  questo  ve- 
scovato si  trovò  largamente  provvisto  per 
l'aggiunta  delle  copiose  rendite  della  men- 
sa vescovile  d'Ostia  nella  somma  di  scu- 
di 6000,  fu  smembrata  da  questo  vesco* 
vaio  la  tenuta  del  Peschio delta  di  s.  Dar- 
tolomeo,  che  fu  aggiunta  alla  mensa  ve- 
scovile di  Frascati.  Questa  badia  ficeva 
anticamente  parte  del  territorio  veliler- 
no,  come  rilevasi  da  documenti  certi.  Nel 
pontificato  di  Nicolò  II,  Gregorio  conso- 
le de'  romani  donò  molle  chiese  e  mona- 
steri al  monastero  di  Monte  Cassino,  e  fra 
gli  altri  vi  fu  il  monastero  di  s.  Angelo 
del  Peschio  nel  territorio  di  Velletri.  Ce- 
duta questa  tenuta  al  vescovo  di  Frasca- 
ti, restòdislaccala  dal  territorio  velileino, 
per  cui  egli  vi  esercitava  piena  giurisdizio- 
ne. Intanto  non  mancarono  frequenti  con- 
travvenzioni, e  gravi  disturbi  tra'cilladi- 
ni  veliterni  e  il  vescovo  di  Frascati.  On- 
de per  togliere  afi'atlo  ogni  conlrover>ia 
e  lite  fra  il  vescovo  di  Frusculi  e  il  cumu- 


76  VEL 

ne  di  Vellehi,  Benedello  XIV  nel  1740 
tolse  al  vescovo  di  Frascati,  e  diede  al  ve- 
scovo d'Ostia  e  Vellelri,  ch'era  allora  il 
cardinal  RulFo,  la  piena  giurisdizione  e  il 
possesso  di  della  tenuta,  col  peso  di  pa- 
gare in  perpetuo  scudi  600  annui  alla 
mensa  vescovile  di  Frascati,  il  che  tutto- 
ra si  osserva.  Dopo  la  delta  unione,  ih." 
vescovo  cardinale  registralo  vescovo  d'O- 
slia  è  il  b.  £/go  o  Ugone  francese,  disce- 
polo di  s.  Bernardo  dottore  di  s.  Chiesa, 
e  abbate  delle  Tre  fontane,  da  Eugenio 
]|l  neh  i5o  dichiarato  cardinale  e  vesco- 
vo d'Ostia  e  Vellelri.  Donò  Ugo  a'  suoi 
tuonaci  cistcrciensi  il  monastero  del  (non* 
le  di  s.  Maria  di  Marmosole  diocesi  di 
Vellelri,  il  cui  documento  è  nell'  archi- 
vio della  cattedrale.  Visse  nell'esercizio 
delle  virtù  cristiane  così  santamente,  che 
il  Cireyo  lo  ascrisse  tra'beati  dell'ordine 
di  Cistello,  essendo  morto  il  1 .°  dicembre 
I  I  58.  Non  voglio  tacere,  che  il  Piazza  ad 
onta  di  sua  vasta  erudizione  e  che  fece  la 
8.  visita  della  diocesi  d'Ostia  e  Vellelri, 
comincia  la  serie  de' vescovi  dopo  l'unio- 
ne, seguendo  il  Ciaccouioeil  Mancinel- 
li,  con  Alberico  francese  che  dissi  morto 
neh  i48,  mentre  egli  scrive  nel  i  i5o,  e 
indi  gli  dà  per  successore  Ugo  cnrissicno 
n  s.  Bernardo,  come  lo  era  slato  il  car- 
dinal Alberico.  Nel  i  1 58  Adriano  IV  pro- 
mosse al  vescovato  d'Ostia  e  Vellelri  il 
cardinal  Ubaldo  ^//»cmi,'o//diLucca,che 
Novaes  chiama  decano  del  sagro  collegio, 
in  tempo  del  quale  dimorando  L^apa  A- 
lessandro  111  in  Benevento  diresse  al  ve- 
scovo Ubaldo,  all'aiciprete  e  canonici  ve- 
iìterni  una  lettera  riguardante  le  dispo- 
sizioni lestamentarie,  che  si  facevano  a- 
vanli  il  proprio  parroco,  ordinando  che 
non  si  usassero  le  solennità  prescritte  dal 
diritto  civile  pel  Testamento  (f^-),  che  ri- 
chiede la  presenza  di  5  o  7  testimoni, ma 
che  fossero  suOicienli  :ì  o  3  :  questa  let- 
tera si  riporta  net  lib.  3  delle  decretali  di 
Gregorio  IX,  con  erudito  commento  del 
Gonzalez.  Altra  lettera  sopra  i  testamenti 
scrìsse  Alessandro  HI  a'giudici  di  Vellu- 


VEL 

tri,  decretando  che  per  la  validità  de'te- 
stamenti  a  favore  della  Chiesa  non  si  ri- 
chiedessero 705  testimoni ,  secondo  le 
leggi  civili,  ma  solamente  2  o  3  ,  giusta 
la  disposizione  de'sagri  canoni;  e  l'origi- 
nale di  (piesla  lettera  è  nell'arcliivio  del- 
la cattedrale.  Alessandro  III  d<inò  al  det- 
to vescovo  una  terra  nel  lerritorio  veli- 
lerno.  Nel  vescovato  del  cardinal   Allu- 
cingoli,  il  popolo  ostiense  promise  l'an- 
nuo tributo  al  Papa  di  due  barconi  di  le- 
gna, quando  dimorasse  in  Roma.  Passa- 
to all'altra  vita  Alessandro  III,  come  già 
narrai,  gli  successe  ih.°  settembre  i  i8i 
il  cardinale  Allucingoli  col  nome  di  A^h- 
cio  III  in  Vellelri,  ed  ivi  fu  coronato  a' 
6.  Siccome  avea  stabilito  la  sua  sede  e  la 
curia  coorte  romana  in  questa  città,  vol- 
le seguitare  a  reggere  ancora  la  cattedra 
di  Ostia  e  Vellelri.  Avea  però  sostituito 
alla  cura  di  quesla  chiesa,  col  titolo  di  f^ì- 
oe  Domino  [f^.),  Ruggiero  primicerio  del- 
la cattedrale,  ed  applicò  ad  utilità  della 
medesima  chiesa  le  rendite  che  al  vesco- 
vato appartenevano;  di  che  esiste  docu- 
mento autentico  nell'archivio  capitolare 
In  Vellelri  Lucio  ili  esercitò  le  più  graf 
esagre  funzioni  annesse  al  ponti llcato,  co 
me  si  ha  da  molli  diplomi,  bolle  e  bre* 
spedili  colla  data  di  Vellelri;  come  pun 
quella  dell'erezione  dell'arcivescovato  d 
Monreale.  Quando  Lucio^III  nel  118J 
parli  da  Vellelri ,  diede  a  questa  chiesi 
per  vescovo  il  cardinal    Tcohaldo  IL 
francese,  già  abbate  di  Cluny,  anzi  lo  eri 
a'  17  giugno  come  rilevasi  da  un  diplo< 
ma  prodotto  da  Ughelli  nel  t.  i,  p.  332, 
e  sottoscritto  pel  2.°  dopo  il  vescovo  di 
Porlo,  indi  morto  a'i4  novembre  1 188 
Non  riporto  il  luogo  della  morte  e  sepol 
tura  de'  vescovi,  perchè  colle  loro  notizii 
lo  descrissi  nelle  loro  biografie.  Neh  i8c 
gli  successe  il  cardinal  Ottaviano  Conti  ro«"* 
mano,  già  elevato  alla  dignità  cardinali- 
zia da  Lucio  III  nella  promozione  da  lui 
fatta  in  Vellelri,  poi  anche  vicario  di  Ro- 
ma e  morto  nel  f  206.  In  questo  lnnocenÌ| 
IO  III  coufeilil  vescovato  al  nipote  Ugo?'" 


V  EL 

1  o  Ugolino  Co/i//tl'Anagni  de'Conli  tli  Se- 
dili ,  ni'ciprete  Vaticano.  Al>bì<iino  dal 
ilaitghiasci,  Dlandala  FcUlrcnsibus^Co- 
ranis ctSarminilanis (seu  Sci  inonetanis) 
data  anno  1207  circa  ah  HugoUno  epi- 
scopo Ostiensi  prò  conservanda  pace  cani 
Nyniphaenis  et  Silinis,  Exst.  inSlepha- 
ni  Bululio,  AlisceL,  Lucae  edil.  1761,  l. 
3,  p.  92.  Questo  vescovo  tolse  Ostia  da 
alcuni  invasori,  e  la  foitilìcò  con  loiri  e 
mura.  Il  cardinal  Conti  d'83  anni  fu  e- 
lelto  Papa  a' 19  marzo  1227,  prese  il  no- 
raedi  Gregorio  JXe  mori  dicirca  98  an- 
ni. Questo  Papa  ritenne  il  governo  vesco- 
vile di  sua  chiesa, e  soltanto  neli23  t  no- 
minò vescovo  d'Ostia  e  Velletii  il  nipote 
cardinal  Rainaldo  I  o  Orlando  Conti d'\- 
nngni  de'Conti  di  Segni,  il  quale  ottenne 
dallo  zio  per  Velletri  grazie  e  favori,  go- 
vernò la  sua  chiesa  con  fama  di  singoiar 
probità  di  vita  e  umiltà  di  cuore  per  32 
anni  sino  alla  sua  morte;  dappoiché  ele- 
vato alla  cattedra  apostolica  a' 12  diceai- 
brei  254  col  nome  d'Alessandro  IF,  ri- 
tenne il  vescovato,  e  mori  a' 25  maggio 
1261.  Tolomeo  da  Lucca  nel  Iodarlo,nar- 
ra  che  or  predicava,  or  ascoltava  la  pre- 
dica tanto  in  Ostia,  popolata  allora  me- 
diocremenle,quanto  inVelletrijonde  sem- 
bra che  Ostia  allora  o  fosse  risorta  al- 
quanto, o  non  fosse  ne'.lo  stato  in  cui  si 
ridusse.  Essendo  Papa,  e  volendo  lascia- 
re un  monumento  sagro  all'  amata  sua 
chiesa  velilerna,  le  donò  una  Croce  d'o- 
ro del  peso  d' i  i  oncie,  ornala  di  perle  o- 
rientali  e  di  varie  pietre  preziose,  entro  la 
quale  conservasi  partedcl  legno  dellaCro- 
ce  vera  del  Redentore.  Egli  la  consagrò, 
e  concesse  molte  indulgenze  a  chi  la  ve- 
nerasse. Questa  Croce  conservasi  nel  re- 
liquiario della  cattedrale;  si  espone  e  mo- 
strasi al  popolo  nelle  duesolennìtà  dell'A- 
scensione e  di  s.  Clemente  i  protettore 
della  città.  Si  ha  della  medesima  l'eru- 
ditissimo, Comincntarius  de  Critcc  ì^e- 
lilerna  ,  auctore  Slephano  Borgia  sac. 
congreg.  de  Propag.  Fide  a  secrclìs^  Ro- 
luaeiySo.  lu  e:i$o  fi  vede  il  disegno  de' 


VEL  77 

due  iati  della  Croce,  fililo  incidere  dallo 
slesso  dotto  prelato  illustratore.  Il  car- 
dinal Borgia  dimostrò  col  suo  pregievo- 
lissimo  Cowwr«/rtr/»5,cheLipsio,Gretse- 
ro,  Fivizzani,  Rocca,  tutti  scrittori  della 
Croce  del  Signore,  raccolti  dal  Cori  nel- 
le sue  Simhole  letterarie  fiorentine,  non 
avevano  del  tutto  esaurito  quest'insigne 
argomento;  e  già  nel  precedente  anno  a- 
vea  illustrato  la  Croce  Vaticana  donala 
dall'imperatore  Giustino  li.  All'illustra- 
zione  della  Croce  Veliterna  fu  d'eccita- 
mento al  Borgia  la  gita  fatta  nello  slesso 
annoi 780  da  Pio  VI  a  VelleUi  nel  por- 
tarsi a  Terracina  per  visitare  la  memora- 
bile impresa  del  bonificamento  delle  Pa- 
ludi Pontine.  Consapevole  l'erudito  au- 
tore dell'  antico  costume  di  riceversi  i 
grandi  principi  nelle  città  coli'  incontro 
delle  Croci,  egli  si  avvisò  di  rimettere  ia 
uso  per  qualche  parte  l'antica  costuman- 
za ,  proponendosi  di  presentare  al  Papu 
un'  immagine  incisa  in  rame  di  questa 
preziosa  Croce,  ed  un  conveniente  com- 
mentario che  rilluslrasse.  In  mezzo  al  ge- 
neroso rifiuto  che  Pio  VI  fece  di  tutti  i 
plausi  e  di  tutti  gli  onori  che  gli  si  prepa- 
ravano per  la  fausta  circostanza  ,  restò 
solamente  al  prelato  la  gloria  di  potere 
eseguire  susseguentemente  questo  suo  di- 
visamento,  con  elegante  lettera  dedicato- 
ria a  Pio  VI,  celebrando  così  il  suo  pon- 
tificio passaggio  per  la  sua  patria;  e  tes- 
sendo come  un  diario  del  suo  accesso  al- 
le Paludi  Pontine,  venne  insieme  a  fare 
un'accurata  storia  de'Iavori  per  l'avanli 
eseguili  d'intorno  alle  medesime,  nella 
qunl  storia  si  vede  primeggiare  il  canale 
ossia  la  linea  Pia,  idea  concepita  felice- 
mente dalla  mente  e  dal  genio  di  Pio  VI, 
come  unica  atta  a  produrre  il  grande  ef- 
fetto che  si  desiderava  da  tanto  tempo; 
oltre  il  rammentare  la  nuova  via  che 
d'ordine  suo  andava  costruendosi ,  per 
rendere  più  comodo  e  breve  il  corso  del- 
la posta;  non  meno  i  benefizi  preparali 
a'terracinesi  per  l'idea  nudrìta  da  Pio  VI 
di  g  uidai e  enti o  il  loro  aulico  porlo  uu  al- 


78  V  E  L  V  E  L 
tro  cannle  d'iicqne  Ponline,  che  fìicilitdn-  vare  i  cloni  the  ficcvanotillf;  chiese  dì  liO"| 
«lo  il  loro  ingresso  in  mare,  producesse  il  ma.  Questa  Ciroce  dallo  chiesa  di  Vrile' 
disterranienlo  del  porlo  niedesiuio,  e  di  tii  pas>ò  a  quella  d'Anagni  e  poi  ritornò' 
portare  inoltre  ac(|ùa  piùsainbre  e  legge-  nella  vcliterna.  Continuando  la  descri- 
ra  in  Terracina  da'  vicini  monti  Lepiui}  zione  della  Croce,  dice  che  sulla  parte, 
di  lutto  facendo  al  Papa  i  più  vivi  rin-  [)rincipale  e  nel  centro  è  l'iininagine  del, 
graziaoìenli,  in  nome  di  Velletri  antica  Crocefisso,  n)a  senza  //7o/o,  del  quale  as- 
capitale  de'VoIsci  e  indi  ascritta  alla  tri-  sai  ragiona,  cotne  d'  ogni  parte;  lateral» 
I)ù  Pontina,  e  delle  provincie  di  iMaritli-  mente  sono  le  immagini  della  B.  Vergi* 
ma  e  Campagna.  Dopo  la  dedicatoria  co-  ne  e  di  s.  'Giovanni  apostolo  ,  rimarcau- 
niincia  il  commenlaiio  con  una  prolusio-  dole  espresse  senza  duolo  benché  assisles- 
re  indirizzata  al  capitolo  e  canonici  veli-  sero  alla  Crocefìssione;  cerca  perchè  sul; 
terni,in  cui  si  accenna  l'antiche  costumati-  pallio  che  co[)re  il  capo  della  ss.  Vergina 
ze,  cioè  la  riforma  ila  loro  esattamente  e-  vi  è  una  crocetta  o  stella,  e  chiama  scon-i 
seguita,  di  s.  Pier  Damiani,  e  la  vita  co-  cezza  l'avere  espresso  vecchio  ramata 
mune  parimenti  da  loro  osservala;  parlò  discepolo,  adducendo  molli  esempi  di  si- 
di  altre  glorie  e  prerogative  del  medesi-  mili  monumenti.  Passa  a  descrivere  la  fin 
mo,  come  d'aver  luogo  il  loro  arciprete,  gora  posta  nella  [)arte  superiore  dell'aula 
in  mancanza  di  quello  d'Ostia,  nella  con-  perpendicolare,  in  allo  di  benedire  colla 
sagrazioue  del  Papa,  quando  non  vi  fos-  mano  nuda,  che  s'è  proprio  de' vescovi  & 
se  presente  il  vescovo  delle  chiese  d' O-  altribuito  anco  a'  laici  ed  agli  Angeli,  e 
stia  e  Velletri;  e  di  aver  pure  la  nomina,  forse  esprimere  un  alto  salutatorio  :  dal- 
cioè  il  vescovo,  canonici  e  capitolo  veli-  la  chierica  che  si  scorge  ,  desume  altro 
terni,  di  2  giovani  velilerni  da  mandarsi  argomento  d'  ecclesiasticità  nella  perso-i 
al  collegio  di  Perugia  istituito  dal  cardi-  na,  e  forse  un  Santo  vescovo  e  meglio  un 
ìial  Capocci  (di  che  tratta  ancora  il  suo  Apostolo,  anzi  s.  Pietro.  Discende  poi  alla 
zio  arcivescovo  Borgia,  Sloria  di  P^clle-  descrizione  dell'allra  figura  in  fondo  al- 
//■/,  p.  3  I  3,  rilevando  che  doveano  essere  l'asta,  riconoscendovi  s.  Elena.  Pa>su  al. 
chierici  di  Velletri 0  sua  diocesi, non  prov-  1' altra  facciata  della  Croce,  e  descrive 
^'isti  di  benefizio  ecclesiastico  sopra  il  va-  1'  Agnello  eh'  è  nel  mezzo  della  medesi- 
lore  di  9.5  fiorini  d'oro,  onde  apprender-  ma,  ed  i4  fnislici  animali  simboli  degli 
vi  per  6  anni  la  ragione  canonica).  Indi  Evangelisti,  che  si  vedono  espressi  ne' 4 
loro  ricorda  la  dignità  di  primicero  e  di  lati;  pe'cpiali  riporta  un  emonio  di  eru- 
preposto  eh'  essi  aveano  nel  loro  ceto,  e  dizioni  e  del  loro  cullo  presso  i  copti.  Da 
lo  nuove  giurisdizioni  e  onori  conseguiti  ciò  prende  aigomenlo  d'illustrare  un'an* 
tiel  decorso  del  secolo.  Perchè  poi  non  tica  Croce  di  bronzo  esistente  nella  chie- 
s'iuvaniscano  delle  nuove  decorazioni  co-  sa  abbaziale  della  ss.  Trinità  di  Velletri, 
rali,  presenta  loro  1'  umiltà  della  Croce  padronato  di  sua  fimiglia  Borgia;  ed  in> 
d'aversi  sempre  avanti  gli  oc(  hi.  Quindi  oltre  ad  illustrare  un  antico  greco  en-- 
passa  alla  descrizione  della  Croce  della  colpio  del  uìonastero  de' ss.  Bonifacio  ed 
forma  e  grandezza  della  figura  da  lui  Alessio  di  Roma,  riproducendone  la  figu» 
falla  incidere;  enumera  le  perle  e  le  pie-  ra  incisa.  Restandogli  il  rilevare  la  reli» 
Ire  preziose  colorate  e  gli  smeraldi  che  quia  del  s.  Legno  della  Croce  del  Reden- 
l'ornano,  le  figure  che  sulle  due  parti  si  loie,  che  in  questo  bel  monumento  è  rac-i 
trovano  espresse  in  ismalto,  e  reputa  il  chiusa,  nota  il  costume  di  collocar  nelle 
lavoro  deirVlII  secolo  o  del  IX.  Forse  Croci  diverse  sagre  Reliquie,  ed  insieme' 
già  esisteva  da  molti  .'inni  nel  vestiario  illustra  una  tavoletta  della  chiesa  di  sj 
deTapi,  dal  (piale  si  solevano  da  essi  ca-  Maria  in  Campilelli  di  Kotua.  Desci'ivj 


VE  L 

posci.1  il  cnlfo  che  si  presla  in  Vpllehì  a 
<|(iesto  sagro  monnmenlo,  e  eli  sua  espo- 
sizione nelle  suddette  feste  ,  e  nella  feria 
VI  deH.i  settimana  santa,  ne'qunli  riti  la 
cntledrale  velilerna  si  conforma  in  parte 
alla  basilica  Lateranense  e  in  parte  olla 
Vaticana,  commendando  la  pietà  de'  ve- 
literni  verso  la  Croce  e  Passione  del  Si- 
gnore, ed  il  religioso  costume  di  munire 
nella  vigilia  dell'Ascensione  con  Croci  di 
cera  benedette  le  4  porte  della  città  e  le 
principali  contrade.  Termina  il  commen- 
tario con  eccitare  il  clero  veliterno  al  oid- 
io della  Croce,  che  comprende  la  corame- 
morazione  della  l'assione  dell'Uomo  Dio; 
e  delle  prerogative  del  capitolo  e  della 
chiesa  di  Velletri,  neiri»p[)en(lice  pubbli- 
ca 1 5  autentici  documenti,  ne'quali  si  par- 
la dell'antiche  monete  che  aveano  corso 
in  Velletri  e  specialmente  tìe'proi-isìui o 
pecunia  Scnntus,  e  de*  rolomngcns!  pe- 
cunia poco  cognita,  olire  altre  cose  di  pa- 
tria erudÌ7Ìone.  Gli  altri  3  documenti, 
qno  riguarda  la  vita  comune  adottata  nel 
I02O  da'  canonici  di  s.  Egidio  di  Cepra- 
no,  il  che  mostra  l'antichità  di  questa  e- 
semplnr  comunanza  nella  provincia  di 
Campagna  e  Miirittima;  ragiona  d'altre 
cose,  come  della  formola,  Regnante  Do- 
mino Nostro  Papn,ede\  gitu'amenlo.Pfr 
salntem  Domini  Nostri  Papac.  Gli  altri 
due  documenti  illustrati ,  uno  è  del  sud- 
detto antico  greco  encolpio,  coll'immagi- 
ne  del  Crocelisso  confitto  con  4  chiodi, 
avente  a' due  lati  la  Madonna  e  s.  Gio- 
vanni; essendovi  ncll' altra  [)arte  la  C 
Vergine  cogli  Evangelisti  privi  di  simbo- 
h,  de'(|ualì  riparla,  insieme  al  calicee  pis- 
side donati  da  Pio  VI  alla  cattedrale.  L'al- 
tro docuujenlo  è  il  già  discorso  breve  Ro- 
tnanus  Pontìfcx  ,  col  quale  Benedetto 
XIII  liei  1724,  concesse  a'  canonici  ve- 
literni,  invece  dell'  almuzia  che  usava- 
no, la  cappa  paonazza  con  fodere  di  pel- 
li d'  armellini  nell'  inverno,  e  nell'  altre 
stagioni  di  Seta  riiìieo  orniesi/io.  Ritor- 
nando alla  serie  de'vescovi,  morto  Ales- 
sandro IV,  il  successore  Urbano  IV  uel 


V  E  L  79 

1  o.fio',  cren  cardinale  e  vescovo  d'Ostia  e 
Velletri  Enrico  I  Bartolomei  o  Romani 
detto  Ostiense  ài  Susa,  anche  per  essere 
autore  della  Somma  Ostiense,  movlo  nel 
ì'y.'jf.  Nel  dicembre  (nelle  tempora  di 
Pentecoste,  dice  il  gesuita  p.  Bonucci,  F- 
storia  del  b.  Gregorio  X,  p.  90)  layS 
Gregorio  X  promosse  al  cardinalato  e  al- 
la chiesa  d'Ostia  e  Velletri,  non  chea  pe- 
nitenziere maggiore,  fr.  Pietro  IH  di  Ta- 
rantnsia  donienioano  di  Savoia  e  arcive- 
scovo di  Lione,  il  quale  nel  concilio  ge- 
nerale di  Lione  II  prese  posto  fra  que' 
che  sederono  alla  destra  del  Papa,  al  qua- 
le successe  a'2  i  gennaio  1*276  col  nome 
d' funocenzo  V,  Poco  visse  e  cosi  i  suoi 
tre  successori,  onde  restata  vacante  que- 
sta sede  vescovile,  a'22  marzo  1278  Ni- 
colò III  la  conferì  colla  dignità  cardinali- 
zia al  nipote  fr.  Latino  Frangipane  ro- 
mano e  domenicano,  poi  vicario  di  Roma 
nello  spirituale  e  nel  temporale  ,  morto 
a' IO  agosto  1292  in  buon  odore  di  san- 
tità, per  cui  dagli  scrittori  domenicani  è 
contato  fra' beati  dell'ordine.  Il  Banco 
tanto  nel  Compendio  della  storia  Fé  li- 
terna,  quanto  nella  Storia  della  città  di 
feletri,  troppo  assolutamente  asserisce, 
che  gli  si  dà  la  gloria  d'esser  l'autore  del- 
la Dies  irae,  dies  illa  (^.),  sequenza, 
ritmo  o  Prosa  [T''.)  i\\  cui  con  certezza 
si  contrasta  l'autore.  E  vero  che  io  ne* 
due  articoli  lo  noverai  fra  quelli  che  se 
ne  credono  autori  (fra'quali  fr.  Tomma- 
so da  Celano,  che  nel  f ."  articolo  per  fal- 
lo tipografico  è  detto  Colano),  anzi  che  la 
comune  opinione  è  pel  cardinal  Frangi- 
pani; ma  lessi  poi  nel  can.  Giandomeni- 
co Giulio,  Fersione  poetica  di  tutti  gl'in- 
ni della  Chiesa  secondo  il  Breviario  Ro- 
mano, di  alcune  antifone  della  ss.  Ver- 
gine, delle  quattro  Sequenze  della  Mes- 
sa, dell'inno  Gloria  in  excelsis  Deo,  To- 
rinoi8i6,  che  nella  sequenza  in  discor- 
so non  dice  chi  ne  fosse  l'autore  realmen- 
te, probabilmente  avendo  trovato  incer- 
to il  poterlo  asserire.  Lessi  ancora  nel 
Manuale  de  fra  ti  Minori  disposto  dalp. 


8o  VEL 

Fliìtninin  da  LaU-ra,^oi\ìa  1 776,  essere 
lu  stqtienzii  composta  ila  fr.  Tommaso  tla 
Celano,  benché  altri  rallribuìscano  all'al- 
tro uiinoi  ila  fr. Matteo d'Acquasparla  poi 
cardinale.  Forse  questi  la  compose  e  l'al- 
tro la  pose  in  canto  fermo?  Conviene  pru- 
denlemente  concludere  ,  essere   tuttora 
positivamente  incerto  il  vero  autore.  Al 
cardinal  Frangipani  nel1294succes.se  il 
cardinal  fr.  Ugone  o  Ugo  111  Dilloinoo 
Ayscellin  francese  doraeuicano  ed  arcive- 
scovo di  Lione,  morto  con  fama  di  santi- 
tà neli297.DonifacioVlll  nel  1299 com- 
mendò questo  vescovato  a  Leonardo  Pa- 
trasso d'Alalri  suo  zio,  che  a  11  marzo 
i3oo  creò  cardinale.  In  dello  mc'^e  lo 
stesso  Papa  fece  vescovo  il  cardinal  fr. 
INicolò  l  Bo< casini  da  Treviso  do(neni- 
cano,  il  quale  meritò  di  succedergli    nel 
pontificalo  col  nome  di  Dcncdctto  XI  a 
22  ottobre  i3o3j  e  quindi  dalla  Chiesa 
fu  po>lo  nel  catalogo  de'  beati   a'  7  lu- 
glio. In  Velleiri  e  diocesi  se  ne  celebia  o- 
gni  anno  la  memoria  coH'uIìlcio  e  messa 
di  rito  doppio  minore.  Poco  dopo  la  sua 
esaltiizione  a'  i  B  dicembre  creò  cardinale 
e  vescovo  d'Ostia  e  Velleiri  fr.  Nicolò  11 
Alberti  o  Albertini  di  P/-«fo domenicano, 
che  fatalmente  conliibuì  ali'eie/.ione  di 
Clemente  V,  il  qualecollo  stabilire  la  pon- 
tifìcia residenza  in  Francia  e  in  Avigno- 
ne, fu  cagione  d' immensi  e  lagrimevoli 
danni,  e  la  chiesa  d'Ostia  e  Velleiri   ri- 
mase senza  la  vicinanza  del  pastore,  e  for- 
se o  probabilmente  ne  avrà  provalo   le 
conseguenze.  Il  cardinale  neh  3 12  si  re- 
cò in  Roma  per  assistere  alla  coronazio- 
ne dell'  imperatore  Enrico  VII,  pel  già 
notato,  che  segui  a'29  giugno,  onde  con- 
getturo che  avrà  visitata  la  sua   chiesa. 
Mortoli  cardinale  in  Avignone  nel  i32  1, 
ivi  ebbe  il  vescovato  il  cardinal  Piinaldo 
Il  o  Pieginaldo  della  7W/^  francese,  che 
assente  dalla  residenza  mori  in  Avignone 
sul  fine  del   1327  e  non  nel  i325  come 
vuole  Ughelli,  e  neppure  nel  i324  come 
corregge  Coleti.  A'27  dicembre  di  detto 
unno  Gìovatml  XXll  nominò  vescovo  il 


VEL 

suo  nipote  cardinal  Bertrando  I  de  Po- 
yel  o  Poggcilo  francese.  Il  lìauco  non  fa 
menzione  d'  mi  vescovo  intruso  che  ap^ 
prendo  anche  tlal  Lucenti.  iNel  1  37.8  re- 
catosi in  Pioma  lo  scismatico  Loilovico  V 
pretendenle  all'  impero,  ivi  fece  elc^ger( 
l'antipapa  Nicolò  V,  il  quale  fra  gli  au' 
ticardinali  pure  creò  Giovanni  de'  conti 
Alberti  o  Martini  a'  17  maggio,  dichia- 
randolo insieme  vescovo  d' Ostia  e  Vef 
letri.  Per  quanto  dissi  nel  voi.  LXXVI 
p.  172,  sembra  che  tali  false   dignità   U 
ricevesse  in  Tivoli,  ed  ivi  più- narrai  clu 
l'antipapa  co'  suoi  anlicardinali   fuj^gi  t 
Todi,  donde  si  ritirarono  a  Pi<:a  a'3  gcii' 
naioi329.  Ma  Nicolò  V  abbandonato  d( 
Lodovico  V, si  sottomise  al  Papa  nel  1  33o 
che  l'avea  scomunicato  co'suoi  seguaci,  1 
fu  condotto  in  A  vignom;  mentre  Giovali 
ni  cogli  altri  falsi  cirdiuali,  fuggendo  al 
trove,  terminarono  di  godere  l'apparente 
loro  dignità.  Si  può  vedere  Lodovico  A- 
gnello  Anastasio,  Sloria  degli  Aiiti/ìapi 
t.  2,  p. t  i5e  seg.  Meglio  dell'  intruso  ve 
scovo  Alberti  parlerò  col  Coinei', IVolizii 
delle  chiese  di  f'cnezia,  p.  1  1 .  Giaconu 
Albertini  di   Prato  in  Toscana,  vescovi 
di  Castello  ossia  di  Venezia,  per  essers 
dichiaialo   fautore  di    Lodovico   V,  n« 
I  327  fu  cacciato  dalla  sede  da  Giovami 
XXII.  Portatosi  in  Roma  unse  col  sagri 
crisma  il  suo  Lodovico,  coronato  impe 
ratore  da'  deputali   del  popolo  romano 
ad  istanza  del  quale   fu   dichiaralo  dal 
l'antipapa  cardinale  e  vescovo  Ostiense 
false  dignità  che  poco  godette,  poiché  r< 
stiluito  alla  propria  sede  il  legillinio  pa 
store,  l'usurpatore  Giacomo  fu  deposto 
espulso,morendo  miseramente  inGerens 
nia  ov'  erasi  ritiralo.  Quanto  al  cardinal 
Poggetli  da  Giovanni  XXII  fu  indi  spedi- 
to legato  in  Italia  con  amplissime  facoltà, 
e  per  16  anni  governò  lo  slato  pontificio 
e  Bologna,  donde  per  insurrezione  foggi 
neh  334  in  Avignone,  ove  moi'i  neh  35 1. 
Non  si  ha  memoria, se  nel  suo  soggiorno 
nello  stato  papale  si  recasse  a  Velleiri,  ma  1 
falla  il  Piazza  con  dire  che  risiedendo  ii 


V  r:  L 

\  \  ignone  fu  assente. Nel  suo  vescovato,  in 
Osiia  ancora  era  vi  una  considerabile  po- 
polazione; ed  il  capitolo  della  cattedrale 
avea  la  dignità  dell'aroiprele  eio  canoni- 
ci. In  suo  luogo  passò  al  vescovato  nel 
1352  il  cardinale  Stefano  Albert  fran- 
cese e  insieme  fatto  penitenziere  mag- 
giore, che  nell'  islesso  anno  a'i8  dicem- 
bre divenne  Papa  Innocenzo  l'I.  Que- 
sti nel  i353  elesse  vescovo  il  cardinal 
Pietro  IV  Bertrand  francese  de'  signori 
di  Colombier,  che  inviò  neh  355  in  Ro- 
ma a  coronare  1'  imperatore  Carlo  IV, 
la  f|ual  funzione  si  fece  a'  5  aprile  festa 
di  Pasqua.  In  questa  occasione  egli  si 
Irasfeili  in  Velletri  persoli  i  giorni  agli  i  i 
api  ile  per  consolare  ilsuo  greggecoHasua 
presenza.  Tornalo  in  Avignone  vi  mori 
ili  peste  neli36t.  In  questo  gli  successe 
Aiiloino  o  Andoino  ò.' Albert  francese,  ni- 
pote d'Innocenzo  VI,  e  dopo  aver  cousa- 
grato  Urbano  V  morì  nel  i363  in  Avi- 
gnone, senza  mai  aver  veduto  la  sua  chie- 
sa e  le  sue  pecorelle,  alle  di  lui  cure  com- 
messe. Gli  successe  nell'  islesso  anno  il 
cardinal  Elia  di  s.  Eredio  o  Yrieixo  Y- 
rier  francese,  benedettino  o  come  altri 
pretendono  poi  minorità,  e  finì  di  vivere 
inAvignone  nel  i  36y, egualmente  sempre 
assente  dal  suo  vescovato.  In  questo  di- 
ventò vescovo  il  cardinal  Fr.  Guglielmo  I 
Sondre  francese  domenicano,  morto  in 
Avignone  nel  i373,e  al  dire  del  Piazza, 
avendo  anch' egli  lasciato  in  mano  de' 
mercenari  la  sua  gregge  e  senza  averla 
neppur  veduta. Nello  stesso  anno  Gregorio 
XI  confeiì  la  chiesa  d'Ostia  e  Velletri  al 
cardinal  Pietro  V  di  Stagno  o  d'Estain, 
il  quale  già  legalo  d'Italia,  seguì  il  Papa 
nel  ristabilire  in  Roma  la  residenza  ponti- 
ficia nel  gennaio  iSyy  (essendo  appro- 
dato ad  Ostia  il  Papa  colla  curia  e  cor- 
te ),  e  in  quell'anno  ivi  terminò  i  suoi 
giorni,  colla  gloria  d'aver  contribuito  an- 
ch' egli  a  tale  riprislìnamento,  e  princi- 
palmente s.  Caterina  da  Siena,  come  la 
celebro  nell'articolo  Ve5aissiso.  Nel  i  SyS 
successe  nel  pontificalo  Libano  VI  ,  nel 
VOL.  \c. 


V  EL  8i 

cui  conclave,  come  osserva  Cecconi,  StO' 
ria  di  Palesi  ri  na,  p.  a83,  era  decano  del 
sagro  collegio  il  cardinal  Giovanni  Cross 
o  Gross  penitenziere  maggiore  e  vescovo 
di  Palestrina.  Perl'elezioned'Urbano  VI 
fece  un  nobile  elogio  a  suo  onore  e  poi  gli 
si  ribellò.  Indi  Urbano  VI  nominò  vesco- 
vo d'Ostia  e  Velletri  il  cardinal  Bertran- 
do II  Lrt/g^r  francese,  ma  ingratamente 
l'abbandonò  per  eleggere  l'antipapa  Cle- 
mente VII,  eseguito  questi  in  Avignone 
vi  terminò  la  vita  nello  scisma  neli3Q3, 
senza  aver  mai  visitalo  la  sua  sede,  come 
nota  il  Piazza.  Urbano  VI  per  provvede- 
re alla  chiesa  d'Ostia  e  Velletri  nel  tem- 
po che  il  suo  vescovo  infelicemenlesegui- 
va  il  grande  scisma  d'occidente,  vi  man- 
dò Giovanni  Paolino  canonico  Vatica- 
no, come  vicario  apostolico,  e  di  lui  esi- 
ste nell'archivio  capitolare  una  senteuz;i 
de'i6  febbraio!  383.  Ma  morto  Bertran- 
do II,  l'antipapa  Clemente  V^ll  audace- 
mente promosse  l'anlicardinale  fi'.  Gio- 
vanni di  Neocastro  o  Novacastro  dome- 
nicano francese,  già  maestro  del  s. palaz- 
zo,suo  cugino  e  parente,  di  cui  parlai  an- 
che nel  voi.  Ili,  p.  2r4.  Morto  1' antipa- 
pa, a'  28  settembre  i  3g4  gli  successe  il 
pseudo  Pontefice  Benedetto  XIII,  il  qua- 
le a'3  ottobre  fu  ordinato  sacerdote  dal- 
l'anlicardinale  Guido  falso  vescovo  di 
Frascati  (come  vuole  Novaes,*ma  non  re- 
gistrandolo rUghelli,  sarà  forse  il  da  lui 
riferito  Ira'vescovi  Prenestini  Guido  Ma- 
lesec  o  Malosicco  nipote  di  Gregorio  XI 
e  da  lui  creato  cardinale  nel  i375,  indi 
seguendoli  parlilo  dell'antipapa  Clemen- 
te nel  iSyS  fatto  vescovo  di  Palestrina, 
secondo  Cecconi  e  Pelrini.  Questi  aggiun- 
gono, che  trovandosi  nel  sinodo  di  Pisa 
del  1409  decano  del  sagro  collegio  de' 
parliti  di  Gregorio  XII  e  antipapa  Bene- 
detto XIII,  si  affaticò  per  la  cessazione 
dello  scisma;  onde  deposti  ambedue  i  no- 
minati, dichiaratasi  sede  vacante,  restò  e- 
letto  Alessandro  V,  il  quale  per  togliere 
la  mostruosità  di  trovarsi  provviste  le 
chiese  di  due  prelati, a  tenore  dello  sta- 
6 


«2  V  E  L 

luilo  iielln  sessi.oue  xxi  o  xxii,  nel  cou- 
cìsloro  (Iti'aG  giugno  o  più  laidi,  lrasf(?iì 
il  cardinal  Gactaiii  tlalla  sccIlmIì  Palesili- 
no,  (li  cni  era  l<'giriimo  pasloie,  a  quella 
ili  l'orlo;  acciò  Guido  leslassc  canonica- 
lnenlealla  l'ieiieslioa, e  fregialo  allora  le- 
gillittiatneiile  di  lai  chiesa,  inlervenne  al- 
l'elezione diGiovanni  XXI II, morendo  nel 
i4i  I.  A  Uri  in  lale  elezione  dicono  deca- 
no del  sagro  collegio  il  cardinal  Arn»el  o 
Ijiognier,  peiciiè  abbandonalo  lo  scisma, 
erngli  successo  nel  decanato  degli  antìcai- 
clinali  Guido),  e  l'i  i  consagralo  vescovo 
dal  Neocastro,  il  quale  mori  nello  scisma 
in  Avignone  a'4  ollobrei  SgH.  Già  il  Pa- 
pa Bonifacio  IX  udila  la  u)orte  diBei  Iran- 
do  11,  nello  slesso  i  3g2  promosse  a  que- 
sto vescovato  il  cardinal  Fdippo  iV Alea- 
con  della  regia  stirpe  de  Valois,  arcipre- 
te Valicano:  era  slato  vescovo  di  Sabina, 
dalla  quale  chiesa  l'avea  deposto  Urbano 
VII,  sia  per  sospetti  per  la  parenlela  che 
avea  col  redi  Francia  seguace  e  fautore 
dello  scisma,  e  sia  per  la  sua  oondoUa  te- 
luila  iu  Udine  (^/.^  quando  ebbe  in  com- 
menda il  palriarcalo  d'  Aquileia  :  morì 
in  Roma  con  fama  di  santità  e  miracoli 
nel  1 3q7.  In  questo  gli  successe  il  cardinal 
Augeìo  Acciiij'oli  fiorentino,  arciprete  Va- 
licano e  vice-cancelliere,  merlo  in  Pisa  nel 
1 407. Continuando  lo  scisma  sostenuto  da 
])enedelloXlll,osòdopo  la  morte  di  Neo- 
caslrodi  conferire  nel  i4oo  il  vescovato 
d'  Ostia  e  Velletri  all'  anticardinale  Gio- 
vanni Repucavardi  o  Rupecaurda  france- 
se, morto  circa  il  i4o2,  come  dissi  par- 
lando di  lui  nel  voi.  ili.  p.  -ìaojquindi  gli 
sustilui  l'anticardinale  Pietro  Corsini Cio- 
renlino,  già  cardinale  d'Urbano  V,  che 
inoi\  in  Avignone  a' 16  agosto  i4o5.  O- 
slinalo  l'antipapa  nelle  sue  pretensioni, gli 
die  a  successore  l'anlicardinale  fr. Leonar- 
do de  Rossi  dello  Gidbne  salernitano  mi- 
norila e  generale  del  suo  ordine,  morto 
nel  1 407.  Quanto  a  questa  data  conviene 
leggere  la  biografia  che  ricavai  dal  Ciac- 
conio  e  riportai  nel  voi.  Ili,  p.  212  ,  ove 
io  dissi  dotto,  che  Uibaoc  Vi  lo  voleva 


V  E  L 

creare  cardinale  nel  1378,6  non  1373 
iiienda  di  stampa  ;  ma  disgnslalosi  deila 
ju'rtinacia  di  Denedetto  XIII  l'abbando- 
nò e  inon  in  Avignone  neli4o').  Inoltre 
l'antipapa  nel  14^7  pretese  ci e<ue  vesco- 
vo d'Ostia  e  Velletri  l'anlicaiilmale  Gio- 
vanni VII  Ai'fnct  o  Brognicr  ii,i\\o'i:\v(\o, 
il  quale  abbandonalo  lo  scisma,  nel  1409 
fu  riconosciuto  per  cardinale  vescovo  nel 
Sinodo  {f' .)  di  Pisa  e  da  Alessandro  V, 
e  non  airalto  prima,  ed  alliua  fu  pure  le- 
gittimalo nel  vescovato.  Alessandro  V  era 
stalo  eletto  in  detto  sinodo  nel  1409,  con- 
tro Gregorio  XII  legittimo  Papa  e  conilo 
il  falso  Bcnedello  XII I,  da'loro  cardinali 
e  anlicardinali,  i  quali  ultimi  essendo  dal 
sinodo  riconosciuti  per  veri,  nederivòche 
òwt  medesimi  avevano  uno  slesso  A  e,yro- 
vaio  suhiirhicario,  o  un  medesimo  Titolo 
o  Diaconia j  laonde  per  togliere  tale  mo- 
struosità permise  Alessandro  V  le  Ozio- 
ni  y  ossia  il  passaggio  da  un  vescovato  al- 
l'altro, o  da  un  titolo  o  diaconia  all'  altra 
in  que'che  aveano  altro  cardinale  co' me» 
desimi  vescovati  ,  titoli  e  diaconie.  Vera- 
mente tutti  i  detti  cardinali  erano  scomu- 
nicati da  Gregorio  XII  e  deposti  ,  cioè  i 
suoi  cardinali  come  ribelli,  quelli  dell'an- 
tipapa come  scismatici.  Egli  è  per  questo 
che  alcuno  chiamò  Conciliaholo  il  famo- 
so sinodo  di  Pisa  (T^.).  Osserva  il  citalo 
Cecconi  vescovo  di  Monlalto  nella  Storia 
di Palcstrina,  a  p.  287  e  292.  Che  fra  le 
pessime  conseguenze  del  lungo  scisma, una 
era  quella  che  due  cardinali  avessero  un 
medesimo  vescovalo,litoloo  diaconia.  I*er 
rimuovere  tal  disordine,  nella  sessione xx 
sì  determinò  di  formare  de'due  collegi 
cardinalizi  uno  solo,  mediante  T  ozione 
d' uno  de' due  cardinali  di  dette  catego- 
rie, contro  la  consuetudine  coslanleinen- 
le  ritenuta  nella  Chiesa  romana  (tranne 
poche  eccezioni),  per  cui  tulli  zelavano  in 
vantaggiare  le  loro  chiese,  essendo  a  vita. 
Perciò  col  Panviniode|)lora  le  conseguen- 
ze [uegiudizievoli  dell'ozioni,  perle  quali 
le  chiese  con  nocevoli  discapili  di  frequen- 
te hanno  un  altro  cardinale,  che  appena 


VE  L 

islallalo  nella  sua  chiesa,  mentre  comin- 
ciava ad  adezionarvisi  e  conoscerne  i  bi- 
sogni, per  le  ozioni  deve  abbandonarla. 
Coirintrodursi  la  consuetudine  d'oliare 
da  una  chiesa  suburbicaria  all'  altra,  ne 
derivò,  che  morendo  il  decano  tutti  i  car- 
dinali oliavano  da  un  vescovato  all'  altro; 
e  le  Promozioni (P'.)  solile  a  farsi  ne'gior- 
ni  destinali  alle  Onh nazioni  [F.),  e  spe- 
cialmenle  nelle  Quattro  Tempora  [f'.), 
nelle  quali  il  mercoledì  o  venerdì  erano 
i  Cardinali  (F.)  creal'ìy  il  sabato  si  pub- 
l)licavano  ed  ordinavano  negli  ordini  mag- 
t;iorì,  e  la  domenica  si  consagravano  ve- 
scovi, vennero  poi  a  celebrarsi  in  qualun- 
que tempo.  Nolo  ancora  il  Ceccoui ,  che 
quindi  il  cardinal  Ugone  di  Lusignano  ve- 
scovo di  l'alestrina  ,  pel  t.°  oliò  ad  una 
chiesa  senza  bisogno,  cioè  alla  Tusculana. 
Delle  ozioni  ne  riparlai  ne' voi.  LX,p.  1 98, 
LXXV,  p.  224.  Neh 4 IO  permorted'A- 
lessandro  VelettoGiovanni  XXIIF,  ilcar- 
dinal  Armet  l'ordinò  sacerdote  e  consagrò 
vescovo.  Indi  nel  concilio  di  Costanza  da 
lui  presieduto,  poco  mancò  che  il  cardi- 
nale non  fosse  eletto  Papa  nel  1  417;  Mar- 
tino V  che  lo  fu,  venne  da  lui  ordinato 
suddiacono,  diacono  j  sacerdote  e  consa- 
grato vescovo,  figurando  qual  decano  del 
sagro  collegio  de'cardinali  presenti  al  con- 
cilio delle  3  Ubbidienze  di  Gregorio  XII 
Corraro  eroicamente  rinunziante  a  mez- 
zo del  procuratore,  di  Giovanni  XXIII 
Coscia  deposto,  di  Benedetto  XlIIòe  Lu- 
na scomunicalo  ;  benché  in  premio  della 
virtù  di  Corraro,  fra  le  distinzioni  accor- 
dategli fu  dichiaralo  cardinal  vescovo  di 
Porto  e  decano  del  sagro  collegio.  Rac- 
conta Banco,  che  lo  scisma  dalla  1.' sede 
passò  nelle  sedi  inferiori;  ma  però  questa 
chiesa  d'Ostia  e  Vellelri  non  risenlìi  al- 
cun incomodo,  perchè  gli  anlicardinali 
ssismalici  che  in  Francia  si  arrogavano  il 
titolo  di  vescovi  d'Ostia  e  Vellelri  rilene- 
vano  il  solo  nome,  egiammai  giunsero  ad 
occupare  la  cattedra  e  ad  amministrar- 
la. Nondimeno  nel  1409,  e  non  nel  1407 
com'egli  dice,  riconoscendo  Alessandro  V 


V  E  L  8i 

il  cardinal  Brognier,  in  questa  chiesa  si  e- 
stinse  Io  scisma  degl'intrusi  nominalmen- 
te. Morto  il  cardinal  Corraro,  il  Coscia 
geltalosi  a'piedi  di  Martino  V  nel(4i9j 
fu  da  lui  dichiaralo  cardinal  vescovo  di 
Frascati  e  decano  del  sagro  collegio,  ma 
visse  6  mesi.  II  cardinal  Giovanni  VII  Ar- 
met o  Brognier  morì  in  Avignone  (ove 
avea  fondalo  il  collegio  de'Savoiardi,  co- 
me pia-  dirò  a  Veìvaissino)  a'i6  febbraio 
I  4^6.  Secondo  il  Cecconi,  Storia  di  Pa- 
lestri/ia,  p.  292,  divenne  decano  del  sa- 
gro collegio  il  cardinal  Angelo  di  Anna 
Sommaiiva  camaldolese,  vescovo  di  Pa- 
lestrina,  notando  che  in  quel  tempo  non 
era  stata  fissala  nella  chiesa  Ostiense  si- 
mile preminenza,  e  morì  nel  14^8  o 
nel  1429  e  decano  del  sagro  collegio, 
secondo  Cardelh.  Intanto  lo  scisma  non 
fu  del  tutto  estinto,  poiché  morendo 
il  falso  Benedetto  XIII,  fece  giurare  a* 
suoi  anticardinali  Bonafede,  e  Giulia- 
no de  Lobo  o  Dobla  o  Lobera  spagnuo- 

10,  che  da  chierico  di  camera  avea  fatto 

nel  1409  o  t4'24  ^''*"^'""'^'"^'6  ^  poi  ve- 
scovo d'Ostia  e  Vellelri,  di  dargli  un  suc- 
cessore. Essi  a' IO  giugno  1420  elessero 
l'antipapa  Clemente  Vili,  consagralo  da 
Giuliano.  Fmalmenle,  a'26  luglio  14^9 
l'antipapa  rinunziò  la  pseudo  dignità,  e 
così  fecero  i  suoi  anlicardinali,  e  Giulia- 
no a'  1 6  agosto  nel  palazzo  del  maestro  dì 
Montesa  presso  Paniscola.  Di  lui  tratta 
Ciacconio,  Vìlae  Ponti ficuni  et  Cardina- 
Unni,  t.  2,  p.  744-  '0  oe  parlai   ne'  voi. 

11,  p.  211,  III,  p.  23o,  237,  238  e  al- 
trove. Per  la  detta  morte  del  cardinal 
Armet  o  Brognier  rimase  lungo  tempo 
vacante  la  cattedra  Ostiense  e  Veliterna 
sino  al  i43i.  In  questo  Eugenio  IV  le 
die  per  pastore  il  cugino  Antonio  I  Cor- 
raro  veneziano,  nipote  di  Gregorio  XII, 
trasferendolo  dal  vescovato  di  Porto  e  s. 
PiulTìna,  inconseguenza  dell'inlrodotleo- 
zioni  da  Alessandro  V:  fu  camerlengo  di 
s.  Chiesa,  arciprete  Valicano,  ammini- 
stratore del  vescovato  di  Cervia  dal  r43> 
al  1 44®,  e  morì  decano  del  s.  collegio  a'  r  9 


84  V  E  L 

j-etinaio  1 44 ^-  ^^'  '  7  "'«oo'^  S''  successe  il 
corcìiiial  Giovanni  VJII  Ccn'anlfs  s[m- 
gnuolo,  che  cessò  ili  vivere  a'  2  5  marzo 
1453  :  iliiiioraiulo  nella  Spagna,  qua!  ve- 
scovotliSiviglia,quancloNicoiò  V  nel  i4  )2 
coronò  iuiperalore  Federico  lll,qiiesli  in 
\er,e  fu  unto  coll'olioesorcizzalotlal  cardi- 
nal Concltilmero  vescovo  di  Porlo  e  s.  Pmf- 
fìna. Noterò, che  insorto  l'antipapa  Felice 
y  di  Savoia  {^'),  rinunziando  poi  l'un- 
liponlificalouel  i449)  Nicolò  Vl'avea  di- 
chiarato decano  del  sagio  collegio  e  ve- 
ficovo  di  Sabina,  morendo  nel  i45><  In- 
di a'28  aprile  1453  occu[)ò  la  sede  d'O- 
stia e  Velletri  il  cardinal  Giorgio  Fic- 
schì  genovese,  morto  l'i  i  ottobre i  46'- 
Avverte  il  Borgia  a  p.  Sj  i  òtW'Isloria  dì 
]  ellelri,  ch'egli  non  fu  decano  del  sagro 
collegio,  come  prelesero  alcuni  scrittori, 
i)oa  essendo  ancora  a  quel  leD)po  annes- 
sa stabilmente  tal  dignità  alla  chiesa  di 
Ostia  e  Velletri,  ma  bensì  al  più  anzia- 
no de'vescovi  cardinali,  né  il  tempo  di  sua 
|)romozione  gli  concedeva  tale  prerogati- 
va, come  osserva  il  Lucenti,  il  quale  ec- 
co quanto  scrive  ncW Italia  sacra,  l.  i , 
^.•jd.TìiCiacconiiun  opere  scribiliir  obiis- 
se  (il  Fieschi)  Decanum  Sacri  Colle.gii. 
Secl  si  gradus  liic  desurnatur  ex  prae- 
mineiilia  Ostiensi  sedis  noiiduin  liac 
splendehatpraerogativaj  siex  persona, 
(juae  prìor  devenisse t  ad  Purpuram  in- 
ter  Episcopos  liic  sane  erat  Isidorus 
Thessalonicensis  Sahincnsiian  Episco- 
pus.  Per  ca  etiam  tempora  Martinns 
Crumeriis,  Latinum  cardinalem  IJrsi- 
nian,  Ostiensem,  prò  Sabinensenì,vitio- 
se  nominai.  Nel  detto  i46i  occupò  la 
cattedra  della  chiesa  d'Ostia  e  Velletri  il 
celebre  e  benemerito  cardinale  Gugliel- 
mo à'  Estouteville  francese  cluniaceuse, 
del  quale  già  nel  paragrafo  Cori  narrai 
le  munificenze,  ove  stabilì  nel  conven- 
to da  lui  liibbricato  un'  abitazione  per 
suo  uso  e  de'vescovi  successori,  e  poscia 
lo  dissi  edificatore  a  sue  spese  del  palaz- 
zo vescovile  di  Velletri.  In  Ostia  pure  fe- 
ce sperìtueiilare  la  sua  grandezza  d'aui- 


V  E  L 
mo.  Ne  restaurò  la  cillà,  che  trovò  da 
mollo  tempo  abbattuta;  fi'ce  farcii  dise- 
gno della  cattedrale  di  s.  Aurea,  e  forse 
die  principio  alla  costiiizionc  della  torre 
attuale,  la  quale  fu  innalzala  e  forlifJca- 
la  dal  successore.  Fu  il  i .°  vescovo  ch'eb- 
be dalla  s.  Sede  anche  l'aulorilà  tempora- 
le sui  diocesani,  la  (piale  in  principio  non 
importava  propritn»  etile  che  prolezione 
e  conservazione  de'  privilegi.  Come  ri- 
cevè in  Ostia  Pio  II,  lo  narrai  nel  voi.  LtV, 
p.  2 1 3  e  2  1 4)  e  meglio  verso  il  fine  di  que- 
st'articolo riprodurrò.  11  quale  Papa  ne' 
suoi Co/?/wic/jf^2ridescrisseO stia  quale  era 
a'suoi  tempi.  Le  rovine  che  ora  occupa- 
no mollo  spazio  indicano  che  Ostia  fu  un 
tempo  grande  e  magnifica.  Aff'ezionalis- 
simo  alla  sua  chiesa,  donò  alla  cattedra- 
le molte  preziose  suppelletlili,  e  neh  475 
concesse  a'canonici  lacappellania  di  s.  Ge- 
raldo, come  si  ha  da' suoi  diplomi  dati 
dal  palazzo  di  s.  Apollinare  di  Pioma  ove 
abitava,  onde  in  Velletri  esiste  perpetua 
meuìoria  di  lui.  Consagrò  nel  i47'  ve- 
scovo Sisto  IV,  sebbene  ancora  non  di- 
venuto decano  del  sagro  collegio  ,  bensì 
fiegiatodi  tale  dignità  morì  a'22  febbtaio 
1 483,  colla  fama  d'  essere  stato  uno  de* 
principali  restauratori  delle  lettere  e  del- 
le scienze.  In  detto  anno  Sisto  IV  vi  tra- 
sferì da  Frascati  il  nipote  celebratissimo 
cardinal  Giuliano  della  Rovere  d'  Albizo- 
la,  che  nel  1481  avea  consagralo  vesco- 
vo di  Sabina,  penitenziere  maggiore.  In 
Ostia  fece  fabbricare  l'odierna  cattedra- 
le, sul  modello  di  Piiitelli  fallo  fare  dal 
predecessore,  la  torre  o  rocca  odierna  fa- 
mosa, e  le  fortificazioni  che  coronano  O- 
stia,  coll'opera  del  celebre  Satigallo  ,  che 
perciò  dimorò  due  anni  in  Ostia,  insieme 
alla  torre  di  Dovacciano  di  difesa  sul  Teve- 
re. Nel  voi.  LIV,  p.  2  i4, 'ipsula'  come 
ricevè  in  Ostia  lo  zio  Sisto  IV.  Si  recò 
più  volte  a  visitare  Velletri  e  il  suo  greg- 
ge, vi  ricevè  con  benemerenze  de'cittaili- 
ni,  come  descrissi,  Carlo  Vili  re  diFrau- 
cia  nel  palazzo  vescovile,  e  fece  allrellan- 
to  iu  Ostia,  in  Velletri  a  sue  spese  ftibbri* 


1 


V  E  L  V  E  L  85 

co  la  sni^reslin  della  cattedrale,  che  ar-  leslo  cardiiuìlalo,  e  con  snli  5  mesi  di  go- 
rictlii  di  (Ioni  e  di  sogli  [>aran)enti,  Iti"  verno  vescovile,  a' t  7  maggio  1  52/4.  deca- 
collizzò  i  canonici  a  testare,  ed  ili."  no-  no  del  sagro  collegio.  A'  18  oiaggio  ne 
ven>l)rei5o3  tlivenne  il  gran  Giulio  11.  occnpò  la  cattedra  ,  lasciando  qnella  di 
Questi  dal  vescovato  snbuibicario  di  Sa-  l'orlo,  il  cardinal  Nicolò  111  Fieschi  ge- 
i^ma  tosto  vi  trnslatò  il  celebre  cardinal  novese,  per  un  sol  mese,  poiché  mori  de- 
Oliviero Cnraffii  napoletano,  morto  de-  cano  del  sagro  collegio  a'  1  4.  giugno.  Nel 
canodelsagrocollegioa'aogennaioi  5i  i.  dì  seguentegli  successe  il  celeberrimocar- 
Giiilio  II  dalla  sede  di  Porlo  e  s.  Uulllna  dinal  Alessandro  I  Farnese  *X\  famiglia 
nell(j  slesso  anno  vi  trasferì  il  cngino  cele-  romana  o  nato  a  Canino,  già  e  con  raro 
bie  cardinal  Rartìiele  lìiario  di  Savona,  e«empio  vescovo  suburbicario  di  Frasca- 
tiopo  essere  stalo  vescovo  di  Sabina,  vi-  ti,  Sabina,  Falestrìna  e  l'orto  (non  d'Al- 
re-cancelliere  e  camerlengo  (per  le  pri-  bano  ,  come  pare  quasi  che  si  dica  nel 
marie  caiiclie  che  vado  accennando,  per  voi.  XII,  p.  34)-  Nel  tempo  del  suo  ve- 
l't-poche  e  loro  dinata  ponno  vedersi  gli  scovalo  frecpienleruenle  portavasi  in  Vel- 
ari icoli  delle  medesime).  Secondo  il  Car-  lei  ri,  non  tralasciando  cosa  alcuna  sì  nel- 
dcila  e  il  NovaeSjda'fondamenti  rifabbricò  lo  spirituale  che  nel  temporale,  che  gio- 
l-.i  cattedrale  di  Porlo,  equeìla  di  Velleiri,  var  potesse  al  suo  gregge  ,  colla  vigilan- 
l'anlica  essendo  in  deplorabile  slato.  Do-  za,  colla  sua  protezione  e  con  larghe  be- 
po  varia  forluna,  morì  a' G  luglio  iSar  neficenze  ,  fino  a  visitar  gì'  infermi  che 
ilecano  del  sagro  collegio  d'anni  6  i  e  44  soccorreva  colle  sue  mani,  e  aiibellì  l'a- 
di cardinalato  (nel  voi.  IX,  p.  292  e  298,  pi-^copio  e  la  calledrale.  Passati  piìi  di  io 
lormai  due  elenchi,  de'cartlinali  eletti  in  anni  dacché  era  vescovo  d'0->lia  e  Vel- 
giovanile  età,  e  de'cardinali  che  goderò-  lelri  e  decano  del  sagro  collegio,  a'i  3  ot- 
no  meno  di  3  mesi  la  sublime  dignilàje  tobre  i534  fu  sublimato  al  liiregno  col 
nel  voi.  XV,  p.  2qi  ,  ftci  un  elenco  de'  nome  di  Paolo  III.  Per  qualche  tecupo 
cardinali  che  vissero  assai  e  intervennero  volle  ritenere  1' amministrazione  dell.i 
a  multi  conclavi).  Nel  medesimo  anno  chiesa  d'Ostia  e  Velletri, (incile  a'26  feb- 
Leone  X  did  vescovato  di  Sabina  pron)os-  braioi535  vi  trasferì  da  Porlo  il  carili- 
se  a  (ptesto  ,  e  lo  era  stato  pure  di  Pale-  nai  Girolamo  Piccoloinini  sanese,  afhne 
sirina,  il  cai  dinal  Bernardino  Car^'aj'al  di  Pio  II  e  nipote  di  Pio  III ,  morto  in 
spagnnolo.  Sotto  di  lui  eletto  nel  1 322  A-  patria  e  decano  del  sagro  collegio  a'  2  i 
driano  Vlmentreera  nella  Spagna{P\),  novembre  loSy  d'anni  62. 
portandosi  in  Rouia  approdò  in  Ostia  ri-  A'28  dicembre,o  novembre  come  scri- 
cevuto  magnificamente  dal  cardinale.  Do-  ve  l'Ughelli,  del  medesimo  iSSy,  da  Por- 
po  inquieto  cardinalato,  morì  decano  del  lo  fu  traslato  in  (piesta  sede  il  cardinal 
sagro  collegio  a'i6  dicembre  i523;  lui-  Giovanni  IX  Domenico  de  Cnpis  romei- 
Livia  nel  dì  seguente  disse  di  lui  Clemen-  no,  arciprete  Laleranense  e  decano  del 
teV  II  in  concistoro, essersi  spento  un  gran  sagro  collegio:  questi  fuili.°de'  vescovi 
lume  ilei  sagro  collegio,  ed  essere  manca-  ch'ebbe  il  titolo  e  l'ampia  autorità  di  go- 
to wn  uomo  per  dottrina  e  sperienza  de-  vernalore  perpetuo  di  Velletri  ,  Ostia  e 
t;li  aUari  veramente  insigne.  Nello  slesso  diocesi, colla  giurisdizionedel  merce  mi- 
loncisloro  il  Papa  die  per  pastore  a  que-  sto  impero,  per  bolla  del  i '748  di  Paolo 
^la  chiesa  il  cardinal  Francesco  I  óWen-  IH.  Il  Piazza  dice  che  accrebbe  alla  cat- 
///  fiorentino,  trasferendolo  da  quella  di  ledrale  l'organo,  la  donò  di  molli  para- 
j'orlo,  e  siccome  l'Ughelli  dice  a'  14  di-  menti  e  v'istituì  il  sodalizio  del  ss.  Sa- 
Kinbre,  converrebbe  abbreviar  la  vita  gramenlo.  A' 10  dicembre  i553  passalo 
ùi  3  giorni  al  precedente.  Morì  dopo  mo*  agli  elerni  riposi  il  cardinale,  Giulio  HI 


86  V  E  L 

nel  dì  seguente  vi  tiaslalbda  Porto  il  \'n'- 
luoso  cardinal  Giovanni  X  Pietro   Ca- 
ra/pi napoletano,  il  quale  confondatore 
Oc  Teatini  (/^.)i  con  non  comune  esein- 
j)ioavea  governato  anclieì  vescovati  sub- 
iirbicari  di  Albano,  Sabina  e  Frascati,  de- 
cano del  sagro  collegio  (cioè, come  avver- 
te Piazza,  il  piti  anziano  de'cardinali  pre- 
senti in  Roma),di  cui  era  particolare  orna- 
mento, per  l'integrità  e  santità  della  vita, 
per  la  religione  e  la  dottrina  esen» piare. 
Trovandosi  in  età  di  79  anni  restò  elet- 
to Papa  a'aS  maggio  1 555  col  nome  di 
Paolo  Jr\  e  poi  morì  d' anni  83  e  giorni 
5o  ,  dopo  glorioso  e  travaglioso  ponliQ- 
calo.  Paolo  IV  a'ag  maggio  i555  pose 
in  suo  luogo  in  questa  cattedra  il  cardi- 
nal Giovanni  XI  de  Btllay  francese,  già 
di  Porto  e  prima  di  Frascati,  che  bene- 
dì  il  detto  Papa,  e  non   cousagrò  come 
scrive    Piazza,  essendo  già  vescovo  con- 
«agralo  fin  dal  setteuìbre  i5o6,  e  Pao- 
lo 111  nel  153^  gli  avea  imposto  il  pallio 
quale  arcivescovo  di  Chieti,  come  m'  i- 
fctruisce  la  Storia  di  Paolo  IT\  di  Carlo 
Bromato  da  Erano,  cioè  il  p.  d.  Bartolo- 
meo Carrara  teatino  bergamasco,  che  sot- 
to il  detto  nome  anagrammatico,  che  io 
jjreco  significa:  un  cibo  tolto  da  una  inen- 
aa  imbandita  a  spese  di  molti  (cb'è  qua n  • 
lodireunacompiIazione,coscienziosa  però 
per  averne,  come  si  dovrebbe,  giustissima- 
mente e  con  diligenza  citalo  le  derivazio- 
ni), nascose  modeslameule  il  proprio.  Il 
cardinal  Bellay,minislrodelredi  Francia 
in  Pvoma,  e  non  mai  ambasciatore  come 
lo  qualìfica  il  Piazza,  non  potendo  esserlo 
nemmeno  d*  Ubbidienza  {T\)  presso  la  Se- 
de apostolica,  morì  in  seguito  a' 16  feb- 
braio I  56o.  Dal  vescovato  di  Sabina  a' 
19  marzo  preconizzato  da  Pio  iV  passò 
in  questo  ilcaidiualFrancescoll  di  Tour- 
non  de'conti  di  Piossiglione  e  afline  del  re 
di  Francia,  decanodel  sagro  collegio.  Non 
lo  fu  di  Porlo  come  avverte  il  Lucenti,  cor- 
reggendo rUgbellijil  (juale  fuseguilodal- 
lo  Sperandio  nella  Sabina  sagraj  e  per- 
ciò non  lo  registrai  a  Porto.  Egli  fu  seuj- 


VE  L 

pte  assente  da  questa  sua  sede,  chiamalo 
in  Francia  per  combattere  la  nascente  e- 
rcsia,  di  cui  fu  anitnoso  impugnatore  ;  il 
perchè  raccomandò  la  cura  di  (|uesla  chie- 
s,i  alcardinalGio.  A ntonioiSe/'ieZ/o«t  mi- 
lanese, nipote  del  regnante  Pio  IV,  poi 
»uccessivau)ente  vescovo  di  Sabina,  Pale- 
strina,  Frascati,  Porlo  e  di  questa  sede,' 
come  poi  dirò.  Cessalo  di  vivere  in  Fran- 
cia il  cardinal  Tournon  a'  1 1  aprile  i  562, 
a' 18  maggio  gli  successe  il  decano  del  sa- 
grocollegio cardinal  Ridolfo  Pio  de'prin- 
cipi  di  Carpi  vescovo  di  Porto,  che  pro- 
teggendo il  frate  conventuale  Peretti,  pie- 
parò  la  sua  futura  grandezza  nel  diveni- 
re Sisto  V  ,•  indi  morì  nel  i564.  1»  que- 
sto e  dallo  stesso  Portovi  fu  traslato  il  de- 
cano cardinal  Fraucesco  111  Pisani  vene- 
ziano, che  da  1.°  diacono  avea  coronato 
Marcello  11  e  Paolo  IV.  Pel  i."  ottenne 
da  s.  Pio  V  la  facoltà  di  tenere  in  Velie- 
tri  un  vescovo  in  partibus  per  suffraga- 
neo,  che  supplisse  per  la  continua  asse»- 
zade'propri  vescovi  alle  funzioni  de'pon- 
tificali,  onde  neh 568  peli.°  vescovo  suf- 
fraganeo  fu  uomiuato  fr,  Lorenzo  Ber- 
nardini di  Lucca  domenicano  vescovo  di 
Corone,  e  non  Cotrone  come  vuole  il 
Piazza.  Osserva  questi  ch'egli  tardi  per- 
venne al  decanato  e  dopo  altri  meno  an- 
ziani di  lui,  per  l'assenza  da  Roma  qual 
vescovo  di  Padova.  Dirò  io:  a  molti  de- 
cani agevolano  questa  dignità  que'  car- 
diuali  preti  che  non  amano  d'  essere  ve- 
scovi subui  bicari,  benché  residenti  in  Ro- 
ma. 11  cardinale  Pisani  dopo  essere  inter- 
venuto a  8  Conclavi,  morì  d'afflizione 
per  la  morte  del  nipote  cardinal  Luigi, 
d'  anni  76  e  53  di  glorioso  cardinalato 
nel  iSyo.  lo  questo  a'4  luglio  da  Porto 
vi  fu  trasferito  il  decano  celebre  cardinal 
Giovanni  XII  Moroni  milanese,  il  qua- 
le con  assai  raro  eseaqjio  era  stalo  ve- 
scovo anche  delle  altre  4  s«^di  suburbica- 
rie  di  Frascati,  Palcslrina,  Sabina  e  Al- 
bano, e  così  lo  fu  di  tutte.  Fu  tanta  la 
vigilanza  pastorale  e  l'impegno  governa- 
tivo di  quest'amplissimo  porporato,  che 


V  E  L 

spessissimo  portavasi  in  Vellelri  per  prov- 
vedere collii  sua  pieseiiza  all'avauzainen- 
lo  della  relit;ioiie,  e  al  bene  spirituale  e 
leinpoiale  del  popolo  a  lui  commesso. 
Fra'  decreti  del  coucilio  di  Trento  vi 
fu  quello  che  obbligava  i  vescovi  a  cele- 
brare il  Sinodo  diocesano.  Conoscendo 
ben  egli  la  negligenza  de' suoi  antecesso- 
ri, che  da  piìi  secoli  l'uso  di  radunare  il 
sinodo  aveano  tralasciato,  ne  celebiò  due 
nella  cattedrale  veliteriia.  Il  i."  nel  giu- 
giioiSyS,  presieduto  per  lui  dal  suosof- 
fraganeo  mg/  Uernardini;  il  2."  nell'otto- 
bre iSyq,  presieduto  dal  cardinale  stesso. 
1  mss,  originali  d'  audjedue  sono  nell'ar- 
chivio capitolare:  nell'ultiuio  in  3  pagi- 
ne mirasi  la  sottoscrizione  e  il  sigillo  del 
cardinale.  Se  ne  trova  memoria  nelle  co- 
sliluzioni  sinodali  del  vescovo  cardinal 
Bourbon  del  iMonle  del  1624.  Secondo  il 
Jacobilli,  scrittore  della  vita  del  cardinal 
Rloroni,  si  crede  con  fondamento,  ch'e- 
gli inerendoall'osservanza  de'decreti  Ti  i- 
dentini,  dasse  principio  al  seminario  dio- 
cesano veliterno,  aj)[)ena  venne  al  gover- 
no di  questa  chiesa.  Do()0  la  morte  del 
sulfragaiieo  mg/  liernardini,  gli  successe 
fr.  Eugenio  fisavini  ago>tii)iano  vescovo 
titolare  di  Smirne.  Il  Cauco  nel  catalo- 
go de'vescovi  suifraganei  lo  registra  nel 
1572,  inavvedutamente,  perchè  nel  iSyS 
dice  che  il  |)redecessore  presiedè  il  sino- 
do di  quell'anno.  Il  cardinal  Moroni  do- 
po l'intervento  a  5  conclavi  e  35  anni  di 
cardinalato,  di  72  d'età  morì  nel i58o  as- 
sai lodalo  e  pianto.  Tosto  gli  successe  i!  ce- 
lebre cardinal  Alessandro  11  Farnese  ro- 
Diano, nipote  di  Paolo  III, e  già  vescovodi 
Porlo,  arciprete  Liberiano  (e  non  Lalera- 
Dense,  come  dissi  nel  voi.  XII,  p.  324),  e 
poi  Vaticano,  decano  del  sagro  collegio. 
Disse  di  lui  l' imperatore  Carlo  V:  Col- 
leginm  Cardino  Unni  si  ex  talibus  viris 
co.istaf,  profc.cto  Senalns  siaiilis  nics- 
guani  genliuni  reperietur.  Ed  il  sagro 
collegio  ne  vanta  un  numero  iunumera- 
bile,  con  tanto  splendore  e  gloria. Nel  1 58  5 
de>ideroso  che  fiorisse  nel  suo  clero  loslu- 


V  E  L  87 

dio  della  teologia  e  delle  sagre  lettere,  isti- 
lla fia'caiionici  velilerni  la  prebenda  teo- 
logale, a  norma  de'decreti  ilei  concilio  di 
Trento,  ed  alla  cattedrale  donò  molti  pa- 
ramenttsagri.lXel  [)recedenteanno diven- 
ne sulfraganeo  fr.  Agostino  Buzi  minore 
osservante  vescovodi  Smirne.  Il  cardina« 
le  mancato  a'vi vi  neh  589,  fu  sepolto  nel- 
la magnifica  Chiesa  del  Gesìi  (r.)t\\  llo- 
ina,  da  lui  colla  contigua  casa  professa 
fabbricata  a'  Gesuiti.  Gli  successe  il  de- 
cano cardinal  GiovanniXllI  AnlonioiVcr- 
helloni  milanese  summentovato,  già  ve- 
scovo di  Porto.  Da  questa  chiesa  pure  per 
sua  mcrte,  nel  i  59  1  fu  promosso  a  vesco- 
vo d'Ostia  e  Vellelri  il  decano  cardinal 
Alfonso  Gesf/rt/c/o  napoletano.  iN'eli5q2 
a'  2  febbraio  consagrò  vescovo  Clemente 
Vili,  e  nel  mese  di  luglio  celebrò  il  sino- 
do diocesano  io  Vellelri,  e  ristabilì  il  se- 
niiiiario  diocesano,  che  per  mancanza  di 
rendite  non  più  esisteva.  Si  vede  il  suo  ri- 
trailo dipinto  al  naturale  nella  tribuna 
della  cattedrale,  da  lui  fatta  nobilmente 
decorare  con  pitture.  Nel  i5g7  fu  fallo 
sulfraganeo  mg."^  V^iiicenzo  Quadrimani 
vescovodi  Nicea.  Morto  nel  i6o3  il  car- 
dinale, dalla  chiesa  di  Porlo  a  questa  per- 
venne il  decano  cardinal  Tolomeo  Galli 
di  Como,  già  segretario  di  stato  di  Grego- 
rio XIII.  Pel  suo  decesso  nel  1607  pari- 
menti da  Porto  vi  fu  Iraslatoildecanocar- 
diiial  Domenico  I  Pmc//i  genovese,  arci- 
prete Liberiano,  che  fini  di  vivere  nel 
161 1.  In  questo  dal  vescovato  di  Sabina 
fu  Iraslatoil  decano  cardinalFrancescoIV 
di  Giojosa  francese,  morto  di  53  anni  e 
32  di  glorioso  cardinalato,  nel  palazzo  a- 
postolico  d' A  vignone  nel  1 6 1 5.  La  sua  as- 
senza, per  dimorare  ili  Francia  dopo  il  ri- 
chiamo del  re,  uou  tolse  a  questa  chiesa 
gli  aiuti  spirituali   pel  governo  del  suo 
gregge,  mentre  volle  che  si  celebrasse  iu 
Vellelri  il  sinodo  diocesano,  dando  perciò 
le  facoltà  di  presiedervi  a  mg."^  A.ntonioSe- 
neca  vescovo  d'  Anagni,  e  fu  tenuto  nel 
161  3.  Peto  al  dire  di  Piazza,  la  sua  as- 
senza gl'impcdi  ù'ellettuare  il  suo  propo- 


,SU  V  E  L 

iiìiiiento  di  fabbricare  una  villa  neilaFag- 
giola,  per  lencleie  nnieno  a  diporlo  de' 
vescovi  quel  luogo  che  fu  altre  volte l'og- 
f>etto  delie  guerre  e  dissensioni  sauguìno- 
ke  nella  Campagna.  Nel  suo  vescovato  av- 
■venne  il  definitivo  deterioramento  d'O- 
stia, pel  narraloanchenel  vol.Ll  Vjp.2  i5. 
IVel  1616  trasferito  da  Porto,  subentrò  il 
decano  cardinal  Antonio  11  M."  Gallo  o- 
simauo,  vigilantissimo  pastore,  che  tenne 
il  sinodo  diocesano  in  Yellelri  a'  io  gen- 
naio 1618.  Decesso  nel  1 620,  gli  successe 
il  decano  cardinal  Antonio  Ili  M.'  Sauli 
genovese,  già  di  Porlo:  riguardalo  l'ora- 
colo del  senato  apostolico,  fu  a  8  conclavi 
L"  terminò  i  suoi  giorni  nel  iGaS.  In  que- 
sto vi  passò  da  Porlo  il  decano  cardinal 
Francesco  V  M."  Bourbon  del  Mantelle 
inarchesi  di  quel  feudo  della  Maica  e  na- 
to in  Venezia  ,  prefello  della  segnatura 
ili  grazia.  Pio  e  caritatevole  co'poveri,  ce 
kbrò  in  Vellelri  il  sinodo  diocesano  a'ag 
f)prilei624.  Wella  cattedrale  fece  esegui- 
re a  sue  spese  ini  organo  sontuoso,  la  cui 
Ciissa  pel  disegno  e  duratura  (sic)  merita 
e.-sere  mollo  slimala,  ed  esiste  in  buono 
stalo.  Nella  cattedrale  d'  Ostia  eresse  e 
dotò  la  cappella  di  s.  Monica  ,  ove  per 
molli  anni  era  siala  la  santa  sepolta,  pri- 
ma cliefosse  trasferito  il  corpo  nella  Chie- 
sa dì  s.  Jgosdno  a  JxOfì)a.  Urbano  VII! 
nel  1625  decretò,  che  il  vescovo  d'Ostia 
e  Vellelri  non  potesse  stare  senza  un  ve- 
scovo Sii/Jraganeo  [F.),c\n  assegnò  scudi 
5oo  dalla  mensa  vescovile.  Il  Novaes  ri- 
porta tale  decreto  all'agosto 1 628.  Morto 
il  cardinal  del  Monte  nel  1626,  in  que- 
sto da  Porlo  vi  passò  il  decano  cardinal 
Ottavio  Bandini  fiorentino,  che  favorì 
lo  studio  delle  belle  lellere  e  in  Velle- 
lri protesse  l'accademia  de'SoIlevali,  che 
ji'suoi  giorni  si  aprì  nel  convento  de'mi- 
iiori  conventuali,  morendo  nel  1629.  Nel 
settembre  gli  successe  il  decano  cardinal 
Giovanni  XIV  De// fiorentino,  nipote  di 
Clemente  Vili,  morto  dopo  pochi  mesi 
di  48  anni  ([)eichè  era  arrivato  al  deca- 
nato per  essere  sialo  crealo  cardinale  di 


V  E  L 

anni  1  7  con  penlìmenlo  dello  zio,  onde  e 
per  la  sua  ignoranza  non  senza  grandi  dif- 
ficoltà e  opposizioni,  non  che  ripugnan- 
za d'Urbano  Vili)  nel  luglio  i()3o.  Nel- 
lo stesso  e  al  solito  da  Porto  fu  promos- 
so a  (|uesta  chiesa  il  benefico  decano  car- 
dinal Domenico  li  Ginnasi j  pio  e  libe- 
rale co"*  poveri,  nella  cattedrale  eresse  la 
cappella  de'ss.  Protettori.  Colla  sua  vir- 
tuosa parsimonia  fondò  in  Roma  il  nio- 
uaslero  delle  Carmelilane  Teresiane  ,  e 
dispose  che  ne  fosse  sempre  protettore  il 
cardinal  decano  yoro  tempore.  In  Ostia 
eresse  un  ospedale  pe'  poveri  infermi  e 
pellegrini,  e  la  chiesa  di  s.  Sebastiano.  Il 
Piazza  enumera  le  sue  beneficenze  colla 
caltifdrale  di  Vellelri,  e  rileva  che  nella 
città  v'introdusse  l'arte  della  stampa  per 
pubblico  comodo.  A  suo  tempo  e  nel  i63i 
diventò  sulFiaganeo  tng.'  Giuliano  Vi- 
viaui  vescovo  di  Solona,  e  poi  nel  i63g 
dell'/<o/ain  Calabria  Ulteriore.  Termi- 
nò (li  vivere  il  cardinale  nel  i63c)  d'8(j 
anni  e  35  di  cardinalato,  e  da  Porlo  qui- 
vi venne  il  benefico  decano  cardinal  Car- 
lo I  Ematiuele  Pio  di  Savoia  ferrarese, 
beiieinerito  porporato,  anche  per  aver  in 
gran  parie  animato  il  p.  ab.  L'gìwlli  (V.) 
a  intraprendere  la  laboriosa  e  celebre  o- 
y>e\iìi\e\V Italia  sacra.  iN'eli64ofu  fatto 
suo  suffraganeo  mg."^  Camillo  Andiiani 
vescovo  d'Almira.  Nel  seguente  anno  il 
cardinale  cessò  di  vivere,  e  gli  fu  surro- 
galo il  decano  cardinal  Marcello  Lanle 
romano,  già  vescovo  di  Porto, aleni  tem- 
po e  nel  1642  divenne  suUVaganeo  mg. 
Alessandro  Sperelli  d'Asisi  vescovo  di 
Tortosa,  traslato  poscia  a  Gubbio:  in  suo 
luogo  nel  1643  fu  surrogalo  fr.  Paolo  Cie- 
ra  veneziano  agostiniano,  vescovo  di  Vie» 
sii  nel  regno  di  Napoli.  11  cardinale  spleU" 
didamente  limosiniero,  ne  avranno  sen- 
za ilubbio  sperimentalo  i  generosi  elFelti 
i  bisognosi  veliterni;  rifabbricò  1'  episco- 
pio, e  con  raro  esempio  non  permise  che 
vi  si  ponesse  lapide  o  stemma  :  morì  nel 
i652  d'  anni  91  e  46  di  porpora,  sen- 
z'aver mai  sufi'et'lo  in  sua  vita  alcuu  ini 


VE  L 

comodo  di  $alule.  Da  Poi  lo  gli  successe 
il  ileciiiio  canliiiai  Giulio  I  Roma  unla- 
iieM'  a' IO  maggio,  niii  a'  i6  selteuilue  e 
(li  (")8  anni  scese  uella  locuba,  nell'anni- 
versario dello  slesso  giorno  e  ora  in  cui 
iiac(|Me.  Egli  era  stato  benefico  vescovo  di 
llccanali  e  Loreto,  e  munificenlissimo  di 
Tivoli,  e  cautissinio  nel  parlare  con  don- 
ne. Ad  una  che  l'importunava  di  trattare 
un  negozio  grave,  niodest  ìuìente  rispose: 
»»  Se  questo  all'are  s()elta  alla  vostra  co- 
scienza, venga  il  confessore;  sed'altra  ma- 
teria, mandate  il  marito".  Indi  liasferilo 
da  Porlo,  fu  vescovo  il  decano  cardinal 
Callo  11  de  Medici  de'graiiduchi  di  To- 
scana,che  inai  si  portò  al  vescovato.  Tut- 
lavolia,  compiangendo  Vellelri  attacca- 
ta da  lieta  peste,  mandò  larghi  soccorsi 
a'poveii  in  lutto  il  tempo  del  malore.  I(U« 
piegò  la  somma  che  dissi  per  rifabbrica- 
re la  cattedrale  in  parte  rovinata,  e  il  cain- 
pande.  Fece  togliere  le  colonne  di  mar- 
mo che  sostenevano  la  nave  di  mezzo,  li- 
Icnute  insunicieuli  a  sostener  il  peso  del 
su(litto,e  vi  fece  innalzare  gli  attuali  gran 
pd.islri  di  pietra  e  mattoni.  Mori  di  yo 
aitili  e  5o  di  cardinalato  nel  1666,  e  gli 
.successe  il  decano  cardinal  Francesco  VI 
Jùirhcrini  il  giuniore  fiorentino,  nipote 
♦l'Libano  Vili,  arciprete  Lateranense  e 
poi  Vaticano,  bibliotecario  e  vice-cancel- 
liere di  s.  Chiesa,  prefetto  di  segnatura. 
IN'ella  sua  magnificenza  ornò  la  cattedra- 
U.  della  bellissima  tribuna  ricca  di  mar- 
mi ,  e  donò  alla  sagrestia  gran  copia  di 
sagri  parumenti.  L'  i  1  giugno  1673  ce- 
lebrò in  V'elletri  il  sinodo  diocesano  e  fu 
stampalo:  Synodus  l'elilrcnsis  a  Card. 
Barberini  anno  1678,  liomae.  Già  nel 
1668  era  divenuto  sulfiaganeo  fr.  Anto- 
nio Molinari  carmelitano  vescovo  di  Te- 
gaste.  Con  5Q  anni  di  cardinalato  e  82 
d'dlà,  nel  1679  morì  il  cardinale,  e  uel 
"^C8o  da  Porto  fu  traslato  il  decano  car- 
dinal Cesare  Faccliintlli  bolognese,  pro- 
ni()ote  d'Innocenzo  IX,  pro-vice-cancel- 
licre  di  s.  Chiesa,  morto  nel  i683.  Con 
àollcciUidme  pusluiale  visitò  la  diocesi, 


V  EL  89 

coll'assistenza  del  peritissimo,  dotto  e  pro- 
fondo erudito  Cai  lo  Bartolomeo  Piazza, 
ligiialiiiente  da  Porto  qui  passò  il  deca- 
no cardinal  Albergati  Liidovisi  bologne- 
se, [lenitenziere  maggiore,  zelante  pasto- 
re e  profuso  co'  poveri.  Non  vi  fu  eserci- 
zio di  magnificenza,  di  generosa  pietà  e  di 
zelo  episcopale  che  non  praticasse.  Risto- 
rò in  Ostia  il  palazzo  vescovile  e  la  roc- 
ca; il  qual  palazzo  per  suo  diporto  avea 
iiiagniflcamenie  edificalo  il  genio  d'Ales- 
sandro VI.  Colla  sua  morte, avvenuta  nel 
1687,  ''  vescovo  di  Porto  cardinal  Alde- 
rano  Cibo  de'principi  di  Massa  e  Carra- 
ra diventò  decano  e  vescovo  d'  O^tia  e 
Velletri,  essendo  segretario  di  stalo  d'Iu- 
nocenzo  XI.  Sostenne  con  savia  accortez- 
za e  gelosia  le  ragioni,  le  prerogative  e  il 
decoro  del  sagro  collegio, da  cui  fu  con  pa- 
ri corrispondenza  ecoll'onore  dovuto  a  si 
supremo  grado,  slimato  e  riverito.  Ripa- 
rò con  gravi  sfiese  in  Ostia  il  mal'influs- 
so  di  (|ueir  aria  infelice  per  cagione  del- 
l' acque  palutlose  e  stagnanti;  diseccan- 
do per  quanto  fu  possibile  le  paludi  più 
vicine  all'abitazioni.  Fece  copiose  limo- 
sine  a  cpie' contadini,  destinati  ne' tempi 
p.ù  pericolosi  dell'anno  alla  coltura  del- 
le spaziose  campagne  ed  a  fabbricare  il 
sale;  altrettaiito  sollecito  di  provveder  lo- 
ro ili  aiuti  spirituali.  R.estaurò  il  palazzo 
vescovile  d'Ostia,  abbellì  la  cattedrale  di 
s.  Aurea  e  la  donò  di  copiose  suppellet- 
tili, onde  vi  fu  posta  una  lapide,  clie  rife- 
risce l'encoiuiato  Piazza  suo  vicario  e  vi- 
sitatore ,  rinnovando  con  pitture  e  fini 
marmi  la  cap[)elia  di  s.  Monaca.  11  corpo 
della  santa  ivi  riposò  dal  SGa  al  i4^o, 
nel  quale  Malfeo  Vegio  ,  |)io  letterato  e 
datario  di  Martino  V,  lo  fece  trasporta- 
re con  soleiiiiissima  pompa  in  Roma  nel- 
la chiesa  del  figlio,  ove  a  sue  spese  eres- 
se una  I  icca  cappella.  lu  tale  traslazione, 
Martino  V  recitò  un'elegante  orazione  in 
lode  della  s.  Matrona,  e  col  racconto  d'al- 
cuni miracoli  seguiti  nella  medesima  oc- 
c.iiioiie.  l'iistoròpure  la  calledrale  di  Vel- 
lelri uobilLuenle,efu  beueflcculissiiuoco' 


^o  V  E  L  V  E  L 

vtlileiiii,.'il  modo  iiaiiatoJul  Piazza.  EI)'  '719  '^  Pì'P'i  f;li  «liù  a  stiffraganeo  w.i^.' 
Jjc  a  sultragaiic'o  nel   iGc)4    '"S"'   ^'^'''O  INicolò  Torzugo  vescovo  di  .Saiiiaiia.  Mm- 
Murzi  tibuitino  vescovo  tl'Elio(>oli.  Voi-  lo  il  cardinale  a'23  febbraio  ti  8q  anni  cir- 
le  che  iicliGqS  si  celebrasse  d  sinodo  dio-  ca  e  49  di  cardinalato,  il  cardinal  Orsi- 
cesnno  in  VcUelri,  dove  non  potendo  in-  ni  poi  lìenedelto  Xlll,  residendo  nel  suo 
tervenire  per  l'avanzata  età,  vi  fece  pre-  arcivescovato  di  Denevento,  conte  sotto- 
siedere  il  fratello  Odoaido  Cibo  palriar-  decano  e  vescovo  di  l'orlo  poteva  oliare 
ca  di  Costanlinopoli,  ed  as'^istere  oltre  il  al  decanato  e  vescovalo  d'  Ostia  e  Velle- 
delto  sidlVaganeo,  mg/  Douìenico  Erco-  tri,  ina  con  lettera  de'27  marzo  pregòC le- 
le  (Monaniii  vescovo  di  Terracina  ,  mg.  mente  XI,  che  senza  esaminare  i  suoi  di- 
Gnzzoni  vescovo  di  Sora,  e  mg.'  Pietro  rilli  luUoconferisse  al  canlinal  Aslalligià 
Paolo Gerardi  vescovo d' A nagni, lutti  in-  nel  1714  consagrato  da  dello  Pa[)a  in  ve- 
vitali  per  la  solenne  traslazione  delle  sa-  scovo  di  Sabina.  Il  Papa  lodala  tal  mo- 
gre  reliquie  di  s.  Geraldo  vescovo  e  pa-  derazione, dichiarò  che  intanto  niun  pre- 
Irono  della  cillìi,  celebrata  nell'occasione  giudizio  dovesse  provenire  al  più  anziano 
del  sinodo,  il  quale  fu  compilo  a'24  e  25  cardinale  nella   vacanza  del  Dtcano  del 
novembre.  11  Banco  di  questo  santo  par-  Sagro  Collegio,  essendo  fuori  della  curia 
la  ancora  di  sua  nazione  e  patria,  come  li-  rou)ana  nella  sua  cattedrale;  ma  e  come 
belò  la  città  da'nemici  e  da  morbo  con-  dissi  in  quegli  articoli,  fatta  esaminare  la 
lagioso,  e  del  riconoscimento  delle  sagre  cosa,  decretò  poi  a'7  marzo  172  i  che  il 
sue  ossa,  descrivendo  la  pompa  di  della  decanaio  in  vigoie  della  bolla  di   Paola 
solenne  traslazione.  Il  cardinal  Cibo  a'22  IV  dovesse  S[)etlare  al  cardinale  più  an- 
luglio  I  700  passò  all'altro  mondo  d'anni  lieo  presente  in  Uoma  alla  vacanza,  esclu- 
88  e  56  di  cardinalato.   Siccome   Inno-  si  i  più  antichi  che  allora  trovansi  fuori  di 
cenzo  XII  era  infermo  non  potè   tenere  Roma,  se  e  qualora  non  lo  sono  per  co- 
concistoro  per  trasferirvi  da  Porto  a  que-  mando  del  Papa;  decreto  poi  confermalo 
sta  chiesa  il  cardinal  decano  Emanuele  da  Clemente  XII  (abrogando  quello  fat- 
Teodosio  de  la  Tour  di  Buglione  fiaiice-  loda  Benedetto  Xlll).  Quindi  non  in  f'or- 
he,consanguineodel  re  di  Francia,  nipote  za  di  lai  decreto  ,  come  dice  Bauco  ,  per- 
tlel  celcbi  e  maresciallo  Tureniia,  il  quale  clic  posteriore,  ma  in  conseguenza  della 
per  impotenza  dello  stesso  Innocenzo  XII  lettera  del  cardinal  Orsini,  Clemente  XI 
in  detto  annoavea  aperto  la  porta  santa  nel  concistoro  de'27  aprile  1719  preco- 
ilella  basilica  Vaticana.  Morto  il  Papa  a'  nizzò  decano  e  vescovo  d'Oslia  e  Velletr 
27  sellembre,  fu  eletto  a'23  novembre  il  cardinal  Fulvio  Aslalli,  nato  nel  sul 
Clemente Xì  e  fu  consamaloa'So dal  car-  feudo  di  Sainbuci  diocesi  di  Tivoli;  inJ 
dinaie,  funzione  che  non  erasi  veduta  da  a' i  S  maggio  festa  dell'Ascensione,  il  Pa 
Clemente  Vili  in  poi.  Si  ha  la  Relazione  pa  gli  conferì  il  pallio  nella  basilica  Late 
delle  cereinonie  falle  nella  basilica  di  ruiense,  dopo  avervi  celebralo  la  messa 
{.Pietro  nel  giorno  3o  di  noK'ernbrei'joi,  come  leggo  nelle  Notizie  di  Roma  e  n< 
nel  quale  fu  consagralo  Clemente  Xt.  />/d/7odelCeccoui.  Dopo  la  funzione,  Cl« 
Questo  Papa  a'2 1  dicembre  promulgò  il  mente  XI  die  la  solila  solenne  benedizi( 
cardinal  Buglione  in  vescovo  d'Ostia  e  ne.  Terminòdi  vivere  a'i4gemiaioi72 
Vellelri,  che  poi  visitò   nell'ultima   sua  d'anni  66,  ed  allora  Clemente  XI  dichi 
grave  infermità,  e  per  tale  esempio  fece-  lù  decano  il  cardinal  Sebastiano  Antonii 
ro  il  simile  i  cardinali,  mentre  finì  di  vi-  Tt/ziar^j  bolognese  nato  in  Piouia, nel  cot 
vere  di  72  anni  neli7i5.  In  questo  pas-  cistoro  de'  3  marzo  trasferendolo  a  quel 
♦■ò  da  Porlo  a  questa  chiesa  il  decano  car-  sta  dalla  chiesa  di  Frascati.  Noterò,  cIm 
Uitial  Nicolò  V  Acciajoli  lioreuliuo,  e  nel  le  Notizie  di  Roma  del  1 7 2  i ,  pubblicai* 


V  E  L 

iprìmadi  tnlcoiicisloio, riferiscono  la  luor- 
le  ilei  cardinal  Astrili,  e  fVa'cardinali  vi- 
:\enli  peli."  lipoiiano  qual  AO/Zo-r/ectìf/iO 
liei  sagro  collegio  \\  cardinal  Orsini,  bea- 
elle  asciente  e  vescovo  di  Porlo,  diuioran- 
le  nell'arcivescovalo  di  Benevcnlo,  etl  il 
;cardinal  Tanara  pel  •2."  qual  vescovo  di 
Frascati  (per  oliare  al  qual  vescovato  fi- 
rasi  portalo  a  Roma  da  Urbino  sua  lega- 
zione, e  poi  eravi  ritornalo),  e  la  diocesi 
d'Ostia  e  V'elletn  è  notata  vacante.  Dice 
il  Novaes  che  alcaidinalc  fu  contrastalo 
fortemente  il  decanaio  col  vescovato  d  O- 
klia  e  Velletri  da'  cardinali  Orsini  e  Del 
Giudice  vescovo  di  Paleslrina,  ilqualeot- 
tenne  il  vescovato  di  Frascati  già  del  Ta- 
nara, nel  concistoro  de'5  ntarzo  1721. 
Morto  Innocenzo  XI 11,  il  cardinal  Tana- 
la  entrò  in  conclave,  ma  per  toalaIJia  do- 
vette uscirne,  morendo  a'5  maggio  1724 
d'anni  'j5;  laonde  a'  29  maggio  elettosi 
Papa  il  sotto-decano  cardinal  Orsini,  il 
cardinal  Del  Giudice,  come  più  anziano, 
gli  fece  la  solita  interpellazioue  se  accet- 
tava il  sommo  pontificalo,  e  tutte  le  al- 
tre successive  funzioni  proprie  del  cardi- 
nal decano.  Benedetto  XI li  nel  i.°  con- 
cistoro che  tenne  dopo  la  sua  esaltazione 
a' 12  giugno  a.'  fesla  di  l'entecosle,  come 
appreiidoilidcotilemporaneodiarislaCec 
coni  e  dal  Novaes,  dopo  avere  ringrazialo 
il  sagro  collegio  per  averlo  innalzalo  al 
trono  papale,  con  allocuzione  riprodotta 
dal  Cecconi,  e  dopo  aver  a[)erto  la  bocca 
al  cardinal  Alberoni,  propose  le  chiese 
vescovili  d'Ostia  e  Velletri  (sic)  unite  pel 
cardinal  Francesco  VII  del  Giudice  de- 
cano del  sagro  collegio,  originario  geno- 
vese nato  iu  Napoli,  t:  non  conte  dice  il 
Dauco  fallo  vescovo  nel  maggio.  Moti  se- 
gretario del  s.  Oflizio  a' IO  ottobre  i  720, 
ripelutamenle  visitalo  da  Benedetto  Xlll 
iiell'infiirmilà;  il  cui  Funerale  [F.)i'aaii' 
cooipagnato  dalla  Cavalcata  (^.),  pro- 
pria pure  de'cardinali  decani,  come  il  ta- 
lamo funebre.  Gli  successe  il  sottodeca- 
no  e  vescovo  di  Porto  (titolo  diesi  por- 
la dui  cardiuulc  cui  s^>cUa  il  d<;cauc(lu^  o 


V  E  L  91 

di  altra  chiesa,  finché  in  concistoro  non 
è  preconizzato  vescovo  d'  Ostia  e  Velie- 
tri  e  decano  del  sagro  collegio,  come  leg- 
go negli  antichi  Diari  di  Ro/na  :  ora  le 
proposizioni  concistoriali  dicono.  SS,  Do- 
niinusNostcr  in  proxiino  consis  torio  prò- 
ponet  Ecclesias  Ostieri,  et  P'elilernen.  iti- 
vicein  perpetuo  canonice  uiiitas  vacati, 
per  obituiìi  ci.  me.  N.  dain  vivere  S.  R. 
E.  Cardinalis  N.  ultimi  illaruiii  Episco- 
pi dcfancli;  quas  Ecclesias  optare  inten- 
(Ut  Eiiius.  et  Rrnus.  D.  N.  cjusdem  S.  R. 
E.  Cardinalis  N.  S.  Collegii  Deca/ins, 
hacteniis  Episcopus  Ecclesia  rum  vel  Ec' 
clesias  N.)cAVi\n\?i\¥iihv\z\oPaolucciÌov- 
livese,  vicario  di  Roma,  penitenziere  mag- 
giore, segretario  del  s.  Olììzio,  segretario 
di  stato  diClemenle  XI  ediBenedeltoXllI 
stesso,  il  quale  nel  medesinjo  anno  gli  die 
per  suIFraganeo  fr.  Gioacchino  M.'  Oidi 
carmelitano  vescovo  di  Gas  tona.  Nel  1726 
per  morte  del  cardinale,  toccava  il  vesco- 
vato d'Ostia  e  Velletri  al  cardinal  Fran- 
cesco Pignaltelii  teatino  napoletano,  che 
a'17  novembrei  725  da  vescovo  di  Fra- 
scati lo  era  divenuto  di  Porto  e  s.  Rulli- 
na;  ma  siccome  dal  1708  trovavasi  arci- 
vescovo di  Napoli,  non  volle  otta  re  al  ve- 
scovato in  discorso,  ma  bensì  comesotlo- 
ilecano  del  sagro  collegio  divenne  suo  de- 
cano, e  per  tale  io  trovo  nelle  Notizie  di 
A'owrt.  Laonde  da  Palestrìna  vi  fu  Irasla- 
to  il  sotto-decano  cardinal  Francesco  V 1 1  f 
Barberini  il  giuniore  romano,  pronipote 
d'Urbano  Vili.  Morto  in  Napoli  a'5  di- 
cembre 1734  il  decano  cardinal  Pignal- 
telii, divenne  decano  il  cardinal  Barberi- 
j.i.  Eblie  a  suliraganeo  mg."^  Gaetano  de 
Paolis  nobile  veliterno  e  arciprete  della 
cattedrale,  già  da  Benedetto  Xlll  preco- 
nizzalo vescovo  di  Caradra  a'3  dicembre 
1726.  Nel  1788  per  motte  del  porpora- 
to, gli  successe  il  decano  cardinal  Pietro 
V  0//o/;o««  veneziano,  pronipote  d'Ales- 
sandra Vili  ,  già  vescovo  di  Porto  e  s. 
Rullina,  arciprete  Liberiano  e  poi  Lale- 
lanense,  vice-cancelliere  di  s.  Chiesa.  De- 
funto ueli74<^>  pure  da  Porlo  quivi  pas- 


i)i  V  E  L 

su  il  (lecTno  cardinal  Tommaso  fif^^na* 
|ifilelano,  vite-cniicellieie  di  s,  Cliiesa  e  se- 
jjinlario  del  *.  Llìlzio.  lìenedelto  XIV  nel 
I  745  yli  die  a  siidrai^aneomg/Gio.  Car- 
lo Bandi  vescovo  di  Bostra,  il  quale  es- 
sendo iidilore  del  earilinale,  ollenne  tale 
ullizio  pel  nipote  Bra>>clii ,  che  divenuto 
Pio  \'I  lo  creò  cardinale:  perciò  nel  1775 
il  magistrato  veliterno  in  onore  del  car- 
dinale e  del  Papa,  nell' atda  municipale 
collocarono  due  lapidi  riprodotte  da  Ma- 
rocco, 3I011UIÌÌC11IÌ  dello  stato pnnlifirio, 
1.6,  p.  I  74  e  1  75.  Siccome  Benedetto  XIV 
nel  I  752  promosse  d  Bandi  al  vescovato 
d'Imola,  in  tale  anno  dichiarò  suliragnneo 
e  vescovo  di  Dioclia  il  suliodalo  veliterno 
eciinonico  della  catledrale  mg/  Gio.  Car- 
lo Antonelli.  JNel  detto  anno  fu  pubblica- 
la i'opei-ii  del  gesuita  p,  Andreucci,  De 
Itpisco/)is  Coi  dinali.'i  Subiirbicariis,  in 
cui  si  sosteneva  poter  essi  ne'Iorp  palazzi 
in  Roma  conferire  olire  lai."  Tonsura  i 
j.rimi  Ordini  (/'.)  minori  a'Ioro  diocesa- 
ni; ina  Beuc'iletto  XIV  dichiaròivi  non  j)o- 
ler  conlijrir  lai.'  tonsura.  IMorlo  d'anni 
<)0  il  carilinal  Rullò  nel  1753  (vei amen- 
te le  Notizie  di  lioiita  del  1754  lo  regi- 
sti ano  ripetutamente  vi»ente;  in  quelle 
poi  dell  755 lo  leggo  inortoa'22  febbraio 
1  7'53,  ed  a'c)  aprile  i  753  traslatoda  Por- 
to il  successore),  ne  occupò  la  sede  il  de- 
cano cardinal  Pietro  Luigi  Caraffa  na- 
poletano, morto  a'i5  dicembre  1755.  Nel 
j  706  fu  vescovo  d'Ostia  e  Velletri  il  de- 
cano cardinal  Raniero  Delci  fiorentino, 
the  continuò  n  ritenere  in  commenda  il 
suo  antico  titolo  presbiterale  di  s.  Sabi- 
na, e  indi  rifabbricò  a  sue  spese  la  chiesa 
di  s.  Maria  del  Trivio;  morto  di  c)'*  anni 
nel  1761.  In  questo  gli  successe  il  decano 
lardinalGiuseppeiy/;///^/// napoletano  già 
ili  l'orto;ed  al  (|uide  per  esser  morto  di  70 
anni  a' 12  aprile  I  763  spettava  succedere 
il  cardinal  Camillo  l*aolucciMerlini  sotto- 
decano  del  sagro  collegio  e  vescovo  di  Por- 
to e  s.  Runìua;  ma  per  le  sue  abituali  in- 
disposizioni, non  soianienle  ricusò  di  pas- 
sare al  vescovato  d'Ostia  e  Vellelri,  ma 


V  E  L 

r7Ìandio  ni  decanato.  Di  conseguenza  a 
un  tratto  a'  16  maggio  diventò  vescovo 
d'Ostia  e  Velletrre  decano  del  sagro  col- 
legio il  cardinal  Carlo  111  Alberto  Gui- 
dobono  CV/i'(7/r/j//?/"<li  Tortona,  a  cui  Cle- 
mente XIII  neli76B  die  per  sulfragaiieo 
mg,'  Antonio  Vigliaroli  vescovo  d'Orlo- 
sia.  Quanto  al  cardinal  Paolucci  Merlini 
terminò  ili  vivere  nello  stesso  1763  l'i  t 
giugno,  cioè  pochi  giorni  dopo.  Narrai  di 
s<i|)ra,  che  morto  nel  i  774  il  cardinal  Ca- 
\alchini,  di  c)0  anni  e  4o  di  caidinalalo, 
spet l'indo  la  sede  e  il  decanato  al  cardi- 
nal Albani  vescovo  di  Porlo,  non  volle 
ottarvi,ma  fu  riconosciulodecano,  e  nep- 
pure il  cardinal  Yoik  vescovo  di  l'^rascati, 
per  aver  Clemente  XIV  data  la  giurisdi- 
zione  temporale  di  Velletri  alla  Canore- 
giizionc  cardinalizia  d(d  buon  governo, 
oiule  passò  a  (piesta  chiesa  da  quella  d'Al- 
bano il  cardinal  Fabrizio  Serbelloid  nù- 
lanese,  morto  l'B  dicembrei  775.GIÌ  suc- 
cesse il  dotto  cardinal  Giovanni  XV  Fran- 
cesco Alì>ani  romano,  pronipole  di  Cle- 
nienteXl,arciprete  Liberiano, perchè  Pio 
VI  avea  ristabilito  nel  decano  vescovo  di 
Ostia  e  Velletri  la  giurisdizione  goverrJI 
ti  va.  Quel  Papa  nel  i  779  gli  die  a  sulh-JU 
ganeo  ir.  Filippo  Bulla  torinese  de'mino- 
ri  conventuali  e  vescovo  di  Zenopoli:  nel 
1. 1 ,  p.  I  85  degli  Alù  della  Società  lette' 
raria  T  olsca  [''eli terna,  vi  è  {'Elogio  di 
mg."  Filippo  Buffa  dittatore  della  me- 
desima. Per  sua  morte,  che  il  Banco  di- 
ce nel  1794  e  I'  autore  dell'  Elogio  nel 
1796,  Pio  VI  gli  sostituì  (dirò  io  colle' 
Notizie  di  Roma  il  i.°  giugno  i7o5)  Ir. 
MicheleArgelali  bologuesede'servidiMa- 
ria  vescovo  d'I  ppa.  E  siccomePio  VII  l'i  i 
agosto  1800  lo  trasferì  alle  chiese  di  Ter- 
racina,  Sezze  e  Piperno,  a'22  ottobre  fe- 
ce sulfraganeo,  e  non  nel  1801  come  re- 
gistra Banco,  tng.'  Silvestro  Scarani  no- 
liile  veliterno,  ch'esercitava  il  vicarialodi 
Ostia  e  non  ancora  sacerdote  ,  col  titolo 
vescovile  di  Dulma.  Il  cardinal  Albani  n( 
I  802  ricevè  in  0>ti.i  Pio  VII,  che  vi  si 
co  a  vedere  i  luigliuramenli  latti  alla  fu 


Iole 

I 


V  E  L 
[ma,  egli  scavi  lionticliìlìi  die  facevo  in- 
ilraprendere.  KehboS  con  84  anni  d'eUi 
,e  5G  eli  porpora  ,  il  cardinal  Albani  ler- 
liiinù  la  sua  caiiiera  mollale,  e  gli  suc- 
cesse il  cardinal  Enrico  li  Denedello  M.* 
Clemente  duca  di  Yoik,  secondogenilo  di 
Giacomo  111  re  d'Inghillena,  nato  in  Ho- 
ina, giù  vescovo  di  Frascati,  vice-cancel- 
ilicre  di  s.   Chiesa   e  arciprete    Vaticano, 
.merlo  d'  83  anni  e  Go  di  splendido   car- 
;tlinalalo  nel  1807.  Ebbe  a  sull'i aganeo,  e 
Jo  fu  pure  de'successorisino  al  iSSy.mg.' 
Geraldo  ]Macioli  nobile  veliterno  e  arci- 
prete della  cattedrale,  da  Pio  VII    a*  23 
ì;  marzo  I  807  fatto  vescovo  d'Eleusi,secon- 
jdo  le  Notizie  di  lionui,  dal  can.  I5<nifo  en- 
'coniiato  per  molta  erudizione,  bentmeri- 
]to  dell'incremento  e  del  monlenimenlo 
idei  pubblico  bene  patrio,  [)eculiani:ente 
[adoperandosi  con  Gregorio  XVl  per  la 
icreazione  della  nuova  provincia  e  lega- 
zione di  Marittima.  Da  l'orto  passò  a  que- 
sta chiesa  il  decano  cardinal  Leonardo/^/i- 
■  toncllitW  Sinigiiglia,  pcnilenyiere  maggio- 
ire,  arciprete  Laleianense,  prefetto  di  Se- 
gnatura, segretario  «lei  s.  Ollizio,  pro-se- 
,gretariode'bievi, eccellente  pastore,  iiior- 
.10  d'82  anni  in  rilegazione  a'aS  gennaio 
181  I.  Per  le  raccontale  miserabili  vicen- 
de politiche  deH'mvasione  fiancese,  que- 
sta chiesa  rimase  priva  per  notabile  lem- 
.posulicpiesl'ottimo  pastore,  come  di  suc- 
cessore vescovo.  Olirei  già  racconlati  e- 
.  logi,  il  Dauco  altri   ne  rende  giustamente 
j  al  gran  cardinale  Antonelli,  che  io  in  tan- 
i  li  luoghi  celebrai.   Lo    dice  di  singolar 
talento  ,  di  molla  erudizione  e  dolio  in 
.  ispecie  nelle  materie  teologiche  ed  eccle- 
siastiche :  fu  vescovo  secondo  il  modello 
.  di  s.  Paolo.  Visitò  spesso  la  diocesi,  e  cou 
.  zelo  e  indefessa  fatica  cercava  rendere  il 
:  clero  esemplare  e  santo  ,  acciò  pur  .santo 
.  fosse  anche  il  popolo.  La  sua  apostolica 
voce  spesso  udivasi  dal  pulpito,  e  annun- 
ziava la  parola  di  Dio  con  taleetrusinuedi 
spirito  e  con  dottrina  si  soda,  che  persua- 
deva e  commoveva.  Ciò  fece  con  maggior 
ardore  allorquando  uel  dicembre  1807 


V  E  L  c)3 

porlos<i  all'improvviso  in  Vellelri  per  ri- 
parare r  oltraggio  fallo  a  Dio  per  l'  em- 
pio furto  sacrilego  della  pisside  rubata 
dal  ciborio  della  eatlcili  ale, venendo  spar- 
se sull'altaie  le  s.igre  paiiicole.  Per  me- 
moria ,  egli  le  donò  una  grossa  pisside 
d'argento,  coli'  iscrir.ioue  :  Jd  repnran- 
dom  furio  sublalavi  anno  1 807.  JNlemo- 
jabile  è  la  sua  visita  pastorale  fatta  in  tal 
anno,  di  cui  riparlai  nel  paragrafo  Co- 
r/.  11  disastro  del  suo  patrio  esilio  impedì 
diesi  celebrasse  il  sinodo  diocesano,  per 
cui  teneva  già  pronto  tulio  il  materiale;  e 
di  più  avrebbe  eseguila  l'erezione  della 
chiesa  e  casa  parrocchiale  di  Lariano  per 
provvedere  al  bene  spirituale  di  tanti  cit- 
tadini veliterni  che  ivi  dimorano,  al  qua- 
le fine  lasciò  I  000  scudi.  La  sua  carità  era 
sì  grande,  che  appena  gli  fu  aflidala  que- 
sta chiesa,  raddoppiò  i  sulìingi  airaiiima 
del  virtuoso  prelato  Saverio  Antonelli  ve- 
literno, ucciso  in  l'ioma  a'  i  2  luglio  1  768 
e  sepollocon  iscrizione  nella  2."  cappella 
a  conili  Evaiìgelii  t]e\\a  chiesa  di  s.  Nico- 
la in  Arcione  (della  quale  parbii  nel  voi. 
XVI,  p. i3i);  a  cui  fin  d'allora  a vea  fat- 
to applicare  una  messa  quotidiana, per  es- 
seie  rimasto  liafitlo  a  tradimento  per  i- 
sbaglio  invece  sua  ,  mentre  era  assessore 
del  s.  Oflizio  e  in  odio  dell'uflizio.  Né  mi- 
nore fu  la  carità  e  largizioni  praticate  da 
lui  co'Iuoghi  pii  (de'4  oralorii  notturni 
da  lui  eretti  in  Pioma  riparlai  nel  voi. 
LXXXIV,  p.i68),e  verso  i  poveri,  e  per 
que'di  Vellelri  ne  fu  elemosiniere  il  can. 
Banco, alla  cui  cattedrale  lasciò  molti  ric- 
chi arredi  sagri  e  tutta  la  credenza  d'ar- 
genti di  sua  cappella,  erigendo  nella  me- 
desima il  beneficio  residenziale  denomi- 
nato Maria  ss.  delle  Grazie,  poi  unito  nel- 
la massa  comune  de'beneficiati.  Se  il  can. 
Bauco  per  l'intimità  goduta  e  per  ammi- 
razione ne  fece  lanli  elogi,  anche  per  la 
sua  il  libala  vita  e  profonda  prudenza;  io  e 
adonta  che  mi  protestai,  oltre  il  detto  ile' 
cardinali  decani  come  governatori  veli- 
terni,  che  alle  loro  biografie  ne  tessei  col- 
le principali  gesta  l'elogio,  del  cardinale 


()4  V  i;  L 

Antonelli  per  grnlo  aiìimo  qui  ne  feci  en- 
cezioiie.  Questa  ncon(iscei)z.a  è  perchè 
jtrecipiinmente  a  Itii  dohbinnio  un  Fran- 
resco  Cancellieri,  il  principe  defili  eriulf- 
1i  nioclorni,  e  delle  cui  inesauribili  fonti 
il'eriiclizioni  io  graiiflenienle  ne  profittai. 
JMi  gode  l'animo  d'averlo  leinlegrafo  in 
f|nesl' iniperiltire  pagine.  Intendo  ricor- 
dare Iq  sua  iscrizione  sepolcrale  che  ri- 
mossa dalla  basilica  Laleranense,  ripro- 
dussi nel  voi.  LXXV,  p.  35.  Tale  lapide 
jl  Cancellieri  fece  porre  sulla  sua  tomba, 
che  elesse  presso  il  cenotafio  da  lui  coin- 
])oslo  in  onore  del  suo  auìalissitno  cardi- 
nal patrono,  ed  esistente  nella  stessa  pa- 
triarcale. La  vescovile  sede  vacante  ebbe 
line  a'26  setteud)rei8i4  col  divenire  de- 
cano del  sagro  collegio  e  vescovo  d'Ostia 
V  Vclleiri  ilcaidinal  Alessandro  III  lìlat- 
tei  romano,  aiciprete  Valicano,  segreta- 
1  io  del  s.  O/llzio  e  pro  datario.  Già  a  suo 
luogo  raccontai  che  in  Lariano  pose  ad 
elTelto  il  religioso  desiderio  del  predeces- 
sore. Celebrò  il  sinodo  diocesano  in  Vel- 
Jetri  ne'giorni  26,  27  e  28  maggioi  8  1  7; 
gli  atti  del  quale,  come  della  visita  men- 
vionata  del  cardinal  Antonelli  ,  furono 
scritti  con  erudita  e  aurea  latinità  dal 
virtuoso  d.  l*aoIo  Polidori  (l'^.),  poi  edi- 
ficante cardinale  ,  che  Io  assisteva  come 
suo  teologo.  Vi  si  trattò  del  dogma,  del- 
Ja  morale  e  della  disciplina  ecclesiastica. 
Si  stabilì  la  norma  regolatrice  pecapito» 
li,  pe'parrochi,  pe'padridi  famiglia.  Que- 
sto imparo  dal  eh.  ab.  Bellomo,  Conti- 
nunzionc.  della  storia  del  Cristianesiiiio, 
».  2,  p.  248.  inoltre  mie  noto  che  fu  stam- 
pato con  questo  titolo:  Synodus  Dioece- 
sana  Ostiensi  set  J'' eliterna  an.  ìSij  ab 
Jùìì.  et  fì.  Card.  Alex.  Malhaajo  f^c- 
lilris  celehratum  ,  Piomae  1818.  Morì  il 
cardinal  Matlei  di  76  anni  e  4'  <^li  poi- 
pora;  e  dal  vescovato  di  Porto  passò  a  que- 
sto il  decano  cardinal  Giulio  il  Maria  del- 
la ó'o?»tì'g//(7  piacentino,  vicario  di  Roma, 
arcipreleLateranense,  segretario  del  s.  Of- 
fjzio,  vice  cancelliere  di  s.  Chiesa,  segre- 
tario di  sialo  di  Leone  XII.  Nella  sua  bio- 


VEL 

grafia  col  diplomatico,  accurato  e  nobil 
storico  cav.  Artaud, celebrando  ancor  qui 
sii  alTetluosamente,  di  lui  esposi  diver 
concetti,  sulla  primaria  dignità  a  cui  era 
pervenuto  il  cardinale  per  anzianità  ,  e 
sull'eminente  carica  diplomatica  che  afl 
cettò  a  80  anni,  succedendo  al  celebil 
tissimo  cardinal  Consalvi  romano  e 
riundo  di  Toscanella  C^-).  L'Artaud  ifF" 
proposilo  delle  voci  sparse  su  qualche  ma- 
le intelligenza  quindi  insorta  tra  il  caA 
dinaie  e  il  Papa,  e  del  probabile  suo  rqj' 
tiro  dalla  Segreteria  di  siato,  come  quel- 
lo ch'era  tanto  dottamente  istruito  delle 
cose  nostre,  per  essere  stato  tanti  annii. 
segretario  dell'  ambasciata  di  Francia  e 
incaricalo  d'affari  della  medesima  presso 
la  s.  Sede,  ecco  come  si  espresse.  »>Uii  car- 
dinal decano,  che  sta  bene  ancora  in  pie- 
di, che  può  assistere  alle  ceremonie  e  da- 
re udienza,  e  che  desidera  rin)aner  nella 
carica  che  occupa,  è  un  dignitario  che  dif- 
ficilmente si  può  dimettere,  il  Papa  ben 
lo  sapeva:  pel  solo  cardinal  decano  il  Sa- 
grò  Collegio  si  muove.  Egli  è  quello  che 
scuote  tulli  que'gravi  personaggi  ,  che  li 
chiama,  che  gl'invita  :  essi  non  si  sposta- 
no mai,  che  dietro  un  suo  comando".  Fi- 
naluiente  il  cardinale  si  ritirò  dalla  cari- 
ca di  Segretario  distato.  Dal  1808  vaca- 
va  quella  onorificenlissima  di  Bililioteca' 
rio  di  s.  Chiesa,  e  durante  tale  lacuna  i 
cardinali  segretari  di  stalo  ne  aveano  fat-i 
lo  le  veci  ;  questa  carica  Leone  XII  nel 
I  826  conferì  al  cardinale,  il  quale  feceal- 
la  biblioteca  que'doni,  di  cui  riparlai  nel- 
la biografìa.  Dopo  aver  esercitato  il  de- 
canato sotto  3  i^api,  morì  d'86  anni  nel 
i83o.  Da  Porto  gli  successe  il  decano 
cardinal  Bartolomeo  Pacea  di  Beneven- 
to, 2ià  seqrelario  di  stato  di  l-*io  Vii  ,  <i 
con  esso  sostenne  con  forte  animo  durn 
persecuzione  e  deportazione  ;  arciprcU- 
Lateranense,  camerlengo  di  s.  Chiesa,  se 
grelario  del  s.  Offizio,  pro-datario,  e  i. 
legato  apostolico  di  Velletri  per  disposi^ 
zione  di  Gregorio  XVI;  il  quale  nel  1  837" 
gli  die  a  suHragaoeo  il  pio,  dolio  e  sag 


V  E  L  V  E  L                      9^ 

mg/  Anloiiio  {''ranci  di  Fil.icciniio  Co-  63,  (Inppniclu'qtieirinsijjiieniTiaineiUo  lo 
iicaili  />V)//J//,  vicntio  geiieiale  in  Vel  donianila  in  concistoro  da  perse  il  neovc- 
riii,  col  lilolo  di  vescovo  di  Canata.  Il  scovo  d'  Ostia  e  Vellelri;  mentre  a  p.  64 
«rdinal  l'acca  q»»al  preside  di  Vellelri, e  narrai  come  Gregorio  XVI  l'i  i  iuglioini- 
anche  pastore  niuninco  e  yelanle,  di  so-  pose  il  pallio  al  nìedesimo  cardinal   Mi- 
,)ira,  nella  hiocrafia  e  alttove  aflelttiosa-  cara.Qoesli  morto  a'24 'nnp;gioi847, da 
niente  celebrai,  per  dottrina  eerudizione,  n)g/  Francesco  l'enlinicdid  cav.  Anlo- 
:niecenatede'lelterali, amatore  intelligen-  nio  Neri  snoi  eredi  fiduciari,  furono  n>an- 
le  di   belle  aiti,  amabile  e  venerando  a  dati  in  legalo  alla  cattedrale  di  Velletri, 
■lutti,  benefattore  insigne  di  Velletri  e  sua  una  pianeta  e  la  cassa  degli  argenti  di  sua 
diocesi  e  provincia,  generoso  co'poveri  e  cappella.  Il  regnante  Pio  IX  nel  conci- 
;Colla  cattedrale,  che  abbellì  e  donò  di  co-  sloro  dell'  1  i  giugno  i  847,  assolse  dal  vin- 
(spiciii  nlcn-iili  sagri.  Di  più  ristorò  In  cai-  folo  di  vescovo  di  Porlo  [T'  .)^  s.  Rnfjinrt 
tedrale  d'0.y//«,e  ne  abbellì  l' ej)iscopio  e  Civila^'crchia  [come  Io  stesso  Papa  nel 
(formandovi  il  museo  Ostiense  (oltre  rpiel-  i854  disgiunse  Civitavecchia  e  1' uni  a 
i|lo  domestico  che  indicai  nella  biografia),  Corneto,  conferendo  la  chiesa  di  Porto  e 
[e  nel  i83q  vi  ricevè  Gregorio  XVI,  il  s.  Piuflìna  al  sotto-decano  e  arci|)rele  Va- 
Upiale  vi  si  recò  per  migliorare  la  navi-  ticano  cardinal  ftlario  [vlallei  di  Pergola, 
[{^azione  del  7V'«'e/T,  e  la  sorte  d'Ostia  on-  ora  pro-dainrio,  già  vescovo  di  Fr(i'!cnti 
de  liberarla  dall'acque  stagnanti,  purgar  e  prefetto  di  segnatura,  lo  notai  ne'  voi. 
l'aria  dalle  mefìtiche  esalazioni,  bonifica-  LXXII,p.  275, e  LXXVllI,  p.  28o),rat- 
|ie  i  suoi  terreni  e  ripopolarla.  Le  vicende  tuale  decano  del  sagro  collegio  cardinal 
|de*  tempi  oou  gli  permisero  d'  edelluare  Yincenzo  Macchi  di  Capo  di  Monte  dio- 
tali  beiiefici  divisamenli.  Il  canlinal  Pac-  cesi  di  IMoiitc  Fiascoiic  (nel  qual  artico- 
,ca,  infermatosi  in  Pioma  di  grave  malat-  Io  narrai  le  sue  benemerenze  con  quella 
]lia,  venne  due  volle  alFelluosamenle  visi-  cattedrale),  lo  preconiz7.ò  vescovo  subui- 
lato  da  Gregorio  XVI, e  poi  morì  nel  ba-  bicario  d'  0-.tia  e  Vellt-tri.  Già  delegalo 
tcio  del  Signore  nel  i844  d'88  anni  me-  npostolico  di  7''or/oo'rt//o,  arcivescovo  di 
'iK>  I  i4  giorni,  assai  compianto.  Gli  sue-  Nisiììi  e  nunzio  di  Si'izzera  e  di  Fran- 
,cesse  il  decano  cardinal  fr,  Lodovico  iMi-  eia,  prefetto  della  Segnatura  di  giustizia, 
,(  ara  cappuccino,  già  vescovo  di  sua  pa-  come  narrai  in  tali  articoli;  ora  è  segreta- 
,  fria  Frascati,  chiesa  da  lui  ritenuta  scn-  rio  del  s.  OHÌzio  ,  segretario  de'  brevi  e 
I  za  pregiudizio  del  sollo-decanalo,  quan-  perciò  gran  cancelliere  degli  ordini  eque- 
;do  a'22  gennaio  1844  si  astenne  dal  pas-  siri  pontificii,  i.°  legato  apostolico  di  Ma- 
'sare  a  quella  di  Porto  e  s.  Ruffina,  men-  ritlima  e  Campagna,  ossia  «li  Velletri  e 
■Ire  a'17  del  successivo  giugno  pervenne  sua  provincia,  e  prefetto  della  s.  Congre- 
a  questa.  Come  in  tale  concistoro,  essen-  gazionc cardinalizia  della  ceremoiiialc, 
;do  il  cardinale  maialo,  il  suo  procurato-  prefettura  annessa  al  decanato,  come  lo 
I  re  cardinal  Macchi  indi  lui  nome  da  Gre-  è  la  pioteltoria  dell'arciconfialernita  di 
I  gorio  XV  I  oliò  questo  vescovato,  lo  dissi  s.  Anna  (\e  Palafrenieri  {F.)  sino  dalla 
nel  voi.  L,  p.  82,  riportandone  la  formo-  sua  fondazione.  Di  sopra  ragionai  del  suo 
\  la  ,  in  lino  a  quella  colla  quale  il  cardi-  solenne  ingresso,  delle  molteplici  e  gene- 
^  nai  Macchi  domandò  dimettersi  dal  ve-  rose  beneficenze  verso  Vellelri  e  sua  dio- 
scovato  di  Paleslrina  per  passare  al  vaca-  cesi;  quanto  sia  zelante  e  provvido  pasto- 
to  di  Porto  e  s.  Iluftina.  Come  nello  sles-  re,  sollecito  del  decoro  della  casa  di  Dio, 
so  concistoro  il  cardinal  Macchi  fece  istan-  limosinierocogl'indigenti, benemerito  del 
za  al  Papa  pel  cardinal  Micara  del  pallio,  pubblico  insegnamento  civile  e  morale, 
colla  furmola,  lo  riportai  nel  voi.  LI,  p.  Onde  ben  a  ragione  il  can.  Dauco  dice, 


.,(>                      V  E  L  V  E  L 
leputnisi  forlunala  la  cillà  e  diocesi  pov  gnnnle  Ponlefice  Fio  IX,  olire  ì  listniivi 
e>s<fr  f;oveiiialn  da  un  [)aslorecosì  mimi-  della  rocca  d'Ostia  (destinala  pe'condan- 
fjco.anioroso,  dotto,  vii^ilanle  e  tulio  l)un-  nati  a'Iavoii  pidjblici,  onde  nelle  buone 
là.  11  Papa  gli  die  nel  concisloio  de'  27  stagioni  adoperarli  in  opere  agricole  ed 
sctlenìlire  i852  a  sullifiganeo  l'odierno  altre  di  pubblica  ulilità,  conke  1' impie- 
mg.    Gesualdo  Vitali  di  Rlondolfo  dioce-  garli   negli   scavi  medesimi,  a  vanlagj^io 
si  di  Sinigagliii,  preconizzandolo  vescovo  delle  antichità  e  delle  arti.  Iieslanri  ese- 
d'  Agalopoli.  Dice  la  proposizione  conci-  guiti  sotto  la  direzione  del  prof.  Federi- 
sloiiale,  che  successivamenle  era  slato  vi-  co  Giorgi,  col  doppio  scopo  di  restituirla 
cario  generale  di  Ferrara,  Ostia  e  Velie-  alla  sua  forma  e  assicurarne  la   conser- 
tri,  Palestrina  e  nuovamenle  d'  Ostia  e  vazione,  e  senza  recare  nocumento  alla 
Velletri,  come  Io  è  tuttora,  prolonolario  sua  struttura  e  superstiti  oruamenli),  si 
apostolico,  cameriere  d'onore  pontificio  e  riaprirono  per  cura  e  spese  del  prelato 
arcidiacono  di  Paleslrina;  encomiandolo  mg. 'Giuseppe  MilesiPironi-Ferrelli  mi- 
in  essa  il  Papa  per  prudenza,  probità,  dot-  nistro  de'lavori  pubblici  e  belle  arti,  ob 
liìua  come  (iolìoì e  in  nlrofjite  j'uris,  re-  cardinale  legalo  delle  R.omagne,  onc 
riinique.  iisii  pracslanlia  spccimiiia.  Ili-  rivedessero  la  luce  altri  monumenti  pr« 
ferisce  la  della  ultima  proposizione  conni-  gievoli  per  l'erudizione  e  per  l'arte  ;  sol 
storiale, ogni  nuovocardinal  vescovod'O-  lo  la  direzione  del  eh.  commend,  Pieli 
.stia  e  \  elletri  non  essere  tassato  ne'  libri  Ercole  Visconti  co'nmissario  dell'  anl| 
della  camera  apostolica,  né  in  quelli  del  chilà,edel  cav.  Gio  Ballista  Guidi  ispt 
sagro  collegio.  Ascendere  le  rendile  della  lore  onorario  de'  medesimi  scavi,  Piicoi 
mensa  ad  uiìdecini  circiicr  luìllia  sento-  dai  i  nìonumenli  scoperti  a  Ostia,  e  ci 
rum,  ma  colla  perpetua  pensione  di  scu-  me  il  Papa  andò  tulio  a  vedere  con  pi( 
di  600  a  fijvore  della  mensa   vescovile  cere  l'i  1   ottobre,  ricevuto  dal  cardin| 
Tusculana,   ainscjne   oueribiis  gra\'ati.  Macchi.  Al  cennochediedì,  citai  i  num^ 
iJioece.ses  unìtae  salis  sunl  anijìlae,  et  ri  del  Giornale  di  llonia,  che  bene  ogj 
jiliira  .sub  se  conlinent  loca,c\\e  tutti  de-  cosa  descrissero. S'incominciarono  gli  sci 
scrissi  superiormente  in  questo  stesso  ar-  vi  in  uno  de'  sobborghi,  a  poca  dislani 
licolo.  da  Ostia  moderna,  quasi  dirimpello  al 
11  vescovato  del  cardinal  Macchi  forme-  suburbana  chiesa  di  s.  Sebastiano,  elj 
là  epoca,  anche  per  Ostia.  Imperocché,  silo  superò  le  concepite  speranze;  essei 
dopo  aver  parlatoaqueU'ailicolodella  fé-  dono  ubertosa  primizia  il  prezioso  sepc 
lacità  de'suoi  scavi,  inli apresi  prima  da  creloivi  trovato,  con  vari  marmi  pregie- 
l'ioVl,  epoi  con  piùsuccesso  da  Pio  VII,  voli,  e  iscrizioni  delle  romane   famiglie 
già  notai  nell'articolo  Tevere,  colla  qua-  dimorate  in  Ostia.  Il  ricordalo  numero 
le  tanto  si  rannodano  le  sue  notizie,  come  del  G/o/vjfl/e,  ecco  come  descrivel'odier- 
iieli855,  e  nel  modo  rilisrilo  dal  n."!  07  na  Ostia,  quando  la  visitò  Pio  11,  rica- 
del  Giornale  di  Roma  (il  quale  rileva  a-  vandolo  da'suoi  Commentari.  »jVeggoii- 
Vere  il  cardinal  Macchi  corrisposto  e  da-  si  diroccali   portici,  giacenti    colonne  e 
lo  a'voleii  pontificii  pronto  adempimen-  frammenti  di  statue,  pareli  d'un  anlicc 
lo,  ed  inoltre:  essere  benefica  e  provvida     tempio  spoglialo  del  marmo, e  una  par 
intenzione  del  Papa,  che  con  quanto  si     te  d'un  acquedotto.  Le  anlicheed  ampli 
estrurrà  da'  lécondi  scavi,  intende  d'ac-  mura  della  città  crollarono,  e  ridotte  ; 
crescere  gl'insigni  musei  pontificii  di  Ro-  forma  più  angusta  racchiusero  sollanl( 
ina  ;  ed  all'evenienza  quelli  pure  di  Do-      la  cattedrale  e  pochecase;  ma  anche  que 
Jogna  e  di  Perugia,  dove  siano  d'  ulile     sle  si  dicono  disIruUe  da  Ladislao  re  il 
ogh  studiosi  delle  arti),  d'oidiue  del  re-     Sicilia.  Le  mura  souo  per  la  più  pari 


V  EL 

rotte,  la  chiesa  crollata,  reslantlo  solo  la 
parie  superiore,  ove  sorge  l'uitare  mag- 
giore: tutte  le  altre  case  sono  in  rovina.  Il 
palazzo  episcopale  fu  coperto  ed  in  par- 
ie restauralo  dal  cardinal  camerlengo  di 
Papa  Eugenio  IV:  e  nessun  altro  edilizio 
vi  ha  da  potersi  abitare,  tranne  un'oste- 
ria ed  un'alta  e  rotonda  torre  fatta  da 
Martino  V  per  custodia  del  luogo  e  per 
vigilare  il  contrabbando.  Ecco  qual  è  al 
presente  Ostia,  sì  celebre  presso  gli  an- 
tichi. L'abitano  pochi  pescatori  prove- 
nienti dalla  Dalmazia,  ed  i  custodi  della 
terra".  Noterò  che  in  progresso  la  Con- 
dizione d'Ostia  e  di  sua  cattedrale  miglio- 
rò, oltre  r  erezione  della  famosa  rocca, 
che  di  sopra  sono  andato  rammentando, 
per  munificenza  de'cardinali  vescovi  d'O- 
stia eVelletri. Successivamente  il  Giorna- 
le di  Roma  del  1 856,  con  articoli  dell'en- 
comiato commend.  Visconti,  il  quale  fece 
conoscere  eruditamente  i  progressi  vi  la  vo- 
ri  di  scavo  per  ricerca  di  antichità, e  Tim- 
portanza  del  rinvenuto.  Laonde  col  u.  7  l 
del  Giornale  si  apprendono  i  risultati  di 
quelli  de*  Bassi  d'Ostia,  di  Monticelli,  di 
s.  Ercolano,  di  s.  Sebastiano.  Come  per 
ogni  dove  si  trovarono  nobili  avanzi,  e 
•i  conobbe  esservi  più  siti  rimasti  intat- 
ti all'anteriori  ricerche.  Gli  oggetti  tro- 
vati ne'  vari  edifìzi  furono  4  grandi  mu- 
saici figurati,  rilevale  le  composizioni  a 
nero  sul  fondo  bianco;  uno  de'  quali  di 
finissimo  disegno  con  dadi  tanto  minuti 
che  supera  l'artifìcio  di  molti  musaici  a 
colori.  Quasi  100  iscrizioni  antiche,  inte- 
ressanti anco  per  la  dimostrazione  de' 
legami  di  famìglie  fra  la  colonia  Ostien- 
se e  Roma;  e  contenenti  pure  ricordi 
d'iifTizi  pubblici  e  privati,  non  che  indizi 
de'  luoghi  di  Ostia  e  suburbani.  Otto  os- 
suari di  varie  forme  e  ornali,  di  meravi- 
gliosa conservazione  e  del  pììi  elegante 
intaglio.  Cinque  sarcofagi  con  ben  con- 
servati e  leggiadri  bassorilievi,  di  prefe- 
renza esprimenti  ninfe  sopra  tritoni  e  a- 
nimali  marini,  a  diporto  nel  placido  ma- 
re. Diverse  altre  sculture,  fra  le  quali  la 
voi.  xc. 


V  EL  97 

figura  al  vero  d'  una  donna  velata  seini- 
giacente.  La  statua  d'un  giovanetto,  ve- 
stito colla  pretesta  e  colla  bolla  penden- 
te dal  collo.  Un  busto  femminile,  che 
per  la  sua  bellezza  meritò  collocarsi  nel 
museo  Vaticano  -  Chiaramonli,  perchè 
sen)bia  rappresentare  la  famosa  Giulia 
figlia  d'Augusto.  Si  apprende  dal  n.  i  2  i 
del  Giornale  di  Roma,  che  il  Papa  Pio 
IX  a'  28  maggio  i856  si  recò  ad  Ostia 
per  visitare  gli  scavi,  ricevuto  ossecjuio- 
samente  dal  cardinal  Roberti  presidente 
di  Roma  e  Comarcajda  mg.'  Milesi-Pi- 
roni-Ferretli,  dal  commend.  Visconti  e 
dal  cav.  Guidi.  Si  cocnpiacque  osservare 
in  ogni  loro  parte  gli  oggetti  d'antichità 
molto  importanti  ivi  scoperti.  E  dopo 
aveie  esternala  la  sua  approvazione,  am- 
mise al  bacio  del  piede  diverse  persone; 
e  partì  per  andare  a  vedere  gli  afi'reschi 
che  si  stavano  eseguendo  nella  basili- 
ca di  s.  Paolo,  e  restò  a  desinare  nell'a- 
diacente monastero  cassinese.  Delle  pa- 
ludi, Iago  o  stagno  Ostiense,  ne  parlai  a 
Ostia,  ed  a  Sale  e  Saline,  quelle  d'O- 
stia producendo  ottimo  sale  e  meglio  lo 
daranno  se  l'aria,  come  ora  si  spera,  per- 
mettesse maqs'ior  numero  di  lavoranti. 
Accennai  nel  voi.  LXXXIV,  p.  61  (oltre 
la  bonificazione  Piana  o  prosciugamen- 
to de'  terreni  vallivi  del  1.°  circondario 
della  provincia  di  Ferrara,  di  cui  ripar- 
larono il  Giornale  di  Roma  del  18 58 
col  n.  23,  e  la  Cii'iltà  Cattolica  nella 
serie  3.",  t.  9,  p.  234),  '*■  pontificia  conces- 
sione tendente  a  prosciugare  lo  stagno 
d'Ostia,  che  ha  intrapreso  una  società, 
rappresentala  dal  cav.  Felice  Bidault,  on- 
de rendere  all'agricoltura  assai  parte  di 
quel  territorio,  e  provvedere  alla  salu- 
brità de'  vicini  latifondi,  non  che  a  quella 
stessa  di  Roma,  alla  quale  riescono  pre- 
giudizievoli gli  effluvi  di  quella  vasta  e 
abbandonata  palude. Riferì  poi  il  n.  228 
del  Giornale  di  Roma^  che  il  Papa  Pio 
IX  1*8  giugno  1857  si  recò  ad  Ostia,  ri- 
cevuto dal  cardinal  Roberti  presidente 
di  Rooiu  e  Comarca,  e  dal  sullodalo  uig.*^ 
7 


98  V  EL 

Milesi-Pironi  Fent'lli.  Dopo  avere  ora- 
lo in  chies.T,ferniossl  anzi  lutto  ad  un  mo- 
numento onorario,  ove  la  società  pel  tli- 
seccameiilo  per  lo  stagno  Ostiense  e  per 
l'ampliazioneemiglioraaienlotlellesaline 
avea  collocato  in  suo  onore  la  martnorea 
iscrizione,  che  il  Giornale  riporla,e  com- 
posta dal  commend.  Visconti.  Indi  si  con- 
dusse a  piedi  agli  scavi,  accompagnalo 
dal  Visconti  e  dal  cav.  Guidi,  percorren- 
do l'antica  via  Ostiense,  la  quale  essen- 
do fiancheggiata  da' sepolcri  ivi  scava- 
lli; lasciati  sul  luogo  persuo  volere,  il 
Papa  si  fermò  a  osservar  quelli  aventi  le 
antiche  iscrizioni,  che  ricordano  cospi- 
cui personaggi  della  colonia  romana  d'O- 
stia. Giunto  alla  porta  dell'antica  città, 
vide  al  lato  di  essa  la  stazione  militare, 
dove  in  un  nascondiglio  furono  trovate 
219  medaglie  del  triumvirato  d'Ottavia- 
no, di  Marc'Antonio  e  di  Lepido.  Oltre- 
passato quel  punto,  osservò  il  Papa  la 
grande  statua  di  Cerere,  e  ammiratane 
la  bellezza  ordinò  che  fosse  collocala  nel 
museo  Vaticano,  riempiendo  così  il  vuo- 
to lasciato  nella  sala  rotonda  dn  quella 
trasportata  a  Parigi  (la  Cerere  Ostiense, 
restaurata  dal  valentissimo  scultore  Pie- 
tro Galli,  con  illustrazione  se  ne  pubbli- 
cò il  disegno  wf^W Album  di  Roma,  t.  25, 
n."  i4)'  Fermò  anche  la  sua  attenzio- 
ne sopra  6  altre  statue,  e  specialmen- 
te sugli  avanzi  d'  un  colosso.  Proseguen- 
do per  la  scoperta  via  dell*  antica  cit- 
tà, giunse  ove  sì  stava  scavando  la  conti- 
nuazione del  pubblico  condotto  della  co- 
Ionia  Ostiense  coll'epigrafe:  Colonoruni 
Coloniae  Osticnsis.  Esternatasi  dal  Pa- 
pa r  alta  sua  soddisfazione  per  lutto- 
ciò  ch'erasi  fìttto  dall'ultima  sua  visita, 
passò  al  palazzo  dell'episcopio,  dove  fer- 
matosi alquanto,  ammise  al  bacio  del 
piede  varie  persone,  a  tutte  comparten- 
do la  sua  apostolica  benedizione.  Rimon- 
tato in  carrozza,  partì  da  Ostia,  recan- 
dosi a  pranzo  nel  monastero  cassinese 
contiguo  alla  basilica  di  s.  Paolo,  che  per 
giacere  maestosamente  sulla  via  Ostìen- 


V  E  L 

se,  anche  con  questo  nome  si  appelli.  11 
medesimo  Giornale  di  lìonia  lìaì  1817 
produsse  del  commend.  Visconti  1'  arli- 
colo:  Scavi  d'Ostia,  hi  esso  si  aggiungono 
oltre  erudite  nozioni  alle  riferite,  per  fui* 
conoscere  la  rara  feracità  del  classico  suo- 
lo Ostiense,  che  (juasi  ad  ogni  poco  trat- 
to che  ne  venga  rimosso,  si  hanno  mol- 
teplici insigni  dimostrazioni   del  fioren- 
tissìmo  stalo  della  romana    colonia.  Si 
parla,  oltre  de'  nobili  marmi,  de'  trova- 
li utensili  in  bronzo,  in  avorio,  in  vetro, 
in  argilla  e  stucco.  Delle  scoperte  rovine 
ivi  fatte  di  diversi  edifizi,  non  lunge  dal- 
la torre  Covacciana,  d'8  stanze  o  sale,  hi 
una  vasta  camera, le  cui  pareti  sono  anco-i 
ra  rivestile  di  avanzi  di  preziosi  marmij 
trovossi  in  perfetta  conservazione  il  pavii 
mento  di  musaico  a  colori  vivissimi  e  vaj 
riatijdi  smalto  e  pietre, rappresenlanli  (le 
ri  e  meandri,e intreccio  d'ornati  d'elegai 
te  disegno;  opera  accurata  eseguita  ad  ini^ 
tazionc  de'  tappeti   asiatici   degli   assir 
Questo  musaico  pare  che  dovrà  decora 
re  nel  J'adcano  il  pavimento  della  sa 
la  che  va  a  dipingersi  a  fresco,  con  ra[ 
presentarvi   il   promulgato  dogma   del 
r  Immacolata  Concezione.  In   un'alti 
camera  un  musaico  bianco  e  nero  pr( 
senta  in  un  quadro  un  amorino  che  ca 
valca  un  delfino,  spingendolo  al  cori 
colla  frusta.  Altrove  in  un  musaico,  pi 
re  a  bianco  e  nero,  sono  ritratti  di  na 
turale  grandezza  5  atleti,  e  quello  ch'I 
nel  mezzo  corona  se  stesso.  E  siccome 
lega  e  corrisponde  al  gran  musaico  tratt 
dalle  termeAntonianeed  esistente  nel  int 
seo  Lateranense,  probabilmente  in  ess 
si  trasporterà.  Fra'  moltissimi  avanzi  ( 
rari  marmi,  ancora  esistono  due  colon 
ne  di  giallo  antico,  in  parte  ancora  erel 
te  sulle  basi,  e  sembrano  appartenenti 
un  portico;  anzi  si  congettura,  con  qua 
che   fondamento,  potersi  ravvisare  ni 
discorso  grande  edifizio  gli  avanzi  dell 
terme  d'Ostia,  edificate  con  ogni  proft 
sione  d'ornamenti  nel  principio  dell'ini 
pero  di  Autonino  Pio;  così  quell'august 


VEL 

nel  coslrnii'le  soddisfece  nd  una  promes- 
»n  (li  Ti:>iano,e  se  ne  iva  la  conferma  da' 
holli  de' mattoni  trovati,  spettanti  al  t." 
anno  del  suo  ìm[)ero.  Tali   teitne  sog- 
giacqiieio  a  incendio  e  quindi  furono  re- 
staurate. Presso  lo  scavo  vicino  alla  por- 
ta della  città,  si  trovò  un'iscrizione  voti- 
va per  la  salute  di  Cornmodo;  raro  rno- 
nu(nenlo,   sapendosi  che  venne  abolita 
ogni  memoria  di  quel  degenere  figlio  di 
Miirco  Aurelio  per  pubblico  decreto.  Col 
ritratto  ili  esso  Conimodo  si  rinvenne  an- 
cora un  bollo  in  piombo,  che  ha  all'intor- 
no r  iscrizione  della  stazione  del  foro  o- 
stiense  per  l'opera  o  pel  materiale  di  ferro; 
cosa  che  prima  non  erasi  veduta  in  simili 
bolli,  già  per  se  stessi  ben  rari.  Dichiarò 
poi  il  n.°  25  del  Giornale  di  Roma  del 
i8'j8,  avere  il  Fapa  a'  20  gennaio  per- 
messo, in  conseguenza  delle  concessioni 
de'  4  "'"Sd'o  i^'^S  e  22  gennaio   1837, 
approvandone  gli  statuti,  per  mezzo  del 
ministero  del  commercio  e  lavori  pubbli- 
ci, la  formazione  d'una  società  anonima 
di  azioni,  per  le  saline  d'Ostia  per  Scan- 
ni, e  per  99  il  bonificamento  dello  Sta- 
gno Ostiense.  Indi  m'istruisce  il  n°6'j  del 
Giornale  de'2  1  marzo  i858,  della  for- 
mazione della  società  stessa  col  titolo  di 
Società  Pio-Ostiense  per  le  Saline  e 
Bonificamento  dello  Stagno  d'  Ostia, 
riportandosi  in  detto  numero  e  nel  se- 
guente gli  approvati  statuti.   La  società 
ha  per iscopo.i. "Le saline  d'Ostia, miglio- 
ramenti e  prodotti  di  esse.2.°La  fabbrica- 
zione de'  prodotti  chimici  che  si  ricava- 
no  cMV  acri  ne  nindri3°\\  prosciugamen- 
to dello  stagno  d'Ostia  e  la  coltivazione 
di  esso.4.''Tntle  l'operazioni  d'industria, 
d'agricoltura  e  di  commercio  che  si  lega- 
noa'sopra  esposti  oggetti  della  società.  Di 
questa  è  ingegnere  in  capo  il  cav.  Dechar- 
me. Il  n°'j5  del  medesimo  Giornale,  ri- 
porta l'articolo:   Società  Pio-Ostiense 
per  le  Saline  e  Bonificamento  dello  Sta- 
gno di  Ostia.  In  esso  si  contiene  l'accor- 
datodnl  governopontificioal  cav.Didault, 
concessionario  delle  Saline  d'  Ostia  e  io- 


VEL  99 

ro  miglioramenlì  e  della  bonificazione 
dello  Stagno  Ostiense,  per  indennizzarlo 
delle  spese  da  farsi.  Su  di  che  devesi  te- 
nere presente  la  dichiarazione  pubblica- 
ta nel  susseguente  n.°  87  del  Giornale. 
Nel  n.°  90  si  legge:  Sua  Santità  si  è  be- 
nignamente degnata  di  porre  l*  augusta 
suo  nome  nella  sottoscrizione  della  So- 
cietà Pio- Ostiense  pel  bonificamento  del- 
lo Slagno  d'  Ostia,  ed  il  miglioramento 
delle  Saline.  11  Giornale  di  Roma  (\e\ìo 
stesso  i858,  n.°  97   narra  :   Che  il  Papa 
Pio  IX,  a'  29  aprile  si  recò  ad  Ostia,  ac- 
compagnato dalla  sua   nobile   Camera 
segreta,  ivi  ricevuto  dal  cardinal  Rober- 
ti, dal  conte  Colloredo  Walsée  ambascia- 
tore d'  Austria,  portatosi    a   visitare  gli 
scavi,  da  mg.'  Alessandro   Macioli  arci- 
vescovo di  Colossi  e  vicario  generale  del 
cardinal  Macchi,  come  vescovo  d'  Ostia 
(secondo  la  rettificazione  inserta  a  p.  395 
dello  stesso  Giornale),  e  dal  cav.  Luigi 
Tosi  sostituto  del  ministero  del  commer- 
cio e  lavori  pubblici.  Dopo  avere  ascol- 
tata la  messa.  Sua  Santilà  si   compiac- 
que rivedere  gli  scavi  piìi  vicini  e  altre 
volte  visitali,  ed  il  commend.  Visconti  le 
fu  guida.   Il    Papa  osservò  il   tempora- 
rio  ornamento  fatto  disporre  per  si  fau- 
sta circostanza;  si  fermò  lungo  l'antica 
via  a  vedere    i  nuovi  avanzi   de*  monu- 
menti sepolcrali  scoperti,  il  nuovo  sarco- 
fago in  marmo  ornato  di  sculture  sulla 
fronte,   rinvenuto  nell'  ultimo  sepolcro 
sgombrato  a  sinistra  di  chi  giùnge  alla 
porta  liomana  dell'antica  città.  Indi  os- 
servò ancora  l'antica    stazione  militare 
presso  la  stessa  porta,  compiacendo?!  ri- 
conoscere la  disposizione  appropriata  al- 
l'uso, non  che  le  testimonianze  della  pre- 
senza de'  militi,  che  tuttora  vi  rimango- 
no. Entrato  il  Papa  nella  città,  trovò  nu- 
merosi frammenti  marmorei  e  le  statue, 
quali  pili  e  quali  meno  conservate,  ivi  di- 
sposte, rammentando    quanta  testimo- 
nianza si  vedesse  in  tali  monumenti  del- 
l' antico  splendore  dell'  Ostiense  colonia 
e  della  potenza  romana.  Fermatosi  nella 


joo  VEL 

piazzn  che  si  apre  all'  ingresso  della  cit- 
tà, vide  la  fonte  con  parte  delle  decora- 
zioni, edincnin  a  destra  ;  vide  il  diraninr- 
si  delle  vie,  la  fabbrica  presso  alia  quale 
fu  trovalo  l'orologio  solare    in   marmo, 
giù  per  sua  nìunifìcenza  nel  museo  Va- 
ticano, ed  il  non  lontano  luogo  dov'è  an« 
cora  r  iscrizione  onoraria  posta  a  Caio 
Grafiio  Maturo.  Veduto  lo  sviluppo  che 
i  lavori  di  scavo  erano  per  acquistare  su 
questo  punlo,  gli  antichi  condoni  di  piom- 
bo per  gran  trailo  conservali  sul  luogo, 
non  senza  dimostrare  quanto  approvas- 
se tulio  l'eseguito,  il  Santo  Padre  passò 
in  carrozza  all'altro  punto  delle  lavora- 
zioni. Quivi  discese  nell'inferno  delle  va- 
ste Tern)e  Ostiensi,  ne  ammirò  parte  a 
parte  la  disposizione  accompagnala  sem- 
pre da  sontuosi  ornamenti.  Richiamaro- 
no la  sua  attenzione  i  rari  marmi  onde 
le  pareli  sono  in  parie  ancora  rivestile, 
gli  avanzi  delle  colonne,  i  pavimenti  in 
musaico,  fra'(|uali  arrestò  la  sua  speciale 
attenzione  sui  distinti   pregi   di  quello 
grande  a  colori  imitante  il  discorso  ricco 
babilonico  tappeto,  e  nuovamente  con- 
fermò r  ordine  che  venisse   trasportalo 
ad  acrescere  lo  splendore  del  Valicano. 
Passando  più  oltre,  dove  l'edificio   del 
bagno  è  piìi  profondo,  lesse  1'  iscrizione 
composta  e  fattavi  collocare  dal  commis- 
sario dell'antichità,  esprimente  i  pensie- 
ri ed  i  voli  che  ben  si  confacevano  alla  cir- 
costanza ed  al  luogo,  la  quale  venne  ri- 
prodotta dall'^^/i^m  di  Ronia,l.  i5,  p. 
109.  Era  quivi  ancora  la  statua  mulie- 
bre   ultimamente  scoperta,  lavoro  per 
larilà  d'  artificio  e  per  bellezza  di  con- 
servazione egualmente  commendabile.  E 
a  notarsi  che  si  raro  lavoro  conserva  trac- 
ce della  pittura  sovrapposta  con  varie  tin- 
te alla  tunica  e  al  manto,  l'uno  colorito 
di  porpora  e  l'altro  di  tinta  cerulea.  11 
Papa  ordinò  il  trasporto  della  statua,  che 
ha  porporzioui  oltre  al   vero,  per  esser 
poi  collocala  ne'ponlificii  musei.  Veduti 
altri  frammenti  di  scìdtura  e  passando 
oltre  nel  vasto  edifizioj  mentre  osserva- 


VEL 

va  un  leggiadro  musaico,  rappresenlnnle 
un  genio  che  spinge  al  corso  un  delfina 
stando  sopra  esso  a  cavallo,  furono  a'picdi 
del  Pontefice  i  valenti  incisori  incanmii-i, 
Tommaso  e  Luigi  padre    e  figlio  Sauli- 
ni,  e  presentarono  ridotto  a  cammeo  il 
grazioso  soggetto,  ed  il  Papa  si  degnò  ac- 
coglierlo benignamente.  Accolse  poi  la 
deputazione  del  consiglio  amministrativo 
della  Scjcielà  Pio-Osliense  pel  bonifica- 
mento dello  Slagno  e  miglioramento  del- 
le Saline,  a  cui  dimostrò  quanto  ha  a 
cuore  il  buon  esilo  dell'impresa.  Ammes- 
si al  bacio  del  piede  gli  scolari  d'archeo- 
logia deli'  università  romana  (i  cui  nomi 
si  leggono  nel  citalo  Album  di  Ronidj 
insieme  al  sonetto  da   loro  umilialo  al 
Papa,  ivi  celebrandosi  questa   pontificia 
gita  ad  Ostia),  il  commissario  dell'anli 
chilà  gli  presentò  una  raccolta  a  stampi 
dell'  antiche  iscrizioni  Ostiensi,  in  conti 
n nazione  a  quella  pubblicata  ne'  passat 
anni.  Sua  Salitila  mostrala  la  sua  sovra 
na  soddisfazione,  e  dopo  essersi  paterna 
niente  trattenuto  con  villici  adulti  e  fan^ 
cìulli,  die  generosa  elemosina  e  la  sua  be 
nedizione,  partendo  a  mezzodì  per  la  pa 
triarcale basilica  di  s.Paolo, incontralo  da 
cardinali  Anlonelli,  Bofondi  e  Teodolfo 
Merlel  (  che  poi  nel  declinar  di  giugno 
nominò  proiettore  di  Cori),  Nel  mona- 
stero ammise  alla  sua  mensa  tulli  i  sun- 
nominati cardinali,  gli   ambasciatori   di 
Austria,  di  Francia  e  di  Spagna,  gli  ar- 
civescovi Macioti  e  Falcinelli,  altri   ve- 
scovi, il   general  Goyon  comandante  la 
divisione  francese  di   Roma,  il  genera 
None  in  essa  comandante  di  piazza,  ed  al 
tri  personaggi.  Dopo  il  pranzo  Sua  San 
lilà  visitata  la  basilica  Ostiense,  ritornò 
«l  Valicano.  Tra  le  narrale  ulteriori  esca 
vazioni,  ricorderò  il  basso  rilievo  rap- 
presentante due  de'falli  d'Ercole;  quan- 
do solfoca  Anteo,  e  quando  uccide   Bu- 
siride.  Tale  scultura,  egregiamente  con- 
servata, fu  posta  per  avventura  ad  orna- 
re  la  stazione  militare  vicino  alla  porta, 
presso  la  quale  si  rinvenne.  JNella  stazio- 


VE  L 

ne  meilcsiin.i  si  scuopn  all'  aulico  suo 
luoijo  una  tavola  lusoria  di  marmo  , 
stata  tl'uso  a' soldati  pe' loro  giuochi.  Il 
connnendator  Visconti,  nel!'  accademia 
romana  d'  aiclielogia,  di  cui  è  segretario 
pei[)elun,  pili  volte  dicliiarò  il  metoilo 
da  lui  fililo  eseguire  negli  scavi  per  la 
ricerca  de'montitnenti  tornati  in  luce  in 
Ostia, progressivamente  clieandavnsi  fa- 
cendo; rilevando  l'accresci  mento  de^pre- 
gi  edelleglorie  monumentali  che  ne  de- 
rivavano a  Roma  (nel  corrente  i858  ne 
ragionano  i  n.  20,  3i,  62,  100,  109  e 
I2g  del  Giornale  di  Roma).  Inoltre  nel 
pregievolissimo  Giornale  Arcadico  di 
Roma,  di  cui  è  direttore  lo  slésso  com- 
mendatore, si  riportano  del  medesimo, 
e  da  Ini  umiliale  al  Papa.  Nel  t.  iSg. 
Le  Iscrizioni  della  Rocca  d! Ostia  per 
la  prima  volta  riunite  e  pubblicate  nel- 
la faustissima  occasione  che  il  Papa 
Pio  IX  si  reca  ad  osservarla.  Si  ag- 
giungono alcune  singolari  iscrizioni 
cristiane  antiche  scoperte  in  Ostia,  do- 
ve  si  trovano  infisse  nel  palazzo  vesco- 
vile, ec.  Nel  t.  «42.  Antiche  Iscrizioni 
Ostiensi  tornate  in  luce  dall' escavazio- 
ne dell'  anno  1 856,  scelte  e  pubblicate 
nella  faustissima  occasione  che  il  Papa 
Pio  IX  si  recò  ad  osservarle  il  28  mag- 
gio dell'anno  medesimo  ec.  Si  aggiun- 
gono alarne  brevissime  annotazioni  a 
talune  di  esse  Nel  l.  5  della  nuova  serie. 
Antiche  Iscrizioni  Ostiensi,  tornate  in 
luce  dalV  escavazioni  dell' anno  iS56  in 
1 85  7,  scelte  e  pubblicate  dal  commend. 
P.  E.  f^isconti  ec,  nella  faustissima  oc- 
casione die  il  Papa  Pio  IX  si  recò  ad 
osservarle  il  giorno  8  d'  ottobre  iSSj. 
Per  tutto  (juanto  i'accenoalo,  per  tanti 
fausti  auspicii,  si  è  cominciato  in  Ostia 
un  lusinghiero  avvenire;  laonde  può  ra- 
gionevolmente sperarsi,  che  Ostia  presto 
Gambiera  i  suoi  destini,  la  sua  condizio* 
ne;  e  andrà  nel  materiale  e  nel  formale  a 
riacquistare  parte  del  suo  antico  splen- 
doree  importanza, con  miglioramento  di 
aria,  e  perciò  aumento  d'abitanti,  di  com- 


VEL  IO! 

merclo  e  industria,  e  di  colli  visitatori. 
Inoltre  non  si  può  tralasciare  di  ripro- 
durre il  disegno  di  ricostruzione  dell'an- 
tico Porto  Ostiense  o  Romano,  e  quanto 
si  propone  pel  fine  di  risanare  l'Agro  Pon- 
tino, col  riferito  egregiainente  dalla  Ci- 
viltà Cattolica,  sevìe  3.',  t.  9,  p.  598,  per 
la  sua  grande  importanza  e  per  interes- 
sare non  solamente  Ostia,  ma  Velletri 
slesso  e  sua  provincia,  anche  come  argo- 
menti di  cui  tanto  parlai  in  questo  e  in 
altri  articoli,  ed  i  quali  hanno  piena  re- 
lezione con  questo  medesimo,  L'egregio 
ingegnere  Vincenzo  Manzini  pubblicò  nel 
1 857  inRoma:  Del  metodo  di  restituire  a 
Roma  l'antico  suo  Porto,  liberarla  dal- 
l'inondazioni e  da'  centri  d'infezione  del- 
la sua  aria,  e  delle  conseguenti  Bonifi- 
cazioni, navigazione  ed  irrigazione  ge- 
nerale degli  Agri  Romano  e  Pontino,  ri' 
sguardate  quali  basi  di  pronta  e  sicura 
colonizzazione  delle  provincieMediter- 
rance  Pontificie.  Progetto  dell'ingegne- 
re ec.  Questo  grandioso  ed  elaborato  di- 
segno, per  risolvere  l'antico  e  importan- 
tissimo problema  di  sanare,  rifiorire  e 
colonizzare  tutta  la  Maremma  Romana, 
il  regnante  Papa  ha  di  nuovo  proposto  al- 
l'esame de'  dotti.  La  Civiltà  Cattolica^ 
occupandosi  tanto  utilmente  anche  delle 
scienze  naturali,  lasciando  a'  periti  il  giu- 
dicare della  parte  tecnica  di  quest'insigne 
lavoro,  reputò  pregio  dell'opera  il  darne 
un  breve  ragguaglio,  facendo  insieme 
plauso  al  Mair/ini  del  suo  nobile  pensie- 
ro e  de*  profondi  studi  da  lui  posti  a  ma- 
turarlo. Due  sono  le  parti  principali  che 
abbraccia  questo  disegno,  riaprire  cioè 
alle  foci  del  fiume  Tevere  l'  antico  Porto 
Ostiense  o  Romano  e  risanare  l'  Agro 
Pontino;  ambedue  connesse  intimamen- 
te fra  loro  e  necessarie,  secondo  l'autore, 
a  dare  una  compiota  soluzione  al  quesi- 
to proposto.  Quanto  alla  r.*:  de'  3  porti 
c'o'ebbe  in  antico  Roma  imperiale,  cioè 
quello  d'Anzio  a  levante,  quello  di  Cen- 
tumcellé  a  ponente,  e  fra  essi  due  quel  di 
Ostia  o  Romano  in  sulle  foci  del  Tevere, 


I02  V  E  L 

pare  gìustflDiente  all'autore  che  quest'ui- 
limo,  come  il  più  opportuno,  fosse  e  an- 
cora sia  il  più  clej^no  di  fonnare  la  vera 
porta  ili  mare  della  capitale  del  oìoiulo  .A. 
rendei  e  al  PortoOstiense  oKomano  l'an- 
tico splendore  non  altro  si  richiede,  che 
ricostruirlo  a  un  dipresso  quale  fu  sotto 
gl'imperatori.  Claudio,  che  lo  decretò  nel- 
l'anno 48  di  nostra  era,  lo  apr'i  scavando 
al  lato  della  bocca  0  foce  tiberina  un  vasto 
bacino  dentro  terra  e  introducendovi  il 
mare.  Quindi  gettò  nel  mare  slesso  due 
grandi  aggerì,  che  ne  chiudessero  il  seno, 
e  in  sulla  bocca  di  (|uesto  alFondando  la 
gran  nave  che  avea  traspoi  tato  in  Roma 
l'obelisco  Vaticano,  se  ne  servì  di  base 
all'isola  che  fabbricò  per  antigiiardo  del 
porto,edal  mezzo  del  quale  sorgeva  il  gi- 
gantesco faro,  imitato  da  quel  di  Alessan- 
dria, i  3oj00o  operai  occupali  a  ciò  negli 
I  I  anni  che  gli  restavano  di  vita  non  ba- 
starono a  Claudio   per  veder  compiuta 
l'opera.  Questa  fu  terminata  e  inaugura- 
ta dal  suo  immediato  successore  Nerone, 
il  quale  non  contento  di  tanto,  volle  an- 
che in  Anzio  sua  patria  costruire  un  al- 
tro sontuoso  porto  da  lui  chiamalo  Nero- 
niano,  ora  detto  Porlo  d'yJnzio,  Dipoi 
Traiano  aggiunse  al  Porto  Ostiense  os- 
sia Romano  nuove  e  grandi  opere,  che 
Io  recarono  al  colmo  del  suo  splendore. 
Scavò  dentro  terra  la  Darsena  Traiana, 
equivalente  per  ampiezza  ad  un  2.°  por- 
to, comunicante  col  i.°  per  un  largo  ca- 
nale; di  fianco  al  porto  condusse  la  Fos- 
sa Traiana,  ora  Canaledi  Fiumicino  (sul 
quale  luogo  frazione  di  Roma,  come  Por- 
to e  Ostia,  non  si  devono  dimenticare  le 
nozioni  statistiche  recentissime  di  sopra 
riferite,  alle  quali  aggiungo,  che  la  Sia- 
Ustica  del  i853  del  ministero  del  com- 
mercio vi  enumera:  case  loo,  famiglie 
aoo,  popolazione  Soy.  Non  ricordando 
Porto,  forse  l'amalgamò  a  Fiumicino),  e 
per  mezzo  d'un  canale  trasverso  messa- 
la in  comunicazione  colla  sua  Darsena, 
congiunse  l'acque  delTevere  a  quelle  del 
porlo  interno,  di  modo  che  le  navi  potes- 


VE  L 

sero  (la  questo  continuare  direttamente 

la  via  su  pei  fiume  sino  a  Routn;  ed  alla 
bocca  di  questo  canale  trasverso   |)iantò 
robuste  porte  o  chiuse  contro  gl'iiiterri- 
menli,  alle  quali  porte  è  dovuta  la  con- 
servazione del  porto  per  oltre  a  1  5  seco- 
li, come  dalla  loro  distruzione  deve  ripe- 
tersi la  perdita  del  porto  e  il  così  rapido 
e  seuìpre  crescente  protendimento  della 
spiaggia  di  Fiumicino.  Il  disegno  dunque 
del  jMauzini  propone  in  1 ."  luogo  di  sca- 
vare un  bacino  da  lui  chiamato  Bacino 
Pio,  al   modo  stesso  che  Claudio  scavò 
il  suo  porlo  ;    poi  riaprire  ed  espuigare 
il  Porto  di  Claudio  e  la  Darsena  Traia- 
na ora  Lago  di  Porlo,  sgombrandoli  dal 
fango  e  dalle  niacerie,  e  in  un  lato  della 
Darsena  aprire  lo  sbocco  ad  un  canale  sal- 
so che  vada  a  metter  capo  nel  Tevere  de- 
vialo a  Ironie  Galera, ovesaranno  le  porle 
o  chiuse  Traiane  costruite  colle  pro|)or- 
zioni  d'un  grande  sostegno  moderno.  In 
tal  guisa  il  Porto  Pio,  nome  dato  dall'au- 
tore al  nuovo  porto,  allunganilo  l'anti- 
co di  quanto  s'è  inoltrata  la  spiaggia  ver- 
so maie,  si  troverà  alla  testa  dell'antico 
Porto  Romano,  di  cui  laddoppierà  la  su- 
perfìcie, formando  così  uno  de'più  grandi 
porli  d'Italia,  anzi  del  Mediterraneo.  11 
nuovo  porto  occuperebbe  una  superfìcie 
galleggiabile  di  metri  quadralÌ2,632, 600; 
de'quali  474>3oo  presi  al  mare,  887, 5oq 
pel  nuovo  Porto  Pio,  i,o43,85o  pel  Por- 
to Claudio, 256,85o  perla  Darsena  Tra- 
iana; e  potrebbe  egli  solo  ricettare  più  va- 
scelli che  non  tutti  insieme  i  porti  italia- 
ni, eccettuata  Venezia.  La  Fossa  Traiana 
non  servirà  più  di  bocca  al  Tevere,  ma 
munita  di  porte  varrà  a  niellere  in  comu- 
nicazione il  porto  col  fiume,  e  per  esso 
con  Roma,  affinchè  poi  le  navi,  dopo  va- 
licato il  sostegno,  trovino  fondo  sudìcien- 
le  per  continuare  il  viaggio  di  Roma,  il 
corso  presente  del  Tevere  dal  sostegno  sai 
rà corretto  ed  abbrevialo.  Inoltre  difìaiil 
co  al  sostegno  si  getterà  sul  nuovo  Te  vi 
redi  JMaccarese  (tenuta  dell'Agro  Piomaj 
uo,  presso  io  Stagno  di  Caiupo  5uluio  e  u 


V  E  L 

,  mare  Mediterraneo,  sulla  sponda  destra 
della  foce  minore  del  Tevere,  ina  non  n 
contatto  con  esso,  e  presso  la  foce  e  sul- 
la sponda  destra  dell'Arrone,  fiume  che 
ila  origine  dal  lago  di  Bracciano  e  si  sca- 
rica nel  mare  presso  la  torre  di  Maccare- 
se.  Questa  tenuta  è  proprietà  del  princi- 
pe Ros|)igliosi,  ubertosissima  e  destinala 
al  pascolo  delle  vacche  edelle  bufale,lungi 
circa  i4  miglia  da  Roma,  fuori  le  porle 
1  Porlese.s.  l\incrazio  e  Cavalleggieri.  Nel 
I  5o8  di  Roma  fu  dedotta  la  romana  colo- 
i  nia  marittima  d'\Fregenae,c\ìe  poi  decad- 
I  de  e  maggiormente  alla  fondazione  del 
Porto  Ostiense  o  Romano)  un  robusto 
ponte,  sopra  cui  passerà  la  via  Porlueu- 
se,  e  i  cui  pilieri  o  piloni  sosterranno  le 
porle  o  chiuse  destinate  a  tenere  in  collo 
le  ncque  magre,  e  a  far  correre,  quandosi 
voglia,  l'intero  Tevere  chiaro  nel  canale 
salso  e  attraverso  l'intiero  porto  :  mezzo 
potentissimo  d'espurgarlo,  U  Tevere  poi, 
che  libero  e  diviso  in  più  rami,  i  quali  ne 
scemano  l'impeto,  minaccia  d'impaluda- 
re e  d'interrire  sempre  più  la  spiaggia, 
incatenalo  e  costretto  ad  una  sola  bocca 
a  Maccarese,colmerà  quello  stagno,  e  sca- 
ricandosi in  mare  con  tutta  la  sua  piena 
terrà  sbarazzata  la  sua  foce,  mentre  un 
emissario,  munito  esso  pure  di  sostegno, 
condurrà  V  acque  torbide  del  Tevere  a 
colmare  l'  altro  Stagno  d*  Ostia  ;  sicché 
saran  lolli  di  mezzo  que'  centri  d'infezio- 
ne e  di  sterilità.  Tali  sono  i  principali  lavo- 
ri ideati  dal  commendaloManzini  nella  i.' 
parte.  Nella  2,'  tratta  delle  terre  Pontine 
M  e  del  loro  totale  risanamento, compien- 
do  l'opera  degli  anlichi  romani,  e  poi  de' 
Papi,  principalmente  di  Martino  V,  Sisto 
V  e  Pio  VI,  rimasta  in  gran  parte  inefil- 
cace,  o  per  incuria  de'posteri,  o  per  la  fal- 
lacia de'principii  idraulici  con  cui  fu  ne' 
Tari  tempi  condotta",  A  questo  scopo  l'au- 
tore propone  come  spediente  capitale 
quel  che  già  proposero  nel  1800  Prony  e 
Fossombroni,  di  escludere  cioè  dall'Agro 
Pontino  i  corsi  d'acque  stranieri,  che  so- 
no la  vera  cauta  delle  paludi,  couduceu- 


VEL  io3 

doli  fuor  d'esso  mediante  nuove  inalvea- 
zionial  mare:  le  acque  paesane  trovereb- 
bero allora  facile  scolo,  e  il  terreno  ver- 
rebbe in  breve  tempo  prosciugato  (il  dot- 
to avv.  C.  Fea  nell'opuscolo,  Ristabili- 
mento'. i^Della  città  d' Anzio,  e  suo  Por- 
lo Neroniano.i. Della  città  d' Ostiacol- 
l' intero  suo  Tevere.  3. Modo  facile  disec- 
care le  Paludi  Pontine.  In  conseguenza 
proposizioni  solide  per  la  coltivazione 
delle  Campagne  Romane j  ed  estensio- 
ne del  commercio  direttamente  coli' este- 
ro mediante  que'  Porli  o  nuovi  Territo- 
riij  secondo  l'intenzioni  di  Sisto  F",  Cle- 
mente f^III,  Innocenzo  XII^  Benedetto 
XIFe  Pio  VI,  e  della  strada  antica  da 
riattivarsi  per  Anzio,  Roma  i835.  Egli 
ragiona  ancora  dell'opere  di  De  Frony, 
Description  hydrogr.  et  histor.  des  ma- 
rais  Pontinsj  e  del  cav.  Fossombroni, 
Saggio  sulla  bonificazione  delle  Palu- 
di Pontine).  Di  queste  acque  inoltre  egli 
vorrebbe  giovarsi  per  compiere  un  ca- 
nale interno  di  navigazione,  che  parten- 
do da  Terracina,  pel  monte  Circeo,  per 
Anzio  e  pel  Porto  Romano  si  stenderebbe 
fino  a  Roma.  Ad  Anzio  si  riaprirebbe 
l'antico  Porlo  Neroniano,  col  quale  co- 
municherebbe il  canale  sopraddetto.  E 
cosi,  prosciugatigli  slagni,  colmati  i  bassi 
fondi,  governate  le  acque,  tutto  quel  trat- 
to di  maremma  che  si  stende  daTerracina 
ad  Ostia  e  a  Roma,  cioè  una  superficie 
di  I  3oo  miglia  quadrale,  capace  di  ben 
25o,ooo  abitanti,  verrebbe  radicalmen- 
te risanalo  e  restituito  con  immenso  van- 
taggio alla  colturaeairabitazione.')L'ira- 
presa  tuttoché  gigantesca  e  ardua,  non 
è  certamente  maggiore  delle  forze  ma- 
teriali di  cui  oggidì  può  agevolmente  di- 
sporre la  meccanica  e  l'idraulica,  soprat- 
tutto colle  macchine  a  vapore,  le  quali 
suppliscono  ad  un  tratto  le  migliala  d'uo- 
mini e  di  cavalli  ;  né  delle  borse,  giacché 
coll'associaziune  de'  capitali  tutto  è  pos- 
sibile. Secondo  i  calcoli  dell'autore  la  spe- 
sa totale  dell'  opere  da  lui  ideale  ascen- 
derebbe a  aa, 2 19,500  scudi:  ma  que- 


io4  VEL 

sti  renderebljeio  losto,  mercè  i  leneni 
actjuislali  e  luiglioiali,  un  prodotto  di 
41,012,600  scudi,  cioè  poco  meno  che 
il  200  per  100;  e  ciò  senza  calcolare  le 
rendile  de'  porli  di  Roma  e  di  Anzio, 
dellit  navigazione  sul  Tevere  e  «ul  cana- 
le die  da  Roma  e  da  Porlo  metterebbe 
per  Anzio  e  pel  Circeo  a  Terracina.  Quan- 
to al  tempo,  lutto  sarebbe  compilo  in  20 
anni.  III."  decennio  andrebbe  ne'  lavori, 
cioè4anni  per  costruire  il  nuovo  l'orto 
Romano^dirìzzaree  incatenare  il  Tevere, 
ed  eseguir  l'opere  delle  Paludi  Fontine;  e 
Gallili  per  colmare  lutti  gli  stagni  e  co- 
minciar lungo  il  lido  una  striscia  di  colta- 
raa  bosco.  Il  2."  decennio  sarebbe  impie- 
gato a  coltivare  i  lerrenigià  sani, suddivi- 
derli, fabbricarvi  e  popolarli.  Degli  im- 
mensi vantaggi  poi,  che  il  compimento  di 
sì  grand'  opera  recherebbe  a  Roma,  allo 
statoPoiitificio  e  all'Italia  non  accade  par- 
lare: tanto  essi  sono  uianifesti,soprattulto 
chi  miri  la  nuova  importanza  che a'nosUi 
mari  promette  di  dare  l'aprimenlo  del- 
rislnio  di  Suez  (di  cui  feci  ulteriori  pa- 
iole nel  voi.  LX.XXVlI,p.i88e  i92),e 
la  floridezza  che  acquisterebbe  senza  dub- 
bio il  nuovo  Porto  R.omano,  che  per  ca- 
pacità sarebbe  il  1°  de'  porti  Medileria- 
nei,  e  per  postura  Iroverebbesi  quasi  nel 
centro  della  nuova  e  gran  via  che  sta  per 
prendere  il  commercio  marittimo  delle 
nazioni  ". 

\ELO,  Fclum,  Carbasus.  Tela  finis- 
sima di  seta  cruda,  stoffa  più  o  meno  leg- 
gera. Velo  si  dice  anche  un  abbigliameu- 
lo  fatto  di  velo,  e  talora  di  tela  lina,  che 
portavano  anticamente  in  testa  le  donne, 
il  quale  non  solo  ancora  usano,  come  si 
dice  ne'  nostri  Dizionari,  le  monache  e 
le  villanelle,  ma  le  donne  in  generale, 
giacché  in  molti  paesi  dell'Europa,  sq- 
praltutlo  in  quelli  del  mezzogiorno, con- 
servasi l'uso  di  coprirsi  col  velo.  Le  don- 
ne greche  allorché  uscivano  di  casa  ave- 
vano un  lungo  manto  chiamato  pcploii, 
P  un  panno  di  stoffa  assai  fina  e  legger^, 
chiamato  calypliyt,  paracalj(-/jlr(i,  crc- 


VEL 

(Icmnon,  cecryphalox,  therisln'on  o  ihe- 
risCroii,  che  serviva  loro  di  oriiamenlo, 
e  con  cui  esse  si  velavano  e  coprivano  il 
volto,  sia   per  guarentirsi  dall'aria,  sia 
per  nascondere  il  volto  allo  sguardo  al- 
trui.  SìIIjUo  costume  è  stalo  in  lutti  i 
tempi  osservato  dalle  donne  degli  orien» 
tali  per  non  esporsi  in  pubblico  agli  occhi 
degli  uomini,  massime  in  Turchia,  Pa- 
recchie divinità  mitologiche  vedonsi  ne' 
monumenti  col  capo  velato.  Saturno  lo  è 
sovente,  e  siccome  è  altrimenti  chiamalo 
il  Tempo,  fu  così  rappresentato  come  co- 
lui che  macchina  nella  sua  lesta   astuti 
progetti,  o  piuttosto  perchè  i  tempi  sono 
oscuri  e  coperti  d'un  impenetrabile  velo. 
Anticamente  col  velo  si  simboleggiava, l'e- 
ternità; ed   il  velo  fu  anche   geroglifico 
della  notte, e  del  termine  della  vita  urna* 
na,  il  che  fu  espresso  ne'  sepolcri  antichi, 
col  simulacro  della  Notte  che  distende  un 
velo  per  dinotare  il  fine  de' tempi,  al  mo- 
do riferito  dall'annalista  Rinaldi  all'an- 
no 337,  n.19,  nel  rendere  ragione  perchè 
Costantino  I   fu  espresso  col   capo  tulio 
velato  in  una  medaglia,  (iiunone  per  pia- 
cere sempre  più  a  Giove,  dopo  aver  esau- 
rita lotta  l'arte  degli  acconciamenti,  si 
coprì  d'un  bel  velo  bianco;  questo  attri- 
buto della  dea,  secondo  alcuni,  serve  a 
indicare,  che  spesso  le  nuvole  oscurano 
l'aria,  della  quale  essa  è  simbolo.  Anli* 
camente  si  velava  ancora  il  capo  in   se- 
gno di  dolore, ed  i  veli  neri,  come  indizio 
della  morte,  lo  sono  del  Lutto  (P^-)'  In 
Grecia  e  in  Roma  velavasi  il  capo  duran- 
te il  lutto;  ma  i  greci  servi vansi  in  queste 
occasioui  di  panni  e  di  veli  di  color  nero, 
mentre  le  donne  romane  all'incontro  im- 
piegavano abili  e   veli  di  color  bianco. 
Quello  ch'era  vi  di  singolare  in  questo  cor 
stume  sì  è,  che  i  figli  accompagnavano  i 
funerali  de'  padri  loro  colla  testa  velala, 
mentre  le  figlie  seguivano  il  corteo    col 
capo  scoperto.  Spiega  Plutarco  che  que- 
sto si  osservava,  perchè  i  figli  devono  ri- 
spettare al  pari  <ie'  numi  i  padri  loro, 
che  l§  figlie  li  devono  piangere  e  Ume^j 


VEL 

lare  solamcnle  siccome  uomini  moi'll.  Al- 
tri opinano,  che  tale  cosluniunza  prove- 
niva da  questo,  che  in  occasione  di  [ulto 
»i  osservava  nell'althigHamento  il  contra- 
rio di  quello  che  solevasi  praticare  ordi- 
nariiiniente.  La  stessa  diversità  dell'abito 
era  osservala  in  simile  circostanza  in  E- 
gilto  e  nella  Grecia.  A'  parricidi  fu  decre- 
tala la  pena  di  morte  col  volto  coperto 
da  ini  velo  nero,  dovendo  incederealsup- 
plizioa  piedi  scalzi  e  con  una  lunga  cami- 
cia; come  morte  esemplare,  ad  tcrrorcm, 
secondo  le  leggi  di  molti  popoli.  Gli  an- 
tichi scrittori  parlano  di  veli,  che  consi- 
stevano in  drappi  particolari,  sioiiglie- 
voli  a'  veli  di  cui  le  nostre  donne  si  ser- 
vono attualmente.  Se  le  donne  dell'  anti- 
chità non  trovavano  necessario  di  nascon- 
dersi il  volto  loro,  lo  stesso  velo  riceveva 
altre  forme,  edera  accomodato  diversa- 
mente :  da  questo  venne  che  la  parola 
crcdernnon  indica  in  pari  tempo  la  ben- 
da con  cui  cingevasi  ilcapo,  e  il  velo  che 
'   copriva  interamente  il  volto.  Questi  veli 
erano  finissimi  e  trasparenti,  d'una  slof- 
fii  che  fijbbricavasi  nell'isole  di  Cos  e  di 
A  morgos  nella  Lidia,  a  Taranto  e  a  Siris, 
città  d'Italia,  ed  è  perciò  che  venivano 
denominati  eoa,  ainorginae  strina.  Sì 
traeano  pure  da  Sidone, ov'erano  tinti  in 
porpora,  caujechè  presso  i  greci  i  veli  fos- 
sero per  l'ordinario  di  color  bianco.  Di- 
oearco  descrive  in  modo  singolare  l'uso  dì 
velarsi  praticato  dalle  donne  tebane.  Es» 
se  portavano  sulla  testa  un  velo  bianco, 
che  a  cagione  della  sua  estrema  (ìrìezza  si 
accoinoda  va  al  volto  come  una  maschera, 
ad  eccezione  degli  occhi  che  rimanevano 
sco[)erli  col  mezzo  di  due  aperture  che  vi 
si  praticava. Le  ateniesi  servivansi  egual- 
mente di  veli.  Euclide  di  Megara  per  sot- 
trarsi alla  legge  che  proibiva  sotto  pena 
di  morte  agli  abitanti  di  quella  città  di 
comparire  in  Atene,  si  travestì  da  donna, 
si  coperse  il  volto  con  un  velo,  e  con  sì 
fatto  stratagemma  entrò  la  notte  in  Ate- 
ne, per  trovarsi  nella  società  di  Socrate, 
l'resso  gli  spaitaoi  le  giovani  fanciulle 


VEL  io5 

Compai'ÌTano  in  pubblico  col  volto  sco- 
perto, giacché  le  soie  donne  maritale  e- 
scivano  velate.  Scrive  Rinaldi,  le  donne 
spartanelodatissi(ne sopra  tulle  lealtre,le 
vergini  solevano  andare  colla  faccia  sco- 
perta, e  le  maritate  coperta,  acciocché  le 
une  trovassero  marito,  e  le  altre  avendo 
i  mariti  non  curassero  di  piacere  altrui. 
Ma  soggiunge,  che  se  le  vergini  spartane 
sono  riprese  perchè  portassero  le  vesti  in- 
sino  al  ginocchio, così  non  si  devono  lo- 
dare che  s'esponessero  colla  faccia  scoper- 
ta, quasi  venali.  Che  direbbe  il  Rinaldi 
se  vedesse  l'uso  odierno,  che  le  donne  cri- 
stiane, maritale  e  zitelle,  portano  cappel- 
li, cheoltrelulto  il  volto  lasciano  scoper- 
to quasi  la  metà  del  capo?!  E  che  quasi 
quasi,  in  alcuni  luoghi,  rare  sono  (|uelle 
che  usano  di  appendervi  il  velo  detto  vol- 
garmente scullino,  recandosi  in  chiesa?! 
Qualche  volta  ledonne  non  coprivano  che 
per  metà  il  loro  volto  per  convenevolez- 
za.In  Calcedonia  quando  ledonne  incon- 
travano un  uo(no  e   principalmente  un 
magistrato,  non  scoprivano  che  una  me- 
tà ilelle  loro  guance.  Presso  i  romani  le 
donzelle  e  le  doime  maritate  non  osava- 
no comparire  pubblicamente  senza  esse- 
re velate.  Caio  Sulpicio  Gallo  ripudiò  la 
moglie,  perchè  era  uscita  senzo  velo.Que-? 
sto  era  ordinariamente  d'una  slolFa  tin- 
ta in  rosso  o  in  porpora,  ornato  .sovente 
di  frangie  e  chiamalo Jlammeum.  he  ma- 
trone romane  avevano  un  altro  modo  di 
velarsi,  coprendosi  la   testa  e  la  spalla 
dritta  d'un  panno  chiamato  Stola  (F.) 
in  greco  e  ricinium  in  latino,  la  cui  mcr 
là  era  gettata  sulla  spalla  sinistra.  Il  co- 
stume di  velarsi  giunse  purea'  celtiberi, 
e  le  loro  donne  ornavansi  d'un  velo  che 
copriva  tutta  la  persona,  ed  era  fìsso  sut 
capo  in  modo   affatto  particolare.  Esse 
portavano  delle  collane  di  ferrocon  lacnit 
ne,  che  s'innalzavano  al  di  sopra  del  ca- 
po, e  eh'  erano  incurvate  assai  in  agget-> 
lo  ;  queste  lamine  servivano  a  sorregge^ 
re  il  velo,  che   le  guarentiva  dal  sole,  e 
loro  servi  va  in  pari  tempo  d'ornaoieulo. 


io6  V  E  L  V  E  L 
Il  costume  di  velarsi  esisteva  pure  pres-  rneum  nuptiale,  non  pei*  altro  cei'la- 
so  i  greci  dell'Asia  minore  e  presso  gli  al-  mente,  se  non  perchè  era  di  color  por- 
ti i  popoli  dell'oriente;  egli  è  a  (juesli  per-  pora,  per  meglio  dinotare  questa  virtù 
sino  die  deve  la  sua  origine  tale  costo-  s'i  propria  delle  persone  maritate,  di  cui 
Dtanza.  Le  donne  nella  Media  non  usci-  uH'i  ne  forma  il  principal  ornamento.  La 
vano  che  velale,  e  CI  edesi  che  Medea  loro  benedizione  nuziale  seguiva  mentre  gli 
regina  ne  introducesse  l'uso.  Il  velo  era  in  sposi  erano  coperti  di  qnesto  velo,  per 
uso  nella  Persia,  e  le  rendite  d'un'intera  cui  dice  s.  Ambrogio,  che  il  matrimoiiio 
provincia  erano  impiegate  pe'  veli  della  sia  satiliflcato  dal  velo  e  dalla  benedizio- 
legina.  Anzi  Escliilo  attribuisce  assoluta-  ne  sacerdotale.  Dice  il  Buonarroti  nelle 
mente  l'uso  de' veli  alle  donne  persiane.  Ossei\'azioni  sopra  i  \'nsi  nntichi  di  l'e- 
Nell'Arabia  le  donne  si  velano  con  tanta  tro,  che  il  velo  usato  dalle  donne  cristia- 
ansterità,  che  esse  si  coprono  l'intero  voi-  ne  nelle  nozze,  non  è  così  antichissimo 
lo  ad  eccezione  d'on  occhio.  Negli  Spo-  come  vogliono  diversi  scrittori;  e  quan- 
salizi(V.)^\e%<^o  i greci  la  nuova  sposa  si  do  fu  introdotto  venne  colle  benedizioni 
coiuhiceva  coperta  d'un  velo  nuziale  nel-  ripurgato  dalle  superstizioni  geiUilesche. 
la  casa  del  manto;  essa  non  moslravasi  E  parla  del  velo  portato  dalle  fanciulle 
scoperta  che  il  3."  giorno  dopo  le  nozze,  ch'erano  per  maritarsi.  Nelle  pompe  nu- 
ei  regali  che  il  marito  faceva  alla  sua  don-  ziali  di  monumenti  antichi  mitologici,  di 
no,  erano  allora  chiamati  optcria  e  apo-  marmo  e  musaico  presso  Wuìckelmann, 
c.'i/jplcria,  da  calffìtra  nome  che  indi-  si  vede  la  sposa  col  volto  coperto  da  un 
cava  il  velo.  I  romani  osservavano  lostes-  velo  nuziale  bianco  trasparente.  A  Spar- 
so costume;  presso  di  essi  la  giovane  spo-  la  la  statua  di  Venere  Morfo,  che  avea 
saera  coperta  d'un  flaiivnewn  implinle,  un  tempio  con  tal  soprannome,  era  orna-  ' 
per  cautelare  la  sua  modestia.  Quel  velo  la  d'un  velo  cnlyptraj  la  dea  era  velata, 
nuziale  era  color  di  fuoco  o  rosso,  aìlnie  colle  catene  a'piedi  postegli  da  Tindaro 
d'indicare  il  pudore  ch'essa  doveva  sem-  sia  per  la  fedeltà  e  subordinazione  del- 
pre  conservale.  Nel  citato  articolo  parlai  le  donne  versoi  loro  mariti,  sia  per  ven- 
di dello  velo  e  di  quello  che  si  usava  in  dicarsi  di  Venere,  cui  egli  imputava  l'in- 
copiiie  gli  sposi  neir  atto  degli  sponsa-  continenza  e  i  disordini  delle  sue  pro- 
li; del  velo  usato  dalle  spose  degli  an-  prie  figlie.  La  statua  di  Polissena  a  Co- 
tichi  romani  e  di  altre  nazioni  anche  cri-  slaiitinopoli  avea  il  volto  coperto  dal  ve- 
stiane  e  co'  loro  signitìcali.  li  Chardon,  lo  crerleinnon,  per  indicare  insieme  il' 
Storia  de'  Sacramenti,  lib.  3,  cap.  3:  suo  piidoree  il  dolore  da  cuiera  compre- 
Zhdl'antichità  d' alcune,  ceretnonie  del-  sa.  Andromaca  e  Medesicaslo,  in  cattivi- 
la  celebrazione  del  Matrimonio,  dice  là  presso  i  greci,  erano  rappresentate  ve« 
che  s.  Ambrogio  parla  del  velo  o  pai-  late  nel  celebre  quadro  a  Delfo  dipinta 
lio,  che  si  stendeva  sulla  testa  di  due  ma-  da  Polignoto  di  Talo.  Presso  gli  orientali, 
l'itati  cristiani,  la  qual  cereraonia  inse-  come  presso  i  greci,  il  velo  usavasi  anche 
gnava  loro, che  il  j)U(lore  esser  doveva  nelle  ceiemonie  religiose.  Enea  facendo 
la  regola  di  lor  condotta  (forse  da  tal  rito  un  sagrifizio  a  Minerva  si  copri  la  testa 
ebbe  origine  quello  col  quale  negli  spo-  alla  foggia  de'frigi .  Aristrando  l'iudovi- 
salizi  il  sagro  ministro,  dopo  aver  be-  no,  nlfereudo  un  sagrifizio  a  Giove  e 
Dedetti  gli  anelli  nuziali,  che  in  alcuni  Minerva,  era  vestito  d'un  abito  biancc 
luoghi  la  sposa  pure  dà  allo  sposo,  e  e  avea  la  lesta  velata.  La  sacerdotessa  dij 
scambiali  tali  anelli  dagli  sposi,  copre  Siso[)oli,  genio  tutelare  degli  Elleni,  noi 
colla  stola  le  mani  a' medesimi  sposi,  e  ardiva  penetrare  nel  tempio  di  quella] 
quindi  li  benedice).  Egli  Io  appella  /lain-  divinità  senza  un  velo  bianco  che  le  cO' 


priva  la  teila  e  il  volto.  Tultavolla  Ma- 
crubìo  nel  liU  i  de'iiuui  Satttrnalì,  dice, 
che  preikO  i  greci  i  Sagri fizi  (f^.)  si  face- 
vano  d'urdinarioa  capo  scoperto,  l'ressu  i 
romani  ìSacerdolit  ìeSaccnlolrs.u^r'.), 
come  il  nuinine Diale  odi  Giove,  e  le  /'c- 
stali,  e  queUi  che  indirizzavano  le  loro 
preijhiereo  facevano  sagriflzi  agli  Dei, por- 
tavano un  Velo,  ma  con  rpieslu  dilierenza 
che  coprivano  il  loro  capo  o  d'un  pontio 
o  della  Toga,  e  che  il  volto  d'ordinario 
rimaneva  scoperto.  Si  credeva,  secondo 
l'iularco  nelle  sue  Questioni roriiaiie, che 
il  costume  di  velarsi  nelle  ceremonie  re- 
ligiose procedesse  da  Knca.  Questo  eroe, 
dopo  il  suo  arrivo  in  Italia,  essendosi  oc- 
cupato un  giorno  a  fare  un  sagrilizio,  e- 
rasi  velata  la  lesta  vedendo  passare  Dio- 
mede suo  nemico,  e  in  tal  modo  terminò 
quell'alto  di  pietà.  Altri  pretendono  tlie 
l'uso  di  velarsi  durante  il  sagrifizio  os- 
servavasì  in  segno  dì  rispetto  alla  divinità 
alla  quale  si  sagrificava,  o  piulloslo  per 
non  conoscere  o  vederci  segni  di  qual- 
che sinistro  presagio,  che  potevano  ma- 
nifestarsi durante  la  preghiera.  Castore 
lllosofo  pitagorico,  pretende  che  siccome 
il  buon  genio  ch'è  nascosto  nel  nostro 
interno,  prega  i  numi,  parimente  il  vela- 
aie  del  capo  significa,  che  l'anima  è  co- 
perta e  nascosta  dal  corpo.  Egli  non  era 
se  non  a  Saturno  e  all'Onore  (in  Roma 
eravi  il  Tempio  dclfOnort  e  della  yir- 
Cu,  che  descrissi  in  quell'articolo)  che  si 
sagrificava  colla  lesta  scoperta:  al  i.°  per- 
chè il  culto  di  quel  nume  era  più  antico  di 
quello  che  si  attribuisce  ad  Enea,  o  per- 
chè Saturno  era  annoverato  fra  le  divi- 
nità infernali,  e  che  il  suo  cullo  dovea 
essere  distinto  da  quello  delle  divinità 
celesti.  Queste  diverse  opinioni  riferisce 
Plutarco  nelle  dette  Questioni.  Quando 
le  Vestali  facevano  un  sagrifixio,  esse 
portavano  il  loro  abito  ordinario,  i  loro 
capelli  erano  allacciati  con  una  fjttuccia, 
lua  esse  ponevano  inoltresulla  lesta  un  ve- 
lo bianco,  chiamato  suffìbuluin,  di  foroia 
oblunga  e  quudrala^ricauiatudi  |Jorpuru, 


VEL  107 

che  esse  attaccavano  al  di  sotto  del  mento 
con  un  fermaglio.  Varrone  dice,  che  le 
donnechesagriflcavano,  avevanOjConfor- 
memente  al  rito  romano,  la  lesta  coper- 
ta d'un  velo  che  chiamavasi  vira.  Se- 
condo Cicerone,  nella  sua  orazione  Pro 
domo,  coloro  che  dedicavano  un  tem- 
pio a  qualche  divinila  erano  velati  nello 
stesso  modo  de'  sacrificatori.  Insegnano 
Festo  e  Tito  Livio,  che  i  giovanetti  e  le 
fanciulle,  che  gli  antichi  popoli  d'Italia 
consagravano  agli  Dei  per  calmarne  lo 
sdegno,  erano  condotti  velali  alle  fron- 
tiere per  non  più  rientrare  giammai  nel- 
la patria  loro.  I  greci  e  i  romani  ne*  viag- 
gi loro  coprivansi  la  testa  col  tnanto  o 
colla  Ioga,  per  guarentirsi  dall'  aria  e 
qualche  volta  per  non  essere  conosciuti. 
]  filosofi  nelle  lon»  profonde  meditazio- 
ni facevano  lo  slesso,  per  non  essere  di- 
stratti dagli  oggetti  da  cui  erano  circon- 
dati. Si  velava  ancora  il  capo  per  na- 
scondere agli  occhi  altrui  il  rossore  che 
si  provava.  Finalmente  si  può  osservare 
che  all'avvicinamento  di  pericolo  imnu- 
uente,  inopinato,  inviluppavasi  il  mento 
coprendosi  la  lesta,  e  in  quest'attitudine 
si  as[)ettava  il  suo  destino  con  rassegna^ 
zione,come,fra'tanli  esempi, fecero  l^ota- 
peo  e  Giulio  Cesare;  e  que'  valorosi  ro- 
mani che  per  la  salute  della  patria,  dopo 
pronunziata  la  formola  che  ripoitai  al- 
trove, colla  testa  coperta  di  loro  Ioga  af- 
frontarono la  morte  gettandosi  nella  mi- 
schia cou  successo  allo  scopo.  Osserva 
Rinaldi,  che  anco  anticamente  si  velava- 
no gli  occhi  de'condannali  alla  decapita- 
zione o  ad  altri  estremi  supplizi;  perciò 
l'apostolo  s.  Paolo  chiese  il  velo  a  Plau- 
lilla,  per  bendarsi,  secondo  l'uso  de'giu- 
dei,  come  dimostra  GioselTo,  prometten- 
dole che  glielo  avrebbe  restituito,  sicco- 
me fece  dopo  morto  apparendole.  Non- 
dimeno fu  riposto  nel  suo  sepolcro,  e 
perciò  negato  da  s.  Gregorio  1  a  Costan- 
tina  Augusta  quando  glielo  chiese  con 
grandissime  istanze.  Siccome  il  velo  in 
dello  anche  Sudario,  in  qucll'  articolo 


io8  VEL 

ne  I  ipat'Iai.Eravi  nncora  un'altra  manie- 
ra (li  velarsi  [iialicata ila'  romani,  la  qua- 
le consisteva  nel  cociillus,  o  capperone, 
die  copriva  il  capo  e  s'impiegava  d'or- 
tlinario  nelle  parlile  di  piacere,  quando 
non  si  voleva  essere  conosciuti.  Presso  i 
j umani  esisteva  un'usanza  somiglievole 
a  quella  «lar  noi  praticala  a'  nostri  gior- 
ni :  idlorchè  un  uomo  velalo  incontrava 
una  persona  distinta,  un  amico  o  un  ma- 
gislialo,  scopriva  in  segno  di  rispetto  il 
cap<i  con  Saluto  (f^.).  INonio  riferisce, 
«uH'appoggio  di  Sallustio,  che  allorquan- 
do passando  si  trovava  sul  cammino  il 
dittatore,  scoprivansi  il  capoe  alzavansi 
in  piedi  coloro  ch'erano  assisi.  Il  dit- 
tatore Siila  usava  la  slessa  attenzione 
verso  il  grande  Pompeo,  quantunque 
allora  non  fosse  che  un  semplice  pri- 
valo. Notò  Seneca,  che  quando  s'mcon- 
Irava  im  console,  un  pretore,  qualche 
j)ersona  di  distinzione,  scendevasi  da  ca- 
vallo, scoprivasi  la  testa  e  lasciavasi  lo- 
ro libero  il  passaggio.  Il  velo  di  Coserà 
tanto  trasparente,  che  lasciava  vedere  il 
corpo  come  se  fosse  nudo;  per  coi  Var- 
rone  chiamò  gli  abili  che  n'erano  forma- 
ti v'dreas  togas,  toghe  di  vetro;  e  Publio 
Siro  li  disse  t'^/j<H//z  texlilein,  [essuto  di 
vento,  nehulani  lìncam,  nebbia  di  lino. 
Questo  velo,  secondo  Plinio,  era  slato  in- 
ventato da  una  donna  denominata  Pan- 
dia.  Si  faceva  il  velo  di  Cos  con  seta  fi- 
nissima, che  si  tingeva  in  Porpora  avan- 
ti di  tesserla,  perchè  dopoché  il  velo  era 
formalo,  non  avea  bastevole  sodezza  per 
conservare  la  tintura.  In  Roma  da  prin- 
cipio non  eran  vi  che  le  cortigiane,  le  qua- 
li osassero  di  portare  tali  abiti;  ma  le  al- 
tre donne  non  lardarono  ad  imitai  le,  e 
rie  sussisteva  ancora  l'uso  a' tempi  di  s. 
Girolamo,  che  riposò  nel  Signore  l'anno 
420.  Ne'palazzi  degl'imperatori  romani, 
dopo  aver  percorse  molte  sale  di  superba 
Uìagnifìcenza,  si  vedeva  una  cancellata,  e 
poscia  un  gran  velo  che  copriva  l'ingres- 
so, per  conciliare  venerazione  alla  mae- 
§tù  del  principe.  Lampridio  nella  vita  di 


VEL 

E I  i  oga  ha  lo  d  ice  :  Qui  subilo  m  ìlilutn  stre- 
pita exterritus,  in  angulunise  condidet, 
ohJccliKjftic.  {'di  cubicularii  quod  in  in- 
troita erat,  cuhiculix  se  (exit.  Ancor  Ca- 
ligola atterrito  dalle  grida  sediziose,  rife- 
risce Svetonio,  inter  praelexta  foribus 
vela  se  abdidil.  Chi  giungeva  tra  la  can- 
cellata ed  il  velo  aveva  ottenuto  inlerio- 
rein  admissioncrn.  Di  esso  fa  menzione  il 
codice  Teodosiano,  lib.  a.  De  Senatori- 
bus,  e  Vopisco  in  Aureliano, cap.  i  2.  I  ve- 
lari erano  ministri  ad  forrs, c\oè  una  spe- 
cie di  guardie  d'onore,  che  custodivano 
il  velo,  dov'era  l'ingresso  per  l'imperato- 
le.  Questi  velari  aveano  il  capoo  soprin- 
tendente, ed  il  Grutero,  p.  5gg,  n.°  7,  ri- 
porta l'iscrizione  in  cui  è  nominato:  Tha' 
liuspraepositus  Velariorwn  doinus  Au- 
guslae.  E  sotto  il  n."  8  quella  di  L.  Fla- 
i'ius  supra  Velarios  de  domo  Angus tae. 
Non  pare,  come  scrisse  mg.'  Fdippo  del- 
la Torre,  De  Inscript.  M,  AquUii  ,  che 
questi  ministri  velari,  pula  observassc 
vela,  canne  deduxisse  ut  palerei  aditnv 
introeuntibus,  quod  hodie  dicitur-  alzar 
la  portiera  •  ideoque  appellatosfnisse  Ve- 
larios, Dappoiché  troppo  minore  sarebbe 
statoquest'udìziojenon couTenientea  per- 
sone cheavvicinavanola  persona  del  prin- 
cipe. Tertulliano  in  Scorpiaco^  chiama 
questi  ministri  ve\an,  potestates  j'anitri- 
ces,  paragonandoli  a  Carila ,  a  Forcuto, 
a  Limentino,  divinità  tutelari  e  custodi 
delle  porte.  Laonde  ivi  slavano  per  dife- 
sa e  non  per  alzar  la  portiera,  (piasi  guar- 
die del  corpo  del  principe.  Seneca  li  con- 
siderò, De  clem,:  Ministri  aulici  et  cor' 
poris  custodes  non  tantum praesìdii ,  ve 
rum  edam  ornamenti  causa  habentur. 
bell'antica  corte  v'erano  pure  gli  u(Ii« 
ziali  accensi  ^f7rtr?V, che  secondo  Nonio 
e  Varrone  aveano  l'incarico  d'  eseguire 
le  chiamate,  l'ambasciate  e  i  voleri  del 
principe.  Gli  antichi  anfiteatri  erano  ri«| 
parati  di  tende,  vela, che  costituivano  il 
relariuni:  ne  parlai  nel  voi.  LXXIll, 
246  e  249.  Un  velo  sospeso  come  una 
cortina,  sui  raonumeotì,  indica  che  l' aj 


V  E  L 

rione  In»  luogo  iiell'inlerno  ileiP  otlifizio 
e  iKtii  ull'Htia  npertii;  alcuni  veli  coìì  so- 
spesi lenirono  luogo  tii  Uippezzetia ,  or- 
noH(losi  COSI  le  volle  tlellii  slniiza  ,  e  fa- 
cendo loro  anche  tener  luogo  di  soHìtlo; 
chiama vansi  vela  Iriclinaria,  I  veli  che 
fabbricansi  attualmente  in  Italia  non  la 
ceilodo  ceilaniente  in  finezza  a  quelli  la- 
vorali dagli  antichi.  Nel  voi.  LXXXIV 
riparlai,  a  p.  1 34  della  lana,  a  p.  i  87  dei 
lino,  ed  a  p.  i\'è  della  seta  ;  quanto  alla 
lana  e  al  lino,  l'ima  e  raltro  impiegali 
nel  divin  culto  del  vero  Dio  sincf  nella 
legge  Mosaico. 

L'uso  d'avere  la  lesta  coperta  o  sco- 
perta ne'lempli  non  fu  il  medesimo  pres- 
so i  diversi  popoli  ,  anche  fra  gli  adora- 
tori del  vero  Dio.  Il  costume  pei  ò  più  ge- 
nerale presso  gli  antichi  fu  che  i  sagrili- 
colori  esercitassero  le  loro  funzioni  colla 
testa  coperta  da  un  lembo  della  loro  ve- 
ste, perchè  cos'i  fossero  meno  dislialti,  e 
perchè  non  potessero  guardare  uè  a  drit 
te  ,  né  a  sinistra.  Cornelio  a  Lapide  ed 
allri  hanno  osservalo  che  presso  gli  ebrei 
i  sacerdoti  non  pregavano  e  non  sagrifica- 
vano  colla  testa  scoperta  né  nel  Taber- 
nacolo,  né  nel  Teivpìo  [^ .) ,  ma  copri- 
Vania  con  una  tiara  o  mitra  ch'era  un 
ornamento.  Nel  crislianesimo,rifeiisceAs- 
semani,  il  patriarca  de'  nestoriani  nnizia 
colla  testa  coperta ,  così  pure  (juello  di 
Alessandria  ,  come  anche  i  monaci  di  s. 
Antonio,  ì  copti,  gli  abissini,  ed  i  sii  i-ma- 
roniti ,  oltre  il  patriarca  de'  siri.  In  occi- 
dente il  sacerdote  adempie  le  funzioni  del 
suo  ministero  colla  testa  scoperta,  essen- 
do proibito  anche  1'  uso  del  Berrettino 
clericale  (V.),  concedendosi  licenza  con 
limitazioni,  ed  egualmente  occorre  di- 
spensa per  fare  uso  della  Parrucca  (/^.). 
Eravi  nel  Tempio  di  Gerusalemme  o 
di  Salomone  (/'.)  un  velo  di  slolla  pre- 
ziosa, appeso  a  due  colonne,  che  separa- 
va il  Santuario  o  il  Santo  de' Santi,  in 
cui  eravi  l'Arca  dell'alleanza,  dal  restan- 
te del  recinto  chìaiDalo  santo  :  era  cioè 
tra  l'Arca  e  l'aliare  su  cui  ardevano  i  va- 


V  E  L  109 

si  de'profumi.  E  questo  velo  che  si  squar- 
ciò in  due  parli  dall'ulto  al  biisso  nel  mo- 
mento della  morte  di  tiesìi  Cristo.  Que- 
sta circostanza  fu  considerata  come  assai 
rimarchevole  da'P.idri  della  Chiesa:  Dio, 
dicono  essi,  testificava  così  che  il  tempio 
di  Gerusalemme  non  era  più  il  santua- 
rio in  cui  soleva  per  l'inuinizi  abitare,  e 
che  quell'edifizio  sarebbe  presto  distrut- 
to; che  il  cullo  che  vi  si  celebrava  a- 
vrebbe  ceduto  il  luogo  ad  un  cullo  più 
puro  e  più  gradito  a'suoi  occhi,  come  tra 
gli  altri  osservano  s.  Ciò.  Crisostomo  e  s. 
Leone  I.  Il  velo  del leiupio squarcialo  per 
la  morte  del  Redenloie  fu  altresì  un  an- 
ticipalo preludio  dell'enicacia  di  quella 
morte,  per  la  quale  il  cielo,  prima  inac- 
cessibile agli  uomini,  fu  loro  aperto;  ed 
adempite  tulle  le  figure,  manifestati  fu- 
rono i  misteri  non  prima  intesi.  Imper- 
ciocché dentro  0  quel  velo  nessuno  poteva 
entrare  giammai,  eccello  il  solo  Sommo 
Sacerdote,  ed  egli  una  volta  sola  all'an- 
no portando  il  sangue  degli  animali  uc- 
cisi nel  dì  dell'espiazione  solenne  e  gene- 
rale. Osserva  il  Rinaldi,  colla  leslimonian- 
za  de'ss.  Padri,  che  tìue  erano  i  veli  del 
tempio  :  quello  esterno  posto  avanti  al  1 ." 
tabernacolo,  dov'era  il  candelliere ,  la 
mensa  e  il  turibolo,  e  questo  si  divìse; 
r  altro  velo  copriva  l' inlima  parie  dei 
tempio  cljiamato  Sancta  Sanctoruni.  Si 
divise  dunque  il  velo  ciie  separava  il  po- 
polo da' sacerdoti,  e  perciò  esposto  alla 
vista  di  tulli.  Nelle  Chiese  cristiane  o 
lempli  del  vero  Dio  si  fa  altresì  uso  di 
diversa  specie  di  veli.  Chiamasi  pure  ve- 
lo il  panno  con  cui  coprivasi  V /altare  fiiO' 
ri  del  tempo  della  celebrazione  de'sanli 
misteri.  Onde  il  Magri  nella  Notizia  de' 
vocaboli  ecclesiastici,  ó\ce  che  l  elnm  è 
un  vocabolo  die  significa  anche  7ova- 
glia  (V.)  dell'altare.  Anastasio  Bibliote- 
cario riferisce  i  doni  die  i  Papi  facevano 
alle  basiliche  romane  in  porpore  dorate, 
e  in  sete  ricamale  in  oro,  e  intarsiate  an- 
ciiedi  gemme,  in  cui  vi  erano  rappresen- 
tali o  i  falli  dell'  anlieo  Teslaoiento,  o  i 


no  VEL 

misteri  (Iella   nuova  alleanza,  o  nlciini 
traiti  della  storia  ecclesiastica,  perchè  ne 
(ossero  rivestili  i  loro  principali  altari. 
Oritle  alcuni  da  quegli   ornamenti  ripe- 
tono l'origine  de'  Pniiotli,  e  quindi  l'u- 
so degli  altari  non  più  vuoti,  ma   ripie- 
ni, tra    il   coro  e   la    nave,   cioè  avanti 
il  Santuario  o  Sancta  Sanctorurn  (f^.), 
luogo  accessibile  a'soli  ecclesiastici,  era- 
vi  un  velo  o  cortina  steso  durante  VUf- 
fìziaiura  (.\e\  Scn'izio  (livino  (F.),  chia- 
malo pine  Brandcuvi,  ed  i  diaconi  l'a- 
privano dopo  il   Prcfazio ,    allorché   il 
celebranle  incominciava  il  Canone  del- 
la Messa.  Conservasi  ancora  qtiesto  ri- 
to in  alcune  chiese,  particolarmente  in 
Francia,  tra  gli  arsiieni  e  altri  orientali, 
come  ricordai  nel  voi.  LXXII,  p.  2o5, 
riferendo  i  vocaboli  con  cui  $j  chiamava- 
no  i   veli  o  tende  co'  quali   chiudevansi 
gli  altari  isolati  delle  chiese,  massime  fin- 
ché fu  in  vigore  la  saggia  diseiplìna  del- 
r/^rrY7/;o,diversodal  tenebroso  delle  i^ef- 
te.  Il  Magri  nei  vocabolo  Altare  y  chia- 
ma bellissima  la  ceremonia  antica  usata 
la  notte  del  s.  Natale.  Si  copriva  1'  alta- 
re con  3  veli;  il  i .°  era  di  color  nero,  che 
si  levava  finito  ili. "notturno,  e  dinotava 
il  tempo  avanti  la  legge;  l'altro  velo  bian- 
co si  levava  finito  il  2."  notturno,  e  signi- 
ficava il  tempo  della  legge;  1'  ultimo  di 
colore  rosso  si  levava  finito  il  3.°  nottur- 
no, ed  era  sindjolo  della  legge  di  grazia. 
Aggiunge,  che  l' istcssa  ceremonia  si  fa- 
ceva nel  giorno  di  Pasqua  dopo  ciascuna 
lezione,  per  essere  un  solo  notturno.  iNar- 
ra  inoltre,  clie  nella  Spagna  dal i.°  gior- 
no di  quaresima  si   tira  un    velo   avanti 
l'altare  maggiore,  mentre  ne'giorni  feria- 
li si  recitano  l'ore  canoniche  e  si  canta  la 
messa  ,  il  quale  velo  si  rilira  nel   tempo 
dell'elevazione  delle  specie  sagramentali, 
quando  si  canta  il  Vangelo,  e  finalmente 
mentre  si  dice  l'ultima  orazione  sopra  il 
popolo. Nel  giorno  poi  del  mercoledì  santo 
si  leva  del  tutto  questo  velo,  quando  nel 
Passio  si  cantano  le  paroleei  velimi  Tew- 
p// imi»;// cs/.Anlicanienlecorline  tirate 


VEL 

fra  le  colonne  de'teuìpli separavano  i  due 
sessi  e  ne  impedivano  la   vista  reciproca, 
in  ciò  vegliando,  pegli  uomini  i  Diaconi^  i 
Suddiaconi, ^'\  Ostiari  (f^.)j'  per  le  don- 
ne lePrcshitcresse^ìe  Diaconesse,\e  Siid- 
diacoìiesse  e  le  pie  f  edove  (^J.)  ha  sepa- 
razione de'  due  sessi  tuttora  e  in  vigore 
in  moltissime  chiese;  in  alcune  poi  di  que- 
ste, nell'istruzionedella  Dottrina  crislia' 
na,  il  luogo  delle  donzelle  è  riparalo  da 
tende,  avanzo  della  delta  antica  discipli- 
na. Anche  anticamente  eranvi   tende  e 
portiéte  alle  porle  della  Sagrestia,  del 
Coro,  ed  alle  Porte  di  cluesa.  Quanto  a 
quelle  del  coro,  rammentai   nel  volume 
LXXlll,  p.  345,  che  essendo  andate  in 
disuso  le  tende  a'cori  per  impedir  la  vi- 
sta degli  Stalli,  s.  Gaetano  le  prescrisse 
a'suoi  Teatini,  e  furono  imitati  da  mol- 
ti  cleri  ,   principalmente    di  regolari.   Il 
Magri  chiama  Telotliyrttni  la  Portiera 
(/.)  o  cortina,  voce  greco-latina  compo- 
sta da  P^eluni  e  dalla  parola  greca   che 
significa  Porta;  onde  tutto  il  vocabolo 
quivale  a  portiera,  e  riporta  gli  esem{ 
d'  Anastasio  Bibliotecario.  Viene  ancl 
chiamala  J/iiphitìiynmi,  cioè  di  due  poi 
le,  perchè  la  portiera  si  apriva  da  due  il 
ti.  Di  tali  cortine  ne  fanno  eziandio  ti 
sliajonianza  i  versi  di  s.  Paolino  ed  il 
sto  d'Evagrio,  da'quali  se  ne  rileva  il  pn 
gio  e  l'antichità.  Dissi  nel  voi.  XII,  p.i^' 
che  l'arcibasilica  Lateranense  di  giorno  e 
di  notte  era  aulicamente  sempre  aperta, 
soltanto  essenilo  nelle  porte  ripari,  cor- 
line  e  veli,  o  portiere,  che  il  citalo  Anj 
stasio  chiamò  Siparii.  Delle  ricche  e  ni 
bili  portiere,  che  i  cardinali  preti  e  diacij 
ni  somministrano  a'  loro    Titoli  e  Die 
co/i/f,  per  le  feste  solenni,  riparlai  nel  ve 
LXXV,  p.  242.  Alle  chiese  nell'  esposi^ 
zionedel  ss.  Sagramento  in  forma  di  Qua- 
rancore  {V.),  è  prescritto  di  tenere  in- 
nanzi alle  porte  maggiori  una  cortina.  An-i 
che  neirantichilà  pendevano  nell'interno* 
delle  basiliche  e  altre  chiese,  e  specialmen-! 
te  fra  le  colonne,  de'drappi  chiamati  Pe4 
risiroinata  e  Fcla.  Quanto  a' veli  di  raai 


V  E  L 

I  gioie  anticliità  che  servivano  precisa* 
melile  per  ailoinare  l'ultare,  si  appieiide 
da  Palladio, che  alcune  matrone  romane, 
rinunciando  al  mondo ,  dierono  a  que- 
st'oggetto omnia  sua  siiperhurneralia 
legiimenta.  Il  Buonarroti,  Osservazioni 
sopra  ire  ([ittici  antichi,  p.  260,  narra 
che  i  cristiani  ebbero  in  costume  ne'gior- 
ni  più  solenni  di  adornare  le  chiese  di 
Tari  arredi,  i  principali  de'quali  erano  al- 
cuni panni  preziosi,  che  chiamavano  veli, 
e  che  usavano  di  mettere  pendenti  agli 
archi  o  architravi  delle  navate,  e  special- 
mente ne'  4  lati  delle  cappelletle  o  ci- 
bori, sotto  i  (piali  stavano  gli  altari.  Tro- 
vo nv\  Se\€{  ano, Mi-riìorie  sagre,  p.  lo^. 
Rusticiana  nobilissima  patrizia  romana 
nel  601  mandò  a  s.  Gregorio  I  alcuni 
veli  o  panni  preziosi  per  la  con|essioiie  di 
s.  Pietro,  per  ornamento  di  essa.  In  mol- 
le chiese  per  le  /^e^/c  solenni,  tra  gli  ad- 
dobbi, si  usano  anco  i  veli  di  diversi  colo- 
ri. Vi  furono  i  veli  brandei  o  sudari,  che 
operarono  prodigi  come  i  corpi  de'Santi 
che  aveano  toccato  ,  e  lo  prova  Rinaldi 
all'anno  55,  n.''i2  e  altrove.  Che  la  sles- 
sa virtù  fu  comunicata  a' Fiori  a  altre  co- 
se che  toccavano  i  corpi  de'Santi,  lo  dissi 
nel  voi.  LXXI X,  p.  1 7  I  ;  e  cosi  la  polvere 
che  si  formava  sui  medesimi, come  rilevai 
nel  voi.  LXXI,p.  70.  \\Brandeuin,o  Pai' 
Unni,  o  Santuarium,  è  un  nome  usato  da- 
gli sciitlori  della  bassa  latinità  per  signifi- 
care un  lenzuolo  di  seta  odi  Imo,  nel  qua- 
le si  avviluppavano  i  Corpi  /le  Santi  e 
le  loro  Reliquie  (/^.),  e  questo  nomeda- 
vansi  a'  veli  e  pannilini  co'  quali  tocca- 
vansi  le  medesime  ss.  Reliquie.  Imperoc- 
ché notai  in  più  luoghi,  aver  dichiarato 
s.  Gicgorio  I  del  Sgo,  che  al  suo  tempo, 
e  anco  i  5o  anni  prima  di  luì,  non  si  to- 
glieva nessima  parte  dal  corpo  i\e:^ Mar- 
tiri o  altri  Santi;  t  che  quando  si  voleva 
gratificare  qualcuno  colle  loro  reliquie, 
invece  di  mandare  le  loro  ossa,  si  spediva 
in  ima  scatoletta  im  pezzo  di  questi  bran- 
dei, lenzuoli  o  corporali,  che  aveano  ser- 
tilo in  avvolgere  le  reliquie  o  corpi  de* 


V  E  L  III 

Santi,  o  ti  nveano  toccati.  In  più  arti- 
coli ragionai  de'  veli  brandei  di  seta  o 
di  panno,  che  per  toccare  le  ss.  Reli- 
quie si  calavano  dalla  Fenestrella  (^•), 
apertura  o  foro,  detto  in  latino  fene- 
strella, foramen,  delle  Confessioni  [f"^.) 
delle  chiese  ,  precipuamente  de'  Liniina 
^postoloruni  (/  •),  e  quindi  ne  traevano 
prodigiosa  virtù,  e  si  donavano  a'fervo- 
rosi  fedeli  d'  ogni  parte  del  mondo,  che 
li  ricevevano  e  veneravano  quali  sagri  te- 
sori. Nel  voi.  XLIII,  p.i88,  parlai  della 
coltre  de'ss.  Martiri,  che  si  venera  nella 
basilica  Vaticana.  Nota  il  Magri  nel  vo- 
cabolo Altare,  che  era  segno  d'  adora- 
zione il  girare  intorno  al  sagro  altare, 
sotto  di  cui  riposa  vano  le  reliquie  de'santi. 
E  si  legge  nella  vita  di  s.  Fulgenzio:  Po?/- 
quam  sacra  Martyrum  loca  venerahi~ 
liter  circuii.  Altrove  si  fa  pure  menzione 
di  tale  ceremonia,comenegli  altidi  s.  Ot- 
tone: Basilicani  s.  Galli  ingressus  cuni 
orando  altana  circuiret.E  per  tale  elfet- 
to  erano  gli  altari  staccati  dal  muro,  co- 
me si  vedono  isolati  in  tutte  le  chiese  au- 
liche, e  costumano  i  greci,  all'altare  de* 
quali  però  non  è  lecito  alle  persone  lai- 
che di  accostarsi.  I  Crocefissi  e  le  ss.  hit- 
ni  agini  {f"^.),  nuche  alcune  le  sagre  statue, 
delle  chiese,  nella  settimana  di  Passione 
e  nella  Settimana  santa  [f^.)  si  cuopro- 
no  con  veli  o  cortine  di  seta  paonazzi  e 
neri.  Nel  /^Vrterr/)  (/'.)  sante  il  Crocefis- 
so della  Cappella  pontifìcia  fin  dal  pre- 
cedente mattutino  ècoperlo  di  velo  nero 
di  seta;  io  diverse  chiese  si  usa  il  paonaz- 
zo. Però  nella  precedente  mattuia  del 
giovedì  santo  nella  cappella  pontificia  la 
Croce  dell'altare  e  il  quadro  di  questo  so- 
no coperti  di  veli  bianchi  :  nelle  chiese  la 
sola  Croce  è  coperta  di  velo  bianco,  a  cui 
si  sostituisce  il  velo  paonazzo  o  nero,  do- 
po i  vcsperi  e  quando  il  celebrante  proce- 
de allo  spoglio  dell'altare.  Fu  lunga  e  con- 
trastata controversia  fra'rubricisti,  prima 
che  il  decreto  che  vado  a  riportare  definis- 
se il  punto,  ponendo  fine  a'  dispareri,  se 
la  Croce  dell'altare  nella  mattina  del  gio- 


112  V  E  L 

vedi  santo  debba  essere  coperta  con  ve- 
lo bianco  o  paonazzo.  Alla  s.  congrega- 
zione de'rili  fu  falla  la  domanda:  Iiujid' 
rìlurnitin feria  V  inCoenaDomini,diim 
soh'ììinìs  Miss  a  cinta  tur  Criix  conperta 
esse  debeat  T^claìnento  Albo  ratio/leso- 
lemnitatis  dici ,  seii  Violaceo  propler 
Passionis  teiupus?  Rispose  con  decielo 
de'20  dicembre  1783.  Albi  coloris  de- 
bei  esse  Velimi  Crucis  Altaris  in  quo 
A/issa  celehratur:  Violacei  vero  Crucis 
Processionis^et  Allaris  Lotionis.  Dice  il 
Piazza  neir£'w?f'ro/og^/o,a'2 5  aprile,  par- 
lando delle  Litanie  maggiori,  die  ne'ce- 
remoniali  antichi  viene  riferito,  che  per 
la  peste  che  afflisse  Roma  sotto  l'elagio 
11,  in  esse  si  usavano  Croci  nere,  ed  il 
popolo  vestiva  con  abili  neri,  e  le  Croci 
degli  altari  si  coprivano  con  veli  neri  in 
segno  di  mestizia  e  di  penitenza  pertiin- 
la  strage  di  persone.  Cosi  pure  paravau- 
si  gli  altari  tulli  di  nero  per  l;i  meilesiina 
cagione,  come  si  ha  dal  Durando.  Le  ss. 
Immagini  che  sono  in  grande  venerazio- 
ne, sono  sempre  coperte  da  veli  o  drap- 
pi di  seta,  né  si  scoprono  che  per  bisogni 
straordinari  e  nelle  solennità,  previa  l'ac- 
censione di  maggior  copia  di  lumi  innan- 
zi. In  alcuni  santuari^  come  nelle  città  di 
Cori  e  di  Velletri (V.),  ^\uax^àos,^  scuo- 
prono  le  immagini  miracolose,  nella  i." 
della  Madonna  del  Soccorso,  nella  2.' del- 
la Madonna  delle  Grazie,  suonano  tulle 
lecanjpane  della  cillà.  Quando  ciòsi  pra- 
tica in  alile  cliiese,  solo  suonano  le  pro- 
prie campane.  Notai  ne'vol.  XXXlV,  p. 
9,  e  LXXV,  p.  204,  che  costumarono  i 
primitivi  cristiani^  alle  porte  delle  chiese 
ch'erigevano  in  onore  de' ss.  Martiri,  di 
appendervi  alcuni  veli, ne'quali  era  dipin- 
ta l'immagine  o  descritto  il  nome  di  quel 
Martire  al  quttle  si  dedicavano;  e  che  ne' 
veli  altresì  si  dipingevano  le  ss.  Immagi- 
ni d'appendersi  nell'interno  delle  mede- 
sime chiese,  onde  venerarli.  Narra  Rinal- 
di all'anno  3g2,  n.°  5&.  Dell'uso  de'veli 
ornati  di  sagre  Immagini,  chiara  teslimo- 
uiauza  Qc  rendono  s.  Paolino  e  Yenau- 


V  EL 

rio  Fortunato;  ed  Ennodio  vescovo  Uza- 
lense,  la  cui  fedeltà  approva  s.  Agostino, 
racconta  l'istoria  d'un  velo  coli' immagi- 
ne di  s.  Stefano,  che  portava  in  ispalla 
la  croce;  il  quale  velo  fu  dall'Angelo  da- 
to a  Sennodo  suddiacono  pure  Lzalense, 
ed  attaccato  nella  chiesa  del  Santo  pro- 
tomartire vi  concorse  molto  popolo  a  ve- 
derlo e  venerarlo.  Invece  delle  pitture 
sulle  mura  delle  chiese,  un  tempo  si  pre- 
ferì  rappresentare  le  ss.  Immagini  su  ta- 
vole, onde  nascondersi  nelle  persecuzio- 
ni ,  come  accennai  nel  voi.  L XXI II ,  p, 
347:  per  lo  stesso  fine  probabilmente  si 
estese  l'uso  di  dipingerle  sopra  i  veli.  Dis- 
si di  sopra,  che  col  capo  scoperto  i  mini- 
stri del  culto  devono  celebrare  i  santi  mi- 
steri,tranne  molli  orientali,  i  quali  credo- 
no più  rispetto  tenere  il  capo  velato;  quan- 
to al  comune  de'fedeli,  nella  Chiesa  pri- 
mitiva s.  Paolo  decise  che  gli  uomini  ne* 
sagri  templi  debbano  fare  la  Preghiera 
{V.)  a  capo  e  viso  scoperto,  e  vuole  che 
le  Donne  (V.)  convenendo  nelle  chiese  a 
orare  fossero  velale  (le  donne  giudee  ( 
d'altre  molte  genti,  anche  avanti  la  ve 
nula  di  Cristo,  ebbero  in  costume  d'ai 
dar  velate,  e  lo  prova  il  Rinaldi  all'anm 
57,0. 84).  Il  medesimo  Apostolo  nella  sui 
Epist. i,ca\).i  I,  a'Coriiili,  chiama  il  veh 
Polcslas,ytiv  segno  della  soggezione  delh 
donna:  Debet  niulier  potestateui  haben 
saprà  caput  propter  Àngelos.  Per  la  me 
desima  ragione  il  velo  da  Tertulliano,  Z?( 
corona  mi IJt. ,?ii  detto:  Hunidilatis  san 
dna.  Lo  chiamò  pure  Jugu/n,  ed  elegau 
temente  ,  Honorigeram  nolani  virginl 
tatls.  Il  Buonarroti  neW  Osservazioni  so 
pra  i  vasi  antichi  di  vetro,  tratta  dei  velj 
portato  in  capo  dalle  donne  secondo  11 
prescrizioni  dell'Apostolo,  e  dice  che  prò 
babilmente  fosse  lo  stesso  di  quello  eli 
gli  uomini  nel  tempo  dell'orazioni  tene 
vano  solamente  sulle  spalle.  Si  disse  Do 
inenicale  {V.)  il  velo  col  quale  ledono 
si  coprivano  il  capo  nel  ricevere  la  sj 
Eucaristia:  altre  opinioni  ponno  vedere 
in  lulc  articolo,  lu  Africa,  al  tempo  di  Tei'l 


V  E  L 

tiillinnnje  donne  andavano  alla  chiesa  ve- 
late: fu  permesso  alle  zitelle  di  andiirvi 
senza  velo.  i\Ja  Terlulliano  sostenne  ch'e- 
ra quello  un  abuso,  e  scrisse  il  libro  De 
Fìrgitiibus  vclandis.  Coloro  i  quali  ne 
prendevano  la  difesa  pretendevano  che 
un  tale  onore  fosse  dovuto  alla  vergiui- 
lìi;  che  caratterizzava  la  «aiutila  delle  ver- 
gini ;  che  essendo  riinarcabìli  nel  ten>pio 
ilei  Signore  ,  invitavano  così  gli  altri  a 
imitale  il  loro  esempio.  Però  Tertullia- 
no non  accettò  si  (latte  ragioni:  dove  avvi 
gloiìa,  dice  egli,  avvi  vanità,  interesse, 
debolezza,  aiFeltazione  ;  ora  la  verginità 
atTcttata  è  la  sorgente  di  tutti  i  delitti. 
Clemente  Alessandrino  voleva  che  le  zi- 
telle dovessero  portare  un  velo  in  chiesa 
come  le  donne  maritate,  e  ciò  per  non 
iscandalezzare  i  giusti.  In  molti  paesi  le 
litelle  vanno  alla  chiesa  colla  testa  coper- 
ta da  un  velo  bianco  e  le  donne  da  un  ve- 
lo  nero.  In  altri  usano  i  ridicoli  cappelli, 
che  deplorai  in  principio,  ed  anco  senza 
il  velo  o  portato  ad  ornatutn.  L'  abi- 
to antico  delle  matrone  e  vedove  roma- 
ne cristiane,  era  di  portare  un  velo  sot- 
tilissimo rivolto  intorno  al  capo  in  mo 
do  di  turbante  ,  di  che  fa  testimonianza 
il  Piazza  nel  Cherosilogio,  p.  220.  Il  ve- 
lare le  sagre  Fergini  (F.)  si  tiene  per 
tradizione  apostolica,  essendo  anlichissi* 
IDO  rito  della  Chiesa;  la  qual  ceremonia 
allude  allo  spii  ituale  sposalizio  della  ver- 
gine col  suo  amato  sposo  Gesù  ;  ovvero 
denota  la  ritiratezza  e  verecondia  che  de- 
ve avere  la  vergine  in  questo  secolo,  e  la 
gloria  e  il  premio  nel  futuro.  Così  il  Ma- 
gri. Esso  inoltre  notifica  che  le  sagre  ver- 
gini in  Africa  invece  di  velo  portavano 
alcune  mitrelle  fatte  di  lana  tinta  di  por- 
pora. Oltre  i  detti  vocaboli,  co*  quali  fa 


VE  L  ii3 

vergini.  Il  p.  Claudio  Delle  domenicano 
nella  sua  Storia  o  Antichità  dello  stato 
monastico  e  religioso,  Parigi  '699,  trat- 
ta del  velo  delle  Religiose  (F.)  e  ne  di- 
stingue 5  sorti:  cioè  il  velo  della  Profes- 
sione religiosa  (^  •),  il  velo  di  consagra - 
tione,  il  velo  di  ordinazione,  quello  di  pre- 
latura, e  quello  di  continenza.  Un'altra 
opera  sullo  stesso  argomento  già  era  sia- 
la pubblicala  nel  1680  a  Lione  e  intitola- 
ta: Del  velo  delle  religiose  e  dell'uso  di 
esso.  Lo  scopo  dell'autore  è  di  dimostra- 
re che  il  velo  delle  religiose  non  dev'es- 
sere chiaro  e  trasparente,  ma  fitto  e  tale 
che  possa  nascondere  il  viso  della  perso- 
na che  lo  porta.  Il  velo  di  professione  è 
quello  che  si  dà  alle  religiose  quando  pro- 
nunziano i  loro  voti.  Il  velo  di  consagra- 
zione  è  quello  che  il  vescovo  dà  alle  ver- 
gini con  certe  ceremonie  che  non  si  osser- 
vano nella  professione  ordinaria,  e  che  si 
facevano  anticamente  ne' giorni  di  Pa- 
squa, di  Natale,  e  talvolta  nelle  feste  de- 
gli Apostoli.  Si  deve  notare,  che  ne'  pri- 
mitivi tempi  della  Chiesa  di  pericolo  e  di 
persecuzione,  questa  consagrazioneanli- 
cipavasi  nell' età  prescritta.  Il  Magri  poi 
dice,  che  secondo  la  costituzione  di  Papa 
s.  Gelasio  1  e  del  Sagramentario  di  s.  Gre- 
gorio I,  il  velo  si  dava  alle  vergini  consa- 
grale a  Dio,  nella  festa  dell'Epifania,  nel- 
la feria  2."  dopo  Pasqua,  e  nel  giorno  na- 
talizio de' ss.  Apostoli;  e  secondo  s.  Am- 
brogio nel  giorno  della  Pasqua  di  Pvisur- 
rezione.  Questo  santo  nell'esortazione  al- 
le vergini  fa  menzione  del  rito  di  loro  ve- 
lazione.  Il  vescovo  dava  un  anello  (in  di- 
versi luoghi  lo  si  dà  tutlora)  a  quella  che 
contraeva  alleanza  con  Gesù  Cristo ,  ed 
osservava  altre  ceremonie,le  quali  non  so- 
no più  in  uso  che  presso  le  Certosine{P'.), 


thiauialo  il  velo,  riferisce  quello  del  Cri-     e  ne  riparlai  negli  articoli  celativi,  li  ve- 


sostorao,  Insigne  suhiectionisj  e  quello 
di  s.  Cipriano,  il  quale  chiamò  empio  e 
sacrilego  il  velo  col  quale  si  coprivano  i 
sagrificanli.  Il  velo  è  insegna  di  virgini- 
tà, e  dice  il  U inaldi,  che  le  chiese  di  più 


lo  di  ordinazione  è  quello  delle  Diacones' 
se  (F.),  e  ne  riparlai  a  Vedova,  le  quali, 
dopo  una  benedizione  particolare  che  lo- 
ro dava  il  vescovo,  potevano  cantare  so- 
lennemente il  Vangelo  al  oiatlutiuo,  non 


nazioni  appresero  da'  corinti  a  velare  le     però  Della  messa  solenne.  11  velo  di  pre- 
vot.  xc.  „-         ,  8 

ti 


fòySemoyib.  ¥m. 


ì 


ii4  VEL 

latina  o  di  superiorilà  era  quello  clic  (la- 
vasi i\\Y Àhhcide.sse  (/'.)  quando  si  bene- 
dicevano. Sono  più  di  due  secoli  ihe  que- 
sta ceremonia  non  sì  fa  più  nella  benedi- 
zione deli'ahbadesse,  cui  era  unita  talvol- 
ta l'ordinazione  di  diaconessa.  11  velo  di 
continenza  e  di  osservanza  è  quello  delle 
f'^cdove  (7^.) ,  e  donne  maritate  separate 
da'  loro  mariti  che  facevano  profes»sione 
religiosa.  Si  chiamava  facilini pvdoris  et 
honoris.  Alcuni  hanno  creduto  ches.  Ge- 
lasio I  Papa  del  492  avesse  loro  proibi- 
to di  portare  i!  velo,  perchè leggesi  in  una 
sua  lettera:  Fuduas  autem  velare  Poiili- 
ficiiin  mtilus atlenlct.  Ma  secondo  la  glos- 
sa, il  Papa  proibì  solamente  a' vescovi  di 
dare  il  velo  alle  vedove  colle  medesime  ce- 
remonia con  cui  egli  lo  dava  idle  vergi- 
ni nella  loro  consagrazione.  Avverte  il  ci- 
tato Piazza,  sull'autorità  di  Gemma, />e 
antiqui t.  Rilu  Missae,  lib.  i ,  cap.  2  3,  e  del 
Pontificale  Romamim,  che  s' impone  il 
velo  della  professione,  tanto  aJIe  vedove, 
quanto  alle  vergini,  ma  con  questa  diffe- 
renza, che  alle  vergini  viene  posto  in  ca- 
po dal  vescovo  colle  proprie  mani,  e  la 
vedova  lo  piglia  da  se  medesima  dall'al- 
tare, ed  essendo  presente  il  sacerdote  al- 
la professione  della  vedova,  le  impone  in 
ca{)0  il  velo.  Anche  il  Magri  parla  della 
diversa  specie  de' veli  per  le  donne  dedi- 
cateal  divino  servizio.  lli.°lochiama  Ve- 
Inni  professionis,  ed  è  quello  che  si  con- 
cede nella  professione  religiosa  alle  vergi- 
ni calle  vedove,  e  per  queste  colla  dilfe- 
renza  notata  dal  Piazza.  Il  2.°dicesi  re- 
turn consecrationisj  e  si  concede  alle  sole 
vergini,  colle  ceremonie  e  solennità  asse- 
gnate dalPo/i///?ca/e_,*questo  velo  non  può 
concedersi  prima  che  la  vergine  sia  in  età 
di  26anni;edallora  chiamavasi  diacones- 
sa, perchè  poteva  leggere  il  Vangelo  al 
mattutino.  Il  3.°  era  il  Fehmi  consecra- 
iionis,  col  quale  si  consagravano  le  diaco- 
nesse nel  4o.°  anno  di  loro  età.  Il  ^.^  di- 
cesi Feluni  prùelatìonis,  il  quale  conce- 
devasi  ali'abbadesse.  L'ultimo  era  dello 
T'dum  com'ersionis,  che  da  vasi  alle  dou- 


VEL 

ne  converti  te,  che  do  pò  averlo  por  lato  per 
un  anno  intero  non  potevano  ritorn:ire 
indietro  dal  santo  loro  proposito.   Vi  è 
altres'i  il  velo  di  prova  ovvero  di  novizia- 
to, che  si  dà  alle  novizie  nel  i ."  loro  rice- 
vimento, e  che  d'ordinario  è  bianco:  in- 
vece quello  delle  professe  è  comunemen- 
te nero,  eccettuale  alcune  religiose  spe- 
daliere, le  suore  converse  degli  ordini  di 
s.  Brunone,  di  s.  Domenico,  del  Carmine, 
di  s.  Chiara  e  d'altre  che  portano  il  velo 
bianco  anche  dopo  la  professione,  le  qua- 
li tutte  descrissi  a'Ioro  numerosi  articoli, 
dicendo  pure  del  soggolo  usalo  da  mol- 
tissime monache,  che  cuopre  tutto  il  col- 
lo sino  al  mento,  il  velo  nero  delle  reli- 
giose suole  chiamarsi  di  grazia,  almeno 
di  quelle  cui  fu  concesso  mentre   n'era- 
no prive.  Prendere  il   velo  significa  far- 
si religiosa.  Dicesi  velare  il  con  sagrare  le 
vergini  e  le  vedove.  Il  dare  il  velo  alle  re- 
ligiose e  ricevere  i  loro  voti,  non  può  far- 
lo che  il  vescovo  0  il  da  lui  incaricato.  Il 
velo  non  può  darlo  il  sacerdote,  nèponno 
le  religiose  prenderlo  da  lui.  Altri  per  pri' 
vilegio  danno  il  velo  e  ricevono  i  voli.  No 
tai  nel  voi.  LXI,  p.  io3,  che  il  concilio  d 
Saragozza  proibì  dare  il  velo  alle  vergin 
prin)a  dell'età  di  4o  anni,  e  coll'autorii 
zazione  del  vescovo.  Per  altro  osserverò 
che  fin  da'primi  secoli  della  Chiesa,  que 
sta  costumò  di  ammettere  alla  professio 
ne  di  verginità  le  pie  donzelle  che  senti 
vansi  ispirate  di  consagrare  allo  sposo  oc 
leste  con  ispecial  voto  il  loro  fiore  imtot 
colato.  L'  età  richiesta  perciò  era,  coni 
dimostra  l'eruditissimo  Tomassino  ,  D 
veter.  et  nov.  Eccl.  discipl.,  la  slessa  eh 
secondo  le  leggi  romane  bastava  a  coi 
trarre  lo  Sposalizio,  cioè  di  12  anni.  M 
oltre  a  questa  1 .'  dedicazione  delle  verg 
ni,  laChiesa  riserbava  loro  in  età  più  na 
tura  una  "2.'  e  più  solenne  consagrazione 
in  cui  riceveauo  dal  vescovo  il  velo  ver 
ginale.  Ne' tempi  di  persecuzione  quest 
consagrazione  autìcipavasi  di  più  ann 
e  le  caste  spose  di  Cristo  fui  tifica  vansi  al 
le  vicine  lolle  del  martìrio  sUingeudo  pìi 


VEL 

fermi  a  pie  dell'  altare  i  celesti  loro  nodi 
e  ravvalorandoli  coli'  episcopale  bene- 
dizione. Laonde  le  vergini  cristiane  che 
già  si  erano  coli."  voto  sposate  in  eterno 
all'Agnello  immacolato,  quando  le  atroci 
persecuzioni  stavano  per  prorompere,  ar- 
dentemente bramavano  di  consumare  la 
loro  solcniie  oblazione  prima  di  morire, 
e  di  maritare  alla  sperata  palma  bello  e 
fiorito  il  virginale  loro  giglio.  Le  religio* 
se  velate  e  coriste  differiscono  dalle  Con- 
verse (T^.J.DeUe  velazioni  e  vestizioni  fal- 
le da'Papi  e  da'cardinali,  ragionai  ne'vol. 
XLVI,  p.  47  e  48,LVn,p.9o,eLXIX, 
p.  128,  i3o,  i34,  i35,  i4o.  Apprendo 
dal  Rinaldi  all'anno  Sy,  n.' 89,  che  il  ve- 
lo delle  vergini  dedicale  a  Cristo  era  di 
tela  più  fitta,  né  punto  trasparente,  e  so- 
levasi  benedire  dal  sacerdote  ,  essendo 
biasimali  i  veli  radi  delle  donne.  La  ce- 
remonia  della  velazione  facevasi  con  so- 
lenne rito  anche  ne'  primi  secoli  della 
Chiesa,  in  determinali  giorni,  e  come  si 
suole  fare  negli  sposalizi  de'  secolari,  se- 
condo s.  Agostino  favellando  di  Deoie- 
triade  nobilissima  vergine:  f^elationis  a- 
pophorcliun  gratissiine  acccpimusj  re- 
gali che  non  si  solevano  dare  se  non  uè' 
sontuosissimi  conviti,  e  da  portarsi  a  ca- 
sa. Questa  solennità  si  chiamava  nozze, 
cioè  spirituali  falle  con  Cristo  ;  per  la 
qual  cosa  sono  delle  da  s.  Cipriano  e  da- 
gli altri  Padri,  adultere  di  Cristo  quelle 
che  avessero  prevaricato.  E  s.  Girolamo 
appellò  suocera  di  Dio  la  madre  d'  una 
vergine  consagrata  a  Cristo.  Nola  Can- 
cellieri nel  Mercato,  p.  iqS,  che  il  con- 
cilio tenuto  in  Toledo  nel  secolo  VII  or- 
dinò che  il  sagro  velo  delle  vergini  fosse 
di  color  porporino  o  nero.  Con  questo  si 
ricoprivano  lutto  il  volto.  Narra  s.  Am- 
brogio di  s.  Solere,  De  horlatione  ad 
virginità  lem  ,  lib.  4,  p-  33  i,  che  nella 
peisecuzione  di  Diocleziano,  condotta  a- 
vanti  al  giudice,  ed  essendo  costante  nel- 
la fede,  questi  ordinò  a' ministri  che  le 
dessero  delle  guanciate.  Ella  a  tal  coman- 
do scopri  inlrepidameule  il  volto,  fiuoal- 


VEL  ii> 

lora  tenuto  lutto  coperto.  Altre  seloav- 
volgevano  intorno  alla  faccia  ,  lasciando 
libero  solamente  un  occhio,  per  vedere, 
come  dice  s.  Girolamo,  aperta  facìe^  vix 
unum  oculiini  lihcrant  ad  videndnm ,co' 
sturoanza  in  parte  osservata,  soggiunge 
Cancellieri,  anche  a' dì  nostri,  dalle  fan- 
ciulle che  andavano  in  processione  vela- 
te a  prender  le  Doti  (/'.),  distribuite  da* 
iS'of/rt//z/(de'quaIi  riparlai  a  Università." 
artistiche)  e  da  altri  luoghi  pii.  Dice  an- 
cora ,  che  le  donzelle  del  Piemonte  ne* 
bassi  tempi  nell'andar  fuori  di  casa  si  co- 
privano la  faccia  con  un  velo  o  altra  te- 
la, in  cui  f  icevano  due  buchi  ,  pe*  quali 
vedevano  a  guisa  di  quelle  che  pongono 
sul  volto  la  Maschera  (V.)y  0  de'fratelli 
delle  Confraternite co\  cappuccio  delSac- 
co  (P^-)j'  e  due  altri  ne  facevano  pel  na- 
so e  per  la  bocca,  come  dimostra  il  V^e- 
cellio,  fratello  del  celebre  Tiziano,  nella 
Descrizione  degli  abiti  dell'italiane.  Lo 
slesso  dice,  che  le  nobili  donzelle  di  Pari- 
gi non  si  lasciavano  vedere  il  viso,  per- 
chè lo  portavano  coperto  con  un  pezzo  di 
seta  o  di  raso  nero;  e  quando  incontra- 
vano qualche  parente,  si  scoprivano  per 
salutarlo.  Confermasi  quest'uso  dal  Bel- 
tinelli,  Del  risorgimento  d'Italia,  t.  2, 
p.  369, ove  dice  che  nel  secolo  XVII  usa- 
vano in  Francia  di  andare  in  chiesa,  a* 
passeggi  e  alle  visite  con  raascherelle  al 
volto  per  conservar  la  pelle  delicata,  né 
scoprivansi  se  non  allorché  erano  nelle 
camere,  e  in  luoghi  difesi  dall'  aria.  Fi- 
no da'primi  tempi  della  Chiesa  nelle  sa- 
gre  liturgie  s'introdusse  l'uso  de'sagri  ve- 
li, e  le  Oblazioni  (/^.)  si  coprivano  cou 
un  velo,  come  fanno  gli  Oblazionari[r,) 
nella  metropolitana  di  Milano.  Chiama- 
si velo  piccolo  o  sopracalice  quello  che 
copre  il  Calice  (/^.).  Dice  il  Magri  qtìe- 
slo  velo  dinotare  l'oscura  notte  della  pas- 
sione del  Signore,  quando  furono  istitui- 
ti i  diviui  misteri.  Di  questo  velo  ragio- 
na il  canone  apostolico  73.  J^as  aureunj, 
vel  argcnteum,  vcl  i'eluin  saaclificatuui 
ncnio  ainplius  in  suiun  usum  converta t. 


ii6  VEL 

Chiama»?  Sidnrium  (o  Sudnriitm)  Pe- 
plum. Col  medesioio  velo  si  copriva  la 
faccia  del  sacerdote  moribondo  e  agoiii/,- 
zante;  rito  praticalo  non  solo  dalla  Chiesa 
Ialina,  ma  ancora  nella  greca,  come  scris- 
se s.  Gregorio  1  a  s.  Cassio  vescovo  di 
JNarni,  Fpist.  87  in  Ei'ang.  La  chiesa  di 
Lione  sebbene  lo  usa,  ha  conservalo  l'an- 
tico rito  di  usare  due  Corporali,  uno  or- 
dinario e  l'altro  grande  col  quale  copre 
Je  Oliale  [F.)  all'oflertorio  e  all'  incen- 
sazione. Questo  velo  dev'essere  dello  sles- 
so colore  e  drappo  della  Pianeta  (^  •); 
talvolta  è  d'un  drappo  più  leggero,  più 
o  meno  ornato,  ma  corrispondente  a  quel 
paramento.  Con  esso  si  copre,  olire  il  ca- 
lice, la  Patena,  V Ostia  e  la  Palla j  si  le- 
va all'offertorio,  si  piega  e  si  colloca  pres- 
so la  Tabella  delle  Secrelej  indi  torna- 
si a  spiegare  e  si  ripone  sul  calice  dopo 
la  comunione.  11  eh.  ab.  Diclich,  Dizio- 
nario sacro-liturgieo ,  articolo  Patena, 
dice  che  il  sacerdote  per  iscoprire  il  cali- 
ce, leva  il  velo  con  ambo  le  mani.  Il  mi- 
nistro poi,  se  sia  chierico  vestito  di  cotta, 
lo  piega  e  non  il  sacerdote  celebrante,  co- 
me vogliono  Bauldry,  Tornelli,  Sarnelli 
e  tanti  altri  citati  dal  Merati.Ma  il  p.  Mag- 
gio nella  sua  opera  eruditissima.  De  sa- 
cris  Caeremoniis  j  soslieue  il  contrario 
dicendo:  Cum  haec  plicatio  facile  a  sa- 
cerdote ipso  fieri possit,  cimi  suis  mani- 
bus  Velimi  aiifert,  ministriim  hoc  one- 
re liberans,  ut  celeriiis  ampiillas  et  ipse 
ex  abaclw  sumere,  et  ad  altare  dcfer- 
re  queatj  quod  video  ab  omnibus  obser- 
vari,  nisi  aut  Sacerdos  aliter  innuat, 
aut  veli  alicujus  ratio  idposcere  videa- 
tur:  nam  exceptis  aliquibus  auctoribus 
comrnunius,  dlii  de  Velo  nihil  loculi  ju- 
hent,  ut  tunc  a  ministro  solum  ampul- 
lae  capiantur.  Il  qual  parere,  soggiunge 
il  Diclich,  secondo  il  citalo  Merali,  si  de- 
ve abbracciare  nel  caso  che  il  ministro 
fosse  fanciullo,  o  incapace  a  tal  funzione; 
e  in  tal  caso  il  sacerdote  scoperto  il  cali- 
ce piegherà  il  velo  e  poscia  lo  porrà  vi- 
ciuo  alia  tabella  delle  segrete  i/i  conili  E- 


V  IL  L 
pistolae,  o  vicino  al  corporale ,  ma  non 
mai  sopra.  La  Palla  si  ileve  porre  sul  cor- 
porale, quando  non  copre  il  calice  o  l'o- 
stia; alcuni  la  pongono  sul  velo  ripiega- 
to. E'  vietalo  d'usare  il  velo  «lei  calice,  in 
luogodel  pannolino  o  lavaglielo  diesi  dà 
b1  comunicando  nel  ricevere  la  comunio- 
ne. Qualche  volta  ho  veduto  esposto  al- 
cun reliquiario  con  insigni   reliquie,  co- 
me della  ss.  Croce,  collocarsi  sopra  il  ve- 
lo del  calice.  Il  niedesimo  ab.  Diclich  nel- 
l'arlicolo  Blessa  solenne,  esamina  se  in 
questa  il  velo  del  calice  si  debba  lasciare 
sulla  credenza.  Il  suddiacono  pollatosi 
olla  credenza  e  assunto  sugli  omeri  il  ve- 
lo lungo,  si  ricerca  da' rubricisti  ,  se  nel 
prendere  il  calice  per  portarlo  all'altare, 
debba  levare  il  velo  che  lo  copre,  e  la- 
sciarlo sulla  credenza.  Il  Castaldo  e  il  Ijra- 
lion  dicono  di  no.  Il  Gavanlo  poi  co'  li- 
turgisti Baiddry,  Bisso,  Lohuer  e  altri  di- 
cono di  si;  prima  perchè  la  rubrica  del 
messale  non  fa  alcuna  menzione  di  dettOa 
velo  piccolo,  quantunque  faccia  j)arte  di 
tulle  quelle  cose  che  si  debbono  portar< 
col  calice;  e  secondariamente  perchè  il  ca- 
lice senza  velo  si  porta  piùspeditamenU 
e  coprendosi  col  velo  lungo.  Il  velo  lung( 
che  si  pone  sopra  gli  omeri  dal  suddiacc 
no  nelle  messe  cantale  o  solenni,  e  di 
quelliche  compartono  la  benedizione  col 
l'Ostensorio  e  con  esso  incedono  in  Pra 
cessione,  ovvero  portano  colla  Pisside  i 
ss.  Viatico,  chiamasi  Umerale  o  Onu 
rate  {V.).  Neil'  Appendice  del  dotto  ri 
cordato  Dizionario  è  il  quesito.»  l*erchl 
si  tenga  coperta  la  patena  col  velo  ome 
rale  dal  suddiacono  nella  messa  solenni 
da  vivo.^  e  ciò  non  si  faccia  in  quella  d 
morto?  L'encomiato  Diclich  per  sciogli* 
re  tale  liturgico  quesito,  per  averne  poo 
scritto  i  commentatori  de'sagri  riti,  a  dar 
ne  in  qualche  guisa  una  soluzione  all'uo- 
po, all'etimologia  e  origine,  credette  con- 
veniente risalirea  quella  della  patena.  La 
riprodurrò  senza  riferire  gli  autori  che  ci- 
ta. Comincia  eruditamente  a  dichiarare, 
che  la  voce  Patena  è  presa  dall'  antica 


V  E  L 

pnrolii  Plnlcna  o  Pia/ina  ,  cio«  piccolo 
piallo  atlaltalo  a  contenere  le  piccole  o- 
blazìoiii  die  sì  fanno  e  che  sì  distribuisco- 
no. Fu  cliiamala  anco  Palella,  Patina 
e  Patena  dal  verbo  ^7rt/<?o,  che  sigiiiiìca 
qiande  e  aj)erto.  Nella  chiesa  d'Imola  è 
una  polena  d'argento  di  s.  l^ietro  Griso- 
lego,  con  in  mezzo  disegnalo  un  altare 
con  Croce,  1'  Agnello,  e  il  distico:  Quem 
vlehs  lune  chnra  Crucis  jamjixit  in  a- 
ra.  -  Ho  stia  fit  gcntix  primi  prò  labe  pa- 
renti":. Picseiilenienle  sono  le  patene  mol- 
to più  pìccole  ili  6  secoli  prima,  luentre 
sì  usavano  allora  per  dintribuir  la  comu- 
nione a'fedelì,  ed  ora  essendo  molli  i  co- 
muuìraiidi  adoperasi  la  pisside.'  Il  diaco- 
no poi  la  proenla  coli' ostia  ,  perchè  si 
reputa  a  proposito,  che  per  lo  meno  nel- 
le messe  solenni  il  sacerdote  non  offra  se 
non  ciò  che  gli  conlribuisce  il  popolo  dal 
diacono  rappresentato.  Si  leva  la  patena 
dall'n  ilare  dopo  l'offertorio,  perchè  dopo 
loco  anni  e  più  fu  cretluto  più  opportu- 
no di  collocar  l'ollerle  sopra  d'un  panno- 
li  no,  e  perciò  ella  più  «lon  serve,  che  per 
frangere  sopra  l'ostia,  e  per  amministra- 
re la  comunione.  Difalti  ne'  primi  secoli 
della  Chiesa  si  consagrava  l'ostia  sulla  pa- 
tena. Sì  è  poi  mutata  i'  espressione  ,  ad 
conficicndtun  in  ea  Corpus  Domini  N. 
J.  C, diesi  usava  nel  consagrarla, esi po- 
se nel  Pontificale,  confringendum  in  ea. 
lu  Vienna  pure  così  si  osservava, secondo 
il  messale  del  iSig;  i  greci  però  tuttora 
consagrano  sulla  patena.  Il  motivo  poi  per 
cui  non  si  lascia  la  patena  sotto  il  corpo- 
rale, come  nelle  messe  privale,  è  per  ri- 
cordare che  ne'  primi  tempi  del  cristia- 
nesimo poche  erano  le  chiese  e  numero- 
se l'adunanze  de' fedeli,  e  perciò  copiose 
le  comunioni,  e  quindi  la  patena  era  uti 
piallo  capace  di  contener  quanto  era  per 
consagrare  il  sacerdote,  la  quale  appunto 
per  la  sua  grande  dimensione  veniva  ad 
imbarazzar  l'aliare.  Nelle  vite  auliche  de* 
Papi,  dello  il  Pontificale  di  Daraaso,  par- 
lasi d'un  gran  numero  dì  patene  d'  oro  e 
d' argento  del  peso  di  a5  e  3o  libbre.  I 


V  E  L 


117 


greci  usano  ancora  per  patena  un  gran 
piatto  assai  profondo.  Pertaulo  invece  di 
trasportar  la  patena  in  sagrestìa, ed  ivi  la- 
sciai la  sino  al  tempo  d'usarla,  viene  cu- 
stodita dal  suddiacono,  e  secondo  l'uso  di 
varie  altre  chiese  da  un  accolito,  perchè 
sia  pronto  a  somministrarla  quand'oc» 
corra.  Intorno  a  questo  rito  l'Amalaria 
noia  alcune  varietà.  Nel  secolo  XII  nel 
principio  della  prefazione  Sursufn  corda, 
e  dello  il  principio  del  canone,  ur.  accoli- 
to con  fascia  al  collo  portava  dalla  sagre- 
stia o  dall'armadio  la  patena,  la  quale  da 
lui  sì  custodiva  dinanzi  al  petto,  e  coper- 
ta dalla  medesima  fascia  ,  per  esser  poi 
presa  alla  metà  del  canone  dal  suddiaco- 
no, che  scoperta  la  e  insegnava  al  diacono. 
In  Parigi  per  tener  la  patena  con  più  pro- 
prietà, «ili  cantore  della  cattedrale  per  no- 
me Ohei  lo  donò  un  bacino  d'  argento, 
onde  si  posasse  sino  al  momento,  che  per 
awetlire  il  populodeirimmirienlecoinii- 
nioiie,la  si  dovea  mo>)trare  ad  esso.  E  nel 
Micrologo  antico  <ii  Nostra  Donna,  pure 
in  Paiigijsi  legge  questa  particolarità,  che 
ivi  si  osserva  come  rito.  Un  giovane  del 
coro,  cioè,  o  un  chierico  in  cappa  cusia- 
dìsce  la  patena  sopra  un  bacino ,  finché 
il  suddiacono  prendendola  al  princìpio 
del  Pater  noster,  la  tiene  innalzata  sino 
al  Paneni  nostrum,  per  darla  al  diacono, 
che  la  mostra  altresì,  e  al  fine  del  Pater 
la  porge  al  sacerdote.  Giusta  il  messale  di 
Grenoble  involgevasiessa  uel  velo  del  ca- 
lice, e  così  involta  si  lasciava  al  lato  di- 
ritto del  sacerdote.  Si  tiene  poi  così  in- 
nalzata, I ."  per  esser  pronto  il  suddiacono 
a  prestarla,  2.°  per  avvertire  i  fedeli  che 
s'avvicina  il  tempo  per  la  comunione.  La 
ragione  mistica  per  cui  il  suddiacono  so- 
stiene la  patena  colla  destra,  sì  è  per  di- 
notare la  speranza  certa  della  gloria  futu- 
ra e  della  vera  allegrezza,  quando  un  po' 
prima  colla  siuistra  matio  trasportato  a- 
veailcalice,  simbolo  delle  passioni  di  c|ue- 
sta  vita.  Per  la  medesima  ragione  adun- 
que sì  ommelle  nella  messa  de'defuntì  la 
cereraoaia  di  sostener  la  patena,  perchè 


ii8  VEL 

ili  questa  messa  la  letìzia  si  esclude ,  se- 
condo rAmalatio  e  il  Gemma.  Nel  voi. 
LXXXIII,  p.  102,  parlai  tie'veli,  i  quali 
Ile' pontificali  celebrali  dal  Papa  si  pon- 
gono sugli  omeri  del  Sagrista  del  Papa 
e  de'nobili  laici,  ih.°  nel  portare  coperti 
i  sagri  J^asi,  i  secondi  nel  portare  egual- 
luente  coperti  i  Tasiòe.\  boccale  e  baci- 
le per  la  Lavanda  delle  mani,  onde  ver- 
ttjie  l'acqua  sulle  pontificie  mani;  non  che 
del  velo  Fimpa  o  Plppa  (P\)  adopera- 
lo da'sostenitori  àt'  Triregni  e  delle  Mi- 
tre del  Papa  ,  e  quanto  a  quesl'  ultime, 
miche  de'cardinali  e  de' vescovi.  11  Mani- 
polo (F.)  ebbe  origine  da, quel  Sudario 
(/^.),  o  velo  o  fazzoletto  che  il  celebrante 
uDticamente  portava  al  braccio  sinistro 
jier  rasciugarsi  le  lagrime  o  il  sudore;  dal 
sudario  usato  intorno  al  collo  da' Papi,  de- 
rivò il  Fanone (V.).  11  Fanone,  che  usa  il 
Papa  ne'pontificali,  dal  Cancellieri  è  chia- 
mato velo  di  seta  sottilissimo,  a  striscia, 
vergulo  di  vari  colori.  Quando  il  Papa 
iie'pontìfìcali  fa  al  trono  la  comunione  a' 
cardinali  diaconi  ed  a'  nobili  laici ,  due 
}>relati  uditori  di  rota  sostengono  uu  ve- 
lo lungo  di  seta  bianca  con  merletto  d'o- 
ro, per  impedire  la  caduta  per  terra  d'al- 
cuna sagra  Particola  (o  de'fiammenli  di 
eisa),  come  avvenne  ad  Alessandro  VI  e 
Innocenzo  X.  Il  Grembiale  o  Gremiale 
(F.)  derivò  dall'antico  pannolino  o  ve- 
lo, che  il  vescovo  solennemente  parato  e 
cedente  in  cattedra  teneva  in  seno,  per 
non  macchiare  colle  mani  la  pianeta, 
forse  innanzi  l*  introduzione  de'  Guan- 
ti {F.).  Chiamasi  Onalmeute  velo  il  co- 
nopeo o  padiglione  del  Tabernacolo 
{f .)  e  della  Pisside  {F.),  e  serve  loro 
come  di  baldacchino,  essendo  del  colore 
conveniente  all'ufTizio  che  si  celebra.  An- 
ticamente uu  velo  o  cortina  (come  dissi 
nel  voi.  IV,  p.  219:  che  le  donne  nel 
battesimo  fossero  spogliate  dalle  diaco- 
nesse, od  altre  pietose  donne,  in  tal  gui- 
sa però  che  aveano  sempre  il  corpo  co- 
perto, o  dall'  acrpiu  nel  tempo  nella  fuu- 
ziuue,  0  d'alcun  drappo  ali' cullare  ed 


VEL 

uscire  dall'acqua,  lo  afferma  ancora  il 
Cliardon,  Storia  de' sagramentl ,  1. 1 ,  lib. 
i,cap. I  1), detto  pure  conopeo, si  frappo- 
neva fra  il  sacerdote  e  il  Fonte  batlesi- 
nu/le,  nel  tuffarsi  in  esso  le  donzelle  che 
ricevevano  il  Battesimo,as%\s{\le  dalle  dia- 
conesse; e  forse  da  questo  ebbe  origine  che 
alcuni  Battisteri  o  Fonti  sagri  sono  co- 
perti dal  conopeo,  come  rilevai  anco  nel 
voi.  XLIX,  p.  7.  11  p.  Lupi,  Dissertazio- 
ni, t.i,  parlando  degli  antichi  battisteri  e 
del  battesimo  per  immersione,  ragiona 
de'iuoghi  ch'erano  ne*s.  fonti  separati  pei* 
le  donne.  Dice  insegnare  l'Ordine  roma^ 
no,  che  prima  si  battezzavano  gli  uomi> 
ni,  poi  le  donne.  Ed  il  Casali  ,  De  velC' 
ribns  sacris  Christianoruni  rilibns,  cap. 
S,  crede  che  il  s.  fonte  quasi  in  due  si  di- 
|)artisse  per  mezzo  d'un  gran  tavolalo,  e 
a  questo  forse  in  più  battisteri  serviva  la 
colonna  nel  mezzo  del  fonte,  per  sostene- 
re cioè  un  lai  divisorio.  Soggiunge  il  p 
Lupi ,  almeno  si  dovevano  tirare  delle 
cortine,  per  cui  racconta  il  riferito  dall'au 
tore  della. vita  di  s.  Ottone  apostolo  del 
la  Pomerania,  nel  far  costruire  3  balli 
steri,  uno  detto  mares  pe'fanciullt,  gli  al 
tri  per  le  femmine  e  pegii  uomini.  Taf 
ta  quoque  diligenlia,  tanta  mnndilia  < 
honestate  Pater  optimus  Sacramenti  ù 
peralionem  ficriedocuit,  ut  nihil  indeco 
rum  ,  niìdl  pudcndum  ,  nihil  unqitatn 
quod  alieni gentilium  minus piacere  poi 
set,  ibi  ageretur.  Namque  dolia  gran 
dia  valdae  terrae  allius  immergi  prat 
cipit ,  ita  ut  ora  doliorum  usque  ad  gè 
nus  liominisj  vel  minus  de  terra  promx 
nerent:  quibus  aqua  impletis,facilis  e 
rat  in  eamdescensus.  Cor tinas  circa  di 
Uajixis  columnellis  ffunique  includi^ 
oppandifecitj  ut  inmodum  coronac  velo 
undique  cappa  cingeretur.  Ante  sacer- 
dotem  vero,  et  coninnnistros,  qui  ex  una 
partes  adstanles  Sacramenti  opus  explc- 
re  habebant,  linteum  fune  trajeclo  pe- 
pendii,  qnatcnus  verecundiac  iindiqui 
proviswnforet,  nequìdinepliae,  aut  tu, 
pikidinis  nolarelur  in  Sacramenlo ,  h 


l'iH 


VEL 

honeslìores  personac  jiiuloris  occasione 
se  a  ba/ìtixnto  suhlrahcrent.  Ciim  ergo 
ad  sladiuni  catechismi  lurbae  venirent, 
sermone  ,  qui  talibus  compctcret ,  Epi- 
tcopiis  eos  omnes  communitcr  alLoquens^ 
sexumquc  a  sexii  dextrorsuni  et  sini- 
strorsum  statuens,  catechizalos  ol<:o  pe- 
runxìt  j  deinde  ad  paptisteria  digredì 
tnandat.  Igitur  ad  introitimi  cortinae 
venientes  singuli  tantum  cuoi  patrinis 
tuis  intrabant ,  slatinique  vestcni,  qua 
fuit  amictus  zV,  qui  baptizandus  eral,  et 
ccreum,  ilio  in  aquani  descendente,  pa- 
trini  suscipiebant ,  et  ante  facieni  suani 
Ulani  tenentes,  txpectabant  donec  cani 
redderent  de  aqua  exeunti.  Sùcerdos  ve- 
ro,  qui  ad  cuppani  staimi,  cuni  audissct 
potius  quam  vidisset,  quod  aliquis  esset 
in  aqiia,velo paulluluni  amoto  trina  im- 
mersione capilis  illius  niysteriumSacra- 
menti  perjieit,  unctamque  liquore  chri- 
sinatis  in  vertice,  et  alba  imposita,redu- 
ctoque  velo, de  aquaj'ussit  exire  baptiza- 
iuni, patrinis  vestem,  quam  tenebant,  il- 
luni cooperientibus alque  deducentibus... 
Ilienie  vero  in  stubis  calefaclis,  et  in  a- 
qua  calida,  eodcni  nitore,  atque  vere- 
■  cundiac  ohscrvatione,  infossis doliis,  et 
cortinis  adldiitìs  ,  thure  quoque  et  aliis 
odoriferis  speciebus  cuncta  respergenti- 
bus,  veneranda  baptismi  confecit  Sacra- 
menta".  Si  può  vedere  il  Zaccaria,  Ono- 
sniaticon  rituale  selectnni,  all' articolo 
Vela,  plura  hoc  nomea  sign iJical.K  rito 
antico  di  coprire  con  veli  preziosi  le  Cat- 
tedre vescovili  (^.);  cosi  le  Sedie  del 
Papa{F.). 

VELZl  Giuseppe  Maria,  Cardinale. 
Da  onesta  e  agiata  fdiniglia  nacque  in  Co- 
mo 1*8  marzo  lyGyjCdeducatoalla  pietà 
e  alla  buona  naorale,  fino  da'suoi  teneri 
anni  palesò  inclinazione  virtuosa,  amore 
alio  studio,  uou  comuni  talenti,  non  che 
indole  dolce  e  gentile.  Cliiamato  da  Dio 
alia  vocazione  claustrale,  scelse  il  cospi- 
cuo ordine  de*  predicatoli,  ondo  profes- 
sarvi i  voti  religiosi.  Portatosi  a  tal  effet- 
to in  Uoma  verso  il  1783,  nel  convento 


VEL  U9 

generalizio  di  s.  Maria  sopra  Minerva  ve- 
stì r  abito  di  s.  Domenico,  e  fu  dichia- 
rato figlio  di  quella  comunità  regolare. 
Percorse  con  successo  la  palestra  degli 
studi  ne'  conventi  dell'  ordine,  in  Peru- 
gia, Viterbo  e  Lucca  venendo  dichiarato 
lettore  e  maestro  io  s.  teologìa.  Per  la 
sua  prudenza  e  virtù  meritò  d*  essere 
preposto  a  priore  dello  stesso  convento 
della  Minerva  circa  il  i8o5.  Occupata 
Roma  e  lo  stato  pontificio  dagl'imperiali 
francesi,  e  nel  1809  deportato  Pio  VH, 
nel  seguente  anno  dal  governo  imperiale 
sciolti  tutti  gli  ordini  religiosi,  il  p.  Giu- 
seppe M.*  dopo  aver  salvato  molli  effetti 
di  valore  del  suo  convento  e  chiesa,  per 
la  benevolenza  ch'erasi  procacciata, ripa- 
trio  e  propriamente  in  Como  dovette  eoa 
,  pena  deporre  l'abito  domenicano,  in  forza 
delle  prescrizioni  governative.  Era  allo- 
ra vescovo  di  Como  il  correglioso  e  con- 
cittadino mg.'  fr.  Carlo  Rovelli,  il  quale 
scorgendo  nel  p.  Giuseppe  M."  le  oppor- 
tune qualità  pel  geloso  e  importante  uf- 
fizio di  rettore  del  seminario  diocesano, 
ad  esso  lo  destinò.  Avendo  pienamente 
corrisposto  alla  di  lui  espettazione,  anzi 
procacciatasi  la  sua  particolare  affezione, 
lo  volle  compagno  del  suo  viaggio  a  Pa- 
rigi, ove  Napoleone  I  a'  1 7  giugno  1 8 1 1 
fece  aprire  l'  assemblea  de' vescovi  che  vi 
uvea  radunati,  sotto  il  nome  di  concìlio 
nazionale,  coU'apparente  scopo  di  prov- 
vedere a'mezzi  di  conferire  l' istituzione 
canonica  a'  vescovi  da  lui  designati  per 
le  sedi  vacanti,  ma  in  sostanza  per  de- 
primere la  s.  Sede  coli'  autorità  de'con* 
ciiii.  Fallito  questo  proponimento,  a' io 
luglio  l'adunanza  fu  sciolta,  e  mg.'  Ro- 
velli poco  dopo  col  p.  Giuseppe  M.'  si  re- 
stituì alla  sua  sede.  Nel  1819  morì  il 
prelato,  e  siccome  gli  ordini  religiosi  era* 
no  siali  ripristinati  da  Pio  VII,  il  p.  Giu- 
seppe Maria  riassunto  nei  passaggio  per 
Firenze  il  diletto  abito  domenicano  nak 
1 82  I  jportossi  a  Perugia  ove  fu  fatto  pro- 
procuratore generale.IndiritornòaRoma, 
ov'era  pro-vicario  generale  e  procurato- 


lao  VEL 

le  generale  efFeltivo  dell' ordine  il  p.  m. 
]'io  Maurizio  Viviani,  la  cui  2. 'carica  fu 
tosto  pienamente  a  lui  attribuita,  e  co 
me  tale  già  lo  leggo  uelle  Notizie  di  Ro- 
ma del  1822.  Trovandosi  nel  declinar  di 
selleaìbre  1823  in  Napoli  per  recarsi 
qnal  visitatore  nella  provincia  di  Sicilia, 
fu  elevato  alla  cattedra  di  s.  Pietro  il 
Papa  Leone  XI I,  il  quale  per  rinunzia 
del  p.  Viviani  lo  dichiarò  vicario  gene- 
rale dell'  ordine.  Nondimeno  a'5  novem- 
l)ie  passò  in  Palermo  e  visitò  i  conventi 
dell'isola  di  Sicilia,  e  nel  marzo  1824 
fece  ritorno  a  Napoli,  indi  nel  maggio  si 
ii[)orlò  in  Roma.  Questa  visita  fu  vera- 
mente trionfale,  per  1'  universale  acco- 
glienza ricevuta  di  venerazione  e  di  ono- 
rificenza, non  meno  da'convenli  che  dai 
luoghi  e  dall'autorità  ove  esistono.  Nella 
stessa  Napoli  fu  favorito  con  predilezione 
da'  ministri  Medici  e  Tommasi,  e  dal 
principe  e  principessa  ereditari  poi  re 
Francesco  1  e  regina  isabella,  ed  i  quali 
giovarono  a  superare  tutti  gli  ostacoli; 
il  resto  r  operò  la  sua  UD)aua  e  lodevole 
condotta,  che  provocò  i  goduti  festeggia- 
menti. Nel  selten)bre  1825  rivide  la  pa- 
tria e  i  propri  fratelli,  nell'  occasione  di 
visitare  i  conventi  di  Bosco,  di  Torino 
e  di  altri,  come  di  alcuni  delle  Marche 
nel  ritorno  a  Rou)a.  Per  le  singolari  sue 
doti,saggezza  e  maniere  conciliative,  Leo- 
ne Xll  trovò  opportuno  di  destinarlo  vi- 
sitatore apostolico  de' conventi  e  case  di 
Roma  de'  rispeltabiti  ordini  de'  carme- 
hlani  dell'  antica  osservanza,  de'minori 
osservanti,  de'  minori  conventuali,  dei 
hurnabili,  e  de' minori  cappuccini,  per 
diverse  occorrenze;  quindi  nel  1826  lo 
juomosse  alla  ragguardevole  carica  di 
Maestro  del  s.  Palazzo  apostolico  (F.J, 
the  funse  con  pubblica  soddisfazione  e 
j)lauso,  avendo  a  cooperatore  il  rev."  p. 
Domenico  Butlaoni,  ch'egli  scelse  per 
compagno  e  socio  anco  a  insinuazione  del 
Papa  e  poi  l'ebbe  a  degnissimo  successo- 
re, ed  il  quale  l'avea  accompagnato  con 
fcuccesso  nella  visita  di  Sicilia,  ed  io  quella 


VEL 
del  Piemonte  e  delle  Marche.  Intanto  ac- 
cumulandosi in  lui  per  la  propensione  e 
stima  che  ne  faceva  Leone  Xll  varie  gra- 
vi consultorie,  nel  1828  rinunziò  al  vi- 
cariato dell'ordine,  per  meglio  attender- 
vi. Se  il  suo  bel  cuore  fu  nel  1829  addo- 
lorato per  la  morte  del  gran  Pontefice, 
in  breve  si  rallegrò  per  l'elezione  di  Pio 
Vllljche non  solo  non  fu  inferiore  al  pre- 
decessore nella  estimazione  che  ne  faceva, 
ma  I'  onorò  sempre  di  particolare  amici- 
zia. Rallrislatoassai  presto  pel  decesso  del 
Papa,  il  suo  dispiacere  venne  ben  ricom- 
pensato nel  i83i  all'assunzione  nel  so- 
glio pontificio  di  Gregorio  XVI,  die  riu- 
niva in  se  le  benevole  inclinazioni,la  stima 
e  r  amicizia  de'  due  antecessori  in  pecu- 
liar  modo  verso  di  lui.  Essendoli  p.  Giù- 
.  seppe  M.'  benemerito  del  suo  illustre  or- 
dine, consultore  del  s.  ofTizio,  dell'indice, 
de's.  j'ili,  della  correzione  de'  libri  della 
chiesa  orientale,  dell'  indulgenze  e  s.  re- 
liquie, esaminatore  de'  vescovi  in  s.  teo- 
logia, e  convisitatore  della  s.  visita  apo- 
stolica,  come  ricavo  dalle  Notizie  di  Ro' 
ma,  Gregorio  XVI  si  determinò  a  pre-, 
niiarne  i  meriti  ed  i  servigi  prestati  alh 
8.  Se(\e.  Nel  concistoro  de'2  loglio  i833j 
lo  preconizzò  vescovo  di  Monte  Fiasco^ 
nee  Co/vzcio,  edopo  aver  enumeralo  neli 
la  proposizione  concistoriale  gli  uOìzi  da 
lui  egregiamente  esercitati,  gli  fece  que-, 
sto  elogio.»»  Vir  summa  doctrina, gravi- 
tate, prudenlia,  rerumque  omnium  eXi 
perientia  singolari  praedilus  ;  dignus 
proplerea  reputalus  qui  praefali's  Lede- 
siis  (Monte  Fiascone  e  Corneto)  in  Epi- 
scopum  praeficialur".  Inoltre  nel  mede- 
simo concistoro  avendolo  con  altri  creato 
e  pubblicato  cardinale  dell'  ordine  de' 
preti,  nell'allocuzione  stampata,  come  la 
proposizione,  gli  rese  questi  ulteriori  en- 
comi.» Alter  per  omnesoQlciorum  gradui 
ad  praefeclurara  ordinis  sui  jure  optimo 
eveclus  dignus  a  Nobis,  uti  a  Decessori- 
bns  Nostris,  habitus  est,  cujus  fldes,  pru- 
dentia,  doctrina,  zeluscathuiicae  ìnlegri- 
talis  ad  librorum   censuram   adhibere- 


1 


VEL  V  E  N                    lai 

Ijir;  ad  muniìs  nimiium  eo  graviu*,  ac  Mentre  il  cnrclinale  con  paterna  solleci- 
jaboiiosiis,  quo  niagis  in  liac  saeculi  pia-  Indine  governava  ledue  diocesi  e  veglia- 
vitale  scriploriini  perniciosissimoruiu  u-  va  nH'iiicremenlo  del  seminario,  il  n.  gS 
bique  intiiidat  colluvies.  Quem  prople-  <St\  Diario  di  Roma  del  1 836  pubblicò 
rcii,  neiUini  ob  alia  siojul  egregie  accii-  l'infausta  notizia,  die  in  Monte  Fiascone 
rata  buie  niuneri  aduexa  motnenli  ma-  a'  aS  novembre  ad  ore  «5  era  maucato 
xiini  negotia,  de  religione  ac  de  re  publi-  di  vita  il  cardinale  (di  mal  di  fegato  non 
ca  oplinie  ineritum  bonore  boc  bone-  conosciuto),  munito  di  tulli  icouforlidi 
slanduni  censuimus".  L'  allocuzione  si  nosira  s.  religione,  in  elùdi  70  anni  non 
Ugge  nel  n,"  57  del  Diario  di  Roma  del  compili.  Oltre  altre  lodi,  ivi  si  legge:  »  Lo 
ìH3ì,eiìc\Uull.  Hom.coiìt.yi.  ig.p.i  i  3.  scio  pastorale,  1'  illibatezza  de'  costumi, 
ludi  il  l'iipadopo  avergli  dato  il  cappello  la  giustizia  e  l'amore  verso  gl'indigenti, 
cardinalizio, gliconferi  pel  titolola  chiesa  furono  le  principali  virtìi,  che  rendono 
di  S.M.' sopra  Minerva,  lu  annoverò  alle  veneranda  la  memoria  del  defunto  vesca- 
congiegazioni  del  s,  olljzio,  de' vescovi  e  vo  e  porporato.  Nella  cattedrale  gli  fu- 
regolari,  dell'indice,  e  de.lla  disciplina  re-  rono  celebrate  solenni  esequie,  intli  il  suo 
gulare,  e  Io  fece  protettore  del  comune  di  cadavere,  secondo  la  ilisposizione  del  tle- 
Giotte  ili  Castro.  Tra  le  dimostrazioni  fon  lo,  fu  trasportato  nella  celebrecbiesa 
di  pubblica  letizia  die  videro  la  luce  del-  di  s.  Maria  della  Quercia  de'domenicani 
le  stamce,  per  celebrare  la  duplice  prò-  presso  a  Viterbo, ed  ivi  venne  sepolto  con 
mozione,  ricorderò  quella  del  rinomato  onoriHoa  lapide  nella  cappella  del  suo  pa- 
lipogralò  Annesio  JNobili,  il  quale  con  tiiarca  s.  Domenico.  Il  Papa  ne  fu  assai 
bflla  epigrafe  glintitolò  la  f^ila  dclcar-  rammaricato,  e  con  lui  tutti  quelli  che 
dinal  Pietro  Lembo,  cominentario  che  lo  riverivano  egli  erano  affezionati  siii- 
esposto  in  Ialino  da  mg.'  Giovanni  del*  ceramente.  Bello  e  maestoso  nella  perso- 
la Casa,  fece  pure  vullare  in  italiano  dal  na,  nel  suo  volto  traspariva  il  suo  nobi- 
cb.  Giuseppe  Ignazio  Montanari.  ÌN'e'vol.  le,  franco  e  gentile  animo,  per  eccellenza 
]^IV,  p.  6,  e  XV 1 1,  p.i 53,  narrai  come  coilesissimo,  cordiale  e  manieroso  nel 
Gregorio  X\l  nel  i835  portandosi  a  tialto.  Mi  vanto  d' averne  anch' io  spe- 
Ci\ìta  Vecchia  vi  si  recò  ad  ossequiarlo  limentata  la  sua  benignità,  degnandosi 
il  cardinale,  accolto  amorevolmente  co-  riguardarmi  con  particolare  deferenza, 
me  quello  che  gli  era  tanto  carissimo,  e  Terciògodoin  rendere  qui  un  pietoso  Iri- 
lo  condusse  seco  nella  gita  che  per  mare  buio  d'  ammirazione  alla  memoria  del- 
fece  sul  battello  a  vapore  il  ]\lediteira-  l'esimio  porporato. 

lieo  al  porto  dementino  per  visitare  le  \Y.^ i\Y^O ( Feiiafran).C\\.\.Vi  con  re- 
saline di  Corneto.  Raccontai  pure,  che  «idenza  vescovile  del  regno  delle  due  Si- 
tornato  il  cardinale  a  Montelìascone,  e  cilie,  nella  provincia  di  Terra  di  Lavoro, 
sentendo  che  il  Papa  avrebbe  visitata  distretlodi  Ì-'iedimonte,capo!uogodi  cau- 
r  altra  sua  sede  di  Corneto,  vi  corse  a  Ione,  distante  4^  miglia  da  Napoli,  e  i5 
tributargli  la  sua  alfeltuosa  venerazione,  dal  mare  ,  sede  della  regia  giustizia.  Il 
recandosi  a  incontrarlo  circa  due  miglia  Caslellanoladiceposta  allefaldedelMon- 
lungi  dalla  città,  fallo  ascendere  da  Gre-  le  Cassino  e  lungi  1 1  leghe  al  nord  di  Ca- 
gorio  XVI  nella  propria  carrozza.  Ac-  seria.  Trovasi  nel  sito  più  mediterraneo 
compagno  il  Papa  nella  cattedrale  e  ne*  dell'antica  Campania,  in  clima  buono  e 
stabilimenti  che  onoròdi  sua  presenza,  e  placido  ,  alle  frontiere  del  Sannio  e  del 
poi  ebbe  la  consolazione  di  riceverlo  nel  Lazio,  sul  corso  della  via  consolare  che 
proprio  episcopio,  facentlolu  servire  in  da  Napoli  conduce  agli  Abruzzi.  Una  val- 
un  alia  iua  corte  di  Dobiii  riufreichi.  le  piaui^alma  ael  perìmetro  di  >o  e  più 


,aa  VEN 

miglio  sembra  che  la  coroni  per  ador- 
narla: nel  recinto  ile'  monti  si  osservano 
\ari  paesi  ,  ì  di  coi  naturali  scendono  a 
collivarvi  le  fertili  terre.  Il  lato  orientale 
della  vallee  placidamente  bagnatodalgià 
rapido  Vollurno,  che  può  dirsi  il  natu- 
rai confine  tra  la  Campania  e  il  Sannio, 
precisamente  dove  un  magnilìco  ponte  fu 
niodernamenle  costrutto.  Le  falde  del 
monte  imminente, ch'è  il  suo  nord,  reg- 
gono gli  edifizi  della  città,  sorti  dalle  ro- 
vine di  varie  e[)oclie:  ui\  tempo  i  venafra- 
Ili  ahilarono  anche  il  colle.  Nel  sito  più 
basso  scaturiscono  limpidissime  acque, 
leggerissime  e  fresche  da  vari  punti  ,  e 
formando  il  fiumicello  detto  di  s.  Barto- 
lomeo, e  quindi  del  Sesto  sotto  le  Penti- 
iie,  vatuio  ad  unirsi  a  quelle  del  Voltur- 
no. Rallegrano  anche  la  vista,  e  animano 
talune  macchine  idrauliche.  Dal  mercato, 
il  di  cui  largo  è  fatto  dal  ripiano  d'alio 
muro,  conte  dal  piìi  bel  punto  di  vista, 
Bcorgesi  la  sottostante  ampia  pianura,  in 
cui  i  venafrani  prendono  la  miglior  por- 
zione; ed  ivi  presentaci  a  poca  distanza 
l'antico  anfiteatro, oggi  ricetto  d'armenti. 
Dall'ospizio  poi  riguardasi  la  città  a  gui- 
sa di  spazioso  colle  rivestito  di  case,  tra 
le  quali  riluce  quella  del  re.  1  fieri  contagi 
e  gli  orribili  terremoti  del  secolo  XIV,  ro- 
vinarono Veuafro,massiine  nel  1 349,colla 
morte  di  700  persone.  Per  coiaio  di  scia- 
gura 8  anni  dopo  il  re  Lodovico  marito 
ili  Giovanna  I  la  fece  incendiare  alla  sua 
piesenza.  Avutone  il  dominio  Maria  du- 
chessa di  Durazzo,  sorella  della  regina,  a- 
iiimò  i  superstiti  cittadini  a  rialzare  l'a- 
bitazioni nella  parte  attuale,  dove  meno 
il  terremoto  e  l'incendio  erauo  prevalu- 
li:  di  più  fece  foggiare  il  così  detto  Castel- 
lo, ampliato  poi  da  altri  baroni,  e  la  Tor- 
re a!  mercato  ,  dove  indi  si  amministrò 
la  giustizia.  Vicino  vi  fu  eretto  il  pubbli- 
co sedile,  a'nostri  giorni  convertilo  in  cor- 
po di  guardia.  Inoltre  la  duchessa,  bene- 
merita del  misero  avanzo  della  gente  ve- 
iiafraoa,  coli'  opera  loro  fece  cingere  la 
rinata  città  a  guisa  della  primiera  con 


VEW 
muri  e  antemurali,  riattati  nel  lyoS,  e 
colle  porte  al  Mercato,  Portauova,  lifit- 
ta  ueliySo,  Portelluccio,  e  F^ortagugliel- 
mo  così  detta  dal  giudice  di  tal  nome,  e 
corte  della  bagliva  sedente.  Coll'aggiunla 
poi  del  borgo,  altro  muro  colla  porta  Ro- 
mana vi  fu  costruito.  La  città  nel  1437 
giunse  al  punto  d'essersi  posta  nello  sta- 
to di  gagliarda  difesa.  La  bella  cattedra- 
le pare  innalzata  sul  materiate  rovinato 
di  qualche  tempio  gentile,  forse  della  dea 
Bona.  E  costruita  a  3  navi,  con  decora- 
zioni miste  d'  una  architettura  di  gusto 
gotico,  e  di  riparazioni  de'bassi  tempi.  E- 
«ternamente  apparisce  un  ri n vestimenti 
di  pietre,  che  senza  dubbio  altre  volte  fé* 
cero  parte  de'roinani  monumenti,  e  nelle 
tribune  si  ravvisano  avanzi  di  fregi,  capi- 
telli di  bassorilievo  e  iscrizioni  dell'accen- 
nala epoca.  Venne  dedicata  a  Maria  As- 
sunta in  cielo.  Questo  primario   tempio 
soggiacque  alle  tante  rovine  della  città,  e 
l'ultima  fu  pel  terremoto  e  incendio  ri- 
cordati del  1349  e  i356.  Ricostruito,  in 
seguito  si  fecero  altre  rinnovazioni,  e  l'ul 
ti  ma  per  l'incendio  avvenuto  alla  sagi'< 
stia  néh8o4-  Venne  di  nuovo  solenne 
mente  consageato  da  mg.'  Slabile  a'  2. 
ottobre  1  764.  Spiccano  in  esso  co'marti 
dell'altare  maggiore,  preziosi  arredi  sa 
gri.  Fra  le  varie  cappelle  sfondate  vi 
quella  del  SuiFragio  co'  privilegi  aanes 
pe'defunti;  e  quella  del  ss.  Crocefi«o,  l 
cui  altare  furono  aggregati  parecchi  b< 
nefizi  semplici  di  padronato.  Vi  è   pur 
l'altare  de'ss.  Nicandro,  Marciano  e  Da| 
ria  martiri  e  protettori  di  Venafro,  o  pr<fl 
priamente  del  ss.  Corpo  di  Cristo,  in  cui  ! 
una  volta  riponevasi  la  ss.  Eucaristia  ,  e 
accosto  gli  olii  santi,  eretto  dal  vescovo 
Mancini  eoo  benefizio  sotto  quel   titolo. 
Il  Viatico  di  là   partiva  associato  dalla 
confraternita  istituitavi  dopo  il  detto  teni-i 
pò  ,  a  causa  delle  rovine  in   mezzo  allei 
quali  era  riaiasto  il  duomo  isolato,  che 
perciò  trovasi  distante  dall'abitato.    Nel 
I  5o3  a  cagione  della  peste,  per  l'urgen- 
ze degli  spirituali  bisogni  iu  tempo  di  uol-. 


V  EN 
le,  viilesi  pericoloso  1*  aprirsi  una  cliiesa 
in  cainpajiiia  ,  per  cui  coU'  oblazioni  tle* 
fetleli,  e  coH'opera  del  vescovo  e  ilei  ca- 
pilolo  nel  I  53  5  vi  fu  aggiunto  un  cappel- 
lone, e  permessa  la  porla  al  eli  fuori  col- 
l'altra  al  di  dentro,  per  comunicare  col 
duomo.  Di  là  eslraevasi  sagrauienli  e  sa- 
gramentali,  e  i  canonici  sin  d'ullora  usa- 
rono di  celebrarvi  le  funzioni  sagre  nel- 
l'inverno. Quindi  un  venafrano  della  fa- 
miglia Buve  lasciò  la  sua  casa  nel  centro 
dell'abitato  da  convertirsi  in  chiesa  sotto 
il  titolo  medesimo,  ampliata  nel  i65o  e 
rinnovata  da' fondamenti  nel  1790,  che 
per  essere  più  comoda  fu  sostituita  all'u- 
to  indicato,  riserbalo  però  il  duiltoalla 
cattedrale  del  i."  battesimo  nel  sabbato 
santo  e  in  quello  di  Pentecoste.  E'  dun- 
que chiara  la  dipendenza  di  questa  chiesa 
dalla  cattedrale,  quantunque  non  sia  u- 
nila  neir  amministrazione.  Tre  ordini  o 
siano  3  diversi  celi  di  canonici  trovansi 
da  tempo  immemorabile  addetti  al  duo- 
mo, e  tutti  amaionlano  a4o.  Ili.°  è  quel- 
lo de' 18  prebendati,  inclusi  i  3  dignitari, 
cioè  l'arcidiacono,  a  cui  è  addossata  la  pe- 
niteiizieria,e  i  due  piimiceri(regolalori del 
canto  dtl  coro)  e  che  presiedono  alle  3 
settimane  alternative;  il  canonico  teolo- 
go che  siede  al  suo  stallo  fisso,  e  il  deca* 
110  che  tra'canonici  siede  il  i.°  dopo  le  di- 
gnità. Godono  l'insegna  di  seta  di  color 
coccineo  con  cappuccio,  pelli  d'armellino 
bianche,  e  cappa  magna  o  breve  secondo 
i  giorni,  perconccssione  di  BenedettoXI  V 
nel  1 743,  mentre  sino  a  quell'epoca  si  era 
tenuta  di  altra  foggia.  Quel  Papa  nel  bre- 
ve fa  un  bello  elogio  della  chiesa  Vena- 
frana,  e  la  repula  degna  d'esser  posta  nel 
rango  delle  prime  e  cospicue  del  regno.  11 
a.°  ceto  è  quello  de'  i  o  canonici  ebdoma- 
dari, prima  c),  che  alternativamente  assi- 
stono all'ullizio,  erinlonano  ne'giorni  fe- 
riali è  domeniche  meno  solenni,  cantano 
la  messa  conventuale  pe'benefattori,  e  sie- 
dono negli  stalli  medesiuìi  dopo  i  preben- 
dati, senza  far  parte  del  capìtolo  ,  dove 
liou  hauDO  uè  voce,  né  &epolturd  couiu- 


VEN  ia3 

ne.  Hanno  l'insegna  slessa,  differente  nel- 
le fodere  delle  pelli  d'armellino  cineri- 
cio ,  e  della  seta  di  color  violaceo.  Per 
indulto  d'Innocenzo  XI  ponno  delegarsi 
8cand)ievolmente  nelle  parziali  incomben- 
ze, l  due  ultimi  assistono  nelle  solennità 
I  dignitari,  ed  essi  nelle  messe  cantate  lo 
sono  da'canonici  soprannumerari,  che  ap- 
partengono al  3.°  ordine.  Questi  al  nu- 
mero di  12,  talvolta  di  9,  sono  eletti  tra' 
chierici  figli  di  cittadini,  da'prebendati  e 
confermati  dal  vescovo.  Insigniti  con  al- 
muzia  paonazza  fregiala  d'armellino,  fan- 
no un  sol  corpo  col  capitolo,  partecipan- 
do egualmente  della  massa  comune,  del- 
le distribuzioni  quotidiane  ed'allri  incer- 
ti; eccettuati  i  funerali,  dove  dividesi  il 
provento  per  graduazione.  Non  hanno 
voce  né  attiva,  né  passiva,  bens'i  la  sepol- 
tura co'prebendati  comune.  Compete  lo- 
ro per  immemorabile  costume  il  diritto, 
confermato  nel  i532  da  Clemente  VII 
con  bolla, d'essere  assunti  allei 4  preben- 
de che  vanno  a  vacare^  detti  perciò  Espct- 
tanli ,  perchè  expectnnt  Praehcmìam. 
l'riraa  per  anzianità  ascendevano,  senz;i 
il  bisogno  di  nuova  bolla  ,  e  il  capo  del 
capitolo  dopo  l'esequie  d'un  defunto  pre- 
bendato investiva  col  solenne  possesso  un 
espeltante  e  col  privilegio  d'ozione;  ma 
siffatta  usanza  rimase  in  parteabolita  sot- 
to il  cardinal  Grimaldi  vescovo;  e  sebbe- 
ne il  Tridentino  soppresse  simiglianti  a» 
spettative,  pure  per  decreto  della  s.  con- 
gregazione del  concilio  fu  nel  i6()3  di- 
chiarato non  essere  stata  abolita  quella 
di  Venafro  che  rimase  tuttavia  fino  al 
i8oi,  in  cui  vi  fu  qualche  altra  modili- 
cazione  per  regio  placito.  La  topografìa 
della  cattedrale  fa  sì  che  l'ore  canoniche 
per  indulto  speciale  e  antica  costumanza 
si  soddisfano  quotidianamente  tutte  di 
mattino,  ad  eccezione  de'giorni  solenni  e 
quaresimali.  Prima  le  parrocchie  erano 
13,  ora  ridotte  a  6,  ma  con  doppio  tito- 
lo, per  essersi  diminuito  il  numero  degli 
obitanti,  prccisanieute  per  i  vari  contagi. 
Alla  cura  e  direzione  dell'auiiAe  suou  ap- 


.7.4  y^^ 

jiosilamenle  deputali  6  parroclii.  E"  os- 
se rvabile  il  leiiipio  deirAiiuuiiziata,  com- 
posto d'u>ia  gran  nave  con  cupola  e  cain- 
jianile,  e  coll'organo  eli  molto  pregio.  An- 
che (luello  del  ss.  Viatico  col  suocaiupa- 
Dile, olire  altri.  De'distrulli  templi,  se  oe 
legge  la  memoria  nella  bolla  d'Alessan- 
dro III,  di  cui  alla  sua  volta  parlerò.  Il 
monastero  delle  Clarisse,  insiemeaila  chie- 
sa hen  tenuto,  e  in  cui  la  religiosa  esem- 
plarità vi  fiorisce  ,  fu  fondato  nel  i657 
per  opera  d'Ippolita  Valletta,  e  da  altri 
pii  testatori  dotato.  Le  n)onaclie  prendo- 
no interesse  al  l'educazione  delle  ci  vili  don- 
zelle. Questo  monastero  è  superstite  alla 
deplorabile  soppressione  del  1808  degli 
altri  istituti  religiosi.  Nel  convento  de' 
cappuccini, introilolti  aeìiSZ'j,  la  città  vi 
esercita  i  solili  diritti,  e  vi  sono  allevali 
ultimi  religiosi.  Il  buon  locale  anticamen- 
te accoglieva  i  basiliani,  quando  già  esi- 
steva la  basilica,  e  vi  rimasero  sino  alla 
fine  del  XV  secolo  (uflìziando  essi  la  chie- 
sa de'ss.  IMarliri  in  Napoli,  convertita  poi 
in  s.  Patrizia, ed  ulliciando  con  rito  greco, 
in  tale  idioma  ne  trasportarono  l'ullìzio), 
donde  derivò  la  prepositùra  di  s.  Nican- 
dro,  conferita  poscia  a'reltori  per  lo  più 
cardinalijCoineMag  ilotli,  Cantelmi,Bou- 
compagni  e  altri,  insieme  alla  badia  di  s. 
Croce,  in  ajipresso  aggregate  al  seminn- 
rio.  I  cappuccini  custodiscono  la  basilica 
de'protelluri  i  ss.  Nicandro  ,  Marciano  e 
Daria  martiri,  i  corpi  de'quali  si  venera- 
no sotto  l'altare  maggiore  in  una  gran  cas- 
sa di  pietra,  la  cui  festa  celebrasi  a'  17 
giugno.  Da  essi  furono  tolte  varie  reli- 
quie, die  si  venerano  nella  metropolita- 
na di  Capua,  nella  chiesa  abbaziale  di 
Monte  Vergine,  nella  cattedrale  d'  Iser- 
nia,  anzi  la  proposizione  concistoriale  di 
questa  ciiiesa  dice:  Inter  quae  corpus  s. 
IVicandri  rnarlyrìs  ipsius  civitatis  pa- 
troni  deceiiter  assen>altir.  Certo  è  che 
in  Venafro  dalla  cassa  fu  estratto  il  cra- 
nio di  s.  Nicnudro,  che  il  vescovo  de  Co- 
reo nel  I  340  fece  incastrare  in  argento 
(cioè  Barbalo  da  Sulmona  eseguì  il  lavo- 


V  E  It 
ro  in  dello  anno,  e  l'Ughelli  registra  l'in- 
clusu)ue  della  reliipiia  ali  344),  uon  che 
la  reliquia  esistente  nel  petto  della  statua 
d'argento  del  santo,  da  d.  Antonio  s.  Bar- 
bara donata  alla  città  ,  che  vi  contribuì 
5oo  ducati,  mentre  egli  nel  i6g6  ve  ne 
avea  speso  800.  Nel  1780  il  vescovo  Sta- 
bile dal  cranio  tolse  delle  reliquie  pel 
principe  di  s.  Nicandro  e  per  alcuni  cit- 
taduti.  In  tulli  i  tempi  si  è  creduto  da' 
veuitfrani,  che  dalle  ossa  de'ss.  Protetto- 
ri scorra  un  sagro  liquore  ,  detto  man- 
na ,  del  quale  sonosi  sperimentati  mira- 
bili elFetli.  Sino  al  detto  1808  in  Vena- 
fro vi  sono  stali  altri  conventi.  Quello  de' 
coiiveutuali  di  s.  Francesco  d'Asisi  fonda- 
to dal  medesimo  santo:  la  volta  della  chie- 
sa per  l'irregolare  costruzione  cadde  nel 
terremoto  del  i8o5.  Vi  si  venerava  la 
bella  statua  dell'Itumacolala  Concezione 
proteltricedella  città,  trasferita  nella  con- 
tigua chiesetta.  Il  convento  degli  agosti- 
niani eretto  prima  dov'è  l'orto  detto  s.  A- 
goslino  vecchio, e  quindi  dentrodella  cit- 
tà circa  il  I  5o8.  Quello  de'caruielitani  ac- 
costo alla  cattedrale,  ov'era  stata  colloca*! 
ta  nel  1702  la  famosa  biblioteca  dal  pri 
niicero  De  Bellis,  che  non  senza  dolori 
venne  dissipata.  Gli  alcantarini  france 
ecani  nel  1  758  si  stabilirono  nella  villa  de 
De  Bellis,  da  questi  destinata  a  tale  usoj 
Successivamente  per  reale  munificenza  e 
colle  limosine  civiche  si  formò  un  ampia 
locale,dove  i  frali  ilimorarono  pochi  anni 
finché  fu  convertito  in  ospizio  e  spedale 
civile  e  militare,  anche  pel  ristabilimento 
degl'infermi,  e  sostituito  all'altro  del  bor 
go,  ch'era  stato  già  rinnovato.  Vie  il  se» 
minarlo  per  l'istituzione  de' chierici  ; 
due  pubbliche  scuole  per  ambo  i  sessi  i 
separati  locali.  Il  primicero  De  Bellis  del 
le  scuole  fu  il  benefico  fondatore  nella  prò 
pria  casa.  Perchè  vengano  onestament 
collocate  in  matrimonio  le  donzelle  in 
digenli  e  le  orfane,  non  avvi  pio  luogo  eh 
non  concorra  ad  estrarne  in  sorte auuual 
mente  un  dato  numero,  con  contribuire 
corrispondenti  sussidii>  di  cui  partecipa 


V  E  N 

noczinmiio  le  vedove.  Il  principale  bene- 
lieo  slabiiimento  è  1'  ospizio,  e  non  può 
dirsi  nbba'ilnnza  quanto  debbano  n  que- 
st'asilo deirinforlunio  l'umanità  e  la  re- 
ligrone.  Vi  è  il  legato  utilissimo  delle  sSk 
Missioni  per  ogni  sessennio.  Perolièilde' 
ro  venga  esercitato  nelle  materie  die  lo 
riguardano  ,  ogni  donìeiiica  il  canonico 
teologo  fa  la  pubblica  spiegazione  della 
8.  Scrittura;  e  nel  giovedì  vi  sono  l'acca- 
deiuie  de'  casi  morali  o  liturgici  ,  le  cui 
questioni  sì  propongono  dal  prefetto  del- 
la congregazione  de'preli  di  s. Angelo  Cu- 
stode. A  tale  congregazione  spetta  il  soc- 
correre gl'infermi  sacerdoti  indigenti,  se 
ve  ne  sono:  alla  niorte  d' un  confratello, 
ciascuno  celebra  una  messa  per  esso.  La 
confraternita  del  Purgatorio  cura  il  ben 
luorire  degli  agonizzanti  col  n)ezzo  di  3 
cappellani.  I  sodalizi  diretti  ad  unire  con 
vincolo  più  stretto  di  amore  e  carità  i  fe- 
deli, aiììne  di  destare  l'emulazione  nelle 
pratiche  virtuose  e  ne'religiosi  esercizi,  so- 
no 4:  qnello  di  A.  G.  P.  o  de'  Vatlenli , 
fondalo  nel  i  385;  di  s.  Nicola  di  Toienti- 
no,e  di  s.  Antonio  di  Piidova,  istituiti  nel- 
la mela  del  secolo  XV,  ed  eguali  di  prece- 
denza; di  s.  Sebastiano,  die  si  |)relende 
più  antico  de'  precedenti.  Le  confrater- 
nite ilei  ss.  Viatico  e  del  Prosarlo,  poi  u- 
nile  alla  pubblica  beneficenza,  pare  die 
siano  cessate;  mentre  la  nuova  congrega- 
zione di  s.  Spirito  ebbe  tosto  buon  ef- 
fetto. L'indole  de'circa  4ooo  abitanti  è 
dolcissima,  laboriosa  eattiva;rivolli  prin- 
cipalmente air  agricoltura  a  cui  li  trae 
l'estensione  del  territorio  tutto  fruttifero. 
Le  arti  liberali  e  meccaniche  vi  sono  e- 
sercitate.  Si  tengono  3  fiere  triduane  ne' 
prin>i  3  mesi  dell'anno,  ed  altre  duea'24 
giugno  ed  a'29  settembre.  All'ammini- 
strazione municipale  sono  riuniti  con  co- 
mune interesse  il  villaggio  di  Cippagna, 
con  Casamatteoe  Noci.  In  Venalio,  an- 
tidiissima  e  celebre  città,  sempre  fiorirò- 
uo  molte  nobili  famiglie  e  cittadini  illu- 
stri; per  aver  in  ogni  epoca  gareggialo 
con  altre  per  opulenza,  uuiueiosi  abitau- 


V  E  N  1 2  7 

li  e  fortificazioni.  Si  celebrano  il  figlio  di 
Alio,  qualecredulo  fondatore  tiella  città. 
Licinio  apporiatoie  piin»iero  «legli  olivi 
liciniani  in  Venafio.  In  Venafro  sionoia 
la  memoria  d'Augusto  con  essa  tanto  be- 
nefico, e  di  quanti  ne  seguirono  l'esempio, 
come  de'Cosmiani,  de'l'elici,  degli  Avio- 
ni  Giustiniani  ealtri.  Secoiidoalcuni  scrit- 
tori ,  come  del  Corsignani  nella  Bcggia 
Blarsìcana,  si  vuole  \enafiano  s.  Ormi- 
sda Papa  del  5i4>e  cl^*^  soltanto  origina- 
rio o  nativo  di  Fr osinone  [F.)  fosse  il 
di  lui  padre  Giusto.  Papa  s.  Silveiio  del 
536  figlio  per  legittimo  matrimonio  di*. 
Ormisda,  dicesi  di  Prosinone  o  di  Atella, 
ovvero  di  Troia,  o  fors'anco  nato  nel  rio- 
ne Campo  Troiano  di  Ceccano,  perchè  e- 
ziandiodi  lui  sono  discrepanti  gli  storici 
nello  stabilirne  la  patria.  1  venafrani  ve- 
nerano per  loro  concittadino  s.  Ormisda, 
e  già  le  immagini  di  lui  e  di  s.  Silveiio 
si  vedevano  nell'inlernodella  porta  gran. 
de  della  cattedrale,  coperte  ilall' organo 
ivi  dal  coro  trasportato.  Di  più  nel  1730 
{innovandosi  la  porla  nuova,  vi  fu  uell'a- 
pice  effigiato  s.  Ormisda,  ed  il  priinicero 
De  Bellis  insieme  ad  un  benefizio  di  suo 
padronato  sotto  quel  titolo,  ne  introdus- 
se anche  la  solenne  festa  a'  6  agosto  nel 
propiio altare  nella  ehiesa  di  s.  Sebastia- 
no. Un  Giovanni  da  Venafro  a'tempi  del- 
l'imperatore Federico  11  fu  giustiziere  di 
Terra  di  Lavoro.  Giacotno  Montaquila 
canonico  o  arcidiacono  della  patria  ,  nel 
1  4  1  8  vescovo  d'Isernia.  Si  vuole  della  fa- 
miglia de'Normandi,  al  pari  di  Gugliel- 
mo ,  Antonio  e  Nicolò  fiatdli,  a  cui  il  re 
Roberto  concesse  nel  1  328  la  giurisdizio- 
ne della  bandiera  per  Venafro, a'casali  in 
tempo  di  fiera.  Fu  ancora  discendente  lo- 
ro quel  Guglielmo  di  Rinaldo,  al  quale 
la  città  di  Venafro  donò  neli335il  ba- 
ronaggio diRoccapipirozzo.il  vescovoGia- 
couio  caro  a  Martino  V,  consigliere  d'Al- 
fonso V  e  Ferdinando  I,  nel  terremoto  ile' 
5  dicembre  1456  che  fece  cadere  tutta  ì- 
sernia,  colla  morte  di  quasi  800  persone, 
dicesi  che  fu  salvalo  Ira  le  rovine  io  cui 


1 26  V  E  N 

miseramente  Irovossi. Giovanni  de  Ami- 
cis  celebre  giureconsulto, cui  fu  eretta  una 
statua  nella  patria  chiesa  de'  conventuali 
al  suo  sepolcro,  poi  trasferita  all'ingres- 
so del  convento  coli' epila  (Fio.  Antonio 
Giordano  nato  da  unsarto»  parimenti  fd- 
inosogiureconsulto  e  preside  della  repub- 
blica di  Siena,  come  confidentissimo  del 
signore  di  essa  Pandolfo  Petrucci.  Ad  I- 
inola  trattò  la  pace  col  Borgia  duca  Va- 
lentino, fu  legato  a'Papi  Alessandro  VI, 
Leone  X  e  Clemente  VII,  a  Massimilia- 
no I  imperatore  e  ad  altri  principi  ,  e  di- 
venne conte  palatino  e  senatore  del  con- 
siglio di  Napoli.  Amico  s.  Barbara  valoro- 
so neir  armi ,  come  lo  fu  il  figlio  Lucio. 
Al  valore  militare  accoppiò  la  forza  d'in- 
gegtio  nelle  lettere  l'altro  insigne  capita- 
no Battista  della  Valle,  che  pubblicò  il  suo 
trattalo  delle  fortificazioni, de'fuochi  mi- 
litari, del  modo  d'ordinare  in  battaglia 
gli  eserciti,  e  sul  duello.  Tommaso  Roc- 
ca famigerato  medico,  versato  nell'ame- 
na letteratura.  Francesco  Andrea  Mascio 
dottore  in  teologia  e  autore  d'opere.  Ni- 
candroJosso  eccellente  filosofo  e  scrittore. 
Francesco  d'  Amici  giureconsulto.  Bene- 
detto Bruno  dottore  di  molto  nome.  O- 
jazio  Dattilo  arcidiacono  e  vicario  genera- 
le di  Gerace.  Gio.  Domenico  Martuccio 
])ubblico  lettore.  NicandroGarriga  predi- 
catore cappuccino.  Francesco  Agricoletti 
scrittore.  Scipione  Coppa  canonico  e  au- 
tore dell'  Eco  politico.  Lodovico  Valla 
j)rimicero,  raccoglitore  di  notizie  patrie  e 
«li  monete  antiche.  Benedetto  Monachet- 
ti primicero  benemerito  delle  patrie  me- 
morie. Il  primicero  De  Bellis  beneficen- 
tissimo  co'suoi  concittadini.  Fu  vicario 
generale  dell'abbazia  di  Volturno,i4nìi- 
glia  lungi  da  Venafro,  18  anni  del  vesco- 
vo Massa,  quindi  vicario  capitolare.  De- 
siderò fondare  il  seminario  a  sue  spese,  a 
condizione  d'apporvi  il  suo  slemma  genti- 
lizio, il  che  non  gli  fu  accordato.  Mori 
nel  1730  e  fu  sepolto  in  cattedrale  nel 
cappellone  del  Ciocefisso,  ove  la  sua  pia 
eredità  gli  eresse  uo busto maiiuoieu  eoa 


YEN 

iscrizione.  Cesare  Guglielmo  provinciale 
de'conventuali,come  lo  furono  Giq.  Bal- 
lista Giusto,  Benedetto  Errigo  che  fece 
la  chiesa  con  porzione  del  patrio  conven- 
to ,  Andrea  Rocco;  e  di  molto  sapere  fu 
il  p.  Ronallo.  Tra'cappuccini  fiorirono  tre 
esemplarissimi  venafrani.BiagioMorra ca- 
nonico zelantissimo  della  salute  dell'ani- 
me, limosiniero  e  pieno  di  virtù.  Cosimo 
de  Utris  giureconsulto.  Nicola  Pilla  me- 
dico, autore  di  diverse  opere.  Venafro  ol- 
tre l'abbondanza  di  buone  acque,  possie- 
de nel  territorio  quella  perniciosa  di  Tri- 
verno,  l'acque  acidule  dette  comunem«^n- 
te  solfuree,  delle  quali  se  ne  fa  uso  salo- 
bre  nell'estate,  commendate  da  Plinio  al 
pari  di  quelle  d'  Ischia,  qual  medicinale 
utilissimo  pe'  calcoli.  Difatli  furono  fre- 
quentate, e  restano  alcuni  avanzi  de'suoi 
edifizi.  Neil'  altra  sponda  del  Volturno 
appariscono  altre  acque  minerali.  L'anti- 
co romano  acquedotto  pel  corso  di  circa 
i4  miglia  conduceva  l'acque  nella  città, 
allo  7  palmi  e  3  largo;  pare  che  sia  stato  re- 
staurato d'Augusto,  e  rimase  negletto  do- 
po la  venula  de'longobardi.  Accosto  agli 
orti  di  Venafro  sono  gli  avanzi  dell'  anti- 
co e  ampio  anfiteatro,  dove  si  celebravano 
vaii  giuochi,  spettacoli  gladiatorii,  com- 
batticnenli  con  fiere,  e  poterono  servir  lo- 
ro d'ergastoli  le  superstiti  cellule.  Forse  fu 
costruito  a'tempi  d'  Augusto,  e  potevano 
allogarvisi  piùd'8ooospettatori;ciòche  f(j 
calcolale  quasi  pel  doppio  la  popolazionf 
di  quel  tempo,  siccome  mostrano  del  pai 
le  pubbliche  terme.  Si  vuole  che  l'anfij 
leali  o  andasse  in  disuso  a'tempi  diCoslaaj 
tino  I,  che  proibì  gli  spettacoli  gladialorijj 
1  vandali  poscia  ne  rovesciarono  l'edifizic 
e  dd'saraceni  nel  saccheggio  della  Camj 
pania  sembragli  derivato  il  nome  di  /ori 
lascio.  L'anfiteatro  rovescialo  in  tutto 
in  parte,  fu  dato  dal  re  Roberto  al  sul 
gentiluomo  cav.  Antonio  o  Ugone  Mari 
luccio,  quindi  Nicandro  Martuccio  lode 
nò  alla  cappella  di  s.  Giovanni  della  cat 
tcdrale,soppressa  nel  1700.  L'antiche  mi 
va  lisalgouo  ad  epoca  anteriore  alla  coi 


V  E  W 

dizione  iTi  prefettura  di  Venafto,  e  Jagfi 
avanzi  si  scorge  tli'erano  larghe  6  palmi 
e  mezzo.  Dell'eccellenza  dell'olio  e  degli 
ulivi  venafVani  assai  ne  parlarono  gli  an- 
tichi ei  moderni  scrittori, celebrandosi  da 
Platone  inlrodultore  degli  ulivi  in  Vena- 
froit  sunnominato  Licinio.  Vuoisi  quindi 
cheVenafroabbiainlrodoI  la  la  col  tura  de- 
gli ulivijchene'lempidiTarqiiinio  Prisco 
non  erano  ancor  conosciuti  in  Italia,  e  che 
ella  migliorò  la  formazione  degli  olii  e  ne 
riportò  somma  laude.  Contribuì  alla  ce- 
lebrala particolarità  degli  ohi  venafrani, 
la  natura  del  suolo  ghiaioso,  e  le  diver- 
se sorti  dell'ulive,  di  cui  se  ne  distinguo- 
no sino  a  iG  co'ri>pettivi  nomi, -quanti  ne 
riporta  IMacrobio,  benché  Columella  ne 
ricordi  solilo.  Tuttora  gli  olii  venafrani 
conservano  l'antica  dolcezza;  nondime- 
no senibra  doversi  accordare  la  premi- 
nenza a  que'di  Lucca  o  di  Provenza  ;  ma  i 
provenzali  un  tempo,  come  quelli  d'Aix, 
vennero  a  Venafro  a  provvedersi  di  pian- 
te liciniane,  e  scrnpolosantenle  osservano 
i  precelti  che  ci  iiaiino  lasciato  gli  antichi 
romani  per  ricavar  l'olio  più  squisito.Tut- 
ta  volta  l'esperienza  ha  dimostrato  che  gii 
olii  venafrani  non  perdono  il  grato  sapo- 
re sebbene  vecchi,  e  non  si  alterano  se 
trasportati.  Gran  copia  di  monete  negli 
scavi  si  trovarono  e  trovano  sempre,  gre- 
che e  romane  d'ogni  epoca,  il  che  mo- 
stra il  frequente  commercio  della  città.  Se 
ne  rinvenne  qualcuna  col  Vtnaf.  aven- 
te il  gallo  nel  dritto,  e  nel  rovescio  l'im- 
magine di  Pallade  o  Minerva,  ad  onta 
che  Venafro  non  pretenda  vuutare  mo- 
nete urbiche  o  lubicarie  o locali,  ossia  co- 
niate localmente.  Negli  slessi  scavi  molle 
sono  le  lapidi  scritte  trovate,  e  in  buon 
uumerosono  riportate  tra  quelle  del  Mu- 
ratori. 11  nuinero  maggiore  appartengono 
al  leu. pò  che  V^enafro  fu  colonia,  e  sicco- 
aie  es>a appai lettne  alla  tribù  Teientina, 
il  Ter.  si  legge  in  molle.  Una  notabile 
quantità,  esistenti  in  Venafro  ,  sono  ri- 
prodotte nelle  Memorie  istoriche  di  Ve- 
nofio  compilale  da  Gabriele  Coiugno 


VEN  117 

canonico  teologo  della  maggior  chiesa 
di  (/nella  città,  Napoli  1824.  Di  questa 
bellissima,  dotta  e  critica  opera,  io  ne  ri- 
cavo i  presenti  cenni,  e  perciò  con  ammi- 
razione mi  dichiaro  gralissiruo  al  bene- 
n)erito  autore.  «Se  vive  l'illustre  venafra- 
no,  gli  auguro  prospera  sanità;  sedefunto, 
gli  desidero  pace  seutpiterna  e  gloria  im- 
peritura, in  Venafro  sono  parecchi  fram- 
menti di  antica  scultura  ,  non  senza  im- 
portanza. Non  vi  è  angolo  poi  della  valle, 
in  cui  non  si  scoprano  tuUngiorno  sepol- 
cri antichi,  casse  di  piombo,  di  pietra,  di 
marmo,  ma  più  di  legole  grandi  alla  sem- 
plice foggia;  non  che  qualche  moneta, 
tasi  di  lagrime,  armi,  medaglie.  Oltre  le 
terme  dell' acque  acidule  ,  vi  è  un  altro 
luogo  termale,  animato  dall'acque  voi- 
turnesi,  con  vestigia  delle  medesime.  La 
torricella  che  si  presenta  a  prima  vista 
a  chi  da  Napoli  qui  recasi, pare  che  ap- 
partenesse alle  ricordate  antiche  mura  di 
circuito,  e  servisse  a'soldali  ili  custodia:  è 
differente  però  dall'altra  che  dicesi  tor- 
ricella scarrupala.  D.i  taluni  si  crede  che 
questa  servisse  di  fumiera  per  dare  avvi- 
si, in  qualche  modo  a  foggia  degli  odier- 
ni telegrafi,  sebbene  di  gran  lunga  diver- 
si. Ma  che  l'antiche  Torri  servissero  per 
tale  uso,  ne  ragionai  in  quell'articoloe  al- 
trove, con  segnali  di  convenzione,  e  a>i- 
che  col  fuoco  di  notte  e  col  fumo  di  gior- 
no. Le  dette  due  torri  sono  di  slrullur.i 
de'teuipi  baronali.  Da  PiOOia  a  Venafro 
vi  conduceva  la  via  Latina, attraversan- 
do gli  eroici  col  Lazio,  quindi  nell'itine- 
rario d'Antonino  si  trova  Deneventum^ 
Vennfruni,  Theanum  Sidicino.  Di  tale 
via  lastricata  esistono  alcuni  avanzi,  e  co- 
minciò ad  andare  non  curata  dalla  ca- 
duta dell'ini [lero  d'occidente.  La  via  di 
Venafro  sotto  s.  Pietro  in  fine  partiva 
dalla  Latina;  equantuiupie  poi  protratta 
verso  Isernia,  non  fermavasi  prima  sol- 
tanto in  Venafro,  ma  nuovamente  a  quel- 
la che  avea  corso  le  gole  di  Mignano  ec, 
e  vi  si  riuniva,  onde  pule  ben  dirsi  un 
piccolo  ramo  della  Laliua.  GUuutichi  ro- 


j  7.8  V  E  N 

mani  presso Venafto  f;ibbiicaronoi1iver- 
se  ville,  siccome  reputata  soggiorno  de- 
iizìoso  e  perciò  fieiiueiitata.  Il  tratto  ve- 
nafrano  sloto  forse  non  sarebbe  tale,  né 
cclL-bratodaglianlicliiautori  cotanto  sen- 
f.a  le  ville,  Ira  le  quali  quelle  eli  Attilio 
Legolo,  elle  sospese  le  faccende  del  foro, 
ivi  recavasi  a  passarvi  giorni  sereni  e 
tranquilli;  e  di  Cicerone,  come  riferisce 
il  Clavelli  neir  indice  della  sua  Arpino. 
Avanzi  delle  ville  romane  si  credono  di- 
verse grotte,  che  saranno  stati  criltopor- 
tici,  ove  scendevasi  nell'estate,  a  scanso 
dell'eccessivo  caldo;  lutto  poi  annientato 
Dell'invasioni  de' barbari,  distruttori  del 
bello  e  dell'  utile.  Il  territorio  di  Veua- 
fro  è  ferace  di  frumento  ,  avena  ,  orzo, 
spella,  legumi  d'ogni  genere,  canape,  li- 
no e  d'ogni  sorta  di  pomi.  Gli  olivi  che 
tanto  bene  vi  confanno  e  1'  ottimo  olio 
producono,  occupano  oltre  a  de'trallinel 
piano,  le  falde  de'monli  di  Ceppagna  si- 
iioa  l'ozzilli.E  vago  ammirare  fra  quelle 
nobili  piante  la  grandezza  dell' annose 
querce,  pel  dello  terreno  che  vi  contri- 
buisce e  pel  meriggio  che  le  feconda.  Il 
vino  è  reputato  assai  eccellente;  disse  Ga- 
leno: /  inurn  venaframun  slomacho  gra- 
tum  eZ/tn'c.  Egli  inlese  dire  di  facile  dige- 
stione, non  giù  leggiero, poiché  anzi  è  ge- 
neroso. Gli  orli  ben  irrigati  offrono  eccel- 
leuli  erbaggi.  La  pastorizia  trova  soste- 
gno ueir  erbe  del  campo  e  in  quelle  de' 
nionli.  Vi  sono  differenti  cacciagioni,  fol- 
la ed  estesa  selva,  con  monte  e  colli  va- 
ri :  vi  si  entra  pel  sontuoso  ponte  eretto 
dalla  grandezza  di  Carlo  111,  che  vi  ac- 
quistò le  tenute,  e  si  dicono  siti  reali.  Il 
busco  fu  fretpaentato  dal  figlio  Ferdinan- 
do 1  con  piacevole  godimento,  e  spesso 
con  personaggi  principeschi  d'  Europa, 
the  dividevano  con  lui  il  contento  e  le 
prede,  avendola  ridotta  a  vera  caccia  re- 
gia. 1  fiumi  forniscono  varie  specie  di  pe- 
sci in  abbondanza  e  di  buon  sapore,  co- 
me la  qualità  delle  acque. 

La  contrada  riconosce  per  suoi  primi 
abìlaturi  la  colonia  iapelica,  perciò  d'o- 


VE  N 

rlgine  orientale  ed  ebrea,  il  che  attestano 
i  caratteri  etruschi  scritti  all'orientale  ; 
poscia  altra  colonia  la  popolò  di  fenici  o 
cananei,  da   cui  discesero  que'popoli  che 
presero  varie  denominazioni,  che  in  prin- 
cipio furono  selvaggi  e  feroci,  detti  per- 
ciò lestrigoni,  e  poi  aurunchi,  cioè  scesi 
da'  monti  ad  abitar  nelle  falde,  invitati- 
vi dal  maggior  comodo.   Avanti  Roma, 
divenuta  tutta  l'Italia  elrusca,  parlavast 
il  linguaggio  etrusco  con  vari  dialetti  ;  e 
conseoguentemente  in  Venafro,  dove  u- 
sa  vasi  (piello  osco.  Le  colonie  greche  lun- 
go le  coste,  vi  si  stabilirono  al  nascer  di 
Roma.  Nel  fine  del  3.°  secolo  di  Roma  le 
12  tavole  furono  credute  scritte  in  osco, 
benché  nel  Lazio  l'antico  latino  si  usasse. 
Però  assicura Livio,che  i  fanciulli  romani 
istituì  vansi  nell'etrusco.  Vuoisi  che  la  lin- 
gua osca  durasse  a  tutto  il  V  secolo  di  Ro« 
ma  in  questa  contrada  e  nel  resto  d'Italia, 
finché  1  romani  vinti  i  toschi  al  lago  di  Va- 
dimone  circa  l'anno  47  «  >  h'a'i  fieri  patti 
gì'  imposero  quello  di  ricevere  la  lingua 
latina,  alla  quale  dopo   la  rinnovazione 
dell'impero  d'occidente  fu  sostituita  l'ila- 
liana,  avvilita  col  nome  che  serba  ancora 
di  t'o/garpjpoiché  luogo  tempo  nella  bocca 
del  volgo  solamente  era  in  uso,qualset 
plice  interprete  de'  naturali  bisogni.  Coi 
rotti  i   dialetti  barbari,  le  persone  coli 
cominciarono  nel  secolo  XI  a  modella 
re  la  lingua  che  parliamo,  accostando! 
quanto  fu  possibile  alla  latina.  Gli  oried 
tali  dunque  in  diverse  stagioni  popolare 
no  la  regione,  ma  la  densa  nube  di  seco 
li  remotissimi  non  può  assegnare  un  pria 
cipiocertoa  Venafro,  come  ad  altre  città 
JNclla  metà  del  VI  secolo  di  Roma  per 
non  era  solo  esistente  il  nome  di  Venafro 
ma  erasi  la  città  assai  bene  avanzata  ne 
l'esercizio  dell'agricoltura  e  dell'arti,  oi 
de  fa  supporre  molti  secoli  trascorsi  dalla 
sua  nascita.  Catone  il  vecchio  diceva  a' 
suoi  tempi:  Chi  ama  di  provvedersi  de* 
buoni  badili,  vada  a  Venafro;  e  per  ogni 
sorta  di  vasi  qual  altro  paese  darà  i  piìi 
acconci  e  ben  falli?  Ziri,  anfore,  tegole! 


YEN 

Da  Venafioin  prefeieiiza  acquistarsi  po- 
tranno. Qual  norma  coiivieiiti  teucre  nel 
vender  l'olive    pendenti?  Si   prenda  da 
Yenafro.  E  per  diritto  di  vaglio  pel  fior 
di  farina?  Anche   ivi  si  vegga    come  si 
pratica.  Tanto  riferisce    l'antichissimo 
scrittore  a  Polibio  contemporaneo.  Nar- 
ra Orazio,  che  Attilio  Regolo  recavasi  a 
villeggiare  a  Yenafro  oa  Taianlo.Fii  egli 
fatto  prigione  da'cartaginesi  circa  il  49B 
di  lioma,  ed  è  sicuro  che  in  quell'epoca 
Venafro  era  un  delizioso  soggiorno.  La 
sua  etimologia  si  fa  derivare  da  taluni  da 
F cìiafriigum,  pe'suoi  campi  ubertosi;  da 
Pinete  ed  Jphros  pel  sito  atto  alla  ge- 
nerazione; dal  l'ìiiifcr,  perclhè  feriice  di 
vino.  Altri  pretendono  ri[)eteie  col  no- 
me la  fondazione  da  Q.  Fvnafro^  per  una 
lapide  sepolcrale  ancora  esistente.  Milat- 
le  etimologie  peiò  mal  possono    conve- 
nire, e  rimangono  annullale  dalla  storia 
delle  lingue.  Il  latino  antico  appena  cra- 
si introdotto,  quando  Yenafro  era  quello 
quale  si  è  detto.  Pertanto  si  \uole  origi- 
nato il  suo  nome  da  due  voci  ebree,  don- 
de nacque  l'etrusco  o  l'osco:  Venajer  di- 
scende da  Jen  o  Ben  signifìcanley/^/Zo, 
e    /tjer  ossia  O/è/  (veiosimilmente  figlio 
di  Madian  quaitogenito  d' Abramo  per 
Celura, oppure  d'altro  ebreo  collo  stesso 
nome  di  jfro)Xìa\  figlio  di  questo  Afro, 
the  ne  fu  senza  forse  il  fondatore,edal  no- 
me del  padie  sno,come  pivi  celebre,  deri- 
vò quel  di  fe/7fl/ro. L'ebreo  ^en  suona  lo 
stesso  che  Fen^  e  ne"  mezzi  tempi  trova- 
si nominalo  Benafruni^Civitas Bcnafra- 
na,  Caatruni  Bvnafruvì^  come  dalle  cro- 
nache volturnesi  e  cassinesi.  All'uso  del- 
le  rustiche  capanne  successe  quello  del- 
le fabbriche  a  secco  e  senza  calce.  Parec- 
chie di  queste  in  Venafro  mostrano  un' 
a  ntichilàsorprendentee  mirabile  solidità, 
ma  non  si  può  assicurare  se  siano  di  quel- 
le allora  formale.  Disse  il  Clavelli,  che 
Giano  e  Saturno  edificarono  molle  città 
e  castella,  fra  le  quali   immaginò  taluno, 
che  si  potesse  anno\erare  Venafro  antica 
città,  non  lungi  da  Castel  Salurng.  Da- 
voi.  xc. 


YEN  129 

gli  orientali  oda' derivati  da  loro,  con- 
viene ripetere  le  tante  istituzioni,  di  cui 
trovavasi  la  città  fornita  nel  V  e  V  l  seco- 
lo di  Roma,  poiché  olire  le  mura  a  secco, 
molle  monete  si  rinvennero  del  dio  de'fe- 
nici.La  contrada  prese  il  nome  di  Caiiìpa- 
n/Vz  naturalmente  sorlo  dal  di  lei  silo  ame- 
nissimo,cuiPlittio  chiamò  contrasto  del- 
l'umano piacere,  delta  perciò  dipoi  Fe- 
lice, pe'  copiosi  prodotti  de' suoi  uberto- 
sissimi  campi.  1  campani  si  soggettarono 
b'  romani,  quando  loro  domandarono 
contro  i  sanniti  amicizia  e  aiuto,  e  n'  eb- 
bero la  romana  cittadinanza.  Se  Venafro 
divenne  prefettura,  dev'esser  prima  sta- 
ta municipio,  altrimenti  né  Attilio  R^e^ 
golo, né  altri  romani  sarebbero  venuti  a 
diporto  nell'ftgro  venafrano,  se  la  città 
non  fosse  stala  loro  amica;  né  Silio  Ita- 
lico avrebbe  parlalo  della  gioventù  ve- 
nafrana  bellicosa  chiamata  in  Arpino, 
per  riunirsi  a  Varrone  nella  2.'  guerra 
punica,  poco  prima  del  sinistro  avveni- 
mento di  Canne,  qualora  a'  romani  non 
fosse  appartenuta  Venafro.  Alcuno  so- 
spettò, che  Venafro  limitrofo  al  Siinnio, 
ad  esso  piuttosto  che  alla  Campania  fosse 
appartenuto;  ma  sono  troppi  gli  antichi  e 
moderni  storici,  che  costantemente  nella 
Campania  conosciuta  IrovaronoVenafro. 
Da  quanto  asserisce  Sigonio  della  regio- 
ne campana,  Venafro  (u  assunto  a  mu- 
nicipio romano,  senza  il  diritto  del  suf- 
fragio ne'  romani  comizi;  ebbe  dal  suo 
corpo  civico  il  senato  composto  da'  de- 
curioni, che  si  sceglievano  li  a  le  persone 
per  merito  e  per  fortuna  distinte;  deci- 
devano essi  i  pubblici  affari  col  popolo^ 
e  dal  numero  loro  erano  scelti  i  magistra- 
ti de'  duumviri  a  guisa  de'  consoli,  gli 
edili,  i  censori  quinquennali  ec,  e  molli 
sono  notati  nell'iscrizioni  venafrane^del 
tempo  in  cui  nuovamentedivenne  muni- 
cipio, e  di  quando  fu  colonia.  Nel  542 
dopo  la  2."  guerra  punica,  Capua,  Ye- 
nafro e  altre  città  ribellatesi  a'  romani  e 
datesi  ad  Annibtde,  per  averle  occupate 
co'  cailagiucsi,  indi  da'  romani  nuova* 

9 


,3o  YEN 

mente  prese leslaiuiio  cl<'gracì.ilee  n<lol- 
le  a  piefcllni'e,  perciò  governate  da  oja- 
gisliali  Sjiediti  da  Roma  e  con  leggi  ivi 
filile.  A  Veiiafro  ogni  anno  luaiulava  il 
prefetto,  il  pretore  iirliano  di  Eoma,  e 
Sanfeiicela  chiamò  jìrarfcc  tura  ccldiris. 
Nella  guerra  sociale  Italica  e  Marsicn, 
trovandosi  in  Venafro  due  coorti  roma- 
ne, nel  663  il  capilaiiosannila  Mario  E- 
gnazio  prese  la  città  a  tradimento  e  le 
trucidò.  Indizio  di  tale  scianuin  fu  lo  sino- 

O  1 

fondamento  di  terieno  nel  658,  supersti- 
zione narrata  come  prodigio  da  Giulio 
Ossequente;  credesi  che  la  voragine  si  a- 
prisse  ov'è  la  fossa  di  Jacara.  Calmale  le 
cose,  dopo  altri  militali  successi, conven- 
ne a*  romani  premiare  una  città,  la  qua- 
le non  era  slata  semplice  spettatrice  del- 
l'avvenimento, ma  avea  opposto  una  ga- 
gliarda resistenza  di  3  giorni.  Si  crede 
che  già  fosse  stata  reintegrata  del  grado 
municipale.  Come  appartenente  alla  Iri- 
Im  Tarentina,  con  facoltà  di  sufliagio,  è 
cerio  che  ne  fece  uso  nel  6(^g  nel  vota- 
re per  G.  Plancio  alinate  che  ottenne 
r  edilità,  dicendo  Cicerone  fra'  mimi- 
cipìa  celeherrinius  Jciiofraiius.  Nella 
guena  civile  Ira  Mario  e  Siila,  quest'ul- 
timo pi  e  valendo,  furono  rovinale  diver- 
se città,  fra  le  quali  Isernia,  e  Telesia 
T'enafro  conjimcla,c'\oèTe\eie  7  miglia 
distante  e  non  quella  vicina  a  Beneven- 
to. Non  pare  che  Venafro  soggiacesse  al- 
la proscrizione  di  Siila,  per  non  aver  pre- 
so parte  pe' sanniti  e  per  Mario.  Nel  yoS 
cominciala  l'altra  guerra  civile  tra  Cesa- 
re e  Pompeo,  il  i."  fu  ad  Isernia  e  il  2.° 
U' Venafro,  il  che  fece  congetturare  cia- 
.scuna  de'  loro  partiti  ;  ma  Isernia  forse 
Don  erasì  potuta  rialzare  dalla  ferocia  di 
Siila  patita  ^o  anni  prima,  e  i  favorì 
comparlili  poi  a  Venafro  da  Ottaviano 
Augusto,  nipote  e  figlio  adottivo  di  Ce- 
sare, escludono  la  probabilità  che  le  due 
città  parteggiassero  per  que'  poleoli  e- 
luuli.  Nel  7  I  o  durante  il  triumvirato  di 
Lepido,  M.Antonio  e  Ottaviano,  18  cit- 
tà municipali   furono  date  a'  veterani , 


YEN 

friT  le  quali  Venafro  ()ppirIinn,c.oìn]et- 
lo  come  cinto  di  muraglie  e  fortificalo,  e 
e  così  divenne  colonia  romana.  Preva- 
lendo Olliiviano  e  divenuto  iuipcratore 
col  nou>e  d'  Angusto,  concesse  al  teo»- 
pio  venjifrano  della  dea  Bona,  pel  man- 
teniuiento  de' suoi  ministri,  le  sommila 
delle  montagne.  Egli  fra  le  28  colonie 
falle  da  lui  dedurre,  compresa  Venafro, 
le  fiequenlò  di  persona,  e  ne  promos- 
se l'organizzazione  a  modo  di  Roma,  ed 
n  Venafro  fece  molli  benefìzi;  la  via  sul 
monte,  la  maiiulenzionedeiracquedollo, 
I  anfiteatro  si  ripetono  da  lui,  come  an- 
cora gli  altri  pubblici  i>lituli,  e  il  colle- 
gio della  famiglia  pubblica,  ad  onta  de* 
liberti  e  de'  servi  propri  della  colonia. 
Forse  fece  pure  costruire  0  restaurale  i 
templi  di  Giove  Celeste,  di  Silvano,  di 
Bona  e  di  Nemesi.  In  laute  guise  divenu- 
to Augusto  benemeiilo  di  Venafro,  nel- 
la sua  infermità  si  fecero  Toti  per  la  di 
lui  salvezza,  e  si  celebrò  la  guarigione  co' 
speltacoligludialorii.  Sotto  il  pacifico  suo 
governo,  anche  Venafro  godè  calma  e 
floridezza.  Continuando  Venafro  nello 
slato  di  colonia  romana,  dopo  la  niortc 
di  Traianon'era  Patroniis  Sesto  Pulfetu 
BÌo,  e  difensore  de'  suoi  diritti  in  Roma 
e  circa  1'  epoca  di  Costantino  1  era  pio 
lettore  della  medesima  L.  Gabinio  Co 
sraiano  pontefice;  difensore  e  patroiK 
benemerito  lo  fu  pure  Mecio  Felice:  lui 
lo  si  ha  dalle  lapidi,  come  di  molte  altr 
cose  che  vado  accennando.  Da  Costaa 
lino  I  ad  Onorio  la  regione  non  fu  mo 
lestata  da' goti,  i  quali  già  aveanocomii» 
ciato  a  tribolar  l'impero.  Nel  3c)3  di  nO' 
stia  era  Teodosio  1  divise  l'impero  a' 
suoi  figli,  assegnando  ad  Onorio  l'occt' 
dentale,  e  ad  Arcadio  l'orientale.  Indi 
goti  inondarono  la  contrada,  eia  Campa 
iiia  resero  infelice  colle  stragi,  fino  allt 
morie  d'Alarico,  e  al  matrimonio  della 
sorella  d'Onorio  con  Ataulfo,  eh'  eraglj 
succeduto  nel  4 12.  Alle  desolazioni  cagi( 
nated'Alarico, successe  l'invasione  italici 
degli  unni  condotti  dal  feroce  Attila, 


VEN 
qiielln  <ìi  Genserico  re  tìe'  vanclnli,  nel 
i^^ì,  il  cui  esercito  incendiò  e  distrusse 
le  città  della  Campania  sino  a  Noln,  por* 
tantlo   schiavi    in  Africa   molti  abitanti. 
Venitfio  soggiacque  a  tale  grave  infortu- 
nio. Il  più  bello  fu  tolto  via  o  bruciato  ; 
sl'istituti  e  i  monunienti  distrutti;  il  fo- 
ro   colle  adiacenze  fu  demolito  insieme 
alle  pubbliche  terme  e  all'  anfiteatro,  sic- 
come a  Capua  successe,  interessa  in  pro- 
posito l'iscrizione  posta  accanto  al  porci- 
le de'  cappuccini,  in  una  base  di  statua 
eretta  al  benemerito  A vionio  Giustiniano 
preside  della  provincia  de'sanniti  in  for- 
za di  conclusione  civica,  poiché  egli  insie- 
me al  decurionato  di  VenafrOji'vi  espresso 
col    vnlcndidissimo  ordine  sfatiirn  j'am 
conlnpsurn  prò  healìludinesaeciili  repa- 
rrtw'/.Essa  chiaramente  dimostra  la  segui- 
ta ristorazione  de'danni  sofferti  in  quella 
circostanza.  Vi  si  óìcePro^'inciae  Sainni- 
liim,  non  Sainnii,  poiché  devastata    la 
Campania  in  tal  modo,  e  distrutta  Capua 
da'  fondamenti,  mancò  il   consolare  che 
reggeva  la  provincia, la  quale  perciò, come 
aggiunta,  ritnase  confusa  con  qutdla  del 
Sauniosino  a'iempi  dell'esarca  Longino; 
tanto  è  vero  che  in  altra  lapide  anteriore 
alla  ricordata  del  ^60,  di  Mecio  Felice,  vi 
si  legge  Provinciae  Samnitiuin  acljun- 
ctìve.  Ma   non  sì  tosto  Venafro  respirò 
colla  Campania  dalla  catastrofe,  dopoché 
ebbe   perduto  cogli  abitanti  i  più   belli 
pregi  che  l'adornavano,  quando  insorse 
a  tribolar  l*  Italia  per  parecchi  anni  O- 
doQcre  co*  suoi  eruli,  che  fece  teruiinare 
rimperod'occidente,dipoi  nel  493  disfat- 
to e  ucciso  da  Teodorico  re  degli  ostro- 
goti. Malgrado  i  notati  infelici  successi, 
iu  Venafro  non  erasi  totalmente  cambia- 
to il  sistema  del  governo  municipale,  ed 
avea  il  suo  vescovo.  Il  dominio  qolico  fl- 
vh  nel  554  presso   il  fiume  Saruo  colla 
morte  del  re  Tela,  ivi  sconfìtto  da  Nar- 
sete,  capitano  di  Giustiniano  I  iu)pera- 
tore  tl'oriente.  Quel  generale  guardava 
il    passo  d'Jsernia  e  di  Venafro,  quando 
il  re  volendo  soccurtere  il  suo  tesoro  ìu 


VEN  i3t 

Coma,  e  non  polendo  penetrarvi,  fu  ob- 
bligato a  batter  la  via  de'marsi  e  peli- 
gni.  Il  misero  avanzo  de*  goti  chiara?» 
nella  contrada  75,000  altri  barbari  tra 
franchi  e  alemanni,  che  da  per  tutto  spar- 
sero il  terrore  e  la  morte,  paragonando- 
li la  storia  alle  locuste.  I  greci  nuovi  si- 
gnori del  paese  imposero  lasse  gravosis- 
sime,  onde  gl'italiani  per  tali  e  altre  op- 
pressioni di  Karsete,  ricorsero  all'impe- 
ratrice Sofìa  moglie  di  Giustino  li  per- 
chè lo  richiamasse  a  Costantinopoli.  Ciò 
avvenuto,  Narsete   irritalo,  invitò  a  ca- 
lare in  Italia  Alboino  co*  suoi  longobar- 
di, i  quali  tosto  invasero  l'Italia  nel  56B, 
mentre  ancora  era  desolata  per  le  patite 
fame  e  peste.  In  principio  i  ntiovi  barba- 
ri mostrarono  di  voler  lutto  distrugge- 
re, ma  poi  il  loro  governo  fu  meglio  del 
"reco.  Aulari  re  de'  longobardi  istituì  il 
ducalo  Tìeneventano  nel  389  e  ne  investi 
Zoloiie,  il  quale  poi  lo  diviselo  tante  ga- 
staldie.  Nel  ducato  cora[irendendosi  Ve- 
nafro, fu  sottoposta  al  ga>taldato  di  Ca- 
pua enei  594  avea  il  titolo  di  contado. 
Convenne  abbandonare  il  codice  Teodo- 
siano,  il  piescrilto  d'Alarico,  e  adottare 
l'usanze  longobarde,  restando  in  vigore 
le  proprie  leggi.  Bandite  le  lettere,  l'arti, 
l'agricoltura,  lutto  conservarono  i  sagri 
chiostri.  Animiratori  di  questi  i   longo- 
bardi si  convertirono  dall'arianesimo  al 
caltolicismo,  e  piamente  fondarono  con 
ampie  [)ossessioui  molte  case  religiose  e 
chiese,  fra   le  quali  il  celebre  monastero 
e  abbazia  di  s.  Vincenzo  u)artire  di  Vol- 
turno, fondato  nel  BgS  nella  diocesi  d'I- 
sernia,  e  ristabilendo  il  proto-monastero 
di  IMoule  Cassino.  Per  la  debolezza  de- 
gl'imperatori greci,  il  regno  longobardo 
si  protrasse  fino  al  774 circa,  in  che  Car- 
lo Mdgno  re  de'franchi  lo  conquistò  im- 
prigionando re  Desiderio.  Il  ducato  di 
Ijenevento  però  rimase  presso  Arigiso  li, 
the  per  dichiararsi  indipendente,  lo  ele- 
vò a  principato;  ma  1 3  anni  dopo  Carlo 
Magno  lo  guerreggiò  e  lo  assoggettò  ad 
annuo  tributo,  oltre  le  spese  della  spedi- 


i32  VEN 

zionc.  Nel  787  gli  successe  il  figlio  Gri- 
uiuaido  111, il  (juale scossa  u£;iruli|)erKlen- 
za,  seppe  resistere  a  Carlo  Magno, bencliè 
in  questo  s.  Leone  III  riiniovò  l'impero 
<r  occidente.   Da   lui   degenerancJo  Gii- 
nioaUlo  IVjtiuovanienledovelle comprar 
Ja  pace  da  quell'impeialore.  Grimoaldo 
JV  nell'Big  ofiiì  al  nionaslero  Vollur- 
nese  molle  terre  e  monti  nella  valle  De- 
nufrana,  e  Ira  es^i  un  terreno  diiamato 
Ciccrana.  Altrellanloaveano  fatto  Alaliis 
figlio  d'Arigiso  11,  Radoaldo,  Paigimper- 
lo,laiellaudanco.  Nel  pa^ìsaggio  di  Carlo 
Magno  avendo  opposta  valida  resistenza, 
Tuliverno  castello  venafrano,  allora  for- 
te e  ben  munito,  fu  totalmente  distrut- 
to non  senza  immensa  strage  de' suoi.  E- 
ra  stato  sempre  un  punto  di  difesa  come 
frontiera    della   Campania   in   faccia  al 
Sannio.  Avendo  Siccardo  principe  di  Be- 
nevento colle  sue  immoralità  preparato 
la  scissura  del  principato,   ucciso    verso 
r  840,  sotto  il   successore  Radalgiso   I 
venne  diviso  in  3  dinastie  indipendenti. 
Landolfo  gaslaldo  di  Cnpua  se  ne  fece  si- 
gnore,   nominandola   contea  Siconolfo, 
fratello  di  Siccardo,  con)baltendo  lladal- 
giso  I.  La  loro  guerra  civile  durò  12  an- 
ni, e  si  risolse  cou  invitare  i  saraceni  di 
Sicilia  e  di  Spagna  a  venire  nel  princi- 
pato.  Indicibili  furono  i  guasti,  le  de- 
predazioni; dopo  aver  tolto  ogni  bene  a- 
gli  abitanti,  li  conducevauo  schiavi   in 
Africa.  Tanto  patirono  Isernia,  VenaCro 
e  altre  città   rovinate  dal  fiero  Sedoan 
neir88i,  o  prima  di  tale  anno,  poiché 
neli'865  circa  o  neir879  altri  pongono 
la  distruzione  fatta  da  Sedoan  del  mo- 
nastero di   s.  Vincenzo  di  Volturno,  la 
cui  cronaca  la  registra  nelt'882,  come  il 
Barouio,  colla  morte  di  5 00  monaci,  ol- 
ire 4oo  fatti  schiavi.  L'Ughelli,  Italia  sa- 
cra,l.  6,p.  877,  insieme  al  catalogo  degli 
abbati  di  s.  Vincenzo  diYolturno,ricava- 
to  dal  suo  Chronico,  riporta  V Historia 
decollatoruni  Nongenlorurn  inouaclw- 
rum  hujus  monasterii.  Precedentemen- 
te ueir  847  uu  tenibile  tcnetuotoavea 


VEN 
rovinalo  tutta  la  regione  di  Benevento, 
massime  Isernia  colla  morte  del  pioprio 
vescovo  e  di  mollo  popolo,  non  che  la 
stessa  badia  di  Volturno.  Di  Venafro 
niente  si  dice;  ma  se  l'orribile  fenomeno 
avea  desolato  3o  anni  prima  siHutti  pae- 
si, cosa  poterono  inoltre  farvi  i  saraceni? 
Le  sciagure  per  j  80  anni  sì  successero 
senza  respiro,  e  le  cronache  le  racconta* 
nocosì  inaudite  da  sembrare  romanzi.  Il 
gasluidalo  di  Salerno  dopo  orribili  mi* 
scliie  per  opera  dellimperatore  Lodovico 
Il  era  divenuto  un  principato  scisso  d<i 
quel  di  Benevento:  Siconolfo  reggeva  il 
I.",  Hadalgiso  11  l'altro.  E  sebbene  essi 
aveano  promesso  all'imperatore  dipen- 
denza di  sudditi,  pine  non  la  seibarono 
che  presenti  le  sue  forze.  Capua  egual- 
mente, che  da  contado  dovea  mostrarsi 
dipendente  al  principato  di  Salerno,  tro- 
vò nel  suo  conte  Landone  lo  spirito  d'in- 
dipendenza, onde  divenne  un  3.°  stalo 
assoluto,  restandovi  uniti  parecchi  gastal- 
dati.  Tal  si  mantenne  dair85i,  sinché 
Pandolfo  Capodiferro,  occupando  am- 
bedue i  principati,  nel  978  le  die  anche 
egual  titolo.  Adunque  al  principe  di  Ca- 
puaapparteneva  ilgastaldalodi  Venafro, 
quando  il  venafrano  Paldefrito  conte  pes 
dignità,  vi  esercitava  l'ufBzio  di  gastaldoJ 
ossia  d'amministratore  temporaneo  della 
giustizia  e  de'  beni  riservati  del  principe^ 
e  la  cronaca  Volturnese  al  954  fa  men- 
zione d'un  placito  intorno  a'  beni  addet^ 
li  a  due  celie  nel  territorio  di  Beoafro^ 
Il  contado  di  Venafro  colia  città  abbrac*! 
clava  il  distretto  de'  paesi  a  lei  soggettiJ 
ed  estendevasi  fino  a  Marsano  e  lora;  edl 
eravi  notabile  divario  tra'conli  della  ciltàl 
e  quelli  del  contado.  Nel  965  insorse  una] 
lite  pe'confìni, Ira  Aligerno  abbate  di  Mon- 
te Cassino  ed  i  figli  del  conte  Atenolfo, 
Pandolfo  e  Landolfo  conti  di  Venafro  ri- 
vestiti della  prerogativa  di  gastaldi.  Nel 
ioi8  quando  i  normanni  occupando  il 
castello  di  Velicuso  tentarono  d'  edificai'jJ 
quello  d'  Acquafondata,  e  ne  furono  e-i|| 
spulsi  dall'abbate  cassiuese,  che  fece  da' 


V  E  N 

lòiKlamenll  tlislruggere  gì'  incomincinti 
eclifìzi,  sì  \)ì  menzione  tle'  couli  ili  Vena- 
fro,  senza  notarsene  i  nomi.  Questi  con- 
ti, come  altrove,  erano  i  presidenti  delia 
città,  i  governatori  esercitando  il  gover- 
no civile  e  giudiziario.  In  Venafro  l'iotro- 
ilns-ie  il  longobardo  Arigiso  II,  ma  senza 
giurisdizione  che  aifidò  a'  gnstaldi.  iNella 
regione  il  vero  sistema  fendale  s'introdus- 
se nel  io56  sotto  Roberto  Guiscarilo,  pel 
quale  i  feudi  divennero  ereditari  ne'  pri- 
mogeniti. Intrapresero  buon  numero  di 
venafrani  il  pellegrinaggio  per  MonteGar- 
gnno,  adìne  di  visitar  la  basilica  di  s.  Mi- 
chele Arcangelo,  quando  colti  per  via  da 
ignotoinfortunio,  fermaronsi  in  un  bosco 
della  diocesi  di  Larino.  Quivi,  per  moti- 
vi che  non  permettevano  ripatriare,  vol- 
lero stabilirsi,  e  in  quel  dintorno  sul  de- 
clivio d'una  montagna  edificare  un  pae- 
se, che  denominarono  Venafro,  poi  cor- 
rotto in  Bonifro  o  Bonefio.  Ignorasi  l'e- 
poca dell'avvenimento,  bensì  anteriore  al 
io38,  in  cui  Benefro  esisteva,  come  ri- 
levasi dal  diploma  d'oblazione  del  mona- 
stero eprepusitura  di  S.Eustachio  in  Fan- 
tasia f.ilta  in  detto  anno  a  Monte  Cassino. 
Nella  bolla  d'Innocenzo  IV  del  1^54  cir- 
ca chiamasi  Venafro,  e  in  alcuni  registri 
Veinfroe  Bonéfro.  Fu  prima  castello  e  al 
presente  terra  capoluogo  di  cantone, con 
bel  castello  di  delizia, chiesa  parrocihia- 
le,  4ca$edi  soccorso  ecirca  4ooo  abitan- 
ti. L'occasione  medesima  di  venerare  la 
celebratissima  grotta  del  Monte  s.  Ange- 
lo, eccitò  quasi  ogni  anno  i  venafrani  a 
recarvisi.  Per  le  attenzioni  falle  dal  ca- 
pìtolo ad  un  canonico  venafraiio,  i  due 
capitoli  stipularono  perpetua  recìprocau- 
wdi  fraterni  uflizi.Nel  io44  solt^>  Guai- 
maro  principe  di  Capua,  essendo  slata 
data  in  enfiteusi  la  chiesa  di  s.  Benedetto 
piccolo  a. Maìone,  nella  pergamena  parlasi 
di  desolazione  del  contado  di  Venatro  per 
cagione  de'  nobili  e  altri  snui  abitanti. 
Contribuì  a  tali  discordie  civili  |,i  ve- 
nuta de'  norn)anni,  sotto  il  ili  cui  princi- 
cipio  tulio  pareva  anarchìa  sino  a  Gui- 


VEN  i33 

scardo.  Nel  roG4  pacasi  di  Paldone  con- 
te e  di  sua  moj'lie  che  fecero  l'olVerta  a 

o 

Monte  Cassino  della  6.^  parte  di  Venafro 
e  d'altri  luoghi.  Due  anni  prima  dal  suo 
fratello  Pandolfo  conte  di  Venafro  era 
stata  offerta  la  4-'  parte  del  castello  di 
Sesto,  Teano,  Carinola,  Calvi  e  Caiazzo; 
amplissime  oblazioni  frequenti  in  quell'e- 
poca. Dalla  cronaca  cassinese  rilevasi, 
che  Morino  conte  di  Venafro  nel  loyS 
fu  oblatore  di  talune  chiese  e  terre,  cocne 
de' ss.  Nìizario  e  Celso  in  Piperozzo,  e  di 
s.  Bartolomeo  in  Ravinola,  di  cui  i  beni 
si  vedono  annessi  a  qiie' della  mensa  ve- 
scovile, per  le  successive  permute  del  ca- 
stello di  Cardilo  e  di  Cerasolo.  Nel  1077 
Giovanni  conte  di  Venafro  figlio  di  Lan- 
dolfo, e  Ala  contessa  figlia  dell'anzidello 
Paldone  offrirono  porzione  de'beni  loro  a 
Monte  Cassino.  Pare  che  a  quest'epoca  il 
con  lado  di  Venafro  fosse  di  venuto  indi  pen- 
dente da'principi  di  Capua,  e  solo  sogget- 
to al^uo  conte.  Nel  1084  lo  stesso  conte 
di  Venafro  Giovanni  permutò  il  feudo  di 
Cardilo  con  alcune  chiese  e  terre;  queste 
poi  restituì  nel  1  oq6  il  figlio  Pandolfo. 
Rodulfo  Molise  nel  i  100  fondò  il  pae- 
se di  tal  nome  e  ne  assunse  il  titolo  di 
conte,  lasciato  il  primiero  di  Venafro, 
d'Isernia  e  Boiano.  Lo  slesso  fece  il  conte 
Roberto,  che  nel  1  1 3o  donò  a  Monte  Cas- 
sino il  castello  della  Serra;  anno  rimar- 
chevole per  la  coronazione  del  re  Rug- 
gero I,  il  quale  seguito  dal  duca  Rainul- 
fo  nel  1 1  38  assalì  Venafro,  ch'era  città 
forte  e  ricca,  presa  ad  onta  di  tenacissim-i 
difesa;  fiero  fu  il  saccheggio,  il  bottino 
enorme,  e  la  genie  veuafrana  fuggì  disper- 
sa. Conte  di  Venafro  nel  !  i34  era  Ugo- 
ne  di  Molise,  nipote  di  Tancredi  celebra- 
to da  Tasso  e  marito  di  Clemenza  natui-a- 
ledi  detto  re.  Tenne  il  contado  sino  al  re 
Gugliemo  I,  da  cui  fu  privalo  per  essersi 
ribellato  con  altri  baroni.  Nel  i  166  la 
contea  passò  a  Riccardo  Mandra,  con 
quella  di  Boiano  e  altre  terre,  per  inve- 
stitura della  regina  madre  di  Guglielmo 
li;  ne  fu  privato  e  poi  le  riebbe.  Gh  suo- 


j  34  V  E  N 

cesse  il  confa  Ruggeio  di  Molise,  nel  tem- 
po che  Berlnldo  capitano  dell' impeiulo- 
re  Enrico  VI,  co'  tedeschi  disfece  il  re 
Tancredi  conte  di  Lecce.  Bertoldo  prese 
di  forza  Venafio  e  l'abbandonò  a  tenibi- 
le  saccheggio  nel  giorno  di  s.  Martino  del 
1193.  Corrado  detto  Moscancervello  , 
che  r  avea  assistilo,  ottenne  il  contado 
di  Venofro  dall'imperatore;  il  rpiale  per 
sua  morte  nel  1  197  ne  invesl"i  il  famoso 
Ma  rcualdo,  poscia  per  le  sue  scelleratezze 
l'spulsodal  regno  dall'inìpcratriceCostan- 
za.  Questa  morta, Marcnaldo  vi  torno  con 
numerose  truppe,  e  passando  per  Vena- 
fro  vi  fissò  la  sua  residenza.  Ne  partì  per 
manomettere  vari  luoghi,  lasciandovi  per 
conte  Diopoldo,  che  ad  onta  del  giura- 
mento di  non  molestar  la  terra  di  s.  Be- 
nedetto, a  tradimento  vi  fece  crudeli  se- 
vizie. Nel  l'io  I  gli  fu  spedito  contro  Gual- 
tieri conte  di  Brienne,  da  Papa  Innocen- 
zo lllqaal  tutore  dell'imperatore  Federi- 
co II,  cogli  aiuti  dell'arcivescovo  di  Capua 
e  deifabbate  di  Monte  Cassino.  Marciò 
su  Venafro,  e  nella  vigilia  di  s.  Gio.  Bat- 
tista la  fece  consumare  dal  fuoco,  tranne 
il  castello  superiore  sostenuto  dalie  genti 
di  Diopoldo.  Malgrado  l'incendio,  in  bre- 
ve V^enafro  fu  rialzato  dalla  sua  rovina. 
Nella  minorità  di  Federico  li,  PapaOuo- 
lioin  già  suo  maestro,  creò  i  fratellicon- 
ti  di  Sora,  di  Molise  e  di  Vei»afi  o  ;  ma 
avendo  seguito  le  parli  d'Oltone  IV,  ne 
furono  privati  da  Federico  II.  11  conte  di 
Molise  e  di  Venafro  fu  Tommaso  Savelli, 
In  quell'epoca  Venafro  contrasse  lode- 
vole reciprocanza  con  Sora,  per  cui  nel 
dì  della  Candelora  tanto  in  Venafio  e 
quanto  in  Sora,  nella  distribuzione  delle 
candele,  prima  d'  ogni  altro  ad  alta  vo- 
ce si  domanda  se  vi  è  presente  un  sora- 
no o  un  venafrano,  per  dargli  lai.""  can- 
dela. Scambievoli  poi  sono  fra  le  due  cit- 
tà urbanissimi  atti  ospitali.  Ribellatosi 
Federico  II  a  Papa  Gregorio  IX,  le  mi- 
lizie di  questi  nel  1229  occuparono  Ve- 
nafro, Presenzano,  Isernia,  Pietra  e  Vai- 
rano,ncuperali  poi  dall'imperatorcUn  A- 


V  E  N 
melio  oUgone  fratello  del  contedi  Molise 
era  conledi  Venafro  a  tempo  di  Manfredi 
naturale  di   Federico  li.  Scomunicato  e 
deposto  Manfredi  come  il  padre  da'  Papi 
supreuù  signori  del  regno,  Clemente  IV 
ne  die  l'inveslilura  a    Carlo  I  d'Angiò, 
contro  il  quale  insorse  Corradino  nipote 
di  Federico   II,   il  quale  a'  1  5  febbraio 
1268   in   Pavia   confermò  ad  Ubertino 
Laudi  il  dominio  di  Venafro,  d'isernia, di 
Rocca  Mandoifì  e  iL'alcune  terre  di  Mo- 
lise, perchè  si  suppone  rivestilo  di  tali  di- 
gnità da  IManfredi,  cessata  colla  morte  in- 
felice di  Corradino.  Nel  1269  Carlo  I  die 
la  metà  del  castello   di  Molise  a  Ugone 
Erardo,  ed  a  Giovanni  Conligio  Miran- 
da col  molino  d'Isernia,  apiartenenli  a 
Rabone    di   Molise.    Giovanni    Fanvilla 
gran  contestabile  del  regno  ebbe  nel  1  3q7 
da  Carlo   II  I'  investitura   di  Venafro  e 
d'AlifejgIi  successe  il  figlioGofi'reilojaI  cui 
tempo  e  nell'  ottobre  l347  '"^'^^o  il  re- 
gno da  Luigi  I  re  d'Ungheria  per  vendi- 
care l'uccisione  del  fratello   Andrea,   fu 
presa  Venafioe  Teano,  e  dal  figlio  delcon- 
te  fu  dato  agli  ungheri  il  mercato  colla 
rendita. Dopo  esser  Venafro  nel  1 349  sog- 
giaciuto alla  deplorata  rovina  del  terre- 
moto, preceduto  da  crudele  epidemia,  ri- 
bellatosi a  Lodovico  marito  di  Giovaunq 
I,  il  tedesco  Corrado  Codispillo  conlcslf 
bile  con  800  cavalli  e  ioq  fanti  'ii  ricc 
vrò  vicino  a  questa  sventurata  città,  trj 
vagliando  con  ruberie  i  dintorni.  Marci 
il  re  contro  di  lui  colle  genti  di  Lande 
e  fuggendo  que'Iadroni,  sfogò  la  sua  ir 
nella  misera  Venafro,  faceutloln  dislruj 
gerea  furiadi  fuoco  nel  giugno  1  356. Tu 
tavella  furono  concesse  a  Maria  duchei 
sa  di  Durazzo  nel  seguente  anno  le  restau 
razioni  in  principio  riferite  col  suo  domi 
nio,  che  i  Durazzi  conservarono  sino  al 
1 4  '  3,  quando  re  Ladislao  lo  fece  pas^aie 
al  suo  cameriere  Giacomo  Gargano,  a  cui 
successe  il  figlio  Giovanni.  Neh  435  per 
la  morte  di  Giovanna  II,  il  regno  fu  cou^ 
trastato  con  deplorabili  guerre  da  Renji 
to  d'Angiò  e  d'Alfonso  V  d'Aragona.  Se 


V  EN 

giù  il  partito  tlel  i."  Francesco  Pamlone, 
il  citi  Giacomo  Calcloia  j^li  die  nel  1437 
\  enafro  in  ciiitodia,  contro  del  qoale  si 
(liri'sse  Alfonso  V,  uccupaiulo  Vaiiaiioe 
i'reseiiziino.  Giunto  vicino  a  Vennfio,  il 
I';>ndone  gli  ufTi'i  la  piazza  se  lo  avesse 
f.Élto  conte  di  Venafro;  il  re  accellò  la 
pioposizione,  s*  Ì!i)padfon\  della  città  ,  e 
pi  i  nel  1443  gliene  concesse  l'investitu- 
ra, colle  tene  materne  di  Praia  e  Doia- 
iKi.  Gli  successe  il  nipote  Scipione,  inve- 
stito nel  14^7  da  Alfonso  V  ,  e  dominò 
sino  al  i^fyì  integerrimo,  hisciando  la 
contea  al  figlio  Cario,  il  cui  fratello  .Sii* 
vi«>  fu  vescovo  d'Aversa.  Carlo  sposò  Ip- 
polita d'Aragona, fu  caro  a  Ferdinando, 
e  restò  ucciso  dal  fulmine  nell'accampa- 
mento contro  i  francesi  al  Garigliano,  Nel 
l5o3  ebbe  la  contea  il  figlio  Eni  ito,  nel 
rpinl  anno  ti  emendo  e  lungo  contagio  tol- 
se a  Veniifro  i  5oo  individui,  tlie  colpì 
pure  Carinola  e  altre  città.  Allorché  Lau- 
irecli  per  Francia  marciò  sul  regno,  En- 
rico per  le  dissolutezze  gravalo  ili  debili, 
ne  seguì  le  parti;  ma  disfatti  i  francesi, 
odioso  a  tulli  pe'suoi  misfatti,  accusalo 
di  fellonia,  gli  furono  conficcali  i  beni,  e 
per  singoiar  coincidenza  venne  condan- 
nalo a  morte  dall'  illustre  venafrano  An- 
tonio Giordano,  già  da  lui  persegui  lato. 
Nel  15^8  terminò  in  lui  la  linea  de'conti 
Pandoni  di  Venafio,  e  ne  fu  investito  nel 
I  53o  dall'imperatore  Carlo  V  Filiberto 
d'Orange  che  morì  nel  seguente  anno.  A*6 
ottobre!  53 1  il  cardinal  Pompeo  Colon- 
na, come  utile  padrone  di  Venafro,  firmò 
i  capitoli  municipali:  era  viceré  tli  Napoli 
e  moli  11*28  giugno  1 532.  Venafro  l'ebbe 
uit  d.  Filippo,  di  cui  l'egregio  can.  Colu- 
guo  o  la  slampa  tacquero  il  cognome  (ma 
da  notizie  particolari  apprendo,  che  Car- 
lo V  concesse  la  terra  di  Venafro  a  Fran- 
cesca di  Alonbel  principessa  di  Sulmona, 
vedova  di  d.  Carlo  de  la  Hoy,  ed  an- 
nesse a  quel  feudo  il  titolo  di  conte,  co- 
me risulta  dal  diplomadiconcessìone, da- 
to da  Pialisbona  a' 18  luglio  1 532);  a  que- 
sti successe  Del  1 55ó  il  figlio  Carlo,  iudi  il 


V  E  N  1 35 

fratello  Ora7Ìo,  e  quindi  il  marchese  Fi- 
lippo Spinola  neh  58o,  che  venite  i  suoi 
diritti  per  70,000  ducali,  morto  nel  1 584- 
11  suo  figlici  Ambrogio  per  poco  tempo 
possedè  V^enafro,  poiché  la  città  olleniie 
la  pretesa  prelazione  di  ricomprarsi  nel 
i58G.  Ildeiiarosi  prese  ad  imprestilo  dal 
principe  dì  Sulmona  e  dal  conte  di  Tri- 
vento;  gravata  perciò  di  debito  enorme, 
per  l'ioleresse,  e  travagliala  da'  commis- 
sari, astretta  vìdesi  a  farne  rinunzia  al 
demanio,  perchè  nuovamente  si  vendes- 
se. Infaltì  lo  fu  per  ducati  86,000  nel 
1606  a  d.  Michele  Perelli  nipote  di  Si- 
sto V,  coll'annesso  litolodi  principe  (ma 
nel  voi.  LXVn,  p.  109,  col  Ratti,  Z?e//rf 
finiiglia Sforza , nella  quale  passò  lo  slern- 
ma,  il  cognome,  le  prerogative,  l'eredità 
de'  Perelli ,  dissi  d.  Michele  pronipote  di 
Sisto  V  ;  che  sua  sorella  comprò  da'Pic- 
colomini  duchi  d'Amalfi,  nel  i5gi  o  me- 
glio nel  I  594  a'  1 5  ottobre  in  Napoli,  per 
gli  alti  del  notaro  Vincenzo  de  Marro,  la 
città  di  Venafro,  la  baronia  di  Pescina  e 
la  contea  di  Celano,  titoli  che  tuttora  por- 
ta l'odierno  duca  d.  Lorenzo  Sforza  Ce- 
sai ini,  intitolandosi  anche  principe  di  Ve- 
nafro. Che  Filippo  III  re  di  Spagna, come  • 
sovrano  delle  due  Sicilie,  nel  i6o5  eresse 
Venafro  in  principato  e  ne  dichiarò  pria- 
cipe  d.  Michele;  ed  il  Ralli  segretario  e 
archivista de'Sforza  Cesarini  afferma,  che 
il  regio  diploma  in  pergamena  si  conser- 
va nell'archivio  Sforza-Cesarini.  Il  Cor- 
siguanì  già  citalo  ,  racconta  che  il  con- 
temporaneo principe  d.  Gaetano  Sforza- 
Cesarini  conferì  a  d.  Sforza  suo  figlio  e 
pronipote  d' Innocenzo  XII!  del  1721, 
il  titolo  di  principe  di  Venafro,  benché 
da  altri  allora  posseduto).  Nel  i63i  gli 
successe  il  (icilio  d.  Francesco  Perelli  ab- 
baie  (quindi  neli64i  cardinale),  il  quale 
col  cardinal  Del  Monte  (e  perciò  prima 
del  cardinalato)  si  recò  in  Venafro.  11 
principato  (alla  sua  morie,  avvenuta  nel 
i655)  toccò  alla  di  lui  sorella  d.  Maria 
Felice  Perelli,  marilalu  col  principe  d. 
Bernardino  Savelli,  la  quale  diede  i  capi» 


136  V  E  -\ 

tuli  imtnicipali,  cos'i  neh  656  il  suo  figlio 
ti. Giulio  Savelli,  delti  della  bogliva  ecou 
privilegi.  Nel  1647  surseil  tlioi-uscilo  Pa- 
poue,  che  nieiintiilo  sacco  per  ogni  do- 
ve nella  C<iiiipaiiia,  giunse  a  far  crescere 
la  suii  masnada  sino  ad  ottomila.  Erran- 
do Papone  e  inferocendo,  tra'-zS  dicem- 
breaii."  gennaio  1648, accampato  nel  vi- 
cino bosco  delle  Pentiine,  e  ben  voluto 
da  que'paesani,  assaltò  Venafro;  ma  per 
la  gagliardia  de'  cittadini,  fu  costretto  a 
ritirarsi  con  perdila  notabile.  Ebbe  poi 
dalle  milizie  regie  le  prime  rotte  in  Tea- 
no, e  arrestato  in  PontecorvOjfinì  al  mer- 
cato di  Napoli  i  giorni  suoi  neli64B.  ili- 
mane  ancora  in  bocca  del'e  venafrane  il 
nome  di  Papone ,  con  cui  sogliono  far 
paura  a'ianciutli  per  acchetarli.  Costume 
riprovevole  in  fallo  di  educazione,pel  ma- 
le che  cagiona  alla  tenera  fanciullezza. 
Equi  biasimo  pure  lo  spauracchio  roma 
no  di  lìocio  e  Barbocio,  di  cui  parlai  nel 
voi.  IV,  p.  281  e  altrove.  Disastrose  fu- 
rono le  (iere  tempeste  patite  da  Venafro 
nel  1643  e  nel  1680.  L'atroce  Pestilenza 
del  1 656  tolse  la  vita  a  a5ooabi lauti, men- 
tre 1000  furono  il  residuo  della  cataslro- 
é  fe.Ntrlla  capitale  ne  perironoquallrocento- 
tnila,e  in  taluni  giorni  se  né  coniarono  e- 
stinti  quindicimila.  In  Veuafro  per  la  se- 
poltura fu  destinato  un  residuo  di  crillo- 
portico  antico,  che  dicesi  Campo  santo  e 
più  volte  convertito  a  tale  uso.  Pel  terri- 
bile terremoto  de' 5  giugno  1688,  ebbe 
origine  la  processione  della  i ."'  domenica 
di  giugno,  e  il  suono  delle  campane  nel 
.  dì  anniversario,  poiché  cadde  la  sola  fic- 
ciala  della  chiesa  del  Carmine.  D.  Giulio 
Savelli  nel  1690  vendè  Veuafro  al  (iglio 
di  sua  zia  d.  Carlotta  Savelli,  d.  Giambat- 
lisla  Spinelli  Savelli  duca  di  Seminala  e 
fratello  del  principe  di  Cariati,  con  regio 
assenso.  Dagli  Spinelli  passò  il  feudo  ad. 
Giauibottista  di  Capua  duca  di  Mignaiio, 
per  ducali  100,000  nel  1  698  (con  islru- 
menlo  de'  7  giugno  stipulalo  da  Riguc- 
tio  di  Napoli),  e  ne  prese  possesso  a'  17 
giugiiu.  Dui  suo  ziod.  Giulio  Cesare  per- 


V  E  N 
venne  il  principato  a  d.  Beatrice  di  Ca  " 
pua  marchesa  di  Longiieville  e  principes- 
sa di  Conca,  siccome  unica  superstite  del- 
la famiglia,  la  quale  nel   1744  ^'^6  giu- 
gno con  regio  assenso,  ed  istrumento  ro- 
gato da  De  Sanctis  di  Napoli,  vendè  il 
feudo  al   nipote  d.  Francesco  Caraccio- 
lo duca  di  Miranda    per  9^,000  duca- 
ti, di  cui  rimase  erede    1*  unica  figlia  d. 
Marianna,  morta  a' 4  gi'^gno  1786.  La 
sua  unica  figlia  d.  Gaetana  succede  ne' 
feudi  materni,  e  sposò  d.  Ferdinando  Ca- 
racciolo secondogenito  de'principi  di  To- 
rella,  che  morì  a'i6  marzo  1796  senza  fi- 
gli. L'anno  seguente  si  rimaritò  con  d. 
Onoralo  Gaetaui  dell'Aquila  d'Aragona 
secondogenito  de'duchi  di  Laurenzana  e 
cacciatore  maggiore  delle  reali  riserve  di 
Ferdinando  I.  D.  Gaetana   passò  a   mi- 
glior vita  a'26  febbraioi8i  o,  compianta 
per  le  sue  rare  virtù  e  animo   benefico, 
che  continuò  ad  esercitare  co'  venalrani, 
non  ostante  l'abolizione  del  sistema  feu- 
dale poc'anzi  avvenuta. La  sua  figlia  d. Ma- 
rianna CaelaniCaracciolo  duchessa  di  Mi- 
randa e  contessa  di  Venafro,nala  dad.  O- 
Dorato,  nel  1822  sposò d.Giuseppe  de  Me- 
dici {il  cui  fratello  d.  Francesco  morì  car- 
dinale nel  1 857:di  questa  celeberrima  pro-J 
sapia  trattai  nell'articolo  Toscana)  duca 
di  Miranda  e  primogenito  de'principi  dì 
Ottaiano,  a  di  cui  vantaggio  lo  zio  cele- 
bre cav.  Luigi  de  Medici  segretario  di  stai 
lo  del  re  istituì    un  opulento  maggiorai 
SCO  :  da   questo  matrimonio  nacquero 
Michele  Onorato   primogenito,  in  cui 
trasfusero  i  titoli   di  duca  di  Miranda 
conte  di  Venafro,  ed  il  cav.  d.  OnoraH 
de  Medici,  ambo  viventi.  Nel  resto  Vena^ 
fro  seguì  i  destini  del  regno  delle  due  ó'tj 
cilie  (r.). 

La  fede  ci'isliana  penetrò  in  Venafro 
ne'lempi  apostolici,  secondo  l'Ughelli,  /J 
talia  sacra  j  t.  6,  p.  079:  Vena  frani 
piscopi.  L'epoca  non  si  può  determina:! 
rei  bensì  la  salutare  introduzione  del  Vai 
gelo  prosperò   col  sangue  de'  Martiri 
co'di  loro  religiosissimi  esetupi  la  coutr^^ 


VEN 

da  fu  f^Ioiiosnmente  fecoiiilala  e  onorata. 
I  >s.  Ni(  andrò  e  Marciano  (/'.)  costilui- 
ri  iitlla  dignil?!  prelettoria,  liminziiuido 
allu  iiiotKlatu)  milizia, (itercè  la  divina  gra- 
eia  ,  ^i  asci  isserò  alla  crislinua  religione. 
PtMciò  ileiuinziali  a  Massimo  presili^  del- 
ia Can)pania,  leniò  colle  persuasive  ,  lu- 
singhe e  minacce  di  richiaaiatli  all' ido- 
latria. La  moglie  di  Nicandio,  s.  Daria, 
alla  presenza  del  preside  incoraggi  il  ma- 
rito a  persistere  fortemente  nella  fede  di 
Cristo.  Di  ciò  sdegnato  Massimo,  la  fece 
carcerare;  e  vedendo  che  non  poteva  in- 
durre i  ss.  Martiri  a  rinegare  il  cristiane- 
simo, egualmente  li  fere  impiigionare,  e 
dopo  20  giorni  per  la  loro  costanza  nel 
professarlo,  li  condannò  con  Daria  a  mor- 
te. Lacerali  con  unghie  di  ferro,  sospesi 
in  alle  travi,  forate  le  membra  cogli  spie- 
di iicuniinali,  trascinati  su  carboni  accesi 
e  balluti  con  verghe, si  pose  acelo  e  sale 
sulle  loro  ferite,  le  quali  furono  pure  stro- 
picciale cou  acuii  pezzi  di  tegole.  Poscia 
con  [)ielre  fracassate  le  loro  bocche  e  i 
\olti,  per  ullin)0  alla  iccisione  delle  lin- 
gue segugi  il  mozzamento  de'capi,  consu- 
niaudu  così   i  gloriosi  eroi  il  martirio  in 
Venafro.  I  cristiani  seppellirono  i  loro  cor- 
pi vicino  al  luogo  del  supplizio,  dove  poi 
fu  costruita  a  loro  onore  la  basilica,  nella 
quale  riposa   pure  il  corpo  di  s.  Daria. 
Tullociò  accadde  sotto  l'impero  di  Dio- 
cleziano e  Massimiano  a' 1  y  giugno,  agli 
8  celebrandone  la  memoria  la  Chiesa  o- 
rientale.  Dalle  lezioni  si  apprende  il  mar- 
tirio avvenuto  in  Venafro  nel  3o2.  Sul 
narralo  vi  sono  varie  opinioni,  come  sul 
luugo  del  martirio,  sugli  olii  del  marti- 
rio e  loro  festa,  riferite  e  illustrale  dal  can. 
Colugno.  Pertanto,  i  ss.  Martiri  venafra* 
ni  ,  .si  sono  creduli  nobili  africani  o  me- 
glio addetti  allu  legione  africana,  e  dimes- 
si dalla  milizia  propagarono  la  Cede  in  A- 
tina  e  in  Venafro,  perciò  martirizzali  a 
Paonio,  luogo  fra  le  due  cillà,  circa  il  94 
di  nostra  era,  come  se  le  due  città  fossero 
limitrofe  nella  disianza  di  3o  miglia; altri 
\\  vollero  martirizzali  uella  stessa  Caaipa- 


VEN  137 

nia,  senza  precisarne  il  sito.  Altri  dicono 
che  Ftdgenzio  vescovo  d'Atina,  consagra- 
lo da  Papa  s.  Clemente  I  ,  ivi  seppelh  i 
loro  corpi,  vicini  a  quello  del  suo  prede- 
cessore s.  Marco  ,  e  che  Salomone  altro 
vescovo  nel  186  ne  compose  le  gesta,  e 
costruì  loro  un  tempio  con  aliare.  L' U- 
ghelli  ne  ragiona  ancora  a  p.  406,  Ali- 
nenses  Episcopi.  Non  mancano  quelli  che 
fanno  seppellire  da'  consanguinei   vena- 
frani  il  corpo  di  s.  iNicandro,edagli  ali- 
nesi  quello  di  s.  Marciano,  poi  secondo 
altri  trasferiti  in  s.  Sofia  di  Benevento; cioè 
il  corpo  di  s.  Marciano  dal  duca  Gisulfo 
li,  e  quello  di  s.  Nicandro  dal  successore 
principe  Arigiso  11,  dopoché  i  longobar- 
di distrussero  Atina.  Ma  Paolo  Regio  vuo- 
le che  a' due  ss.  Martiri  fin  da'  tempi  di 
Costantino  I  verso  il  3i3,i  venafrani  eri- 
gessero in  loroonore  una  chiesa  e  lì  pren- 
dessero a  protettori. Finalmente  ilBaronio 
gli  enuncia  nel  flJarlirologio  decollati  ia 
Venafro  sotto  Massimiano,  e  negli  Anna- 
li li  dice  martirizzati  a  tempo  di  Costanzo 
Cloro  e  di  Calerlo  nel  3o3,  Si  vuole  inol- 
tre, che  il  loro  martirio  sia  avvenuto  nel- 
la Mesia  inferiore  (come  dissi  probabil- 
mente, seguendo  il  Butler  nella  loro  bio- 
grafia, non  senza  avvertire  che  i  moder- 
ni sostengono  seguito  il  martirio  in  Ve- 
nafro), nel  paese  di  Dorostoro  o  altrove, 
anzi  persino  in  Egitto,  forse  ciò  derivan- 
do il  luogo  Aegypso  100  miglia  distante 
da  Dorostoro.  il  can,  Colugno,  dopo  rife- 
rite echiarile  le  discrepanti  opinioni, con- 
clude. >t  Ma  comunque  sia,  se  nuove  ra- 
gioni non  saranno  ellicaci  per  annullare 
un  inveteralo  possesso,  la  nostra  condi- 
zione, per  regola  del  diritto,  sarà  sempre 
la  migliore,  e  avremo  ragione  a  ripetere: 
Felice  il  Venafrauo  suolo  illustrato  da 
tanti  secoli  con  alti  sì  gloriosi,  e  col  san- 
gue di  eroi  sempre  meritevoli  della  na- 
stra divozione;  tanto  più  che  trovandoci 
possessori  delle  di  loro  venerande  reliquie, 
abbiam  la  fortuna  di  serbare  il  pegno  il 
più  tenero,  che  ne  guarentisce  la  di  lora 
perenne  protezione:  egiàsuilcoosli'e  mi^r 


1 38  V  E  N 

ra  da  Dio  desliriMli  si  veggono  custodi  co- 
sì vigilanti,  nella  giiisa  che  furon  conces- 
si altra  velia  alle  mura  di  Geiosolimn". 
La  sede  vescovile  fu  fondata  ne'piimi  se- 
coli della  (.hiesa,sufFraganea  delia  metro- 
politana di  Capua,e  lo  è  tnllora  con  Isei- 
nia.  III."  vescovo  di  VenatVo  che  si  cono- 
sca fu  Costantino  del  49^>  <^''<J  l'Ughelli 
dice  intervenuto  nel  499  '*'  '''"odo  roaia- 
no  di  s.  Simmaco:  continuava  ad  occu- 
par la  sede  a'  tempi  di  s.  Gelasio  I  Papa 
ilei  49^1  ''■  cui  esiste  lettera  a  Ini  diretta, 
e  inserita   da  Graziano  nelle   Decretali. 
Uopo  di  Ini  corre  lungo  intervallo  ,  che 
fa  ignorare  i  successori.   Il  che  proviene 
dalle  scorrerie,  devastazioni  e  incendi  de' 
barbari;  perciò  Papa  s.  Gregorio  I  dovette 
riunire  molte  cinese,  pei'  non  poterà  cia- 
scuna inviarvi  il  pastore.  F^li  si  querelò 
ì\e\\' HoniiL  IO,  n.°  24)  parlando  de*  ve- 
scovi destinali.  Aid  dclruncatìs  ad  nos 
tnanihus  redeiiiit,  aliì  capti,  alii  i/ite- 
reniplì  nuntiantnr,  Jam  cogor  linguam 
retinere  ah  expositionc,  quìa  laedct  a- 
niinani  meam  vitaenieac.  Nota  pure  Lu- 
centi la  vedovanza  della  chiesa  per  la  let- 
tera di  s.  Gr('gorio  !  scritta  ad  Antemio 
Kuddjiicono.  Si  ha  da  altra  del  5gi.  Epi- 
stola hnlìctur  3f,  Grcgorii  scripta  An~ 
their.ìo  siibdiacono,  qua  ei  injungit  ca- 
st/galionemOpilionissHhdiaconi,  al  Cre- 
scentii  clerici  rcnafranae    Ecclcsiae, 
qiiod  vasa  sacra  et  ministeria  Ecclesia^ 
stìca  judaeis  vendìderit^  ut  ex  lil>,  i  E- 
pist,  Iiìd.  IO.  La  rilegazione  di  tali  chieri- 
ci fu  per  espiar  loro  la  colpa  d'aver  ven- 
«      duli  due  calici  d'argenlo,  due  corone  con 
deljjni  e  di  altre  corone  i  gigli  (erano  vasi 
per  porvi  de'lunii),  e  sei  paliii  maggiori, 
E'  notabile  lo  stalo  in  cui  allora  trova- 
vasi  questa  chiesa,  e  l'interesse  che  il  Pa- 
pa mostrò  nel  dare  congruo  assegnamen- 
to agli  addetti  al  di  lei  servizio.  In  segui- 
to vuoti  i  monasteri,  derelitte  le  chiese,  si 
sa  quanto  soffrì  Monte  Cascino.  Nel  663 
quando  l'imperatore  Costante  llcoslretlo 
a  toglier  1'  assedio  da  Benevento  si  volse 
verso  Roma,  quali  imtneusi  danai  non  re- 


V  EN 

co  a'paesi  della  Campania  cheattraversa- 
vaV  Nel  702  sono  conosciute  le  devasta- 
zioni di  Gis(dfì)  I  duca  di  Benevento  nel- 
la sua  terribile  irruzione,  per  cui  rrtr/of//. 
dem  ad  nos  i.^li  FJpi scopi  oh  /noiiitincntO' 
rum  ìiiopìanì,acfrcqueutes  Cimpaniae. 
calatnilafes  peri'encre,quoad  loiìgohar- 
di  in  Italia  dominati  siint.  Nella  (ine  del 
secolo  IX  deplorano  i  Papi  lo  stalo  me- 
schino della  Campania  per  simile  motivo. 
Scrisse  Giovanni  Vili  all'impei-atoreCar* 
lo  II  il  Calvo:  e n  civi tates,  castra  et  vii- 
lae  desti  tu  tae  hahitatorihtts;  et  Epìsco- 
pix  liac,  Ulaqite  dispersi  sunt.  Un  altro 
vescovo  Coslanlino  si  nomina  nel  1004, 
destinato  a  questa  cattedra  da  Giovanni 
XVIII  dello  XIX;  non  è  conosciuto  dal- 
l'Ughelli,  bensì  dal  Lucenti  e  dal  can.  Co- 
togno. Nel  I  QiZ  (l'Ughelli  dico  nel  i  oS^, 
ma  in  vece  nel  loaiS  lo  registra,  Aeser- 
nienie<;  seti  Isernienses  Episcopi)  Ghe- 
rardo fu  consagralo  vescovo  d'IserniajBo- 
ianoe  Venafro,  da  Aleuolfo  arcivescovo 
di  Capua,  Ne  fa  memoria  il  capuano  can. 
Michele  Monaco,  nel  Sanctuarium  Ca- 
punntimje  nell'archivio  del  capitolo  d'I- 
sernia  dicesi  conservare  un  privilegio  in 
proposito,  che  si  legge  nell'  Ughelli.  Pie- 
tro da  Ravenna  monaco  cassinese  ciica  il 
io5g  fu  consagrato  in  Acerra,  vescovi! 
di  Venafro  e  d'isernia  ;  nel  1071  assista 
alla  consagrazione  della  chiesa  di  Monte 
Cassino,  fulta  d'Alessandro  II, alla  cui  boU 
la  si  sottoscrisse:  Ego  Petr.  Venafr.  Epi* 
scopns.  Leone  vescovo  di  Venafro  fu  or- 
dinato da  Urbano  II,"enel  1090  interven^ 
ne  alla  dedicazione  della  chiesa  di  s.  Mar- 
tino in  Monte  Cassino,  Mauro  fu  vescovo 
di  Venalio  e  d'isernia  nel  1  io5,  e  lo  era] 
nel  1 1 13,  Alcuni  vogliono  che  nel  i  x^'iX 
sotto  Lucio  11  si  parli  di  Dario  vescovo  di! 
Venafro,  die  l'Ughelli  registra  tra'vesco- 
vi  d'Isernia  ne'pontificatid'lnnocenzo  Ilf 
e  Onorio  HI.  Raìnaldo  vescovo  di  Vena-i 
fro  e  irisernia,  che  intervenne  nel  i  179 
al  concilio  generale  di  Laterano  III  di  A-j 
lessandro  III,  ed  ivi  è  sottoscritto  vesco- 
vo di  Venafro.  Già  da  tal  Papa  ne|u  72  j 


V 1-:  i\ 

avea  ottenuto  la  bolla  Ciim  ex  ìnjuuclo 
iiuhis,  riprodotla  dal  caii,  Colugno,  per 
]a  chiesa  di  Venafro  ,  dalla  (juale  si  Ime 
quanto  allora  si  possedeva  dal  vescovo  in- 
sieme co' canonici,  i  (juali  a  quell'epoca 
partecipavano  della  massa  conume.  Vi  si 
notano  54 chiese  poi  divenule  tanti  titoli 
per  le  prebende  canonicali,  parrocchie  e 
benefizi  semplici,  e  precisamente  taluni 
terreni  e  decime;  e  di  più  tutti  i  paesi  che 
componevano  la  diocesi,  non  che  la  con- 
fernia  degli  antichi  privilegi  e  consuetudi- 
ni. L'originale  di  quest'interessante  ]ìo\\ì.\ 
è  nell'archivio  di  Monte  Cassino.  Papa 
Lucio  IH  da  Velletri  nel  1  182  indirizzò 
9I  vescovo  Pisinaldo,  Isernie'nsi  Episco- 
vo,su\sque  successorihus,  la  bolla  di  [)ri- 
vilegi  rifleritadairUghelli, sottoscritta  A.\\ 
Papa  e  da  1 1  cardinali,  ed  è  a  favore  della 
chiesa  d'Isernia.  Nel  1229  per  avere  Gre- 
gorio IX  scomunicato  l' imperatore  Fe- 
derico II, in  quelle  lagrimevoli  turbolen- 
ze si  patirono  triste  persecuzioni,  contro 
le  chiese  principalu)enle,coll'esilio  di  mol- 
li vescovi,  che  aveano  preso  parte  colle 
loro  città  rispettive.  Bruciata  Som,  furo- 
no iu)poste  pene  pecuniarie  a  Teano,  1- 
sernia  e  Venafio,  il  di  cui  vescovo  prima 
esiliato  e  poi  carcerato  ,  fu  fatto  ii)  fijie 
Uìoriie,  tuttoché  altri  prelati  fossero  re- 
stituiti alle  loro  sedi,  ma  se  n'ignora  il  no- 
me, benché  alcuni  pretendono  clic  si  chia- 
masse Teodoro,  Lo  storico  caidinal  Uo- 
*clli  d'Aragona,  si  meraviglia  che  Riccar- 
do da  s.  Germano  ne  onimptla  la  morte 
nella  C/2/-o/i/a/,eIodica  re>liluitoall;i  se- 
de nel  luglio  I  229,  come  i  vescovi  di  Tea- 
no ed'Alife.  Quegli  veramente  si  annun- 
zia trapassato  nel  1280.  Ma  due  anni  do- 
po riferisce  Riccardo, che  i  vescovi  di  Ca- 
serta, Calvi,  Carinola,  Venafro,  Alile  e 
Nola, chiamali  dal  giustiziere  di  Terra  ili 
Lavoro  in  Teano,  interpelliili  di  ninna 
molestia  si  querelarono,  Potrebbe  forse 
egli  essere  un  altro?  Il  successore  fu  dal 
medesimo  Federico  li  esiliato,  con  que' 
di  Teano,  Carinola  e  Aquino.  Da  iliccar- 
do  viene  segnato coU'R,  ed  il  Uarouio  che 


V  li  N 


189 


parla  del  predecessore,  coll'altuide  nota 
quello  d'Alife,  e  lo  dice  tuorlo  in  Roma 
nel  12  39.  Neil  241  tutti  i  tesori  e  le  cose 
di  pregio,  ch'erano  nelle  cljiese  delle  cit- 
tà di  Venafro,  isernin,  13<iiano,  Guardisi 
Alft-ria  e  Trivento,  e  in  quelle  deliri  loro 
diocesi,  d'ordine  di  detto  imperatore  fu- 
rono recale  in  Boiano,  ivi  inventariate  e 
quindi  trasportate  presso  di  lui  in  s.  Ger- 
mano; e  poiché  ne  permise  con  dato  prez- 
zo la  ricompra,  cos'i  ne  fu  qualche  por- 
zione redenta,  e  il  restante  venne  portato 
nel  monaslero  di  Grotta  Ferrata  ,  dove 
traltenevasi  Federico  II  col  suo  esercito 
contro  di  Roma.  Innocenzo  IV  dal  capi- 
tolo fece  eleggere  per  vescovo  e  confermò 
nel  i25o,  M.  Rainaldo  ,  cappellano  del 
cardinal  Stef mode  Normandis  titolare  di 
s.  Maria  in  Trastevere.  Siccome  l'Ughclli 
chiama  questo  vescovo,  M.  ììaynnldiis 
ex  capellano  Stcjjhani  tit.  s.  Man'ae  in 
Translyberim  preshyl.  card.,  cos'i  il  Co- 
togno equivocò  c(m  dire  lo  stesso  vesco- 
vo cardinale  di  s.  Maria  in  Trastevere, 
Tulli  erriamo;  non  cesserò  mai  di  quan- 
do in  f|uando  di  ripetei  lo,  anzi  più  si  stu- 
dia e  maggiormente  si  conosce  quanto  re- 
sta ad  imparare;  il  che  vieppiù  conosco 
ora  che  Dio  mi  ha  fatto  pubblicare  questo 
XC.°  volume  !  Dappoiché  l'accuratissimo 
e  dotto  Moretti,  De  basilica  .?.  lìlariae 
Trans  Tyherim:  Notitia  Cardinaliiuii 
Tilulariiin?,  mentre  seppe  riunire  erudi- 
tamente molteplici  notizie  sul  cardinalSle- 
fano,  giammai  vescovo  di  Venafro,  non 
conobl)e  ch'era  della  famiglia  trasteveri- 
na de  Normandis.  Cosi  due  beneujeriti 
speciali  storici  non  conobbero  bene  il  pro- 
prio vescovo  e  il  proprio  cardiuaIe,Le  mo- 
rali riflessioni  all'intelligente  lettore,  per 
accordare  a  tutti  benigno  compatimento. 
Nel  I  289  era  vescovo  Giovanni,  morto  nel 
1294.  Nel  seguente  Bonifacio  Vili  gli  so- 
stituì il  proprio  intimo  amico  Andrea  d'A- 
versa,  che  cessò  di  vivere  ne!  1299,  lli,° 
giugno  gli  successe  Giordano  (di  Seruio- 
neta)  canonico  (della  collegiata)  di  s.  Ma- 
liu  de  Caimiuetu,  diuce^i  di  Terraciua; 


i4o  V  E  N 

e  pure  non  vide  il  compimento  di  lai  an- 
no, disceso  prima  nella  toml)a.  L'arcipre- 
te tii  dellrt  chiesa  de  Carmitieta,Docibi- 
le  di  Scrmoiieta,  nel  marzo  i  3oo  occupò 
questa  cattedra  e  morì  nel  i3oi.  Ommi- 
»e  il  cali.  Col  ugno  l'avvertenza  di  Cola- 
ti, commenlalore  d'Ughelli,  die  nel  1 3oo 
fu  eletto  vescovo  di  Veiiafro  il  veliterno 
Eo(uano  monaco  di  Valloinbrosa,  morto 
non  consagiMto.  Il  Banco  nella  Storia  dì 
fU'letriy  per  tale  lo  riconosce,  lo  dice  del- 
la f.iuiiglia  Borgia,  e  che  il  suo  nome  si  leg- 
ge in  un'antica  lapide  posta  vicino  all'e- 
piscopio venafrano.  Neli3of  fr.  Pellegri- 
no agostiniano  preposto  di  Vene  diocesi 
«li  Padova,  morto  nel  1 3o6.In  (|uesto  Spa- 
rano di  s.  Severo  consigliere  di  Carlo  U, 
da  cui  pel  suo  zelo  ottenne  un  favorevo- 
le rescritto  contro  i  baroni  di  sua  dioce- 
si ,  che  volevano  turbarlo  nell'esazione 
«ielle  decime  e  de'  benefizi,  e  inoltre  ne 
ottenne  la  conferma  dal  successore  Ro- 
berto. Viveva  neh  324-  Gli  successe  Pie- 
tro, nel  1 326  traslato  a  Nola,  secondo  U- 
glielli  e  Cotogno;  ma  Coleti  corregge,  a'9 
settembre  iSiB.  In  questo  a*i3  di  detto 
mese  vi  fu  traslatu  d'  Amelia  (come  no- 
l.ii  riparlando  di  tal  sede  nel  voi.  LXIX, 
p.  46)  Giovanni  de  Goreo  o  Gocco,  di 
sopra  ricordato.  L'Ughelli  lo  dice  morto 
nel  134B.  A.'24  8'"o'"^  ^'''  l*'fi'''o  Bossia* 
no  domenicano  ,  e  Cotogno  lo  dice  pre- 
sente al  terremoto  de'22  gennaio  '349, 
morendo  neh  366.  Nello  slesso  da  Troia 
(nel  qua!  artìcolo  coli'  Ughelli  dissi  nel 
i385,  senza  avvedermi  fra  una  siepe  di 
numeri  romani  della  rettificazionediCole- 
ti,  che  giustamente  scrisse  nel  1 366)  a'  1  o 
agosto  passò  a  questa  sede  Guido  o  Gui- 
done. Nel  1387  governava  la  chiesa  ve- 
nafrana  Nicolò,  che  quale  erede  di  Nico- 
la (li  Praia  arcidiacono  di  Venafro ,  nel 
I  394  ottenne  alcuni  suoi  beni,  A  suo  tem- 
po l'antipapa  Clemente  VII  v'intruse  il 
ngeudo  Carlo.  Mori  Nicolò  nel  1 396,  e  to- 
sto gli  successe  fr.  Ruggero  della  Pietra 
di  Vairano.  Cessato  di  vivere  nel  1399, 
nello  iitesio  occupò  la  cattedra  Andrea 


VEN 
Fiascono  di  Praia  decano  di  Teano.  Nel 
1 4^0  era  vescovo  Carlo  Ancamono,  Ira- 
slato  a  Bitelto  nel  1^11.  \^ì%  dicembre 
1427  divenne  pastore  della  patria  Anto- 
nio Mancini  di  Venafro  primicero  della 
caltedrale,  che  si  rese  utilissimo  alla  sua 
chiesa,  di  cui  ricuperò  molti  beni  e  dirit- 
ti. Governò  38  anni,  e  dicesi  a  lui  eretta 
la  piccola  statua  sul  cjmpanile,delta  d'Ao- 
tuono,  ora  alquanto  sfigarata.  Nello  stes- 
so 1 465  di  suo  decesso  ,  fu  vescovo  Gio- 
vanni Gatlola  di  Gaeta,  che  ottenne  da 
Ferdinando  I  la  conferma  della  decima 
grande,  in  favore  delle  mense  vescovile  e 
capitolare,  ed  altre  ancora.  Neh 4?  '  An- 
gelo de  Albero  spagnuolo;  Alessandro  VI 
lo  dichiarò  prò  legato  diMarittì ma  eCatn- 
pagna.  Nel  1  5o4  Hiccomannode  Builalini 
di  Città  di  Castello,  nato  in  Roma,  dolio, 
pio  ed  esemplare.  Intervenne  neli5i2  al 
concilio  generale  di  LateranoV,  fu  zelan- 
te pastore,  visitò  il  s.  Sepolcro  in  Gerusa- 
lemme,  e  morto  in  Roma  nel  15^8,  fu 
sepolto  in  s.  Maria  Nuova.  Dice  il  Cotu- 
gno  :  neh5o8  aprì  la  porta  santa,  come 
apparisce  dall'iscrizione  nella  colonna  ac- 
costo coiranno  1 5o8  e  la  pavoìtìJnbilaeuv, 
\J Anno  Santo  fu  celebrato  da  A  lessandro 
VI  nel  i5oo:  le  Porte  Sanie  (/-'.)  soni 
soltanto  nelle  4  principali  patriarcali  bai 
siliche  di  Roma.  Talvolta  furono  conces 
se  per  singoiar  privilegio  ad  altre  chiese 
perciò  forse  l'avrà  conseguito  anche  Ve 
nafro;  ma  così  tardi?  Nello  slesso  1^28  fcj 
dichiarato  perpetuo  amministratore  deM 
la  chiesa  venafrana  il  cardinal  Girolamo 
Grimaldi  [f^.).  Confermò,  come  dissi,) 
canonici  l'antico  diritto  d'eleggere  gli 
spettanti,  riservandone  al  vescovo  la  con^ 
ferma;  ma  proibì  loro  di  continuare  a  coiu 
ferire  le  prebende  per  anzianità  agli  espel 
tanti,  senz'alila  bolla,  il  che  ratificò  CU 
menteVll.iNeh536  rassegnò  questa  chie 
sa  a  fr.  Bernardino Soria  di  Burgosde'ml 
nori  osservanti  riformali,  già  vescovo 
Ravello.  Paolo  III  neh  548  elesse  vesce 
vo  Gio.  Battista  Caracciolo  de  Pisquitii 
napoletano,  sagrista  di  Giulio  III,  iuort4 


VEN 

I  in  Uonia  vfli^fì'j.  L'Uglielli  soltanto  lo 
I  clis-e:  Sacelli  apostolici  nssistens,  che  il 
1  Colugno  interpretò  per  Sngristn.  Questi 
èpretètlo  della  sagrestia  ponlincin,  e  non 
assistente  della  cappella.  Kella  serie  de' 
I  óV7gr/i7/,  che  formai  in  (jueli'articolo.non 
vi  trovo  il  Caracciolo.  Ministri  assistenti 
della  cappella  pontifìcia  sono  il  Prete,  il 
Diacono,,  il  Suddiocono.  Che  fòsse  stalo 
Vescovo  assistente  al  soglio  nella  cappel- 
la pontifìcia,  lo  credo  più  probabile.  Nel 
medesimo i  557  gli  successe  Gio.  Antonio 
Caral'd  napoletano,  eletto  dal  parenteFao- 
lo  IV,  morto  in  Roma  nel  1  558,  come 
vuole  Ughelli  eCotugno.  A' 18  luglio  ne 
occupò  la  cattedra  Andrea  Matteo  Acqua- 
viva  d'Aragona,  che  nel  1 57  3  fece  costrui- 
re nella  cattediale  l'organo  attuale,  ebbe 
il  benefìcio  di  s.  iVicandro,  padronato  del- 
la città.  In  tale  anno  trasferito  a  Cosenza, 
nel  settembre  gli  fu  suri'ogalo  Orazio  Ca- 
racciolo de  Fisqiiitiis  oapoletano,  che  a- 
prì  il  giubileo  nella  delta  porla,  e  la  chiu- 
se apponendovi  il  suo  stemma  colle  se- 
guenti parole.  Haec  Sancla  Porta,quae 
pr imo claudehatur  Ugno,  mine  vero  /nit- 
ro construilur^  et  Crucis  signo  adorna- 
ttir.  Horatiiis  Caracciolus  D.  G.  Epi- 
scopus  Fenafranus  eani  a  perni  tei  clan- 
sii.  A.  D.  MDCLXXVi  sub  Greg.  Xllf 
Pont.  Così  va  bene:  il  Papa  avea  celebra- 
to l'anoo  santo  neh  575.  Dnn(pie  V'ena- 
fro  è  tra  le  poche  chiese  che  fu  decorata 
della  porta  santa,  poiché  anche  il  Lvicen- 
li  che  ciò  nnri-a  e  riferisce  l'iscrizione,  op* 
portuoamenle  soggiunge.  Placulari  si- 
quideni  anno  Roinne  exacto  duin  in  Or- 
beni  universum  Christiamim  sacer  ejus 
thitsaurus  sequentì  anno  diffunderetur^ 
Venofri  Portae  hujus  interposita  cele- 
brilate  excrptus  est.  Morto  Orazio  nel 
]58i,  nell'ottobre  gli  successe  Ladislao 
d'^ywi>io(/^.)  napoletano,  chiaro  per  vir- 
tù e  per  sangue  ,  indi  nunzio  apostolico, 
governatore  di  Perugia,  oeli6r6  cardi- 
nale, morto  nel  conclave  del  1  62  1 ,  in  cu- 
iicitlo praefecti  sacrarii  apostolici,  non 
però  a'  1  a  fcbbraio,poichè  agli  8  i  cai  dina- 


VKN  i4i 

li  entrarono  in  conclave  e  nel  d'i  segnente 
restò  eletto  G/rgor/o  AV  (/".)y  ingresso 
ed  elezione  cbe  il  Mascardi  anticipa,  al  6 
e  7  dicendo  creato  il  Papa.  Non  credo  che 
la  morte  gli  rapisse  il  papato,coaie  preten- 
de il  Ciarliinte.  Egli  fece  formare  l'i^salta 
platea  dove  sono  descritti  i  beni  della  chie- 
sa di  Veuafro,  le  prebende  e  i  benefìzi;  e 
l'eccellente  quadro  dell'Assunta  nella  cat- 
tedrale. A'i3  settembre  fu  nominalo  ve- 
scovo Ottavio  Orsini  romano.  Sofliì  de' 
disgusti  col  principe  di  Venafrod.  Miche- 
le Perelli,  che  ottenne  di  far  venire  nel- 
la diocesi  un  vicario  apostolico.  E  come 
due  alili  vescovi  tiovaronsi  nelle  mede- 
sime circostanze,  cioèque'di  Conversano 
e  di  Segni;  coM  Urbano  Vili  prese  l'espe- 
diente di  traslalare  l'Orsini  in  Segni  nel 
1682,  quel  di  Segni  a  ConveiSiino ,  e 
quest'ultimo  in  Vennfio.  Egli  fu  fi".  Vin- 
cenzo Martinelli  di  Bari  domenicano.  Il 
Coleti,  che  riporta  l'isciizione  se|)olcrale, 
lo  dicedi  A  riccia  romano,  oriundo  di  Ba- 
ri, e  ne  celebrò  le  doli.  A'  26  dicembre 
1634  convocò  il  sinodo  diocesano,  anco- 
ra in  osservanza,  e  lo  fece  stani  pare  a  Piu- 
ma. Moi"ia'2oselteaìbrei635sopra  Con- 
ca-Casale in  tempo  di  s.  visla,  e  trasferito 
il  corpo  nella  cattedrale,  il  fratello  gli  e- 
resse  un  marmoreo  avello  ove  si  ascen- 
deva al  coro.  Ivi  furono  sepolti  i  succes- 
sori, sinché  mg."^  Stabile  lo  tolse,  e  ne  co- 
struì altro  più  decente  a'gradoni  della  sa- 
grestia. Il  1 .°  ottobre  venne  eletto  Giacin- 
to Cordella  di  Fermo.  Esercitò  pure  \^ 
podestà  ten)porale,a  lui  delegata  dall'ab- 
bate Francesco  Peretti  principe  di  Vena- 
fro.  Ampliò  il  palazzo  vescovile,  e  fece  ri- 
durre a  miglior  sialo  di  coltura  gli  olive- 
ti  della  mensa,  rinnovandone  la  ileielilta 
piantagione.  Allora  i  beni  del  vescovato 
rendevano  3ooo  scudi,  ad  onta  del  tenue 
valore  de'cereali.  Portò  da  Roma  1  2  sla- 
luelle  di  legno  colle  reliquie  de'ss.  Mar- 
tiri, e  le  collocò  in  una  cappella  della  ss. 
Annunziata,  tolta  nel  1  757  per  la  restau- 
razione del  tempio.  Per  la  micidiale  pe- 
ste deli 656  si  rilitòuella  badia  di  s.Via- 


i42  VEN 

cenzo  (li  Volturno;  f|uii)cli  pe'trìsii  efFelli 
ilei  contagio  e  per  l'clà  avanzata,  piocu« 
lò  d'avvicinarsi  alla  patria,  con  ottenere 
nel  1666  le  chiese  di  Recanali  e  Loreto. 
Kel  1667  gli  successe  Sebastiano  Leonar- 
di di  Sezze,  arcidiacono  della  patria  col- 
legiata, lodato  pastore, nior"i  neliG6q.Gli 
fu  surrogato  nel  1670  Lodovico  Ciogni 
nobile  romano  scenzialo  peritissimo,  che 
da  Eorna  vi  portò  le  reliquie  battezzate 
di  s.  Daria.  Fece  costruire  nel  coro  i  se- 
dili di  legno  a  bassorilievo  ,  e  rifondere 
più  grande  la  campana  Uìnggiore.  Sog- 
giacque a  vessazioni  per  sostenere  l'  im- 
iirunilà  ecclesiastica,  tutlavolta  fu  com- 
pianto in  morte  neliGgo.  Nel  seguente 
Carlo  Nicola  de  IMassa  della  diocesi  di 
Sorrento,  consagrato  da  AlessandroVllI. 
Fece  ri  dulie  a  nuova  forma  l'interno 
della  cattedrale,  coprendo  qualche  anti- 
chità e  cancellando  le  lettere  dell'antiche 
pietre.  Soppresse  molte  cappelle,  rinno- 
vò le  due  navi  piccole,  e  lasciò  3oo  duca- 
li per(juelladi  mezzo,  morendo  con  gene- 
rale dispiacere  neh  7  IO. Dopo  lunga  sede 
vacante,  nel  1717  o  17  18  nel  1.° aprile, 
secondo  le  Notizie  di  Roma,  Mattia  1  oc- 
eia  decano  della  metropolitana  patria  di 
Capua,  flicendo  il  solenne  ingresso, aven- 
do già  dato  bel  saggio  disc  ne'doe  qua- 
resimali predicali  in  Venafro,  Prima  sua 
cura  fu  l'istituzione  del  seminario,  sopra 
un  fondo  civico  e  propriamente  sul  mu- 
ro della  città.  A'9  aprilei  720  nel  gettar- 
si le  fondamenta  vi  fece  cader  g  pietre  in 
onore  della  ss.  Trinità,  della  ss.  Vergine 
Assunta  al  cielo,  e  de'ss.  Martiri  patroni, 
contribuendo  all'istituto  i  cittadini  d'  0- 
giii  ceto.  Nello  slesso  anno  aprì  il  preca- 
rio seminario  in  una  casa  privata  di  s, 
IJarbara,  e  compita  la  fabbrica  nel  1728 
vi  fi-cero  solenne  passaggio  3o  convitlo- 
ri,  celebrandosi  festa  e  accademia  lette- 
raria. Pel  mantenimento,  oltre  la  pensio- 
ne de'  convittori,  vi  concorsero  il  capi- 
tolo, gli  ebdomadari,  i  pariochi  e  tutti  i 
luoghi  pii,  sino  alla  formazione  d'una 
vcudila  suflicìente.  Si  rivolse  quindi  a  ri- 


VEN 
sforare  la  cattedrale,facendola  nave  gran- 
de e  molli  slucchi,  lasciando  in  morte  al- 
tri materiali  pel  resto.  Aggregò  molti  be- 
nefizi alle  prebende  penitenziale,  primi- 
ceriale  e  teologale.  Dopoi '7  anni  d'utilis- 
simo e  benefico  governo  si  riposò  nel  SÌ* 
gnore  nel  1733.  Solenni  funerali  gli  fu- 
rono celebrali,  e  in  segno  di  venerazione 
gli  si  strapparono  gli  abiti.  L'i  1   maggio 
fu  nominalo  Francesco  Agnello  Frngian» 
ni  di  Barletta  preposto  di  Canosa,  restau- 
rò r  episcopio  e  fu  traslato  a  Calvi   nel 
I  742.  A'24  settembre  Giuseppe  France- 
sco Uossi  di  Mormanno  diocesi  di  Cassa- 
no^ peritissimo  nel  gius  civile  e  canonico, 
consagrato  da  Benedetto  XIV.  Uiù  al  se- 
minario i  fondi  della   badia  di  s.  Nican- 
dio  e  alcuni  benefizi,  morendo  nel  l'j^^. 
fi' 7.0  maggio  Francesco  Saverio  Stabile 
di  Martina  diocesi  di  Taranto,  spiegando 
indicibile  pi  emura  e  zelo  per  tutta  la  dio- 
cesi. Fece  fiorire  il  seminario, arricchì  la 
cattedrale  di  suppellettili  sagre  e  ne  pro- 
mosse l'abbellimento.  Adornò  di  marmi 
e  di  balaustra  l'altare  maggiore  e  il  tro- 
no, ingrandì  il  coro  e  fece  il  nuovo  se- 
polcro tie'  vescovi.  Celebrò  la  nuova  sua 
ricordata  dedicazione,  richiamò  l'osser- 
vanza della  disciplina  ecclesiastica,  de'sa 
gri  riti  ,  del   canto  ecclesiastico  e  d' ogi 
istituzione.  Nella  carestia  del  1764  tla  pj 
die  sollevò  la  popolazione,  sempre  esser 
dolode'poveri.  Fra  le  lagrime  di  tulli  m< 
lì  nel  i78'8,e  nell'esequie  fu  altamente  U 
dato,  lasciando  pii  legati  e  dotazioni  pi 
maritaggi.  Vacò  la  sede  fino  a'26  mai 
zo  1792.  in  cui  fu  preconizzato  I'uIiìdi 
vescovo  Donato  «le  Liquore  canonico  de 
la  patria  metropolitana  di  Napoli,  preti 
calore  esimio  e  di  sonora  voce,  versatissi- 
mo  nella  s.  Scrittura  e  nella  teologia.  Fu 
esemplarissimo  pastore,  fece  costruire  il 
molino  con  due  mole,  sostenne  col  capi- 
tolo la  causa  delle  decime,  e  dopo  l'incea- 
dio  della  sagrestia  rifece  molti  paramei 
li.  A  lui  si  deve  i!  nuovo  cimiterio,  la  di 
ratura  dell'organo  e  dell'orchestra.  M< 
lìdiQi  anni  io  Napoli  a'27geuuaioi8  il 


VEN 

e  fu  sepolto  nella  congregazione  de'Rlan* 
chi  allu  Spirilo  Santo,  di  cui  era  sialo 
prefetto,  nelle  funebri  pompe  avveoen- 
ilo  cose  meravigliose.  Restala  vacante  la 
chiesa  di  Venafio,  in  conseguenza  della 
iiiK)va  circoscrizione  di  diocesi,  Pio  VII 
la  soppresse  ,  dichiarò  la  cattedrale  insi- 
gne collegiata,  ed  uni  la  diocesi  a  quella 
ò'  I.sernia{f\),  colla  bolla  Deiitiliori  do- 
minìcae,  de'28  giugno i  b  1 8,  Bull.  Roin. 
coni.,  I.  I  5,  p.  56.  L'odierno  vescovo  fu 
preconizzato  da  Gregorio  XVI  neh 887, 
ed  è  nig."^  Gennaro  Saladino  di  Napoli, 
iodato  dal  Papa  nella  proposizione  conci- 
storiale, ora  vescovo  d'Isernia  e  Venafro. 
Jmperoc'cliè  riferisce  il  n.^aSS'del  Gior- 
nale tli  Roma  deliiS52.  Nel  marzo  1849 
una  deputazione  di  notabili  venafrani,  es- 
sendosi portala  in  Gaeta  a  deporre  n'pie- 
di  del  rea!  trono  i  sensi  d'  iinìmo  divolo 
e  di  fedeltà,  implorò  la  riprislinazionedel 
vescovile  seggio  dalla  maestà  di  Ferdi- 
nando II,  il  quale  permise  che  a  tal  uopo 
fosse  dagli  stessi  supplicato  il  Papa  Pio  IX 
die  in  quella  città  ritrova  vasi.  Il  vescovo 
d'Isernia  mg.'Saladino,nel  febbraio  1 8  j2 
l'innovò  personalmente  le  medesime  i- 
stanze,  e  a'  1  q  giugno  il  Sommo  Pontefi- 
ce fece  pagin  i  voti  de'venafrani,  ripristi- 
nando eoa  sua  bolla  in  cattedrale  la  chie< 
sa  collegiata  di  Venafro  sotto  il  titolo  di 
Maria  Vergine  Assunta  in  cielo,  da  rima- 
nere lai  chiesa  come  concaltedrale  con 
unione  egualmente  [irincipate  alla  chiesa 
d'Isernia,  rette  entrambi  da  uu  solo  pa> 
store.  Munita  di  sovrano  assenso  la  bol- 
la, e  incaricato  come  legato  pontiflciodel- 
la  sua  esecuzione  mg. "^  Innocenzo  Ferrie- 
li,  arcivescovo  di  Sida  e  nunzio  apostolico 
in  Napoli,  il  medesimo  si  recò  in  Venafro 
a'aS  setleD)brc  delio  stesso  i852  per  l'i- 
naugurazioue  della  ripristinata  cuDcalte- 
drale,  accompagnato  dal  suo  seguilo,  dal 
sindaco  di  Venafro  e  da  Tommaso  Man- 
cini, e  ricevuto  ai  luogo  dello  Ponte  Reale 
dal  vescovo  mg."^  Saladino  e  da'priueipali 
del  clero  e  del  comune.  Immensa  gente  at- 
tendcvalo  iu  ^  enafro  con  rami  d'  olivo, 


V  E  !V  143 

non  che  il  capitolo  e  il  decurìonato  che 
Inseguirono  fino  alla  casa  del  sindaco,  do- 
\e  alloggiò  e  ricevè  gli  ossequi  del  capi- 
tolo, del  clero  secolare  e  regolare,  di  tut- 
te l'aulorilà,  rimanendo  a  fargli  compa- 
gnia il  degnissimo  vescovo.  Il  dì  seguen- 
te, dopo  che  il  nunzio  apostolico  ebbe  ce- 
lebrata la  s.  messa  privatamente,  vestito 
di  mozzetla  (la  mozzetta  non  è  in  dii  ilio 
propria  de'  nunzi,  da  qualche  tempo 
l'hanno  adottata  alcuni  di  es«i  per  mag- 
gior decoro,  come  quelli  di  Napoli-,  Pa- 
rigi ec.)  e  rocchetto,  preceduto  dalle  4 
confraternite  laicali  venafiane,  da'  cap- 
puccini, dalle  Croci  de'panochi  e  arcipre- 
ti della  diocesi,  dalla  capitolare  co'semi- 
naristi,  da  tulli  ì  canonici,  e  seguilo  dal 
regio  giudice,  dal  sindaco  e  dall'allre  au- 
torità, recossi  alla  nuova  cattedrale  sot- 
to un  sontuoso  baldacchino  sostenuto  da 
6  decurioni.  Quivi  1'  arcidiacono  gli  die 
a  baciare  il  Crocefisso,  gli  oderse  l'asper- 
sorio e  l'incensò,  e  quindi  entrato  in  chie- 
sa fu  cantato  con  eletta  musica  VEcce  Sa- 
rerdos  3Iagitu<!.  Dopo  di  che  prese  pos- 
sesso nelle  solite  forme,  terminando  la 
so'enneceremonia  col  canto  del  7(;  Detun, 
e  colla  benedizione  del  ss.  Sagramenlo, 
Non  è  a  dire  come  la  chiesa  fosse  gremi- 
ta di  gente  accorsa  da  tutta  la  diocesi,  e 
come  in  tanta  frequenza  di  popolo  che 
ingombrava  le  vie  si  mantenesse  sempre 
il  più  perfetto  ordine.  La  gioia  religiosa 
che  invadeva  tulli  gli  animi  non  lascia- 
va luogoad  alcun  altro  pensiero.  Nel  gior- 
no appresso  rng.*^  nunzio  visitò  il  mona- 
stero delle  Clarisse,  la  basilica  di  padro- 
nato comunale,  ove  riposano  i  corpi  de' 
ss.  Martiri  protettori  Nicandro,  Marcia- 
no e  Daria,  varie  altre  chiese  e  da  ultimo 
fece  visita  all'ottimo  prelato  mg.'  Sala- 
dino nel  palazzo  vescovile.  Il  27  fece  ri- 
torno in  Napoli  collo  stesso  accompagna- 
mento che  avea  avolo  al  venire,  e  colle 
stesse  dimostrazioni  di  rispetlochel'avea- 
no  accolto  al  suo  giungere  in  Venafro. 
Nelloslesso  di  27  mg/Saladino  prese  pos- 
sesso della  novella  sua  chiesa,  secoudu  le 


•  44 


V  IL  N 


r.eiemonie  piesciille  dal  Pontificale  ro- 
mano, lecuiiciosi  su  d'un  cavallo  bianco 
e  colle  vesli  solenni  dalla  chiesa  del  Piu'- 
galorio  alla  concattedtale  fra  innumere- 
vole calca  di  popolo,  preceduto  dal  clero 
e  dalle  confi  atei  nite,  e  seguilo  dall'auto- 
I  ila  tutte  della  città,  lu  tutte  le  3serefuT- 
vi  generale  illuminazione  per  Venafro,  in- 
cendio di  fuochi  artificiali,  suono  di  fusli- 
ve  bande  musicali.  E  perchè  ogni  bella 
azione  n)erita  lode,  e  fra  le  più  lidie  so- 
no da  contare  precipuamente  quelle  che 
tornano  a  lustro  e  decoro  di  nostra  s.  lie- 
ligione,  non  si  deve  tralasciar  di  dire,  che 
9  delle  più  notabili  famiglie  venafrane 
hanno  assicurato  con  pubblico  istronien- 
to  rogato  in  Isernia,  una  rendita  sul  gran 
libro  d'annui  ducati  6go  a  favore  della 
mensa  di  Venafro:  essi  sono  il  cav.  Fran- 
cesco Nola  giudice  del  circondario,  Bene- 
detto del  Prete  sindaco,  d.  Giambattista 
Melucci  primicero  ,  Vincenzo  Armieri, 
Giam  bai  tislaLucentoforte,  Tommaso  Lu- 
centofoile,  Giovanuangelo  del  Vecchio, 
can.  Achille  Mancini,  Nunzio  Manselli. 
Un'epigrafe  italiana  posta  nella  casa  del 
comune  eterna  la  memoria  di  questo  fat- 
to. Per  questo  novello  benefìzio  che  i  ve- 
nafrani  s'ebbero  dall'augusto  sovrano,  il 
sindaco  nel  precedente  giugno  erasi  recato 
in  Gaeta  con  una  commissione  a  rendere  i 
più  fervidi  ringraziamenti,  ed  il  magna- 
nimo Fetdinando  II  gii  accolse  colla  sua 
solita  benigna  clemenza.  Venafro  può  an- 
darne superba.  Le  due  diocesi  d'  Isernia 
e  di  Venafro  si  protendono  a  più  miglia, 
e  contengono  circa  26  luoghi. 

VENAISSIN  o  VENAISINO  o  VE- 
NESINO  o  VENOSINO  CONTADO, 
Comitalus  Venayssini^  Fenasstnsi  Co- 
mitatus,  ed  il  Morcelli  disse  qua'  di  Ve- 
naissiu  ed  i  Venessinesi,  P'enusìn.  Paese 
celebre  ed  ameno  di  Francia,  nella  Pro- 
venza[P\),^\ìi  domìnio  sovrano  della  Se- 
de apostolica, che  ora  forma  parte  del  di- 
partimento di  Valchiusa,  Vaiicluse.  Es- 
so al  presente  contiene,  oltre  l'antico  con- 
tado Veuaissiuo,  il  cunludo  d'  Avignone, 


VEN 

altro  già  domìnio  temporale  della  s.  Seile 
(per cui  quest'articolo  interacnentea  quel- 
lo si  rannoda  e  compenetra,  laonde  è  in- 
dispensabile di  doversi  tenere  presente, 
essendo  un  compendio  storico  del    Ve- 
naissiuj  e  ad  ambedue  è  poi  stretlainen- 
te  collegato  (|uello  di  ToLOSA),e  il  princi- 
pato d'  Grange  {f^.),  i  cui  princi[)i,  ra- 
mo de'duchi  di  Nassau,  divennero  re  de' 
Paesi  Bassi  {f^.)  regnanti.  Prima  di  essi 
il  principato  d'  Grange  fu  posseduto  da' 
conti  diChalons,e  venne  riunito  alla  Fran- 
cia col  trattato  d'Utrecht.  Il  dipartimen- 
to trae  il  suo  nome  dalla  celebre  e  deli- 
ziosa fontana  di  Valchiusa,  esistente  nel 
villaggio  omonimo,  e  da  cui  deriva  il  fiu- 
me Sorga,  lesa  immortale  dal  soggiorno  e 
da'versi  del  sommo  aretino  Petrarca,  al 
pari  della  Castalia  ,  per  1'  accennato  nel 
voi.  LXXV,  p.  i  33 ,  in  onore  del  quale  e 
della  famigerata  provenzale  Laura,  da  ul- 
timo l'accademia  letteraria  di  Valchiusa 
d'Avignone  vi  eresse  neli8og  una  bella 
colonna  per  monumento.  Il  meraviglio- 
so fonie  e  la  romantica  valle  della  Sorga, 
immortalati  dal  Cigno  di  Valchiusa,  so- 
no descritti  nel  I.  6,  p.  4'  '  àeW  Alhiint 
di  Roma  col  suo  disegno.  Sgorga  il  fonte 
da  una  grotta,  e  molti  torrenti  fragore 
samcnle  vi  sì  gettano  dentro  e  ne  acci-fl 
scono  l'acque,  in  guisa  che  la  Sorga  coN 
le  quali  si  forma,  può  sostenere  battelli 
all'uscire  medesimo  della  sua  conca,  e  fa 
muovere  molte  macchine  di  fabbriche  di 
carta.  Il  gran   poeta  abitò  pure  sovente 
nel  propinquo  castello  del  vescovo  di  Ca- 
vaillon,  situato  sul  sovrastante  monte,  on- 
de venne  denominato  castello  del  Petrar- 
ca. Questo  dipartimento  è  limitato  da 
quelli  della  Dróme,  delle  Bassi  Alpi,  del- 
ie Bocche  delRodano  e  diGard,e  da'fiu' 
mi  Duranza  e  Rodano,  La  sua  lunghez- 
za è  di  26  leghe,  la  larghezza  1 5,  avendo 
di  superficie  t83  leghe  quadrate,  o  194 
secondo  il  Castellano  ,  ovvero  336, 000 
ettari.  Tutto  apparteneva  questo  suolo  al- 
la s.  Sede  ,  tranne  l'antico  principato  di 
Orangc,  la  cui  superficie  ha  5  leghe  di 


VEN 

lunghezza,  sopra  3  di  larghezza,  essendo 
slato  anch'esso  rinchiusone!  contado  Ve-^ 
naissino;  nonché  Api  di  Provenza,  di  cui 
poi  farò  cenno.  Nel  diparli  mento  di  Val- 
cliiusa  vi  sono  delle  pianure  all'ovest,  ma 
il  paese  è  coperto  di  montagne  più  o  me- 
no alte  in  tuttala  parte  del  nord-estjdell'est 
e  del  sudest.  Vi  si  rimarca  principalmen- 
te il  prolungamento  di  due  rami  dell'Al- 
pi, conosciuti  sotto  i  nomi  di  montagne 
ili  Lure  e  di  Leberoo.  Fra'corsi  d'acqua 
che  solcano  il  dipartimento,  i  più  rimar- 
cabili sono  il  Rodano  e  la  Duranza;  ih." 
riceve  l'Aigues  e  la  Sorga,  che  s' iiripin- 
giia  coirOueze;  la  2.%  che  ad  onta  di  sua 
estensione  non  serve  che  alla  discesa  de' 
legnami  per  galleggiafnento  ,  accoglie  il 
Cavaillon.  Contiene  questo  dipartimento 
parecchi  canali  d'irrigazione  che  vi  sono 
di  grande  utilità,  l'  acque  essendovi  rare 
e  necessarie,  e  fertilizzano  terreni  prima 
coperti  di  sassi  e  ciottoli,  ed  i  principali 
sono:  il  canale  aperto  fra  la  Daranza  ed 
il  MeriudoI,  per  innadlare  il  territorio  di 
I  Cavaillon  e  del  Cavallo  Bianco; quello  di 
Calcedon,  vicino  al  suddetto;  la  Diwan- 
'  za,  che  percorre  il  territorio  d'Avignone, 

•  ed  il  Crillon  che  dalla  Duranza  va  al  Ro- 

•  dano.  Il  suolo  del  dipartimento  di  Val- 
'  chiusa,  essendo  ritaglialo   da    pianure, 

colli  e  montagne,  otfre  necessariamente 
nella  sua  natura  grandi  varietà;  in  gene* 
■  rale,  le  terre  sono  calcaree  e  miste  più  o 
'  meno  coll'argilla  e  l'arena,  il  che  le  rea- 
'  de  ora  troppo  forti,  talvolta  anzi  assolu* 
!  tamente  dure  e  compatte,  ora  troppo  leg- 
I  gere,  e  di  sovente  senza  verun  nesso.  Tut- 
tavia  in  alcuni  cantoni    trovansì  i  detti 
priocipii  ancor  modillcati  da  vene  di  ges- 
so, di  marna  bastarda,  di  sabbia  non  an* 
cora  pelrificala,  e  nella  maggior  parte  da 
I  una  quantità  immensa  di  pietre,  ciottoli 
i  e  banchi  considerabili  di  ghiaia.  La  par- 
E  te  vicina  al  confluente  del  Rodano  e  della 
<  Duranza,  vale  a  dire  la  quasi  totalità  del 
territorio  d'  Avignone,  presenta  un  suo- 
'  lo  grasso  e  argilloso;  ad  una  lega  di  di- 
'  slaaza  da  quella  città  e  per  un  tratto  di 
VOL.  xc. 


VEN  145 

4  o  5  leghe  è  inleramenle  ciottoloso,  ad 
eccezione  d'alcuni  raonticelli, quali  la  ru- 
pe d'Avignone  e  quella  di  Vedenes.  la- 
contransi  vasti  piani  di  sabbia  dalla  par- 
te  di  Mourmoiron,  di  Bedoum,  e  supe- 
riormente ad  Grange,  nelle  quali  vege* 
tano  alcune  piante  particolari.  Sano  è  il 
clima  e  temperato,  quantunque  lo  sbo- 
scamento delle  montagne  abbia  rinfresca- 
ta la  temperatura.  L'atmosfera  va  sog* 
getta  a  grandi  variazioni;  frequenti  ven- 
gono le  procelle  e  talvolta  accompagnate 
da  grandine  devastatrice.  Veggonsi  non- 
dimeno degli  anni  senza  temporali,  ma 
allora  la  siccità  è  estrema  e  dura  ben  3 
e  4  mesi.  Gran  parte  delle  terre  è  appe- 
na capace  di  coltura.  11  prodotto  della  rac- 
colta de'  frumenti  non  basta  al  consumo 
degli  abitanti;  ma  coltivasi  molto  la  sega- 
la e  l'orzo.  Le  viti  occupano  presso  ad  un 
7.°  della  superfìcie  del  suolo,  ed  i  boschi 
un  8.°  Si  fa  ordinariamente  copiosa  ven* 
demmia,  ma  i  vini  di  questo  paese  dan- 
no alla  testa,  e  fortemente  colorati,  sono 
generalmente  mediocri  e  poco  alti  all'e- 
sportazione; ve  ne  sono  peraltro  che  han- 
no maggior  forza  e  delicatezza,  come  quel- 
li di  Chàteauneuf,  Laner,Sorgues,Gada- 
gne  ec.  Il  miele  e  la  cera  abbondano  ,  e 
raccolgousi  circa  i5oo  quintali  di  seta  al- 
l' anno,   molte  olive,  zaffurano,  robbia, 
mandorle,  noci  ,  buoni  frutti.  Sommini- 
stra questo  dipartimento  cortecce  aroma- 
tiche e  medicinali,  quercia  verde  ,  legno 
di  scotano,  seme  giallo  d'  Avignone,  ani- 
si,  coriandoli  ec.  Adopraosi  a  lavorar  le 
terre  molto  gli  asini  e  i  muli;  vi   hanno 
numerosi  armenti  di  bestie  lanute,  ma  di 
mediocre  razza.  Contiene  questo  diparti- 
mento numero  assai  grande  di  cave  di 
torba  non  utilizzate,  di  carbone  di  terra, 
e  qua  e  colà  sparsa  miniera  di  ferro  epa- 
tico, limaccioso,  in  granelli  e  io  rognoni; 
solfati  di  ferro,  piriti  marziali,  miniera 
di  piombo.  Se  il  paese  non  è  ricco  di  so- 
stanze metalliche,  almeno  abbonda  di  ter- 
re da  vasaio,  di  cave  di  gesso,  di  belle  ca- 
ve di  pietre  da  fabbrica  e  di  pietre  da  cal- 
lo 


i4G  YEN 

ce.  Inoltte  oflfreil  dipaiiimeDto  parecchie 
sorgenti  minerali  di  differente  indole.  At- 
tivissima è  la  sua  industria,  e  tende  so- 
prattulto  verso  la  preparazione  e  fabbri- 
cazione delle  seterie  ,  lu  manipolazione 
della  robbia,  la  laminatura  del  rame  e  del 
j)iombo,  gì'  istrumenti  rurali.  Vi  hanno 
fàbbriche  di  minuterie  comuni  ad  Avi- 
gnone ed  a  Carpeutrasso)  Mazan  è  noia 
per  le  sue  lucerne  di  ferro:  vi  sono  mol- 
le distillerìe  d'acquavite,  concie  di  pelli 
e  tintorie  rinomate.  Le  tele  dipinte  sotto 
il  nome  di  tele  d'Orange,  formano  un  ra- 
mo del  commercio  d'esportazione.  L'im- 
portazione cotisìste  in  grani,  rame,  ferro, 
piombo,  panni  fini,  tele,  mussoline ,  ca- 
valli, muli,  bestie  bovine,  lavori  di  mo- 
da, minuterie  e  chincaglie.  Gli  iibitanli, 
compresi  quelli  d'Apt,  ascendono  a  circa 
25o,ooo,  e  quasi  10,000  de'quali  sono 
d'Orange,  che  hanno  generalmente  i  ca- 
pelli castagni  tiranti  al  nero,  la  pelle  più 
bruna  che  bianca,  lo  sguardo  vivo  e  pe- 
netrante, la  fisionomia  spiritosa  e  pateti- 
ca: la  taglia  quasi  sempre  mezzana,  e  co- 
inunementeassai  robusta. Sono  vivaci, af- 
fabili, ingegnosi  e  disinteressati,  li  popolo 
generalmente  senza  lettere,  riesce  facile 
a  condursi.  Il  vestimento  delle  donne  è 
snellissimo  e  sembra  che  tenga  la  massi- 
ma relazione  con  quello  dell'etiche  gre- 
che. Sono  questi  i  sudditi  che  benigna- 
mente per  circa  6  secoli  governarono  i 
Papi,  e  beneficarono  in  tanti  modi.  Inol- 
tre energicamente  li  difesero  dalla  fana- 
tica eresia  armata  degli  Albìgesi  e  de- 
gli Ugonotti  (f^.)y  che  insanguinarono 
la  contrada,  ponendola  a  ferro  e  fuoco, 
sfogandovi  le  più  empie  e  le  più  crudeli 
scelleratezze,  cou  guerre  sterminatrici  e 
desolanti,  che  manomisero  anche  i  sepol- 
cri, ne  bruciarono  le  ossa  e  ne  sparsero 
le  ceneri  al  vento  o  gettarono  ne'  fiiuni, 
inclusivamenle  a  quelle  de'  Santi,  oltre 
altre  indicibili  profanazioni.  Egli  è  que- 
sto il  paese  ch'essi  signoreggiarono  indet- 
to periodo  di  tempo,  e  7  de'  quali  per  sua 
gran  ventura  vi  fecero  resideuza,  cella  cu- 


YEN 
ria  e  corte  romaDa,  onde  al  medesimo  e- 
lano  rivolti  in  tale  epoca  tutti  gli  occhi 
del  cristianesimo,  con  immensi  vantaggi 
di  ricchezze  e  onori.  Indi  infelicemente 
deturpato  dalla  cattedra  di  pestilente  sci- 
sma, che  lungamente  vi  tennero  due  au- 
daci e  ostinatissimi  antipapi, con  funestis- 
sime conseguenze  e  danni  alla  Chiesa  e 
a'fedeli  da  loro  ingannati.  Il  dipartimen- 
to di  V'alchiusa,  di  cui  è  capoluogo  Avi- 
gnone,  n)andavn  3  membri  alla  camera 
de'  deputati  per  rappresentarlo,  ed  ap- 
partenne all'S.^  divisione  militare,  forma 
I  arcidiocesi  d'Avignone,  e  dipendeva  dal- 
la corte  regia  di  Nimes,  ed  è  della  circo- 
scrizione dell'accademia  universitaria  di 
detta  città.  L' arcidiocesi  fino  al  1801, 
oltre  l'arcivescovato  d'Avignone,  com- 
prendeva altre  3  sedi  vescovili,  Carpeii' 
trasse,  propriamente  capitale  del  conta- 
do Venaissino,  Cavaillon  e  T'^aison  (^.), 
sufTraganee  d' A  vignane,  la  qual  città  era 
poi  anche  capitale  di  tutto  lo  stato.  IVel 
regime  de'Papi  moltissimi  illustri  italia- 
ni ne  furono  i  vescovi,  non  che  presidi 
temporali.  Grange  era  sufFraganea  del 
metropolitanod'Arles.  Avignone  era  pur 
sede  del  cardinal  legato,  poi  del  prelato 
vice-legato,  indi  e  soltanto  per  disposi 
zione  di  Clemente  XIV  del  prelato  pr 
sidente,  che  voleva  creare  cardinale,  e 
la  tradizione  della /;e;ve;/(2  in  Avignone 
come  notai  ne'vol.XI  X,p.2o3,LXXX V I, 
p.  76  e  altrove,  avendolo  il  detto  Papa 
equiparato  in  certo  modo  al  presidente 
d'Urbino.  Però  Pio  VI  avendo  conferito 
pei  i.°tale  dignità  al  Dui  ini,  fallo  pre- 
sidente dal  predecessore,  ristabilì  il  tito- 
lo di  vice-legato  senza  la  prerogativa  del 
cardinalato,  e  nominò  Giacomo  Filomari- 
no (e  non  Filonjanno,  come  per  fallo  ti- 
pografico fu  impresso  nel  voi.  in,p.  277) 
napoletano.  Nel  voi.  Ili,  a  p.  233  riportai 
la  serie  de'  cardinali  legati  d'Avignone, 
ed  a  p.  275  quella  de'  prelati  vice-legati, 1 
e  per  ultimo  presidenti. La  serie  de'pi  ela- 
ti rettori  del  contado  Venaissino,  residen- 
ti iu  Carpeulrasso,  la  lìferìrò  iu  seguito. 


1 


I 


VEN 

In  q  ueslo  diparlìuiento  vi  è  una  chiesa 
coucistoriale,  e  gran  numero  d'ebrei.  Es< 
»o  si  divide  ne'4  ciicoiidari,  d\  y4fjl,  giù 
«c'de  vescovile  di  Provenza  buflragaiiea 
d'  Aix,  di  Avignone,  di  Carpenlrasso,  e 
di  Grange;  iu  22  cantoni,  ed  in  i5o  co- 
muni. Apt  non  fece  parie  del  contado 
Venaissino:  il  suo  circondario  è  diviso  in  5 
cantoni  e  in  5o  comuni,  con  circa  54iOOO 
abitanti.  Riferiscono  i  geografi  che  il  di- 
partimento di  Valchiusa  è  patria  degli 
antichi  voconci,  cavari  e  nieuciuiì;  i  due 
ultimi  de'  quali  popoli  galli  resistettero 
ad  Annibale  quando  co'  suoi  cartaginesi 
passò  il  Rodano;  furono  poi  soggiogati  da' 
romani,  e  qualche  secolo  dopo  da'  popoli 
•venuti  dal  Kord.  JNell'articolo  Avignone 
procedei  precipuamente  col  p.  Sebastiano 
Fautoui  Caslruccicarmelilano,/s/or.  del- 
la città  iV  Jvìgìione  t  del  Contado  Ve- 
nesino.  Stati  della  Sede  apostolica  nel' 
la  Gtì//i«,  Venelia  1678.  Anche  in  que- 
sto ne  proHtterò.  Egli  pertanto  riferisce, 
che,  al  dire  d'alcuni,  questo  contado  si 
denominò  P^enesino  dalla  caccia,  che  iu 
latino  è  detta  fcnatio,  asserendo,  che 
anticamente,  più  di  oggi,  il  paese  fusse 
ripieno  di  selve  e  di  macchie  per  la  cac* 
eia  opportune,  ovvero  dalla  caccia  che 
&i  esercitò  liberamente  in  questi  Ino- 
ghi  :  a  Venalione  libera.  Altri  opina- 
no che  il  nome  lo  prese  da  Venasca^  si- 
lo dell'  antica  città  di  Findauxica,  ne- 
gato però  da  quelli  che  osservano  es- 
»ere  a'  tempi  c'elia  repubblica  romana 
divisa  la  provincia  iu  cavari  e  vocon- 
ci, popoli  de'quali  non  poteva  essere  ca- 
po Vmdausica.  Nel  teu)po  degli  impe- 
ratori romani,  continuando  la  divisione 

■  del  Venesino  in  cavari  e  voconci,  ne 
'  furono  fatte  capitali  Avignone  e  Vaison, 
I  come  adermano  Tolomeo,  Plinio  e  Pom- 
I  ponio  Alela.  Nella  decimazione  dell'im- 
i  pero  romano,  si  trasferì  la  sede  vescovile 
5  di  Carpenlras  a  Vindausica,  segno  che 

■  fino  allora  non  era  stilla  Vindausica  qna- 
'    lifìcala  con  alcuna  prerogativa  di  prefe- 
renza.£  ìq  avesse  a  quell'epoca  cuiuiucia- 


VEN  147 

lo  ad  acquistare  tale  carattere,  abilea  de- 
nominare il  Venesino,  forse  neavreutmo 
dalle  storie  alcun  lume,  poiché  nou  mol- 
ti anni  dopo  la  detta  traslazione,  passò 
sotto  il  dominio  de'borgognooi,  al  quale 
successe  quello  degli  ostrogoti.  Imperoc- 
ché il  re  Teodorico  possedè  iu  proprie- 
tà la  Provenza  orientale,  e  l'occidentale, 
nella  quale  si  comprendeva  il  Venesino, 
ed  in  raccomandazione  la  Linguadoca, 
della  quale  eiano  capitali  dell'Alta  To- 
Iosa  e  della  Bassa  Montpellier  (f^.).  Ri- 
partì lo  stato  in  4govc>u*  generali,  da' 
quali  dipendevano  quelle  provincie,  co- 
stituendo i  governatori  in  JVar^ona,  iu 
Marsiglia^  \ii  Arles  e  ìtx  Avignone j^ìc- 
che  in  quel  tempo  Vindausica  rimase  sen- 
za superiorità.  In  seguito,  passalo  il  do- 
minio della  Provenza  dagli  ostrogoti  a' 
franchi,  la  provincia  fu  divisa  in  4  parti 
nel  ripartimento  fatto  fra'due  re,Gontra- 
uo  d*  Orleans  e  Borgogna,  e  Sigeberto  I 
d'  Austrasia,  figli  di  Clotario  1  re  di  Sois- 
sons,  e  le  parli  furono  :  la  città  di  Marsi- 
g/i'a  (dell'attuale  costruzione  della  nuo- 
va città  e  cattedrale  feci  cenno  nel  voi. 
LXXXIV,  p.  24:  altre  parole  su  Marsiglia 
dissi  ne'  voi.  LXXIII,  p.  82,  LXXIX,  p* 
282),  c^e  restò  indivisa  Ira'due  fratelli  ;  il 
contado  d'Avignone,  e  il  coulado  d' Aix 
colle  loro  dipendeuze,  i  quali  paesi  furo- 
no la  porzione  di  Sigeberto  1;  ed  il  cou-- 
tado  d'  Arits  colle  sue  appartenenze,  e- 
quivalente  a'due  d'Avignone  e  d'Aix,che 
toccò  a  Gontrano.  Laonde  ancora  nou 
trovasi  alcuna  preminenza  di  Vindausi- 
ca, che  possa  aver  denomiuato  il  Vene- 
sino, mentre  ella  era  in  piedi.  Tale  città 
fu  poi  distrutta  nel  VI  secolo  dall'armi 
de*  longobardi,  e  allora  il  suo  vescovato 
fu  unito  a  quello  di  Carpeutras,  dalla 
quale  nel  precedente  secolo  la  sua  sede 
vescovile  era  slata  trasferita  in  Vindausi- 
ca. Per  questa  unione,  congiuntosi  a  Cur- 
pentras  il  nome  di  Vindausica,  potreb- 
be dirsi,  che  per  essere  Carpenlras  il  ca- 
po del  Venesino,  abbia  la  stessa  città  di 
CarpeuUas  con  quel  6Uo  uome  diViuduu- 


i48  VEN 

sica  denominato  il  paese;  ma  ciò  neppu- 
re sussiste,  perchè  non  fu  distinto  questo 
paese  in  corpo  dal  restante  della  Proven- 
za, mentre  sotto  gli  altri  re  franchi,  e  poi 
sotto  i  rad'  Àries  ubbidiva  tutta  ad  un 
principe;  né  si  conosce,  che  sotto  i  mede- 
simi re  fosse  Carpentras  per  qualità  di 
governo  capitale  del  moderno  Venesino. 
Questo  poi  passato  da'  re  alla  proprietà 
de'  conti,  non  fu  mai  soggetto  ad  un  sol 
principe,  fuorché  ne'  tempi  degli  ultimi 
conti  di  Tolosa,  ed  allora  Carpentras  non 
poteva  esserne  capitale,  perchè  era  citlà 
baronale,  come  si  trae  dal  diploma  del- 
l'imperatore  Federico  H  (rammento, 
cìie  formatosi  il    regno  d'  Arles  colla 
Provenza  nell'Syg,  a  cui  si  unì  nel  gSS 
la  Borgogna  Transiurana  e  Cisiurana, 
Arles  col  regno  divenne  in  seguito  qua- 
si una  repubblica  sotto  il  padronato  de- 
gl'imperatori, che  l'unirono  aW Impero, 
e  se  ne  intitolarono  e  coronarono  re. 
Quindi  vi  vollero  esercitarne  l 'alta  si- 
gnoria, e  Federico  li  le  accordò  distin- 
ti privilegi.  Arles  celebre  città  appartie- 
ne alla  Provenza,  ora  é  nel  dipartimento 
delle  Bocche  del  Rodano),  col  quale  egli 
comandò  ad  alcuni  baroni  del  Venesi- 
no, e  tra  essi  al  signore  di  Carpentras, 
di  riconoscere  in  loro  basso  sovrano  Rai- 
mondo VII  conte  di  Tolosa,  ch'era  stato 
privalodeldominiodelVenesino  nel  trat- 
talo di  Parigi  del  1228.  Contro  tali  pro- 
ve, non  è  da  adottarsi  la  congettura  d'al- 
cuni, per  l'arme  de'  conti  di  Tolosa  già 
possessori  del  Venesino,  la  quale  è  spie- 
gata dalla  nobile  famiglia  Thesan  de'  si- 
gnori di  Venasca;  perchè  non  già  in  ri- 
guardo del  dominio  di  Venasca,  succe- 
duta alla  distrutta  Vindausìca,  ma  per 
altri  suoi  meriti  le  sarà  stato  comunica- 
to quello  slemma  de'conti  Tolosani,  men- 
tre essi  erano  feudatari  in  alcuna  parte 
di  Venasca  per  sola  infeudazione  loro  fat- 
tane, come  ancora  ad  altri,  dal  vescovo 
di  Carpentras,  il  quale  sotto  la  sovrani- 
tà del  Papa,  n'era  signore  diretto  per  do- 
nazione del  conte  di  Tulosa.  Si  danno 


VEN 
taluni  0  credere,  che  un  tempo  vi  fosse  il 
conte  Vendacense  di  Venasca,  e  che  per- 
ciò si  chiamasse  pure  Venesino,  da  essi 
detto  Venascino;  ma  cioè  un'  illazione, 
come  dimostra  il  Fantoni.Egli  inoltre  di- 
ce, altri  pretendere,  che  supposto  debba 
il  Venesino  denominarsi  da  alcun    luo- 
go, derivi  il  suo  nome  A' Avignone, e  per 
la  conformità  de'  vocaboli,  e  per  la  pre- 
minenza che  altre  volle  ha  goduto  Avi- 
gnone in  tutta  la  provincia,  poi  detta  Fé* 
ncsina,  o  nella  maggior  parte  di  essa.  La 
conformità  de'  vocaboli  è  aperta,  dicen- 
dosi Avignone  in  latino,  Vrbs  y4\>ennica, 
et  Avennicoruin,anù  Vennìcoriini;  on- 
de il  paese  è  detto  Avennicinus  o  Fen- 
niciniis,  ed  in  francese  l^enesinus  o  P'e- 
ìiaissùms.  La   preminenza  d'  Avignone 
agevolmente  ancora  si  prova,  oltre  quan- 
to dissi  nel  suo  articolo,  ne'  tempi  de'ro- 
mani  e  de*  borgognoni.   Però,  dopo  il 
5o6,  seguita  la  memorata  divisione  del- 
la Provenza, venne  suddivisa  in  Sgover- 
ni, Teodorico  propose  a  governatori  Ge- 
mello di   Arles,  Marado  di  Marsiglia,  e 
V indilo  di   Avignone,  che  perciò  fu  ca- 
pitale della  3."  parte  della  Provenza.  Ne 
570  Sigeberlo  I  re  d'Auslrasia,  uno  de' 
4  fìgli  del  re  Clotario  I,  non  soddisfati 
to  del  regno  assegnatogli  nel  partimea 
to  prima  tra  loro  seguilo,  pretese  pa» 
te  della  Provenza  eh'  era  toccata  a  Gon 
trano  suo  fratello,  e  l'ottenne.  Divisa  li 
Provenza  in  due  porzioni, delle  quali  l'u 
na  ih  la  città  d'Arles  colle  sue  dipenden 
ze,  che  leslò  a  Gonlrano;  e  l'altra  pe 
Sigeberlo  1  si  compose  delle  citlà  d'Avi 
gnoneed'Aix,  edellelerre  lorodipendeii 
ti,  restando  |)er  entrambi  indivisa  la  cit' 
tà  di  Marsiglia.  Ampie  dunque  doveano 
essere  le  dipendenze  d'Avignone,  e  mollo 
esleso  il  territorio  Avennico  :  tullociò  si 
conferma,  perchè  il  patrizio    Mommolo, 
che  ne'tempi  de're  franchi  della  1 ."  stirpe  > 
Merovingia  era  governatore  d'Avignone, 
e  reggeva  ancora  Vaison,  come  città  di- 
pendente dal  suo  governo;  ond'è  certo, 
che  gran  parie  almeno  del  Venesino  era 


VEN 

compresa  sollo  il  governo  d'Avignone, 
perciò  allora  sua  capilale.QiiiiidijSebbene 
il  paese  che  dipendeva  solto  i  re  dal  gover- 
no d'Avignone,  si  tlislraesse  succeduto  il 
governo  de'conli  in  varie  sii^norie  ;  non- 
dimeno in  virtù  della  goduta  preminen- 
Ba,  potè  restare  a  parte  di  esso  la  deno- 
minazione di  feite.sino  e  in  francese  l^e- 
naissin,  quasi  f'ennicino  da  Avignone, 
città  Fenilica  o  À^'cnnica,  perduta  la  i  .* 
lettera  A.  Non  però  le  manca  la  sua  dif- 
lìcollà,  mentre  il  nonìe  di  Venesino  par 
più  moderno  di  quel  che  comporti  la  sup- 
posta derivazione,  l'oichè  tal  nome  ili 
Venesino  non  si  ha  notizia  che  si  trovi 
prodotto,  se  non  dopo  che  dal  Papa  In- 
nocenzo III  e  dal  concilio  generale  di 
Laterano  IV  si  dichiaiò  la  Chiesa  roma- 
na tener  le  terre  di  qua  dal  Rodano,  di 
Raimondo  VI  conte  di  Tolosa,  fauto- 
re degli  eretici,  per  provvederne  il  suo 
figlio  Raimondo  VII,  quando  egli  fosse 
pervenuto  ad  età  maggiore,  se  degno  si 
mostrasse  dì  quella  grazia  della  Chiesa; 
mentre  dal  Papa  e  dal  concilio  erano  sta- 
te concesse  l'altre  terre  di  là  da  detto 
fiume  a  Simone  di  Monfort  capitano  su- 
preoiode'crocesignali.Neli222  divenuto 
conte  di  Tolosa  Raimondo  VII,  produsse 
il  nome  d'iFenaissiuo  in  un  contralto  che 
seguì  in  tale  anno  tra  lui  e  i  consoli  d'A- 
vignone; e  dopo  <|ueslo  documento  con- 
linuamente  trovasi  lo  stesso  nelle  bolle, 
lettere  e  istromentì  de'  Papi,  non  meno 
in  diplomi  e  carte  di  principi  e  di  priva- 
ti. Si  vuole  giustificare  l'asserto,  con  sup- 
porre di  avere  Raimondo  VII  dato  il  no- 
me di  Venaissino  al  suo  paese,  relativa- 
mente all'antica  estensione  d'Avignone, 
tuttoché  in  quel  tempo  si  fosse  somma- 
mente accorciata,  né  più  il  paese  propria- 
mente appartenesse  ad  Avignone,  ad  ec- 
cezione d'alcune  poche  terre  e  castelli  del 
medesimo,  che  continuavano  ad  essergli 
soggetti.  E  ben  ne  avea  Raimondo  VII 
qualche  motivo,  pe'  servigi  a  lui  resi  da- 
gli avigiionesi,  perchè  col  favore  di  loro 
forze  era  rientrato  iu  possesso  delia  prò- 


VEN  «49 

vincia.  Cos'i  dell'  antiche;  dipendenze  di 
f^alenza  o  Falence,  si  eresse  il  contado 
e  poi  ducato  del  Valentinese  o  Valenti- 
nois,  nel  Delfinato  ('/^.j  e  ora  capoluogo 
del  dipartimento  della  Dróme,  non  di* 
pendente  dalla  città  propriamente,  ben- 
ché fosse  residenza  di  tali  conti,  onde  al- 
cuni la  dissero  capitale  del  contado  Va- 
lentinese. Seppure  non  piacesse  di  dire, 
the  Raimondo  VII  spogliato  d'ogni  al- 
tro stato,  allora  a  quel  paese  di  cui  si  e- 
ra  posto  in  possesso  dasse  il  nome  di  Ve- 
naissino, a  Fenatione,  che  già  vi  era 
libera  ab  antico^  o  libera  fu  da  lui  fatta 
per  conciliarsi  gli  animi  di  que'popoli. Re- 
sta a  vedere  quando  avesse  principio  il 
titolo  di  Contea  nella  Provenza  Fenesi- 
na.  I  conti  di  Tolosa  assunsero  il  titolo 
di  conti  del  f'^ene.sìno,  e  ne  decorarono  i 
loro  primogeniti.  Altri  però  provano, che 
i  conti  di  Tolosa  non  altro  titolo  assun- 
sero, che  di  marchesi  di  Provenza,  per 
essere  possessori  del  paese  Venesino.  Wè 
manca  chi  asserisce,  che  Raimondo  VII 
trovandosi  privo  del  contado  di  Tolosa, 
dato  dalla  Chiesa  al  Monfort,  prima  che 
essa  consegnasse  a  lui  le  terre  di  qua  dal 
Rodano,  ne  prese  colla  forza  il  possesso 
e  insieme  assunse  il  titolo  di  conte  del 
Venesino.  In  prova  di  ciò,  nell'accennatQ 
alto  dell  222  traini  e  i  consoli  d'Avigno- 
ne, nel  suo  sigillo  si  legge  da  una  faccia  : 
S.  R.  C.j  cioè  Signiun  Raymundi  Co- 
fiiitis,  e  dall'altra  Fefiaissini.  Ma  perchè 
dopo  questo  inonumenlu  in  altri  legge- 
si  Venesino  senza  titolo  di  contea,  dà  ar- 
gomento di  congetturare  che  cessasse  poi 
questo  titolo,  come  usurpato  da  Raij 
inondo  VII,  senza  legittima  autorità  del 
Papa  supiemo  signore  del  Venesino,  o 
dell'imperatore  per  l'alia  suvrauità  che 
vi  esercitava,  come  dipendente  dui  regno 
antico  d'Arles.  Alcuni  atferinano,  che  il 
Venesino  fosse  già  contea,  quando  il  re 
di  Francia  Filippo  ili  l'^r^/Vo, succedu- 
to ad  Alfonso  di  Valois  conte  di  Tolosa 
suo  zio,  restitu'i  il  Venesino  al  Papa.  Al- 
tri poi  sosleugonOj  pei  mostrare  che  il 


1 5o  V  E  N 

Venesino  non  ebbe  sì  tosto  il  titolo  di 
contea,  i."  Nell'atto  della  pace  di  Pari- 
gi del  1228,  trattandosi  del  Venesino  è 
scritto  :  Terrain  aiUeni,  qua  est  Imperio 
ultra  Rhodanif  et  omnes  jus  si  quod 
ipsi  Raymundo  competiti  vel  competere 
poteste  in  eapreeisa  et  absolufe  quittn- 
\'it  dìcto  Legato  nomine  dieta  Ecclesiae 
in  perpetnum.  1.°  L'imperatore  Federi- 
co II,  persecutore  della  Cliiesa  romana, 
mal   tollerando  cbe    questa   possedesse 
quel  paese,  in  un  diploma  che  spedì  a 
favore  di  Raimondo  VII  conte  di  Tolosa 
nel  12 35,  non  gli  die  il  nome  di  eontado 
ma  di  terra  Venesina.  3.°  Papa  Grego- 
rio IX,  rispondendo  al  re  s.  Luigi  IX,  [)a- 
dre  di  Filippo  III,  intorno  a  questa  pro- 
vincia, gli  scrisse:  Lileras  quas  prò  di- 
lecto  filio  nohiliviro  Cornile  Tolosano 
super  Terram  quani  Romana  Ecclesia 
ci  tra  Rhodanum  ad  manus  suas  reti- 
nuit.  E  negli  slessi  termini  si  spedirono 
altre  lettere.  Il  suddetto  Alfonso  di  Va- 
lois,  fratello  di  s.  Luigi  IX,  conte  di  Poi- 
tiers  e  di  Tolosaj  dopo  la  morte  di  R.ai- 
tnondo  VII  suo  suocero,  possedendo  il 
Venesino,  non  se  ne  qualificò  conte,  ma 
chiamò  il  paese  Siniscalcato{àt\  qual  vo- 
cabolo resi  ragione  nel  voi.  LXI I ,  p.  90), 
p  mentre  chiamò  Tolosa  Contado.  Il  Pa- 
pa Gregorio  X  scrivendo  a  Filippo  III 
re  di  Francia,  dopo  avere  quel  monar- 
ca restituito  alla  s.  Sede  nel  1272  il  Ve- 
nesino, si  espresse  con  queste  parole:  De 
Terra    Venesinn,    Romana    Ecclesia^ 
ciijiis  est  propria  libere,  dimiltenda.  Se 
dunque  il  Venesino  già  avea  il  titolo  di 
contea,  doveva  il  Papa  qietterlo  nelle  let- 
tere patenti,  colle  quali  nel  1272  ne  de- 
putò al  governo  Guglielmo  V  illareto,  e 
in  vece  usò  questa  forroola  :  De  Terra 
Venayssini^qnae  esiejiisdem  Ecclesiae 
speciali'!—  Ed  appresso:  Ciiram^  cuslo- 
diam,  administrationeni,reginien,  etj'n- 
risdictionem  terrae  illius   Fenayssini^ 
qiioad  tcmporalia  tua  sollecitudini  us- 
que  ad  nostrum  bcneplacitum  praesen- 
iinm  tenore  cornmittimus.  Il  p.  Fantoni 


VEN 

siringe  la  sua  digressione  cori  dire,  che 
il  Venesino  fu  eretto  in  contado,  come 
vado  a  nai  rare,  soltanto  circa  34  «niii 
dopo  la  restituzione  del  medesimo  alla  s, 
Scde;ecol  pareredi  vari  scritlori  agj»iun- 
gè,  che  la  voce  T'enesìnn  deve  prefeiir- 
si  a  quella  di  T^ennscino  non  mai  usata 
anticamente  da'Papi,  né  dagl'imperato- 
ri, né  da'  conti,  i  quali  tutti  per  ordi- 
nario hanno  detto  Venesino^  Fenayssi' 
no  o  Venaiscina.  Anche  il  Petrarca  lo 
chiama  Fenesino. 

liaccontai  con  diffusione, coll'autorità 
«li  gravi  e  veridici  storici, negli  articoIiTo- 
T.osAe  AviGNONE,edivi  meglio  ragionando 
degli  eretici  Alhigesì,  seguiici  degli  ahbo- 
minevoli  errori  de' i]/i3/«V7ie/  e  altri  ereti- 
ci,da'quali  derivarono  allre  esecrabili  set- 
te, che  col  favore  delle  tante  guerre  soste- 
nute da  Raimondo  V  conte  di  Tolosa,  e 
delle  turbolenze  insorte  al  suo  tempo, 
gli  albìgesi  mollo  si  estesero  ne'  suoi  sta- 
ti, massime  in  Tolosa,  ed  in  Alby  capi- 
tale dell' Albigese  nella  Linguadoca  su- 
periore, ora  capoluogo  del  dipartimen- 
to del  Taro,  dalla  quale  cititi  presero  il 
nome.  Cresciuta  sfrontamente  la  loro  1 
resia,  fu  nel  i  176  condannata  nel  cor 
cilio  d'Alby,  e  nuovamente  dal  concili] 
di  Laterano  III,  celebrato  da  Alessandii 
III  neh  179. Raimondo  V  fece  molto  p(i 
frenare  gli  albigesi,  senza  alcun  succed 
so.  Il  figlio  Raimondo  VI  a  lui  succedi 
to  nel  I  ig5,  già  inclinatissimo  all'eresi 
albigese,  poi  ne  fu  pertinace  fautore.  Que 
sta  eresia  come  idra  miseramente  si  dj 
stese  con  ispaventose  proporzioni,  mal 
grado  lo  zelo  per  impugnarla  de'  cisteH 
ciensi,  de'  domenicani  e  d'altri  missiona 
ri;  e  ad  onta  eziandio  del  grande  imp^ 
gno  di  Papa  Innocenzo  III,  che  non 
lamenle  ampliò  l' Inquisizione  con  ist 
tuire  il  SUOI. "tribunale  in  Tolosa,  ma  de- 
putò i  suoi  legali  a  combatterla  e  insieme 
preservare  i  cattolici  dal  suo  mortale  ve- 
leno. Raimondo  VI  avendo  fallo  truci- 
dare il  cislerciense  s.  Pietro  di  Castel- 
nau,  uno  de'  legali  pontificii,  il  conte  f; 


YEN 
«coraunicato  e  controlli  lui  pretllcatn  la 
sagra  guerra  della  crociata,  per  impa- 
ci lonirsì  delle  sue  terre,  non  che  contro 
gli  albigesi;  e  ne  fu  dichiarato  generalis- 
simo Simone  conte  di  Monforf,  che  fe- 
ce moltissime  conquiste,  e  di  diverse  ne 
divenne  signore.  Citalo  il  conte  Raimon- 
do VI,  da  Milone  legato  apostolico  nel 
suo  tribunale  di  Valenza,ad  ottenere  l'as> 
soluzione  de'suoi  gravi  reati,  die  per  mal- 
leveria  alla  s.  Sede  7  forti  castelli,  3  de' 
quali  erano  del  Venesino,  cioè  Opede, 
Uaumes  e  Mornas  con  legge  di  caducità, 
la  contea  di  Melgueil,  e  parte  o  metà 
delia  città  d'Aviignone,  o  meglio  tutta  in- 
tera se  poteva  in  seguito  speftare  al  con- 
te. Dappoiché  tanto  i  7  castelli,  quanto  la 
contea  di  Melgueil,  si  doveano  devolve- 
re al  dominio  temporale  della  s.  Sede 
ogni  volta  che  il  conte  luancasse  alle  pro- 
messe. E  siccome  per  maggior  cauzione 
giurata  sull'osservanza  delle  medesime, 
la  fecero  i  nobili  suoi  dipendenti,!  con- 
soli d'Avignone,  di  Nunes  e  di  s.  Egidio 
o  Gilles,  con  legge  che  tutti  restassero 
sciolti  dal  giuramento  di  fedeltà  dovuta 
al  conte,  nel  caso  ch'egli  non  adempisse 
le  medesime  promessejed  allora  tutti  i  di- 
ritti di  Raimondo  VI  sopra  Avignone  si 
trasferissero  nella  Chiesa  romana.  Il  lega- 
to tutto  corroborò  con  autentico  atto.  In 
nume  della  Chiesa  romana,  il  collegato  di 
essa  Tedisio  oTeodisio  canonico  di  Geno- 
va, per  ordine  di  Milone  ricevè  in  conse- 
gna  i  castelli  e  li  munì.  Non  ostante,  di- 
venuto Raimondo  VI  peggio  di  prima,  fu 
scomunicalo  nel  12  11  dal  concilio  d'Ar- 
les,  e  decaduto  da'  7  castelli,  dalla  par- 
te e  altri  diritti  su  Avignone,  e  sopra  la 
contea  di  Melgueil  ;  l'apa  Innocenzo  III 
fece  occupare  per  la  s.  Sede  la  contea  di 
Melgueil  pe' diritti  che  avea  sulla  mede- 
sin»a.  Tale  piccolo  paese,  pare  che  sia 
Melguel  0  Mauguio,  3Ie/gorium,  di  Lin- 
guadoca,  nel  dipartimento  delTHerauIt, 
circondario  di  Montpellier,  da  cui  è  di- 
stante to  miglia,  capoluogo  di  cantone, 
sullo  slagno  del  suo  nome,  ove  era  vi  an> 


VEN  i5i 

licamenle  un  porlosul  Mediterraneo.  La 
giieira  di  religione  fu  micidiale  e  disa- 
strosa, piena  di  sanguinosi  e  lagrimevoli 
eccessi,  commessi  da  ambo  le  parti,  i  le» 
gati  mostrandosi  rigorosi  coli'  eresia  ar- 
mata e  crudele.  Tolosa  e  tutti  i  dominii 
del  conte  furono  occupali  da'crocesigna- 
ti.  Nel  concilio  generale  di  Laterano  IV, 
celebrato  nel  12 15  da  Innocenzo  Ili,  nuo- 
vamente furono  scomunicati  gli  albige- 
si e  tutti  i  loro  fautori.  Raimondo  VI  (u 
dichiarato  decaduto  dalle  sue  terre  e  da 
da  ogni  sovranità,  con  assegno  pel  suo 
sostentamento;  ed  alla  contessa  sua  mo- 
glie, in  grflzia  di  sue  virtù,  fu  lasciato  il 
godimento  de'suoi  fondi  dotali.  Al  conte 
di  Monfort  fu  aggiudicata  Tolosa  e  tut- 
ti gli  altri  paesi  conquistati  da'  crocia- 
ti,  salvi  i  diritti  della  Chiesa  e  delle  per- 
sone cattoliche.  Il  rimanente  de'  domi- 
nii esistenti  sul  Rodano  si  concessero  al 
figlio  Raimondo  VII, se  li  meritasse  col- 
ia sua  condotta,  e  intanto  spettassero  al- 
la custodia  e  signoria  della  Chiesa  ro- 
mana, e  ad  essa  rimanessero  in  sovranità 
se  il  giovane  principe  se  ne  fosse  mostra- 
to indegno  nell'età  adulta.  Ma  Raimoa- 
do  VI  tosto  riaccese  la  guerra  contro 
Monfort  e  i  crocesignati,  e  per  l'antica 
afi'ezione  a'  conti  Tolosani,  alle  sue  in- 
segne si  unirono  varie  città  di  Provenza 
e  del  Venaissino.  Però  Monfort  sconfìsse 
i  nemici,  e  compì  la  conquista  delle  ter- 
re di  Raimondo  VI.  Nondimeno  gli  an- 
tichi sudditi  si  dichiararono  pel  figlio  Rai- 
mondo VII,  che  ricuperò  Tolosa  e  al  cui 
assedio  vi  peri  Monfort.  Papa  Onorio  Il( 
scomunicò  Raimondo  VI  e  Raimonda 
Vii,  perchè  manifestamente  proteggeva, 
nol'eresiaje  minacciò  il  2.°di  privarlo  del- 
la signoria.  Anzi  scrisse  Cohellio  nella 
Noti  Lia  CardinalaLus  :  Honor'ms  III ... 
Hoc  eliam  Pontìjlcem  sedente^  lune  prù 
niuin  Comitatuin  f^enaysinuni  Romana 
Sedes  ohtìnitit.  Morto  nel  1222  Raimon- 
do VI  allacciato  dalla  scomunica,  il  fi- 
glio Raimondo  VII  vedendo  le  sue  cose 
ridotte  a  mal  partilo,  fìnse  d'emendarsi 


1 5ci  V  E  N 

e  poi  poco  dopo  tornò  a'  suol  pravi  er- 
rori ;  laonde  Luigi  Vili  re  eli  Francia 
prese  contro  di  lui  la  croce,  e  s'impadro- 
nì de'  suoi  stati.  Papa  Gregorio  IK  an- 
ch'esso scomunicò  Raimondo  VII  e  i  suoi 
fautori,  eccitando  il  nuovo  re  di  Francia 
s.  Luigi  IX  a  sterminare  la  desolatri- 
ce  eresia  armata.  Finalmente  nel  1228 
nel  concilio  o  assemblea,  cominciala  a 
Bassege,  continuata  a  Meaux  e  termina^ 
ta  a  Parigi,  si  stabilirono  gli  articoli  di 
pace,  per  ammettere  Raimondo  VII  alla 
comunione  defedeli,  e  rientrare  in  gra- 
zia di  Gregorio  IX  e  di  s.  Luigi  IX.  La 
pace  e  le  condizioni  si  confermarono  for- 
malmente a  Parigi,  a'9  o  1 1  aprile.  L'at- 
to fu  concluso  e  stipulato  tra  Raimondo 
VII,  la  s.  Sede  e  s.  Luigi  IX  ;  ed  il  conte 
venne  assolto  per  autorità  di  Gregorio  IX 
dal  suo  legato  cardinal  Bonaventura  Ro- 
mano. Giovanna,unìca  figlia  del  confe,fu 
fidanzata  e  poi  sposata  da  Alfonso  conte 
di  Poiliers  e  fratello  del  re  di  Francia, 
colla  condizione,  che  se  da  loro  non  na- 
scessero figli,  la  contea  di  Tolosa  e  la  Lin- 
guadoca  apparterrebbero  alla  Francia, 
Decaduto  Raimondo  VII  da'  suoi  stati, 
anco  in  conseguenza  del  disposto  dal  con- 
cilio Laterauense  fin  dal  1 2 1  5,  come  per 
diritto  di  conquista  fatta  coli' armi,  e 
cessione  fatta  da  Raimondo  VI  in  ter- 
mini amplissimi,  in  pei  petuo  fu  dato  al- 
la s.  Sede  il  Venaissino  in  piena  sovra- 
nità, e  ciò  per  compenso  delle  gravissime 
spese  fatte  da  lunijo  leojpo  da'  Papi  co' 
legati,  co'presidii  de'  luoghi  alla  loro  cu- 
stodia aflldali,  e  per  guerreggiare  co*  cro- 
ciali gli  atroci  eretici,  per  la  pace  e  pro- 
sperità della  contrada,  difesa  e  mante- 
nimento della  pura  fede.  Il  paese  Vene- 
sino  fu  consegnato  alla  s.  Sede  nel  1229. 
Contribuì  alla  cessione  delle  terre  Vene- 
sine  alla  Chiesa  romana  il  re  s.  Luigi  IX, 
il  quale  ebbe  la  suddetta  contea  di  M.d- 
gueil,  sulla  quale  la  s.  Sede  avea  ragio- 
ni sovrane.  Al  re  fu  inoltre  dato  4  de'  7 
castelli  di  là  dal  Rodano,  ch'erano  pure 
devoluti  alla  ».   Sede  per  l' obbligazioni 


VEN 

contralte  dal  defimto  Raimondo  VI.  In 
conseguenza  delle  quali,  ed  in  forza  del 
riconosciuto  dal  trattato  di  Parigi,  su- 
bentrò la  s.  Sede  eziandio  ne'  diritti  del 
conte  sopra  Avignone,  al  modo  già  ri- 
portato;e  ricevette  ancora  in  sovranità  le 
contee  dal  Valentioese  e  del  Diese,  ossia 
del  Valentinois  e  di  s.  Diez,  delle  quali 
trattai  all'articolo  Vale\za  di  Francia, 
qual  sede  de'  conti.  Ivi  dissi,  come  Gre- 
gorio IX  nel  1228  divenuto  supremo 
signore  di  tali  due  contee,  le  accordò  in 
feudo  al  conte  Aimar  II  con  molli  pesi, 
fra'  quali  che  le  seconde  appellazioni 
giudiziarie  <li  dette  terre  si  devolvesse- 
ro ai  presidi  e  rettore  pontificio  del  Ve- 
naissinOjChe  la  s.Sede  cominciò  a  gover- 
nare nel  1229  e  continuò  sino  alla  rivo- 
luzione di  Francia,  che  lo  tolse  con  Avi- 
gnone a  Pio  VI,  nel  modo  che  rifcM-irò. 
Quanto  alle  contee  Valentinese  e  Uiese, 
di  poi  Alessandro  VI  le  cede  a  Luigi  XII 
re  di  Francia,  onde  costituirle  nel  duca- 
to di  Valentinois,  per  investirsene  il  di 
lui  figlio  famoso  Cesare  Borgia,  perciò 
coniiuiemente  appellato  il  duca  Valen- 
tino. Fiainujndo  VII  fu  versipelle,  e  piii 
volte  venne  rimproverato  e  minacciato 
da  Gregorio  IX  e  dal  re  di  Francia.  Ili 
perchè  si  adìdò  poi  il  governo  della  con- 
tea di  Tolosa  ad  Alfonso  di  Poitiers  ge-| 
nero  del  conte.  Questi  non  avendo  polu- 
tootteneredal  Papa  l'investitura  del  Ve- 
nesino,  la  domandò  e  ottenne  illegalmen- 
te dall'imperatore  Federico  II;  concessio- 
ne nulla  pel  decretato  dal  concilio  Late- 
rauense, e  per  essere  Federico  II  inter- 
detto dalla  s.  Sede,  qual  persecutore  di 
essa,  per  cui  i  rettori  pontificii  continua- 
rono a  governare  il  Venesinoper  la  Chie- 
sa romana,  tranne  alcune  signorie  de'ba- 
roni  partigiani  del  conte.  InlanloRaimon- 
do  VII  invocandola  pontificia  misericor- 
dia, ottenne  l'assoluzione  dalle  censure 
da  Gregorio  IX.  Recatosi  in  seguito  a 
Roma  per  giustificarsi  da  altre  imputazio- 
ni con  Papa  Innocenzo  IV,  da  lui  anche 
(jltenue,ad  istanza  di  s.  Luigi  IX,  l'asso- 


VEN 

luzionee  I<i  vitalizia  investitura  del  Ve- 
nejiinu  iloininiu  della  s.  Sede,  e  così  pei' 
sua  figlia  e  genero,  se  non  avessero  pro- 
le. Moiì  piamente  Raimondo  Vii  nei 
1249*  lasciando  sua  erede  universale  la 
fj^lia,  estinguendosi  con  lui  la  discenden* 
za  maschile  de'  potentissimi  conlidi  To- 
losa. Gli  sui^cesse  il  genero  Alfonso  conte 
di  Poiliers,  clie  morì  nei  1271,  e  la  mo- 
glie lo  seguì  nella  tomba  4  giorni  dopo. 
Lo  7,io  Fdippo  III  V Ardilo  re  di  Francia, 
raccolse  tutta  la  loro  eredità,  riunendo 
alla  Francia  la  contea  di  Tolosa  e  la  Lin- 
guaduca.  ignorando  il  re  i  diritti  della  s. 
Sede  sul  Venesino,  se  n'impossessò  in  uno 
alla  metà  della  città  d'Avignone.  Cono- 
sciuto perù  rerrore,ad  istanza  diPapaGre- 
gorio  X,  nel  injZ  restituì  prontamente 
alla  Chiesa  romana  la  provincia  Venais- 
&iua,  senza  che  il  Papa  si  curasse  di  ripete- 
tela melàd'Avig(ione,che  Ali(:)nsodi  l^oi- 
tiers  avea  ridotto  alla  sua  ubi)idieuza.  II 
p.  Bonucci,  ntW Istoria  del  b.  Gregorio 
Xy  riferisce,  che  il  Papa  da  Lione  scrisse  a 
Filippo  ili,  rallegrandosi  con  lui, per  aver 
benignamente  accettato  l'avviso  da  Gu- 
glielmo da  IVIatiscone  cappellano  ponliQ- 
ciò, e  uditore  generale  della  camera  e  dei 
palazzo  apostolico,  coi  volere  liberamen- 
te restituire  alla  Chiesa  romana  la  terra 
Venesina, stala  dallo  ziodi  lui  Alfonso  con- 
te di  Tolosa  e  di  Poitiers  usurpata,  e  do- 
po la  sua  morte  pervenuta  nelle  di  lui  ma- 
ni. Per  cui  il  Papa  lo  pregò  d'  inviare  i 
suoi  ministri  per  consegnarne  alla  roma- 
na Chiesa  il  possesso,  indirizzandoli  alia 
curia  romana,  aillnchè  i  procuratori  di 
essa  conferendo  co'niinistri  regi,  insieme 
si  recassero  ad  edetluai  la.  Il  re  a  persua- 
sione del  l\Tpa,  mentre  questi  ancora  di- 
morava in  Lione,  restituì  alla  Chiesa  ro- 
mana la  terra  del  Venaissino;  e  Gregorio 
X  ne  rese  le  grazie  al  re.  Parecchi  scrit- 
tori, malmenando  e  sfigurando  la  storia, 
o  non  istruiti  o  per  malignità,  tacendo  af- 
fatto tullu  il  qui  in  brevi  cenni  riferito, 
senza  narrare  alcuno  de'  molteplici  pre- 
ccdeuli  iulli;  cuti  franco  lucuuisiuu  iii  li- 


VEN  i53 

mitaronoa  dire,  li  contado  Venaissino 
nel  1274  fu  donato  e  ceduto  da  Filippo 
III  a' Papi,  che  lo  possederono  sino  al 
1790,  e  veime  riunito  alla  Francia  nel 
I  791.  Altrettanto  e  semplicemente  copia- 
rono italiani  e  francesi,  auciie  moderni, 
non  senza  altri  errori  madornali;  fra'  pri- 
mi eziandio  il  nostro  riputalo  Castellano, 
il  quale  disse  il  contado  Venosinu  acqui- 
stato da  Clemente  Vi,confuudendo  così  e 
amalgamando  l'acquisto  fatto  da  quel  Pa- 
pa della  città  d'Avignone.  Anzi  mi  piace 
di  qui  ricordare,  ciie  la  slessa  Provenza^ 
come  dichiarai  in  tale  articolo,  il  i.°suo 
conte  ereditario  Bertrando  nel  i  08  1  l'of- 
frì interamente  a  s.  i'ieiro,  facendola  tri- 
i)utaria  della  s.  Sede,  il  p.  Fantoni  ripor- 
ta i  diplomi  imperiali  e  di  altri  sovrani, 
che  confermarono  alla  Chiesa  romana  ii 
pieno  dominiodel  Venesino.  Ecco  come 
egli  descrive  il  contado.  Conteneva  3  cit- 
tà vescovili,  Carpentras  sua  particolare 
capitale, Cavailion  e  Vaison.e  69  tra  ter- 
re, castelli  e  villaggi.  Anticamente  veni- 
\a  ripartito  in  3  giudicatore,  di  Carpen- 
tras, di  Lilla  e  di  Vaireas.  Lilla  avea  cir- 
ca 6000  abitanti,  opulente  pel  commer- 
ciò, e  resa  da'  Papi  contro  gli  ugonotti 
inaccessibile  alle  loro  furiose  armi:  il  fiu- 
me Sorga  in  più  rami  vi  scorre,  e  venne 
pur  chiamato  Macao  e  Macliavilla.  Vai- 
reas si  dtstinguea  per  16  luoghi  su  cui  e- 
>itendeva  la  sua  giurisdizione,  in  Carpen- 
tras dimorava  ii  giudice  dell'appellazio- 
ni, a  cui  si  devolvevano  l'appellazioni  da' 
giudici  di  Lilla  e  di  Vaireas  :  era  tempo- 
raneo e  costituito  dai  vice-legato.  Vi  ri- 
sieileva  ancora  ii  rettore  del  conlado,con 
proprio  luogotenente.  Egli  non  solo  giu- 
dicava immedialamenle  nel  dipartimento 
dellii  giudicatura  diCarpentras,  ma  ezian- 
dio era  giudice  supremo  della  provincia 
tutta  del  Venesino,  cou  giurisdizione  che 
disponeva  anche  della  vita  delle  persone: 
questo  magistrato  equivaleva  a  un  presi- 
de di  provincia,  e  veniva  nominato  eoa 
Ineve  did  sovrano  I^ontefjce.  ii  contado 
Yenesinu  riceveva  la  direzione  del  gover- 


l'-.i  VEN 

no  politico  ed  economico  claira«emblea 
degli  stali  del  paese,  compostagli  Bordini: 
ecclesiastici, nobili  feu(latarì,e delle corau- 
nilà.  Gli  eletti  o  rappresentanti  degli  ec- 
clesiastici erano  i  vescovi  di  Carpentras- 
«o,  di  Cnvaillon  e  di  Vaison.  L'ordine 
ile'  nobili  feudatari  non  avea  che  un  elet- 
to, scelto  ogni  3  anni  dal  ceto.  Gli  eletti 
<leir  ordine  ilelle  comunità  erano  il  i.°  e 
il  2.°console  di  Carpentrasso,  ili."  conso- 
le di  Lilla,  ili."  contìole  di  Vaireas,  il  t.° 
console  di  Pernes,  il  i,"  console  di  Cavail» 
lon,  e  il  i.° console  di  Bolena.  Tra  gli  al- 
tri alTari  che  tratta vaiisi  nell'assemblee, 
vi  si  determinava  in  particolare  la  quan- 
tità delle  collette  da  imporsi  per  le  spese 
pubbliclie,  e  lesue  determinazioni  si  mu* 
liivanocoll'appiovazione  del  prelato  vice- 
legato d'Avignone.  La  serie  de'  seguenti 
rettori  del  contado  Venesino,  da'  primi 
tempi  die  la  s.  Se^\e  vi  esercitò  il  sovrano 
dominio,  giunge  fino  al  1672,  perchè  il 
p.  Fnntoni,  da  cui  la  ricavo, 6  anni  dopo 
pubblicò  la  sua  storia.  i235  Giovanni 
Bauciano,  arcivescovo  d'Arles,  quando 
il  Venesino  già  evasi  devoluto  alla  s.  Sede 
pel  trattato  di  Favigi  nel  1228,  fatto  da 
Gregorio  I X.  1 240  Guglielmo  dt  Bario- 
lis,  vescovo  di  Carpentras,  nominato  da 
Gregorio  IX.  117  3  Gasali  e  Imo  di  Villa' 
reto,  gran  priore  di  s.  Gitles  de'cavalieri 
gerosolimitani,  dopo  che  la  s.  Sede  ave- 
wa  ricuperato  il  possesso  del  Venesino,  e- 
letto  da  Gregorio  X,  127.5  Raimondo  di 
Grnxsaco,  commendatore  d'Orange  d«* 
cavalieri  gerosoli  mi  tani,dichiaratodaGre* 
gorio  X.  1277  Filippo  di  Bernisson,  de- 
putato da  Micolò  IH.  1291  Giovanni  di 
Grillac,  fatto  da  Nicolò  IV.  1291  R'tg' 
gero  de  Spinis  fiorentino,  nominato  da 
lionifacio  Vili,  i  3oo  Giovanni  Artemi- 
*//o,  elello  da  Bonifacio  Vili.  i3o2  Gui- 
do di  Monlalcina,  dichiarato  da  Bonif-i- 
ciò  Vili.  I  3o9  Raimondo  Guglielmo  di 
Jludos,  scello  da  Clemente  V.  1 3 16  Ar- 
tialdo  de  Trojan,  iW  Giovanni  XXII.  Il 
Novaes  dice  che  alla  morte  di  tale  Papa, 
uel 1 334  era  Maresciallo  (P^.)  della coi- 


le  romana  e  governatore  della  contea  Ve* 
naisina  il  conte  di  Noailles,  Il  marescial- 
lo della  curia  romana  esercitava  in  Avi  • 
gnone  la  giurisdizione  criminale,  come  si 
trae  da  una  bolla  di  Clemente  V.  i334 
Pietro  Guglielmo, vescovo d'  Grange,  di 
Benedetto  XII.  134^  Giovanni,  vescovo 
di  Frejus,  di  Clemente  VI.  iZ^^Giovan- 
ni  signore  della  Rupe  o  della  Rocca,  di 
Clemente  VI.  Egli  forse  fu  parente  del 
Maresciallo  Ugo  de  Ruppe,  anche  Mae- 
stro del  sagro  Ospizio.  i356  Giovanni 
ICrnandez  de  Heredia, cavnWeve  geroso- 
limitano, d'Innocenzo  VI  :  poi  divenne 
gran  maestro  del  suo  ordine,  e  regolò  la 
nave  che  condusse  Gregorio  XI  a  Come- 
to,  nel  restituire  la  pontificia  residenza  a 
Roma,  i3ji8  Guglielmo  de  Rko/ilac, 
d'Iimocenzo  VI.  1 365  Filippo  diCabas' 
sole,  oriundo  d'  Avignone  e  nato  in  Ca- 
vaillon,  patriarca  di  (ierusalemme  e  poi 
cardinale,  d'Urbano  V.  i366  Gaiveli- 
no,  vescovo  di  Mag«»alona,  d' Urbano".  V. 
1376  Giovanni  di  B  ransaco  o  Brognier, 
poi  anticardiiiale  dell'antipapa  Clemente 
VII,  e  riconosciuto  indi  per  cardinal  ve- 
scovo di  Sabina,  di  Gregorio  XI.  iBBg 
Arrigo  de  Severy,  fatto  dall'antipapa 
C\&min\.QW\\.Gioviinnid'  Alserino,'^vO' 
tonolario  apostolico  e  uditore  di  rota,  no- 
minatodairantip;ipaGlemeote  VII.  1404 
y/«to«/or/eZ^fmrzspagnuolo,elettodalsuo 
consanguineo  antipapa  Benedetto  XIII^ 
i4io  Giovanni  di  Poiùers,  vescovo  di 
Valenza  e  conte  del  Valentinese,  eletto 
daGiovanni  XXlll.  \ ^7.!i.GiaconioCani- 
plon,  vescovo  di  Carpentras,  di  Martino 
V.  1429  Pietro  Cotini,veicovodi  Castro, 
diiVIartino  V.  i432  Onofrio  diFrancesco, 
da  s.Severino.diEugeniolV.Forse  è  Ono- 
frio Francesco  Smeducci  vescovo  di  Melfi 
e  vicario  di  R.oma.1457  Ruggero,  di  Ga- 
stel!»uono,di  Calisto  III.  1458  AngcloGe 
raldini,(.\' \me\\a  e  vescovo  di  Sessa,diPi(* 
II.  1464  Costantino  Eruli,  di  IVarni,  ve- 
scovo di  Todi.di  Ti  voli  e  poi  diSpoleto,  di' 
Paolo  II,  1 485  Ridolfo  Bonifacj,à'\\u\o- 
cenzo  V 1 1 1 . 1 490 Gta,  AudreaGrinialdi, 


I 


VEX 

rpscovodiGrasse.d'InnocenzoVIIT.  i5o3 
Galeotto  (fella  Roverr,  vescovo  di  Savo- 
na, d'Alessandro  VI.  Questi  è  Galeotto 
Fianciolti  della  Rovere,  che  lo  zio  Giulio 
11   creò  cardinale.  i5o5   Francesco  di 
Slagno,  vescovo  di  Rode/.,  di  Giulio  II, 
I  5  IO  Angelo  Leonini,  arcivescovo  di  Sasr 
sari.diGiidioI  1. 1  5  i  3  Pietro  flcf'aletariì, 
vescovo  di  Caipentras,  di  Leone  X.i5r4 
Francesco  di  f'illanova,  di  Leone  X. 
i538  Gerardo  di  Co /vie/////77io,  abbate 
di  s.  Tiberio  in  Linguadocn,  di  Paolo  III. 
I  546  Paolo  Sadoleto,  eletto  di  Carpen- 
Iras,  di  Paolo  III.  i573  Andrea  Recu- 
perati, di  Giidio  III.  1 554  Antonio  fac- 
eti,d'x  Giulio  III.  i555  Lorenzo   Tara- 
sconi,  prolonotario  apostolico  di  Paolo 
JV.  i565  Pietro  Sahbatier,  ài  Pio  IV. 
I  56G  Francesco  di  Castellana,  di  s.  Pio 
V:  Lodovico  Bianco  <]'\  Rocca  Martina; 
Cesare  Brancacci,  abbate  di  s.  Andrea, 
il  quale  venuto  dall'  ebraismo  al  cristia- 
itòsinto,  lasciata  l'abbadia  e  trasteritosi  a 
Venezia,  miseramente  tornò  a  giudaiz- 
zare;  fu  precettore  di  Genebrardo.  1577 
Domenico  Grimaldi,  vescovo  di  Cavail- 
lon,  di  Gregorio  XIII.  i584  Francesca 
Angoli,  di  Gregorio  XIM.  i  588  Giaco- 
mo Sagrati,  vescovodi  Carpentras,  di  Si- 
sto V.i5q3  Giigliemo  CheisomiyVeacofO 
di  Vaison,  di  Clemente  Vili.  iSgS  A- 
chille  Ginnasio,  di  Clemente  VUl.  i594 
PierGirolamoLeopardi,}^vepoii\o  di  Re- 
canali, di  Clemente  VMI.  i5q8  Orazio 
Capponi,  vescovo  di  Carpentras,  di  Cle- 
mente  Vili,  1600  Pompeo  fiocchi,  ve- 
scovo di  Cavaillon,  di  Clemente  Vili, 
1600  N.  Tuschani,  di  Clemente  Vili. 
I  602  Giovanni  de  'fidlia,  vescovo  d'O- 
range,  di  Clemente  Vili.  iGq5  Giaco- 
mo Rocamatoriy  abbate  di  s.  Maria  di 
Canne  in  Italia,  di  Clemente  Vili. 1607 
Ottavio  Mancini,  vescovodi  Cavaillon, 
di  Paolo  \  :  Baldassare  Gaddi,  fioren- 
tino, di  Paolo  V.  i&i ^Cosino  de  Bar' 
di,  vescovo  di  Carpentras,  di  Paolo  V. 
162  I  Cesare  Racagna,  poi  vescovo  di 
cillà  di  Castello  e  governatore  di  Homa, 


VEN  i5j; 

di  Gregorio  XV.  1627  Antonio  Bru- 
uacci,  vescovodi  Conversano,  d'Urbano 
Vili,  1628  Francesco  SHarez,p\'e\>o^\o 
d'Avignone  sua  patria,  di  Urbano  VUIt 
1629  Persio  Caraccio,  poi  vescovo  di 
Larino,  d'Urbano  Vili.  i63o  Giovanni 
Battista  Bonghi,  d'Urbano  Vili.  1637 
Cosmo  Keeremans,  preposto  d'Orange 
e  uditore  del  cardinal  Bigbi,  d'  Urbano 
Vili.  1644  '"  nuo^o  Keeremans,  per  di- 
sposizione d'Innocenzo  X,  i652  Mario 
Bufi,  d'Innocenzo  X.  i656  Cesare  Sal- 
vano, d'Alessandro  VII.  i663  France- 
sco de'  Conti  di  Montemarte  e  di  Tili- 
gnano,  cavaliere  di  Malta,  d'Alessandro 
VII.  1672  N.  Vihod,  torinese,  di  Cle- 
mente X.  Nelle  Notizie  di  Roma,  che  ivi 
si  cominciarono  a  pubblicare  nel  1716 
si  riporta  la  serie  de'  Ministri  della  s. 
Sede  apostolica  nello  Stato  d'Avigno- 
ne e  Contado  Venaisino,  cioè  per  Avi- 
gnone; il  vice-legato,  l'uditore  generale, 
il  datario,  il  fiscale  e  procuratore  genera- 
le, il  tesoriere  della  camera  apostolica  a 
depositario  generale,  1' aichivista  e  se- 
gretario di  stato.  Pel  contado  Veiiesino  ; 
il  rettore  di  Carpentras,  il  tesoriere  del- 
la camera  apostolica  nel  contado  Venai- 
sino, l'avvocato  generale,  il  tesoriere  del- 
la provincia.  L'ultimo  rettore  di  Car[)en- 
trasso  fu  l'ab. Cristoforo  Pieracchi, giure- 
consulto, da  Pio  /^/dichiarato conte  pa- 
latino, quando  l'inviò  in  Francia  per 
suo  ministro  plenipotenziario  a  Parigi, 
in  conseguenza  dell'armistizio  imposto 
da  Napoleone  Bonaparte  generalissimo 
de'  repubblicani  francesi  a'  23  giugno 
1  795  al  Papa  in  Bologna,  da  loro  di  pre- 
potenza occupata,  onde  negoziare  una 
pace  definitiva;  ma  il  Pieracchi  ricusò  di 
sottoscrivere  la  convenzione,  per  un  ar- 
ticolo inconciliabile  colle  massitne  della 
religione  cattolica.  Tutto  può  vedersi  nel 
contemporaneo  Baldassai  i  sincero  stori- 
co, nella  Relazione  dell^ avversità  e  pa- 
timenti del  glorioso  Papa  Pio  FI,  e  in 
breve  ne'  miei  due  articoli  indicali  e  ne- 
gli altri  rejatiJi,  Pel  fatale  trattato  delta- 


i56  VEN 

lo  ila  Napoleone  Conaparle  a  Tolentino, 
ili  cui  dovrò  riparlare,  de'  19  febbraio 
I  797,  da  quell'anno  non  più  nelle  Notì- 
zie di  Roma  si  leggono  i  ministri  della  s. 
Sede  d'Avignone  e  del  contado  Venaisi- 
fio,  siccome  ceduti  per  forza  alla  Fran- 
cia. Ora  conviene  retrocedere,  e  accenna- 
re la  stravagante  e  deplorabile  traslazio- 
ne della  papale  residenza  da  Roma  in  A- 
vignone,  dalle  celeberrime  rive  del  Z'cve- 
rt  a  cpjelle  del  Rodano,  con  funestissime 
conseguenze  per  l'Italia  e  per  la  Chiesa 
universale,  argomento  svolto  in  tanti  ar- 
ticoli, cui  aggiungeiò  in  questo  altre  no- 
zioni ;  oltre  di  dovere  quindi  anche  nar- 
rate  quanto  mi  resta  a  dire. 

Nel  memorabile  Conclave  di  Perti- 
g/<^,  per  gì'  intrighi  del  famoso  e  scaltro 
cardinale  di  Prato  (f.),  ligio  all'inde- 
gno, violento  e  prepotente  Filippo  IV  il 
/Jello  re  di  Francia,  a' 5  giugno  i3o5 
\\\  eletto  Papa  l'assente  Bertrando  di  Gol 
arcivescovo  di  Bordeaux,  senza  essere  in- 
signito della  dignità  cardinalizia;  che 
preso  il  nome  di  Clemente  P\  in  conse- 
guenza delle  deplorabili  assunte  obbliga- 
zioni, chiamò  in  Francia  i  cardinali,  si 
fece  coronare  a  Lione,  e  dichiarò  di  resta- 
re in  Francia,  per  compiacerne  il  re  che 
avea  contribuito  alla  sua  esaltazione,  e 
troppo  pauroso  delle  turbolenze  d'Italia 
agitata  dalle  f.izioni  ù&  Guelfi  e  Ghibelli- 
ni {r.),Bianc/ii  e  IVeri(F.),\  quali  ultimi 
nomi  furono  riprodotti  da  alcuna  delle 
moderne  Sette  {f^^.).  Passato  in  Poitiers 
(/'.),  stabilì  di  fissare  il  suo  soggiorno  ad 
Avignone  (F-),  preferendolo  ad  una  Ilo- 
ina  (^.))  anco  perchè  in  Provenza  e  vi- 
cino e  contiguo  a  tal  città  la  s.  Sede  pos- 
sedeva in  sovraiìità  il  V^enaissino,  il  che 
rilevai  ancora  nel  voi.  LXXVII,  p.  4S> 
notando  i  luoghi  percorsi  dal  Papa.  Pre- 
feiì  .Avignone  per  non  essere  soggetta  al 
re  di  Francia,  ma  a' conti  di  Provenza, 
onde  liberarsi  dall'  importune  esigenze 
di  Filippo  IV  prosontuosamente  incon- 
tentabile, ove  Bonifacio  Vili  avea  fon- 
dalo r  Lnivcrsitàd'Jvi^none(r.),  indi 


VEN 
privilegiata  da  Carlo  II  conte  di  Proven- 
za e  re  di  Sicilia.  Per  l'Epifania  del  iBog 
Clemente  V  si  recò  in  Avignone,  con 
tutta  la  Corte  e  Curia  Romana  (de'quali 
vocaboli  riparlai  nel  voi.  LXIII,p.  i53), 
dando  principio  per  essa  e  pel  Venaissino 
a  una  brillante  e  lunga  epoca  di  clamorosi 
avvenimenti,  di  splendore  e  d'opulenza. 
Nel  i3io  visitò  la  provincia  del  Vene- 
sino,  la  quale  nobilitò  col  titolo  di  con- 
tea, sebbene  non  manchino  sostenitori 
che  già  lo  godesse.  Certo  è  che  fece  bat- 
tere il  GìuWo  Moneta  pontifìcia  d'ar^ea- 
to,  in  cui  s'intitolò:  Comites  Fenasini^ 
(critto  nel  giro  interno,  e  in  quello  di 
fuori:  Agim.  tibi  Gra .0 ninipotens Dcu<! , 
e  nel  mezzo  una  Croce,  come  leggo  nello 
Scilla,  afferma  il  Suarez,  e  rilevai  nell'in- 
dicalo  articolo.  Di  più  usò  quel  Sigillo 
(F.)  pontifìcio  di  piombo,  avente  intor- 
no r  epìgrafe  :  Jn  Comilatu  Fcnalssini. 
Clemente  V  ripelnlanaente  fece  lungo 
soggiorno  nel  contado  Venaissino,  fra' 
<juali  in  Monteos  o  Monteux  nella  dio- 
cesi di  Vaison,  presso  la  riva  sinistra  del- 
l'Auzonj  per  sollevarsi  dullecure  del  pon- 
tificalo, massime  nella  stagione  estiva, 
ove  presso  la  nobile  fontana  di  Grazello, 
e  nel  priorato  omonimo  dis.  Maria,  fab- 
bricò per  sua  abitazione  un  magnifico  pa- 
lazzo, avendo  acquistato  la  terra  il  suo 
nipote  Bertrando.  Frequentò  pure  per  vil- 
leggiatura Malaucene  nella  detta  diocesi, 
altre  volte  abitala  da  molli  giudei,  cia- 
scuno de'quali  per  la  scuola  pagava  al 
vescovo  una  libbra  di  pepe,  una  di  gin- 
genio  (sic)  e  due  di  cera  ogni  anno.  In  que- 
sti due  luoghi,  presso  Cai  peolras,  il  Papa 
rese  la  maggior  parte  de'suoi  oracoli,  fu 
consultato  da  tutte  le  parli  d'  Europa, 
emanò  molti  diplomi  e  compose  le  costi- 
tuzioni per  lui  dette  Clementine.  Essen- 
do malconcio  nella  sanità,  dopo  il  mag- 
gio del  I  3  I  3  colla  corte  e  curia  si  portò 
a  Carpentras  capitale  del  Vencsino,  sti- 
mando fosse  più  conveniente  al  pontifi- 
cio decoro,  con  dimorine  in  una  città  di 
cui  era  sovraua  la  s.  Sede,  e  vi  reato  fi- 


VE  11 

no  al  princìpio  d' aprile  i3i4i  secondo 
il  p.  Fantoni.  Ivi  lasciò  la  corte  e  partì 
per  Villandraud,  presso  Bordeaux,  onde 
ristorarsi  colf  aria  niitiva,  ma  f^iutito  a 
BocheDiaure,  dijjartimenlodell'Ardeclie 
nella  Linguadoca,  presso  la  destra  spon- 
da del  Bedano,  ivi  mori  a'  20  di  (Iclto 
mese.  Il  corpo  tu  portato  a  Carpenlras 
ov'  erano  i  cardinali.  Dopo  lunga  sede 
vacante,  in  Lione  nel  i3i6  gli  successe 
Giovanni  AA/ydi  Carliors,  vescovo  d'A- 
vignone, ove  si  porlo  per  aver  dichiarato 
che  ivi  dovea  risiedere  il  Papa.  A  quelli 
che  gli  proponevano  di  prendere  il  seggio 
vescovile  di  Cahors,  rispose  che  sareb- 
be rimasto  semplice  vescovo  di  Calior>; 
mentre  assumendo  il  vescovato  di  Kouia 
sarebbe  stato  il  vt-ro  Papa.  Nondimeno 
e  benché  avea  promesso  di  recarsi  a  Do- 
logna,  non  redettuò  ne|)pure  dopo  l'in- 
trusione in  Roma  dell'eHìmero  antipapa 
^'icolò  V.  Pubblicò  la  bollaZ>«/»  a  nohis, 
dell."  gennaio I  324» •^"^^' ^on;.  1.3, par. 
2,p.  igo  :Juiisdiclionis pars  qiiacdanì, 
nonnidlique  reddiiiis ,  spcclantts  ad 
Ecclesia  ni  Avenioncn.  in  Caslris  Fon- 
tis  SorgiaCj  et  de  Interaquis  ab  ea  sepa- 
rati Bomanae  Ecclcsiae,  ti  Comilalid 
f^enaisini  uniiintur.  Per  sua  morte  nel 
i334  si  tenne  ili. "conclave in  Avignone, 
in  cui  r  eroico  cardinalRaimondi  deCom- 
minges  fece  la  Rinunzia  del  ponlificalo 
^^.^,  offertogli  coir  indegna  condizione 
di  non  restituire  a  Roma  la  residenza 
pontificia.  Mostrò  di  volerlo  fare  l'eletto 
BenedettoXII  ù\  Saverdun,  ma  i  cardi- 
nali ormai  quasi  lutti  francesi,  preferen- 
do al  bene  della  Chiesa  il  soggiorno  lo- 
rograditodi  Provenza,  e  i  privali  vantag- 
gi grandi  che  ne  derivavano  a'connazio- 
oali,  per  meglio  stabilire  la  residenza  d'A- 
vignone, lo  mossero  a  fabbricare  il  Pa- 
lazzo apostolico  d'  Avignone  (V.).  Cle- 
mente V  avea  abitato  dai  domenicani  (co- 
me può  vedersi  in  Giovanni  Mahvel, 
Hislona  convcntus  Avenionensis ,  § 
Praedicatorum,  Avenione  1 678),  e  Gio- 
vaoDi  XXII  uell'episcopio.  Benedello  XII 


YEN  i57 

talvolta  dimorò ntlla  vicina  lerra del  Pon- 
te di  Soiga,  il  cui  fiume  bagna  Avigno- 
ne, luogo  del  Venesino.  Morto  nel  i34'2 
Benedello  XII  in  Avignone,  ivi  gli  suc- 
cesse Clemente  FIiì»Io  in  Bozier,  il  quale 
a'  g  giugno  1  348  per  80,000  fiorini  d'o- 
ro coD>prò  la  città  d'  Avignone,  da  Gio- 
vanna 1  regina  di  Sicilia  e  contessa  di  Pro- 
venza. Imparo  dal  Garampi,  Saggi  dì 
osservazioni  delle  antiche  monete  pon- 
tificie,che  Clemente  VI  il  i.°  novembre 
1348  deputò  in  suo  vicario  o  vighiero 
temporale  di  Avignone,  Ficarii  Civita' 
tis  A vinionen. ^Gunanóo  Amici;  ed  ag- 
giunge che  nel  i35i  esercitava  quest'uf- 
fìzio, con  giurisdizione  nella  città,  Ram- 
baldo  de  Podio.  Parla  pure  del  vicario 
del  successore  Berengario  Raimondi.  Il 
p.  Fantoni  tratta  del  tribunale  di  sua 
gìurisdisione  civile  e  criminale,  da  cui  di- 
pendevano due  giudici.  Egli  era  vicario 
del  Papa  come  signore  temporale  della 
cillà,  carica  ch'ebbe  origine  da'governa- 
tori  che  vi  deputavano  i  conti  di  Proven- 
za e  di  Tolosa;  e  riporta  una  serie  di  vi- 
ghieri  dal  i547al  1672.  .Aumentò  Cle- 
mente VI  il  palazzo  apostolico,  e  servi 
poi  di  residenza  a' pontificii  vice-legali 
d'Avignone  e  del  Venesino,  finché  vi  do- 
minarono i  Papi.  Nel  i352  in  Avignone 
ov' era  morto  Clemente  VI,  gli  fu  sur- 
rogalo Innocenzo  /^7diMalmonte,come 
il  predecessore  della  diocesi  di  Limoges. 
Egli  pure  terminò  i  suoi  giorni  in  Avi- 
gnone, nel  1  362, e  fu  sepolto  in  Villanova 
presso  Aviguone,  ove  talvolta  fece  sog- 
giorno, come  r  antecessore.  Nel  conclave 
restò  eletto  Urbano  /^di  Grissac,o limo- 
sino come  vogliono  altri,  benché  non  fos- 
se cardinale.Riguardando  la  dignità  ponti- 
ficia come  esiliata  al  di  là  de'monti,  men- 
tre era  in  Avignone,  ricusò  dopo  la  coro- 
nazione di  comparire  io  cavalcala  per  la 
città.  Superale  poi  tulle  le  difficoltà,  partì 
dalla  Provenza,  ed  entrò  in  Roma  a' 16 
ottobre  i  367,  e  v'introdusse  la  celebra- 
zione delle  Cappelle  pontificie  (F.)  nel 
palazzo  apostolico,  e  secondo  il  costume 


j  j8  yen 

d'Avignone  alla  Cappa  (f^^.)  fu  aggiunto 
il  cappuccio  con  foL\eve  di  pelli.  Ma  ili  poi 
jjer  esliiiguere  le  guerre,  ad  istanza  dei 
taidiiiali  vagheggiatori  della  diletta  Pro- 
venza, tornò  in  Avignone  a*  24  settem- 
bre 1  370,  e  poco  dopo  mori  come  avea- 
gli  predetto  s.  Brigida  di  Svezia  nell'op- 
|)orsi  a  tale  risoluzione,  Fer  sua  villeg- 
giatura avea  edificalo  un  palazzo  al  Pon- 
te di  Sorga,  ove  villeggiò  pure  il  suc- 
cessore. Questi  fu  Gregorio  XI  di  Mai- 
inont.  Dichiarata  la  basilica  Lateranense 
sede  principale  del  Sommo  Pontefice  e 
la  I  /nella  dignità  fra  tutte  le  chiese,  con- 
cepì il  glorioso  proponimento  di  por  fine 
ad  una  specie  di  veigognosa  vedovanza 
in  cui  languiva  la  Chiesa  romana,  pel 
trasferì  mento  del  suo  capo  fuori  del  suo 
luogo  proprio  e  naturale;  il  che  aveano 
ancora  deplorato  i  due  più  grandi  uo- 
luitii  di  quel  secolo,  Dante  (di  cui  è  bel- 
lo ricordare  que'  divini  versi,  riportati 
iieir  articolo  Vaticano,  ossia  uel  volume 
LXXXVllI,  p.  218)  e  Petrarca,  dicen- 
*lo  esilio  la  dimora  de'  Papi  in  Avigno- 
ne, come  quelli  che  ben  conobbero  il 
liturno  del  Papato  in  Pioma  essere  ne- 
cessario a  restaurarne  l'antica  maestà  e 
1'  indipendenza,  non  meno  che  al  bene 
d'Italia,  e  colla  potenza  della  loro  pa- 
iola vi  si  adoperarono,  benché  indarno. 
A  questo  pure  erausi  adoperati  parecchi 
uouiinì  santi,  oltre  s.  Brigida,  fra'  quali 
specialmente  il  reale  minorità  Pietrod'A- 
ragona,  salito  in  tal  grido  di  santità,  ch'e- 
la  universalmente  chiamato  l'uomo  delle 
rivelazioni  e  de'  miracoli,  e  fu  lui  che 
animò  Urbano  V  a  tornare  ia  Roma. 
L'  effettuazione  del  grande  atto,  in  buo- 
na parte  si  deve  all'  eloquenza,  santità  e 
impareggiabile  zelo  ed  ardore  di  s,  Ca- 
terina da  Siena  òt\  3."  ordine  di  s.  Do- 
menico, la  cui  preziosa  salma  ora  Roma 
■venera  con  più  decoro,  che  celebrai  nel 
\ol.  LXXV,  p.  2  16.  JVon  è  facile  il  dire 
quante  e  quanto  gravi  si  attraversassero 
a  quell'  inqiresa  le  ditlicoltà,  quando  s. 
Cutoriaa  recatasi  iaAviguoue,mosi>a  dallo 


YEN 
spìrito  di  Dio,  si  pose  all'ardua  opera  di 
liberare  il  Papato  da  quella  che  gì'  ita- 
liani chiamarono  la  cattività  babilonese. 
L' indole  dolce  e  irresoluta  di  Gregorio 
XI,  le  lagrime  de'conuazionali  spaventati 
di  perdere  gì' immensi  vantaggi  goduti, 
le  lagrime  de' parenti  che  l'assediavano 
e  del  vecchio  genitore  Guglielmo  fratello 
di  Clemente  VI  (ancor  vivente  nou  solo 
avea  veduto  cardinali  e  poi  Papi  il  fra- 
tello e  il  figlio,  ma  uu  altro  fratello,   2 
nipoti  e  5  cugini  cardinali),  il  quale  giun- 
se fino  a  gettarsi  boccone  sulle  soglie  del 
palazzo  papale,  per  attraversare  il  passo 
ol  Pontefice  già  mosso  per  uscirne;   la 
renitenza  della  maggior  parte  de'  cardi- 
nali, poiché  il  Sagro  Collegio {f^.)poie- 
vasi  dire  tutto  francese  (  precipuamente 
composto  di  guasconi  ),  e  de' cortigiani, 
per  essere  agli  uni  e  agli  altri  troppo  ca- 
re le  delizie  aviguonesi,  e  troppo  prepon- 
derante l'interesse  e  la  vanità  nazionale; 
le  caldissime  pratiche  d'  Enrico  li  re  di 
Casliglia  e  di  Leon,  perchè  la  vicinanza 
del  Papa  l' incoraggiava  a  combattere  i 
saraceni;  quelle  maggiori  di  Carlo  V  re 
di  Francia,  a  cui  troppo  era  a  cuore  e 
importava  di  ritenere  in  Avignone  il  Pa- 
pa, per  proseguire  a  influenzarlo  e  per 
tutto  quanto  ne  derivava  d'onori,  di  po- 
tenza e  di  ricchezze  a'francesi  ;  le  condi- 
zioni turbolentissime  d' Italia,  tutta   la- 
cera da  sanguinose  fazioni  e  da  ostinate] 
guerre;  i  mali  utnori  di  R^oma,  ove  peri 
la  titubanza  di  Gregorio  XI  a  portarvisij 
dopo  avere  i  romani  a  lui,  come  pratica- 
rono inutilmente  co'predecessori,inviatoi 
un'  ambasceria  con  invitarlo  di  far  rilor-i 
no  all'antica  sede,  seriamente  si  pensava 
ad  eleggere  Papa  il  patrizio  concittadi- 
no  Pietro  Tartari  (r.)  abbate  di  Mon- 
te Cassino;  le  agitazioni  dello  stato  pon- 
tificio, di  cui  molte  città  erano  io  aperta 
ribellione,  e  da  per  tutto  dominando  ij 
vicari  feudatari -e  altri  ambiziosi  signo-| 
rotti,  con  discapito  della  sovranità  pon-j 
lificia.  Oltre  a  lultociò  1'  esempio  di   f\ 
Papi  uuicaiuaile  e  di  prefereuza  frauce-l 


VEW 
si,  e  la  prescrizione  di  70  aoni  dell'  as- 
senza da  Roma  della   papale  residenza , 
le  incertezze  dell' esilo,  per  la  reiulegra* 
zione,  i  linaori  per  l'avvenire,  e  mille  al- 
tri impedimenti  che  veri  o   immaginari 
sempre  si  frappoogonu  all'uomo  in  sulle 
mosse  di  qualche  grande  impresa,  erano 
tutti  gravi   ostacoli  più  che  bastevoli  a 
»gomentarequalunque  gran  cuore  in  ac> 
cìngersi  all'elTeltuazione  della  risoluzione, 
giusta,  e  insieme  ardila  e  clamorosa.  Ma 
non  se  ne  sgomentò  s.  Caterina.  Colla 
sovrumana  potenza  della  sua  facondia  e 
della  sua  santità,  ella  mirabilmente  com* 
battè  e  vinse  lutti  gli  ostacoli  umani;  e 
per  opera  principalmente  di  lei,  cedendo 
in  fine  a'  voti  del  cristianesimo.  Papa 
Gregorio  XI  a'  io  settembre  1376  con 
]  3  cardinali,  lasciato  Avignone  e  la  Fran- 
cia, fece  il  suo  Ingresso  solenne  in  /fo- 
ma  (f  ■),  capitale  e  metropoli  del  cristia- 
nesimo, colla  corte  e  curia  romana  a'i  7 
gennaio  iS^y,  dopo  che  i   Papi  eransi 
Iraltcnuti  in  Avignone  7  1  anni,  7  mesi  e 
I  I  giorni,  fermandosi  ad  abitare  n<;l  fa' 
t ica no  ( P' .).  Gioì  2)ii)  Vasai  i  in  quei  mira- 
bile affresco  dello  sala  regia  di  tal  palazzo, 
ove  dipinse  il  trionfale  ingresso  di  Grego- 
rio XI  in  Roma  Ira'plausiele  feste  del  po- 
polo e  del  clero,  e  vi  scrisse  il  suo  nome  in 
greco  sulla  testa  del  Tevere  personificalo, 
diede  con  savissimo  accorgimento  d'arte 
alla  sua  connazionale  egian  vergine  sa- 
neseilpostomeritalo,rilraendoIa  inmez- 
to  al  campo  in  atto  di  precedere  e  gui- 
dare ispirata  i  passi  del  Pontefice.  Ria  il 
■vero  siè, che  l'umilissima  santa, ottenuto 
ch'ebbe  il  grande  inlento,  si  dikguò  dalla 
scena  ;  e  parlila  d'  Avignone  Jo  stesso  dì 
che  il  Papa,  ma  per  altra  via,  a, entre  que- 
sti riceveva  in  Italia  e  in  Roo  la  gli  osse- 
qui e  i  plausi  universali,  ella  già  si  era  ri- 
tirala a  Siena  ntll' umile  sua  dimora; 
donde  nonne  uscì,senon  qua  ndo  Grego- 
rio X 1  la  mandò  a  Firenze  so  a  ambascia- 
trice per  ridurre  all'ubbidieiu  a  i  fiorenti- 
ni. 11  eh.  barone  Reunionl  oss  erva,  Della 
diplomaiia  italiana  dal  sk  oloXHIal 


YEN  I  ^9 

Xn,  die  i  fiorentini  malconlcnli  de'smi- 
siirati  arbitrii  de'legati  di  Gregorio  XI 
in  Italia,  che  turbarono  l'antica  armonia 
e  forzarono  a  resistenza  il  comunedi  Fi- 
renze più  guelfo  di  lutti, e  perciò  di  parie 
papalcjprofiltarono  del  malcontento  del- 
lo stalo  pontificio,  per  eccitarlo  a  libertà, 
onde  tosto  in  tutte  le  cillà  scoppiarono 
sollevazioni. Gregorio XI  ìrrilato,scomii- 
nicò  i  fiorentini  nel  1376,  cacciandoli 
d'Avignone  e  da  tutti  i  suoi  dominii,  con 
grave  danno  de'  loro  commerci.  Gli  fu- 
rono spedili  da  Firenze  oratori  Donato 
Baibadori  e  Domenico  Salvestri.  Ei^si  e- 
sposero  che  ì  fiorentini  dimostri^ronsi 
sempre,  s'i  nella  prospera  che  nell'avversa 
fori  una,  figli  devoli  della  Chiesa,  e  che  di 
tull.o  il  male  era  solo  cagione  il  violento 
procedere  de'vicari  papali.  Ma  Gregorio 
XI  non  volle  udire  difese,  e  in  pieno  con- 
ciiloro,  alla  presenza  degli  ambasciatori, 
pronunciò  l'anatema  sui  fiorentini  nella 
J'oima  più  rigorosa,  mettendo  al  bando 
ì  loro  beni,  libertà  e  vita.  Allora  Donato, 
ordito  e  focoso,  gittossi  ginocchioni  a  ca- 
po scoperto  dinanzi  a  un  Crocefisso  che 
trovavasi  nella  sala,  e  audacemente  scia- 
mò: w  A  te,  Signore  GesùCristo,appello 
io  dall'  ingiusto  giudizio  del  tuo  Vicario 
in  quel  terribile  giorno,  nel  quale,  venen- 
do tu  a  giudicare,  non  varrà  appresso  te 
eccezione  delle  persone."  Quindi  i  fioren- 
tini inviarono  in  Avignone  per  loro  am- 
basciatrice s.  Csilerina  da  Siena,  la  quale 
non  solo  riuscì  alquanto  a  placare  Gre- 
gorio XI,  ma  ne  profittò  per  esortarlo  a 
restituire  a  Roma  la  residenza  papale,  « 
così  evitare  un'  imminente  scisma,  lodi 
in  Sarzana  si  venne  ad  un  accordo,  spe- 
cialmente per  l'interposizione  della  san- 
ta. Di  più  osserva  l'encomiato  alemanno 
scrittore,  che  dal  i3o5  al  1377  da  Cle- 
mente V  a  Gregorio  XI,  i  Papi  vissero 
nella  Ficiicia  meridionale,  tranne  la  bre- 
ve visita  d'  Urbano  Y  in  Italia,  onde  la 
loro  immediata  influenza  nelle  cose  ila- 
liane  andò  scemando,  quantunque  e  per 
aulica  tradizione,  e  per  lo  slato  che  li 


i6o  VEPf 

riconosceva  sovrani,  e  per  la  naturale  in- 
clinazione dello  spirito  guelfo,  in  ogni 
tempo  conservassero  autoritù  grande, 
mentre  la  vita  politica  delle  molte  repub- 
bliche e  de'  principali  di  mano  in  mano 
anda  va  cambiando  spirilo  e  forma.  A  nclie 
il  bar.  Reumont  dice,  che  il  periodo  del 
soggiornode'Hapi  in  Avignone  suol  chia- 
marsi l'esilio  babilonico  della  Chiesa;  im- 
perocché i  7  Papi  che  ve  lo  fecero  era- 
no francesi,  siccome  la  maggior  parte  de' 
cardinali  (avendo  nell'articolo  Avigno- 
ne riportato  le  promozioni  de' cardinali, 
ivi  si  potrà  vedere  quali  furono  i  france- 
si, ha'cpiali  molli  parenti  o  concittadini 
de' Papi;  gli  altri  essendo  un  inglese,  6 
spagnuoli,  I  3  ilaliani  e  tra  essi  6  roma- 
ni); lra'<|uali  pochi  furono  gl'italiani  le- 
gati d'Italia.  Uno  di  essi  fu  il  cardinale 
Annibaldo  Gaetani  da  Ceccano,  che  dice 
derelitto  e  disperalo,  perchè  in  Roma  de- 
serta batteva  le  mani  esclamando:  Me- 
glio sarebbe  che  io  fossi  in  Avignone  pic- 
colo pievano,  che  in  Roma  grande  pre- 
lato. Sentenza  che  spiega  perchè  tanto  in- 
dugiasse la  corte  papale  a  tornare  sulle 
rive  del  Tevere.  Ricorda  il  Reumont, co- 
me i  Papi  ne'precedenti  secoli  XII  e  XII ( 
diuioravano  spesso  lungi  dalle  tombe  de- 
gli Apostoli,  per  l'intricate  vicende  di 
Roma  e  la  continua  opposizione  degli  a- 
bitanti. «E  un  fallo  però, confermalo  da 
antica  esperienza,  che  i  romani,  malgra- 
do le  loro  velleità  antipapali,  non  pote- 
rono mai  vivere  lungamente  senza  i  Pa- 
pi. E  veramente  l'assenza  de'  medesimi 
fu  loro  sempre  dannosa  ;  come  dimostra 
la  storia  nelle  contese  cogl*  imperatori 
svevi,  nel  tempo  dell'esilio  d'Avignone, 
nell'epoca  del  grande  scisma,  e  nel  regno 
d  Eugenio  IV;  per  non  parlare  degli  av- 
venimenti moderni  e  di  tre  Papi  che 
portarono  il  nome  di  Pio  ".  Crede  il 
Reumont, che  la  venerazione  al  pontifica- 
lo scemò  durante  il  soggiorno  in  Fran- 
cia e  più  al  tempo  del  grande  scisma,che 
sono  per  ripiangere;  sebbene  non  disco- 
nosca che  la  potenza  temporale  del  pou- 


I 


V  EN 

tidcato  cominciò  a  consolidarsi  al  cessa- 
re del  medesimo.  Notai  in  più  luoghi, 
che  restituita  la  residenza  pontifìcia  a 
Roma,  quivi  s' introdussero  diverse  co- 
stumanze avignonesi,  venesine  e  francesi, 
come  la  forma  del  carattere  nelle  bolle 
pontifìcie,  al  modo  accennato  nel  voi. 
LXVI,  p.  gS,  e  qualche  variazione  nella 
Musica  Sagra  (f''^.).  Morì  Gregorio  XI 
nel  Vaticano,  e  ivi  V  S  aprile  iSyS  ca- 
nonicamente e  con  piena  concordia  re- 
stò eletto  il  napoletano  Urbano  I^I(y.), 
di  rigide  virtù.  Disgustati  tosto  i  cardi- 
nali di  sue  aspre  riprensioni,  sempre  a- 
gognando  il  ritorno  in  Provenza,  a  lui  si 
ribellarono  e  scismalicamente  pretesero 
deporloeleggendo  a'20  settembre  inFoQ- 
di  il  cardinal  Roberto  de'conti  di  Gine- 
vra (per  cui  ne  riparlai  nel  voi.  LXXII, 
p.  63).  Egli  prese  il  nome  di  Clemente 
VII,  e  portatosi  in  Avignone  vi  stabili 
una  cattedra  di  pestilenza,  nella  quale 
succedendogli  netl'  antipapato  Benedetto 
XIII  nel  1394,  ambedue  furono  ricono- 
sciuti e  ubbiditi  da  più  sovrani  e  prò- 
vincie,  inclusivamenle  al  Venesino  calla' 
Francia,  perciò  formandosi  due  Ubhi 
dienze  ( f''^.),i\\  Roma  e  di  Avignone,la  pri- 
ma co'  suoi  legittimi  Papi  e  cardinali,  la 
2/  co'suoi  antipapi  e  anticardinali.  Cosi 
i  cardinali  elettori  del  falso  Clemente 
VII  dierono  principio  al  gvaade  Scisma 
(V.)  d'occidente,  il  più  lungo  e  il  più 
pernicioso  di  tutti,  poiché  lacerò  l'unità 
della  Chiesa  per  ben  4o  anni,  anzi  le  sue 
funeste  reliquie  si  prolungarono  per  cir 
ca  altri  1 1  anni.  Urbano  VI  chiamò  in 
Roma  s.  Caterina  da  Siena,  per  valerse 
ne  di  consiglio  e  dì  aiuto  nella  terribile 
lotta  eh*  ebbe  a  sostenere  nella  defezione 
de'  cardinali  francesi  e  per  l'insorto  anti- 
papa Clemente  VII,  da  lui  deposti  e  sco 
muoìcati.  Ma  la  santa, chiamando  demo 
nii  incarnati  i  cardinali  ch'aveano  abban- 
donato Urbsmo  VI,  sebbene  ne' 16  mesi 
da  lei  sopravvissuti  in  Roma,  riconciliali 
colla  s.  Sede  i  fiorentini,  si  ailoprasse  con* 
Irò  il  turbolento  scisma  con  tanto  zelo. 


VEN 
che  a  lei  si  deve  in  parie  1'  essersi  l'Ila- 
)ia  mantenuta  nelT  ubbidienza  romana; 
non  ebbe  tuttavia  la  bramata  consola- 
zione di  vedere  spento  lo  scisma  stesso,  e 
Iddio  la  sottrasse  al  desolante  spettacolo 
de'  tanti  mali  e  delle  stragi  che  quello 
dovea  fare  alla  Chiesa.  Matura  pel  cielo, 
morì  in  Rrima  a'  29  aprile  i38o,  aven- 
do in  soli  33  anni  di  vita  consumato  im- 
prese meravigliose,  empito  il  mondo  col- 
la fama  della  sua  santità  e  de'  suoi  pio- 
digi,  e  reso  all'Italia,  al  Pontiilcato  e  alla 
Chiesa  tali  servigi,  riconducendo  il  i*a- 
palo  dall'esilio  avignonese  nella  sua  sede 
di  Roma,  e  restituendo  in  tal  guisa  al 
Vicario  di  Cristo  la  pienezza'  della  sua 
maestà  e  autonomia.  Da  ultimo  ne  cele- 
brò le  benemerenze  la  Storia  di  s.  Ca- 
terina  da  Siena  e  del  Papato  del  suo 
tempo,  per  Alfonso  Capecelatro  prete 
dell'oratorio  di  Napoli,  ivi  1 856.  Opera 
lodata  dalla  CiwVtó  Cattolica, 'sev.  3.",t.  8, 
p.  58q.  Nel  Supplemento  al  Giornale 
ecclesiastico  di  Roma,  del  1792,  a  p.  3 
si  legge  il  Discorso  delle  prospere  e  del- 
l' avverse  vicende  della  Chiesa,  tratto 
dall'opera  del  p.  d.  Martino  Cerberi  ab- 
bate del  monastero  di  s.  Biagio  dì  Selva 
Nera,  ivi  stampata  nel  1789  e  intitola- 
ta :  Ecclesia  militans  Regmini  Cliristi 
in  terris  in  suisfalis  repraesentala.  Al 
mio  scopo  giova  riportare  (|uanto  lo  ri- 
guarda. La  lunga  stazione  della  residenza 
papale  presso  gli  stati  del  re  di  Francia, 
inceppò  l'esercizio  della  divina  auloiilà 
del  Y icario  di  Cesù  Cristo,  e  circondò  i 
Papi  di  tante  e  tali  tentazioni,  che  non 
sempre  ebbero  il  coraggio  di  rigettare.  Le 
corti  e  le  loro  vedute  politiche  invadeva- 
no l'elezione  de'Pontefici  Avignonesi,  ne 
assediavano  la  condotta,  turbavano  sem- 
pre più  lo  stato  ecclesiastico  con  il  civi- 
le: e  la  religione  cristiana  non  è  affare 
che  comporti  questo  genere  di  mescolan- 
ze. Disse  Genebrardo,  in  Chroii.  lib.  4) 
Ilacc  Sedis  Apostolicae  translatio,  vai- 
de  foedavit  antiquani  Ecclcsiae  facieni. 
Poiché  oltre  lauti  aliti  ualij  andò  quasi 
VOI.  xc. 


VEN  161 

in  dianeulicanzaqueldivinoinviolabiledi- 
ritto:  saecularia  saecularibus,cl  regala- 
ria  regularihus Iribuenda.  E  siccome  la 
risoluta  volontà  di  Gregorio  XI  ricon- 
dusse all'  antico  suo  posto  la  residenza 
apostolica  ;  ammollita  già  in  Avignone 
la  disciplina,  e  disgustati  i  voluttuosi  (sic) 
cardinali  francesi  delle  ferme  risoluzioni 
d'Urbano  VI,  che  voleva  eflicace  riforma; 
si  die  luogo  al  grande  scisma  occidentale, 
di  cui  più  terribile  non  ha  sofferto  la  Chie- 
sa, né  per  la  sua  durazione,  uè  per  le  sue 
conseguenze,  che  seco  trasse.  Eletti  con- 
temporaneamente due  ed  anche  tre  Papi, 
non  entrati  al  certo  tutti  nell'ovile  per  la 
porta,  e  solleciti  spesso  delle  cose  loro  più 
che  di  quelle  di  Cristo;  scandalezzarono 
gravemente  i  popoli, edavvilirono  agli  oc- 
chi loro  l'aulica  maestà  della  Sede  Jpo- 
stolica  {y.).  La  moltitudine  npn  era  in 
grado  di  distinguere  il  legittimo  succes- 
sore di  s.  Pietro  dall'  illegittimo,  né  di 
serbare  la  riverenza  sempre  dovuta  al 
ministero  augusto  nello  stesso  difettar 
del  ministro.  Le  differenti  azioni  di  tutti 
i  contendenti  al  Pontificato  facevano  un 
insieme  agli  occhi  del  popolo,  e  ricade- 
vano a  scapito  della  dignità  della  s.  Sede; 
benché  per  divina  mirabilissima  assisten- 
za si  vegga  in  tutti  i  legittimi  Papi  del 
lungo  scisma  e  in  tanta  perturbazione 
delle  cose,  serbato  così  piuo  l' insegna- 
mento e  il  deposito  della  fede,  che  sul- 
le decisioni  di  questi  Papi  trovano  a  ri- 
dire meno  che  in  tutte  le  altre  i  nemici 
della  cattedra  deli.°Apostolo.  I  novatori 
degli  ultimi  passati  secoli  aveauo  aperta 
la  breccia,  muovendo  eretiche  controver- 
sie contro  l'autorità  del  capo  della  Re- 
ligione, e  assalendo  così  la  Chiesa  nel 
centro.  1  popoli  dopo  1000  e  più  anni 
di  fede,  sentirono  disputare  di  ciò  che 
non  era  stato  mai  controverso;  ed  il  gran- 
de scisma  tentò  anche  quelli  che  non  so- 
no popolo:  si  sentì  tutta  1' impres>ioue 
de'  mali,  che  all'  unica  Chiesa  di  Gesù 
Cristo  portava  la  molteplicità  de'  capi, 
che  si  uslioavauo  a  uud  ceder  poalo  :  si 
1 1 


i()-2  V  E  N 

studiò  a  Irovare  un  rimedio,  le  idee  par- 
tirono quasi  Datuiainieute  dall'antico 
rifugio  de'Fadii,  ia  sede  Apostolica,  che 
allora  quasi  non  si  poteva  discernere, e  si 
rivolsero  al  concilio  della  Chiesa  che  po- 
teva adunarsi.  Ad  Urbano  VI  in  Roma 
legittimamente  si  successero,  Bonifacio 
IX,  Innocenzo  VII,  Gregorio  XII.  L'an- 
tipapa Benedetto  XIII  continuando  a  ri- 
siedere io  Avignone,  il  quale  nel  i3g7 
per  la  peste  si  trasferì  nel  palazzo  del 
Ponte  di  Sorga,  facendovi  altre  promo- 
zioni d' anticardinali,  per  alimentare  lo 
scisma  di  sostenitori  e  fortificare  il  pseu- 
do  suo  partito.  Restituitosi  in  Avignone 
nel  iSgS,  Carlo  VI  re  di  Francia,  sot- 
trattosi dalla  sua  ubbidienza,  gli  fece  in- 
timare di  rinunziare  il  preteso  papato, 
invitando  i  suoi  antìcardinali  ad  abban- 
donarlo. Questi  con  molti  prelati  si  ritira- 
rono a  Villanova,ed  il  re  spedì  il  mare- 
sciallo Bussicardo  ad  occupare  il  Vene- 
sino,  e  quindi  Avignone,  ed  obbligò  poi 
l'antipapa  nel  i4oi  a  paitired'Aviguo- 
ne,  passando  successivamente  a  dimora- 
re nel  Castel  Renard,  al  Ponte  di  Sorga, 
a  Carpentras,  a  Salona,  a  Marsiglia,  a 
Genova,  a  Savona,  a  Monaco,  a  Nizza  e 
nuovamente  a  Marsiglia.  Frattanto  men- 
tre si  cercavano  i  modi  di  por  fine  allo 
scisma,  i  cardinali  di  Gregorio  XII  egli 
anticardinali  di  Benedetto  XIII  convoca- 
rono il  Sinodo  (y.)  di  Pisa  nel  1 409  ;  ma 
questo  accrebbe  piuttosto  le  cagioni  del 
nialecoU'elezione  d'un  3.°  Papa  Alessan- 
dro V.  Tale  concilio,  l'autore  sullodnto  lo 
chiama  rtfT/ò/o,perchè  né  Gregorio  XII, 
né  Benedetto XI li  vi  si  accordarono  mai, 
e  nel  posteriore  concilio  di  Costanza,  di 
cui  tornai  a  ragionare  a  Svizzera,  ove 
fuggì  e  fu  imprigionato  Giovanni  XXIII, 
non  si  volle  mai  dichiarare,  né  ricono- 
scere come  ecumenico,  per  quanto  solle- 
citasse tale  dichiarnzioneGiovanuiXXIU, 
che  nel  i4  IO  era  succeduto  ad  Alessandro 
V.  Sembra  dunque  troppo  poco  fondala 
la  sentenza  di  que'  poclii  che  con  Nulale 
Alessaudio  pretendono  sosteuere  1'  ecu- 


VEN 
mcnicità  del  Pisano;  anzi  s.  Antonino  lo 
chiama  conciliabolo,  e  secondo  lui  Ales-. 
Sandro  V  non  fu  legittimo.  Dopo  l'ele- 
zione di  questi,  Benedetto  XIII  si  ritirò 
a  Pcrpignaìio  (^'.).  Convocalo  da  Gio- 
vanni XXIII  il  concilio  di  Costanza,  nel 
i4i4   cominciarono  le  sessioni,  ed  ivi 
Dio  finalmente  ascoltò  i  gemiti  di  sua 
Chiesa  afflitta  dal  diuturno  sci$ma,e  vi  po- 
se termine.  Gregorio  XII  virtuosamente 
rinunziò,  Giovanni  XXIII  venne  deposto 
e  Benedetto  XIII  scomunicalo  e  abban- 
donato da  tutti.  Allora  seguì  l'i  i  novem- 
bre r  elezione  di  Martino  V.  L'ostinalo 
Benedetto  XIII  nel  i4i5>  dopo  la  depo- 
sizione passò  nel  forte  inespugnabile  di 
Paniscola(V.)  in  Aragona, morendo  nel- 
lo scisma  versoli  1424=  gli  successe  l'an- 
tipapa Clemente  Vili,  indi  obbligalo  a 
rinunziare  nel  14^9-  ^'^   negli   ultimi 
mesi  del  14^9  avea  Alessandro  V  spedi- 
to per  legalo  e  vicario  generale  della  s. 
Sede  in  Avignone  e  nel  contado  Venais- 
sino  il  cardinal  Tureyo,  dando  così  prin- 
cipio a  tale  pontifìcia  legazione,  conser- 
vando il  rettore  temporale  pel  contado 
Venesino;  quindi  meglio  ia  sistemò  il  sue 
cessore  Giovanni  XXIII,  e  poi  confermi 
Martino  V  riconosciuto  da  tutta  la  cri 
stianità  per  Pontefice.  Il  palazzo  aposta 
lieo  d'  Avignone  fu  assegnato  per  resi 
denza  de'  legati,  e  poi  lo  divenne  de'vi 
ce-legali.  Lodovico    Agnello  Anastasio 
ntW  Istoria  degli  Antipapi,  riferisce  li 
fuga  di  Giovanni  XXIII  nella  Svizzera 
protetto  da  Federico  duca  d'  Austria 
per  non  volere  rinunziare  il  ponlifical( 
ad  onta  del  solenne  giuramento  fatto;  1 
che  egli  vedendosi  stretto  a  una  dillniti 
va  risoluzione,  olTrì  al  concilio  di  Costa» 
za  nuovamente  la  sua  cessione  libera  con 
diverse  condizioni.  i.°Che  l'imperatori 
Sigismondo  gli  dasse  un  salvacondolto( 
buona  for(nn,  e  come  e  ne'  termini  eh 
designò.2.°Che  si  risolvesse  nel  conciiit 
eh' egli  godrebbe  d' un' intera  libertà 
sicurtà.  3."  Clie  si  cessasse  dalle  ostilità 
guerra  intrapresa  contro  il  duca  d' Aul 


V  EN 
sfrin  die  l'avea  nintafo  nella  rngn.4.''Clie 
<lopn  la  sua  riniinzìn  sarebite  cardinal 
legalo  perpetuo  d'  Italia,  e  che  durante 
la  sua  vita  fosise  signore  del  Bolognese 
e  del  coiilado  d'Avignone,  olire  una  pen- 
sione annua  di  3o,ooo  fiorini  d'oro,  d'as* 
segnarsi  sopra  le  città  di  Firenze,  di  Ve- 
nezia e  di  Genova.  Ma  il  sinodo  e  l'im- 
peratore, considerando  tali  proposizioni 
nnioamente  fatte  per  guadagnare  tempo, 
si  presero  provvedimenti  più  forti  e  con- 
venienti a  finirla:  fu  pertanto  arrestato  e 
serrato  nel  castello  di  Friburgo,  tolto  l'a- 
nello piscatorio,  sospeso  e  con  sentenza 
deposto;  sentenza  cli'egli  accettò  e  rati- 
ficò,permettendochesi  togliesse  dalie  sue 
stanze  la  Croce  pontificia. Martino  V  svel- 
se r  ultimo  residuo  dello  scisma  d'  Avi- 
gnone e  del  Venesino,  con  costringere 
alla  rinunzia  il  sudtietlo  antipapa  teatra- 
le Clemente  Vili,  non  cheisuoi  anticar- 
dinali. Tuttavolta  Martino  V  dovendo 
far  celebrare  un  concilio,  in  continuazio- 
ne di  quello  di  Costanza,  fu  adunalo  in 
Jìnsilea  nella  Svizzera  (F.),  le  cui  tu- 
multuose sessioni  de'curinlistì  e  univer- 
sitari, con  opposizioni  all'autorità  papale 
e  opinioni  radicali,  dalle  pubbliche  uni- 
versilà  incitali  divenute  potentissime  e 
favorite  dove  più  dove  meno  da'governi, 
non  sempre  senza  secondi  fini,  per  lo  spi- 
rito di  nazionalità  sorto  nelle  chiese  so- 
prattuttodi  Francia  e  dì  Germania,  fini- 
rono con  divenire  conciliabolo,  ribelle  a 
Eugenio  IV,  rendendo  il  suo  pontificato 
agilalissimo,ed  eleggendo  in  antipapa  Fe- 
lice V  di  Sai'oia  (f^.),  il  quale  di  poi  ri- 
nunziò l'antiponlificato,  e  riconobbe  per 
sommo  Pontefice  Nicolò  V.  Questo  Papa 
dichiarò  veri  cardinali  i  pseudo  da  lui 
creali,  e  con  bolla  de'  i  o  settembre  1 449 
rivocò  e  dichiarò  nulle  tulle  le  couces- 
sioni  ed  alienazioni  fatte  ne'  precedenti 
disastrosi  tempi-,  de*  castelli  e  terre  del 
conladu  Venaissiuo,  senza  il  consenso  del- 
ia s.  Sede.  Quindi  con  lettera  de'3  r  ago- 
sto 14^0,  Nicolò  V  ordinò  a'conti  e  no- 
bili feudatari  d'  Avignoue  e  del  Veoesi- 


YEN  iG3 

no,  che  prestassero  il  dovuto  omaggid 
che  ricusavano  di  fare  al  cardinal  Pietro 
di  Foix  legato  per  estinguere  gli  avanzi 
dello  scisma  in  Avignone  e  nel  Venesi- 
no. Indi  nel  i43i2  con  bolla  de'  27  lu- 
glio, decretò  che  i  baroni  della  contea 
Venesina  dovessero  prestare  giuramenlo 
e  oujaggio  al  solo  Romano  Pontefice  e 
alla  s.  Sede;  e  con  altra  de'7  agosto  im- 
pose la  pena  di  scomunica  a  quelli  che 
molestassero  gli  avignonesi  con  ingiurie 
e  darmi.  Avendo  i  Papi  con  bolle  proi- 
bito r  alienazione  d'Avignone  e  del  Ve- 
nesino, a  queste  appellarono  gli  abitanti, 
quando  si  trattava  la  permuta  di  questi 
dominii  col  contado  dell'Aquila,  per  cui 
Paolo  II  con  sua  bolla  gli  esaudì,  con- 
fermando quelle  de' predecessori  Grego- 
rio XI,  Nicolò  V  e  Calisto  III,  da'quali 
gli  avignonesi  e  i  venesini,  dopo  avere  ri- 
pelutauiente  giurato  fedeltà  alla  s.  Sede, 
aveano  implorato  e  ottenuto  di  non  es- 
ser mai  sottratti  dall'  ubbidienza  edall.i 
so"2'ezione  della   medesima.   Gli  eretici 

DO 

Calvìiiìsli  Ugonotti  desolando  nel  se- 
guente secolo  co'loro  errori  armata  ma- 
no la  Francia,  penetrarono  pure  in  Avi- 
gnone e  nel  Venesino;  onde  Pio  IV  pose 
in  buone  difese  questi  dominii  pontificii, 
massime  Avignone,  e  fece  punire  gli  ese- 
crabili eccessi  da  loro  commessi.  Si  deve 
a  quel  Papa  1'  istituzione  del  tribunale 
della  Rota  A'  Avignone  per  la  città  e  con- 
tado Venesino.  Anche  ntniierosi  eretici 
l'aldcsi infestarono  questi  territorii. Mol- 
le cure  impiegò  quindi  s.  Pio  V  per  fre- 
nar l'impelo  e  le  crudeltà  di  tanti  empi 
eretici,  non  meno  a  tutela  d'  Avignone, 
che  nel  Venesino;  ed  emanò  la  celebre 
bolla  Adnioaet  nosj  de'29  maggio  1567, 
Bull.  Rota.  t.  4i  pa*'-  2^  p.  364-'  Prohi- 
bilio  alienandi,  etinfeudandi  Civitates^ 
et  Loca  S.  R.  •£".,  ìtZ  de  eoriini  aliena- 
lionihus,  et  infeudationihus  tractandiy 
qiiovis  praetextiij  etiani  evidentis  utili- 
las.  Tulio  ciò  nou  potè  impedire  che  nel- 
la contrada  gli  eretici  vi  commettessero 
ogni  alrocilà  edesolazione.Gregorio  XIV 


iG4  VEN 

col  breve  Citni  sìcut,  degli  8  sellernhre 
i5qi,  Bull.  t.  5,  par.  i,  p.  3oi  :  Non- 
nulla slaluanlur  prò  eleclis-  nohilibus, 
et  popiilarìbns  cotnponcntihus  terliuin 
slatuni  homimim  Comitatits  Venaissini, 
ti  hnronihtix,  elfeiulatariìs  e/formati- 
tì'bus  secundiun  statum  dicli  Comilatus 
super  soliitione  preliorum  capitalium, 
et  aliovum  oneruin.  Clemente  Vili  col 
breve  Cwn  soepe,<\e   28  febbraio  1 592, 
£iill.  cit.  p.  366;  Confirmatio  et  inno- 
S'alio  Uterarum  Pii  V  et  conslitutionis 
Punii  IF,  cantra  Hehraeos  cìvitatis  A- 
venionen.^et  Comitatus  Fenayssiniedi- 
tarimi,  praesertini  ne  res  novas  pendant. 
Col  breve£'AvjWHZ»m///,de'3oaprilei592, 
loc.  cil.  p.  35 1  :  Declarat  civitateni  A- 
venionen.,  et  Comitaluni  Venayssinum 
comprehendi  Constilutione,  Pii  PP.  V 
de  Bonis  Bomanae  Ecclesiae  nonalie- 
naiidis.   Col  breve  Officìi  nostri,  de'  1 5 
maggio,  loc.  cit.  p.  3^7  :   Fice-Legalns 
Ai'i'nionen.,  Rector  Comitatus  Venays- 
sini,  caeterique  ofJìciales,sindacatuico- 
rain   Archiepiscopo  Avenionen.,  aids- 
(jue  Episcopis  suhjiciuntur.  Inoltre  Cle- 
mente Vili  col  breve  Reginiini  iiniver' 
salis  Ecclesiae,  de'24  luglio  iSgS,  loc. 
cit.  p.  458  :  Confirmatio  concordiae  ini' 
tae  inler  Alexandrum  cardinaleni  Far- 
nesium,  et  ecclesiasticos  Avenionenses, 
et  Comitatus  Venayssini  super  exeni- 
plione  cleri  a  lege  Spolioruni,  et  ratifi- 
ca tio  Uterarum  JuliilII,  et  Pii  V.  Nel 
1606  Paolo  Vcol  breve,  Expositum  no- 
bif,  del  I. "aprile,  Bull.  Rem.  t.  5,  par.  3, 
p.  196:  Legato  AK'enionen.fCJusque  Vi- 
ce-Legato conceditur  facnltas  con/ir- 
mandi  transactioneni  super  bullo  regio 
in  pannis  serìcis,  qui  in  civitati  Ai'enio- 
jiensi  conficiuntur,  et  per  Galliae  re- 
gnum  transuehuntur,  apponendo.Di  più 
col  breve,  P"estrasingularis,òe'3  apri- 
le, loc.   cit:   A\'enionensibus  reslituitur 
facultas  locandi piscationem  influtnine 
Bhodano  ad  omid  onere  immunis.  Con- 
fermò tale  disposizione  prò  Universila- 
te,et  hominibus  Comitatus  /enayssini, 


VEN 
PapaUrbano  Vili  col  bveveAllas,  de'24 
febbraio  1624,  Bull.X.  5,  par.  5,  pi  93. 
Nel  16G2  avendo  un  corpo  della  Milizia 
jìonlificia   insultato    l' ambasciatore    di 
Francia  prepotente  Crecqiii,  l'orgoglioso 
re  Luigi  XIV  s'impadronì  d'Avignone 
e  del  contado  Venesino,  e  dipoi  a'26  lu- 
glio i663  fece  dicbiarare  dal  parlamento 
di  Provenza,  che  ambo  questi  dominii 
erano  della  signoria  de'  conti  di  Proven- 
za ;  e  siccome  1'  ultimo  di  essi  l'avea  ce- 
duta alla  corona  di   Francia,  a  questa 
spettare  e  non  alla  s.  Sede.  Questo  ar- 
bitrario procedere  terminò  colla  pace  de* 
12  marzo  1664,  per  cui  Avignone  e  il 
Venesino  fiM'ono  restituiti  come  suoi  alla 
Chiesa  romana,  e  ad  Alessandro  VII  che 
gli  avea  reclamati.  Ma  dopo  pochi  anni, 
perle  vertenze  del  le  Franchigie,  non  che 
per  le  censure  d'  Innocenzo  XI  contro 
l'ambasciatore  di  Francia  Lavardino,  il 
dispotico  Luigi  XIV  li  fece  colla  slessa 
violenza  nuovamente  occupare  nel  1688, 
e  soltanto  li  restituì  nel  1690  ad   Ales- 
sandro Vili  in  seguito  di  accordi.  Sicco- 
me la  legazione  d'Avignone  e  del  Vene- 
sino soleva  concedersi  da' Papi  a'  propri 
nipoti,  abolito  da  Innocenzo  XII  il  nepo- 
tismo nel  1692,  soppresse  pure  il  cardina 
legato  d'Avignone,  ed  in  sua  vece  istituì 
la  Congregazione  Cardinalizia  d'  Avi 
gnone(F.),de[la  pure  di  Carpeotras.AlU 
congregazione  attribuì  l'autorità  del  cai 
dinal  legato  e  le  adidò  il  governo  dell'ini 
tera  provincia,  iodr  l'unì  alla  Congregò 
zione  Cardinalizia  Lauretana  (F.),ùeì 
le  quali  fu  sempre   prefetto  il  cardinali 
Segretario  di  sialo  [F.),  e  segretario  il 
prelato  sottodatario,  la  cui  serie  riportai 
nel  voi.  XXXIX,  p.  249  (e  la  compire 
coir  odierno  rog."^  Francesco  Vici   fatt« 
nel  1 856);  perciò  r  archivio  della  coni 
gregazione  d'  Avignone,  allorché  cessi 
nell'ultima  occupazione  della  città  e  del 
Veiiesino,riinase  presso  quello  della  Lai 
retana.  Clemente  XI  col  breve  Alias  ei 
vianavit,  de'5  maggio»  7  12,  Bull.  Rovìi 
t.  10,  p.  290:   Confirmatur  decretuiH 


VEN 
Coìigregalìonìs  ÀK'enìonen.  de  non  ser- 
s'anda  Conslitntione  Aegidiana  sole- 
mniiatcs  in  contractibus  minorum  prò 
Slatu  Ji'enion.,  et  Comilntu  Fenaisino. 
Nel  pontificato  di  Clemente  XIII  diver- 
se corti  per  maneggi  segreti  o  [)ubblici 
tie' novatori,  volendo  distruggere  l'al- 
tare e  il  trono,  procurarono  la  soppres- 
sione Ae  Gesuìli  [f^ .),  siccome  forte  osta- 
colo alle  loro  prave  mire,  replica tamente 
insisterono  col  Papa  per  1'  estinzione  di 
M  benemerito  istituto.  A  loro  esempio,  e 
fors'anco  istigato,  il  duca  di  Parma  (f^.), 
nel  gennaio  1768  ordinò  a' virtuosi  re- 
ligiosi di  partire  da'suoi  slati,  con  deter- 
uiinazioni  eziandio  lesive  all'  immunità 
e  disciplina  ecclesiastica.  Clemente  XIII 
dichiaiò  incorsi  nelle  censure  gli  autori 
di  tali  innovazioni,  per  cui  il  duca  ricor- 
se alle  corti  Borboniche.  Luigi  XV  re  di 
Francia  inviò  in  Avignone  e  nel  conta- 
do Venesino  un  corpo  di  truppe,  con  un 
ministro  del  parlamento  di  Provenza,  e 
improvvisamente  se  n'impossessarono;al- 
Irettanlo  fece  Ferdinando  IV  re  delle  due 
Sicilie,  con  Benevento  e  Ponìecorvo  (f'^.)t 
altri  dominii  della  s.  Sede, situati  dentro 
e  nel  confine  del  suo  regno,  sebbene  que- 
sto fosse  della  medesima  Chiesa  romana. 
Fu  allora  pubblicato:  Recherches  hislo- 
rif/ues  concernentx  Ics  droits  du  Pape 
sur  la  ville,  et  V  état  d' Avignon,  1 768. 
Si  replicò  colla  :  Reponse  aiix  Recher- 
clies  historiques  concernents  les  droits 
du  Pape  sur  la  ville,  et  l'élat  d'  Avi- 
gnon,  1768.  Queste  e  altre  violenze  non 
superarono  la  mirabile  costanza  di  Cle- 
mente XIII,  s\  nel  sostenere  i  diritti  del- 
la Chiesa,  e  si  per  giustizia  nel  difende- 
re gl'ingiustamenle  perseguitati  innocen- 
ti gesuiti  ;  ed  afililto  dall'  insistenze  di 
divei'si  sovrani,  cessò  di  vivere  a'  3  feb- 
braio 1769.  Il  successore  Clemente  XIV 
trovando  che  Ferdinando  IV  proseguiva 
neir  occupazione  di  Benevento  e  Ponte- 
corvo;  e  la  Francia  di  forza  riteneva  A- 
vignone  e  il  Venesino,  e  minacciava  cose 
maggiori,  scrisse  a  Luigi  XV,  che  se:a- 


V  E  N  i^ 

plice  amministratore  e  non  signore  del 
principato  temporale  e  de'diritti  della  s. 
Sede,  anche  pe'  giuramenti  fatti,  non  po- 
teva né  alienare,  uè  cedere  gli  stati  d'Avi- 
gnone e  del  Venesino,  come  né  Beneven- 
to e  uè  Pontécorvo,  poiché  quanto  avreb- 
be egli  fatto,  sarebbe  poi  rivocato  da'Pa- 
pi  successori,  onde  non  poteva  cedere  che 
alla  forza,  senza  opporvene  altra.  Ciò  non 
pertanto, Avignone  e  il  Venesino,non  che 
Benevento  e  Pontécorvo,  non  si  restituiro- 
no a  Clemente  XI V  che  nel  1774»  <^'o^  ^o* 
pò  aver  egli  a'  2  i  luglio  del  precedente 
anno  soppresso  la  veneranda  compagnia 
di  Gesù  con  ripugnanza  dell'angustiato 
suo  aniino,col  breve  Dominus  ac.  Redern- 
p/or,pressoil  BHll.Roni.conC.,[../\.,p.6ojf 
mentre  a  p.620  si  legge  il  breve  G/vM'/.y- 
simis,  de'  i  3  agosto,  per  la  deputata  con- 
gregazione all'esecuzione  del  da  lui  decre- 
tato. Tuttavia  per  tratto  singolare  della 
divina  provvidenza  col   beneplacito  del- 
lo stesso  Clemente  XIV  i  gesuiti  sempre 
sussisterono,  pel  dichiarato  altresì   nel 
voi.  LXXXII,  p.  273.    Nel  ricordato 
Bull,  a  p.  65  vi  è  l'allocuzione  Cam  ex 
maximis,  pronunziata  dal  Papa  nel  con- 
cistoro de'  17  gennaio  1774»  P^''  '^  se- 
guita restituzione  e  ricupera  d'Avignone 
e  contado  Venaissino,  di  Benevento  ePou- 
te  Corvo.  Indi  con  breve  de'22  dello  stes- 
so gennaio,  dichiarò  che  il  prelato  vice- 
legato  e  vicario  della  città  d'  Avignone 
e  contado    P^enaìsino,  d'  allora  in  poi 
avesse  il  titolo  di  presidente  della  città 
d'Avignone  e  contado  yenaisino,ev\gen' 
do  io  perpetuo  \a  presidenza  d'Avigno- 
ne  e  del  contado  f^enaisino.  Poscia  con 
breve  de' 2  maggio  1774  dichiarò  pre- 
sidente mg/  Angelo  M."  Burini  (oude 
va  corretta  la  biografia,  ove  lo  dissi  fatto 
da  Pio  VI,  bensì  cardinale,  e  ciò  per  l'e- 
quivoco asserto  di  Novaes  e  delle  Noti- 
ziedi  Roma).  Ma  Pio  /'/('/^.J,creato car- 
dinale il  Burini  a' 20  maggio  1776,00! 
breve  Alias  félicis,  de'  3  del  successivo 
agosto,  fi»//.  Roni.  cont.  t.6,p.2  73:  Revo- 
catio  uslriusque  brevii  Clenientis  Xtf^, 


i66  VE  N 

ntioad  Praesidenliam  civltatìs  Ave- 
nioììensis  et  Cornitalu  Venayssino.  Co- 
sì i'iìttabìri  la  vice-legazione  ed  il  vice-le- 
gato. Indi  Pio  VI  colla  bolla  Jd  uni- 
versi dominici,  de'aollobreiyyB,  Bidl. 
\.(ì,  p-3g:  Concessiofacultaluììi  ordina- 
riis  in  ditionihus  yévenionensiyCl  Comi- 
talli  Fcuaysìno  existentibus  prò  aug- 
rncnto  congruae,  et  slipendii  parodio- 
rum,  et  vicarióriini  usane  ad  certam 
summam  cum  nonnullis  ordinalionilms, 
eie.  Rivoluzionata  la  Francia,  comunicò 
il  suo  spirito  pernicioso  ad  Avignone  e 
al  contado  Venesino  nel  1789.  In  quegli 
articoli  narrai,  come  i  sedotti  e  i  cattivi 
sudditi  pontifìcii  di  questo  stato  si  ribel- 
larono alla  Sovranità  de' Romani  Ponte- 
fici e  della  s.  Sede  (V.),  che  per  circa  6 
secoli  gli  aveano  beneficati  in  tanti  modi; 
ciòavvennenell'aprileiyqo con  orribili  ec- 
cessi. Ilgovernofu  tragicamentecambiato 
in  mezzo  a'  massacri,  che  dalla  torre  di 
Glacière  ebbe  funesta  intitolazione.  Nello 
stesso  1790  si  pubblicò  :  Diritti  della  s. 
Sede  sopra  ^l'/g^/iO/ze.Riuscirono  inutili 
i  tentativi  e  le  provvidenze  per  calmare 
l'insurrezione,  e  le  proteste  fatte  in  Avi- 
gnone ed  in  Carpenlras  dal  vice-legato 
mg/  Filippo  Casoni  di  Sai'zana  (che  fu 
l'ultimo  vice-legato,  indi  nunzio,  cardi- 
nale e  segretario  di  stato);  inutili  le  pro- 
teste e  quanto  fece  in  Carpentras  il  ret- 
tore ab.Pieracchi  egli  altri  ministri  ponti- 
fìcii; inutili  le  dichiarazioni  e  proleste  de' 
buoni  e  fedeli  cittadini,  sottoscritte  da 
più  di  1 0,000,  attestando  e  reclamando 
il  felice  e  pacifico  governo  papale  goduto 
per  tanti  secoli,  ricusandosi  d'unirsi  alla 
Francia.  I  ribelli  inviaronodeputati  aPa- 
rigi  all'assemblea  nazionale,  la  quale  seb- 
bene due  volte  avea  decretato  l'inani  mis- 
sibilitù  di  queste  provincia  alla  Francia, 
tosto  le  rapì  alla  s.  Sede.  Imperocché  i 
sediziosi  deputati  ottennero  subito  a'  i4 
settembre  il  decreto  col  quale  lo  stato 
d'  Avignone  e  il  Venesino  furono  dichia- 
rali parti  integranti  del  dominio  france- 
se, lasciando  al  vitluosoeiufeUcereLui- 


V  E  N 
gì  XVI  la  cura  d'  indennizzare  per  tali 
dominii  lu   corte   romana.    L'assemblea 
non  osò  apertamente  di  privare  l<i  s.  Se- 
de di  SI  antica  e  legittima  proprietà,  sen- 
za ordinare  contemporaneamente  the  le 
si  dasse  un  proporzionalo  com|)cnso,  ed 
ebbe  perciò  la  cura    di  fire  inserire  nel 
suo  decreto  le  seguenti  parole  :  //  pote- 
re esecutivo  sarà  pregato  di  fare  aprire 
de'  negoziati  con  la  corte  di  Roma  per  le 
indennità  e  ì  compensi  che  potranno  es- 
serle dovuti.   I  sovrani  d'Europa  ii'<jiiali 
in  tale  occasione  Pio  VI    avanzò   i    suoi 
reclami,  non  lasciarono  di  uianìfestrargti 
sul  proposito  i  loro  sentimenti.  L'impe- 
ratrice  di    Russia  Caterina   II   dichiarò 
espressamente:  D'  esser  disposta  a  con- 
tribuire tosto  che  fosse  possibile  alla  re- 
stituzione de'possedimenti ,  di  cui  un  po- 
tere illegittimo  avea  spogliata  la  Corte 
di  Roma.  L' imperatore  Leopoldo  II,  fa- 
cendo conoscere  a  Pio  VI  le  slesse  dispo- 
sizioni, si  espresse:  Che  egli  lo  faceva  per- 
chi  nulla  eravi  di  piìt  giusto  sulla  terra, 
e  perche  era  interesse  di  tutti  i  sovrani, 
che  un  simile  attentato  non  ricevesse  al- 
cuna prescrizione.  Luigi  XVI  stesso  no- 
tificò al  Papa:  Che  gli  avrebbe  restituita 
Avignone  e  il  Contado  /"enesino  appt 
na  lo  potesse.  Per  silFatta  strana  e    pri 
potente  usurpazione,senzaelFello  fece  P|j 
VI  le  accennate  e  altre  diverse  rimostrai 
ze,  dopo  aver  anch'egli  inutilmente  lei 
tato  di  richiamare  all'ubbidienza   gl'ii 
sorti,  i  quali  ben  presto  doverono  de[)I( 
rare  la   cambiata    condizione.   Indarno 
l'ab.  Gio.   Sifredo  Maury  di  Fauzeos 
Vaireas  e  perciò  venesino  (creato  poi  cai 
dinaie  a' 18  giugno  1792),  difese  avanl 
r  assemblea  con  nobile  e  rubusta   eie 
quenza,  dimostrando  anche  colla  stori 
le  ragioni  sovranee  ìncontrovei libili  del 
la  s.  Sede,  e  si  legge  nell'opuscolo  Starr 
pato:  Sovranità  del  Papa  sulle  città  d' ^ 
vignane  e  contado  Venessino,   tanto  i\ 
linea  di  titolo,  che  per  ragione  di  posse, 
so,  risultante  da  un  discorso  pronuncia 
to  nell'assemblea  nazionale  dal  sig.  al 


V  EN 
bnlc  Maury  deputalo  della  proi'incia 
di  Picnrdùi,  1791.  Pio  VI  colla  bolla 
Adeo  nota,  fìii  iZ  aprile  1791,  Bull. 
Ixoni.  con^t.  q,p.  if),  (lirella  nll'arcive- 
scovo  d' A  virinone,  eil  a'  vescovi  di  Car- 
peiilias,  di  Cavuillon  e  di  Valsoli,  noi»  che 
a' capitoli,  clero  e  popolo  d' Avignone 
e  del  contado  Venaissino  :  Reprohalur 
defectio  populorum  Avcnionis,  et  Comi- 
tntiis  Fenaisini  a  dilione  ecclesiastica, 
et  opporlunae  etniiliinlur  protestaliones. 
Altlxamo  ancora  il  Chirografo  della  San- 
tità di  iV.  S.  Papa  Pio  FI  che  ammette 
fd  approva  la  protesta  del  Commissario 
della  Camera  contro  t usurpazione  della 
città  d'  Avignone  e  contado  T'ettesino, 
dichiarando  nullo  e  cassando  il  decreto 
de  \\  setlcndtre  1790  emanato  dall' as- 
senihlea  nazionale  sidl'  incorporazione 
di  detti  stati  al  regno  di  Francia,  Ro- 
ma 1  69  niella  stamperìa  canierale.Pio  VI 
indirizzò  questo  cliirografo  de'  5  novem- 
bre 1791,  Ancorché  antichissimo,  al  car- 
dinal Rezzonico  camerlengo,  e  si  riporta 
nel  cit.  Bull,  a  p.  87.  Gaetano  Tannisi, 
Allegazione  islorico  -critico  diplomatico- 
legale  di  risposta  all' autore  delle  Ricer- 
che, concernente  i  diritti  incontrastabili 
del  Papa  sidla  città  e  stato  d' Avigno- 
ne, munita  delle  opportune  giustificazio- 
ni, ec. Roma  I  792.  Memorie  sulla  rivo- 
luzione d'Avignone  e  del  contado  Venei- 
sino  con  traduzione  francese,  1793.  So- 
no dell'ai).  Luigi  Giorgi,  con  a  fronte  la 
versione  francese  e  figure.  Frattanto  se- 
guitando la  Francia  a  cader  vittima  del- 
l'irreligione e  delle  più  inaudite  barbarie, 
decapitati  gli  sventurati  Luigi  XVI,  la 
regina  M.'  Antonietta  d'  Austria  ed  E- 
lisabeltadi  Francia,  proclamata  la  repub- 
blica, democratizzati  ancora  Avignone  e 
il  Venesino;  quindi  armale  francesi  in- 
vasero l'Italia  e  Io  stalo  pontificio,  onde 
Pio  vi  fi  costretto,  per  conservare  una 
parte  de'suoi  stati,  di  convenire  al  disa- 
stroso trattato  di  Tolentino  (F.)ìì'  i  9  feb- 
braio «797,  riferito  in  francese  e  in  ita- 
liauo  dal  Bull.  Roni.  cont  t.  10,  p.  65. 


YEN  167 

Fragrimmensisagrifizi  imposti  ni  Papa» 
questi  dovette  cedere  alla  repubblica  fran" 
cese  i  dominii  temporali  di  Provenza, 
oltre  le  legazioni  di  Bologna,  Ferrara  e 
Uomagna,  e  ciò  coH'art.  6.  «  Il  Papa  ri- 
nunzia puramente  e  semplicemente  a  lut- 
ti i  diritti,  die  potrebbe  pretendere  so- 
pra le  città  e  territorii  d'Aviguone,conta- 
do  Venaisino  e  sue  dipendenze,  e  trasfe- 
risce, cede  e  abbandona  i  diritti  suddetti 
alla  repubblica  francese  ".Ad  onta  dì  tan- 
to spoglio,  di  tante  dure  condizioni,  noa 
mancarono  pretesti  al  direttorio  di  Pa- 
rigi, d'occupare  ne*  primi  del  seguente 
unno  interamente  lo  stato  pontificio  e  Ro- 
ma; e  proclamando  la  repubblica,  a'  20 
febbraio  1798  detronizzalo  Pio  VI,  lo 
fece  condurre  prigioniero  in  Valenza 
(^.),  ove  gloriosamente  mori  con  ma- 
gnanima longanimità  a'29  agosto  1799- 
Esìstevano  in  Avignone  due  collegi  pon- 
tificii, uno  cbiamalo  di  s.  Nicola  o  de' 
Savoiardi,  detto  comunemente  il  gran- 
de, l'altro  della  Rovere.  Fondatore  del 
primo  fu  il  cardinal  Brognier  d' Annecy 
nel  142.4  o  nel  1426  in  cui  morì  in  A- 
vignone  decano  del  sagro  collegio  e  ve- 
scovo d' Ostia  e  Felletrì  (F.).  Ordinò 
egli  nel  suo  codicillo,  che  co'  suoi  beni 
si  mantenessero  24  alunni  per  lo  studio 
dell'una  e  l'altra  legge,  raccolti  nella  casa 
che  avea  in  Avignone.  Olio  di  essi  dovea- 
no  prendersi  dalla  diocesi  di  Ginevra,  8 
da  Arles  e  Vienna  del  Delfinato  (stale 
sue  sedi  vescovili),  e  8  dalla  Savoia  in  cui 
era  nato.  Gli  esecutori  testamentari  nel 
mettere  in  opera  la  fondazione  prescritta 
nel  codicillo,  trovarono  le  rendite  d'una 
entità  minore  al  bisogno  per  mantenere 
24  alunni.  Ricorsero  perciò  alla  munifi- 
cenza di  Martino  V,  il  quale  incorporò 
al  collegio  la  signoria  e  il  priorato  di  s. 
Maria  di  Bolena  nel  contado  Venesino 
con  tutte  le  sue  entrale  e  pertinenze,rab- 
bazia  dell'isola  Barba  dell'ordine  di  s.  Be- 
nedetto, ed  il  monastero  di  Furnis  in  A- 
vigiione  per  abitazione  de'  collegiali.  Ca- 
listo HI  confermò  le  disposiziofii  di  Mar- 


!  68  V  E  N 

tino  V,  e  per  slflìiUe  donazioni  il  collegio 
Llivcnneponlìncio.  L'altro  collegio  della 
Rovere  sotto  il  titolo  di  s.  Pietro  in  Vin- 
coli, ebbe  origine  nel  1476  dal  cardinal 
Giuliano  della  Rovere,  perchè  lo  zio  Si- 
sto IV  r.nvea  creato  cardinale  col  titolo 
di  s.  Pietro  in  Vincoli,  e  fatto  i."  arcive- 
scovo d'Avignone  e  legalo,  e  poscia  di- 
venne Giulio  11,  In  esso  si  doveano  edu- 
care 3o  alunni.  Eie  vaio  al  pontifica  lo  con- 
fermò la  sua  foodazione.e  la  dotò  con  alcu- 
ni priorati  e  col  dominio  temporale  di  Re- 
chcrenclie  ferra  feudale  del  Venesino.Di- 
sciplina, amministrazione,  pietà  non  pro- 
gredirono in  questi  collegi, comedoveano. 
Anzi  ^'introdossero  abusi  e  disordini,  de' 
quali  mg/ Fede  ri  co  Sforza  vice-legato  in- 
formò Urbano  Vili,  il  quale  per  apporvi 
un  rimedio  colla  bolla  Injiincli  nobis,  de' 
29  maggio  1639,  Bull.  Pont,  de  Prop. 
fide,  t.i,p.  96, li  sottomise  alla  s.congre- 
gazione  di  Propaganda  fide.  Dipòi  Cle- 
mente X!  colla  bolla  Coelestis  Palriyfa- 
miiias,  de'i3  luglio  '709,  Bull,  cil.,  p. 
i5'j,un\  i  due  collegi,  l'allidò  alla  dire- 
zione de'  signori  della  missione,  confer- 
mandoli nella  soggezione  di  Propagan- 
da fede.  Ma  questa  per  quanto  se  ne  oc- 
cupasse per  dargli  le  regole,  e  coll'invi- 
gilarvi  per  mezzo  del  legato  d'Avignone, 
pure  poco  vi  fiori  l'ordine  e  la  pietà.  A' 
suscitati  mali  che  afflissero  la  Francia  nel 
dello  fine  del  secolo  passato,  fecero  eco  i 
narrati  disordini  d'Avignone  colla  rivo- 
luzione. Fuggiti  gli  alunni,  il  rettore  e 
l'economo, questo  collegio,  dopo  una  vita 
di  4  secoli,  restò  fra  le  rovine  degli  altri 
pii  stabilimenti  ecclesiastici  di  Francia 
del  lullo  estinto.  In  Roma  gli  avignone- 
si  ebbero  chiesa  e  confraternita.  La  1 ."  da 
s.Pio  V  incorporata  nel  palazzodella con- 
gregazione della  s.  Iniquisizione,  il  soda- 
lizio fu  trasferito  altrove,  come  dissi  nel 
voi.  LUI,  p.  83,  ma  non  mi  fu  dato  tro- 
varne il  sito,  ad  onta  di  non  poche  ricer- 
che; laonde  mi  sarà  lecito  supporre  che 
si  unisse  ad  alcuno  de'  diversi  sodalizi 
ftaHcesidi  Rotaia.  |1  peiuardiui  che  nel 


VE  N 
I  744  pidiblicò  la  Dacrizìone  de  Rioni 
di  /ionia,  in  quello  di  Trevi  e  nella  par- 
rocchia de'  ss.  Vincenzo  e  Anastasio  a 
Trevi,  registrò  l'esistente  vicolo  degli  A- 
vignonesi  presso  piazza  Barberini.  11  cav. 
Rufini  nel  recente  Dizionario  delle  stra- 
de e  vicoli  di  Horna,  dice  all'articolo  ^vi- 
gnonesi.»  La  chiesa  spettante  alla  nazio- 
ne avignonese,  quivi  a'  tempi  andati  esi- 
stendo die  il  nome  alla  via  suddetta.  Niu- 
na  traccia  però  in  essa  strada  scorgesi  del- 
la sullodala  chiesa,  a  meno  che  non  si  vo- 
lesse supporla  situata  nel  locale  contrad- 
distinto col  n.  5,  ove  vedesi  un  piccolo  ed 
antico  veslibulu  di  edificio  ".  Osservo, 
che  almeno  a  tempo  del  Bernardini  non 
vi  esisteva  veruna  chiesa.  Forse,  com'al- 
tre  vie  che  presero  il  nomedall'abitarvi 
de'  forestieri,  così  potrà  congetturarsi 
che  gli  avignonesi  costumassero  dimora- 
re nella  via  in  discorso,  ovvero  vi  aves- 
sero un  ospizio.  Con  questo  non  inten- 
do alfa  Ito  escludere  l'esistenza  pure  d'un 
loro  oratorio  o  piccola  chiesa  ;  ma  ripelo 
l'asserto  nel  voi.  LXXXIV,  p.  237,  che 
la  derivazione  del  nome  probabilmente 
provenga  dal  quartiere  di  soldati  avi- 
gnonesi ch'era  nella  via  medesima. 

Napoleone  Bonaparte  a'  26  dicembre 
1 799  divenuto  i  ."console  della  repubbli- 
ca francese,  ed  eletto  Pio  t^II  (/^.)  nel 
marzo  1800,  pel  ristabilimento  della  re- 
ligione cattolica  in  Francia  e  per  una  nuo- 
va circoscrizione  di  diocesi,fu  tra  loro  con- 
cluso a' 13  luglio I Boi  il  Concordatofra 
PioVJIc  la  repubblica  francese  {V \  In 
conseguenza  di  tale  accordo  furono  sop- 
presse ancora  le  sedi  vescovili  di  Carpen- 
tras,  Cavaillon  e  Vaison,  e  la  sede  arci- 
vescovile d'Avignone  che  n'era  la  metro- 
politana divenne  semplicemente  vesco- 
vile, e  sulFraganea  dell'arcivescovo  d'Aix, 
in  uno  alle  sedi  di  Oigne,  Nizza  e  Ajaccio. 
Ne'cilati  ai'ticoli  e  oilri  relativi  dissi  ove 
se  ne  pubblicarono  i  documenti,  cornea 
LEGATo,parlandodelcardinalCaprara  de- 
putalo all'esecuzione  del  convenuto.  Sicj 
qome  sulle^nlo  nel  1846  fu  pubblicalo 


VEN 

t. ri  del  BuUarii  Romani  Contìnuatìo, 
così  qui  indicliei'ò  meglio  le  pogine  in  cui 
totio  riportati  tutti  i  successivi  nlli.  A  p. 
175  è  il  testo  del  Concordalo,  Conven- 
lio.  A  p.i87  il  breve  pontifìcio  Tninmul' 
(a,  de'i5  agosto!  80  1,  diretto  agii  arci  ve- 
scovi e  vescovi  di  Friuicìo,  sulla  rassegna 
de'Ioro  vescovati  ;ed  a  p.  190  la  lettera 
!i'  o>edesimi,  La  Chiesa  di  Gesìi  Cristo, 
di  dello  giorno,  esortatoria  ad  uniformar- 
ti pel  bene  della  pace  alla  nuova  circoscri- 
zione di  diocesi,  A  p.  200  e  ao4  la  depu- 
tazione del  cardinal  Caprara  di  legato  a 
latcre  in  Francia  al  i ,°  console,  colle  op- 
porlunefacollà, oltre  la  lettera  credenzia- 
le al  niedesitiio  Napoleone  Bonaparle.  A 
p.  208  la  bolla  Erciesia  Chris  ti,  de'  18 
seltetiìbre  1801,  di  conferma  del  concor- 
dalo e  del  plenipotenziario  cardinale  de- 
stinato per  l'alluazione,  A  p.  ^^5  la  bol- 
la Qui  Christi  Domini  i'ices  in  terra  ge- 
rere,  de' 29  novembre  1801,  sulla  sop- 
pressione ili  tulle  le  chiese  arcivescovili  e 
vescovili  di   Francia,  e  1'  erezione  di  10 
chiese  metropolitane  con  5o  sedi  vesco- 
vili per  sulFraganee,   A  p,  249  e  25i  il 
breve  Quoniani,  de'29  novembre  1801, 
per  abilitare  il  cardinal  legato  ad  insti- 
luire  i  nuovi  arcivescovi  e  vescovi;  e  la  con- 
ferma del  decretato,  insieme  all'  elenco 
pubblicato  dal  cardinale ,  delle    nuove 
cliiese  arcivescovili  e  vescovili,  col  titolo 
delle  calledrali  e  i  limili  delle  diocesi,  i 
quali  per  Avignone  sono  designali: /^w«/* 
Gardij  Fontis  Valichisi j  cioè  si  formò 
la  vasta  diocesi  co'diparlimenti  di  Gard 
di  Linguadoca  e  di  Valchiusa  di  Proven- 
za, e  perciò  comprese  l'antiche  diocesi  nel 
I  °  di  Nimes,  Alais,  Uzesj  nel  2."  di  Avi- 
gnone,Carpenlras,  Cavaillon,Vaison,Apt 
e  Grange  (di  tutte  le  quali  poi,  tranne 
Avignone  eNimes,  rispettivamente  rista- 
bilile  in  arcivescovato  e  vescovato,  le  al- 
tre chiese  restarono  soppresse).  A  p,  32  i 
è  il  decreto  d'alcune  traslazioni  dì  vesco- 
vati, ed  a  p.  335  l'allocuzione  Qiiam  lii' 
ctaosani,  de'24  maggio  1802,  colla  qua- 
le Pio  VU  dcuuQciò  u'cardiuali  la  cuu- 


V  E  N  169 

venzione  ed  esecuzione  delle  cose  eccle- 
siastiche di  Francia.  Divenuto  Napoleo- 
ne I  imperatore  de'francesi,  l)ramò  d'es- 
ser coronalo  da  Pio  VII,  il  quale  per  con- 
tentarlo si  recò  a  Parigi  nel  declinar  del 
1 804.  Durante  il  suo  soggiorno,  fra  le  vo- 
ciferazioni causali  o  sparse  ad  arie,  fuvvi 
quella  che  disse  proposto  a]  Papa  di  sta- 
bilirsi in  Avignone,  per  l'aspiro  che  avea 
l'imperatore  d'impadronirsi  della  super- 
slite  parte  dello  stalo  pontifìcio.  Certo  è, 
che  questo  presto  l'efFeltuò,  in  seguito  del- 
le vicende  narrate  in  tanti  articoli;  onde 
invasa  Roma  dagl'iuiperiali  francesi,  indi 
a'6  iugIioi8o9deposeroPioVII  dal  prin- 
cipato temporale,  e  lo  condussero  prigione 
iuFrancia.DaGre/JoZ'/e  fu  condotto  a  )^rt- 
lenza  nelfìnedi  luglio,  e  tosto  in  Avigno- 
ne, 11  cav.  Artaud,  illustre  storico  france- 
se, racconta  nella  Storia  di  Pio  FII.»^ 
impossibile  di  concepire  come  il  colonnel- 
lo Boisard  abbia  avuto  l'idea  di  far  entra- 
re il  Papa  in  questa  città,  ed  in  pieno  gior- 
no. Avignone  aveva  appartenuto  alla  s. 
Sede;  tulli  sanno  per  quali  circostanze 
essa  sia  slata  riunita  alla  Francia  al  prin- 
cipio della  rivoluzione, e nuiladimeno per 
tutto  il  contado  Venesino  era  vivo  tutto- 
ra un  sentimento  di  all'ezione  al  Pontefice, 
Si  credette  allora  che  Boisard  tuttocib 
ignorasse:  ma  mi  è  ciò  dillìcile  persino  ad 
immaginare;ecome  mai  nessun  prefetto, 
nessuna  autorità,  nessun  abitante  di  que* 
paesi  non  l'aveano  prevenuto?  Puossi  di- 
re che  tutta  intera  la  città,  senza  distinzio- 
ne d'età  e  di  sesso,  s'affollasse  intornoalla 
carrozza  delPontefice  fermatasi  sopra  una 
piazza.   Questa   moltitudine  salutava   il 
Pontefice  con  gridi  di  gioia:  alcuni  signo»- 
ri  e  personaggi  della  più  distinta  coudi^- 
zione  comperarono  a  prezzo  d'oro  la  fa^ 
colla  d'avvicinarsi  alle  portiere,  Boisard 
ordinò  d'  allontanare  tulli  quesl'  impor-» 
tuni;  ma  i  soldati,  in  numero  troppo  pic- 
colo, non  potevano  far  uso  delle  loro  aiv 
mi.  Il  comandante  avendo  sapulo  che  la 
popolazione  de'dintorni  accorreva  per  la 
strada  di  CarpenUas,  e  che  da  tutte  le  vi- 


jyo  VEN  VEN 
\e  del  Rodano  tli  Linguadoca  i  villaggi  Napoleone  I  nel  1812  fallo  condurre  Pio 
precipilavnnsia  torrenli  verso  Avignone,  VII  da  Savona  a  Tontainebleau,  perai)- 
come  se  si  recassero  ad  una  crociala,  co-  hoccarsi  con  lui;  nulla  oUenendo  ,  nel 
itiandò  clie  si  chiudessero  le  porle  della  1  8  1 4  ordinò  che  si  riporlasse  a  Rotaa.  A.* 
cillà....llcolonnelloBoisard ottenne  final-  ^3  gennaio  parli  il  l'apa  ,  passando  il 
inenle  di  rompere  quella  calca  di  genie:  llodano  sul  ponte  di  barche  per  andare 
egli  teneva  in  mano  due  pistole  cariche,  da  Beaucaire  a  Tarascona,  facendo  a  ga- 
ma  certamente  si  sarebbe  ben  guardato  ra  le  due  città  per  olfrirgli  i  maggiori  at- 
dal  farne  uso.  Comandò  a' postiglioni  di  testali  della  più  tenera  divozionejindi  re- 
parlire,  e  il  Papa  usci  dalla  cillà  tran-  c.indosi  ad  Aix,  Nizza  ec.  Tali  erano  le 
quillamente.  In  Aix  avvennero  simiglian-  disposizioni  de' popoli  del  mezzodì  della 
ti  scene:  e  tutta  (pianta  la  Provenza  die-  Francia.  Difalti  il  cardinal  Pacca, che  nel- 
dei  medesimi  argomenti  di  pietà.  Il  Papa  la  2.'  deportazione  fu  rilegalo  ad  Usezo 
avvicinavasi  a  Nizza,  e  si  vociferava  che  Uzes,  ivi  e  nel  viaggio  per  la  Linguado- 
doveva  esser  condotto  a  Savona".  Il  Pi-  ca  ricevette  molti  e  segnalali  alleslati  di 
slole-si  nella  Fila  dì  Pio  F H,  dice  che  il  ossequio.  Egli  racconta  ,  che  tulli  i  suoi 
Papa  neh  ."agoslo  fucondoltoper  la  stra-  colleglli  deportali  in  Linguadoca  e  in  Pro- 
da di  Valenza  ,  e  non  potè  che  per  mez-  venza  (il  cardinal  Malici  ebbe  Alais  per 
z'ora  fermarsi  in  Avignone,  arrivando  ad  rilegazione.e  il  cardinal  Lilla  Nimes,  ec), 
Aix  a' 4  agosto  :  i  conduttori  avendogli  ebbero  nel  loro  passaggio  lo  slesso  rispet* 
per  3  voltedomandato  se  voleva  soggior-  toso  e  affettuoso  accoglimento.  Soggiun- 
iiarvi, sempre  rispose-C'owjes/i^'orrà.-Da  gè  quindi,  appena  l'ii  aprile  Napoleone 
Isizza  passò  a  Savona  (//'.),  luogo  di  sua  1  fu  costretto  abdicare  l'impero,  e  venne 
rilegazione;  essendosi  notato  r«nUisiasmo  proclamato  il  re  Luigi  XVlll,già  conte 
de' popoli  francesi  al  pontifìcio  passaggio,  di  Provenza,  si  risvegliarono  subilo  negli 
il  governo  si  pose  in  apprensione,  e  per  animi  degli  avignonesi  e  de'  venesini  la 
non  crearsi  inciampi,  spiccò  l'ordine  di  memoria  e  l'amore  del  reggimento  papa- 
licondurlo  \n  Italia.  Anche  il  cardinal  le,  che  per  più  secoli  avea  reso  il  loro 
]^acca  nelle  Memorie  storiche,  l.  3,  rife-  paese  vero  oggetto  d'invidia  alle  circoo- 
risce.  Ne'primi  d'agosto  1809  passando  vicine  provincie.  Si  lusingarono,  che  co* 
Pio  VII  per  Avignone,  ricevè  tante  e  si  me  nel  resto  della  Francia  gitlato  tu- 
clamorose  dimostrazioni  d'onore,  d'atfel-  multuariamente  a  terra  il  governo  ira- 
to e  di  divozione  da  tutta  la  popolazione,  periale,  senz*  altro  annunzio  o  atto  era 
che  ne  sbigottirono  te  stesse  guardie,  che  rientralo  negli  antichi  dirilti  il  principe 
lo  scortavano.  »  Benché  fosse  in  figura  di  della  famiglia  di  Borbone  ,  cui  apparte- 
prigioniero,  fu  sino  fuori  le  porte  accora-  neva  la  successione  al  trono,  cosi  per  pa- 
pagnato  da  gran  folla  con  acclamazioni,  rità  di  ragione,  cessando  il  potere  usurpa- 
con  ballimenli  di  mano  e  colle  ripetute  lo,  dovesse  restituirsi  la  cillà  d'Avignone 
grilla  ;  Fiva  il  nostro  Sovrano!  "  Dimo-  e  il  contado  Venaissino  alla  s.  Sede.  Laon- 
rando  Pio  VII  in  Savona,  Napoleone  I  de  vari  avignonesi  e  venesini  si  porlaro- 
gli  fece  offrire  se  gli  piaceva  stabilirsi  in  no  dal  cardinale  in  Usez,  distante  poche 
Avignone,  per  ivi  amministrare  la  Chiesa  leghe  d'  Avignone,  e  tenendo  per  fermo 
universale,  sollo  la  condizione  di  promel-  che  si  sarebbe  reso  quest'alto  di  giustizia 
tere  e  giurare  di  nulla  rimuovere  contro  al  Papa  Pio  VII ,  successore  de'Ioro  an- 
i  4  articoli  dell'assemblea  del  1682,  ch'e-  tichi  sovrani  ,  si  raccomandarono  a  lui 
gli  avea  dichiarati  legge  di  stalo,  cioè  le  per  le  cariche  e  gl'impieghi,  che  si  sareb- 
Proposizioni  Gallicane  (nel qual artico-  beroivi  conferiti.  Il  cardinale,  ignorando 
lo  il  n."  -YA'^/inaDca  d'un  I),  Avendo  allora  quali  potessero  essere  l'iuleuzioui 


V  L  N  V  E  i\                    17' 

ed  i  progetti  delle  poleuzc  ulìcale,  e  ine-  le  avenno  protestalo  lo  slesso  Pio  VI,  « 
more  il'uii  delloclie  avea  sentilo  più  voi-  replicalamenle  l'io  Vll,au7.i  avuilo  an- 
tedalla  bocca  degli  emigiali  francesi, che,  nuilalo  il  medesimo  governo  francese  con 
Ceqni Còt  inalpris,cstbii'ii^ar(lé:i\ctìU-  solenne  decreto,  per  polerNÌ  iojpadronire 
tenne  nelle  risposte  in  termini  generali,  e  di  lutti  gli  siali  della  s.  Sede,  come  fece, 
depose  il  pensiero  di  passare  in  A  vignone  oltre  la  detronizzazione  e  prigionia  del  Pa- 
per nkolivi  prudenziali  ,  sebbene  tanto  pa.  Perciò  reclamare  le  3  legazioni  di  lìo- 
i'avea  bramato  per  linteresse  cbe  desta-  logna,  Ferrara  e  Ravenna;  non  clie  Avi- 
110  le  sue  memorie  e  la  storia  de'  Papi,  gnone  e  il  contado  Venesino,  usurpato  al» 
e  neppure  potè  visitare  Valenza  a  vene-  las.  òede  da  un  alto  rivoluzionario;  uien- 
rare  il  luogo  ov'  era  spirato  il  gran  Pio  Ire  con  sorpresa  e  profonda  afllizione  il 
VI.  Lo  trattenne  da  tale  ambila  soddi-  Papa  avea  sapulo,  come  coli*  ari.  3  del 
stazione  il  riflesso,  che  vedendo  Aviguo-  trattato  di  Parigi  de'3o  maggioiS  i4,  le 
ne  un  cardinale  ch'era  slato  l'ultimo  prò-  potenze  alleale  ne  aveanu  assicurato  il 
segretario  di  stalo  del  Papa  in  Itoma  ,  e  possesso  alla  Francia  ,  a  ciò  indolle  da 
che  credevasi  dover  occupare  la  slessa  molivi  di  convenienze  e  d'  una  più  co- 
carica,  potevano  gli  abitanti,  trasportati  moda  disposizione  di  terreno,  chealmena 
(la  soverchio  zelo,  venire  a  determinazio-  almeno  dovrebbe  far  supporre  qualche 
ne  subitanea  ,  ed  a  fatti  che  mettessero  compensol  Lo  slesso  Uatlalo  di  Parigi  a- 
jn  qualche  cimento  presso  gli  alleali  e  il  vere  riconosciuto  la  nullità  t  distruzio- 
nuovo  re  di  Francia,  esso  stesso,  Ini  e  la  ne  del  preleso  di  Tolentino,  non  allallo 
s.  Sede.  Avendo  IN'apoleone  1  scello  a  sua  allegandolo  nel  conservare  e  nell'  assicu- 
dimora  l'isola  dell'Elba,  di  che  riparlai  rare  alla  Francia  i  possedinjenti  d'  Avi- 
nel  voi.  LXXVIII,  p.  3i,  nel  descriver-  gnone  e  del  Venesino,  Sua  Santità  esser 
la,  vi  approdò  a'3  maggio,  mentre  a' 24  per  questo  sommamente  affilila  nel  ve- 
]-*io  VII  neutro  trionfalmente  in  Iloma.  dere  che  in  questo  modo  si  disponga  d'u* 
Giù  avea  indirizzato  al  re  le  suecongra-  no  de'suoi  più  antichi  dominii,  senza  nep- 
tulazioni  ,  inviando  a  Parigi  per  nunzio  pure  una  sola  riserva  a  suo  favore;  onde 
straordinario  mg.' Della  Genga,  poi  Leo-  il  carilinale  in  suo  nome  fece  all'alte  po- 
ne Xll ,  e  reclamando  quanto  era  sialo  lenze  alleate  le  sue  proteslee  i  piùforma- 
tolto  alias.  Sede  sotto  il  predecessore,  ob-  il  reclami  contro  il  suddetto  art.  3  del 
bligalo  a  consentire  al  trattato  di  Toien-  trattato  di  Parigi.  Essere  il  Papa  stretta- 
tino,  che  lo  spogliò  della  sua  sovranità  e  mente  obbligalo  da'doveri  come  ammi- 
inceppò  la  libertà  della  s.  vSede  medesima,  nislraloredel  Patrimonio  di  s,Pielro,eda' 
Inoltre  Pio  VII  spedi  al  re  il  celebre  cai-  prestali  giiiramenli  solenni  di  conservar- 
dinal  Consalvi  per  ambasciatore,  per  re-  lo,  di  difenderlo  e  di  ricuperarlo;  iusiem« 
clamare  contro  lale  malaugurato  tratta-  alla  Marca  d'Ancona,  a  Uenevenlo  e  Pon- 
to. Il  cardinale  essendosi  recalo  in  Lon-  tecorvo,  non  meno  a'diritli  su  Parma  e 
tira,  a'23  gingno  da  quella  città  indiriz-  Piacenza.  Frattanto  celebrandosi  il  coo- 
tò  a'  ministri  delle  principali  potenze  di  gresso  di  Vienna,  pel  compiinenlo  del 
Europa  la  nota  riferita  dall'  Arlaud,  nel  trattato  di  Parigi  ,  sulla  sistemazione  e 
t.  2  ,  cap.  6y  ,  che  compiutamente  spie-  riordinamento  politico  d'Europa,  nel 
gava  i  reclami  della  s.  Sede,  principal-  x8  i  5  furono  reslituitecoo  solenne  decre- 
inenle  contro  il  trallatodiTulenlino,  qua-  lo  alla  s.  Sede  le  legazioni  di  Dologua, 
lilìcato  frutto  della  più  iniqua  aggressio-  Ferrara  e  Ravenna,  le  Marche,  Beneven- 
ne  ,  ed  estorlo  e  imposto  da  un  nemico  lo  e  Pontecorvo,  Ma  riconoscendo  il  cou- 
polenlissimo  al  principe  più  debole,  ({ua-  gresso  Avignone  e  il  contado  Venesino 
si  alle  porle  di  sua  capitalei  coulioil  qua-t  far  purle  iuleyrale  del  reguo  di  Fraagia, 


17^  VEN 

il  cardinnl  Consalvi  a'i4o'"o"*^  in  Vien- 
na nel  palazzo  della  minzlatuia  emise 
formali  proleste  ,  anche  per  aldi  tiirilli 
(come  de!  leiiitoiio  separato  dalla  lega- 
zione di  Ferrara,  con  cpie'paesi  che  enu- 
merai nel  voi.  LIX,  p.  206),  ratifìcale 
solennemente  da  Pio  Vii  in  Roma,  alme- 
no per  un  equivalente  compenso,  come 
narrai  nel  voi,  XXIX,  p.  208  e  altrove. 
Lo  prolesta  per  Avignone  e  pel  Venesino 
si  può  leggere  nel  Pistoiesi,  Fita  di  Pio 
Ffl,t.^,[).  i34-L'ailocuzione  colle  pro- 
teste corrispondenti,  pronunziata  da  Pio 
\  li  nel  concistoro  de'4  setlem bre  1 8 1 5, 
in  uno  all'  accennala  ed  a  tutte  le  oltre 
pr(jteste  fatte  dal  cardinal  Consalvi  al 
congresso  di  Vienna,  si  riportano  dal  n." 
72  del  Diario  di  Roma  del  1 8 1 5.  In  so- 
stanza si  protestò  non  potersi  dal  Papa 
aderire  a  (|ualunfj(ie  diminuzione  de'do- 
minii  e  de' diritti  imprescrittibili  della  s. 
Svx\e,  e  dovere  garantirli  con  tali  atti  for- 
mali. Avignone  essere  stalo  comprato  a 
ilenaro  contante,  il  Venesino  essere  stato 
acquistato  a  titolo  oneroso.  La  convenzio- 
ne di  Tolentino  ,  in  seguilo  d'un'aggres- 
sione  gratuita,  non  poter  somministra- 
re alla  Francia  titolo  a  ritenere  le  dette 
Provincie  in  pregiudizio  della  Chiesa  ro- 
n)ana.  Essere  doloroso,  che  la  sola  s.  Se- 
de doveva  osservare  un  trattalo  forzalo, 
mentre  gli  altri  sovrani  non  valutarono 
punto  simili  preponderanti  convenzioni. 
Il  governo  repubblicano  fu  aggressore  e 
violatore  delle  proprie  slipolazioni,  per- 
ciò essenzialmente  nullo  il  Iratlalo  di  To- 
lentino. Si  addussero  con  Grozio  e  Wat- 
lel  i  principii  del  diritto  delle  geuli  : 
Quando  il  trattalo  di  pace  ^  violalo  da 
lino  de  contraenti,  l'altro  e  in  facoltà  di 
dichiarare  il  trattalo  risoluto ,  nullo  e 
invalido.  Quando  uno  stato  è  distrutto 
o  sogi^iogato  da  un  conquistatore,  tutti  i 
suoi  trattati  periscono  con  la  potenza 
pubblica  che  gli  avea  contratti.  W  trat- 
tato di  Tolentino  restò  abolito  per  fallo 
dello  slesso  governo  francese,  continuò  a 
limauerc  tstiulo, e  perciò  uou  potere  pro- 


VEN 
diu-re  alcun  elTelto.  Pio  VII  appen»  elet- 
to subilo  reclamò  le  provincie  tolte  col 
trattato  di  Tolentino,  e  protestò  più  li- 
beramente di  quello  che  avea  potuto  fare 
il  predecessore;  proteste  che  non  cessò  di 
rinnovare  molte  volte.  Per  tali  modi  ,  i 
diritti  della  s.  Sede  su  questa  provincia 
eziamlio  rimasero  sempre  intatti  e  pre- 
servati, e  né  la  Francia  né  altri  poter  pre- 
valersi d'un  titolo  nullo  per  se  slesso,  e 
assolutamente  distrutto,  il  trattalo  di  Pa- 
rigi, fatto  senza  intervento  della  s.  Sede, 
non  Ila  potuto  pregiudicare  a'suoi  dirit- 
ti. La  Francia  non  potere  ritenere  i  due 
paesi  a  danno  dei  loro  sovrano  legittimo, 
almeno  senza  un  indennizzo  con  com- 
penso territoriale  proporzionato  al  valo- 
re delie  Provincie  lolle;  compenso  decre- 
talo da  quella  medesima  assemblea  ,  che 
ne  spogliò  la  Chiesa  romana.  Quindi  il 
Papa  si  dedicò  a  riordinare  gli  affari  del- 
la Chiesa  di  Francia.  Nel  t.i^  od  Bull. 
Rom.  coni,  sono  i  seguenti  atti.  A  p.  822 
l'enciclica  F incanì,  de' 12  giugno  1817, 
duella  agli  arci  vescovi,  a'vescovi,  a'capi- 
toli  e  canonici  delle  chiese  vacanti  di 
Francia.  A  p.  363  il  Concordalo  tra  Pio 
FU  e  Luigi  XFIII  re  di  Francia  (  F.), 
degli  II  giugno  18 17.  A  p.  SGg  la  Ijolla 
Conimissa  divinitus,  de*27  luglio  1817, 
per  la  nuova  circoscrizione  delle  diocesi 
di  Francia.  Ripristinò  la  chiesa  d'Avi- 
gnone nel  grado  di  metropolitana,  oltre 
quella  di  Cambray;  dicliiarò  l'arcidioce- 
si  d'  Avignone  formarsi  dell'  antica  sua 
diocesi  e  di  quella  di  Apt;  assegnandole 
per  sulh'aganeo  il  vescovato  ristabilito 
d'Orange,  formato  colla  sua  antica  dio- 
cesi e  con  quella  di  Carpentras.  Di  piìi 
fece  quella  protesta  sui  diritti  sovrani  del- 
la s.  S(n\e  sul  ducato  d^ Avignone  e  sul 
contado  Fenesino, che  riprodussi  nel  voi. 
llljp.  274.  Nel  t.i5delj5«//.  Ronì.  cont,, 
a  p.  328  r  allocuzione  di  Pio  VII  de'  23 
agosto  18  19,  Compertuin  satis,  sulla  so- 
spensione del  concordalo  del  181  7.  A  p. 
260  il  breve  In  supremo,  de' 1 5  dicem- 
bre 18 19,  dì  proioga  alla  giurisdizione 


V  EN 

I  de'vesnovi  relalivaraenfe  n  iletfa  conven- 
zione. A  p.45i  il  Ijieve  Novain  de  Gal- 
liartini   dioecesìlms  ^  de' 24    selleM>l)re 

,  1821,  col  quale  Pio  VII  dichiarò  suIlVa- 
ganee  della  luelropoiitana  d'Avignone  le 

:  chiese  vescovili  di  /  ii'iers,  Valenza,  Ni- 
mes  e  Montpellier,  e  lo  sono  tultoia.  A 
p.  455  il  breve  JYo'ttris  sub plumlio,  di 
dello  giorno:  Unio  dislrictain  Auraja- 
censis  ci  Carpentoracleiisis  dioecesi  A- 

,  venpniensi  in  regno  Galliaruin.  Aggiun- 
se dunque  all'arcidiocesi  d'Avignone,  le 
diocesi  d'Orange  e  di  Carpenlras,  e  così 
reslò  nuovamente  soppresso  il  vescovato 
d'Orange.  Co'seguenti  brevi,  Noslris  a- 
postolicis,  ed  Etsi  per  nostras;  emanati 
nello  stesso  giorno,  furono  le  dette  ciiiese 

,  tolte  dal  jiis  de'loro  anteriori  n)etropoli- 

I   tani,  e  soggettate  a  quello  d'  Avignone. 

'  Finalmente  a  p.  Syy  è  la  bolla  Patemne 
C/iaritatissollicitudOyiie'G  oUohieiS'22: 
Executio  literariim  apostolicanun  a- 
lias  latarwn  super  circuniscriplìone 
dioecesium  in  regno  Galliarunt.  Ter- 
minai la  serie  degli  arcivescovi  d'  Avi- 
gnone,\n  quell'articolo,  con  mg.'^Du  Pont, 
il  quale  preconizzato  da  Gregorio  XVI 
(a  questo  Papa  la  congregazione  istitui- 
ta in  Avignone  del  Rosario  vivente,  che 
descrissi  in  quell' articolo,  donò  la  ma- 
gnifìca  e  ricca  stola  papale  cogli  stemmi 
della  città,  di  cui  parlai  nel  voi.  LXX,  p. 
83;  la  quale  stola  usata  nìoltissime  volte 
nelle  solennità,  dallo  slesso  Gregorio  XVI 
fu  lasciata  al  palazzo  apostolico  per  uso 
de'successori, siccome  memorabile  monu- 
mento), dal  medesimo  a'aj  geimaio  1 842 
fu  trasferito  all'arcivescovato  di  Dourgcs, 
che  saggiamente  governa,  e  il  Papa  Pio 
IX  Io  creò  cardinale  del  titolo  di  s.  Ma- 
ria del  Popolo  a' 12  giugno  1847.  Lo  stes- 
so Gregorio  XVI  a'22  luglio  1842  trasla- 
tò  da  Nevers  a  questo  arcivescovato  mg."^ 
Paulo  Naudo  d'iVngles  diocesi  di  Perpi- 
guano.  Il  Papa  regnante  nel  concistoro 
di  Gaeta  dell'i  1  dicembre  1848  gli  die 
in  successore  l'aftuale  arcivescovo  mg."^ 
Giuseppe  M.'  Mattia  Debelay,  di  Viviat 


VEN  173 

diocesi  di  Bellny,  Iraslalo  da  Troyes.  Ri- 
ferisce il  Giornale  di  /ìo///rt  del  1 8^9  a  p- 
556.»»  Il  nostro  arcivescovo  e  metropoli- 
tano mg."^  Debelay  ha,  nel  giorno  sagro  a 
Maria  ss.  deir8  dicembre,  aperto  il  con- 
cilio provinciale  intimato  (in  dal  3  delpre- 
celiente  novembre.  Il  desiderio  di  adem- 
pire agli  ordinamenti  del  s.  concilio  di 
Trento,  d'imitar  gli  altri  illustri  prelati 
anche  della  sua  nazione,  nella  celebra- 
zione Ùg  Sinodi  (^.),  di  conservare  in- 
tatto il  deposito  della  fede,  e  di  [)romuo- 
vere  l'osservanza  de'sagri  canoni;  il  biso- 
gno di  consolidare  1'  ordine  sociale  scos* 
so  dalle  fondamenta,  e  di  restituire  a've- 
scovi,  che  ne*  passati  secoli  ebbero  tanta 
parte  nell'incivilimeulo  de'popoli,  la  li- 
bertà di  richiamarli  a  que'sani  priucipii 
che  han  salvato  il  mondo  dalla  barbarie; 
lu  necessità  finalmente  di  dare  a  quella 
provincia  ecclesiastica  le  costituzioni  di  cìjì 
era  priva  ,  attesa  la  novella  circoscrizio- 
ne fittane  già  da  Pio  Vii  di  sa.  me.,  so- 
no, come  leggiamo  nella  pastorale  di  con- 
vocazione, i  principali  motivi  che  spinse- 
ro quel  zelante  prelato  alla  riunione  del 
sinodo  ".  L'8  dicembre  festa  dell'linina- 
colala  Concezione  éa^W  avignonesi  era  ri- 
guardate con  particolare  venerazione,  per 
propugnare  il  dogma  fino  dal  concilio  del 
i4T'7,  onde  li  celebrai  in  quell'articolo  e 
ne'  miei  Cenni  storici  sulla  definizione 
dogmatica  pronudgala  nel  Vaticano i^P'.) 
da  Pio  IX  nel  18Ò4,  nel  voi.  LXXIll  ,  p. 
42,  notando  che  v'intervenne  fng."^  Debe- 
lay, ed  a  p.  37  I, che  prese  parte  alla  coii- 
sagiazione  fatta  dal  medesimo  Papa  del- 
la basilica  di  s.  Paolo,  poi  celebrandone 
il  festeggiamento  in  Avignone.  Dello  sta- 
to presente  della  città,  ne  darò  un  ulte- 
riore cenno  con  l'ultima  proposizione  con- 
cistoriale, colla  descrizione  e  disegno  che 
\>nh[ì\\coV Album diRonin  nell.  8,  p.  189, 
e  con  alcuni  geografi.  La  ridente  positu- 
ra d'Avignone,  l'amenità  del  paese  che 
la  circonda  adorno  di  praterie,  di  orli,  di 
piantagioni  di  gelso,  la  bellezza  delle  don- 
ile e  la  vivacità  degli  abituuli  rendono 


174  V  E  iV 

rincsla  cillà  (1es;nis';ima  deirntfpnzinnedi 
chi  [)iencle  a  viaggiale  per  la  Frniiciame- 
lidioiiale.  Ella  j^iace  a  circa  4oo  miglia 
dislnnle  da  Parigi,  verso  sud-sud-est,  ed 
ha  i  caralleri  d'una  città  setni-ilaliaiia. 
Sul  fianco  occidentale  scorre  il  Rodano 
fuori  dell'antiche  sue  mura;  un  braccio 
della  Sorga  l'attraversa  quasi  per  mezzo, 
ed  un  passeggio,  piantato  d'olmi,  circon- 
da il  riuìauente  della  città.  Tali  mura  so» 
no  un  monumento  curioso  dell'architet- 
tura militare  del  metlio  evo.  Il  Rodano 
ad  Avignone  è  largo,  profonilo  e  rapido. 
Lunghissimo  è  il  ponte  in  legno  che  lo 
attraversa.  Nel  secolo  XII  1'  edificazione 
d'  un  ponte  in  pietra  fu  cominciata  da 
san  Benezeto  (assai  ne  parla  il  p.  Fanlo- 
ni,  e  lo  dice  deputato  da  Dio  alla  fàbbri- 
ca del  ponte,  prodigiosamente  gettando- 
ci la  T."  pietra  ;  non  che  del  suo  cullo), 
garzone  pastore  dii8  anni,  ma  egli  mo- 
ri prima  che  fosse  recato  a  termine.  Es- 
so avea  19  archi, ed  era  considerato  come 
una  meraviglia;  ma  nel  1699  la  violenza 
del  fiume  ne  portò  via  la  maggior  parte, 
lasciandone  in  piedi  4  archi  soltanto.  Al- 
ia sua  storica  fama  contribuì  più  di  lutto 
la  lunga  residenza  de' l^ipi,  per  avere  il 
re  Filippo  1 V  indotto  Clemente  V  a  tra- 
sportarvi il  suo  soggiorno,  e  vi  restò  poi 
quello  de'successori  in  una  quasi  cattività, 
perchè  soggetti  alle  voglie  deVe  francesi, 
con  provenirneinflniti  disordini  e  mali  al- 
l'Italia, e  per  le  funestissime  conseguenze 
anco  alla  Chiesa  :  infausto  periodo  che  ter- 
minò Gregorio  XI.  I  cittadini, benché  sud- 
diti pontilicii,  ritenevano  alcuni  loro  di- 
ritti, come  nativi  francesi,  ad  essere  eletti 
alle  cariche  civili  ed  ecclesiastiche  del  re- 
gno, soggiacendo  però  a'tribunnli  locali, 
finché  Avignone  venne  fatta  capitale  del 
dipartimento  francese  di  Valchiusa,  Fon- 
lis  Fallis  Clusae.  Ila  un  tribunale  dii." 
istanza,  altro  di  commercio,  la  direzione 
delle  contribuzioni  e  de' demani,  la  con- 
servazione dell'ipoteche.  E  ben  fabbrica- 
ta, ma  distribuita  male,  per  alcune  vie 
troppo  àlieUe.  Il  palazzo  di  Crìllou  è  di 


VEN 
gusto  gotico:  molli  altri  edifìzi  meritano 
d'  essere  ricordati  ,  del   pari  alle  belle  e 
numerose  sue  chiese.  Altre    volle  il  fra- 
stuono delle   campane  d'  Avignone  era 
tanto,  che  Rabelais  ebbe  a  chiamarla  la 
yHU;  sonante.  Vi  fu  un  tempo  che  con- 
teneva 20  conventi  e  monasteri  di  uomi- 
ni e  id  di  donne,  olire  le  collegiate  :  nel 
l'jCìi  gli  ecclesiastici  erano  900.  La  cat- 
tedrale d' Avignone,  sotto  l'invocazione 
della  B.  Vergine,  la  cui  struttura  parte- 
cipa del  medio  evo,  benché  manchi  d'u- 
niformità, era  altre  volte  magnifica.  Cre- 
desi  che  la  sua  porta  facesse  parte  d*  un 
aulico  tempio  d'Ercole,  Ivi  sono  le  lom^ 
be  de'  Papi  Giovanni  XXII  e  Beuedello 
XII.  E'  ampia  e  decente.  Aniniarum  cU' 
ram  minime  exercetnr  in  memorata  me- 
tropolilaua  ,  qnae  proinde  baptismali 
fonte  est  clestituta.  Il  capitolo  si  compo- 
ne di  I  3  canonici,  senza  dignità  e  preben- 
de; di  diversi  canonici  onorari,  di  sacer- 
doti, e  i\e  pueri  de  clioro,  quibus  inter~ 
dnni  adsùpulanlar  magni  seminurii  a~ 
lumnipro  divino  servilio.  Il  palazzo  ar- 
civescovile è  conveniente  e  grande,  non 
molto  distante  dalla  cattedrale.  Qiiatnor 
recensenlur  paroeda  baptismali  fonte 
preditae,  sine  alla  Ecclesia  Collegiata^ 
ani  virorum  coenohio ,  existunl  vero  do- 
mns   Socielalis  Jesii  ,  plura  muliernni 
monasteria  cthospilalia,  confraternita' 
tes,  nec  non  dno  seminarla  :  mons  aiitem 
pietatis  desidcratur.  Nella  cattedrale  e 
nell'altre  chiese  vi  sono  i  sepolcri  di  mol- 
ti cardinali,  anticardinali,  prelati  e  altri 
personaggi.  Nella   chiesa  de'  francescani 
stava  la  tomba  di  Laura  di  Sades,  cele- 
bre donna  cantata  dal  Petrarca  e  onora- 
ta d'un  epitaflìo  da  Francesco  I.  In  quel- 
la de'celeslini  vi  sono  o  vi  erano  i  sepolcri 
di  s.  Benezeto,rarchiletto  del  vecchio  pon- 
te sul  Rodano;  e  dell'antipapa  Clemente 
VII.  L'antipapa  Nicolò  V  fu  deposto  nel- 
la chiesa  de'  minori.  Un  Crocefisso  d'a- 
vorio, scolpito  con  sommo  amore  nel  se- 
colo XVI,  riguardato  come  una  delle  me- 
raviglie della  cillà,  è  uella  chiesa  della  Mi- 


I 


VEN 

sericoidia.  »  L'  aulico  pnlnzzo  de'  Papi, 
granile  edifizio  gotico,  ereUo  sulla  rocca 
di  Dons  ,  è  ora  convellilo  in  una  caser- 
ma {!).  Di  esso  così  scrive  il  Giierin.  -  La 
grandezza  di  questo  gotico  edifizio,  la  sua 
altezza,  le  sue  torri,  la  grossezza  delle  sue 
iniua,  i  suoi  merli,  gli  archi  diagonali 
delle  sue  volle  ,  le  fei  itole  ,  quell' archi- 
lettura  non  unifornie,  senza  simmetria, 
senza  regolarità  ,  destano  stupore  in  chi 
lo  rimira.  Nel  maestoso  suo  recinto,  sot- 
to volte  debolmente  illuminale,  ove  tanti 
principi  inchinarono  il  loro  scettro  dinan- 
zi al  triregno;  dove  una  potenza  superio- 
re piegava  la  volontà  de'sovrani;  dove  i 
negozi  dell'Europa  erano  solennemente 
discussi;  ove  si  vedevano,  non  guari,  sale 
piene  di  stellimi,  pitture  falle  nel  rina- 
scimento delle  arti ,  iscrizioni  che  susci- 
tavano mille  memorie,ora  non  visi  trova- 
no che  muraglie  mezze  diroccale,  passag- 
gi oscuri,  spaziosi  recinti  e  vasti  alloggia- 
menti militari".  E'  pure  da  vetlersi  in  A- 
vignone  la  casa  degl'  invalidi  ,  formata 
dall'unione  del  già  monastero  de'celesti- 
ni  edel  già  noviziato  de'gesuiti;  essa  è  una 
succursale  della  gran  casa  degl'invalidi  di 
Parigi,  e  fu  deslinata  a  ricoverare  i  solda- 
ti, le  cui  ferite  abbisognano  d'un'aria  più 
temperata  della  parigina,  ottima  essendo 
quella  d'Avignone.  Il  teatro  è  uno  de'più 
belli  del  regno.  Inoltre  Avignone  possie- 
de una  copiosa  biblioteca,  collezione  di 
pitture,  il  giardino  botanico,  il  museo  di 
storia  naturale,  d'antichità,  quello  delle 
medaglie,  vari  istituti  scienlifici,  ed  all'u- 
niversità successe  l'ateneo  o  collegio.  A- 
vignone  conta  presentemente  circa32,ooo 
abitanti,  e  ne  annoverò  sino  a  100,000 
quando  era  residenza  de'Papi:  Io  splen- 
doie  della  corte  d'  Avignone  è  celebrato 
neilcstorie.L'indu>itria  serica  grandemen- 
te vi  fiorisce,  e  le  sue  (àbbriche  di  stolfe 
di  seta  mpidamente  prosperano.Allre  fab- 
briche Sono  quelle  d'acquaforte,  di  lami- 
ne di  rame  e  di  latta.  Ha  concie,  tintorie, 
fdatoi ,  uuiiini  e  importanti  fundcrie  di 
cannoni  t:  di  carallcri  da  slantpa.  Il  suo 


V  E  N  17- 

IrafTico  abbraccia  pure  i  pingui  prodoli* 
territoriali  di  grani,  legumi,  vino,  seta, 
lana,  frutta,  zafferano  e  olio,  edi  lali  pro- 
dotti fa  un  gran  commercio;  dappoiché 
questa  cillà  è  il  deposito  pel  basso  Del- 
finato,  la  Provenza  e  tutta  la  Lingnado- 
ca.  Quattro  fiere  Iriduane  vi  si  tengono 
nel  volgere  delle  stagioni,  nelle  quali  ha 
luogo  molta  esportazione  di  bestiame.  Ad 
ogni  arcivescovo,  i  frutti  della  mensa  so- 
no tassati  in  fiori«ii'55o  ne'  libri  della  ca- 
mera apostolica  e  del  sagro  collegio.  L'ar- 
cidiocesisi  estende  a  circa  20  leghe  in  Inu- 
ghezza,  e  a  i  o  in  larghezza,  e  contiene  [)iìi 
luoghi.  Si  ha  dal  n.^i^i  del  Giornale  di 
Roma  dell 853,  che  gli  operai  occiiijati 
nella  demolizione  delle  case  acquistate 
dalla  cillà  d'  Avignone  per  slargare  la 
strada  Geline,  e  per  la  costruzione  del  pa- 
lazzo pubblico,  scoprirono  rovine  di  edi- 
fizi  romani  assai  ben  conservale.  Vi  si  ve- 
dono carri  tirali  da  due  cavalli,  cimieri, 
trofei  d'armi  scolpili  in  massi  di  pie'ra 
di  gran  dimensione;  e  si  doveano  intra- 
prendere notàbili  scavi.  Avignone  ebbe  la 
zecca  pontifìcia  :  ne  riparlai  negli  arlicnli 
Denari  e  Monete. Nolo  il  Borgia  nelle  I\Te- 
morie,  che  la  moneta  delle  provi ncie  del 
Patrimonio  e  del  Venesino,  fu  delta  Pa- 
par  ina  quasi  Papalina,  ó'wevsa  però  nel- 
la valuta  dalla  provisìna  o  romana.  Lo 
Scilla,  Breve  notizia  delle  monete  pon,' 
tijìcie  antiche  e  moderne,  a  p.  i  5  descri- 
ve quelle  de'Papi  Avignonesi,  e  coli'  epi- 
grafi: Comes  J'enasini,  di  Clemente  V, 
Giovanni  XXII,  Clemente  VI,  ec.  Anche 
della  sede  vacante  d'Urbano  V;  e  degli  an- 
tipapi avignonesi  Clemente  VII  e  Bene- 
detto XIII.  A  p.  876  descrive  le  mone- 
te ballate  pure  in  Avignone,  da'cardinali 
legali  d'Avignone  e  del  Venesino,  cioè  de* 
cardinali  d'Amboise,  Farnese,  Borbone,  , 
Armngnac,  Acquaviva,  Borghese,  Ludo- 
visi,  Barberini,  Pamphilj,  Chigi,  Otlobo- 
ni,  benché  dimoranti  in  Roma.  Descrive 
quelle  fatte  coniare  da'vicelegati, cardinal 
Conti  e  cardinal  Filonardi  ,  e  da'  prelati 
Silvio  Sa  velli,  Cosiuu  de  Bardi  vescovo  di 


176  VEN 

Carpenlrns,  e  Nicolò  Conli.  Scrissero  di 
Avignone  e  del  contado  Venaissiiio:  Sle- 
fauo  DaUizio,  Vitae.  Paparum  A^'cnio- 
«r^.m/ojjParisiisiGgS.  Principia  al  i  3o5 
e  termina  ali  894;  ma  fu  posto  nell'indi- 
ce de'  libri  proibiti.  Bullariuin  civilatis 
y4i'eiiionensis,sn>e  Bidlar'uun  Ponti ficum 
et  Diplomata  Regiiin  continens  liberta- 
tes,  immiinilates, privilegia,  ctjnra  ch'i' 
tatis  etcivium  Avenionensium,  LugduQi 
1657.  BuUarium  privilegiorum  Comi' 
iatusf^enaisini,Carpen[ovacùa[>udC\aa- 
dium  Touzeli  703.  Descriptio  Avcnionis 
et  Comitatus  f^enaisini,  Lugduni  i658. 
Histoirc  dc.sSouverainsPoiitifes,  qui  oiit 
siégé  dans  Avigiion,k.\\^no\\  i  754-  Let' 
tres  ìdstoriques  sur  le  Comtat  ì  cnais- 
sin,  et  sur  la  Seìgneurìed'  Avi  gnau,  Am- 
sterdam 1769.  Orazio  Malici,  Relazione 
dello  stato  d' Avignone  e  della  contea 
Penaisina.  F'rancesco  Noviger,  Histoirc 
chronologique  de  l'Eglise,  Evesques  et 
A rchevesques d'Avignon,ìio  A\\giìon  de 
l'inipriinériedeG.Bratuerau  i66o.iVrtr- 
ratio  Plochotrophioruni  in  Avenionensi 
iJrbe,  lotoqueVenascino  Conùtalu  ab. 
Niccolini  Avenionensis  pro-legali  cura  et 
labore  institutoruni  auctore  P.  L.  D.  C. 
iS". /.jAvenioneapud  Laurenliiim  Lemolt 
1684.  Historia  chronologica  rccloruni 
collegiis.  3Jarliali  Avenionensis,  1688. 
E'  in  favore  de'cluniacensi  nella  questio- 
ne tra  gli  abbati  e  il  vice-legato  sull'e- 
lezione del  rettore.  Dionisio  Sanmarta- 
ni,  Provincia  ecclesiastica  Avenionensis 
continens  dioeceses  Avenionenseni,  Car- 
penloractensem,  Vasionensein  et  Cabel- 
licensem.  Extal  in  Gallia  Christiana,  t. 
1.  Giuseppe  M/  Suarez,  Descriptinncu- 
la  Avenionensis, et  Comitatus  f^enasci- 
ìli,  Lugdunì  1 658.  Belleville,  Deseription 
historique  du  Conile  Venaissìn.  Ex  tal 
Rlém.  di  Trevoiix,  art.  i  34  in  set<  1 7 1 2. 
Calendrier  et  No  lice  de  la  ville  d'Avi- 
gnon,  1  76  i.EusebioDidier,Prtrtcgy/V(7He 
€le  s.  Agricol  ciloyen,  cvéque,  et  patron 
de  la  ville  d' Avignon.  Avec  des  notes  sur 
les  acles  el  le  culle  de  ce  Saint}  et  sur 


VEN 
l' histoirc  tant  sacrée  qiie  prophanc  de  la 
nume  ville. K  Avignon  chez  JosephSinion 
Tournei  1  'j65a\ec(ig.MarqnisaldePro- 
vence  el  des  Comlals Fenaissin  el  d'Avi- 
gnon.  Nella  Géntalogiehist.,Vax\<i\'j'Hj, 
t.  4-  kn\on\o^ìd'ie\\'\,Leltera  al  cardi  uni 
Francesco  Barberini  scritta  da  Parigi 
sopra  l'interruzione  della  storia  del  p. 
Policarpo  de  la  Rivière  certosino  ,  del- 
l'antichità della  chiesa  e  città  d'Avigno- 
ne^ e  diluito  il  contado  Fenesino  e  pro- 
vincìe  c/rc07iw'cme,  1639.  Giovanni  Mo- 
nard  de  Vautres,  Oralioncs  tres  de  in- 
clita civitate  Avenionensi, \ven\one,  l*iot 
1 656.  Esprit  Sabatier,  Le  Caducéefran- 
cois  sur  la  ville  d' Avignon,  Conile  Fc- 
naisin  et  Principauté  d'  0/'tì(/.»ge,  A  v  ignoti 
1662.  Pellegrino  Maseri,  De  Avenionis, 
ac  Aemiliae  moribus ,  et  Icgihus  legali- 
que  de  latere authoritate,i-'apiae i6gS. 
I3oaienico  Decolonia,  Storia  letteraria 
d'Avignone.  ]VIartinengo,/ytorirt  di  PrO' 
venza  descritta  da  Antonio  Lupis,\jtV' 
gamo 1 768.  André,  Histoirc politìque de 
la  Monarchie  PonlificaL  ou  la  Papau- 
té  à  Avignon,  Paris  i845. 

VENASCA  o  VENASQUE  o  VIN- 
DAUSICA.  F.  Carpentrassob  Venaissiit. 

VENCEoVENZA,  Fenda,  Fincium, 
Fintia,  Fenliae,  Fincensium  C/riv.  Cit- 
tà vescovile  di  Francia,  nella  Provenza, 
dipartimento  del  Varo,  capoluogodi  can- 
tone del  circondario  di  Grasse,  da  cui  è 
distante  3  leghe  circa  e  altrettante  da  An- 
libo  e  dal  mare,  e  220  da  Parigi.  L'an- 
tica cattedrale  è  sotto  l'invocazione  della 
ìi.  Vergine,  e  de'ss.  Ferano  e  Lamberto 
(^.)  vescovi  e  patroni  della  medesima,  ed 
ivi  si  venerano  i  loro  corpi.  Il  capitolo  si 
componeva  di  4  dignità,  cioè  il  preposto, 
l'arcidiacono,  il  precentore,  il  sagrista;  di 
5  altri  canonici ,  e  di  8  beneficiati  ,  due 
de'quali  erano  curati.  Nella  diocesi  presi 
so  Cagna  e  il  fiume  Lupo,  vi  è  in  graf 
venerazione  ed  è  celebre  la  Madonnl 
detta  Dorata:  la  chiesa  eretta  da  Carl< 
Magno,  desolata  poi  da'saraceni,  verso 
1007  il  vescovo  Durante  ,  e  i  poleuli  ak 


VEN 

gnorl  Raiinbaldo  con  Lamberto,  aiutaro- 
uo  Ponzio  monaco  di  s.  Eusebio  d'Api 
a  fabbricarvi  una  casa  religiosa,  ii  mo- 
naco ristorò  gli  oratorii  ivi  trovati  di  s. 
Pietro,  di  s.  Gio.  Battista  edi.s.  Varano; 
ed  il  nobile  monastero  da  Ini  edificato,  in 
processo  di  tempo  fu  sottoposto  a  quello 
di  Lerins,  avendo  preso  il  nome  di  s.  Ve- 
rano  ,  ricco  di  possessioni  nella  diocesi  e 
altrove.  Il  dominio  temporale  di  quest'an- 
tica e  piccola  città  dell'Alpi  Marittime, da 
alcuni  chiamata  Fenza,  era  diviso  fra  il 
vescovo  e  il  barone  dell'antica  casa  di  Vil- 
le JNeuve,  in  italiano  Villanova,  luogo  vi- 
cino a  Vence,  che  possedeva  la  sua  por- 
sione  cui  titolo  di  marchesato!  La  dioce- 
si avea  20  parrocchie;  e  negli  ultimi  lem- 
pi  senza  alcuna  abbazia,  o  altra  casa  re- 
ligiosa ,  ed  era  sulFraganea  del  metropo- 
litano d'Embrun.  Clemente  Vili  volle  u- 
nirc  il  suo  vescovato  a  Grasse,  il  re  Eu- 
rico IV  vi  acconsentì,  ma  gli  abitanti  e- 
nergicamente  si  opposero;  altreltanloav- 
venne  a  tempo  d'Innocenzo  X.  Attestano 
la  sua  antichità  gli  scavi  fatti,  da'quali  si 
trovarono  antichilà  romane  e  dell'  iscri- 
rioni.  Vi  si  tengono  4  fiere  l'anno ,  ed  è 
popolosa,  contundo  quasi  4ooo  abitanti. 
Del  resto  è  poco  considerabile.  Bensì  gode 
f<;rtile  territorio,!  cui  principali  prodotti 
sono  vino,  frutti,  olio,  ec.  La  sede  vesco- 
vile fu  istituita  nel  IV  seoolo,edil  i.°vesco- 
voche  si  conoscaè  s.  Eusebio  del  374.Ne 
furono  successori,  s.  Ivino  0  Giovinio  del 
410  circa,  che  sostenne  diversi  incomo- 
di per  gli  ariani;  Arcadio  del  43o,  enei 
439  intervenne  al  concilio  di  Riez.  Poco 
dopo  gli  successe  s.  J 'erano  di  senatoria 
stirpe  e  figlio  di  s.  Eucherio  arcivescovo 
di  Lione,  virtuoso  edotto,  strenuo  difen- 
sore de'dirilti  della  Chiesa  edivolissimo 
della  s.  Sede.  Da  Papa  s.  Ilaro  fu  adope- 
rato ili  diversi  aflari,  fra'quali  di  recarsi 
da  s.  Mamerfo  di  Vienna  per  interdirgli 
le  ordinazioni;  poiché  contro  le  ragioni 
della  chiesa  d'Arles,  avea  ordinato  il  ve- 
scovo di  s.  Diez ,  e  perciò  si  contentasse 
di  rivocare  l'operalo.  S.  Verauo  iuler- 
voi,  xc. 


VEN  177 

\enne  al  4'  concilio  d'Arie^.  Riposò  nel 
Signore  verso  la  metà  del  V  secolo,  cele 
bre  per  miracoli,  e  la- sua  festa  si  celebra 
a'c)  settembre  secondo  il  Buller,  o  a'  1  o  al 
dire  (Iella  G  allìachri.' liana, i.^,p.i  ì/\'i: 
ì'encienses  Episcopij  e  de'  Monumenta 
historiae  Patriae,  l.  4,  nel  quale  si  rife- 
riscono molte  notizie  del  vescovato  e  ile' 
vescovi  di  Fenza,  come  io  esji  sono  chia- 
mali, per  contenere  anche  la  Storia  del- 
l'Alpi  Marittime  di  Pietro  Giolfredo.  Il 
suo  corpo  fu  sepolto  nella  cattedrale  in 
marmoreo  sarcofago,  ed  il  capo  fu  rac- 
chiuso in  una  teca  o  busto  d'argento.  Nou 
si  deve  confondere  con  s.  Vera  no  di  Lio- 
ne ,  né  con  s.  Verano  di  Chalons  o  me^ 
glio  Cavailion.  11  vescovo  Eucherio  in- 
tervenne nel  024  3'  ^-°  concilio  d'Arles. 
I  lidi  furono  vescovi  Pasquale,Firraino  del 
527,  Deuterio,  che  intervenne  a'concilii 
d'Orleans  del  54 1  e  del  54g;  nel  sinodo 
d'Arles  del  554  mandò  Ciminiano,  ed  a 
quello  di  Macon  del  585  inviò  un  altro 
deputato ,  e  morì  verso  il  590.  Gli  fu 
surrogato  in  morte  Fronimio  di  Bour- 
ges,  già  vescovo  d'Agde,  perseguitato  dii 
Lewieldo  re  ariano,  ma  accarezzato  dal 
re  Childeberto  11.  Aureliano  fu  al  conci- 
lio di  Cavailion  o  meglio  di  Chalons  del 
65o.  Non  si  conoscono  altri  sino  a  Liu- 
tadó  dell'835.  Neil' 877  il  clero  e  il  po- 
polo elessero  Valdeno  diacono,  ricusan- 
dosi il  metropolitano  d'ordinarlo;  di  che 
si  lagnò  Papa  Giovanni  Vili  con  Ariber- 
lo  arcivescovo  d'Embrun,  e  per  avere 
ordinalo  un  altro  contro  il  prescritto  de' 
s.  canoni  ;  per  cui  gli  comandò  con  questo 
e  con  Valdeno  di  recarsi  a  Roma.  Vifre- 
dodeir87g  fu  scomunicalo  da  dello  Pa- 
pa e  privalo  di  celebrare  la  messa,  per 
aver  comunicalo  cogl'interdelti:  forse  fu 
l'ordinato  da  Ariberto.  S'ignorano  gli  al- 
tri sino  ad  Arnolfo,  ed  a  Durando  o  Du- 
rante abbate  di  s.  Eusebio  d'Api  eletto 
Delioo5.  Cede  il  suo  jus  sulla  chiesa  di 
s.  Maria  Dorata  al  suddetto  monastero 
di  s.  Verano  di  Cagna  nella  diocesi ,  ii 
quale  dal  muuaslero  di  Lerins  soUralto, 
12 


178  YEN 

fu  unito  ni  cnpìlolo  nei  i2uo.  Diiianle 
inlei'veniie  allo  coiisaginzìuiie  dell'abba- 
zia ili  &.  Villore  di  IVlaisiglia,  ed  al  con- 
cilio nazionale  d'Avignone,  e  perciò  an- 
cora viveva  nel  I  060.  Nel  1094  Pietro  l 
jnonaco  di  Lerins,  de'conti  d'Antibo,  con- 
ierujo  a  Leiins  il  monastero  di  s.  Vera- 
110.  iS'el  I  I  i4  s.  Lamberto,  de'  conti  Pe- 
loguinijla  cui  nascita  in  Leaudun  coslòlu 
vita  a  sua  madre,  poiché  fu  estratto  dal 
suo  ventre  appena  morta,  non  polendo- 
lo partorire.  Governò  con  somma  pru- 
denza e  santità,  morendo  a*  26  maggio 
I  i54,e  fu  sepolto  nella  cattedrale  in  a- 
\ello  di  marmo  con  cenotado  in  lettere 
gotiche  riferito  da'Sanmartani.  Però  la 
sua  festa  si  celebra  a' 26  giugno;  chiaro 
per  miracoli  in  vita  e  dopo  il  suo  decesso, 
perciò  in  gran  venerazione  ne'popoli  con- 
■vicini,  che  l'invocano  ne'bisogni.  La  sola 
sua  umiltà  era  sufllciente  per  distinguer- 
lo da  quelli  che  componevano  il  suo  cle- 
ro. La  magrezza  del  di  lui  bel  volto  an- 
Dunziava  i  continui  suoi  digiuni.  Il  suo  a- 
more  all'orazione  fu  sì  grande,  che  recitò 
ciascun  giorno  in  piedi,  negli  iiltioii  3o 
annidi  sua  vita,  tutl'interu  il  salterio,  in- 
nanzi di  pi  ender  cibo. Degnamente  gli  suc- 
cesse nel  I  1 55  Rinaldo  o  meglio  Piaimou- 
doornalodigran  santità.  GuglieluioI  Gì- 
rnldi  intervenne  al  concilio  diLaterano  Ili 
neh  lyg.  Pietro  II  nel  1 198  approvò  il 
lestameuto  di  Romeo  di  Ville  IN'euve  ba- 
rone di  Vence  e  contestabile  della  pro- 
vincia; ed  essendo  stalo  da'religiosi  ab- 
bandonato il  monastero  di  s.  Verano,  unì 
l'entrale  al  capitolo.  Guglielmo  11  Ribot- 
ti, a  cui  Raimondo  Berengario  IV  conte 
e  marchese  di  Provenza  nel  1229  donò  i 
suoi  diritti  sul  castello  di  Geaudun,  a  con- 
dizione cheogni  vescovo  e  sacerdote  che  si 
I  ecassero  al  sinodo  di  Vence,  dovessero 
celebrare  l'ultima  messa  per  la  remissio- 
ne de'di  lui  peccati  e  di  quelli  de'suoi  pa- 
renti. Pietro  III  nel  1232  ne  ricevette  la 
conferma  da  Carlo  I  d'  Angiò  conte  di 
Provenza,  di  cui  era  consigliere  e  limosi- 
uierc;  fece  udì 263  uuu  Iruu^uziotie sul- 


VEN 

la  giurisdizione  di  Corsegolis  col  barone 
di  Ville  Neuve.  Guglielmo  Ili  di  Si»te- 
ron  nel  1270  ricevè  eguale  conferma  da 
Carlo  I  d'Angiò  nel  1270,  accrebbe  l'en- 
trale di  sua  mensa,  e  rinunziò  la  sede  nel 
I  281  per  ritirarsi  in  s.  Vittore  di  Marsi- 
glia a  menar  vita  religiosa.  Nel  1290  fr. 
Pietro  IV  domenicano.  Folco  I  deli3oB 
acquistò  niolti  beni  per  la  sua  chiesa.  Pie- 
tro V  eletto  nel  1 3  1 2  ,  cede  nel  1  3  1 5  a' 
canonici  e  capitolo  il  suo  dominio  e  giu- 
risdizione su  Vence  e  suo  territorio,  e  so- 
pra i  castelli  diTurrelo,  Malvani  e  Ba- 
stida,  colla  condizione  di  non  alienarti:  il 
che  però  poi  fece  neh  572  il  vescovo  Lo- 
dovico Grimaldi  de  Boleo  in  grazia  di 
Claudio  di  Ville  Neuve  consignore  di  Ven- 
ce; ma  reclamando  gli  abitanti  di  Ven- 
ce, i  loro  successori  sciolsero  il  contral- 
to, e  la  mensa  vescovile  l'icuperò  la  si- 
gnoria. Raimondo  I  morì  nel  1319.  Pie- 
tro VI  Malirali,  di  santa  vita,  fondò  la 
cappella  di  s.  Croce  nel  territorio  di  No- 
vi,interveime  al  concilio  d'Avignone,  e  fu 
consigliere  del  conte  di  Provenza  R.oher» 
to.  Morto  nel  1 326,  in  questo  gli  succes- 
se Fulcone  o  Folco  II  religioso  domeni- 
cano, intervenne  al  concilio  d'Avignone, 
e  Dell'esser  traslato  alla  sede  di  Tolone, 
prima  donò  al  capitolo  la  sua  mitra  pre- 
ziosa. Neh  320  vi  fu  trasferito  da  Venti- 
miglia  fr.  Raimondo  11  de'minori,  peni- 
leuziere  apostolico,  caro  aGiovanniXXI  I, 
poi  vescovo  di  Nizza.  Neh  335  fr.  Arnal- 
dode  AnlisicooBarcillon  spagnuolo,del- 
l'ordine  de'minori  e  penitenziere  ponti- 
fìcio, intervenne  al  concilio  d'Avignone 
j)eh337,  e  fece  lodevoli  statuti.  Neh  347 
Guglielmo  IV  Digna, peri  200  fiorinid'o- 
ro  acquistò  la  giurisdizione  de'  conti  di 
Provenza  su  Vence;  benché  il  siniscalco 
di  Provenza  fece  poi  eguale  vendita  per 
2000  fiorini  d'oro  ad  Arnaldo  de  Vdle 
Neuve.  Gli  successe  il  fratello  Stefano,  che 
neh  365  intervenne  al  concilio  provincia 
led'Apt.  Nel  r388  fr.  Giovanni  I  Abra 
bardi  domenicano,  perciò  dello  il  vesce 
vo  Bianco,  propugnatole  delle  lagioiii 


VEN 

sua  chiesa,  intervenne  airadiinanza  degli 
stati  di  Provenza,  e  fece  doni  ai  capito* 
lo:  dal  comune  di  IN'izza  ricuperò  caslel 
Galherio  oGallieres,  Nel  iSgG  Bonifa- 
cio de  Puleo  o  del  Pozzo  nizzardo  ,  in- 
truso dall'antipapa  Benedetto  XIII,  indi 
riconosciuto  dopo  3  anni  dal  Papa  Boni- 
facio IX,  fu  poi  scomunicato  da  Gregorio 
XI  i  con)e  scismatico.  I  suoi  concittadini 
si  ripresero  il  detto  castello  ,  per  averlo 
loro  impegnalo.  Baduele  I  vivea  nel  i4o4' 
Paolo  de  Cario  o  Caire  nel  1 4 1 5  ottenne 
da  Lodovico  11  d'Angiò  conte  di  Proven- 
za, la  conferma  della  giurisdizione  acqui- 
stata su  Vence  da  Gnglielmo.lV,ed  ebbe 
varie  controversie  col  dinasta  di  Ville 
Keuve:  fu  traslalo  a  Glandeve  nel  14*20. 
Da  tal  sede  passò  in  questa  Lodovico  di 
Glandeve  de'signori  di  Faucon,  e  fondò  in 
Vence  nel  1428  l'arcidiaconato.  Per  le 
tenui  rendite  della  mensa,  ottenne  a'  16 
luglio  1432  da  Eugenio  IV  la  bolla  d'u- 
iiione  a  queilo  vescovato,  di  quello  di  Se- 
nez  (nel  quale  articolo,  volendo  ciò  indi- 
care ,  a  tempo  del  vescovo  Giovanni  di 
Scilbons  o  meglio  Scillons,  dopo  la  paro- 
la indi,  mancando  quelle:  dovea  la  sede 
unirsi  al,  sembra  ch'egli  fosse  poi  vescovo 
di  Venza  o  Vence,  il  che  non  esiste.  Im- 
perocché si  legge  nella  Gallia  Christia- 
na :  Scdit  circa  i43o,  eodeni  Praeside 
obtenta  est  bulla  unionis  sub  Eugenio 
IV  1432  Episccpatuuvi  Senecensis  et 
Venciensis;  quae  tavien  unìo  nunquani 
hahuil  e/fccluni.  Non  debbo  però  tacere, 
che  siccome  per  l'unione  a vea  supplicato 
il  Papa  anco  Giovanni,  fu  decretato  che 
fosse  vescovo  di  tali  chiese  chi  di  loro  fos- 
se sopravvissuto),atlesa  anche  la  vicinan- 
za delle  due  diocesi,  ma  non  ebbe  effet- 
to. Lodovico  nel  1434  fu  traslalo  a  Mar- 
siglia, e  recatosi  al  concilio  di  Basilea,  di- 
venuto questo  conciliabolo,  fu  uno  degli 
elettori  dell'antipapa  Felice  V  di  Savoia. 
Sebbene  per  detto  trasferimento  la  sede 
di  Vence  restò  vacanle,  ed  il  rapitolo  no- 
minò Giovanni  Scillons  vescovo  di  Scnez 
a  prendere  il  goveruu  auche  di  loto  chie- 


VEN  179 

sa,  pure  la  cosa  restò  imperfetta,  sussisten  • 
do  separati  ambedue  i  vescovati.  A  (|ue- 
sto  di  Vence  lo  slesso  Papa  elesse  Anto- 
nio Sai  vani  ,  canonico  di  Vence  e  priore 
di  LerinSjCoU'annuenza  dell'abbate  di  tal 
monastero;  e  pel  bisogno  del  capitolo  e  del 
vescovo  ,  questi  nel  i4^7  ottennero  dal 
cardinal  Gelivo  legalo  in  Francia  la  sop- 
pressione dell'arcidiaconato,  e  l' incorpo- 
razione alle  loro  mense  di  sue  rendite. 
Nel  1 463  fr.  Raffaele  II  Monso  di  Barcel- 
lona agostiniano,  confessore  di  Renaio  di 
Angiò  conte  di  Provenza:  beneficò  la  sua 
chiesa  con  ornamenti  e  coli'  organo,  e  il 
capitolo  coll'ampliare  uno  clericato,e  con 
unirgli  il  priorato  de'ss.  Pietro  e  Giovan- 
ni de  Gandà  e  de  Pugetono,  onde  per  gra- 
titudine gli  celebrò  poi  un  anniversario  di 
suliragio.  Nel  1 468  fece  aprire  la  tomba 
di  s.  Lamberto,  ed  estrattone  il  capo  ,  lo 
fece  includere  in  una  teca  d'argento.  A 
mezzo  d'un  delegato  nel  1487  intervenne 
ai  comizi  d'Aix.  Neli49«  era  vescovoGio- 
vanni  li  de  Vesc,  a  cui  successe  nei  i497 
il  fratello  Aimaro.  Morto  nel  i5o7,  Giu- 
lio Il  nominò  vescovo  amministratore  o 
commendatario  di  Vence  il  cardinal  A- 
lessandro  Farnese  diacono  di  s.  Eustachio, 
il  quale  recatosi  a  prenderne  possesso  iu 
Vence,  a'  1  2  settembre  1  5o8  fece  adunare 
il  capitolo  pel  governo  del  suo  vescovato, 
a  motivo  della  propria  assenza,  per  dove- 
re tornare  inRoma.  Ne  fu  benemerito,per- 
chè  dipoi  al  capitolo  inviò  ss.  Reliquie, 
tratte  dalle  principali  basiliche  di  Roma, 
a' 10  maggio  1509.  Neli5i  i  rassegnò  la 
sua  chiesa,e  dipoi  divenne  Papa  PaoloIII 
celebralissimo.  La  rassegna  fu  a  favore  di 
Gio.  Battista  I  Buongiovanni  romano,  il 
quale  nel  i5i3  intervenne  al  concilio  di 
Laterano  V;  indi  ebbe  lite  col  capitolo, 
terminata  nel  ì5i'j  con  transazione:  in 
questa  fu  dichiarato,  spettare  al  vescovo 
la  collazione  di  tutti  i  benefizi  della  dioce- 
si; al  capitolo  appartenere  l'elezione,  no- 
mina e  presentazione  delle  dignità  cano- 
nicali, delle  prebende,  de'beneficialiedel 
vicario.  Mori  nel  1 523  e  fu  sepolto  in  Ca- 


i8o  V  E  N 

gna.  Gli  successe RoberloCenaliso  Cenale 
teologo  di  Parigi,  ciie  celebrò  nel  1 5^7  il 
capitologenerale  nella  cattedi'ale,ti'aslato 
a  Rieti  nel  1  53o.  Nel  seguente  Baldassare 
Jarenle  0  Jarento  de'  baroni  di  Montclar, 
che  fece  transazione  col  barone  di  Vence 
sulla  giurisdizione,  poi  vescovodis.  Flour 
e  arcivescovo  d'Embrun.  Neli54i  rasse- 
gnò Vence  al  fratello  Nicola,  suo  coadiu- 
tore e  vicario  generale, acerrimo  difenso- 
re delle  ragioni  di  sua  chiesa,  per  cui  con- 
eliise  accordo  col  barone  Antonio  di  Vd- 
leNeuve  e  gli  uomini  della  città.Neli  555 
Gio.  Battista  11  de  Sitniaue  de'signori  di 
Gordes,  indi  trasferito  ad  Api.  Lodovico 
Grimaldi de'baroni  de  Bueil  oBoleoo  Do- 
glio, grande  elemosiniere  del  duca  di  Sa- 
voia e  suo  oratore  ad  Enrico  111  ,  inter- 
venne al  colJoc|uio  di  Poissy  nel  1 56 1, ed 
al  concilio  di  Trento:  per  vecchiezza  si  di- 
mise dal  vescovato.  Per  sua  rassegna  nel 
1576  Andino  Garidelti   canonico  della 
cattedrale  e  vicario  generale  ,  morto  nel 
1  588.  Guglielmo  IV  le  Blanc  d'Alby,poe- 
ta  esimio,  a  cui  favore  a'  1 2  febbraio  i  Scfi 
da  Clemente  Vili  furono  uniti  i  vescovati 
di  Vence  e  di  Grasse  (f-),  consagrato 
ili  Nizza  a'  3  I  maggio  da  quel  vescovo 
Lodovico  Pallavicino,  dal  cessionario  ve- 
scovo Boglio  e  da  Luca  Fieschi  vescovo 
d'Albenga;  ma  tali  sedi  vescovili  furono 
indi  separate  nuovamente  nel  1601,  anno 
di  sua  morte,  avvenuta  a'ig  novembre  in 
AiXjOve  fu  sepolto  nella  metropolitana. Pei" 
la  sua  morte  duntpie  segui  la  disgiunzio- 
ne delle  due  diocesi  di  Grasse  e  Vence,  per 
sentenza  del  parlamento  d'Aix.  Succe- 
dendo perciò  nella  sede  di  Grasse  Stefa- 
no II ,  e  in  quella  di  Vence  Pietro   VII 
de  Vair  parigino,  benefico  pastore.  Pie- 
staurò  r  episcopio  rovinato  dalle  guerre, 
ricuperò  le  alienale  giurisdizioni  di  Vea- 
za,  di  Broco  e  di  Beaudun,  dagli  anteces- 
sori alienate,  vii  tuosamente  ricusando  il 
vescovato  di  Marsiglia  e  altre  cattedre  più 
pingui,  con  dire:  Sibi  siifficere  primain 
iixoreiii  quains'is  panperem  nec  ad  se- 
citndas  miptias  (juocunique  praclcxtu 


VEN 
calcolare  velie.  Riformò  le  costituzioni 
sinodali  nel  i6o3.  Pieno  di  meriti  morì 
nel  1 638  e  fu  sepolto  nella  cattedrale.  An- 
tonio Godeau,  già  vescovo  di  Grasse,  gli 
successe,  celebrò  il  sinodo  e  lo  pubblicò 
colle  sue  opere;  lodato  pastore  ,  ottenne 
da  Innucenzo  X  nel  i644  l'unione  del 
vescovato  di  Grasse  a  questo  di  Vence, 
per  la  scarsezza  della   mensa,  vicinanza 
delle  due  città   e  angustia   delle  diocesi, 
però  con  ripugnanza  degli  ecclesiastici  e 
secolari  di  Vence.  Siccome  T  unione  de* 
due  vescovati  era  slata  fatta  sull'asserzio- 
ne, che  quella  di  Clemente  Vili  fosse  per- 
pelua^  e  ciò  non  itussistendo  ,  dovette  la- 
sciare Grasse^  di  nuovo  separata  da  Ven- 
ce, e  tenne  soltanto  questa, nella  quale  mo- 
rì nel  i653.  I  successori   sono  riportati 
dalla  nuova  edizione  della  Gallict  chri- 
sti.ina.  Le  Notizie  di  Roma  registrano  i 
seguenti.  I  755  Giacomo  de  Grasse  della 
diocesi  di  Beauvais.  1  75g  Gabriele  Fran- 
cesco Moreau  di   Parigi.  1764  Michele 
Francesco  Corel  du  Vivier  de  Lorry  di 
Metz.  1770  Giovanni  de  Cairoli  della  dio- 
cesi di  Narbona,già  vescovo  di  Sarepta 
inpartibiis.\  'j'j'ì  Antonio  B.enato de  Bar- 
donanche  della  diocesi  di  Grenoble.  A*i5 
dicembrei783  Carlo  Francesco  de  Piza- 
ny  dela  Gaude,  dell'arcidiocesi  d'Aix.  Di 
lui  abbiamo:  Istruzione  morale  e  pole- 
mica sul  giuramento  de'cittadiiii,  Roma 
I  794.  Pel  concordalo  tra  Pio  Vile  la  re- 
pubblica francese,  nel  1801  soppresso  il 
vescovato  di  Vence,  il  dello  vescovo  si  d| 
mise  e  perciò  fu  l'ultimo. 

VENDA  o  VENDEN  o  WENDEr 
Vinden.  Città  vescovile  di  Russia  in  Ei 
ropa,  governo  di  Livonia,  capoluogo 
distretto, presso  la  sponda  sinistra  dell'Ai 
a  27  leghe  da  Biga.  E'  stata  edificala  n( 
i2o5,  ed  era  una  volta  luogo  consideri 
bile  e  residenza  dell' ol"dine  de' cavalieri 
Porta  Spade  (^•);  nia  dopo  1'  ìncendi( 
che  consumolla  interamente  nel  1 748  n( 
è  più  che  un  piccolo  sito  assai  insignii 
caule  di  circa  1000  abitanti.  Il  redi  Pc 
luuia  Sigismondo  li  Augu^to^  le  coufe 


VEN 

niò  i  ilirllli  di  cillà  neli.'JGi;  privilegio 
che  le  fu  assicuralo  nel  i  58a  dal  re  Ste- 
fano Datori,  e  nel  i6iG  «lai  re  Sigismou- 
do  III.  Il  vescovo  ili  Livonia  e  l'arcive- 
scovo ili  R'gn  ( /^.)  essendosi  falli  proie- 
ttanti, pe'  cattolici  di  Livonia  il  dello  re 
Stefano  ottenne  da  Papa  Giegorio  XIII, 
e  subilo  relfelluò  Sisto  V,  che  in  Venda 
vi  erigesse  un  ve.ocovato  ,  e  fu  esaudito 
colla  bolla  Equiim  clrationi  congruiini 
repulanins ,  del  i.°  maggio  i585,  Bull. 
Roin.  t.  4i  pa«''  4>  P-  '  27=  Erectio  Eccle- 
siae  Calhedralis  Vitulcnsis  in  Livonia, 
cioè  la  chiesa  di  s.  Gìo.  Battista.  Com- 
pose il  capitolo  dellat.'  diguilù  del  pre- 
posto, delle  dignità  del  decano,  dell'arci- 
diacono, del  cantore  ,  dello  scolastico  ,  e 
del  custode  dignità  inferiore,  oltre  6  ca- 
nonici. Stabili  le  mense  del  vescovo  e  del 
capitolo,  con  corri<ipundenti  dotazioni; 
provvide  al  modo  di  nominare  i  benefizi 
ecclesi  •»tici,  e  dichiarò  il  vescovato  pa- 
dronato ilei  re  di  Polonia.  Il  p.  Mirco  di- 
ce che  il  vescovo  avea  luogo  nelle  diete 
di  Polonia,  fra'senatori  del  regno,  e  che 
erasudraganeodel  metropolitano  di  Gne- 
sna;  altreltanto  alfernia  io  Sladel  ,  Geo- 
graphiae  ecclesiaslicae  universalis.  Ma 
la  serie  de' vescovi  ces»ò  col  2.°  a  motivo 
delle  guerre;  gli  svedesi  essendosi  impa- 
droniti della  Livonia  neii6iy,cessò  il  ve- 
scovato di  Venda  o  Venden,  ed  il  re  Gu- 
stavo II  Adolfo  ne  fece  un  presente  al 
cancelliere  Oxenstiern  proleslante^in  uno 
alla  città  e  al  castello  di  Venden.  Pietro 
I  imperatore  ò\Russia{f'.)  conquistò  sui 
svedesi  la  Livonia,  il  cui  possesso  gli  fu 
confermato  nel  172  i  .Quindi  l'imperatri- 
ce Elisabetta  nel  1744  fece  dono  al  gran 
cancelliere  conte  di  Besluger-Rumìn  del 
castello  e  della  città  di  Venden,  con  pa- 
recchie dipendenze  nelle  vicinanze;  in  se- 
guitoli detto  conte  vendette  la  città  e  il  ca- 
stello al  barone  di  Volf.  Nel  1758  essen- 
dosi la  città  rivolta  al  senato  dirigente  di 
Pietroburgo,  domandò  che  i  beni  di  cam- 
pagna che  n'erano  stati  alienali  le  fossero 
restituiti,  e  le  si  permettesse  di  riprende- 


YEN  181 

re  l'antico  suo  titolo  di  cillà  imperiale;  il 
che  le  fu  concesso  nel  i  760.  Questa  città 
pare  lo  stesso  che  Portov,  di  cui  parlano 
antiche  cronache,  e  che  fu  assediala  ina- 
ili mente  nel  1219  da  que'di  Novgorod. 
Quanto  al  vescovato  istituito  pe'cattolici 
di  Livonia,  avendo  perduto  la  residenza, 
il  v(;scovo  s'intitolò  con  tal  nome,  ed  in 
quell'articolo  riportai  quando  si  formò  il 
vescovato,  e  la  serie  de'vescovi  di  Livonia 
del  secolo  passato,  finché  la  Russia  net 
1793  pel  2.°  spartiraento  della  Polonia 
acfpiistòpure  il  vescovato  di  Livonia.  Fi- 
nalmente nel  1  798  coH'islituzione  dell'ar- 
civescovato di  Mohilow  [f^.)  ,  anche  il 
vescovato  di  Livonia  fu  compreso  nella 
sua  giurisdizione,  e  così  restò  estinto.  Di 
Mohilow  riparlai  negli  articoli  relativi, 
ed  ora  n'è  arcivescovo  mg/  Wenceslao 
Zylinski  di  Merecz  diocesi  di  Wilna,  tra- 
slato nel  concistoro  de' 18  settembre  1 856 
dal  vescovato  di  Wilna.  Ha  3  sulìraga- 
nei,  che  al  presente  vacano,  cioè  di  Mo- 
hilow, di  Polok  e  di  Livonia. 

VENDRAMINI  Fraxcesco,  Cardi- 
nale. Patrizio  veneto,  che  dopo  a  vere  so- 
stenute gloriosamente  splendide  amba- 
scerie per  la  sua  repubblica  nella  cor- 
te del  duca  di  Savoia,  e  in  quelle  di  Fran- 
cia, Spagna,  Vienna  e  R.oma,  chiamato 
quasi  prodigiosamente  dal  Signore  alla 
vita  ecclesiastica,  venne  assunto  da  Paolo 
V  neIi6o5  al  patriarcato  di  Venezia  sua 
patria,  di  cui  però  attese  le  gravissime 
controversie  insorte  tra  quel  Papa  e  il  se- 
nato veneto,  non  ne  ottenne  il  possesso  che 
sul  principio  del  16 19,  come  rileva  Qiiiri- 
ni  nella  Porpora  e  Tiara  f^cneta,p.  407. 
Intanto  Paolo  V  a*  2  dicembre  16 15  lo 
creò  cardinale  pretedi  s.  Gio.  a  Porta  La- 
tina. La  sua  religione  verso  Dio,  la  divo- 
zione alla  B.  Vergine,  la  liberalità  co'po- 
veri,  la  sua  modestia,  benignità,  e  il  di- 
spregio del  fasto  mondano,  meritavano 
a  questo  cardinale  pel  bene  della  Chiesa 
più  lunga  vita,  che  gli  fu  tolta  in  età  an- 
cor vigorosa  da  importuna  morte  in  Ve- 
uciia  nel  161 9,  poco  dopo  il  suoingrw- 


i82  YEN 

so  nella  palrlarcale,  ove  trovò  perpetuo 
riposo.  Si  ha  da  Giampaolo  Savi,  ['Ora- 
ti'o  infunerc  Francisci  Cardinalis  Fen- 
drainini,  Veneliis  i6ig. 

VENECOMPONENSIS  ECCLESIA. 
Chiesa  d'Armenia,  con  vescovo  suffraga - 
lieo  di  Sergiopoli.  Si  crede  la  medesima 
tlje  Fcncoporiensis  o  Fenelopolilana. 
Con  diversi  titoli  si  conoscono  i  seguenti 
vescovi.  Artico  Bandachìnu  domenicano, 
vescovo  venetopolilano,  morto  nel 1 326. 
Bonifazio  cara)eIitano,  vescovo  venecom- 
poueose,  morto  nel  1374.  Corrado  d'Arn- 
hherg,  del  medesitno  ordine,  vescovo  nel 
1  397  e  morto  nel  1 433.  Giovanni  Slelher 
francescano,  vescovo  neh  434-  Eurico  di 
Hubenach  domenicano,  coadiutore  di  Ro- 
berto di  Baviera  arcivescovo  di  Colonia, 
col  titolo  di  vescovo  venecompoiieiise  nel 
1458:  avendo  Roberto  rinunziato,  Enri- 
co fece  il  simile  del  suo  vescovato,  e  in- 
seguo  poi  teologia  a  Colonia ,  morendo 
neh 464-  Orìens  chr.  l.  3,  p.  i  ig5. 

VENERABILE,  Fenerabilis,  Augii- 
slus,  Venerandus.  Da  esser  venerato,  de- 
gno di  venerazione.  Venerato  ,  venera- 
tus,  adoraiusyda  \enevave,colendus,  ho- 
noraridus,  recolendusy  fare  onore,  rive- 
rire,onorare  con  riverente  osservanza.  Ve- 
uerazione,  veneratìo,cultus,  hoiior,  veli- 
gio,  il  venerare.  Si  dice  Generabile,  per 
antonomasia  ed  eccellenza  il  Santissimo 
{P'.)  Sagranienlo  [V.)  dell'  Altare,  cioè 
il  Corpo  di  Gesìi  Cristo  (/^.),  ossia  V Eu- 
caristia [V.).  Il  p.  Menochio ,  Sluore, 
cent,  g,  cap.  72  ,  ragionando  de'  l^ìLoli 
d'  onore  {^.)  dati  ad  alcune  dignità  ec- 
clesiastiche, avverte  con  Guido  Fanciro- 
li,  Thcsaurivariarwn  lectionuin,\\h.  i, 
che  tanto  è  dire  Santo  oSantissinio,([Ui\Q- 
lo  Generabile  e  Generabilissimo.  Che  il 
titolo  di  venerabile  si  die  a' Sacerdoti  vi- 
venti, lo  riferisce  il  can.  Nardi,  De'Par- 
roclii.  Sì  die  pure  ne'  bassi  tempi  a'  mo- 
naci che  si  rendevano  illustri  per  la  loro 
pietà  e  dottrina,  come  rilevasi  da  tanti 
monumeuti  e  dalla  storia.  Inoltre  il  tito- 
lo di  venerabile  è  proprio  dc'Sanli,  de' 


V  E  N 
Beali,  de'  Servi  di  Dio  [G.)  d'  ambo  ì 
sessi,  ed  eziandio  delle  loro  Reliquie  [G.). 
Dice  il  Vettori,  Fiorino  d'oro  illustralo: 
La  Chiesa  cattolica  costuma  dare  il  tito- 
lo di  venerabile  a'  defunti,  allorché  esa- 
minata la  loro  vita,  giudica  que'tali  non 
iiidigere  suffragiis.  Finché  non  è  in- 
trodotta la  causa  della  Beatificazione  e 
Canonizzazione  {G.)  in  faccia  alla  Chie- 
sa, rappresentala  dalla  santa  Sede,  d'  uà 
qualche  Servo  di  Dio[F.),  morto  in  buon 
odore  di  santità,  non  è  lecito  di  dargli  il 
titolo  di  Generabile ,  cioè  pel  riferito  e 
indicato  in  tale  aiticulo,  ossia  dopo  che 
la  s.  Sede  ha  riconosciuto  l'eccellenti  vir- 
tù esercitate  da'servi  e  dalle  serve  di  Dio, 
ed  il  Papa  ha  accordato  la  detta  intro- 
iluzione  di  loro  causa.  Quindi  provatoli 
loro  esercizio  delle  virtù  in  grado  eroico, 
ed  i  i1i//«c"o/t  operati  per  virtù  divina,  il 
Papa  decreta  ad  essi  il  pubblico  Culto  ec- 
clesiastico,e  loro  attribuisce  il  noma  di  Bea^ 
ti;  quando  egli  poi  trova  meritare  l'au- 
mento di  venerazione  e  culto  più  solen- 
ne, li  dichiara  kfort^i  colla  Canonizzazio- 
ne. Oltre  i  ricordati  articoli,  si  ponno  ve- 
dere; Carlo  Felice  de  Malta,  De  Cano- 
nizalione  Sanctoruni,  Pv.omaei678.  Ar- 
turo Dumonslier,  Sacrimi  Cynecaenm 
seuMarlvrologium  ar/iplissimuni  SS.  ac 
BB.  mulierum  eie,  Parisiis  i656.  Gio. 
Battista  Segni,  De  Rcliqaiiset  veneratio- 
ne  Sanctoruni,  Bononiae  1610.  Andrea 
Spagna,Oc'il//>tì;cH//V,Romaei779.  Non 
pochi  servi  e  serve  di  Dio  restano  col  ti- 
tolo  di  venerabile,  per  non  essersi  prose- 
guile le  loro  cause  per  qualche  difetto  di 
prove,  e  di  quanto  rigorosamente  occor 
re;  come  a  cagione  d'onore  rammenterà 
il  gesuita  cardinal  Bellarmino,  ed  il  frau' 
cescano  cardinal  Ximenes,  che  alla  san 
tità  della  vita  aggiunsero  lo  splendore  d 
meraviglioso  ingegno,  profonda  dottrini 
e  altre  vaste  cognizioni.  Nel  dar  loro  Be- 
nedetto XIV  il  titolo  di  venerabile  ,  Di 
Canonizatione  Sanclorum,  I.  3,  e.  33, 1 
9,  dichiarò:  In  quorum  causis  adliuc  re 
solutuin  non  est  dubiunt  de  virlutibiii 


V  E  N 

f  Fra  le  serve  di  Dio  resiò  col  lilqlo  ili  ve- 
'  nci-abile  una  suor  Orsola  Beniucasu  fon- 
'  daU'ice  tieile  monache  Teatine  deUit  ss. 
;  Iminacoldla  Concezione  (  f  X  S.  Beda 
\  {P.),  benché  venerato  per  santo,  è  sopra»- 
uomiuato  il  f^cnerabile.  11  Magri,  Noti- 
zia de\'ocal>oli  ecclesiastici,  ilice  iu  quel- 
lo di  f^enerabilis.  Xilolo  dato  comune- 
mente dalla  Chiesa  al  santo  dottore  Ce- 
da (Beda  o  Bedas  significa  uomo  che  pre- 
ga, ed  è  nome  che  deriva  dalla  parola 
bedan,  pregare.  Il  veoerabile  non  si  deve 
confondere  col  Ceda  più  antico,  monaco 
di  Lindisfarue)  per  due  ragioni.  La  i  .^  per- 
chè invecchiatosi  e  di  venuto, cieco  ,  era 
condotto  per  le  città  e  castelli  a  predicar 
la  parola  di  Dio,  ed  avvenne  un  giorno 
che  passando  per  una  valle  piena  di  sassi, 
gli  fu  detto  per  burla  da  chi  lo  guidava, 
che  ivi  una  grandissiuta  moltitudine  di 
popolo  in  silenzio  aspettava  la  sua  pre- 
dica. 11  buon  servo  di  Dio  ragionò  con 
molto  fervore,  terminando  il  suo  discor- 
so colle  parole;  Per  omnia  saecula  sae- 
ciilorumj  a  cui  risposero  le  slesse  pietre: 
Amen  f^enerabilis  Pater.  Altri  vogliono 
che  rispondessero  gli  angeli:  Bene  dixi- 
sti  Fenerabilis  Pater.  La  2.'  ragione  si 
è,  che  dopo  la  morte  del  santo,  volendo 
un  chierico  suo  discepolo  comporgli  l'e- 
pitaflio  con  un  sol  verso,  lo  cominciò  con 
queste  parole:  //tzc  siint  infossa,  per  ter- 
minarlo coll'altre,  Bedae  Sancti  ossa  ([l 
Sarnelli  meglio  dice:  Bedae  Sancii,  ov- 
vero  Presbiteri  ossa)  ,  per  fare  il  verso 
leonino  molto  stimato  in  que'  secoli.  Ma 
perchè  il  verso  esametro  riusciva  falso  e 
Don  poteva  slare,  dopo  aver  mollo  specu- 
lato per  trovare  altro  vocabolo,  infastidi- 
lo, pensoso  e  mesto  si  addormentò.  Levan- 
dosi poi  la  mattina  ritrovò  sopra  la  sepol- 
tura del  santo  il  verso  da  lui  tanto  me- 
ditato, scolpito  per  opera  d'angeliche  raa- 
nijcolla  seguente  variante,cioè  il  verso  per- 
fezionato: flac  sunt  infossaBcdacT^ene- 
rabilis  ossa.  Conclùde  il  Mag«i  col  Du- 
rando: I*er  le  riferite  ragioni,  ancorché 
sia  dalla  Chiesa  questo  scrittore  auuovc- 


V  E  N  i83 

rato  Ira'sanli,  nondimeno  viene  chiama- 
to il  f^cnerabile.  11  vescovo  Sarnelli,  Let- 
tere ecclesiastiche y  l.  i,  leti,  i  :  Perche, 
santo  Beila  abbia  il  titolo  di  Fenerabi' 
le.  Prendendo  ad  esame  il  perchè  s.  Ce- 
da, dottore  di  cui  si  hanno  tante  opere,  e 
di  cui  si  legge  nel  Martirologio  romano 
a'27  maggio  :  Eodein  die  depositio  P'e- 
nerabilis  Bedae  Presbyteriy  sancii  tate  et 
ernditione  celeberrimi,  non  abbia  l'attri- 
buto di  Santo  ma  di  Venerabile;  quan- 
do degli  altri  antichi  dottorisi  dice:  Ho- 
mi Ha  S.  Gregorii  I  Papae.  Sermo  s.  Au- 
gus tini  Episcopi.  S.  Hieronymi  presbi- 
teri. E  de'più  moderni  dottori  si  legge: 
Sermo  s.  Bernardin  ahbatis.  S.  Thomac 
yjquinatis.  Ma  di  Ceda  seni pre  trovasi: 
[lomilia  Venerabilis  Bedae  presbiteri. 
Laonde  ad  alcuni  poco  avveduti  sembrò 
ch'egli  non  fosse  per  santo  ricevuto  dalla 
Chiesa,  dalla  quale  non  avea  che  il  tito- 
lo di  Fenerabile,  coniesi  avverte  nelle  no- 
te del  Martirologio  romano,  dal  cardi- 
nal Caronio.  Da  esse  e  dal  riferito  ne'suot 
Annali  ecclesiastici,  ao.  7 3  r ,  u.°  i/\.,  ap- 
parisce chiaramente  esser  favoloso  quello 
che  si  narra  nella  vita  di  s.  Ceda,  descrit- 
ta daPietroGalesini  noi  Catalogo  de' San- 
ti, cioè  di  quanto  ho  riportato  col  Magri. 
Aggiunge,  che  questo  racconto  sia  una 
fola,  lo  dimostrò  Tritemio,  Devir.  illust. 
ord.  s.  Benedicti,  lib.  2,  cap.  21,  ripor- 
tando le  testimonianze  del  veroepitalHo 
nel  lib.  3,  cap.  1 55,  che  riproduce  senza 
il  titolo  di  Fenerabilis.  A  Pietro  ancora 
si  attribuisce  il  racconto  della  predicazio> 
ne  alle  pietre.  Delle  quali  cose  nulla  di- 
cendo il  suo  discepolo  Cudberto  o  Anto- 
nio, che  scrisse  la  sua  vita  o  relazione  del- 
la morte,  si  può  credere  che  fossero  inveii  • 
tate  dopo  di  lui,  al  dire  del  Caronio.  Noa 
furono  ricevute  dal  Triteaiio,  perchè  (vk 
•ù^\>e\\i\\.o Santo  da  IlduinoeMarianoSco- 
lo.  Albioio  Fiacco  inglese,  Amatario  e  U- 
suardo  scrittori  ad  essi  contemporanei,  ci- 
tando spesso  Ceda,  non  gli  dierono  mai  il 
titolo  di  P^enerabile.  Però,  se  si  riconosce 
vana  la  cagione  del  Soprannome  di  /^e- 


i84  VEPf 

tìftahile,  non  Io  è  in  effetto,  poicliè  negli 
uflìzi  ecclesiastici  col  solo  titolo  di  Fciie- 
labile  Beda  viene  denominalo,  il  p.  Ric- 
cardi domenicano  nell'aureo  libro,  se  fos- 
se compito, sopra  le  Litanie,  al  versetto 
Virgo  veneranda,  i\\i\naia.  A  Beda  suc- 
cesse quanto  si  dice  di  s.  Efrem  siro,  nel 
Jibro  degli  scrittori  ecclesiastici  di  s.  Giro- 
lamo, cioèch'egii  fu  di  tanta  autorità  nel- 
la Chiesa  alla  propria  epoca,  die  le  sue  o- 
rneliee  tratlati,  esso  vivente, si  leggevano 
ne'diviiii  uilizi.  Non  suole  la  Chiesa  leg- 
gere niente  senza  titolo,  se  non  per  parti- 
colare mistero  ne'giorni  della  Passione. 
Voleva  adunque  la  ragione,  che  qualche 
titolo  gli  si  desse;  e  però  per  non  dargli 
quello  di  Santo  m  vita,  e  non  lasciarlo 
«enza  elogio,  fu  convenevolissimo  tempe- 
lamento  chiamarlo  il  Generabile.  Passa- 
to il  gran  dottore  in  cielo  a  ricevere  il  pre- 
mio di  sue  virtù,  il  precedente  costume 
di  chiamarlo /^f«er«i/7e  prevalse  negli 
uomini  e  nello  stile  dì  s.  Chiesa. Questo  ti- 
tolo, sebbene  inferiore  a  quello  di  santo, 
tuttavìa  guadagnato  in  vita  e  nelle  lezioni 
pubbliche  di  s.  Chiesa,  devesi  stimare  as- 
sai più  dell'altro,  per  circostanze  di  tanto 
rilievo.  Fio  qui  il  p.lliccardi, che  fu  mae- 
stro del  s.  Palazzo,  consultore  de's.  Riti,  e 
uno  di  que'che  sotto  Urbano  Vili  inter- 
vennero alla  ricognizione  del  Breviario 
Bomano.  Seiì\hib  al  Sarnellì  che  tale  opi- 
nione fosse  giudiziosa,  lodevole  e  non  da 
altri  manifestala;  sebbene  contenere  difli- 
coltà,  che  procurò  di  sciogliere.  La  i.'  sì 
raccoglie  dal  Gavanlone'commentari  sul- 
le Rubriche  dal  Breviario  romano,  in  cui 
dice  :  De  Bedae  operibus  nondum  lege- 
batur  tempore  Radulphi,  utipse  scribit. 
Fiorì  Radulfo  circa  il  i4oo;  come  dunque 
si  leggevano  vivente  Beda,  che  visse  nel- 
l'VIlI  secolo?  La  2.'  difficoltà  si  ricava 
dalle  stesse  parole  del  Baronio ,  riferile 
Del  citato  anno.  Porro  ista  quidevi  vel 
excosallemerrorisredarguuntur,quod 
ejusmodi  titulus  Venerabilis,  conwiu- 
nis  alioqui  Presbyteris  omnibus,  incO' 
gnitus  niajoribuf  ,fuitte  videatur ,  qui 


VEN 
cuiideni  Bedani  non  iuta,  sedalio  titillo 
ìioniinariint.  Dunque  non  fu  dato  in  vi- 
ta, né  potuto  darsi  a  Beda  il  titolo  di  Ve- 
Iterabile,  perchè  ignoto  a'  maggiori.  Ed 
in  quanto  aliai.''  difficoltà,  dice  Sarnellì, 
ella  si  scioglie  facilmente  riflettendo  che 
l'opere  di  Ceda  non  si  leggevano  a  tempo 
di  Radulfo  nella  Chiesa  romana;  non  già 
nell'altre  chiese, precisamente  dell'lnghil- 
terra,  dove  sì  usavano  i  propri  lezionari, 
come  si  raccoglie  da  Giovanni  Diacono 
nella  vita  di  s.  Gregorio  I.  Sicché  dall'es- 
sersi  lette  dalla  Chiesa  l'opere  di  Beda,  si 
deve  intendere  ciò  che  di  s.  Efrein  scris- 
se s.  Girolamo.  Circa  alla  difficoltà .  che 
pare  nascere  dalle  parole  del  cardinal  Ba- 
ronio, opina  Sarnellì,  non  doversi  inten- 
dere che  a'maggior  i  fosse  ignoto  il  titolo  di 
venerabile  spellante  a'Preti;  ma  rispet- 
to a  Beda,  la  ragione  che  fosse  ignoto  si 
è,  ch'essi  nominarono  Beda  non  con  que- 
sto titolo,  ma  COI)  altro.  Che  sia  così,  e- 
gli  slesso  dice,  essere  per  altro  il  titolo  di 
venerabile  comune  a  tulli  i  preti.  Dice 
ancora  il  Sarnellì,  che  il  titolo  venerabile 
nacque  col  nome  di  prete;  poiché  se  Pre- 
shytcr  vuol  dire  Senior,  di  ciò  é  scritto 
nel  libro  delia  Sapienza  ,  cap.  4)  "•  8  : 
Sencctus  venerahilis  est.  E  gli  stessi  gen- 
tili il  medesimo  titolo  dierono  alla  vec- 
chiezza, come  si  ha  in  Epislolis  da  Pli- 
nio il  giovane:  Vir  gravis,  et  ipsa  sene- 
cinte  venerabilis.  Che  poi  gli  scrittori 
nominarono  Beda  non  col  titolo  di  vene- 
rabile, ma  con  altro,  non  se  ne  deduce 
prova  sufficiente;  adunque  la  Chiesa  non 
lo  chiamava  col  titolo  di  venera bile,perchè 
altro  è  ricevere  il  titolo  dalla  Chiesa,  al- 
tro dagli  scrittori.  Conclude Sarnelli,  fin- 
ché non  s'insegni  erudizione  migliore,  es- 
sere persuaso  di  quella  del  dotto  p.  Ric- 
cardi. Il  Piazza  ììtW Emerologio  di  Ro- 
ma  a'27  maggio  inferendo  alcune  notìzie 
del  venerabile  Beda  monaco  prete  ingle- 
se, e  ripetendo  quanto  riportai  di  lui  col 
Magri,  egli  però  avvisa  che  il  Baronio  la 
slimò  narrativa  apocrifa.  Indi  fa  la  di- 
gressioue:  Per  qual  cagione  Beda  essen* 


VEN 
do  stalo  monaco  si  chiami  comunemen- 
te prete  il  f' enerabile.  La  risolve  con 
iiai  rare,  che  ne'primi  secoli  della  Chiesa 
stimando  i  ss.  Fndii  non  potere  senza  gra- 
ve colpa  il  irionaco  ambire  gli  ordini  sa- 
gri, essendo  incompatibile  allo  stato  sa- 
cerdotale r  umile  monastico  che  profes- 
sava; tuttavolta  si  cominciò  nel  (ine  del 
secolo  IV  a  oidinare  alcuni  monaci  insi- 
p,ni  per  santità  e  dottrina  ,  i  rjuali  a  di- 
stinzione degli  altri  non  erano  chiamali 
sacerdoti,  ma  presbiteri  o  preti;  ed  a  tem- 
po di  s.  Agostino  ogni  monastero  avea 
l'abbate  presbitero,  e  in  diversi  luoghi 
amministravano  i  sagrarnenti.  LaondeDe- 
da  alla  condizione  di  Monaco  uni  la  di- 
gnità di  Prete.  Il  dotto  e  celebre  agiogra* 
foe  suo  connazionale  Albano  Butler,  con- 
viene che  il  titolo  di  l'enerabile  non  gli 
fu  dato  mentre  vivea  ,  come  immfiginò 
Tiiteniio,  ma  nel  secolo  IX;  ed  il 2.° con- 
cilio d'Aquisgrana,  tenuto  nell'SSG,  no- 
mina Beda  il  P  enerabile,  Vammirabile 
dottore  degli  ultimi  tempi.  Pochi  aiuii 
prima  della  beala  morte  di  s.  Beda,  nac- 
que s.  Paolino  (/^.)  di  Premariaco  o  me- 
glio Cividale,nel  776  divenuto  patriarca 
d'  Aquileia,  per  cui  ne  riparlai  nel  voi. 
LXXXll,  p. 1 18,  che  per  la  sua  dottri- 
na e  santità  meritò  da  Carlo  Magno  d'es- 
ser chiamalo  1  Generabilissimo,  l'orlò  il 
soprannome  di  P'cnerabile  anche  il  cele- 
bre Pietro  de'conti  Maurizio  o  Monlbois- 
serd'Auvergne,  fìglio  della  ven.  Rains;ar- 
da  (/^.),  monaco  e  poi  abbate  di  Cluni 
(f.),  nel  quale  famoso  monastero  fece  ri- 
vivere la  disciplina  monastica  ,  estrema- 
mente rilasciala  per  la  cattiva  condotta 
dell'abbate  cardinal  Ponzio  Margoliesi 
{V.)-  Egli  ricevette  io  Cluni  Papa  Inno- 
cenzo 11  neli  i3o,  e  poscia  il  famigerato 
Pietro  Abelardo,  di  cui  riparlai  ne'  voi. 
LXXIV,  p,  53,  LXXXllI,  p.  296 e  299, 
ed  altrove.  Pietro  persuase  Abelardo  a  ri- 
trattare i  suoi  errori,  a  far  penitenza  nel- 
la sua  vecchiaia,  e  ad  abbracciare  l'isti- 
lulo  cluniacense.  Per  la  sua  virtù  e  dot- 
triaa  fu  iiupie^alu  da'Papi  iu  molli  alia- 


VEN  i85 

ri  importanti.  Voleva  rinunziare  la  di- 
gnità abbaziale  a  Lucio  11  ,  ma  il  Papa 
non  volle.  Tornalo  a  Cluni,  combattè  gli 
errori  di  Pietro  di  Druys  caj)osetta  degli 
eretici  Petro-Brussiani  (già  scomunicati 
nel  concilio  di  Tolosa),  con  s.  Bernardo. 
Quantunque  amico  di  questo  s.  Dottore 
della  Chiesa,  ebbe  con  lui  una  contesa,  per 
uncluuiacense  eletto  vescovo  di  Laiigres. 
Fu  altresì  obbligato  ad  assumere  la  dife- 
sa del  proprio  ordine,  contro  il  santo  me- 
desimo.Morì  a'24 dicembiei  1 56, e  quan- 
tunque non  sia  stat(jcanonizzato  nelle  for- 
me prescritte  da'  Papi,  non  si  fece  didl- 
collà  a  mettere  la  sua  festa  a'  25  dello 
stesso  mese  nel  martirologio  de'benedel- 
lini  e  iu  quello  di  Francia.  Comunemen- 
te però  fu  denominato  il  Venerabile,  per 
la  santità  di  sua  vita,  la  quale  fu  scritta 
da  Uidolfo  suo  discepolo  e  pubblicata  dal 
Marlene  nella  Collect,  Abbiamodi  lui  6 
libri  di  lettere,  di  sermoni,  di  inni,  e  di- 
versi trattali  di  pietà.  Scrisse  pure  con- 
tro gli  ebrei  e  contro  i  saraceni,  e  com- 
pilò gli  statuti  di  Cluni.  Le  sue  opere  so- 
no lodate  per  la  purezza  e  purità  dello 
stile,  e  per  la  solidità  de'ragionamenli.  li 
l^arisi,  Istruzioni  per  la  segreteria,  l.  3, 
p.  63,  ragiona  del  titolo  di  Fenerabile. 
Lo  dice  proprio  de'  Papi  e  de'  Vescovij 
ed  a'  principi  lo  die  Ennodio.  S.  Girola- 
mo chiamò  s.  Paola  {V.)  vedova  :  Ve- 
nerabilein  Domiuam.  E  s.  l^ier  Damia- 
no chiamò  i  7  cardinali  Vescovi  subur- 
bicari,  ebdomari  della  basilica  Lalera- 
nense:  Vencrabdibus  in  Christo  sanclis 
Episcopis  Lateranensis  Ecclesiae  Car- 
dinalibus.  In  molli  antichi  documenti, 
quasi  sino  alla  metà  del  secolo  XV,  ap- 
parisce essersi  dato  il  titolo  di  venerabi- 
le da'privati  anche  a'  monaci,  e  general- 
mente non  meno  alle  persone,  che  alle 
cose  dedicate  a  Dio.  Dura  ancora  1'  uso 
di  dire  venerabili,  non  tanto  le  chiese  e 
i santuari, quanloi  Monasteri,  i  Com>en- 
ti,  gli  Ospedali^  i  Seminari,  \  Collegi,  i 
Sodalizi  e  altri  pii  luoghi,  gli  Ordini  re- 
noiosi,  11  Geruioliniilano  [V.'j  è  deno- 


i86  VEN 

minato  Venerando  e  Sagro:  il  suo  gran 
iiiaeslco,  il  suo  luogoleiieiile,  i  suoi  bali, 
60U0  cliiamali  venerandi.  I  fratelli  delle 
Scuole  Crisliane  danno  il  litolodi  vene 
rabilissinio  fratello  al  loro  superiore  ge- 
nerale. Il  citalo  Vettori  riporta  esempi  del 
«ecolo  XV  e  successivi  del  titolo  di  vene- 
rabili òi\{o  in  Firenze a'collegi  nelle scrìt* 
ture  pubbliche,  perchè  sempre  si  raduna- 
vano colla  signoria,  magistrato  di  priore 
delle  arti,  ed  in  cui  risiedeva  il  potere  su- 
pretno  deliberativo,  legislativo  ed  esecu- 
tivo. Osserva  Io  slesso  Vettori,  che  però 
presso  gli  antichi  il  titolo  di  venerabile 
riguardava  il  costume  piuttosto  die  altro. 
Ed  in  un'  iscrizione  antica  presso  Paavi- 
nio,  Civitas  Romana,  si  vede  che  il  sena- 
to loda:  Egregiani  suncdnioniani  et  ve- 
ne rabi  lem  nioriim  disciplinani, di  Flavia 
Manilia  vergine  Vestale,  a  cui  i  fratelli 
e  nipoti  posero  quella  memoria.  Il  ricor- 
dato  l'arisi  aggiunge,  »  Ora  non  è  a  noi 
lecito  di  ossequiare  col  titolo  di  Venera- 
bile alcuna  persona  vivente,  essendo  ri- 
servato al  solo  Romano  Pontefice,  vene- 
rabile sopra  di  ogni  altro,  il  dire  Venera- 
biles  Fralres  nelle  lettere  a'vescovi,  ar- 
civescovi e  patriarchi,  ancorché  sieno  ia- 
«igniti  della  porpora,  o  elettori  del  s.  Ro- 
mano Impero  (collegio  non  più  esistente, 
come  l'impero  sciolto  nel  1 8o6)".Nel  Con- 
cistoro il  Papa  pronunzia  le  allocuzioni 
aXSagro  Collegio,  cominciandole  col  sa- 
luto Venerabiles  Fratres,  parole  che  ri- 
pete nel  corpo  e  progresso  dell'allocuzio- 
ne. Gli  eroi  del  Cristianesimo  sono  i  ve- 
nerabili Servi  di  Dio,  i  Beau,  i  Santi. 
La  Santità,  il  più  sublime  titolo  di  glo- 
ria che  abbia  il  genere  umano,  è  un  ge- 
nere d'eroismo  sovraumano,  alfatto  sco- 
nosciuto al  mondo  gentilesco,  perchè  fra' 
gentili  ne  mancò  l'eseuìpio,  l'aspirazione, 
il  concello.  Usuo  modello  ci  fu  recato  dal 
cìelo,rappresentato  dalSanto  de'Santi  Ge- 
sù Cristo  durante  il  corso  della  sua  vita 
mortale,  in  lui  sì  specchiarono  e  da  lui 
presero  le  mosse,  la  forza  e  il  divino  en- 
luiiasmo  ia  schiera  venerabile  e  gloriosa 


VEN 
di  Apostoli,  di  Marùri,  di  Confessori, iW 
Vergini, iV Anacoreti,  di  Monaci,  ihSitn- 
ti  e  Servi  di  Dio  d'ogni  genere,  che  fe- 
cero stupire  il  mondo  col  prodigio  delle 
loro  virtù  eroiche  e  molteplici,  registra- 
te ne'iiisti  ecclesiastici,  da'quali  si  ammi- 
ra che  tutta  la  loro  vita  fu  un  continuo 
eroismo,  non  meno  dall'agiografia  slori- 
ca di  loro  gloriose  gesta,  nobilissimo  ra- 
mo della  cristiana  letteratura.  I  pagani 
classici  ebbero  biografie  d'uomini  illustri, 
ma  non  mai  agiografia,perchè  manca  vn  la 
cosa  slessa  che  ne  forma  il  tema.  E  bea 
vero  che  l'agiografìa  non  è  altro  che  hi 
biografia  di  santi;  ma  appunto  perchè  de* 
santi,  ella  costituisce  tutto  da  se  un  gene- 
re tanto  infinitamente  doveroso  e  supe- 
riore che  non  può  accomunarsi  con  nes- 
sun altro.  Chiamasi  comunemente  Vite 
de'SanU  (V.). 

VEiNEKANDO  (s.),  vescovo  di  Alver- 
gna.  Sì  colloca  la  sua  nascita  circa  la  me- 
tà del  IV  secolo.  Era  del  numero  de' se- 
natori di  Alvergna,  e  dopo  la  morte  del 
santo  vescovo  Artemio,  egli  fu  elevalo  a 
quella  sede,  che  poscia  si  trasferì  nella  cit- 
tà di  Clermont.  Occupò  un  posto  rag- 
guartlevole  nella  Chiesa  di  Francia,  e  fu 
paragonato  ai  più  illustri  vescovi  del  suo 
tempo.  Mori  a''24  diceujbre  del  432.  Le 
sue  reliquie  furono  collocate  nel  i3ii 
nella  chiesa  di  sani'  illidio,  presso  Cler- 
mont, edificata  sulla  sua  tomba.  Molli 
uìiracoli  furono  ottenuli  per  la  di  lui  in- 
tercessione. A  Clermont  si  celebra  la  sua 
festa  il  i8  gennaio. 

VENERANDO  (s.),  martire.  V.  Mas- 
SIMO  e  Venerando  (ss.),  martiri. 

VEìiEKDì' oVE^\R.Dl,Venerisdics. 
Nome  del  sesto  Giorno  (^.)  della  Setti- 
mana {V.),  o  sesta  Feria  (Z-^.)  della  me- 
desima in  termine  ecclesiastico,  di  solen- 
ne e  pia  rimembranza  per  tulli  i  fedeli. 
La  Chiesa  co'crisliani  sino  da'primi  tem- 
pi consagrarono  particolarmente  questo 
giorno  alla  penitenza  e  alla  preghiera  in 
memoria  della  Passione,  lìlorie  e  Se- 
poltura (/'.)  di  Gesìi  Cristo,  benché  di 


V  EN 

esse  ncU'ufTizio  del  venertri  non  ne  fac- 
cia ricordanza,  come  rilevai  nel  voi.  LX, 
p.  5.  Nonclioieno  dichiara  il  Baillet,  Fe- 
ste lìlobili,  p.  1 8  e  I  9  :  sebbene  la  Chiesa 
romana  non  abbia  gìaminai  avuto  inten- 
zione di  erigere  in  festa  il  giorno  di  ve- 
nerdì o  altro  delta  settimana,  tranne  la 
domenica,  eranvi  in  passato  pochi  vener- 
dì nel  corso  dell'anno,  i  quali  non  avesse- 
ro il  loro  ullizio,  la  messa  cioè,  od  alme- 
no il  loro  Vangelo;  vale  a  dire,  prima  che 
la  Chiesa  assegnasse  la  Conimeniorazio- 
ne  e  l' Uffizio  a'tanti  Santi  suoi,  che  suc- 
cessivamente fiorirono  nel  cristianesimo. 
Gli  altri  principali  giorni  da'cristiani  ve- 
nerati con  maggiore  divozione  sono  il  Sa- 
bato [f\)  e  precipuamente  la  Domenica 
(A  .).  I  primitivi  cristiani  facevano  una  sta- 
zione, digiunavano  e  radunavansi  a  pre- 
gare il  mercoledì.  In  (pieslo  giorno  diver- 
si ordini  religiosi  d'ambo  i  sessi  tuttora  di- 
giunano, osi  astengono  dal  cibarsi  di  car- 
ni. Sino  dal  tempo  degli  Apostoli  sembra 
che  il  venerdì  fosse  riguardato  come  un 
giorno  santo,  e  si  ricava  da  Godofredo, 
in.  Cod.  Theodos.  t.r,  p. i38;  dall'Asse- 
mani,  Bill,  Orienl.,  1. 1,  p.  2  1 7  e  287;  e 
dal  Marlene,  Thesaur.  Jnecd.,  t.  5,  p.  5 
e  66.  Osservano  il  Cancellieri  nelle  Cam- 
pane e  Orologi,  p.  1 48,  e  l'annotatore  del- 
le Feste  IfJobili,  digiuni  e  altre  annuali 
osservanze  della  Chiesa^  del  Duller,  che 
i  gentili  de'contorni  di  Ormus  e  di  Goa 
festeggiano  il  giorno  della  Luna  0  lune- 
dì; nella  Guinea  sì  solennizza  quello  di 
Marte  0  martedì  ;  quello  di  Mercurio  0 
mercoledì  dagli  abitanti  del  Giappone, 
quando  cade  nel  giorno 1 5  o  28  del  «ne- 
se,  che  solo  presso  di  loro  è  festivo,  secon- 
do Cancellieri,  ovvero  al  dire  dell'an- 
notatore nel  Giappone  non  vi  sono  altri 
giorni  santi  che  il  iS."  e  il  20.°  di  ciascun 
mese;  quel  di  Giove  o  giovedì  da'popoii 
del  Mogol;  quello  di  Venere  o  venerdì  da' 
maomettani,  in  memoria  del  loro  falso 
profeta  Maometto,  profugo  in  quel  gior- 
no dalla  INIecca  e  giunto  salvo  a  Medina, 
0  pei'  imitazioae  d'un  aatico  rito  de'  sa- 


YEN  187 

raceni  ,  idolatri  anteriori  alla  nascita  di 
Maometto,  di  cui  parla  Seldeno,  De  Diii 
Syris.  Altri  però  danno  tutl'allra  origi- 
ne, perchè  Maometto  stabilì  il  venerdì, 
per  essere  con  maggior  solennità  desti- 
nalo al  culto  pubblico  verso  Dio.  L'  at- 
tribuiscono alla  battaglia  guadagnata  in 
venerdì  da  Giosuè.  Alcuni  scrittori  mus- 
sulmani chiamaronoil  venerdì  il  principe 
de'giorni,  e  il  giorno  più  eccellente  in  cui 
nasca  il  sole,  poiché  in  quel  dì  venne  com- 
piuta da  Dio  la  grande  opera  della  crea- 
zione. Malgrado  questo,i  mussuhnani  non 
sono  obbligati  di  osservare  il  giorno  del- 
la loro  pubblica  congregazione  con  quel- 
lostesso  rigore  come  fanno  i  giudei  e  i  cri- 
stiani, riguardo  al  sabato  e  alla  dome- 
nica. Il  Corano  permette  loro  di  lavo- 
rare, dopo  aver  soddisfutoa'religiosi  do- 
veri. Nondimeno  le  persone  agiate, ed  an- 
che talora  gli  operai  e  i  cittadini  abban- 
donano i  loro  lavori  per  essere  spettatori 
della  magnifica  ceremonia  che  celebrano 
nella  Moschea  [F.).  Maometto  che  van- 
ta vasi  aver  ricevuto  per  bocca  di  Dio  nel- 
la famosa  notte  in  cui  fece  il  suo  celeste 
viaggio,  il  comando  di  pregare  il  Creato- 
re dell'universo  pe'bisognidell'uonìo.stu- 
bilì  un  giorno  della  settimana  per  essere 
con  maggiore  solennità  destinato  al  pub- 
blico culto,  e  distinto  fra  gli  altri  giorni 
con  preci  più  lunghe  e  solenni.  Egli  stet- 
te lungo  tempo  in  forse  prima  di  deter- 
minarsi alla  scelta  di  questo  giorno;  ma 
finalmente  in  segno  d'omaggio  e  di  rico- 
noscenza verso  Dio  per  aver  creato  l'uo- 
mo in  venerdì ,  prescelse  e  stabilì  questo 
giorno,  chiamato  Amba  nel  senso  civile, 
ejaAvni  al  diurna  nel  senso  religioso,  che 
significa  il  giorno  della  congregazione. 
Siffatta  istituzione  era  d'altronde  confor- 
me al  sistema  generale  del  sedicente  pro- 
feta ,  il  quale  non  volle  mai  ammettere 
nel  cullo  dovuto  a  Dio  alcima  cosa  chea- 
vesse  relazione  col  cristianesimo  o  col  giu- 
daismo. L'olandese  Colier  trovandosi  nel 
principio  del  secolo  XVI  II  residente  pres- 
so la  Sublime  Porta,  vide  nella  pianura 


i88  VEN  VEN 
(l'Adrianopoli  l'eseicilo  turco  composto  della  sellimana,  non  alla  domenica  die 
di  i5o.ooo  nomini,  e  quasi  nltieltiinte  precede,  ma  alla  susseguente,  dotlamen» 
persone  venute  dalle  vicine  cillà  e  prò-  le  esponendo  l'apostolica  e  successiva  os- 
•vincie  per  assistere  alla  publicn  pi  egliie-  «ervonza  de'crisliani  pel  giorno  di  dome- 
rà in  nn  venerdì,  dopo  la  quale  doveon-  nica.  I  notai  dividevano  i  Mesiìu  3  parti. 
si  eseguiregrandi evoluzioni  militari. INar-  Segnavano  la  ì .'coW'intrnnte  oingredien- 
ra  che  quella  sterminata  moltitudine  nel  te  mense;  la  2."  stante  o  medio  mense,  o 
mezzo  di  vasta  pianura  colle  teste  coper-  in  altra  simil  forma  ;  la  3.'  exiente  o  e- 
te  da'tui  banti,  tulli  con  profondo  rispet-  xeunte  mense,  ad  imitazione  de'  greci,  i 
lo  immobili  ascoltavano  la  preghiera  de-  (|uali  dividono  i  loro  mesi  io  3  decadi,  e 
gl'imani  collocali  alla  lesta  d'ogni  reggi-  come  appunto  si  sogliono  servire  i  latini 
mento;  e  la  varietà  dell'ormi  e  delle  ve-  delle  none^  degl'/^/  e  delle  calendc.  Ri- 
sii produceva  un  bellissimo  e  imponente  ferisce  Tei  udito  annotatore  delBuller,che 
spellacnlo.  Tulli  interamente  silenziosi  i  più  celebri  teologi  protestanti  inseguano, 
cogli  occhi  (Issi  verso  l'iman,  quand'egli  d'accordoco'oaltolici,cheper  leggedi  na- 
pronunziava  il  nome  di  Maoniello  ,  in-  tura  tulli  gli  uomini  sono  obbligati  di 
chinavano  la  testa  fino  alla  metà  della  vi-  consagrare  al  sen'izio  divino  un  giorno 
ta,  e  quantlo  pronunciava  quello  di  Dio  fia'y  o  all'incirca.  Sono  a  vedersi  ,  Giu- 
si prostravano  fino  a  terra. Ogni  volta  poi  nio,  Praelect.  in  (je«^5'.  y  Curcelleo,  /^cr- 
eile pe'movimenti  deV/Avi/Ziv  l'iman  cscla-  lig.  Clirist.  instit.,  lib.  7,  e.  3i,§  i4;'l 
niava  le  [iaio\e  j^ llah  al  yJkhar,  veniva-  vescovo  Babington,  Sul  quarto  coman- 
no  ripetute  da  un  copioso  numero  di  diimenloj  lloohev,  Ercles.polit.,  lib.  5, 
muezzim  sparsi  tra  la  folla  sino  a  gran-  p.  69.  Essi  convengono  pure,  la  delernii- 
de  distanza  ;  e  a  tale  grido  vedevansi  in  nazione  di  tal  giorno  in  particolare  esser 
un  punto  prostrare  innanzi  alla  Divinità  legge  puramentecereraoniale.  Alcuni  an- 
ciica  3oo,ooo  persone,  aventi  alla  loro  darono  tanto  innanzi,  sinoa  lasciare  a  eia- 
testa  il  sultano  e  per  tempio  l'intera  na-  sciuia  chiesa,  ed  anco  a  ciascuna  persona 
tura.Speltacolo  indescrivibile  e  veramen-  pai  licolare,  l'arbitrio  di  determinare  tal- 
te  augusto,  che  non  si  può  vedere  senza  giorno.  Tindal  allargò  questa  libertà  fino 
esserne  profondamente  commosso.  Il  ve-  a  pretendere,  nella  sua  risposta  a  Tom- 
nerdì  è  pure  riguardato  come  santo  da'  niaso  Rloio,  che  noi  siamo  padroni  del 
czaremisi  ,  nazione  idolatra  sotto  il  do-  subato,  e  che  possiamo  cambiarlo  col  lu- 
minio  della  Russia,  sulle  spiagge  del  Voi-  nedì,  o  con  qualunque  altro  giorno,  sta- 
ga  e  verso  le  frontiere  della  Siberia.  Il  bilirloogniio  giorni,  oa  2  giorni  per  set- 
sabato  è  sagro  agli  ebrei.  Il  Valesioal  pas-  liaiana.Burcloy  dicediCalvino.cheinono- 
so  óeW Orazione  in  lode  di  Costantino  I,  re  dell'Ascensione  di  Nostro  Signore,  egli 
ove  Eusebio  chiama  la  Domenica  diem,  formòli  disegno  di  metterlo  al  giovedì,  vo- 
qui  revera  primus,  et  Caput  celeroritm,  lemlo  con  ciò  dare  un  esempio  della  libertà 
nota  il  costume  degli  antichi  Padri,  di  cristiana.  Leggo  nelle /.yWf/s.  crz//o//W/e, 
chiamare  il  giorno  di  Domenica  ,  come  di  mg."^  Bronzuoli,  nell'avvertenze  gene- 
già  notai  in  tale  articolo,  il  quale  presso  i  rali  sopra  il  Digiuno  f^V,  sez,  jS:  Del- 
greci  era  dello  dies  Solis  ,  ora  primo  e  V  astinenza  dalle  carni  nel  venerdì  e 
ora  ottavo,  quasi  Compimento  de'passa-  sabato.  INel  venerdì  e  sabato  di  tulio 
ti  giorni.  Che  nella  primitiva  Chiesa  si  l'anno,  salvi  i  privilegi  particolari  o  con» 
soleimizzava  il  giovedì  come  la  domeni-  suetudini  legittimamente  approvate  di 
nica,  lo  dissi  nel  voi.  XX,  p.  5i.  Avvcr-  alcuni  paesi  o  comunità,  e  ad  eccezione 
le  inoltre  corrispondere  questo  metodo  solamente  che  in  delti  giorni  cada  la  so- 
airusode'greci,  i  quali  riferivano  i  giorni  lennità  del  Natale  (/^.)  di  Gesù  Cristo, 


VEN 

per  la  clicliiaiazione  ivi  riportata  d'Ono- 
rio 111  del  1216  (in  conseguenza  del  li- 
fento  nel  voi.  LX,  p.  4),  *•  è  obbligo  di 
astenersi  dalie  carni, obbligo  che  incumiu> 
eia  all'età  d'un  suilìcienle  uso  di  rngio> 
ne,  in  forza  del  precetto  ordinato  dal  3. 
Comandamenlo  della  Cliicsa.  Quanto 
alla  sua  origine  può  vedersi  il  voi.  LX, 
p.  5.  La  Chiesa  per  tradizione  apostoli- 
ca ha  riguardati  certi  giorni  della  setti- 
mana, come  coirsagrati  specialmente  alla 
memoria  de'  principali  misteri  della  Re* 
denzione,  e  perciò  nel  mercoledì,  vener- 
dì e  sabato  di  ciascuna  settimana  usava 
l'astinenza  dalle  carni  e  il  digiuno:  pare 
con  questa  differenza,  die  l'astinenza  fos- 
se precettiva,spontaneo  il  digiuno.  Notai 
nel  voi.  XXIII,  p.  3o6,  all'eriDare  Tertul- 
liano, morto  verso  il  245,  nel  lib.  del  Di- 
giuno, c\\e\  cristiani  latini  solevano  nel 
mercoledì  e  venerdì  digiunare  sino  al- 
l'ora di  nona  (su  di  che  si  tenga  presen- 
le  l'avvertito  nel  voi.  XX,  p.  Sa),  come 
poi  fecero  gli  orientali;  nel  mercoledì  per- 
chè in  tal  giorno  il  Salvatore  (u  vendu- 
to e  tradito  da  Giuda,  nel  venerdì  in  nte- 
moria  di  sua  Passione  e  morte.  Ivi  notai 
qual  significalo  Clemente  Alessandrino 
die  al  digiuno  del  mercoledì  e  venerdì; 
come  pure  rilevai,  i  monaci  greci  digiu- 
nare anche  nel  lunedì,  in  meruoria  del- 
l'aver Cristo  in  quel  giorno  cominciato 
il  suo  digiuno.  Alcuni  pretendono  che  il 
digiuno  del  venerdì  fosse  anticamente  di 
precetto  in  tutto  l'oriente,  tranne  la  chie- 
sa di  Costantinopoli,  ed  in  una  parte  del- 
l'occidente. Fino  da'  tempi  di  Papa  s.  In- 
nocenzo 1  del  ^01,  la  Chiesa  latina  si  è 
limitata  all'astinenza  dalle  carni, e  di  que- 
sta ne  ha  fattouna  legge  nel  venerdì  in  me- 
moria della  Passione,  morte  e  sepoltiua 
di  Gesù  Cristo,  e  nel  sabato  per  a  llonla- 
narsi  sempre  più  dal  costume  degli  ebrei, 
che  in  questo  giorno  celebrano  festa,  per 
ricordare  le  umiliazioni  di  Gesù  Cristo, 
che  giaceva  morto  in  tal  giorno  e  chiuso 
nel  sepolcro,  e  per  imitare  gli  Apostoli  e 
la  Vergine  Madre  di  Dio,  che  non  solo  il 


VEN 


189 


venercp.ma  il  sabato  ancora  consuma- 
vano nella  tristezza  e  nel  luilo.  Si  puòleg- 
gere  il  veo.  Bellarmino,  Controversie  : 
Velie  buone  opere  in  particolare,  bb.  2, 
cap.  17  e  18.  Per  la  dispensa  dall'asti- 
nenza delle  carni  nel  venerdì  e  sabato, 
militano  le  regole  e  avvertenze  generali 
sul  digiuno.  Questo  nel  venerdì  lo  pre- 
scrisse Urbano  II  nel  concilio  di  Roma 
del  1099,  a  tutti  i  fedeli  pe'  loro  peccali. 
Dimorando  in  Francia  Beiiedello XII, in- 
vitalo nel  i34o  dal  rea  recarsi  in  Pari' 
gi,  fu  destinalo  un  giovedì  per  farvi  il 
solenne  ingresso,  preparandosi  un  magni- 
fico banchetto.  Ma  il  Papa  non  potendo 
trovarsi  in  quella  metropoli  che  nel  se- 
guente venerdì,  il  popolo  per  cagione  di 
sua  presenza  e  permesso  interpretativo 
del  Pontefice,  che  forse  l'avrà  concesso, 
profittò  di  tulle  le  carni  ch'ei'ansi  [)re- 
parale  pel  dì  precedente,  donde  derivò  il 
proverbio:  La  settimana  didueGiovedì. 
Tanto  riporta  ilBurio,  Eom.  Pont,  brevis 
nolitia,  in  vita  Bened.  XII,  p.  23 1 .  Cele- 
brando nel  vol.LXXIlI,  p.42  (oltreil  ri- 
ferito nel  voi.  LXXXVlll,p.233,  234),la 
definizione  dogmatica  sopra  l'Immacola- 
to Concepimento  di  Maria,  promulgala 
dal  regnante  Pio  IX  nel  venerdì  8  dicem- 
bre 1854,  fesla  della  medesima,  raccon- 
tai che  il  Papa  in  tal  giorno  e  per  quel 
solo  anno,  in  Roma  permise  che  si  man- 
giasse la  carne  e  qualunque  altro  cibo,  di- 
spensando eziandio  il  digiuno  che  dovea 
osservarsi,  come  venerdì  del  s.  Avvenl-o. 
JVe'  primi  secoli  della  Chiesa  il  venerdì  fu 
tenuto  in  tanta  venerazione,  che  l'impe- 
ratore Costantino  1  il  Grande,  ordinò  a 
tulli  che  fosse  giorno  di  vacanza  per  tul- 
le le  corti  di  giustizia,  in  onore  della  mor- 
te del  Redentore,  ed  osservalo  come  la 
domenica  ;  perciò  si  cessava  da  ogni  ne- 
gozio in  lutti  i  venerdì.  Tullociò  liferi- 
sconoEusebiOjDe  vita  Conslantini,\\b.  4, 
e.  1 8  ;  Sozomeno,  p.  4 1 2;  Tillemonl,  Sto- 
ria degl'imperatori,  l. 4>.p.  SgS. Voglio- 
no alcuni,  che  dipoi  soltanto  in  molle 
Provincie  dell'  impeto  d'  oriente  non  si 


190  VEN 

tratlnrono  cause,  finché  in  seguilo  cessò 
la  pia  osservanza.  Nello  stalo  ponlificio, 
e  in  alcuni  altri  stati  e  luoghi,  per  rispet* 
to  al  venerdì  non  hanno  luogo  e  sono 
vietatigli  Spcttacoliy  ìTealri,  \e3Ia.sclic- 
re.  (y.).  I  Papi  antichi  ne'  venerd^i  delle 
Quattro  Tempora  [P\)  solevano  fare  le 
loro  Ordinazioìii  e  Promozioni  cardi' 
nalizie  (^^.);  costume  rinnovato  da  Si- 
sto V,  che  prescrisse  doversi  eseguire  le 
creazioni  de'  Cardinoli  (^.)  nel  dicem- 
bre e  ne*  giorni  di  digiuno.  Nel  venerdì 
hanno  luogo  diverse  pie  pratiche,  tutte 
in  oiemoria  della  Passione  e  morte  del 
Salvatore.  Primamente  dirò  del  suono 
delle  Campane  aò  ove  1 1,  che  ricorda  l'o- 
ra di  Nona  (r.),de\\'U/Jizio  divino  f'/^J, 
nella  quale  spirò  la  divina  anima  in  Cro- 
ce per  redimere  il  genere  umano.  Nel 
•voi.  IV,  p.  i6g,  riportando  le  notizie  di 
Bartolomeo  Vitelleschi  nel  1 438  vescovo 
di  Monte  Fiascone  e  Corncto,  narrai  col 
Ciacconio,  Fitae  Pont,  et  Cardinalium, 
t.  2,p.  946,6  qui  meglio  riferirò  col  testo. 
Statuii,  ut  singidisferiis  sextis,hora  no- 
na major  campana  in  Dominicae  Pas- 
sionis  menioriam pulsaretur,et  fune  cle- 
rici, ac  docti  q uocunq uè  etiam  opere  de- 
tenti, Chrislus  fcictus  est  prò  nobis  obe- 
diens,  usque  ad  morlem,  n>ortem  autem 
Crucis  :  Kyrie  etc,  Pater  noster,  Ave 
Maria  etc.  Respice  quaesumus,  Domi- 
ne, super  hanc  familìam  tuam  etc.  Lai' 
ci  vero  indocti.  Pater  et  Ave,  benefi- 
cium  Redemplionis  recolentes  pronuu' 
ciarent.  Trovo  nella  Raccolta  di  ora- 
zioni e  pie  opere  per  le  quali  sono  state 
concedute  da'  Sommi  Pontefici  le  s.  In- 
dulgenze, che  nel  1.°  concilio  provincia- 
le tenuto  dal  cardinal  s.  Carlo  Borromeo 
arcivescovo  di  Milano  si  comanda  col  de- 
creto io:  Che  in  tutte  le  chiese  dell'arci- 
■vescovato  ne'  giorni  di  venerdì  circa  l'o- 
ra di  nona  si  dasse  il  segno  colla  campa- 
na, acciò  i  fedeli  in  quell'ora  rammentas- 
sero la  Passione  di  Gesù  Cristo,  ed  a  que' 
che  avessero  recitato  3  Pater  ed  Jve 
fosse  conceduta  l'iudulgenza  di  40  gioiui. 


VEN 

Divozione  tanto  pia  e  conveniente  in  un 
giorno  ed  in  un'  ora  che  ci  ricorda  (pie! 
che  patì  per  noi  Gesù  Cristo  (già  in  aldi 
luoghi  introdotta),  volle  Benedetto  XIV 
che  in  tutto  il  mondo  cattolico  si  pra- 
ticasse in  perpetuo  ed  uniformemenle. 
Quindi  col  breve  /4d  Passionis,  de'  2  3 
dicembre  1740,  comandò  io  virtù  di  s. 
ubbidienza  a'superiori  e  parrochi  di  cia- 
scuna chiesa,  che  in  tutti  i  giorni  di  ve- 
nerdì alle  ore  2  1  italiane,  io  cui  spirò  sul- 
la Croce  sul  monte  Calvario  il  divino 
Riparatore  del  genere  uojano  (ossia  3  ore 
prima  dell'Ave  Maria),  facessero  suona- 
re la  campana,  concedendo  100  giortii 
d'indulgenza  a  tutti  i  fedeli  che  allora  ge- 
nuflessi reciteranno  5  Pater  noster  ed 
Ave  Maria  in  memoria  della  Passione 
ed  agonia  di  N.  S.  Gesù  Cristo,  intenden- 
do anche  di  pregare  secondo  l'intenzione 
del  Sommo  Pontefice,  e  per  la  conversio- 
ne de'  peccatori.  Di  tale  indulgenza  alla 
detta  ora,  lo  stesso  Benedetto  XIV  fece 
pubblicare  una  speciale  notificazione, 
confermata  di  nuovo  dalla  s.  congrega- 
zione dell'  indulgenze  nel  pontificato  di 
GregorioXVl,  con  decreto  Urbis  et  Or- 
bis  de'  24  settembre  i838.  Si  trovò  da 
qualcuno  singolare,  che  il  suono  della 
can)pana  ne'  venerdì  alla  detta  ora,  con- 
sista prima  in  3  tocchi,  poi  in  4,  '"di  5,  fi- 
nalmente in  uno.  Così  il  quotidiano  tripli- 
ce suono  per  la  recita  della  Salutazio' 
ne  Angelica  C^.),  o  Angelus  Domini  o 
Ave  Maria  C^.),  all'aurora,  al  mezzodì 
e  alle  ore  24;  ovvero  dell'  antifona  Re- 
gina Coeli  laetare,  alleluja  (f^.),  che  si 
recita  nel  tempo  pasquale  dal  sabato  san- 
to sino  al  vespero  del  sabato  precedente 
la  domenica  della  ss.  Trinità.  Ed  ancora 
pel  suono  della  campana  ad  un'ora  di  not- 
te, per  la  recita  del  salmo  De  profundis 
(V.).  Eruditamente  e  dottamente  di  tutti 
questi  suoni,  e  delie  pie  pratiche  che  si 
eseguiscono  in  tutto  l'anno,  come  de'  lo- 
ro misteri,  tratta  mg.'  Rocca,  Opera  o- 
mnia,  l.i,^g:  De  Campanis  Conimenla- 
rìus  ad  s.  Ecclesiam  Catholicam.  Tra'i 


V  E  !V 

suoi  copifoli  >i  ponno  vedere.  Cnp.  17: 
De  campana  in  l  espcro,  vel  in  Scro,  in 
Mane,  et  in  Meridie  piilsari  consueta. 
Cap.  18:  De  caitsìs  pulsandi  cnmpanam 
in  l^espcre,  in  Mane,  et  in  Meridie,  de- 
(jiie  hujusce ritns  instilnlorihns.  Cap.  20: 
De  iisii  pulsandi   cainpanas  prò  de- 
functis.  Nel  voi.  VII,  p.  109  tlissi  de'  di- 
versi suoni  pe*  defuiili,  secondo  il  sesso 
e  la  condizione.  Fa  riflelteie  Cancellieri: 
Siccome  questo  triplice  suono  quolidia- 
no  si  fa  a  tocchi  ed  a  riprese,  quasi  co- 
me nel  giorno  della  Commemorazione 
de*  morti,  e  in  occasione  di  qualche  fu- 
nerale; così  ad  alcuni  è  piaciuto  ricono- 
scervi un   quotidiano  avviso  dei  nostro 
fine.  Poiché  invitandoci  in  queste  3  di- 
verse ore,  alla  colazione,  al  pranzo  e  alla 
cena  con  cui  si  caiMca,  per  dir  così, la  corda 
della  macchina  del  nostro  corpo  a  guisa  di 
quella  degli  orologi,  viene  a  ricordarci, 
che  sempre  più  consumandosene,  di  gior- 
no in  giorno  ,  le  ruote  e  le  fibre  ,  ci  an- 
diamo insensibilmente  approssimando  al- 
la morie,  ultima  linea  di  tutte  le  cose  u- 
mane,  frali  e  caduche.  Mg/  Rocca  nel  ri- 
cordalo cap.  17,  dichiarò.  Per  triaigitur 
illa  tempora ,  in  versiculo  psalnii  coni- 
prehensa,  mysteria  Passionis  et  tnortis, 
quam  Christus  Dominus  prò  nobis per- 
pessus  est;  ejusdeni   mysteria   Resurre- 
clionis  et  Ascensionis  in   Coeliini  nobis 
insinuantur,  sicut  s.  pater  Anguslinus  et 
s.  Hieronymiis  in  ipso  psalnii  versiculo 
explicando  scriptum  reliquerunt.  Nam 
s. pater  A  ugustinus  post  multas  meditatio' 
nes  et  considerationes,  in  illis  tribus  tem- 
poribus explicandis  praestitas,  ita  in- 
quit:  Vespere  Dominus  in  Crvice,  Mane 
in  llesurrectione.  Meridie  in  Ascensione. 
Ets.  Hieronynnis:\t%\ie\t,CK\m  Passio- 
nem  suscepit;  Mane,  cuin  resurrexi»;  Me- 
ridie ,  Gum  ,  omni  claritale  virtutis  suae 
adimpleta,  Coelos  ascendit,  et  sedei  ad 
dexteram   Tatris.  Ter  itaque  ad  triuni 
campanae  sonituni  in  tribus  illis  tempo- 
ribus enarratis  Angelica  Salutatio  ad 
irla  haec  mysteria  repraesentanda  veci- 


VEN  i()i 

talur,  Irihiis  tamen  prae^'ììs  Anliplioni';, 
quartini  prima  praenunciatam  ab  Ange- 
lo  Christi  Domini  Conceptioneni  in  ute- 
ro B.  Maria  e  semper  Virginis  facien' 
dam  complectilur.  Altera  vero  e/usdent 
f^irginis  assensuniDeo  commi  ssum. Ter- 
tia  denique  FUium  Dei  in  ejusdeni  lir- 
ginis  utero  de  Spiritu  Sanclo  conceptuni, 
incarna tum  et  natum.  Sed  post  quamli- 
bet  Antiphonam  Angelica  Salutatio  re- 
citatur...  Nella  suddetta  Raccolta  delle  s. 
Indulgenze,  ^e'ì  venerdì  vi  sono  lesegueu- 
ti.  i.°  Pel  pio  esercizio  in  memoria  del- 
l'agonia del  Redentore,  di  3oo  giorni  o- 
gni  volta,  e  applicabile  ancora  all'anime 
del  purgatorio,  cioè  delle  7  parole  dette 
da  Gesù  dalla  Croce.  2.°  Esercizi  di  pie- 
tà ne'7  venerdì  di  quaresima,  e  negli  al- 
tri fra  l'anno,  ne'quali  specialmente  si  fa 
memoria  della  Passione  e  morte  del  Sal- 
vatore. 3.°  Per  la  recita de'sette  salmi  pe- 
nitenziali. 4-°  Orazione  al  Sangue  prezio- 
so di  Gesù  Cristo,  edivole  aspirazioni. 
5°  Olferta  del  medesioìo.  6.°  Preghiere 
alle 5  piaghe  di  Gesù.  7.°  Orazione,  Deus 
qui  prò  redemptione  mundi.  8."  Orazio- 
ne, Eccomi  o  mio  amato  buon  Gesti.  9." 
Orazione  alla  lì.  Vergine  pel  venerdì,  to.'* 
Idem  per  l'anime  del  pmgatorio.  Abbia- 
mo di  Simone  Bagnati,  //  venerdì  san- 
tificato, cioè  la  ss.  Passione  di  Gesù,  Cri- 
sto divisa  in  tutti  i  venerdì  dell'anno,  Na- 
poli 1 85 1.  Il  vescovo  Sarnelli,  Lettere  ec- 
clesiastiche, t.  9,  lelt.  53,0.''  8,dice  che  la 
risposta  data  dal  Mayoo  a  chi  domanda: 
Perchè  non  è  notato  qual  sia  il  giorno 
nel  quale  l'autore  «Iella  vita  fatto  Uomo 
{f^.)  morì  ,  è  questa.  Non  si  è  registralo 
tal  giorno,  perchè  sapessimo  che  questo 
sagramenlo  non  si  deve  celebrare  per  al- 
'cun  giorno  certo  del  mese  in  guisa  del- 
l'altre fesle;ma  si  deve  rappresentare  e  mi- 
sticamente celebrare  dopo  il  plenilimio 
ed  equinozio  di  primavera,  io  cui  si  ac- 
cresce la  luce  del  giorno  sopra  le  tenebre 
della  notte;  acciocché  il  ci  isliauo colla  lu- 
ce dell'opere  buone  superi  le  tenebre  de* 
peccali  e  rilìorisca  nella  sanlìlà  della  vita 


192  V  E  N 

qual  allra  primavera.  Ci  è  solo  manife- 
sto, che  il  giorno  della  ss.  Passione  ac- 
caddeiu  P  eneriiì,e\a  Ristirrezioiienì  Do- 
vienica,  senza  l'espressione  dei  certo  gior- 
no del  mese,  acciocché  non  in  una  sola 
\oIla  dell'anno  ci  ricordassimo  di  sì  divi- 
ni misteri;  ma  in  ogni  settimana,  in  ogni 
giorno,  ogni  momento,  restando  perciò 
iie'iioslri  sensi  una  continua  memoria  di 
tanti  benefizi;  e  quindi  è  che  si  celebra- 
no con  molta  divozione  tutti  i  venerdì 
dei  mese  di  marzo  in  memoria  della  sa- 
gralissima  Passione  di  Nostro  Signore,  il 
medesimo  Sarnelli,  t.  3,  p.  96,  leti.  38: 
Se  sia  incerto  il  preciso  giorno  ed  il  me- 
se j  nel  quale  V  autore  della  vita  morì. 
Dopo  aver  notato  che  si  conosce  il  gior- 
no e  il  mese  dell'Incarnazione  dell'eterno 
Verbo,  solo  dalla  sua  Vergine  Madre  co- 
nosciuto, e  la  notte  del  s.  JN'alale  a  pochi 
rivelata,  ripete  che  non  si  conosce  il  gior- 
no e  il  mese  della  ss.  Passione  del  Salva- 
tore, operala  nella  frequentatissima  e  no- 
bilissima città  di  Gerusalemme,  in  presen- 
ta d'ebrei,  greci  e  ialini, al  cui  fine  in  det- 
ti tre  idiomi  fu  scritto  il  ss.  Titolo  delta 
Croce  (A^.)  ,  con  segui  per  UiUo  il  mon- 
do fino  a'nostri  à\  memorabili,  dati  dal 
cielo  con  insoliti  eclissi,  in  terra  con  n- 
prirsi  in  diversi  luoglii  i  monti,  e  con  i- 
squarciarsi  il  Pelo  {F.)  del  tempio.  La 
Chiesa  non  ha  legislralo  nei  suo  martiro- 
logio romano  ne  il  mese,  né  il  giorno,  la 
quanto  al  mese  tulli  i  ss.  Padri  tennero 
pel  marzo,  e  che  il  giorno  fu  di  venerdì, 
ma  non  é  notato  in  qual  giorno  di  mar- 
zo quel  venerdì  cadesse;  onde  sogliono  i 
divoli  fedeli  con  ispeciali  atti  di  pietà  ce- 
lebrare tutti  i  venerdì  di  marzo  in  me- 
moria della  ss.  Passione  del  Signore.  Che 
la  Chiesa  non  abbia  registrato  nel  suo 
martirologio  questo  giorno,  crede  Sa  rnel- 
liessereavvenuto,  perchè  essa  sempre  in- 
tese a  (iir  celebrare  la  Pasqua[V.)  di  do- 
menica; onde  bisogna  che  questa  fosse  fe- 
sta mobile,  regolandosi  col  plenilunio  del- 
ia luna  di  marzo.  Chiamasi  plendunio 
nel  computo  ecclesiastico,  quarladetimu, 


VEN 

quintadecima  e  plenilunio;  percliè  con- 
lòriue  alla  piìr  probabile  opinione  con- 
stando una lunazionedì  giorni  29, ore  1 2, 
minuti  44  s  secondi  3  circa,  la  metà  di 
essa  lunazione  è  il  giorno  i4>  compioto 
con  altre  ore  18,  minuti  22  e  secondi  2 
di  tempo  eguale,  e  perciò  la  lunazione 
media,  ora  si  dice  decimaquarla,  perchè 
é  compilo  affatto  il  i4-''giorno,  ora  1  5.* 
perchè  tocca  l'ora  18  del  giorno  decimo- 
quinto,  e  plenilunio  perchè  allora  si  tro- 
va la  luna  in  perfetta  opposizione  del  so- 
le. Or  cadendo  questo  plenilunio  dopo  la 
mezzanotte  che  precede  la  domenica,  ov- 
vero nello  stesso  giorno  della  domenica, 
allorasi  deve  trasferire  la  Pasqua  nella  do- 
menica prossima  seguente;  ma  se  occorre 
avanti  la  mezzanotte,  ciie  precede  la  do- 
menica, io  stesso  giornp  di  domenica  è  il 
vero  giorno  di  Pasqua;  la  quale  non  può 
venire  più  bassa  de'22  di  marzo,  né  più 
alta  de'25  aprile.  In  questo  giorno  cade, 
quando  essendo  domenica  ildìt8  aprile, 
e  cadendo  in  essa  il  plenilunio  ,  si  tra- 
sporta all'altra  domenica  prossima  se- 
guente. Sicché  celebrandosi  la  memoria 
della  Passione  del  Salvatore  il  venerdì  a- 
vanti  la  Pasqua,  bisognava  clie  fosse  mo- 
bile tanlo  l'uno,  quanto  l'altra;  onde  non 
fu  mestieri  registrare  della  Passione  diCri- 
sto  il  giorno  proprio;  registrò  nondimeno 
a'  25  di  marzo  la  commemorazione  dei 
s.  Ladrone,  il  quale  morì  lo  stesso  gior- 
no ,  che  Cristo  Signor  ^'ostro ,  dopo  a- 
vergli  detto:  Hodie  mecuni  eris  in  Para- 
diso (si  ha  dell'eruditissimo  vicentino  d. 
Giovanni  Marangoni,  L'ammirabile  con- 
versione di  s.  Disma  detto  volgarmente 
il  Buon  Ladrone,  che  fu  crocefisso  con 
N.  S,  Gesù  Cristo , spiegataco  senlimenù 
de" ss.  Padri  e  dottori  della  C/iie5^,Roma 
ì'j^i).  Se  poi  non  è  registrato  nel  mar- 
tirologio romano  il  giorno  preciso  della 
Passione  del  Redentore,  non  è  però  che_ 
non  sia  in  altri  martirologi  registrato,  ce 
me  osserva  il  Magri,  verbo  Parascev(^ 
dove  cc'ì  dice  :  Ireneo  nel  lib.  5  provi 
che  il  nostro  1 .°  padre  Adamo  morisse 


V  E  N 

a5  marzo  ,  nel  qual  giorno  si  tiene  co- 
niunemeute,  che  accadesse  la  iiiurte  di 
Cristu,  come  viene  notalo  in  un  antico 
niarliroiogio  rnss.,  conservato  nella  Ijì- 
blioleca  della  regina  di  Svezia,  colle  se- 
guenti parole  :  Hìtrosolymut  Dominus 
Crucifixiis  est.  Nel  medesimo  giorno  si 
fa  anche  menzione  del  sagriflzio  (risac- 
co,  espressa  figura  della  morte  di  Cristo  j 
Jmmolalio  Isaac  patriarcìiae.  Il  detto 
martirologio,  secondo  il  sentimento  del 
dottissimo  Oistenio,  era  scritto  800  anni 
prima  di  lui.  Della  stessa  Crocefissione 
fanno  menzione  in  questo  giorno  i  mar- 
litologi  mss.  Antuerpiense  e  Corbejense. 
Fin  qui  il  Magri.  Il  Miijolo  vescovo  di 
Volturare  ne'suoi  Giorni  canicolari,  co\' 
loquio  2,  citando  s.  Agostino  nel  lib.  del- 
r83  questioni,  alla  55.'  computando  i  ^ 
mesi,  che  Cristo  fu  nell'utero  virginale  di 
Maria,  dice  cosi:  Novem  nienses  et  sex 
dies,  qui  in  Conceplione  D.  N.  Jesu  Clirì- 
sii  coniputanlur  ah  celavo  kalenclas  a- 
pri listano  die  concepUis  credilur,  quia 
eadein  die  passus  est,  usque  ad  oclavuni 
kalendas  januarias,  quo  die  nalus  est. 
Nella  vita  di  s.  Maria  Maddalena  de  Paz- 
zi si  legge:  A'  ?.5  di  marzo,  giorno  di  ve- 
nerd\ santo,  caduto  in  quell'anno  nel  gior- 
no della  ss.  Annunziata,  stavasene  s.  Ma- 
ria Maddalena  de'  Pazzi  contemplando 
profondamente  Cristo  dentro  del  seno 
della  sua  Madre,  e  Cristo  in  croce.  Atto- 
Itila  la  santa  nella  contemplazione  d'am- 
bedue questi  misteri,  rapita  in  esta'si  dis- 
se al  Diviii  Verbo:  Die  mihi,  o  J'erbum, 
lihenitus  ne  in  Crucc,anin  f  irgiueonia- 
iiebas  utero?  Rispose  Cristo:  In  Crucct  in 
Cruce.  Nella  cattedrale  d'Andria  nel  te- 
soro delle  reliquiedella  cappella  di  s.  Ric- 
cardo, si  venera  una  ss.  Spina  [T\)  con 
alcune  macchie  di  sangue,  che  venendo 
il  venerdì  santo  a'  25  di  marzo,  tutte  si 
diifondono  per  la  medesima  ,  come  av- 
venne nel  1701,  a  tempo  di  Sarnelli,  e  se 
ne  fece  alto  pubblico.  Miracolo, egli  dice, 
che  attesta  esser  questo  il  giorno  della  ss. 
PusMoiie  di  Cristo,  com'è  scritto  nel  reli- 
VOI.  xc. 


V  E  N  19Ì 

qniario  co* versi  che  riporta.  Que'ohe  da' 
sagri  riti  mistici  sensi  raccolgono, dicono, 
non  essersi  registralo  tal  giorno,  purché 
sapessimo  che  questo  sagramento  non  si 
devecelebrare  per  alcun  giorno  certo  del 
mese  a  guisa  dell'altre  feste,  ma  si  deve 
rappresentare  e  misticamente  celebrare 
circa  al  plenilunio  ed  equinozio  di  prima- 
vera. Ne' venerdì  di  quaresima  e  di  mar- 
zo vi  è  la  predica  nel  palazzo  pontificio, 
pronunziata  dal  cappuccino  Predicatore 
apostolico  {f  .).  In  tale  articolo,  in  cui  pel 
I  ."formai  l'elenco  de'predicatori  apostoli- 
ci, come  pel  1  .°ne  raccolsi  tutte  le  relative 
notizie  (altrettanto  posso  dire  d'innume- 
l'abili  articoli),  notai  i  casi  in  cui  tali  predi- 
che si  trasferiscono  in  altri  giorni.  Dopo  Iji 
predica  de'  venerdì  di  marzo,  il  Papa  e  i 
cardinali  sì  portano  a  visitare  la  basilica 
Vaticana,  poiché  in  tult'i  venerdì  di  mar- 
zo vi  è  la  Stazione  {^^.),  oltre  l'esservi 
pure  iu  altre  chiese  di  Roma.  Sebbene 
alcun  venerdì  di  marzo  cada  dopo  Pasqua, 
ha  luogo  la  detta  predica,  e  la  medesima 
visita  della  stazione  in  s.  Pietro  del  J^apa 
ede'cardinali;  però  i  cardinali  come  tem- 
po pasquale  vestono  di  rosso,  benché  as- 
sumìno  alla  predica  le  cappe  paonazze^ 
Riparlando  di  queste  prediche  e  di  que- 
ste visite  nel  voi.  Vili,  p.  278  e  274  (ri- 
levando eziandio  come  Clemente  XI  vi- 
sitò la  stazione  nel  i ."  venerdì  di  marzo^ 
ancorché  non  fosse  quaresima),  riportai 
alcuni  esempi  delle  prediche  e  della  visi- 
ta della  stazione  avvenute  dopo  Pasqua. 
Qui  aggiungo  l'ultimo  col  n.^y  I  del  Gior- 
nale di  Roma  del  1 856,  in  cui  si  dice  che 
a'28  marzo  dopo  la  predica  detta  nel  pa- 
lazzo Valicano  dall'attuale  predicatore  a- 
postolico  p.  Luigi  da  Trento,  il  Papa  e  i 
cardinali  discesero  nella  basilica  di  s.  Pie- 
tro per  la  stazione  dell'ulti  (no  venerdì  di 
marzo.  La  Pasqua  erasi  celebrata  a'28 
dello  stesso  mese.  La  predica  si  ascolta 
dal  Papa,  da'cardinali,  da'vescovi,  dalla 
prelatura  e  da  tutti  quelli  che  hanno  luo- 
go in  cappella  pontificia.  Nell'istituzione 
di  tali  prediche,  slaLilila  da  Paolo  IV^ 
i3 


ic)4  V  E  i\ 

l'accesso  era  pubblico.  Però  si  legge  nel- 
la prefazione  delle  Prediche  delle  nel  pa- 
lazzo npostolì'io,  deilicatead  Alessandro 
VII,  dal  p.  Oliva  gesuita,  diventilo  pre- 
dicatore apostolico  nel  1 644>  percbè  da  s. 
l'io  V  l'ullizio  fu  conferito  a'  gesuiti,  ma 
dipoi  non  esercitato  da  loro  costantemen- 
te.» La  predica  pontifìcia  per  molli  e  mol- 
li anni  essere  slata  cosa  pubblica  nel  sa- 
gro palazzo,  come  oggi  sono  pubbliche  le 
comuni  nelle  basiliche  di  Roma.  Avvi- 
stisi poi  i  Sommi  Pontefici,  the  dalla  ma- 
lignità della  corte  si  convertiva  l'antido- 
to della  correzione  evangelica  in  veleno 
di  salire  temerarie,  applicandosi  dal  li  vore 
degli  sfaccendati  a  diversi  ministri  incolpa- 
bili ed  a  molti  presidenti  immacolati,  ciò 
che  il  zelo  de'sagri  oratori  detestava  ge- 
neralmente e  proponeva  assai  più  per  op- 
porsi a'delitli,  adinchè  non  entrassero  fra 
i  primati  del  cristianesimo,che  per  abbat- 
terli introdotti  o  per  opprimerli  regnanti, 
serrarono  le  porle  Valicane,  né  altri  vol- 
lero per  uditori  de'precetli  ecclesiastici  e 
della  perfezione  sacerdotale, fuori  di  que- 
gli stessi,a'cjuali  s'indirizzano  i  documenti 
di  tanta  virtù  da  chi  ragiona".  11  volga- 
re ditlerio:  Ne  di  T^cnere  e  ne  di  Marie, 
non  si  sposa  ne  si  parie  j  ci  fa  conoscere, 
che  anticamente  per  l'esatta  osservanza 
del  comandamento  della  Chiesa  ne'lem- 
pi  vietali,  e  negli  altri  o  per  divozione  o 
per  superstizione,  non  si  celebrava  Io  Spo- 
salizio (Z'^.),  ne  s'intraprendevano  i  Viag- 

Del  /  enercPiSanlo  ogran  T'enerdì, uv\o 
e  il  2.",  o  secondo  alcuni  l'ultimo,  del  Tri- 
duo (/^.) della  Sellimana  .5'<7«tó  (sembra 
meglio  ritenere  com porsi  il  triduo  de'3  ul- 
timi giorni  delia  medesima. giovedijvener- 
dì  e  sabato  santo:  se  poi  voglia  intendersi  il 
triduo  dell'ufllzio  delle  tenebre,  allora  è 
giusto  il  dire  che  si  compone  del  merco- 
ledì ,  giovedì  e  venerdì  santo  ,  e  questo 
giorno  può  qualificarsi  1'  ultimo  di  tale 
triduo,  ed  in  cui  ne'matlulini  delle  tene- 
bre e  nella  messa  óe  Pre.ianlijtcali  del 
venerdì  santo ,  i  cardinali  nou  readono 


V  E  N 
r  Ubbidienza  al  Papa),  ragionai  in  que- 
st'ultimo articolo,  perchè  dicesi  in  Para- 
sceve,  riepilogando  e  in  [)iule  illustrando 
le  auliche  e  le  odierne  sagre  finizioni  che 
sicelel)rano  nel  venercFi  santo  dalla  Chie- 
sa, ne'cui  relativi  articoli  indicali  in  corsi- 
vo si  può  conoscere  altre  nozioni,  e  il  lut- 
to d'accordo  coli' articolo  Cappelle  pojf- 
TiFiciE,  cioè  de'paragrafi:  Matlutlno(f^.) 
delle  Tenebre{f^ .)i\e\  giovedì  sauto;  cap- 
pella papale  del  venerdì  santo,  messa  de' 
Presnnlificali ( F ,),  sermone  d'un  minore 
conventuale  intorno  alla  Passione  e  mor- 
te dell'Uomo  Dio,  adorazione  della  Cro- 
ce vera  (V.),  col  canto  del  Trisagio  (f^.), 
processione  del  s.  Sepolcro  {V.  ;  di  quel- 
lo rinnovalo  nella  cappella  Paolina,  cioè 
del  labernacoloourna  colla  macchina  re- 
staurala delBernino,  riparlai  nel  volume 
LXXXVIll,  p.  240),  canto  del  vespero, 
tavola  de'  cardinali  (sospesa  da  Gregorio 
XVI  nel  i83i,  in  un  a  quella  del  pre- 
cedente giovedì  santo  ),  matlutino  delle 
tenebre  ,  e  adorazione  delle  ss.  Ptcliquie 
maggiori  della  ss.  C/ore,del  VoUo  San  lo, 
della  s.  Lancia  (7-'^.)  nella  basilica  Vatica- 
na, ov'è  la  Stazione [oìlvechè  nella  chie- 
sa di  s.  Croce  in  Gerusalemme),  coir  inj 
lervento  del  Papa  ede'cardinali.  La  ca| 
pella  papale  nel  palazzo  apostolico  per 
funzioni  del  venerdì  santo,  fu  detta  latini 
mente  dall'aureo  Morcelli:  In  Sacr.Doi 
Poni.  Convenlus  Palrr.Cardd.  adMj 
steria  adslanle  Poni.  Max.  Nella  stes^ 
Settimana  Santa,  con  altre erudizionij 
spiegazioni  mistiche  e  liturgiche,  resi  te 
gione  di  altre  orazioni,  ceremonie  comi 
moveiitissinie  e  cose  riguardanti  pure  il 
venerdì  santo;  come  la  sospensione  del 
suono  delle  campane  e  de'  campanelli, 
e  la  sostituzione  delle  tavolozze  o  cro- 
talo di  legno  (usalo  da'primi  cristiani  in 
tempo  delle  persecuzioni ,  e  lo  ricordai 
pure  nel  voi.  LXXXIl,  p.  289;  ma  la  ci- 
tazione del  luogo  ove  ne  riparlai  di  tale 
stroniento,  nel  dello  voi.  a  p.  2»)o,  0011 
è  il  voi.  LI  V,  p.  3  12,  ma  il  voi.  LXIV), 
per  Ghìamare  il  popolo  alla  chiesa  nelle 


VEN 

ore  della  celebrazione  dL''J'ivini  nfTitl,  e 
per  I.T  salutazione  angelica  e  ad  un'ora  di 
notte  pel  De  profundis.  Tornai  a  parla- 
re del  celeberrimo,  armonioso  e  commo- 
vente canto  del  salmo  Miscrere  mei  Deus 
(F.),  che  meravigliosamente  si  canta  nel- 
la pontificia  cappella  Sistina,  nel  triduo 
dell'  Uffìzio  della  Settimana  santa  nel 
mercoledì,  giovedì  e  venerdì  santo,  dopo 
l'iiflizio delle  tenebre,  sul  quale  il  eh.  can. 
Zanelli  a  p.  343  del  Giornale  di  Roma 
del  1 854  ci  die  un  erudito  articolo,  di  cui 
mi  piace  riferire  un  estratto.  II  canto  del 
salmo  Misere.re  in  nessun  luogo  e  in  nes- 
sun tempo  riempie  l'anima  del  credente 
di  una  religiosa  tristezza  e  compimzione, 
come  in  Roma  nella  cappella  Sistina  (so- 
no da  celebrarsi  ancora  quelli  che  ma- 
gnificamente si  cantano  dagli  esimi!  can- 
tori della  rinomata  cappella  Giulia  della 
basilica  Vaticana,  nel  coro  di  questa  in 
detto  triduo,  e  composti  da  diversi  mae- 
stri de'ffinli  eccellenti  che  vanta  la  mede- 
sima). Questa  inspirata  preghiera  posta  in 
musica  da'piìi  grandi  maestri,  allorquan- 
do avviene  di  udirla  cantare  nel  merco- 
ledì, giovedì  e  venerth  santo  Aa  Cantori 
della  cappella  pontifìcia  (^.),  profonda- 
mente  commove  e  strappa  il  pianto.  Nel- 
l'archivio della  medesima  cappella  esisto- 
no due  grossi  volumi  pieni  della  musica 
«lei  Miserere ,  che  nella  cappella  Sistina 
furono  cantati  da  tempi  assai  remoti  fino 
a'dì  nostri,  i  compositori  de'quali  coll'ar- 
te  musicale  ebbero  la  potenza  d'ottene- 
re l'accennato  grande  effetto  colle  pateti- 
che loro  armonie.  (L'attuale  vescovo  di 
Perpìgnano  mg."^  Olimpio  Filippo  Ger- 
bel  di  Poligny  ,  il  filosofo  più  religioso 
della  Francia,  definì  la  mùsica:  una  tra- 
sformazione gloriosa  della  parola;  sia  che 
tu  la  senti  sotto  la  forma  del  canto  uma- 
no, sia  che  essa  rimanga  nello  stato  di 
musica  strumentale,  come  notai  nel  voi. 
LXXlll,  p.  23i,  riparlando  della  musi- 
ca, e  per  quella  dell' Z7^z/o  <^A'//2o,  ulte- 
riormente in  tale  articolo).  Il  i."  si  è  quel- 
lodi  Coslaozo  Festa,  scrino  sotto  il  poa- 


VEN  .9> 

tifìcato  dì  Leone  X.  Vengono  poi  quelli 
che  scrissero  in  tutto o  in  parte,  quali  a 
4,  quali  a  5  o  piti  voci,  Luigi  Dentice, 
Francesco  Guerra, Pier  Luigi  Palestrina, 
Teofilo  Gargano  di  Gallese,  Giovanni 
Aneiio,  Sante  Naidini  e  altri.  Essi  furo- 
no tutti  eseguiti  nella  cappella  Sistina;  ma 
vennero  più  o  meno  dimenticati,  non  o- 
stanle  i  pregi  di  che  ridondano,  come  o- 
pera  musicale:  e  3  soltanto  hanno  avuto 
la  gloria  d'  essere  ogni  anno  eseguiti, 
quindi  di  trionfare  sopra  gli  altri  per  l'ef- 
fetto meraviglioso  che  ottengono,  e  sono 
quelli  scritti  da  Gregorio  Allegri  roma- 
no, da  Tommaso  Bai  di  Crevalcore  nel 
territorio  bolognese,  e  da  Giuseppe  Cai- 
ni romano.  L'Allegri  nel  1629  da  Ur- 
bano Vili  fu  aggregalo  nella  cappella 
pontificia,  di  cui  poi  divenne  direttore  e 
morì  nel  1  652  colla  ben  meritala  ripu- 
tazione di  srrande  maestro.  La  sua  sinso- 
lare  celebrità  è  fondata  specialmente  std 
Miserere  da  lui  composto  per  la  cappella 
pontifìcia.  Esso  è  a  due  cori, unodi  4  vo- 
ci e  l'altro  di  5,  che  cantali  alternativa- 
nieiile  si  riuniscono  io  un  solo  nell'ulti- 
mo versetto.  La  [.''volta  che  venne  ese- 
guito da'cantori  della  cappella  produsse 
lìn  cflelto  che  mai  il  più  grande,  e  fece  di- 
menticare i  precedenti.  Fu  creduto  vinto 
lostessoPalestrina, un  degno  discepolodel 
quale  era  stato  maestro  all'Allegri.  Que- 
sto però  nell'esecuzione  ripetuta  della 
sua  bell'opera,  vide  i  difetti  che  vi  regna- 
vano e  lutti  li  corresse.  In  questa  com- 
posizione traspare  tutta  la  scuola  del  som- 
mo Paleslrina;  e  in  fatto  come  ne'canli 
di  questo  maestro  vi  sono  impiegate  le 
modulazioni,  il  giro  delle  frasi,  l'impiego 
delle  dissonanze,  le  formole  finali  e  il  dia- 
logo delle  voci  :  vi  si  trova  la  stessa  dol- 
cezza e  la  stessa  armonia.  Non  si  può  chia- 
mare l'opera  dell'Allegri  una  servile  imi- 
tazione :  le  rassomiglianze  in  qualche  mo- 
do materiali  delle  disposizioni  vocali  so- 
no portale  dallo  stile  che  deve  regnare 
in  questo  genere  di  musica  :  nel  Misere- 
rc dell'Allegri  vi  ha  sempre uioltodi  nuo- 


196  VEN 

vo,  vi  ha  iinn  specie  di  espressione  più 
fortemente  accentala,  vi  ha  certa  aspira- 
zione all' adetto,  che  non  Cu  lo  scopo  del 
Palestrina.  Nel  sainno  dell'Allegri  regna 
una  grande  abilità  nella  disposizione  de' 
due  cori:  1'  essere  uno  a  4  ^^'ci  e  l'altro 
a  5  rompe  la  monotonia,  che  risulta  dal 
bilanciarsi  uniforme  di  due  forze  eguali  ; 
\\  regna  altresì  una  specie  di  artificio  di 
luce,  laonde  direbbesi  che  l'orecchio  ve- 
de, e  che  scorge  le  sensazioni  dell'ombre 
e  de'chiari.  La  riunione  de'duecori  nel- 
r  ultimo  versetto,  come  dissi,  produce  il 
più  sorprendente  effetto.  Questo  saUiio 
dell'  Allegri  rivestito  con  sì  soavi  note 
musicali,  poscia  e  anche  in  alcune  cose 
abbellito  da' cantorie  compositori  della 
cappella,  i  quali  vi  aggiunsero  lutlociò 
che  giudicarono  conveniente  a  renderne 
più  mirabile  l'esecuzione;  cpiesto  salmo 
dico,  fu  trovato  di  tale  merito,  che  giu- 
dicossi  bene  eseguirlo  ogni  anno  ne'gior- 
Ili  triduani  e  maggiori  della  settimana 
santa,  consagrati  a  rinnovare  la  lugubre 
commemorazione  della  Passione  e  della 
morte  del  Redentore  di  lutti.  Ma  questo 
vanto  di  poi  si  divise  col  jMiserere  del 
Bai.  Tale  insigne  maestro,  cantore  della 
cappella  papale,  di  essa  divenne  maestro 
nel  1713  per  anzianità  e  virtù,  ma  do- 
po un  anno  passò  agli  eterni  riposi.  Fi- 
no a  luì  da  I  3  Misereve  erano  stati  scrit- 
ti per  essere  cantati  nel  detto  triduo  del- 
l'uffizio delle  tenebre,  ma  il  solo  d'Alle- 
gri avea  riunito  tult'i  suff'ragi  d'un  secolo. 
Il  Bai  a  eccitamento  e  preghiera  del  col- 
legio de'pontificii  cantori  fece  il  nuovo, 
i  cui  versetti  sono  scritti  alternativamen- 
te a  4  'oci  ed  a  5,  eccettuato  1'  ultimo 
eh'  è  di  8.  Egli  seguì  presso  a  poco  il 
piano  dell'Allegri,  introducendovi  qual- 
che ben  conosciuta  modificazione;  e  l'o- 
pera per  la  sua  semplicità  congiunta  ad 
uno  side  elevalo  e  sublitne  fu  trovata  sì 
bella,  che  venne  stabilito  fosse  ogni  anno 
eseguito  alla  cappella  Sistina  col  Miscrere 
dell'Allegri.  Ciò  si  continuò  fino  al  1768, 
epoca  iu  cui  i'u  teulalo  uu  uuuvo  lUisere- 


VE  N 

re  dal  Fortini,  ma  nell'  anno  seguente  si 
fece  ritorno  a  quello  di  Bai.  JNel  i  77G  si 
volle  eseguire  un  lìIiscreretW  Fas(|uule  l'i- 
sari  ;  ma  ebbe  la  sorte  medesima  di  quello 
ilei  Fortini.  D'allora  in  poi  venne  sem- 
pre eseguito  il  Misererà  di  liai,  unita- 
niente  a  quello  dell'Allegri,  cantandosi 
alternativamente  un  versetto  dell'uno  e 
dell'altro.  Tra'tanli  e  valenti  maestri  che 
furono  preposti  a*  cantori  della  cappella 
pontificia,  ebbe  la  gloria  di  succedere 
3.°  all'Allegri  e  al  Bai,  nello  scrivere  uu 
nuovo  Misercrc  (:he  fosse  ogni  anno  ese- 
guito alla  Sistina,  nig."^  Giuseppe  Baini 
nato  in  Roma  nel  1776)  discepolo  del 
proprio  zio  valente  compositore,  e  del  Ja- 
iiacconi  suo  atnico. Perito  nel  contrappun- 
to, divenuto  cantore  della  cappella  pon- 
tificia si  distinse  per  la  sua  bella  voce  di 
basso  e  per  la  sua  profonda  cognizione 
nel  canto  piano  e  nella  Musica  sagra 
(nel  quale  articolo  tornai  a  celebrarlo  : 
egli  fu  uno  de'  3  idonei  e  dotti  revisori 
benigni  del  mio  vasto  e  grave  articolo 
Cappelle  Pontificii!,Cardinalizie  e  Pre- 
latizie, e  lo  dichiarai  nella  prefazione 
dell'edizione  a  parte,  tosto  esaurita,  che 
con  questi  tipi  pubblicai  nel  i84isenel 
voi.  LXIV,  p.  307).  Divenuto  direttore 
dei  collegio  de' cantori  pontificii,  salì  ìa 
molta  rinomanza  perle  varie  opere  pub- 
blicate, ed  anch'egli  come  l'Allegri, spe- 
cialmente pel  suo  Miserere  composto 
d'ordine  di  Pio  VII.  Esso  è  a  io  vociJ 
e  fatto  sulle  tracce  di  quello  degli  altril 
due,  che  hanno  la  gloria  d'essere  canta- 
ti ogni  anno.  Fu  eseguito  lai. 'volta  nelJ 
182  t,  e  anche  di  presente  si  eseguisce,  el 
sempre  produce  un  mirabile  effetto,  spe- 
cialmente ne'  versetti  i.°e  7.°  I  Misere' 
re  de'  maestri  Allegri,  Bai  e  Baini  hau-j 
no  acquistato  giustamente  una  celebritàJ 
in  tutto  il  mondo,  perchè  ogni  straiiieroj 
che  gli  ha  uditi  alla  cappella  Sistina,  n'èj 
rimasto  rapito;  eppure  essi  sono  semplicll 
e  ili  facile  composizione  (s' intende  senza] 
accompagno  di  strumenti  vietati  nella 
cappella  papale,  come  ripelulauieate  uv- 


VEN  VEN                   197 

vcrlii  a*  suoi  luoghi).  Il  njira!)ile  efTelto  »  Quantunque  pubblicali,  e  quindi  spar- 
<lje  [)io(lucono  si  deve  alla  maestria  dei  si  dapperlullo  i  Misercre  dell' Allegri  e 
canloi  ideila  cappella  pontificia,  i  quali  del  Bai,  per  essere  conamossi,  rapiti  a'soa- 
sia  per  tiii  artifizio  tradizionale, siaper  al-  vi  sentimenti  della  tristezza  cristiana,  bi- 
tro  il  sanno  eseguire  in  modoche  ogni  voi-  sogna  ascoltarli  alla  cappella  Sistina;  qui 
ta  che  avviene  di  udirli  I'  anima  è  rapita  soltanto  producono  il  loro  meraviglioso 
in  un'estasi  religiosa,  e  tale  che  ninno  può  elFetto  ;  e  sebbene  ripetuti  ogni  anno  col 
bene  esprimere.  Sebbene  i  Mistrere  tratti  cantarsi  alternalivamente  un  versettodel- 
dìiir  archivio  romano,  furono  contali  al-  l'Allegri  e  un  altro  del  Dai,  sono  sempre 
Iroveda  valentissimi  cantori  nelle  cappel-  nuovi,  sempre  ammirabili,  sempresubli- 
le  imperiali  e  reali,  non  produssero  egua-  mi.  E  il  Baini  ha  potuto  col  ma  Mise r ere, 
le  elFetto;  mancarono  di  quel  prestigio,  cb'èstato  1'  ultimo  scritto  per  la  cappella 
che  hanno  gli  uditi  in  Roma  nella  Sisti'  pontificia,  dividere  la  gloria  con  questi 
iia.onde  si  crederono  falsati.  In  vece,  ser-  due  grandi  maestri,  e  col  suo  ^fiscrerc 
vi  a  confermare  il  divieto  di  eslrarre  destare  que' religiosi  sentimenti  e  quella 
musica  dal  prezioso  archivio  della  cap-  commozione  che  valgono  a  desiare  quel- 
pella  pontificia.  Tuttavia  ciò  non  valse  li  dell'Allegri  e  del  Bai".  Riferisce  il  G/or- 
ad  impedire  che  i  iWsererc  dell'  Allegri  naie  di  RoinaóeìiS55,  che  nel  mercole- 
e  del  Bai  fossero  pubblicali  colle  stampe,  dì  santo  nella  cappella  Sistina  si  cantò  il 
Felice  de  Paìi  di  Terlizzi,  poi  vescovo  Mistrere  di  Baini  ,  e  nel  giovedì  santo 
(li  Tropea  dal  1731  al  1783  inclusive,  quello  di  Allegri  e  Bai  a  due  cori.  Nel  ve- 
desiderando  di  aver  questa  musica  del-  nerdì  santo  si  cantò  il  Miserere,  non  più 
l'Allegri,  in  tempo  de'  3  mattutini  della  sulle  note  del  Baini  e  dell'Allegri,  ma  su 
settiuuina  santa  porlossialla  cappella  Si-  quelle  del  giovane  maestro  ab.  Domeni- 
slina,  e  al  solo  udirne  il  Miserere  potè  co  Muslafà  cantore  della  cappella  ponti- 
Irascri vello.  Ma  al  suo  divulgare  accorse  fìcia,  che  seppe  mostrare  la  sua  valentia 
anche  il  grande  maestro  Mozart,  che  ap-  in  quel  genere  di  musica,  che  rende  in 
pena  compili  tre  lustri, neh  77  I  udita  la  I.'  tutto  il  mondo  rinomata  la  papale  cap- 
volla  la  musica  dell'  Allegri  nel  giovedì  pella;  ed  è  una  sua  bella  gloria  il  poter 
saiito,di  subito  corse  a  casa  per  racconian-  arricchirne  l'archivio  di  sue  composizio- 
dare  allo  scritto  quanto  avea  ritenuto  a  ni.  Il  medesimo  G/or«^/e  del  1  856  regi- 
rncmoria.  Il  venerdì  santo  colle  note  cui  a-  strò,  che  nel  mercoledi  e  giovedì  santo  fu 
\ea  scritto  ascose  entro  il  cappello  ritornò  cantato  il  /I//*erere  de'Iodati  maestri,  co- 
ad  udire  il  salmo,  e  rettificò  gli  errori  com-  me  nel  1 855.  Nel  venerdì  santo  poi  fu  can- 
inessi,  aggiungendo  quanto  gli  era  sfug-  tato  (|uello  a  5  voci  concertato,  pregevo- 
gito,  e  correggendo  le  prove  fatte  di  sua  le  lavoro  dell'ab.  Mustafà.chefelicemen- 
inemoria.  All'indomani  egli  eseguì  in  un  te  camminando  sulle  tracce  del  grande 
concerto  quantoavea  ingegnosamenle  ru-  Palestrina,  sempre  più  accresce  vanto  al 
l)alo,e  Uouia  perdonò  al  genio  del  giova-  tanto  rinomato  collegio  de' cantori  della 
ne  alemanno  quel  rubauiento  :  Clecnente  cappella  pontificia,  a  cui  egli  appartiene. 
XIV  volle  vedere  Mozart,  e  di  buona  vo-  Notò  inoltre,  che  tale  Miserere  eseguilo 
glia  r  assolse  dal  fatto  in  Vaticano.  Da  lui."  volta  nel  1 855,  e  quantunque  aves- 
cjuel  momento  il  Miserere  di  Mozart  di-  se  incontrata  la  comune  approvazione, 
venne  di  pubblica  ragione,  stampandosi  1'  autore  giudicò  farvi  delle  variazioni 
nell'islesso  anno  dal  d/  Burnay  a  Lon-  col  mettere  a  dolce  e  grave  concerto  al- 
di a,  e  poi  a  Parigi  nel  1810  da  Chorou  cuui  versetti,  ch^erano  a  pieno  coro,  ed 
nella  sua  raccolta  di  musica  sagra.  Iixpie-  in  falli  l'elFetto  fu  migliore.  11  Giornale 
sia  fu  pubblicato  auche  il  Misererò  di  Bai.  di  Houia  del  1 8  57  auuuuciò,  che  il  lìJisc- 


igS  VEN 

/Tre  fu  cantalo  nella  cappella  Sistina,  nel 
mercoledì  santodi  Baini,nel  giovetri  san- 
to di  Allegri  e  Baini,  e  nel  venerdì  san- 
to a  5  voci  dell'ab.  Mustafà.  Altrettanto 
pubblicò  nel  i858.  Il  Miserert  cantato 
uella  cappella  Sistina  in  mezzo  a  un  pro- 
fondo silenzio,  e  udito  col  più  grande  rac- 
coglimento, sempre  desta  quelle  inespri- 
mibili e  soavi  sensazioni  proprie  dell'ope- 
1  e  dettate  dal  genio  e  dalia  fede.  Gli  stra- 
nieri cbe  vi  accorrono  da  varie  parti  di 
Europa  e  anclie  d'  America,  raccolti  in 
folla  nella  detta  maestosa  cappella  e  nel- 
la propinqua  e  ampia  sala  regia,  pel  loro 
numero  ambedue  riescono  anguste  e  le 
fanno  desiderare  più  vaste.  Le  sublimi  e 
iniponenti  ceremonie,  e  i  n)esti  riti  della 
Chiesa,  accompagnati  dalle  melodie  de' 
flebilìcanti,esprìmenti  il  doloredellaChie- 
ka,si  riferiscono  a'più  grandi  misteri  di  no- 
stra s.  Keligìone  e  rammentano  la  Passio- 
ne dolorosa  dì  Cristo,  perciò  non  sono 
mai  abbastanza  celebrate,  precipuamen- 
te quelle  tenere  e  lugubri  del  venerdì  san- 
to. Queste  ricordano  ad  ogni  credente  il 
memorabile  giorno  anniversario,  or  sono 
XlXsecoli,  nel  quale  sul  Calvario  moren- 
do il  Salvatore  per  amore  dell'utnanità, 
compì  il  più  umiliante,  il  più  grande  e  il 
più  sublime  sagriflzio  ;  e  gli  uomini  vi 
consumarono  il  più  orrendo  Deicidio,  il 
più  grande  delitto,crocefiggendo  il  Figlio 
di  Dio.  Ma  la  Croce  da  segno  d'ignominia 
divenne  ed  è  presso  tutti  i  credenti  sim- 
bolo glorioso  di  nostra  avventurosa  re- 
denzione. In  questo  giorno  ciascun  cre- 
dente si  deve  sentire  trasportato  a  profon- 
damente meditare  il  commoventissimo 
avvenìmenlo,e  deve  esser  compreso  di  re- 
ligiosa e  salutare  tristezza;  imperocché  la 
morie  del  Redentore  dell'anime  nostre, 
per  annullar  la  pena  dell'umane  iniqui- 
tà attrae  in  questo  tanto  memorabile 
giorno  tutta  l'attenzione  de'fedeli  e  rav- 
viva tutta  la  loro  pietà.  Tultociò  princi- 
palmente avviene  in  Roma  capitale  dei 
mondo  cattolico  nella  sterminata  molti- 
tudiae  di  gente  ilaliaaa  e  slraaieia;  e  gli 


VEN 
stessi  acattolici  nell'animo  ne  ricevono  ta- 
le un'impressione,  la  quale  non  così  pre- 
sto si  cancella.  Le  sublimi  e  commoventi 
ceremonie  religiose  dellaseltimanii  santo, 
cominciale  cogli  llosanna,  proseguile  co* 
treni  e  Lamentazioni (\\  Geremia,  si  com- 
piono coW/illeluja.  Nel  venerdì  santo  gli 
antichi  cristiani,  in  venerazione  di  esso, 
si  astenevano  non  solo  dalla  carne,  ma  pu- 
re da'pesci  e  da  ogni  altro  cibo  n  ni  ma  lo, 
mangiando  solauìente  cose  secche;  come 
i  greci  e  altri  cristiani  d'oriente,  molli  de' 
quali  non  gustano  verun  cibo  sino  al  sa- 
bato sera,  ed  altri  mangiano  poco  pane 
con  sale,  assenzio  e  cose  simili.  1  greci  ed 
i  Ialini  in  molle  provincie  si  astenevano 
dal  lavoro,  benché  non  fosse  ciò  di  obbli- 
go, ma  per  semplice  divozione.  Era  pe- 
rò giorno  di  precetto  in  Inghilterra  nel 
XIll  secolo;  fu  soltanto  verso  la  metà  del 
secolo  XVI  ridotto  a  mezza  fesla,  termi- 
nando a  mezzodì,  dopo  il  servizio  divi- 
no. Fu  l'imperatore  Costantino  I,  che  per 
la  gran  venerazione  de'fedeli  verso  il  ve- 
nerdì santo,  ordinò  se  ne  celebrasse  la 
festa,  e  negli  altri  la  suddetta  cessazio- 
ne da  ogni  aifare.  In  questo  giorno  e  ne- 
gli altri  della  settimana  santa,  il  popolo 
romano  ne'  primi  secoli  si  esercitava  in 
molti  atti  di  fervorosa  pietà,  visitando  a 
piedi  scalzi  i  cimiteri  de'martiri  e  gli  al  - 
tri  luoghi  santi  di  Roma,  pie  pratiche  che 
duravano  nel  pontificato  dì  Pasquale  II, 
e  lo  riferiscono  Baronio  all'annoi  i  1 5  (se- 
condo il  narralo  dal  medesimo  all'anno 
io56,  da'romili  e  monaci  di  s.  Pier  Da- 
miani si  cominciò"  a  osservare  la  prati- 
ca, accettata  poi  dalla  Chiesa  universale, 
di  celebrare  nel  venerdì  la  memoria  del- 
la Passione  del  Signore  col  Sagrifizio,  an- 
che col  digiuno,  cui  fu  aggiunta  la  disci- 
plinnj  avvertendo  però  eh'  è  antichissi- 
mo il  rito  di  non  offrirsi  il  sagri  Ozio  nel 
venerdì  santo,  poiché  nel  concilio  di  To« 
ledo  del  69 3  se  ne  ha  la  conferma),  Do* 
sio  e  Severano.  11  Garampi  nelle  Memo- 
rie ecclesiastiche  riporta  varie  tcslimo^ 
tiianze  del  culto  cui  quale  iu  modo  spu< 


V  EN 

ciale  il  vencrcVi  santo  era  veneralo,  sia 
C(tii  |)iocessioiii,  sia  con  lappreseiilazioiii 
espriiiieiiti  l'iicerbissiuia  l'assione  di  Cri- 
sto, sia  tli  penitenze,  sia  ili  discipline  e 
lliiv^eli.izumi,  le  rpiali  convertile  poi  in  a- 
biisi,  la  Chiesa  dovette  vietare.  Di  tolto 
in  molti  luoghi  ne  ragionai,  e  Iniìgo  sa- 
rebbe il  ricordarli.  I  Papi  in  osse(piio  di 
questo  giorno  alle  comuni  là  de'  luoghi 
dillo  sialo  poiitilìcio.a'soilalizi  e  altri  luo- 
ghi pii,  concessero  nuilli  privilegi,  come 
la  liberazione  de' condaimali  all'eslre- 
o>o  supplizio  o  al  carcere  ;  ma  l'abuso 
che  in  seguilo  se  ne  fece  ,  mosse  l*io  IV 
ad  emanare  la  bolla  Ddiii  ad  solttanì,LÌt:' 
I  4  dicen>I)re 1 56^^,  Bull,  lìoni.  t.  4,  p*»'- 
2,  p.  209:  lievocatio  ctijiLscumque.  privi- 
Ics'i,  CotìiinunUntibn< ,  Confrnitrnitad- 
bus  ci  (ìliif  qiiibufìcuniqite,  cliain  locispus 
concrxiì,  hoinicidmn  in  die  f^encris  San 
cofani  idio  tempore  e  carceribns  liberati- 
di,  ri  reservalio  cjmtmodi  graliae  con- 
sulto Ponti  (ice  ab  ejus  offìciaLbus  de  ce- 
irro  concedendne.  Anche  altri  sovrani 
in  cpieslo  sanlo  gi<irno  liberavano  dalla 
pena  capitale  i  condannali  ad  essa.  Si 
legge  ne'  giornali  di  Madrid  dell'  aprile 
i853,  che  la  regina  di  Spagna  Isabella 
il,  seguendo  il  pio  cosluuie  de'  suoi  pre- 
decessori, durante  1'  atto  solenne  dell  a- 
dorazi(jne  della  Croce,  liberò  dalla  pena 
ili  nmde  alcuni  individui,  ch'erano  stali 
condannali  per  omicidio.  Di  alcuni  riti 
antichi  ilei  venerdì  santo  fa  ricordo  il  Zac- 
caria, Storia  letteraria  d'Italia,  t.  3,  p. 
161,  fra'cpiali  nella  Chiesa  romana  la  co- 
munione del  popolo;  il  (piale  rito  in  mol- 
te chiese  lungamente  durò,  ma  presso  la 
Chiesa  romana  era  già  in  disuso  alcun  tem- 
po innanzi  1'  Amalario.  Questo  cardinale 
si  crede  morto  nell'846.  il  Magri  nella 
Notizia  de\'Ocaboli  ecclesiastici,  in  quel- 
lo di  Parascae, oss'\iì  venerdì  sanlo,  det- 
to anche  Ante  Sabbatuin  e  Coena pura, 
riporta  diversi  antichi  riti  usali  in  que- 
sto sagralissimo  giorno;  notando  la  Ira- 
blazione  della  festa  della  ss.  Annunziata, 
se  cade  nel  uicdcsiuio  gioruo,  di  che  ri- 


VEW  ,99 

parlai  nel  voi.  LXI  V,p.  3  ig,  dicendo  pu- 
re di  quella  di  s.  Giuseppe.  Avverte,  che 
la  congregazione  de' vescovi  a' 22  inai'zo 
1596  tolse  r  abuso  di  portare  il  ss.  Sa- 
graniento  in  processione  nel  venerdì  san- 
to. Appresso  Tertulliano,  Parasceve  al- 
cune volte  signiiìca  il  sabato  ,  per  essere 
presso  i  cristiani  lai  giorno  la  prepara- 
zione della  domenica,  mentre  noi  lo  to- 
gliemmo dagli  ebrei  che  nel  venerdì  pre- 
paravano le  vivande  pel  seguente  sabato. 
Tale  nome  fu  imposto  a  s.  Venera  o  Ve- 
neranda verginee  martire  ,  perchè  nac- 
que nel  giorno  di  Parasceve  o  venerdì 
sanlo,  la  cui  festa  celebrasi  da'latini  a'i4 
novembre,  e  da'greci  a'26  luglio,  per  cui 
erroneamente  dal  volgo  fu  confusa  e  cre- 
duta la  stessa  che  s.  Anna,  di  cui  celebria- 
mo la  festa  in  tal  giorno,  mentre  di  s.  Ve- 
nera il  Magri  lesse  le  proprie  lezioni  in  un 
antico  breviario.  Nell'Ordine  romano  si 
fa  menzione  d'una  misteriosissima  cere- 
luonia ,  che  si  faceva  nel  venerdì  sanlo 
mentre  si  pronunziavano  le  parole  del 
Passio:  Parlili  sunt  veslimenla  niea,  con 
allusione  alla  Tonaca  o  Tanica  (^'!)del 
Signore.  Due  diaconi  strappavano  la  To' 
vaglia  [r.)  dell'altare,  lasciandolo  ignu- 
do, sopra  del  quale  poi  si  consumava  la 
ss.  Eucaristia  portala  dal  sepolcro.  Quan- 
to a'rili  deW  Uffizio  Ambrosiano [P^.)  pel 
venerdì  sanlo,  che  si  osservano  di  presen- 
te nella  chiesa  di  Milano  nel  venerdì  san- 
to,ecco  quanto  descri  ve  il  Fumagalli,  Ah- 
tichilà  longobardiche  milanesi ,  dissert. 
23.  E  prescritto  di  cantarsi  due  lezioni 
d'Isaia,  dopo  l'ora  di  terza,  co'  versetti, 
responsorii  eorazione.Dopolelezioni,can- 
ta  il  diacono  la  2.^  parte  della  Passionese- 
condo  s.  Malleo,  cominciando  dalle  paro- 
le: Manefaclo.  .-Vllorchè  arriva  egli  a  quel  - 
le  :  Eritisil  spiritimi ,  tosto  si  estinguono 
tulli  i  lumi  della  chiesa  e  due  suddiaco- 
ni ne  spogliano  gli  altari,  uè  più  si  suo- 
nano le  campirne  sino  al  seguente  giorno, 
adoperandosi  il  crotalo  di  legno, come  ri- 
levai nel  voi.  LXIV,  p.  319.  Qui  pure 
cessa  il  Domitms  vobiscuin,  u  il  Deus  in 


200  V  E  N 

(UÌjutorhim  nell'ore  canoniche,  soslilnen- 
dosi  in  ambedue  i  casi  il  '^.  Bcncdictus 
Deits,guii'ivket  regnai  in  saecula  sae- 
culoruni.  IJ».  Amen.  Rccitnnsi  nel  coro  le 
Die  dì  sesta  e  nona;  quindi  sì  passa  in  sa» 
gieslìa,  ove  sopra  un  cuscìnosta  prepara- 
ta una  Crocejed  essendosi  sulla  medesima 
pronunziale  alcune  orazioni ,  viene  presa 
nella  stessa  posizione  da  due  diaconi, i  qua- 
li s'incamminano  poi  verso  la  chiesa  per 
l'adorazione.  Si  eseguisce  questa  a  un  di 
presso  come  si  usa  secondo  il  rito  roma- 
no, se  non  che  invece  de'  cos\  detti  Ini- 
properii (^f^.)^  si  canta  il  salmo:  Beati  ini- 
maculali,  inserendovisi  ad  ogni  versetto 
V i\tìÌ\ioi\n:  /4 cloranms  Cnicem  Inani.  Ora 
dopo  r  orazione  due  suddiaconi  ripongo- 
no la  Croce  coricata  sulla  mensa  dell'al- 
iare, chiudendo  la  funzione  con  un'orar 
zione  recitata  dal  sacerdote;  ma  secondo 
l'antico  rito  ambrosiano  i  suddiaconi  la 
dovcano riportare  in  sagrestia,  cantandoi- 
si  ranlifona:  Laudarnus  te  Chrisle,  e  re- 
citandosi in  seguitoalcune orazioni.  Aven- 
do ivi  l'arcivescovo  con  lutto  il  clero  rin- 
novata l'adorazione  della  Croce,  soggiun- 
ge Beroldo  espositore  de'  riti  del  secolo 
XI  !  •.Archiepiscopus  comniiinical  se  in  se- 
crelario  anni  omnihiis praeshyleris  et  dia- 
conis  et  .■iubdiaconis.  Questa  comunione 
fuori  del  sagrifizio  nella  sagrestia  si  sarà 
falla  col  pane  e  vino  consagrati  nel  gior- 
1)0  antecedente.  Non  avendo  Beroldo  in-r 
dicalo  che  vi  si  accostassero  i  laiqi  e  chie- 
rici minori,  con vien  dire  che  ne  fosse  par- 
tecipe il  solo  clero  maggiore.  Per  dar  co- 
niotlo  anche  al  popolo  di  adorar  la  Cro- 
ce, i  custodi  la  doveano  portare  a  tal  ef- 
fetto nel  mezzo  della  chiesa,  cantando  nel- 
la suocennata  maniera  il  medesimo  salmo 
colla  medesima  antifona.  Poi  doveano es- 
si lavare  con  gran  riverenza  il  coro  della 
chiesa  jemale;  per  cui  l'  arcivescovo  ap- 
prestava loro  un  onoi  ifico  pranzo.  L'espo- 
sizione della  Croce  al  popolo  si  eseguisce 
pnclie  oggidì,  ma  senza  veruna  ceremo- 
nia.  Uilorna  di  nuovo  d'accordo  il  mo- 
derno coU'unlipo  rito  uell'uffiziaUua  che 


VE  N 

segue.  Cioè  un  lettore  canta  una  lezione 
di  Daniele,  il  quale  lettore  essendo  arri- 
valo alle  parole  :  Ambutabant  in  medio 
ilamniae  landnnles  Denm,et  benedicen- 
tt.s  Domino,  tosto  il  maestro  delle  scuole 
sull'ambone  canta  solo  ili."  versetto  del 
cantico:  Tiinc  hi  tres ,  ripigliandone  in- 
sieme con  altri  chierici  gli  allrì  versetti,» 
cui  si  risponde  Anìen.  Riassume  poi  il 
suddetto  maestro  da  solo  l'ultimo  verset- 
to: Quoniam  eripuil  noi,  al  quale  rispon- 
de il  coro:  Confiteniìni  Domino  quo- 
niam bonus ,  quoniam  in  saeculum  mi- 
sericordia  e/'us.  Altra  lezione  dì  Daniele, 
dopo  la  quale  altro  lettore  canta  due  ver- 
setti del  salmo  128.  Uu  diacono  poi  in 
dahnalica  di  colore  rosso  canta  in  basso 
tuono  un'altra  piccola  porzione  della  Pas- 
sione secondo  S.Matteo:  Cani  se  ro factum 
esset.  Seguono  i  vesperi  come  si  hanno  nel 
breviario,  terminati  i  quali,  Beroldo  i  so- 
lenni accenna:  Arcliipresbyier  dicit  so- 
lemnes  .super  aiìiboncni  a  parte  dcxtra 
chori.  Presbiteri  vero  vicissim  dicunt  0- 
ralionem  archiepiscopo  sempsr  Jacenle 
ante  aliare.  Qvteslì  solenni  non  altro  era- 
no che  quelle  orazioni  che  nella  slessa  gior- 
nata di  Parasceve  si  recitano  secondo  il 
rito  romano  con  quelle  sole  circostanze  di 
più  dallo  slesso  scrittore  indicate.  Osser- 
va il  Magri.  Nella  chiesa  Ambrosiana  si 
spogliano  gli  altari  pure  nel  venerdì  san- 
to, nel  qual  giorno  tulli  gli  apparali  so- 
no dì  color  sanguigno  ;  subilo  dunque 
letta  la  morte  del  Salvatore  nel  Pas- 
sio si  spogliano  gli  altari,  il  che  cagicd 
na  grandissima  compunzione  nel  popcl 
lo.  Parlando  della  Tovaglia  e  della  sua 
remozione  dall'  altare,  cogli  ornamenti 
del  medesimo,  dissi  altre  erudizioni  sul- 
la Lavanda  dell'Altare  {F'.),  anche  col 
Magri,  il  quale  dice  eseguirsi  in  alcu- 
ne chiese  il  giovedì  santo,  in  altre  nel 
venerdì  santo,  con  vino  e  acqua  in  me- 
moria del  sangue  e  acqua  usciti  dal  sa-i 
grosanto  costalo  del  Salvatore;  e  perciò 
slimare  Roberto  migliore  il  rito  di  <|uelle! 
chitise  nelle  qui^li  si  fa  tale  lavauda  uaj 


V  E  N  YEN  201 

vrneriri  santo.  Delle  tavolozze  o  crotalo  gramenlo  non  si  suoni  il  catnpanello  al 
di  legno  che  si  usa  per  chiamare  col  suo  Snnrtits,  uè  all'elevazione  cleirOsliaecIel 
suono  o  strepito  lugubre  il  popolo  olla  Calice;  poiché  iuloperandosi  questo  suono 
chiesa,  per  la  salutazione  angelica,  e  per  per  richiamare  ralteiizionetle't'edeli,  una 
lu  recita  del  De  profundis  ad  un'  ora  di  tal  causa  cessa  dinante  l'esposizione,  giac- 
iiotte,  dopo  il  mesto  silenzio  delle  Cam-  che  si  suppone  che  tulli  stianolo  conleuT 
pane,  e  la  sospensione  del  suono  del  Cam-  plazione  del  Sagiainento  dell'  aliare.  Or 
panello  {f),  scrisse  anche  l'  al).  Diclich      questa  ragione  nulla  conclude   pel  caso 

nostro,  poiché  nonvi  èil  Siigraineutoe- 
sposto  mentre  dicesi  il  Sanctus,  si  fa  1*  e- 
levazione  e  la  processione;  né  tampoco  ciò 
si  verifica  nel  venerdì  santo.  Poiché  l' /- 


nel  Dizionario  sagro-lilurgico,  che  non 
8Ì  deve  poi  usare  né  al  Sanctus,  ne  al- 
l' elevazione  del  ss.  iiagrainento,  e  nem- 
M»eiio  a'I'odierna  e  seguente  processione. 
(È  notissimo,  che  nel  giovedì  santo,  detto  slruzioneClementina  non  parla  della  mes- 
il  Gloria  in  exccLsis  Deo,  il  suonano  le  sa  solenne,  com'è  la  messa  prò  Pace  che 
campane,  come  si  suonano  gli  Organi  Ci-  .si  canta  in  Roma  nel  2.°  giorno  delle  Q«a- 
no  al  termine  di  detto  inno,  e  poi  non  più 
lino  al  sabato  santo,  nel  quale  all'inluo- 
narsi  dello  stesso  Gloria  in  excelsis  Deo, 
subito  si  suonano  le  can)pane,  i  campa- 


ranlore[V.),  in  altro  altare;  e  mollo  me- 
no parla  della  messa  solenne  che  si  cantas- 
se nello  slesso  altare  dell'Esposizione,  co- 
me succede  nella   messa  di    Kiposizioue 


nclli  e  gli  organi.  Però  nel  giovedì  san-      prescritta  dalla  stessa /.s//Hs/ofie  C/ewie/t- 


lo  il  l'epa  dopo  avere  portalo  proces- 
sionalnienlee  riposto  nel  sepolcro  il  ss.Sa- 
gramenlo  nella  ponlilicia  cappella  Pao- 
lina, passa  nella  contigua  gran  loggia 
Vaticana  a  compartire  la  solenne  bene- 
dizione, per  la  quale  soltanto,  prima  e 
dopo  suonano  a  festa  tutte  le  campane 
della  basilica  di  s.  Pietro).  Ma  il  can.  Fer- 
rigni Pisone  nel  Supplimento  al  Dizio- 
nario medesimo,  nell'  articolo  Giovedì 
santo,  esaminando  la  proposizione  e  gli 


lina.  Al  contrario  in  questo  triduo  della 
settimana  santa,cessato  il  suono  delle  cam- 
pane e  de' campanelli,  invece  dell'  une  e 
degli  altri  si  adopera  V  islrumenlo  di  le- 
gno del  lo  crotalo.  Quindi  se  al  Sanctus  td 
all'  elevazione  ilei  Sagramento  la  rubrica 
generale  del  messale  prescrive  che  si  suoni 
il  campanello,  pulsai  campanulata,  ra- 
gionevolmente si  conclude  che  tanto  al 
Sanctus  della  messa  de!  giovedì  santo, 
(luanto  all'elevazione  del  Sasramenlo  nel 


autori  sui  quali  è  appoggiata,  riferisce     giovedì  e  venerdì  santo  debba  suonarsi  il 


quella  del  iMerali,  il  quale  aderendo  al  si< 
lenzio  del  crotalo  al  Sanctus  e  all'  eleva- 
zione della  messa,  pur  tuttavolta  espone 
la  controversia  esistente  fra'rubricisti  su 
questo  punto,  citando  diversi  autori.  Pve- 
cu  altresì  la  ragione  che  adducono  gli  scrit- 
tori della  sentenza  alfermaliva,  cioè  che  lo 
strepito  del  crotalo  serve  a  richiamare  a' 
divini  misteri  l'attenzione  de'fedeli,i  quali 
facilmente  possono  esser  disvagali  e  però 
hanno  bisogno  di  lai  richiamo  L'unica  ra- 
gione dalla  quale  il  Merati  é  indolloa  se- 
guire il  sentimento  contrario,  si  è  che  la 
pontitìcia  Istruzione  Clementina  col§  10 
stabilisce  ,  che  celebrandosi  le  messe  nel 
tempo  e  dur^ule  resposizione  del  ^s<  Sa- 


crotalo  (altrettanto  si  pr.'itica  nelle  chie- 
se di  Roma;  non  però  nella  capfiella  pon-> 
liflcia  ,  ove  non  si  usa  suonare  il  campa- 
nello). Il  memoriale  Rituuni  stampalo 
d'ordine  di  Benedelto  XIII  per  le  chiese 
minori  ,  fra  le  cose  che  prescrive  doversi 
preparare  nel  giovedì  santo  vicino  alla 
credenza,  nomina  il  Crotaluin  prò  signo, 
Salulationis  Angelicae,e  non  trovando-, 
siche  ne  proibisca  espiessauienleil  suona 
al  iS««c/«5,  all'elevazione  eil  alla  proces-» 
sione,  Se  il  crotalo  non  dovesse  suonarsi 
in  tali  azioni,  inutilmente  il  Me  ma  ri  ale  Ri* 
tuuni  lo  avrebbe  fatto  preparare  presso  la, 
credenza,  dovendo  piuttosto  pel  solo  ca^a 
dt:IU  Sukiluzioae  angelica  prepararsi  i''^ 


aoa  V  E  N  V  E  N 
sagiesliaoallrove.  Qiiiiuliilcan.  Ferrigni  la  leiuluiio  lodevole,  l'oioliè  è  cosn  con- 
Pisone  nomina  gli  autori  die  sostengo-  veniente  che  cessino  i  iV/7^'/v2»i6'/a/rt/t  (^.) 
no  doversi  suonare  il  crotalo  al  Sanctus,  nel  tritino  della  settimana  santa,  in  cui 
oli' eleva/ione  e  alla  processione,  e  quelli  cessa  ramminislrazione  di  tutti  i  Sa- 
che  r  hanno  impugnato.  Anzi  il  JVlerati  è''Viw2e«f/,  purché  non  lo  esiga  una. qual- 
niedesiniopnilandodel  venerdì  santo.ap.  che  necessità,  e»>>endo  senza  rpiesta  ra- 
prova  clie  in  (piesto  giorno  all'elevazione  gione  proibito  d'amnii  nislrare  il  Balle- 
si  suoni  il  crotalo,  ed  attesta  che  si  fa  ex  si/no,  la  Cresima  e  V Eucaristìa  (agl'in- 
comnmiii  praxi  BasiUcarum  Urbi'fj  e\e  leruii  in  pericolo  di  morte  si  porta  il  s. 
ragioni  che  ne  «là  e  surriferite,  convengo-  /'//^/c'o  nelle  solite  forme,  vestito  il  sacer- 
iio  pure  pel  Stinclus  del  giovedì  sauto,  ed  dote  con  stola  e  umerale  bianco,  del  qual 
all'elevazione  sì  del  giovedì  che  del  vener-  colore  è  il  baldacchino.  Soltanto  invece 
dì  santo.  Tutlavolta  crede  il  can.  Ferri-  del  campanello  si  usa  il  crotalo,  le  preci 
gni  l'isone,  «loversi  estendere  il  suono  ilei  c'iconsicon  voce  bassa,  e  si  tralascia  ilcan- 
crolalo  tanto  nella  processione  dei  giovedì  to  ilei  Te  Deitin),  ed  essendo  vietato  di 
santo,  quanto  in  (|uella  del  venerdì  santo  celebrare  gli  tV/;o.J////z/ (riconosce  il  ve- 
fra  r  una  e  l'altra  delle  strofe  dell'inno  scovo  Uroiizuoli  neW  Istituzioni  Cattoli- 
che vi  sì  canta,  per  le  ragioni  che  ripor-  che,  il  divieto  d'astenersi  dal  celebrare  la 
In  ,  che  in  simili  processioni  col  Sagra-  solennità  delle  nozze,  dalla  i  ,^  tiomenica 
iisenlo  debbono  suonar  lecampane.  Con-  dell'Avvento  fino  all'Epifania,  e  dal  gior- 
cludc,  che  nel  triilno  della  settimana  san-  no  delle  Ceneri  fino  air8.'  di  Pasqua  io- 
ta il  crotalo  adoperandosi  invece  del  suo-  elusive;  ma  supposto  ragionevoli  motivi, 
no  delle  campane  e  de'  campanelli,  con  non  vi  è  divieto  in  alcun  giorno  dell'an- 
ogni  ragione  si  deve  praticare  lo  strepito  no.  Ed  io  conosco  un  caso  di  matrimonio 
del  crotalo  di  legno  sì  nella  processione  celebrato  nel  venerdì  santo  in  Pioma,  a 
del  giovedì  santo  e  sì  in  quella  del  vener-  mio  lempo);giacchè  i  sagramenti  della  Pe- 
dì  santo,  e  giustamente  l'approva  il  Te-  nitcnzne  i\A\' Estreina  Z7«ZiO/je  suppon- 
iamo ,  per  eccitare  il  popolo  ad  luclu>n  gono  una  spirituale  necessità  cui  si  debba 
tiìitiliatiiqiie  devolam.  Passa  il  can.  Fer-  prestare  soccorso.  Fra  le  rag  onide'rubri- 
lii^ni  Pisiine  a  ragionare,  sull'uso  ripro-  cisti  sostenitori  del  non  doversi  togliere 
vato  dall'ab.  Diclich,che  vi  è  nelle  chiese  dallechiese  l'acqua  benedetta  nel  giovedì 
di  levar  V  Acqua  santa  da'  Pili  (F.)  del-  e  venerdì  sauto  dalle  chiese,  adducono  la 
le  medesime,  come  anche  dalle  sagrestie,  disposizione  di  Papa  s.  Alessandro  I:  A- 
nel  giovedì  santo,  messo  che  si  è  il  Sagra-  qua  liencdicta,  sale  admixta, perpetuo  in 
mento  nel  monumento  detto  sepolcro,  e  Ecclesia  a ssen>etur.  Tale  ragione  la  qua- 
così  farli  star  vuoti  eziandio  nel  venerdì  lifica  debole,  giacché  un  triduo  che  si  ri- 
santo  sino  alla  mattina  del  seguente  sa-  duce  a  un  giorno  e  mezzo,  non  interrom- 
baio.  Pertanto  presa  ad  esaminare  Topi-  pe  la  morale  perpetuità.  Altra  ragione  è 
ninne  contraria  alla  universale  consue-  quella;  Che  le  rubriche  del  Rituale  roma- 
Indine  massime  in  Italia, di  togliere  cioè  no  prescrivono  l'aspersione  di  detta  acqua 
l'acqua  santa  da'pili  delle  chiese,  la  chia-  benedetta  agl'iofermij  a'  quali  si  nmmi- 
ITia  lodevole  e  legittima,  confutando  le  nistra  la  ss.  Eucaristia,  o  il  sagramento 
ragioni  per  cui  alcuni  rubricisti,  segui-  dell'Estrema  Unzione,  nonché  sopra  lea- 
li dall'  ab..Diclich,  cercarono  di  appog-  da^eri  de'defunli;  e  non  fanno  alcuna  ec- 
giare  la  conservazione  dell' ac(jua  san-  cezione  di  questi  gioì  ni.  A  questa  ragio- 
ta  ne'  medesimi  pili.  Sostiene  che  non  ne  risponde  il  can.  Ferrigni  Pisone,  che 
tnancano  ragioni  mistiche  e  simboliche  si  può  conservar  l'acqua  santa  in  un  va- 
che  convalidano  silFalla  consuetudine,  e  so  proprio  e  decente  in  sagrestia  per  lut- 


V  E  W 
lociò  die  può  occorrere.  Alla  3." ragione 
die  arreca  l'ab.  Diclicli:  Che  le  i  ubi  ìclie 
del  messale  rotiinnonel  sabato  santo  sup- 
pongono che  vi  sia  rucc]ua  benedetta,  in 
quel  giorno  e  perciò  r»e'  due  precedenti, 
e  non  si  dice  che  se  ne  fàccia  la  benedi- 
zione. Risponde  il  can.  Ferrigni  Risone, 
con  quanto  disse  sulla  2.^  obbiezione;  seb- 
bene in  multe  chiese  ài  costuma  che  nel- 
la mattina  del  sabato  santo  prima  della 
benedizione  del  fuoco  ,  si  fa  in  sagrestia 
la  nuova  acqua  benedetta,  perchè  il  Ui- 
luale  romano  dice  potersi  fare  sempre 
che  si  vuole;  specialmente  nellechiese  non 
parrocchiali  ,  dove  non  è  necessario  che 
si  conservi  l'acqua  benedetta  pegl'infermi 
e  pe' cadaveri,  sarà  bene  che  sj  faccia  la 
Lcnedizionedella  nuova  acqua  nel  sabato 
santo  mattina.  Stringe  il  suo  dire  dichia- 
rando, che  le  ragioni  dell'ab.  Diclich  e  di 
alcuni  altri  rubricisti,  non  valgono a/l  im- 
pugnare un'antica,  estesa,  autentica  e  lo- 
devole consuetudine,  qual  è  quella  uni- 
versalmente ricevuta,  cioè  che  si  levi  l'ac- 
qua benedetta  da'pili  della  chiesa  e  della 
sagrestia  durante  il  giovedì  e  venerdì  san- 
ie, osservata  dalla  Chiesjn'òmana  e  per- 
ciò uso  autorizzato  dal  Papa  slesso  e  da' 
cardinali.  In  questi  ultimi  sensi  ne  tenni 
]>reveproposito,dichiarando  i  motivi  del- 
la remozione  nel  voi.  LXI V,  p.  3  1  6  e  3  i  7. 
Finalmente,  avendo  l'ab.  Diclich  dichia- 
rato nell'articolo  VenercCi  santo,  la  Cro- 
ce dover  esser  coperta  con  f''elo  nero,  ci- 
tando il  Gavanto  (dopo  avere  detto  nel- 
l'articolo Gio^'edì  sanlo,c\\Q  la  Croce  del- 
l'attaredovendo  nella  mattina  esser  coper- 
ta di  f  l'Io  bianco,  e  nella  cappella  ponti- 
fìcia con  sin)ile  velo  bianco  è  pure  coper- 
to il  quadro  d'arazzo,  pel  decreto  de's.  Ri- 
ti che  io  riprodussi  in  tale  articolo,  coni- 
pili  i  vesperi  e  procedendo  il  celebrante 
allo  spoglio  del  medesimo  ,  si  copre  eoa 
aitilo  velo  di  color  paonazzo  ,  e  si  torna 
con  simile  velo  a  coprire  l'arazzo).  Osser- 
va il  can.  Ferrigni  Pisene,  che  impugna- 
no l'opinione  del  Guvarito,il  Bauldry,  il 
Turriuo  e  il  Melali ,  i  quali  sustetigono 


V  1:  N  2o3 

che  il  color  del  velo  che  copre  la  Ciocu 
nel  venerdì  santo  deve  esser  violaceo  os« 
sia  paonazzo,  e  quesl'  ultima  opinione  e 
la  pili  comunemente  ricevuta.  Noudiuie- 
nocoiiviene.cheilsenlimeutodel  Gavan- 
to può  adottarsi,  dove  tale  sia  la  consue- 
tudine, come  si  usa  anche  nella  Cappel- 
la pontifìcia  Ciiì  dal  2.°  mattutino  dulie 
tenebre,  che  si  dice  nel  giovedì  santo  al 
giorno,  ed  aneli'  io  ciò  descrissi  in  queU 
l'articolo,  notaiulo  che  al  quadro  dell'al- 
tare tolto  il  velo  bianco  si  rimette  il  pao- 
nazzo. (Nel  voi.  XXXIX,  p.  76,  dissi  al- 
(|uanle  parole  sull'  opera  e  sul  supple- 
mento de'dolli  liturgici  Diclich  e  Ferri- 
gni, e  de'sarcasmi  di  questo  contro  l'ope- 
ra dell'allro,  nel  rilerire  le  sue  principali 
lagnanze  sulle  diverse  edizioni  fatte  fuori 
di  Venezia  del  Dizionario  liturgico.  Pe- 
rò ad  onore  ti' ambedue  debbo  qui  di- 
chiarare, anche  per  prolesta,  che  le  rife- 
rite opinioni  del  eh.  Ferrigni  non  inten- 
do servino  di  censura  contro  il  eh.  Di- 
clich, che  sebbene  defunto  tanto  venero 
in  uno  alla  sua  preziosa  opera,  di  cui 
grandemente  mi  giovai,  con  imperitu- 
ra riconoscenza.  Dappoiché,  due  anni 
dopo  la  piibbhcazione  di  detto  voluuie 
mio,  r  encomiato  Diclich  non  solo  mi 
scrisse  parole  lusinghiere  sul  mio  artico- 
lo Liturgia,  ma  di  gradimento  pe'qui  ri- 
coniati  rilievi,  contenuti  nel  iuede>imo; 
di  più  comunicandomi  la  generosa  e  edi- 
Hcaule  lettera  a  lui  indirizzata  dal  Fer- 
rigni ,  colle  più  onorevoli  dichiarazioni: 
Di  non  aver  egli  avuto  intenzione  fugli 
onta  col  Supplemento,  impresso  unica- 
mente per  impedire,  secondo  le  leggi  del 
regno  di  Napoli,  che  altri  editori  riprodu- 
cessero il  Dizionario  liturgico.  Protestò 
pure  il  Ferrigni,  d'esser  pronto  dare  al 
Diclich  qualunque  pubblica  riparazione, 
su  qualche  espressione  forte  o  energica 
da  lui  detta  ,  a  sostenimento  di  sue  opi- 
nioni in  alcuni  punti).  Ad  eccitare  i  fedeli 
cristiani  ad  una  grata  corrispondenza  ver- 
so di  Gesù,  che  per  la  nostra  redeuziouo 
patì  ftiUlu  (iroce  tre  ore  di  dolorosissima  a- 


5.o4  V  E  N 

genia,  ed  a  rinnovarne  la  memoria  in  quél 
giorno»;  in  quell'ore  medesime,  nelle  qua- 
li la  softiì  per  nostro  amore;  il  servo  di 
Dio  p.  Alfonso  Messia  gesuita,  che  morì 
a'4  gennaio  1732  nella  città  di  Lima  nel 
l'erìi,  ivi  inoUi  anni  pi  ima  ideò  e  prati- 
cò la  divozione  delle  tre  ore  d'agonia  di 
Gesù  nel  venerdì  santo,  incominciandola 
tlojio  il  mezzodì,  ecoiitinuantiola  per  tre 
ore  seguite  fino  al  momento,  in  cui  si  fa 
] 'annua  menioria  della  morte  del  divin 
lledcnloie.per  meditare  leselte parole  da 
lui  pronunziate  sulla  Croce,  mediante  al- 
trettanti coiTiiiiovenli  discorsi;  'ot  mysle- 
ria,  qtiol  verha,  d'una  delle  quali  disse  s. 
Jicoim  !,  St'rin.\vi,DePass.:  vox  istn  do- 
ilrinn  est,  non  querela.  In  Roma  fino  dal 
1  788  s'introdusse  A  tenera  divozione,  che 
in  moltissime  chiese  si  pratica(a  tempo  del 
Cancellieri  e  nel  1  8  i  8  da  parecchi  anni  si 
celebrava  la  divotissima  istituzione  nelle 
chiese  del  Gesù, di  s.  Andrea  della  Valle, 
di  s.  Maria  in  Aquiro,  dell'arciconfraler- 
iiila  del  Suffragio,  nell'oratorio  del  p.  Ca- 
ra vita,  eiu  altre  ancora), ed  ormai  è  este- 
sa in  tutto  il  mondo  cattolico.  Il  di  voto 
esercizio  in  memoria  dell'agonia  di  Gesù 
(^1  isto,  se  si  fu  privatamente  è  come  se- 
gue. '^.Dens  in  acìjulorinni  nietim  ititeli- 
ile.  l^. Domine  ad  acljii^'ciiiduni  me  fesli- 
Ita.  Gloria  Patri  et  Filio  etc.  Segue  la 
meditazione  delle  parole  di  Gesù  dalla 
Croce,  i,'' parola:  Padre,  perdonate  loro, 
perchè  non  sanno  ciò  che  fauno.  '^.  Ada- 
ramits  le,  Christe,  et  hcnediciinus  libi.  ^1». 
Quia  per  sanctam  Cnicenilunin  redenti- 
tn  mundiun.  Segue  una  preghiera,  indi  3 
Gloria  Patri  etc.  Miserere  nostri,  Domi- 
Zie,  nu'serere  nostri.  Mio  Dio  credo  in  Voi, 
spero  iit  Voi,  amo  Voi,  e  mi  pento  d'aver- 
aì  oH'eso  co'  miei  peccali.  Tutto  prima  e 
dopo  ogni  parola  si  ripete.  2."  parola:  Og- 
gi sarai  meco  in  Paradiso.  3."  Eccola  tua 
iiiadiej  ecco  il  tuo  figlio.  4-' Dio  mio,  Dio 
inio,  perchè  mi  avete  abbandonato?  5.' 
JJo  sete.  6.*  Tutto  è  terminato.  7.'  Pa- 
dre, nelle  vostre  mani  raccomando  lo  spi- 
rilo mio,  Segue  una  preghiera  alla  Ver- 


I 


V  E  N 

gine  Addolorata,  con  la  recita  dì  3  /fi 
Alarla,  alcuni  versetti  e  responsorii,  1' 
remits:  Deus,  qui  ad  hainani  generis.  \ 
termina  colla  recita  delle  3  giaculatori 
Gesù,  Giuseppe  e  Maria  vi  dono  col  mi 
cuor  l'anima  mia  -  assistetemi  nell' ult 
ma  agonia  -  spiri  in  pace  con  voi  l'aniiii 
mia.  Nel  voi.  LXIV,p.  3  18,  ricordai  l'ii 
dulgenze couce-ise  da  BenedetloX  I  V  e  P 
VII  in  tutti  i  giorni  del  triduo  ,  gioved 
venerdì  e  sabato  santo:  quelle  di  Pio  V 
per  chi  nel  venerdì  santo  pralicherà  p< 
tre  ore  continue  la  divozione  dell'agcjn 
di  Gesù,  in  pubblico  o  in  privato  ,  med 
taiitlo  quanto  egli  patì  in  quelle  tre  ore,  e 
le  7  parole  che  proferì  sulla  Croce,  e  con 
quali  altre  preci  si  può  supplire,  il  Can- 
cellieri nella  Descrizione  della  Settimana, 
santa,  Appendice,  cap.  5,  riporta  un  cfl 
talogo  degli  scrittori  sulle  sette  ultime 
parole  del  Redentore,  per  uso  de'sagri  o- 
ratori  nelle  tre  ore  dell'Adonia.  Io  mi  de 
bo  contentare  solo  di  ricordare.  S.  Don 
venliu'a,  Tractalus  de  FHvcrbis  Doni] 
ni,  Autuerpiae  (61  5.  Veii.  Roberto  D 
lanttino,  De  f^II  verbis  a  Christo  in  Ci 
ce  prolatis  ,  Coloniae  Agrippinae  161 
26  34-  Valentino  Enrico  Wolglerio,  Pi 
siologìa  Paisionis  Ctirisll,ubi  de  tristiti 
sudore,  Spinca  corona,  Myrrhino  vini 
Solis  obscuratione.  Siti  Christo,  Aceto  et 
Hyssopo,  Clamore,  Morte,  Terraentolu, 
Sanguine  et  Aqua,  Conditura  Corporis, 
Hehnsladii  1670-73.  Agostino  Lampu- 
^nnm.  Sette  strali d' amorevibrati  da  Gè- 
sii  Crifito  in  Croce  all'anima  fedele  spie' 
gali,  Dologiia  i64o.  Divozione  delle  tre 
ore  d'agonia  di  Gcsìi  Cristo  S.  N.  coni' 
posta  in  Lima  del  Perii,  in  lingua  spa- 
gnuola,dalp.  Alfonso  Messia  della  com- 
pagnia di  Gesìi ,  e  maniera  usata  dallo 
slesso  autore,  Roma  1  789.  A  lira  traduzio- 
ne ili  italiano  del  cav.  Giangiacoiuo  della 
Pegna  fu  pubblicata  in  Roma  nel  lygS 
dal  Pulgoiii. Questi  uell'istessoaunostam- 
pò  il  Di  volo  esercizio  da  principiarsi  n 
venerdì  santo  dalle  ore  1 8  alle  2  1 ,  /'«  m< 
viaria  delle  tre ored' agonia  di  Gesit  Ci 


YEN 

\sto.  Ciò.  rìaltista  Domeuichi,  Strino  ni  so- 
pra ti'  parole  che  disse  Gesìi  Cristo  sulla 
•Croce,  Ferrara  1392.  Frjincesco  Piiiiigii- 
iiola,  Discorsi  soprale  Fllparoleda  Cri- 
,sto  dette  in  Croce,  I\Jilaiio  1  60  1 .  Triorio 
ìdill'ogonia di  GesìiCristo,  l'esaro  1  834- 
^'e'vellel'll'l  patticularmeiile  sì  pratica  la 
jpia  visita  della  Fia  Crucis  [P^ .),  la  qua- 
le con  più  solennità  si  fa  nei  veneiJ'i  san* 
to.  La  tenera  divozione  di  teneccoinpa- 
ìgnia  con  nn'ora  e  mezza  d'uiazipne  ne've- 
luerdì  ,  e  più  specialmente  con  soiennilà 
nel  venerdì  santo,  col  nome  di  Desolata, 
alla  B.  V'ergine  per  la  morte  del  sno  di- 
I  via  figlio  Gesù,  e  in  quelle  ore  per  lei  di 
tanto  lutto,  tristezza  e  dolore,  ebbe  prin- 
cipio dalle  religiose  del  motiasteru  della  ss. 
Concezione  e  di  s.  Benedetto  nella  terra  di 
I  Palma  in  Sicilia,  celebre  per  la  gran  ser- 
•va  di  Dio  ven.  suor  Maria  Crocelìssa,  so- 
rella del  b.  Giuseppe  M."  cardinal  Toin- 
t  masi.  Quindi  dilatatasi  in  altre  provincie 
■ecittà,fu  introdotta  inRoma  e  fin  ilali  81  5 
sì  pratica  pubblicamente  in  più  chiese, 
con  minore  o  maggior  solennità  ,  preci- 
puamente da'religiosiiS'eri'/V/i/U<ir/rt!  (^.) 

•  nella  chiesa  di  s.  Marcello.  Si  pratica  an- 

■  Cora  privatamente  da  moltissime  pieper- 
,  sone.  Acciò  poi  i  fedeli  cristiani  siano  sein- 
.  pre  più  impegnati  a  dar  conforto  a  .Maria 
I  ss.  Desolata,  nel  181  5  Pio  VII  concesse 
j  indulgenze,  indi  ampliate  nel  modo  rife- 
rito nel  citalo  volume.  Altri  divoti  eserci- 
zi si  fanno  nel  venerd"i  santo  in  memoria 

■  de'  Selle  dolori  di  Maria  Fergìne  (F.), 
:  col  canto  dell'  inno  Slabal  AJater  (F.J, 

•  ed  anche  colla  pia  pratica  della  Fia  Ma- 
,  tris(f  .)j  religiose  opere  che  si  fanno  an- 
che in  altri  venerdì  dell'anno.  Ed  abbia- 

.  mo  di  G.  F.  Marinoni,  I  Feuerdì  inono- 
t  re  de' sette  dolori  di  Maria  r ergine,  Ro- 
:  ma  1 809.  Vi  è  ()ure  la  Dii'ozione de' XIII 
I  Fenerdi istituita  das.  Francesco diPao- 
\  /rf,iVapoli  1848. E  quella  della  buona  mor- 
If,  che  si  fa  in  Roma  nella  Chiesa  dei  Gè- 

■  m  (F.)  ue'  venerdì.  La  Civiltà  Cattoli- 
ca, serie  3.",  t.  2,  p.  38o,  descrisse  le  ce- 
leujouie  della  settimana  santa  celebrate 


VEN 


2o5 


in  Gerusalemme  con  sommo  splendore, 
alla  presenza  di  moltissimi  pellegrini  nel 
i856,  dal  patriarca  latino  mg."  Valerga, 
seconilo  il  rito  comune,  né  hanno  altra 
particolarità  fuorché  i  luoghi  in  cui  avven- 
nero quasi  tutti  gli  augustissimi  misteri 
che  la  Chiesa  commenìora  in  que'gìorni 
di  pianto  e  ili  speranza.  La  funzione  ilei 
venerdì  santo  si  fa  sopra  il  Calvario.  Inde- 
scrivibile è  la  comuìozionede'credenti  al- 
le parole  della  Passione,  et  inclinato  ca- 
pite hic  tradidil  spirituni,c\ìe  si  cantano 
proprio  nel  luogo  della  morte  del  Reden- 
tore. Lo  scoprimento  e  l'adorazione  ilei- 
la  Croce  fatte  quivi  stesso  riescono  pure 
dì  soavissima  tenerezza.  A  sera  succede  \i 
processione  del  Crocefisso.  La  veneranda 
efUgie  è  portata  da  un  sacerdote  cui  ten- 
gono dietro  le  schiere  ilei  clero  secolare  e 
regolare  in  cotta  econ candela  accesa  alla 
mano.  Il  patriarca  vestito  degli  abili  pon- 
tificali co'suoi  assistenti  e  tutti  i  pellegrini 
col  popolo  di  volo.  A  quando  a  quando  il 
sagro  corteggio  si  arresta  e  fa  una  sta7Ìo- 
ne,  dui  ante  la  quale  uno  de'sagri  ministri 
interlienei  divoli  con  un'allocuzione  ia 
lingue  dillerenti.  Il  i.°  discorso  è  fatto  in 
italiano  nella  cappella  della  Madonnadel- 
l'A  jiparizione,  dove  in  un  altare  si  con- 
serva la  Colonna  (?)  della  flagellazione. 
Il  2.°in  inglese  nella  cappella  della  Divi- 
sione  de' vestimenti.  Il  3.°  in  greco,  e  in 
detto  anno  fu  in  turco,  nella  cappella  del- 
la Colonna  ossia  del  cippo  sopra  cui  assiso 
il  divin  Redentore  fu  coronato  di  spine.  Il 
4.°  in  tede>co  sul  Calvario  nel  luogo  me 
Gesù  Cristo  fu  Crocefisso.  Il  5."  in  fran- 
cese ove  spirò  il  Redentore  del  inondo: 
durante  il  sermone  la  Croce  della  (>roc*'s- 
sione  piantasi  nella  buca  medesima  incu't 
venne  rizzata  la  vera  Croce  col  suo  peso 
divino.  Finita  la  predica  si  canta  in  turi- 
no di  Vangelo,  Post  haec  auteiii  roi^avit 
Pilaluni  Joseph  ,  poi  si  fa  la  deposizione 
della  Croce.  Dal  Calvario  si  scende  all;i 
Pietra  dell'Unzione,  e  quivi  s»  deposita 
t'tlligie  della  morta  Salma,  e  il  p^itriarca 
la  iuunge  e  incensa,  iulautu  che  ha  lua- 


9.o6  V  E  N 

f;o  il  <;ermone  in  ainbo,  e  in  arnlio  pari- 
ujenli  si  canta  la  slioFa  del  P'exitla  :  O 
Criix,  ave  spes  unica  etc. Finalmenle ila* 
sacerdoti  piedicnloti  sì  porla  In  moria 
Salma  nel  sepolcro  e  se  ne  chiude  la  por- 
ta, terminandosi  con  un  sermone  in  lin- 
gua spaglinola,  e  col  canto  Christus  fa- 
clits  est  eie,  cui  tiene  dietro  1'  orazione, 
Respice cjiiavsumns  Domine.,  recitata  dal 
potriaica.  Vegliavano  al  buon  ordine  di 
tutte  le  sagre  funzioni  i  turchi!  Siamil 
pascià,  che  rappresentava  il  governo  ol- 
too)ano,  volle  intervenire  alla  ceremonia 
vespertina  del  venerdì  santo  e  a  quella  di 
Pasqua  con  portamento  grave  e  religioso. 
La  pietà  e  lo  zelo  del  console  francese  de 
Barrere  cooperarono  grandemente  a  ren- 
der più  venerande  le  ricordanze  che  in 
detti  santi  giorni  vennero  celebrate.  Si 
notò  fra  le  cose  memorabili,  che  Urbano 
TI  (f\)  fu  eletto  Papa  in  un  venerdì,  e 
morì  poi  in  altro  venerdì;  e  che  il  divino 
ingegno  di  Raffaello  da  Urbino  (P'.)  nac- 
que nel  venerdì  santo  e  in  questo  poscia 
morì.  Terminarono  di  vivere  in  sì  vene- 
rando giorno  del  venerdì  santo  il  b. Gioac- 
chino Piccolomini  de'servi  di  Muria,  ed 
il  Papa  Nicolò  IV.  Nel  giorno  di  vener- 
dì morirono  i  Papi  Alessandro  VI,  Giu- 
lio Ili,  Paolo  IV  e  Sisto  V.  Finalmenle 
fu  notato  sempre  gioino  fausto  il  vener- 
ili pel  celebre  imperatore  Carlo  V,  ed  io 
ragionando  òeW Epocìie  (f^.),  rilevai  che 
lo  fu  per  esso  ancora  il  ^4  febbraio:  co- 
me per  Leone  X  lo  fu  l'i  i  marzo,  e  per 
Sisto  V  il  mercoledì. 

VENEIUO  o  VENIERO  Jacopo  An- 
tonio, Cardinale.  Da  Recanati,  celebre 
pe' suoi  rari  talenti,  per  erudizione  e  dot- 
trina, essendo  scrittore  delle  lettere  apo- 
stoliche o  chierico  di  camera,  fu  promos- 
so da  Pio  li  al  vescovato  di  Siracusa, in- 
di suo  collettore  apostolico  e  nunzio  in 
Ispagna,  ove  si  acquistò  talmente  la  gra- 
zia del  re  Eiuico  IVjche  non  solamente 
lo  nomuiò  al  vescovato  di  Leon,  ma  lo 
destinò  dopo  la  morte  di  Pio  11  suo  am- 
basciatore in  Roma  a  Paolo  II,  nel  cui 


VEN 
ponlificafo  sostenne  altre  nunziature  e 
coprì  pressoché  tutti  gl'impieghi  più  ono- 
revoli della  curia  romana.  Sisto  IV  lo  prò* 
mosse  non  alla  chiesa  di  Como,come  seri 
se  Jacopo  da  Volterra  nel  Diario  Roni, 
no,ma  a  quella  di  Cuenca,  indi  a'y  maggio 
1473  lo  creò  cardinale  prete  de' ss.  Vito 
e  Modesto,  che  poco  dopo  caml)iò  o 
titolo  di  s.  Clemente.  Il  suo  carattere  ii 
trepido  e  forte,francoe  libero  nel  proferir 
la  sua  opinione,  dove  si  scorgeva  l'iiiK 
resse  della  s.  Sede,  lo  rese  disaggradevo! 
a  molti.  Fece  oblazione  alla  B.  Vergiu 
di  Loreto  di  preziose  e  sagre  vesti,  in  cil 
il  lavoro  superava  il  valore  della  maU 
ria.  Fabbricò  nobile  e  sontuoso  palazz 
in  patria,  dove  compì  la  carriera  de'su< 
giorni  nel  1479,  di  ^7  3""'»  ^  •«"«sferil 
a  [toma  fu  deposto  nella  chiesa  del  su 
titolo  in  un  magnifico  sepolcro  di  mai 
mo,  fregialo  d'onorevole  elogio.  Il  licoi 
dato  Jacopo  da  Volterra  scrive  che  la  sua 
eredità  fra  denari  e  robe  ascesea  20,00 
scudi  ;  al  contrario  Ciacconio  regist 
120,000  scudi,  ma  pare  che  debba  p 
ferirsi  la   sentenza  del  i.°  siccome  co 
temporaneo. 

VENEUR  (le)  Gìowiim,Cardina, 
De'baroni  di  Tilliers,  normanno  di  n 
zione,  fu  nominaloda  Giulio  II  nel  i5 
alla  chiesa  di  Lisienx  calla  celebre  ahi 
zia  di  Bec,  e  stabilito  col  titolo  di  luog( 
tenente  generale  al  governo  della  N 
mandia.  Francesco  I,  che  stimava  l'ecce 
lenii  qualità  e  viitù  di  questo  vescovo,  lo 
dichiarò  suo  grand' elemosiniere,  e  colle 
premurose  sue  istanze  indusse  Clemen- 
te VII  in  Marsiglia  a'  7  novembre  i533 
di  crearlo  cardinale  prete  di  s.  Bartolo- 
meoaU'lsola.  Ridussea  miglior  ordine  gli 
statuti  della  chiesa  di  Parigi,  e  intrapre- 
se la  riforma  del  collegio  Mignoneo.  Di- 
fese con  ottimo  successo  e  con  invincibi- 
le fermezza  la  causa  di  Francesco  Picart 
dottore  celeberrimo,  esiliato  a  Reims  per 
calunnie  inventate  contro  di  lui  dagli  e- 
letici,  ed  ottenne  che  ritornasse  glorioso 
a  Parigi,  dove  il  pubblico  rimase  di  sua 


4 


V  E  N 
i  innoconra  inlìinaniente  persuaso.  Nel  ve- 
,  scovato  si  mostrò  acerrimo  e  iiii[)lacaljile 
nemico  degli  erelici,  e  amoroso  padre 
de'poveri  :  governò  il  suo  giegge  con  pa- 
ri vigilanza  e  zelo,  e  cogli  esempi  cl'nna 
vita  innocente  e  incontaminata,  la  chiu- 
se con  santa  morte  in  IMarle  nella  Pi- 
cardia  nel  1 543,  dopo  essere  intervenu- 
to all'elezione  di  l^aolo  111.  Ebbe  sepol- 
tura nella  chiesa  parrocchiale  di  s.  An- 
drea d'Appevilla,  qiiantiin(|ue  siavi  chi 
meno  probahihnente  scrisse  essere  mor- 
to in  Roma  e  deposto  nella  chiesa  della 
ss.  Trinità  ni  INlonle  Pincio. 

VENEZIA  (Tenelianim).  Città  con 
residenzii  patriarcale  e  primaziale,  cele- 
lierrima,  magnifica,  nobilissima  d'Italia, 
Ira  le  cui  nìetropoli  lia  rango  distinto, 
detta  per  antonomasia  unica  del  mon- 
do, città  «Ielle  meraviglie.  Già  ducale  e 
e  capitale  della  sapientissima  e  polente 
repubblica  di  Venezia,  regina  dell'  A- 
driatico,  fu  duminnlrice  de'  mari.  Ora  è 
una  delle  due  capitali  del  regno  Loìiìhar- 
do  Veneto  C^.),  fatto  parte  dell'infpero 
ili  /4n<;trìa  (/^.),  di  cui  è  nielropoli  ficn- 
nn  {V.y,  ed  è  cnpoluogo  del  governo  ve- 
neto, non  che  della  provincia  e  del  di- 
stretto del  suo  nome,  residenza  alterna- 
tiva con  J///(^7no  (r'.), prima  d'un  viceiè, 
ed  al  presente  del  governatore  generale 
del  medesimo  regno.  E'  posta  in  mezzo 
olle  lagune,  vasta  estensione  d'acqua  e  [)a- 
)udi  alla  parte  orientale  di  dello  reame, 
intorno  alla  costa  nord -ovest  del  mare 
Adriatico,  parte  del  Mediterraneo,  che 
prende  il  suo  nome  dalla  piccola  città  lY A- 
dria  (di  cui  meglio  parlai  oRovigo), situa- 
ta nel  Veneto  sul  canal  l'ianco,  altre  vol- 
te ricca  e  possente,  già  sulla  sponda  dello 
stesso  mare,  da  cui  l'allontanarono  gli  ar- 
renamcnti  successivi  del  l'o  e  dell'Adige. 
in  mezzo  a  (piati  sorge,  spogliaiidola  del 
suo  carattere  e  de'suoi  eiemenli  di  pro- 
sperità; in  fondo  al  golfo  Adriatieo  o  di 
Venezia,  piccola  parie  di  Ini  mare,  e 
si  cslenile  dalla  foce  del  Taglia  mento 
fino  al   della  del   Po,  il  che  (oru)a   uà 


V  E  N  9.07 

tratto  di  circa  20  leghe.  In  questo  colf) 
la  costa  vi  è  semicircolare,  né  la  profon- 
dità eccede  le  5  leghe.  La  Livenza,  la 
Piave,  il  Brenta,  il  IJacchiglione,  l'Adi- 
ge, il  Podi  Levante,  il  Podi  Maistra,  so- 
no i  principali  corsi  d'acqua,  che  vengo- 
no in  essa  accolli.  Dice  il  Castellano,  nel 
suo  Specchio  i^eogrnfìco-storico-polilico 
di  little  le  nazioni:  Nell'estrcmilà  nord- 
ovest del  golfo  Adriatico  si  dilata  il  fa- 
moso Estuario  (che  il  veneto  Bazzarini 
definisco,  hracciodi  mare, laguna, stagno, 
luogo  pieno  d'acqua  marina  raccoltavisi 
ne'  tempi  d'alte  maree  ed  ivi  rimasta), 
che  i  lidi  padovani,  trevigiani  e  friul mi 
cingono  dal  terrestre  lato,  mentre  «lai 
marittimo  la  natura  aiutata  dall'arte  ha 
stabilito  un  argine,  che  a  foggia  d'arco 
si  estende  per  2  leghe,  ove  franta  la  pos- 
sa dell'onde  non  giunge  ad  arrecar  dan- 
no all'  infeino.  Il  mare  Adriatico  è  piìi 
salso  dell'Oceano,  ed  il  suo  flusso  e  riflus- 
so è  poco  sensibile.  Durante  l'estafe,  la 
navigazione  è  facile  in  questo  golfo,  per- 
chè favorevole  molto  è  il  vento  dooiinan- 
le  per  sortire,  ma  nell'inverno  i  venti  del 
sud-est  cagionano  molti  pericoli.  E  Ve- 
nezia distante  2  leghe  dal  continente,  56 
all'est  da  Milano,  qo  leghe  al  nord  da 
Roma,  f)8  leghe  all'  ovest-sud  ovest  da 
Vienna,  e  245  leghe  al  sud-est  da  l*ari- 
gi. Latitudine  nord  1^5°  2*5'  53';  longitu- 
dine est  10°  44  3o".  La  difììcoltà  di  na- 
vigare le  acque  chela  circondano,  quan- 
do tolti  siano  i  segnali  che  tracciano  i  ca- 
nali da  seguirsi,  le  opere  di  fòrlilìcazioue 
che  custodiscono  gl'ingressi  delle  lagune, 
tanto  dalla  parte  di  terra  couie  da  cpjella 
del  mare, la  rendono  fortissima,  senza  es- 
sere chiusa.  Dissero  alcuni,  dopo  il  gran 
ponte  gettato  sulle  lagune  perla  Strada 
ferrata,  la  vetusta  sposa  dell'Adriatico 
mollo  ha  perduto  in  fortezza  col  riunirsi 
al  continente,  e  ripeterono  la  sentenza  di 
Tacito  :  DJaior  e  longinqtio  reverentia. 
Conservatasi  questa  grande  città  per 
quallordici  secoli  la  più  stupenda  del- 
l' isole,  un  ponte  (che  poteva  ben  esser 


2o8  V  E  N 

condotto  per  la  Giuclecca  senza  viola- 
re il  (iiegiu  piitiiario  dìessa)  la  congiun- 
se alla  Teriareriua,  e  la  cambiò  in  pe- 
nisola. Questo  ponte  muove  dalla  sac- 
ca di  s.  Lucia  verso  ponente  presso  Mar- 
gliera  e  giunge  a  Mestre.  E'  opera  di  siile 
romano,  consistente  in  una  serie  di  ar- 
chi 222,  aventi  ognuno  metri  io  di  cor- 
da, i8o  di  freccia,  messi  fra  due  testale, 
ripartiti  in  sei  stadi,  distinti  da  4  piazze 
minori,  ed  una  maggiore  nel  mezzo,  con 
apprestamenti  ad  uso  di  mina  per  tutta 
la  iongliezza  del  ponte,  die  fa  parie  del- 
la strada  ferrata.  Se  ne  pose  la  i. 'pietra 
il  25  aprile  i84i  ;  al  io  maggio  venne 
fìtto  il  I  °  palo  ;  al  2 1  giugno  i  84^  l'ope- 
ra giunsealla  metà, al  23setlembrei 845 
è  slato  fitto  l'ultimo  dei  75,000  pali  che 
ne  sono  le  fondamenta  ;  è  composto  da 
migliaia  i5o,ooo  di  pietra  istriana  e  da 
milioni  23  di  mattoni  colti  trivigiani. 
Al  27  ottobre  i845  ebbe  compimento  ; 
all'i  1  gennaio  1846  fu  inauguralo;  tre 
giorni  dopo  ebbero  principio  le  corse.  Fu 
demolito  la  prima  volta  all'ore  5  e  mezzo 
del  27  maggio  1849  pei  tristi  casi  del 
1848;  indi  ristabilito  egregiamente  non 
appena  nel  24  agosto  1 849  la  città  si 
ricompose  ai  vantaggi  della  cpiiete  e  del- 
l'ordine. La  prima  spesa  fu  di  lire  austr. 
5,600,000.  Imprenditore  sì  delle  prime 
che  delle  seconde  opere  l'egregio  Antonio 
Busetto  Petich,  che  n'andò  fregiato  del- 
la gran  medaglia  d'oro  del  merito.  Ria  di 
questo  meraviglioso  ponte  e  della  strada 
ferrata,  ragiono  nel  §  XVII,  n."  4>  — 
Venezia  è  sede  del  patriarca  primate  del- 
la Dalmazia,  gran  dignitario  e  cappellano 
della  corona  del  regno  Lond)ardo-Ve- 
neto,  e  vi  lisiedono  pure  un  arcivescovo 
armeno  e  un  vescovo  greco.  Quanto  al- 
l'attuale  sua  forma  di  governo  (anno 
i858),  vi  risiede  parte  in  Milano  e  par- 
te in  Venezia  un  governatore  generale, 
ch'è  S.  A.  1.  l'arciduca  Ferdinando  Mas- 
sin)iliano  Giuseppe.  —  h'  Organizzazio- 
ne politila  si  compone  della  Luogote- 
nenza delle  Provincie  venete,  della  Cou- 


V  EN 
gregazione  centrale  dei  deputati,  dell.i 
Direzione  generale  degli  arthivii,  del- 
la Delegazione  provinciale,  della  Con- 
gregazione provinciale,  del  Commissa- 
riato distrettuale,  della  Congregazione 
municipale.  — L'  Organizzazione  giu- 
diziaria ha  un  Tribunale  d' appello  e 
superiore  Giudìzio  criminale,  una  Pro- 
cura superiore  di  Stato,  un  Giudizio  su- 
periore di  finanza,  un  Tribunale  pro- 
vinciale, una  Procura  di  Stato,  un  Tri- 
bunale di  coinmercio  e  marittimo,  un» 
Pretura  urbana,  sezione  civile,  una  Pre- 
tura urbana,  sezione  penale,  la  Conser- 
vazione delle  ipoteche,  l'  Archivio  no- 
tarile, la  Giudicatura  provinciale  delle 
finanze,  Avvocali  e  Notai.  —  L'  Orgai 
nizzazionc  camerale  componesi  della 
Pref'etlura  di  finanza,  della  Procura  di 
finanza,  del  Giudizio  superiore  di  finaui 
za,  della  Direzione  del  censo,  della  Dii 
rezione  delle  posle,  della  Direzione  del 
la  zecca,  della  Direzione  del  lotto,  del- 
la Cassa  principale,  della  Intendenza  di 
finanza,  della  Cassa  provinciale  di  Ci 
nanza,  dell'  Ufficio  di  commisurazioni 
dell'imposte  e  di  esazione,  della  Fabbri 
ca  dei  tabacchi,  dell'  Agenzia  de' sali. 
Avvi  inoltre  la  Direzione  delle  pubblichi 
costruzioni,  l'Uflicio  centrale  di  Porto  ^ 
sanità  marittima.  — L'  Organizzazio 
ne  della  Istruzione  puhllica  è  compc 
sta  dell'  Istituto  di  scienze,  lettere  e< 
arti,  dell'  Accademia  di  belle  arti,  de 
Ginnasio  liceale,  del  Ginnasio  di  sai 
ProcoiOj  del  Ginnasio  patriarcale,  deli 
la  Scuola  reale  superiore  principale  e 
nautica,  delle  Scuole  elementari,  delll 
Biblioteca  di  s.  Marco.  —  L' Organizza^ 
zione  militare  ha  un  Governatore,  ul 
Commissario  di  guerra,  una  Cassa 
guerra,  un  Comando  di  città  e  fortei 
za,  l'Ammiragliato  del  porto,  l'Arsenal 
marittiino,  la  Direzione  del  Genio. 
U Organizzazionedi Polizia  ha  una  Di 
rezione  di  Polizia,  una  Commissione  pej 
l'esame  della  stampa,  sei  Commissariai 
distjliere. —  Avvi  laConlabilità  centrai 


VE  xN 
la  Commissione  j^enentle  di  beneficenza, 
vari  isliliiti  pìi,  ed  altri  iiilìci  dipenden- 
ti da'sopra  enumerati.  Finalmente  Vene- 
zia è  residenza  di  consoli  generali,  consoli 
e  vice-consoli  degli  stali  esteri,  compre- 
so il  console  pontificio,  l'attuale  essendo  ii 
commend.  Andrea  Baltaggia  veneto  col 
grado  di  maggiore  onorario  della  mari- 
na pontificia,  del  quale  nti  piace  far  di- 
sliiilamenzioueperrantica  stima  ed  affet- 
tuosa amicizia  elicgli  professo;  meritando 
encomi  anche  il  suo  cancelliere  G.  Battista 
Pelosio,  altro  egregio  veneziano.  In  tem- 
po della  repubblica  veneziana,  (]uivi  ri- 
siedeva il  corpo  diplon)atìco,  ed  il  prelato 
Nunzio  apostolico,  che  abitava  nel  paiaz- 
70  Gritti,  maestoso  edifizio  donato  ad  hoc 
dalla  repubblica,  di  che  parlerò  nel  §  X, 
n."  27  degli  ordini  religiosi  fondati  in 
Venezia.  Il  prelato  nunzio  era  insignito 
della  dignità  arcivescovile,  e  da  questa 
nunziatura  veniva  promosso  a  quelle  di 
Vienna,  Parigi,  ec,  od  in  Roma  a  carica 
cardinalizia.  Perciò  de'  nunzi  di  Venezia 
elevati  a  tale  dignità  si  ponno  vedere  le 
notizie  nelle  loro  biografie.  Gli  ultimi 
nunzi  di  Venezia  furono  Giuseppe  Fir- 
rao  napoletano,  arcivescovo  di  Petra,  e 
Gio.  Filippo  Scolli  Gallerati  milanese, 
arcivescovo  di  Sida,  poi  ambedue  cardi- 
nali.L'arcliiviodella  nunziatura  rìmasein 
Venezia  fino  al  i835,nel  quale  anno  il  Pa* 
pa  Gregorio  XVI  incaricò  mg.'^Piantondi 
ritirarlo  e  spedirlo  a  B.oma,ciò  che  l'illu- 
stre prelato  eseguì  con  ogni  diligenza  nel- 
l'ottobre coll'iiivio  di  27  casse, ed  il  com- 
pimento nel  gennaio  1  ^^1. —  >oige,  é  be- 
ne ripeterlu,questa  città  in  mezzu  alle  ac- 
que,(love,  vinta  la  natura  dall'arte,  invece 
delle  palustri  canne  e  di  poche  umili  abi- 
tazioni di  pescatori,  che  un  di  ne  in- 
gond)ravano  il  sito,  veggousi  torreggiare 
magnifiche  chiese,  palazzi  supeibi,cupo- 
le  ecceUe,  altissime  torri,  archi,  culonne 
e  d'ogni  maniera  copiose  produzioni  mi- 
rabili dell'arti  sorelle.  Tanta  meraviglio- 
sa elevazione  di  Venezia  mosseli  grande 
e  rinomato  scrittore  uapulelano  Giacomo 
VOL.  xc. 


V  E  N  ao9 

Azio  Sincero  Sannazaro,  nato  nel  i458 
in  ^'apoli,a  comporre  il  piìi  famoso  e  for- 
tunato de'  suoi  epigrammi,  nel  quale  al- 
tamente encomiando  e  celebrando  la  sin- 
golare Venezia,  e  Roma  (/',)  a  Venezia 
paragonando,  quella  ad  opera  attribuì 
degli  uomini,  questa  degli  Dei  ;  enfatica- 
mente riputando(|uasi  a  virlìidivina, l'es- 
ser uscita  essa  dal  seno  dell'acque,  e  così 
anteponendola  a  Roma.  Eccone  i  versi. 
Fiderai  Aclriacis  Fenelam  D/eplunut 
in  undis  -  Stare  Urbeni,  et  tolo  pottt- 
re  jura  viari:  -  Hinc  (altre  versioni 
riportano  Nane)  niihi  Tarptjas  qnatn- 
lumvis  Jiipiter,  Arces  -  Ohjice,  et  il- 
la  ntihi  moenia  3Iartis,  ait  :  -  Si  Pela- 
go Tyherini  (altre  versioni  dicono:  Si 
terrani  Pelago)  praefcrs,  Urbem  adtpi- 
ce  utraniqiie.  -  Ulani  Iionunes,  dices, 
liane posuisse  Deus.  Questo  epigramma 
lo  leggo  anche  neirUghelli,/;a//a  sacra, 
t.  5,p.  1 1  57:  Patriarchatus  Feneliartini, 
Dalinaliae  Prinias.  Or  la  repubblica  di 
Venezia  avrebbe  onorato  il  Sannazaro, 
quando  venne  in  questa  città  col  suo  prin- 
cipe d.  Federico  d'Aragona  (secondoge- 
nito di  Ferdinando  1  re  di  Napoli,  e  poi 
anch'  egli  re  col  nome  di  Federico  I), 
rimunerandolo  pel  riferito  epigramma, 
col  premio  di  600  ducati  per  verso  (stan- 
do a  quello  che  attesta  il  Crispo  sulla 
fede  fattagliene  verbalmente  dal  suo  a- 
mico  Aldo  Manuzio^;  ma  cpiesto  è  argo- 
mento dispiitabile,  e  non  documentato 
finora.»  Infatti,  oltreché  il  Sannazaro 
in  altri  luoghi  Ae,\V Elegie  e  degli  Epi- 
grammi a\G\  a  ben  piìx  degnamente  esal- 
talo i  veneti,  il  pensiero  stesso  dell'  e- 
pigramina  è  del  tutto  falso,  perchè  la 
maggior  gloria  de'  veneti  sta  nell'aver- 
la fondata  in  mezzo  all'  onde,  essi,  e  non 
altrimenti  gli  Dei,  come  giustamente  no- 
tò r  Azevedo  nel  suo  poema  :  Veiietae 
Urbis  descriplio.  E  poi  certo,  che  d'un 
fatto  di  tal  momento  negli  alti  della  re- 
pubblica non  si  è  potuto  mai  trovar 
memoria,  o  cenno  in  chicchessìa  degli 
sturici  contemporanei.  S'  aggiunga,  che 

«4 


aio  VEN 

altri,  e  più  nobili  versi,  lodano  il  Leone 
Veiielo  neìì'  Elegie  e  negli  Epigrammi 
del  Sannazaro,  e  ch'egli,  forse  ancora 
in  vita,  n'era  più  nobilmente  assai  ricoin« 
pensato  da'  patrizi  veneti,  quando  o  per- 
misero o  comandarono,  che  il  ritratto 
di  lui  fosse  dal  gran  Tiziano  collocalo  in 
un  cjuadro  nel  palazzo  ducale,  fra  quelli 
che  decoravano  la  sala  del  maggior  consi- 
glio prima  dell'incendio  1 57  7".  Tanto  di- 
mostra e  sostiene  il  mioamicocav. Filippo 
d/  Scolari,  nella  sua  traduzione  in  versi 
italiani  delle  Opere  Ialine  di  Sannaza- 
ro, col  testo  a  Jronte  e  d'illustriizioni  far- 
Jiile,  Venezia  i  844  tipoi^rafia  airAiicora. 
Con  questo  libro  il  cav.  Scolari  (come  ri- 
cordai nel  voi,  XLVll,p.  lyS,  sulla  tom- 
ba del  Sannazaro  e  nella  chiesa  da  lui  e- 
letta  in  Napoli  al  Parto  della  Vergine, 
al  cui  onore  scrisse  il  poema  contenuto 
nel  libro  in  discorso),  a  rendere  imperi- 
turo il  mio  paterno  dolore  pel  defunto 
diletto  Gregoiio,  primo  de'  3  figli  che  il 
Signore  mi  die  e  si  riprese,  per  affetto 
verso  di  me,  a  lui  ed  alla  sua  onorala  me- 
moria si  compiacque  intitolarlo,  per  cos'i 
entrambi  noi  in  esso  vivere  con  peren- 
ne ricordanza  inseparabilmente  congiun- 
ti. Or  bene,  se  il  dolcissimo  e  rispetta- 
bile amico,  nel  suo  libro  volle  far  vivere 
inseparabili  uu  padre  e  un  figlio  a  uu 
umico,  io  in  ricaatbio  doveroso  in  que- 
sto articolo  consagrato  alla  sua  patria 
di  nascita,  farò  altrettanto  cpn  lui  ono- 
ratamente rammentandone  il  genitore, 
e  COSI  ambedue  congiungendoli  al  mio 
povero  nome  per  seu)pre;  ed  insieme  ser- 
virà d'emenda  altrove  in  cui  dissi  vicen- 
tino il  cav.  Scolari.  Egli  è  veronese  d'o- 
rigine e  di  educazione  avuta  da' soma- 
sebi  in  s.  Zeno  in  Monte,  e  dal  gran  pa- 
dre che  fu  d.  Alessandro  Valinelti  di  ve- 
nerala memoria,  e  di  Venezia  per  nascita, 
dove  il  carissimo  genitore  suo,  e  grande 
giureconsulto,  Giacomo  d.'  Scolari,  si 
trasportò  per  esercitarvi  l'avvocatura, 
ed  ivi  mancatogli  a'  4  febbraio  181  i  in 
elù  d'anni  5i,  meuUe  sedeva  giudice 


VEN 
nella  Corte  di  giustizia  di  i."  istanza,  in 
Venezia  stessa,  quando  il   cav.  Scolari 
avea  18  anni  compili   e  trova  vasi   allo 
studio  di  Padova.  Il  d.'  Giacomo  lasciò 
mss.  in  due  volumi  1'  opera,  Jiislitulio- 
niiin  Uliri  IT  cn.ni  accessione  Juris  Ve- 
neti et  Jeronensis,   Veronae    1781.  E 
inedila,  ma   finita  e  |)reziosa.  Soddisfat- 
to ad   un  bisogno  del  cuore,  verso  uu 
illustre  veneziano,  torno  all'argomen- 
to. 11  valente  Francesco  ZanoUo,  nella 
Pinacoteca  f'eneta,  nel    rammentare  la 
trasformazione  di   molte  paludi   e  uniiii 
isoletle  in  floride  abitazioni,  che  in  età 
migliore,  unite  assieme,  doveano  forma- 
re la  magnifica  e  sorprendente  Viuegia, 
prima  celebrata  dal  Sannazaro  come  ope- 
ra de'Numi,  coli'  epigramma  che  ripro- 
duce, poi   dall'astigiano  Alfieri    con   più 
robusto  carme  esaltata   sopra    la    culla 
Grecia  (A.),  ne  ripoita  i  seguenti  versi: 
Del  senno  lunan  la  più  longeva  figlia  - 
E/l'è  pur  qnesta,  e  Grecia  vt  si  adatti 
-  Che  sol  se  stessa,  e  nuli'  altra  so/n^ 
glia.  Un  incisione  espiimeiile  la  vedu 
della  Piazzetta  di  s.  Marco,  con  nel  ma 
Venezia    personificata   tirata   da  cava 
marini,  ha  questi  versi  :  Qtieslaè  d'ogni 
allo   Leu  nido  fecondo  -  Finetia  e  tal 
che  chi  lei  i'cde  stima  -  /  eder  raccolto 
in  Lieve  spatio  il  mondo.  — ■  Venezia, 
che  sul  mar  s' erge,  e  fu  del  mar  liei^ 
na,  fondata  sopra  120  isoletle,  tlisgiu 
te  da  infiniti  canali  e  insieme  unite  p 
mezzo  di  4t>8  ponti,  fra  grandi  e   pi 
coli,   quasi  tulli  di  pietra,  forma  una 
gura  irregolare,  come  di  circolo  scei 
dal  lato  di  nord-ovest,  con  varie  appe 
dici  Uìuiori  al  nord  ed  all'ovest,  ed  u 
estesissima  all'est,  misurando  circa  3  I 
glie  di  circonferenza,  11,717  piedi  di  lu 
ghezza  ed  8,3gi  di  larghezza  massiin 
colla  superfìcie  di  quasi  una  lega  quadra 
la.  lu  due  grandi  gruppi  divide  quell'i- 
sole il  cos'i  detto  Canal  grande,  che  in- 
sinuandosi fra  esse  alla  punta  della  do- 
gana, procede  per  un  tratto  verso  l'ovest 
nord-ovest;  volgesi  quindi  al  uurd  sino  al 


I 

ilff 


I 


V  E  N 

'  pnìm.to  Foscari,  eli  là  piei^a  pressoché  t!i- 
reUamente  all'est  pel  hallo  cUe  cone  si- 
'  no  al  ponte  di  Rialto,  che  Io  attraversa 
nella  direzione  quasi  precisa  d'ostro  a  Ira- 
njotitaiia,  e  |)assato  sotto  esso  ponte,  gira 
Ter«^o  nord-nord-ovest  sino  all'incontro 
col  ginn  rivo  di  Cannaregio  o  Cannarcg' 
gio  (clic  vnolsi  cosi  detto  delle  canne  on- 
de eia  anticamente  ingombralo,  ma  me- 
glio Ciuial  regio,  come  scrisse  il  citalo  p. 
'  Azevedo  nel  ricordato  Poenia:  fenetae 
!  Vrhh  descrìptio),  seguendo  snile  ultime 
'  una  curva,  nella  (piale  continuando,  vie- 
ne diretto  all' ovest-sud-ovest,  a  toccare 
Li  punta  del  Corpus  Domini,  dove  rapi- 
i  damente  volge  al  nord  per  sboccare  nel- 
la laguna  superiore,  nella  sacca  di  s.  Chia- 
,  ra.  In  questo  tortuoso  giro,  che  viene  ad 
^  avere  in  certa  guisa  la  torma  d'un  S  ro- 
•  vescio,  colla  base  a  mezzodì  e  la  cima  a 
''  settentrione  ,  e  del  quale  non  sì  può  as- 
segnare né  destra  né  sinistra  ,  però  che 
l'acque,  seguendo  il  flusso  e  riflusso  del 
mare  dal  (piale  procedono,  corrono  in  ore 
diverse  in  alFallo  opposta  direzione.  Il  Ca- 
nal grande  misura  una  lungliez/i  di  2600 
.  passa  veneziane  circa,  colla  larghezza  me- 
,  dia  di  4o  passa.  De'  due  gruppi,  quello 
sul  quale  sta  la  piazza  di  s.  Marco,  ^un- 
to di   ritrovo  universale,  e  che   volgar- 
'  mente    chiamasi  di  qua    dcAl'  acqua, 
è  molto  maggiore  dell'altro  di  là  del- 
l' .icqiia.    —    Divisa   Venezia  civilmen- 
te in  6  parti  o  rioni  0  regioni,  dette  Se- 
stieri, sono  di  qua  dell'  acqua  e  dalla 
\  parie  a  settentrione  del  Canal  grande 
quelli  di  s.   Marco,  di    Castello  e  di 
Cannaregio  o  Canal  regio,  formali  da 
18  contrade  o  parrocchie,  cioè:  i.  ss.  A- 
postoli,  2.  s.  Canziano,  3.  ss.  Erraagora  e 
Fortunato,  4-  *•  Felice  ,  5.  s.  fVancesco 
della  Vigna,  6.  s.  Geremia,  y.  ss.  Gio.  e 
Paolo, 8.  S.Giovanni  in  ljragora,g.  s.  Lu- 
ca, io.  s.  Marco,  I  I.  s.  Maria  Formosa.  12. 
s.  Maria  del  Giglio  ^'ulgo  Zobenigo,  i3. 
s.  Marziale,  1 4-  $•  Martino,  i5.  s.  Pietro 
di  Castello,  16.  s.  Salvatore,  17.S.  Stefa- 
no, 1 8.  s.  Zaccaria;  e  rimangono  di  là  del- 


V  EN  ari 

Pacqua  e<l  a  mezzogiorno  di  dello  Canale 
altrei?.  parrocchie,  cioè:  r.s.  Cassiano, 
2.  s.  Maria  del  Uosario  delta  pures.  Do- 
menico delle  Zattere,  3.  ss.  Gervasio  e 
Protasio,4.  s.  Giacomodall'Orio,  5.  s. Ma- 
ria del  Carmine,  6.  s.  Maria   Gloriosa 
de'Frari,  7.  s.  Nicola  da  Tolentino,  8.  s. 
Pantaleone,  9.  s.  RafTaele  Arcangelo,  10. 
s.  Eufemia  alla  Giudecca,i  i.  s.  Sdveslro, 
12.  s.  Simeone  Profeta,  dello  grande^ 
per  distinguerlo  dall'altro  s.   Simeone 
Apostolo,  detto  piccolo,  una  volta  par- 
rocchia ;  e  queste  parrocchie  compon- 
gono gli  altri  3  sestieri  di  s.   Paolo  e 
volgarmente.?.  Po/o,  di.?.  Croce  e  di  Dor- 
so  Duro,a\  (piale  ultimo  appartiene  pure 
laGiudecca, che  quasi  continuata  dall'iso- 
la di  S.Giorgio,  fronteggia  inarco  i  lembi 
sud  e  sud-ovest  della  ci  ttà,da  essa  disgiun- 
ta mediante  il  canale  chiamato  appunto 
della  Giudecca,largo,per  una  media  prò* 
porzionale,  circa  25o  passa.  Aggiungerò 
qualche  schiarimento  colle  Notizie  stori- 
che delle  chiese  e  monasteri  di  Fenezia, 
tratte  dal  Corner,  che  presentano  l'une 
e  gli  altri  per  sestieri.  Devesi  ili."  luogo 
al  Sestiero  di  Castello,  per  essere  ivi  la 
cattedrale  (cioè  quando  furono  pubbli- 
cale, ora  essendo  s.  Marco)  dedicata  a  s. 
Pietro,  madre  dell'  altre  chiese.  Segue 
il   Sestiero  di  s.   Marco,  per  la  duca- 
le (ora  metropolitana)  basilica,  che  n'  è 
il  capo.  Viene  in  3.°  luogo  il  Sestiero  di 
Canal  regio,  il  quale  co'primi  due  forma 
e  compie  quella  parte  di  Veuezia ,  eh'  è 
di  qua  del  Canal  grande,  ed  ha  per  chie- 
sa principale  la  parrocchiale  di  s.  Gere- 
mia (ora  lo  è  quella  de'ss.  Apostoli, 4-''de- 
caiiia).  De'3  sestieri,  che  formano  l'altra 
parte  della  città  di  là  del  Canal  grande, 
viene  il  i .°  quel  di  s.  Paolo,  così  detto  da 
una  chiesa  parrocchiale  dedicata  all'Apo- 
stolo delle  Genti  (ora  succursale  di  s.  Ma- 
ria Gloriosa  de'Frari), ed  il  4-^iieirunioiie 
cogli  altri. Il  5." è  denominato  di  s.  Cro- 
ce da  una  chiesa  di  monache,  ed  insieme 
parrocchia  (non  piìi  esistenti  e  neppure 
la  ctùeia),  già  ullì^iata  da'mouaci  clunia- 


2\a  V  E  N 

censi.  Il  6."  e  nlliino  sì  cliìama  di  DorsO' 
(furo  dalla  qualità  del  terreno,chevisi  li'O- 
vò  nel  fondare  delle  fabbi  iche,  ed  in  esso 
la  parrocchia  ptincipale  è  la  chiesa  di  s, 
Nicolò  (prescnleineiile  succursale  di  s. 
Ra(raele).L'Ughelli  latinamente  questi  se- 
stieri h  chiama  regioni,  Olivolensis  seti 
Caslelluvì,  Divi  Marci,  Canaregiuni, 
Paulina,  s.  Crucis,  Duriim  Dorsiim  tri- 
reniis  formani  pene  exprimens,  nipote 
iilrinque  extremis  frontibiis  quasi  in 
ptippim  et  proram  extenuata. 

Ma  prima  di  progredire,  mi  è  neces- 
sario aifatto  premettere  alcune  dichia- 
razioni, aHìnchè  si  conosca  eoa»'  io  pos- 
sa sperare  che  i  seguenti  miei  cenni  pos- 
sibìlmenle  riescano  a  dar  una  chiara  noa 
disacconcia  idea,  s^  del  materiale  che 
del  formale  della  cillà.  A  tal  uopo,  me- 
no alcune  eccezioni,  tenuto  mi  sono,  al- 
la lodevole  descrizione  che  ne  dà  l'utilis- 
simo, Nuovo  Dizionario  geografico  uni- 
versale, statistico,  storico,  commercia' 
le  ec,  Venezia  1826-34,  tipografia  An- 
tonelli.  Ne  amplierò  le  descrizioni  arti-' 
stiche  e  le  notizie  seguendo  altri  diversi 
autori,  principalmente  veneti  ;  il  cav.  Fa- 
bio Mulinelli,  Annali  Urbani  di  Vene- 
zia, e  Del  costume  veneziano j  e  la  NtiO' 
va  Guida  per  Venezia  con  XLV  oggetti  di 
arti  incisi,  e  un  compendio  della  Storia 
veneziana  di  Giannanlonio  Moschini, 
Venezia  dalla  tipografia  Alvisopoli  1 8a8, 
Per  lo  stalo  presente  poi  della  diocesi  u- 
seiò  dell'Alroanacco  ecclesiastico  del  cor- 
rente anno  intitolato;  Stato  personale 
del  clero  della  città  e  diocesi  di  Fenezia 
per  l'  anno  i85B,  Venezia  per  Antonio 
Cordella  tipografo  patriarcale.  Questo  li- 
bretlo.  ch'è  già  di  pratica  per  ogni  dio- 
cesi, n>i  daià,  benché  lontano,  il  più  cer- 
to fondamenlo  a  non  ei  rare  in  proposi- 
to. L'avrò  pine  nella  grand' opera  del- 
l'instancabile e  tiolto  sacerdote  venezia- 
no d.  Giuseppe  Cappelletti,  Le  Chiese 
d'Italia, da Worigine  sino  a' nostri  gior- 
ni, Venezia  nel  premialoslabilitnento  di 
GinseppeAnloHellii844eseg.,perquan' 


V  EN 

lo  riguarda  quella  di  Venezia  (non  avendo 
il  piacere  di  conoscere  la  sua  Storia  della 
Chiesa  di  Venezia,  eh'  è  in  corso  di  slaui- 
pa  nella  tipografia  de'pp.  INIechitaristi)  ; 
il  che   mi  torna  indispensabile  eziandio 
dopo  il  riferito  a  Udine,  per  andare  in  ar« 
monia  colla  ivi  riportata  serie  de'patriar- 
chi  d' Aquileia  e  con  quanto  ridissi  de'pa- 
triarchi  di  Grado,  e  delle  loro  varie  sedi 
residenziali,  per  essere  succeduti  a'pat  riar- 
chi Gradesi  (|ue'diVenezia. Mi  gioverò  del 
pari  dell'Ughelli,/to//Visrtc;v/,edel  Cor- 
ner, i\'o//s/V  5/or/r//e,  avvertendo  che  pel 
novero  delle  chiese  parrocchiali,  de'con- 
venti  e  monasteri  esistenti  o  soppressi, 
lo  seguirò  infrecciando  a  Ile  storie  del  Cor- 
ner altre  notizie  ed  alcune  erudizipni, 
sempre    tenendo    presente    il   suddetto 
Stato  personale  del  clero.  Quanto  poi 
alla   posizione  topografica    degli  edifij 
piglielo  a  guida  diverse  tra  l'opere  pii 
accreditate  del  giorno,  né  lascierò  cur^ 
per  far  brevemente  vedere  questa  cittì 
mirabile  anche  sotto  l'aspetto  topograf 
co.  Circa  alle  citale  Notizie  storielle,  e^ 
se,  com'  è  noto,  sono  il  prezioso  coir 
pendio  e  la  traduzione  italiana  della  claJ 
sica  opera  del  celeberrimo  veneto  sena 
tore^Flaminio  Corner,  intitolata:   EA 
clesiae  f  enctae  antiquis  monumentit 
nane  eliani  prirnuni  edilis;  illustrate 
ac  in  decades  distributae,  Venetiis  1  yq^ 
Opera  magistrale  in  18   voi.,  cou)pr« 
sa  la  storia  della  chiesa   di  Torcello, 
supplemento  e  la  grande  tavola,  Neil 
Ntiova  raccolta  cV opuscoli  scientifici 
filologici,  pubblicata  in  Venezia  in  cor 
liuuazìoue  dell'altra  Raccolta, òd\  ben( 
merito  d.  Angelo  Calogierà  abbate  ca 
maldolese,  vi  è  la  Miscellanea,  seu  Sui 
plemcnta  ad  Ecclesia s  Veneta?  et  Tor- 
cellanas,  le  quali  fornianoy  voltimi,  che 
l'autore  lasciava  alla  biblioteca  de'cauial- 
dolesidi  iMurano.L'opera  ilei  Corner  ine- 
rilòdal  gì  au  Benedetto  XI V  lo  splendidis- 
simo breve  apostolico  Acccptissininin,i\% 
2(lice»nbiei  7  52,  in  cui  con  Uiaguifìchestì 
lentii  lodi  e  graluIazioni,ancocoaie(5i^cTi^ 


VEN  VEN                    ai  3 
I    iorercclesiasttco(f\)r,nfro{f^.)i\\Mgva  zie,  a  glorioso  per[)eliio  inontimenlo  del 
erudizione  fornilo  (come  i iporliii  Liconi-  Corner,  conie  a  benefaltoie,  i   ilelli  pre- 
cameiile  nel2.°di  laliailicoli),^i  feccHCOM-  sidenti   fecero  iiuprimeie  in  di  lui  edì- 
;    forlailoacollivaresìconnnenilevolistiidi,  gie  col  suo  nome  in  giro  ;   e  nel    rovo- 
.    epeichèallri  persi  giusti  encomi  eco!  suo  scio    veline  rappresent.ito   il    Panlheoii 
esem[)io  si  accingerselo  ad  iinitiirlo;  aven-  [Ti-inpio  a  tutto  il  inondo  meraviglioso, 
do  pure  il  Papa  nominato  con  elogi  alcuni  il  t|uale  tla'l'alsi  numi  cui  era  dedicalo,  tu 
.   di  qne'celebiatissimi  secolari  che  a  silfal-  consagrato  all'onore  de'santi,  volendo  al- 
ti stuili  eccellentemente  si  deilicaronojgiu.  ludere  a  que' tanti  nell'opera  illustrati), 
.   dicando  il  medesimo  l'apa,  con  evidenti  coll'epigrafe  intorno:  Oh  Ecclesias  Inlu' 
ragioni,  non  essere  sconveniente  ad  un  stratas  Ordo  /4ntistitiini  f^enc'lorum,\i\' 
■   laico,  fornilo  d'ingegno,  d'erudizione  e  di  dicando  colla  parola    Antisliltini   tutti  i 
,   dottrina,  per  promuovere  i  vantaggi  del-  pievani  di  Venezia,  a'quali,  come  a' capi 
.   la  Chie«a  e  la  gloria  di  Dio,  trattare  ma-  delle  loro  chiese,  può  competere  giusta- 
,    tene  eccle>iastiche,  massime  <ied' Erudì-  niente  un  tal  titolo.  Io  dunque  assai  prò» 
•■    zioiie  e  di  Storia  [t^.),  le  quali  molti  di  filterò  delle  Notizie  storiche  delle  chie- 
,   essi    egregiamente    illustrarono.    lutale  se  e  niona^eri  di  f^e.neziae  di  Torcello^ 
;    novero  nominò  con  onore  molti  cospicui  tratte  dalle  chiese  yeneT/iane  eTorcella- 
j    veneti  e  le  loro  opere,  abbondando  gli  e-  ne  illustrate  da  Flaminio  Corner  sena- 
\   sempi  edilicanli,  di  cose  ecclesiastiche  da  tore   veneziano,    Padova  1758.    Che  se 
i    uomini  non  ecclesiastici  maneggiate  per-  non  contengono  i  documenti  tutti  ripor« 
feltanjente;  e  rigettando  colla  Glossa  l'in-  tati  dalla  voluminosa  opera  originale,  e 
lerpretazione  del  c;iiione  del  caput  Qid'  neppure  le  critiche  discussioni   de'punli 
cnmqnc  de  hnercticis-,  in  Sexloj  poiché  controversi,  hanno  però  il  vantaggio  d'u- 
alcuiii  facendo  di  esso  fondamento,  pre-  na  distribuzione  di  chiese  e  di  una  dispo- 
tendono  malamente,  ciò  spettare  a'  soli  sizionedi  cose  meglio  regolata,  per  quaii* 
chierici  e  monaci  (diversi  di  questi  opi-  to  nella  prefazione  si  dimostra  ;  oltre  le 
nando  che  l'immenso  campo  dell' eru-  nozioni  derivate  da'ilocumenti  posterior» 
dizione  si  ubbia  a  tenere  dagli  uomini  di  mente  scoperti.   Non   posso     [)eiò    gio- 
chiesa ,  perchè  altrimenti  essi  vedono  il  vanni   d'una   delle  opere  del    Varrone 
pericolo. che  l'empietà  lo  guasti  adonta  e  vivente  delle   venete  cose,  come   lo   ha 
strazio  della  religione).  Dichiarò  inoltre  il  intitolato  il  tnio  dotto  amico  cav.  Scolari 
inagiiniiimoedotloPonterice,riputare  uti'  in  una  lettera  a  me  diretta  a'2  novembre 
lissime,  pregevolissime  e  preziose  le  me-  1 857,  ed  è  quella  che  ha  per  titolo  :  Sag- 
morie  d'antichità  pubblicate  dal  Corner,  gio  di  Bibliografìa  storica  veneziana 
eziandio  pel  grande  e  vario  uso  che  si  co-  del  cav,  Eimnanuele  Antoido  Cicogna^ 
nobbefattodagli  studiosi  d'ogni  erudizio-  Venezia  dalla  tipografia   di   Gio.  batti- 
ne; aggiungendo,che  singolare  fu  sempre  sta  Merlo  1847-1848.  Di  essa  ne  die' 
e  come  proprio  ornamento  della  gloriosa  erudito  e  bellissimo  ragguaglio  il  veneto 
diluipatriaVeneziajlosludiodellacristia-  Gio.  Battista  ilultìni,  a  p.  78  didla  Gaz- 
na  pietà  e  religione,  come  con  meraviglia  zetta  di  Roma  del  i84q,  dove  non  la- 
ampiamente   rilevasi   dall'opera   sullo-  sciò  di  rendere  all'infaticabile  illustrato- 
data.  Si  consolò  finalmente  col  Corner,  re  delle  cose  venete,  ed  all'estese  sue  co- 
per  avere  i  presidenti  del  collegio  delle  gnizioni  bibliografiche,  quelle  grazie  che 
IX  congregazioni,  come  procuratoli  di  ogni  veneziano,  amante  delle  cose  prege- 
lutto  il  clero  di  Venezia,  già  decretato  e  voli  di  sua  patria,  deve  tributare  a  chi 
fatto  eseguire   in  onor  suo  una  meda-  cousuma  un'intera  vita  di  studio  a  porle 
glia.  In  questa,  riportala  dalle    Noti'  in  luce,  del  pari  che  a  que' generosi  che 


ni  VEN 

sì  fecero  incontro  a  non  lieve  di  «pendio, 
acciò  il  lavoro  per  difeltodi  pidìblicazione 
iu)n  fosse  rimasto  quasi  adatto  ìnfi  ultiio- 
>ìo.  Questi  furono  i  benefìci  coniugi,  cojite 
I5enedelto  Valmarana, die  fu, largo  mece- 
iiatede'cnllori  «le'buoni  sludi, e  la  virtuo- 
sa conlessa  Lucrezia  Mangi  Ili  (già  per  le 
Inscrizioni  veneziane,  il  cav.  Cicogna  a- 
veva  avuto,  com'  ha,  aiuti,  onori  e  con- 
forti, anche  dalla  munificenza  imperiale 
e  di  altri  sovrani,  giusti  promotori  del- 
le scienze  e  dell'arti,  e  di  chi  le  colti- 
va, non  che  d'altri  generosi  personaggi). 
Ninno  meglio  del  cav.  Cicogna  poteva 
esser  convinto  della  necessità  di  racco- 
gliere in  ordmato  complesso  le  indica- 
zioni delle  più  interessanti  opere  riguar- 
(Ialiti  Venezia.  Itidefessaroenle  occupato 
nel  rischiarare  la  patria  storia,  non  si  li- 
mitò a  lamentare  il  difetto  di  tale  lavo- 
ro, ma  vi  pose  mano  e  ne  od'rì  i  materiali 
al  momento  che  si  apprestava  la  Guida 
pegli  scenziati  raccoltisi  in  Venezia  nel 
1 847?  coll'inlendimento  filosofico  di  for- 
nire nozioni  sui  stragrandi  materiali  esi- 
stenti a  poter  comporre  una  storia  univer- 
sale di  Venezia,  per  guida  e  giovamen- 
to degli  ammiratori  di  essa.  Divise  quin- 
di l'opera  in  6  principali  sezioni,  lai." 
delle  quali  è  dedicata  alla  storia  eccle- 
siastica e  comprende  io  classi,  cioè:  i. 
Chiese  venete  e  torcellane  in  generale. 
2.  Chiese  venete  e  torcellane  in  partico- 
lare. 3.  Sinodi  della  chiesa  veneta  e  tor- 
cellana.  4- Discipline  generali  intorno  al 
clero secolaree  regolare.5.  Discipline  par- 
ticolari speì  tanti  al  clero secolaie e  regola- 
re. 6.  Liturgia  in  generaleein  particolare. 
rj.  Isli'ulidi  pubblica  beneficenza,confia- 
lerniledi  divozione  ec.  8.  Vite  e  memorie 
di  santijbealie  venerabili  veneziani.c). San- 
tuari. IO. Sante  reliquie. Segue  la  sezione 
2."  della  storia  politica  e  civile.  Sw  par- 
li;!.Storici  chesciissero  perdeci'elo  pub- 
blico. 2.  Storici  che  scrissero  dal  princi- 
pio della  repubblica  fino  ad  una  certa  e- 
poca,  e  taluni  fino  al  termine  della  re- 
pubblica. 3.  Sloiici  da  un'epoca  ad  un' 


VEN 
altra.  4-  Fatti  storici  particolarmente  de- 
scritti. 5.  Governo  e  osservazioni  sopra 
di  esso.  6.  Diplomazia,  y.  Leggi  e  scrii- 
tori  intorno  ad  esse.  8.  Milizia.  9.  Com- 
mercio. I  o.  Feste  sagre  e  profine,  i  i .  Usi 
e  costumi.  12.  l*rose  sopra  Venezia,  i  3. 
Poesie  so[)ra  Venezia  in  generale.  1 4-  Poe- 
siesopra Venezia  in  particolare.  1 5. Dram- 
mi sopra  fatti  veneti.  1 6.  Roinanzi.  i  7, Va- 
rietà storiche.  La  sessione  3."  contiene  la 
storia  genealogica  e  biografica,  ed  è  divisa 
in  IO  parti:  i. Famiglie  nobili. 2.  Famiglie 
cittadinesche.  3.  Blasone.  4- Temi,  proto- 
giornali,  libri  d'oro.  5.  Serie  de'dogi  in 
generale.  6.  Serie  de'dogi  in  particolare. 
7.  Serie  de'cancellieri  grandi.  8.  Serie  de' 
procuratori  di  s.  Marco,  g.  Vite  ed  elogi 
iu  generale. IO.  Vite  ed  elogi  in  partico- 
lare. La  4-"ti"alla  della  storia  letteraria, 
ed  bay  parti:  [.Letteratura  in  generale. ajM 
Istruzione  pubblica.  3.  Accademie  e  isti^ 
tuti  letterari  e  scientifici.  4-  Archivi  pub- 
blici  e  privali.  5.  Oi  igine  della  stampa.  6, 
Biblioteche  pubbliche  e  private.  7.  Gioì' 
naiì  e  miscellanee  letterarie.  Nella  5 
comprende  la  storia  di  belle  arti  e  aol 
chità  in  I  i  parti:  i.  Descrizione  e  Guid 
generali  della  città  ed  isole.  2.  Piante 
vedute  della  città  e  isole.  3.  Descrizion 
e  (iuide  particolari  di  alcuni  luoghi. 
Belle  arti  in  generale.  5.  Pittura  e  pittn 
re.  6.  Scultura  e  sculture.  7.  Architelluj 
ra  e  architetture.  8.  Vite  ed  elo2;i  dia 
listi  in  generale.  9.  Vite  ed  elogi  di  arti 
sii  in  particolare,  i  o.  Antichità  sagree  prò 
fané,  i  1.  Musei  e  gallerie  pubbliche  e  pri 
vate.  La  sezione  6.'^  finalmente  si  riferi 
scealla  storia  scientifica.  Delie  sei  par 
che  la  compongono,  la  i ."  riguarda  la  geo-? 
grafia  in  generale  ,  la  "ì.^  la  geografia  ia 
particolare,  la  3."  la  medicina  in  genera- 
le, la  4-' la  medicina  in  particolare,  la  5." 
i  prodotti  naturali,  e  la  6.'  abbraccia  fi- 
sica, chimica,  astronomia  e  meteorologia. 
SilFdtte  divisioni  e  suddivisioni  ,  logica- 
mente dedotte  dall'indole  delle  materie, 
mentre  conducevano  l'autore  a  raggiun- 
gere lo  scopo  filosofico  propostosi,  quello 


VE  Pr  VEN  2i5 
.  cioè  iVi  porre  innanzi  a^li  stuiìiosi  i  ma-  «correre  per  brevi  istanti  la  colossale  coni- 
teiiali  della  storia  veneta  universale,  gli  pilazione  del  cav.Cigognn,  ne  restai  tanto 
davano  agio  altresì  di  attuare  l'eccellen-  spaventato,  da  tosto  chindcie  il  volumi- 
letra'nielodi  bibliografici, cli'èa  direl'as-  noso  libro,  rimanendo  mollo  dubbioso 
sociazione  dcUordine  alfabetico  olla  di-  sull'uso  che  avrei  fatto  della  n»ia  povera 
sposizione  ragionala  de' libri.  Il  solo  in*  collezione.  Nondimeno,  vincendo  tale  ri- 
dice copiosissiuiooccupa  I  I  5  pagine  e  con-  pugnanza,per  più  riflessi  e  precipuamente 
tiene  i'indicarioni  delle  nialerie,  de'nomi  per  supplire  alla  mia  brevità,  procurerò 
e  cognomi  degli  autori.  Quesl' immensa  itmestarne  le  nozioni  all'opportunità, 
raccolta  presenta  594^  produzioni  rifa-  benché  in  confronto  il  mio  sia  adatto  na 
rentisi  al  territorio  e  città  di  Venezia, al-  nulla  rispetto  all'emporio  contenuto  nel- 
le sue  isole  e  lagime,  non  che  al  suo  onti-  l'opera  del  laboriosissimo  cavaliere,  che 
co  dominio  di  terra  e  di  u)are,  (piasi  tutte  io  non  dubito  chiamare  per  le  cose  vene- 
dall'autore  vedute  ed  esaminale!  Mentre  te  faro  di  luce.  D'altronde  se  io  avessi 
il  celebre  Coleti  nel  suo  catalogodellesto-  voluto  profittarne,  col  tentare  almeno  di 
rie  particolari, civili  ed  ecclesiàstiche  d'I-  farne  Una  scella,  avrei  certaujente  dupli- 
j  talia  impresso  nel  I  779,  registrò  per  Ve-  cato  quest'articolo  che  sarebbe  riuscitodel 
!  nezia  soli  363  articoli,  il  cav.  Cicogna  ne  tutto  incompatibile  colle  proporzioni  del 
[  riporta  1  6g4,  coaipresi  i  modeini  lavori  resto.  Riferirò  dunque  alla  sua  volta  un 
storici.  iVon  ujeno  preziose  sono  le  anno-  numerodiscrittorìdellecose  ede'fasti  ve- 
lazioni  critiche  e  filosofiche  che  correda»  neti,  civili  ed  ecclesiastici.  Però  di  nuovo 
00  i  titoli  d'ogni  libro.  Egli  così  sve-  dichiaro,  che  quanto  dirò  io  tengo  per 
lo  le  glorie,  la  potenza,  la  cultura  che  fé-  una  goccia  d'acqua  in  confronto  al  mare 
cero  splendida  Venezia  durante  la  sua  m^g^/H/w  dell'opera  del  cav. Cigogna.  Or 
indipendenza,  lo  puie  per  questuarli-  io  non  pretendo  né  oso  neppure  in  com- 
colo  hofuimato  una  raccolta  dinoti-  pendiodaresinoa'nostri  giorni  un  saggio 
zie  bibliogiafiche  (come  amatore  di  qiie-  della  storia  veneta, cioè  della  celeberrima 
ito  prezioso  ramo  della  filologia,  anco  repubblica  e  della  città,  tanto  nelle  cose 
per  rispetto  al  principe  degl' italiani  fi-  urbane  che  nell' ecclesiastiche,  e  n>olto 
lologi  della  sua  epoca,  il  gran  Cancel-  meno  descrivere  le  splendide  ricchezze 
beri,  il  quale  ne'  miei  verdi  anni  amo-  artistiche  della  città  che  fu  già  magi- 
revolmente  sempre  uì'  insinuava  di  col-  stralraente  descritta  ed  illustrala  con  in* 
tivarlo,  quasi  presago  del  bisogno  che  numerabili  opere  classiche,  in  che  riten- 
ne avrei  avuto;  non  [irevedendo  perai-  go  poche  città  e  nazioni  possano  starle 
tro  r  angustia  de'  limili  che  ora  m'  iui-  del  pari.  Soltanto  m'ingegnerò  tracciarne 
pediscono  liberamente  giovarmene,  co-  il  più  importante,  con  indispensabile, 
ine  rimarcai  nel  voi.  LXXXIl,  p.  297),  complicata  e  laboriosa  fusione  e  intessi- 
ollre  r  opere  che  posseggo.  Ma  allor-  turadi  tuttoil  più  rilevanlealmeno.Tre- 
quando  il  dotto  domenicano  p.  m.  Al-  pidante  quindi  per  la  vastità  e  molteplice 
berlo  Guglielmotti,  autore  d' opere  pre-  varietà  della  materia,  abbagliato  dal- 
gialissime,  si  volle  servire  di  me  pel  ri-  l' incantesimo  del  suo  imponente  com- 
capìlo  dell'  encomiata  opera  del  cav.  Ci-  plesso,  prolesto  che  non  è  possibile  alla 
cogua,  per  uso  della  rinomala  e  cospi-  mia  pochezza  raccoglierlo  e  rannicchiar- 
cua  biblioteca  Casaoatense  di  Roma,  lo  in  un  articolo  di  Z^/z/'o/jrtr/'o.  Coslretlo 
della  quale  è  degnissimo  bibliotecario,  per  altro  a  q^ueslo  dal  mio  dovere,  ge- 
sebbene  allora  non  rammentassi  affai-  nialmente,  col  maggior  impegno  e  con 
to  la  riprodotta  in  parte  analisi  del  Uuf-  predilezione  io  m'industrierò  di  servire 
fiui,  coufesso  iugeuuaiueale,  che  al  solo  all'arduo  e  scabroso  carico;  ma  cou  tulio 


'j.  1 6  V  E  N 

il  caiiiloie  iliciiìnro  curi  <Jis[)iacere  che 
in  sostanza,  tiaiiiie  alcuni  argomenti  di 
eccezione,  appena  dovrò  limitaiiui  ad 
una  rapida  inonugrana  di  lutto  quanto 
l'ioiponente  complesso  accennalo  in  tui- 
iiialuia.  Perciò  sono  dolentissimo  di  non 
potere  usare  che  in  palle,  e  neppure  di 
tulle  le  opere  riguardanti  Venezia  da 
me  possedute.  Che  se  nel  1 833,  per  mu- 
nificenza del  gioì  ioso  e  venerando  Som- 
mo Pontefice  Gregorio  XVI,  Fui  ben  fé- 
licee  veramente  mi  deliziai,  nel  breve  sog- 
giorno che  feci  in  cpjesta  metropoli,  nel- 
l'antniirare  il  ridente  zailìro  delle  sue 
acque,  il  limpido  azzurro  dello  sua  mari- 
tia,  il  seducente  e  sorprendente  cumu- 
lo di  sue  bellezze  di  natura  e  arte,  seb- 
bene rumano  abituato  al  grande  ed  al 
meraviglioso;  pure  per  la  potenza  dell'im- 
pressioni allora  ricevute  nell'animo,  que- 
ste stesse  ora  mi  accrescono  il  grave  li- 
mole da  cui  sono  compreso  nell'accinger- 
mi  a  laconicamente  enumerarle.  I  mede- 
simi e  molli  miei  rapporti  e  relazioni,  pas- 
sate e  presenti,  di  osservanza,  di  riveren- 
te amoree  di  sincera  inlima  amicizia,  con 
ragguardevoli  e  rispe'ttabiii  veneziani,  di 
cui  dovrò  dire  all'occasione  alcunché  per 
ummiiazione  ed  ailetto,  aumentano  il 
mio  imbarazzo  e  le  mìe  giuste  apprensio- 
ni, pel  contrasto  che  provo  d'osseqino  e 
di  simpatia  verso  di  essi,  vagheggiando 
l'idea  di  non  dispiacer  loro,  nel  provar- 
mi a  su[)erare  gì'  insormontabili  osta- 
coli con  ogni  sforzo  di  mia  insudicienza. 
Se  poi  ad  onta  dell'  ingenuamente  pro- 
testato, alcuno  troveià  il  mio  articolo  al- 
quanto prolisso  con  superficiale  confi  onto 
di  altri, non  calcolandoli  complesso  gran- 
dioso d'un  subbictto  ridotto  in  minime 
proporzioni;  io  prego  ogni  discreto  let- 
tore a  voler  riflettere  eziandio  a'delicati  e 
doverosi  riguardi,  che  io  doveva  usare 
verso  un'  illustre  metropoli  dove  si  stam- 
pa sin  dal  1840  questa  voluminosa  mia 
opera.  Questi  riguardi  e  sentimenti  do- 
minando il  mio  grato  animo,  io  vorrei 
esprimerli  cou  ell'usiuue)  cou  diguità,  e 


YEN 
colla  facondia  della  proverbiale  grazia 
de'  veneziani.  Stringo  adunque  il  mio 
dire  COMI  :  se  alla  franca  ed  alacre  vo* 
Ionia,  ed  al  divolo  alTetlo  e  ammira- 
zione che  nutro  per  Venezia  e  pe'veneli 
tutti  ;  e  se  all'  ampiezza  del  gigantesco 
soggetto  corrispondesse  la  capacità  mia 
e  lo  spazio  dell'articolo,  nutrirei  dolce  lu- 
singa di  poter  entrare  ancor  io  nel  novero 
de'suoi  secondari  ma  afiettuosi  illustra- 
tori. JNon  potendomi  poiditfondere  in  tut- 
lo,avverto  che  presso  gli  scrittori  che  au. 
dio  ricordando,  stanno  le  prove  critiche 
delle  mie  asserzioni.  Senza  più,  se  i  gen- 
tili veneziani  mi  accorderanno  benigne 
ed  indulgente  compatimento,  in  con- 
tinuazione  graziosa  dell'elargitomi  ne 
lungo  svolgere  di  questa  mia  opera,  il  cu 
termine  è  già  prossimo  col  divino  bene' 
placito,  esultante  innalzerò  un  cantico  fé 
stivo,  fervido  e  riconoscente  di  lode,  d 
giubilo  e  di  gloria  al  loro  celeste  protei' 
loie  s.  Marco. 

§  I,  Lagune  di  Venezia,  Murazzi,  isa 
Ielle.  Strade,  Canali,  Barche.  Jf» 
prodo  alla  Piazzella  di  s.  Marco 
il  Leone  alato,  .simbolo  di  s.  Man 
Evangeiisla  e  slenvna  della  repubbli 
ca  veneziana. 

I .  Le  lagune  di  Venezia,  un  tempo  pa 
ludi  Adriane  o  Atriane, sulle  quali  abbi» 
ino  del  co.  Silvestri,  Jstorica  e geogra 
fica  descrizione  dell'  antiche  Paludi  ^ 
driane,  colle  notizie  delle  città  antich 
d' ^édr io  e  Gai'tlla,  \eaez\a    lySS,  se 
condo  Strabone  e  Vilruvio,  erano  antica 
mente  molto  più  estese,   giungendo  sii 
verso  Padova  ;   ed  oggi  occupano,  neU 
Provincie  di  Venezia  e  d'Udine,  e  in  pi( 
cola   porzione  del    regno  d'  llliria,  unt^_ 
lunghezza    di   35  leghe,  colla   larghezza'* 
media  di  3   leghe.  Lunga  serie  d'isole, 
chiamate  Litorale,  e  generalmente  sab- 
bionive,  domina  quasi  da  per  lutto  tra 
le  lagune  e  il  mare,  lasciando  5  aperlU'i 
re,  difese  dull'arliglieria  de'forli,  2  detil 


V  EN 

quali  sono  praticabili  dalle  navi  grosse  ; 
cliiamansi  il  porto  de'  Tre  Porti,  il  porto 
di  s.  Erasmo,  il  porto  di  s.  Nicolò,  ac- 
cessibili alle  barche  grosse;  il  porto  di 
Malaraocco  ed  il  porto  di  Chìoggia,  pe' 
quali  ponno  entrare  le  grosse;  navi,  per 
quello  di  Malainocco  priucipalmente , 
migliore  di  tutti,  da  ultimo  grandemen> 
le  migliorato  in  servigio  del  commer- 
cio e  della  marineria  regia.  Tutte  que- 
ste bocche  sono  difese  da  forti  castelli 
e  da  batterie  a  fior  d'  acqua,  come  lo 
sono  pure  gli  altri  accessi  alla  laguna 
dalla  partedi  terra,  a  Brondolo  ed  a  Mal- 
gliera.  Torri  di  sicurezza  nel  i.°  quarto 
del  corrente  secolo  furono  costruite  sul 
litorale,  cosicché  e  per  la  sua  posizione  e 
per  queste  varie  opere  di  difesa,  Vene- 
zia che  un  tempo  stava  sicura  nella  sua 
laguna,  prima  della  sua  congiunzione 
al  continente  mediante  la  ferrovia,  pote- 
va dirsi,  e,  benché  meno,  si  può  dir  an- 
cora una  delle  più  forti  piazze  del  mon- 
do. Abbiamo,  Osservazioni  sopra  l'al- 
zamento del  /lusso  marittimo  nelle  la- 
gune veneziane  del  conte  Giacomo  Fi- 
liasì,  in  Treviso  dalla  tipografìa  An- 
dreola  1826.  Il  cav.  Mulinelli  negli  An- 
nali  Urbani  di  T^enezia^  rende  ragione 
donde  provengano  l'inondazioni  di  Ve- 
nezia, e  ricorda  del  medesimo  Pillasi  : 
Memorie  delle  procelle  che  annualmen- 
te  sogliono  regnare  nelle  maremme  ve- 
neziane. Si  può  vedere  la  Memoria  so- 
pra una  contro-corrente  marina  lungo 
una  parte  de'  lidi  veneti,  dell'  ingegne- 
re Giovanni  Casoni,  Venezia  co'tipi  di 
Giuseppe  Antonelli  i843.  Chiama  la 
laguna  di  Venezia  bacino  estesissimo  che 
l'arte  e  la  perseveranza  degli  uomini,  op- 
ponendosi alle  tendenze  della  natura, 
prodigiosamente  serbarono;  indagata  a 
parte  a  parte  nelle  varie  sue  sezioni  e  in 
ogni  sito  particolare  dell'Estuario,  pre- 
senta ovunque  argomento  all'ingegnere 
ed  al  filologo  di  serie  osservazioni  e  di 
studio,  egualmente  interessanti,  o  per- 
chè servono  ad  illu&Uare  qualche  aaed- 
VOL,  xc. 


YEN  217 

dolo  ancora  oscuro  oell' antica  storia  ili 
questo  stesso  bacino  e  dell'isolelte  ond'è 
seminato,  ovvero  perchè  aggiungon(i 
maggiori  e  più  chiare  notizie  intorno 
alle  cause  ed  all'  origine  delle  vicende 
idrauliche  cui  anticamente  soggiacque  ed 
ancora  a'  nostri  giorni  soggiace.  Questa 
laguna  medesima,  che  in  se  racchiùde 
e  dà  stanza  singolare  ad  una  città  per 
sito  unica,  la  quale  non  si  può  dire  se  sia 
più  ad  ammirarsi  nell'eccelse  e  stupende 
opere  dell'ingegno,  o  non  piuttosto  nelle 
pagine  della  sua  storia,  nel  profondo  sa- 
pere e  nel  consìglio  di  coloro  che  l'han- 
no creata  e  scelta  a  proprio  asilo,  e  che 
per  lunga  serie  d'età  vi  tener  dominio: 
questa  laguna  occupò  sempre  i  riflessi 
del  veneziano  governo,  che  dedicò  ogni 
cura  alla  sua  conservazione,  esssendone 
prove  le  seguenti  opere.  Discorsi  di  Cri- 
stoforo Sabbadino  sopra  la  Laguna  di 
Vcnetia  niss.  i552.  Risposta  del  Sab- 
badino a  tre  Scritture  separate  del  ma- 
gnifico fli.  Alvise  Cor  naro  che  trattano 
molle  cose  in  questa  materia  della  Zrt- 
guna  mss.  Cinesi' o^era  fu  slimala  de- 
gna di  tanto  pregio,  e  di  sì  manifesta  u- 
lilità  e  importanza,  che  ricopiata  con 
ogni  nitidezza,  fu  collocata  nell'archivio 
segreto  della  repubblica  e  le  fu  postai» 
fronte  un'  iscrizione  nel  iG33.  Della  La- 
guna di  Venezia,  Trattato  di  Bernardo 
Trevisan  P.  V.,  Venezia  1760,  1718. 
Filiasi,  Riflessioni  sopra  la  corrente  Li- 
torale del  Mediterraneo  e  dell'  Adria- 
tico. Il  mare  Adriatico  e  sua  corrente 
esaminata,  Pensieri  deldJ  Geminiano 
Montanari,  esposti  in  due  lettere  al  car- 
dinal Basadonna,i  j68.  Emilio  Campi- 
lanzi.  Memorie  sullo  stato  attuale  del- 
la Laguna  di  Fenezia,  ivi  i838,  Vin- 
cenzo di  Lucio,  Trattato  delle  correnti 
ridotto  a  chiare  e  semplici  notizie  ap- 
plicate alle  osservazioni  molto  utili  per 
saper  trovare  in  ogni  tempo  ed  in  ogni 
qualunque  giorno  dell'anno  le  digeren- 
ti direzioni  delle  correnti  per  tutta  l'in- 
tiera estensione  del  Golfo  Adriatico, 
i5 


2i8  VEN 

Venezia  l 'jqS.r'cnczì'ae  le  sue  Lfjgnnc, 
opera  piibblicnta  per  cura  del  munici- 
pio, in  occasione  delia  riunione  degli 
scenziali  ilaliuui  in  Venezia  l'anno  1847, 
co'  tipi  di  Giuseppe  Anlonelli.  —  Spar- 
se sono  le  higtnje  d'  isole,  che  in  segui- 
to descriverò  nel  §  XV III,  come  pu- 
re di  dorsi,  di  barene,  di  bassi  fondi,  di 
fondi  paludosi,  di  canali,  di  fossi;  per  cui 
cull'acque  basse  diventa  diflìcile  navigar- 
le. Sono  quindi  segnati  i  canali  che  alla 
navigazione  più  servono,  col  mezzo  di 
pali  situati  di  distanza  in  distanza.  L'  e- 
sperienza  fece  conoscere  sino  da  tempi 
remoli  agli  amministratori  della  venezia- 
na repubblica,  che  1'  acque  dolci  de'  fio 
mi,  i  quali  avevano  foce  nelle  lagune  re- 
cavano due  danni  :  quello  di  portare  a- 
rena  e  limo,  per  cui  quotidianamente 
slringevasi  il  lor  bacifio  considerato  giu- 
stamente in  quel  tempo  la  principale  for- 
tezza della  città;  e  quello  di  corrompere, 
meschiandosi  coll'acque  marine,  o  alme- 
no di  menomare  le  virtìi  di  queste  e  la 
bontà  dell'aria,  facendo  luogo  alla  pro- 
duzione di  giunchi  e  di  canne  palustri, 
onde  poi  stagnando  1'  acque  senza  molo 
e  senza  vita,  colle  loro  esalazioni  a- 
vrebbero  generato  malattie.  Di  fatto  , 
molti  e  molti  luoghi  abitali,  che  sorge- 
vano sid  lembo  delle  lagune  e  cbe  qui 
sarebbe  lungo  e  vano  1'  enumerare,  ce- 
nobi di  frali  e  di  monache,  villaggi  ed 
anche  città,  quali  Caorle,  Aitino,  Aqui- 
leia,  Torcello,  ec.  scomparvero  del  tul- 
io, più  per  questo  maligno  influsso,  che 
per  etfelto  del  tempo  edace.  An)mae- 
slrala  perciò  da'  fatti  la  repubblica,  col 
consiglio  de'  migliori  matematici  e  me- 
dici d'Jlalia  e  fuori,  alcuni  de' quali  e  de' 
più  valenti  senqjre  teneva  a'  suoi  slipen- 
dii,  come  si  rileva  dalle  ricordate  ope- 
re e  da  altre  che  poi  rammenterò,  de- 
terminava di  esiliale  dalle  lagune  i  fìu- 
tìu  tulli,  e  distornarli  con  opere  idrau- 
liihe  di  mollo  ingegno  e  d'  immensa 
spesa,  conducenduli  a  metter  foce  in  Mia- 
re;  disegno  di  gran  pondo  the  con  soin- 


VEN 

ma  costanza  ella  seppe  eseguire.  Ven- 
ne poi  negli  ultimi  tempi  il  ghiribizzo  a 
taluno  di  mettere  in  contingenza  i  fitti, 
che  diedero  occasione  alla  citala  sapiente 
determinazione;  e  vi  sarebbe  non  poco  a 
dire,  chi  volesse  riportare  le  molle  pia- 
cevolezze che  furono  gravemente  s[)ac- 
ciate  in  quelT  incontro.  Pare  nondime- 
no, che  non  polendosi  negar  fede  all'espe-, 
rienza  de'  secoli  ed  alla  quotidiana  elo- 
quenza del  fallo,  la  questione  nienteme- 
no si  riducesse  che  a  questo  puro  que- 
sito di  politica  :  Ha,  o  non  ha  da  sussiste- 
re Venezia?  Finalmente  la  sa[)ienza  reg- 
gilrice  decise  che  ([uesla  regina  dell'  A^ 
dria  slesse,  né  1'  avesse  a  disertai  e  un^ 
malintesa  economia  nelle  spese  che  a 
tener  dalle  sue  lagune  lontani  i  fiu 
si  resero  necessarie.  Che  anzi  altra  gra 
diosa  opera  impresero  ed  eseguirono-l 
veneziani  a  preservazione  di  queste  lor 
lagune:  dico  i  famosi  Murazzi,  di  cuj 
feci  parola  ne'  voi.  XIII,  p.  loi,  XLI 
p.  4^9  e  dovrò  riparlare  verso  il  fìued 
§  XVIII,  n,  29,  dicendo  dell'isola  di  1*^ 
lestrina,  pel  mantenimento  de' quali 
lido  di  Malamocco  e  di  Feicstiina  i 
verno  austriaco  impiegò  |)iù  di  due  mil 
ni  di  lire. Quella  lingua  di  terra  che  il  ni 
re  dalle  lagune  divide,  in  quel  trailo  ci 
daMalamocco  s'inoltra  fino  verso  aCliio, 
già,  era  talmente  indebolita  e  strema 
per  lo  continuo  tempestar  de'  marosi, 
far  temere  che  una  volta  o  l'altra  sovei 
chiata  e  rotta  quella  barriera,  avrebbe 
mosso  contro  la  città  sommergendola_ 
traendola  all'  ultima  rovina.  Per  ev 
lare  lanlo  danno,  la  cinsero  i  veneziail 
con  muro  solidissimo,  d'enormi  macigo 
tratti  dalle  montagne  dell'Istria,  forin 
lo  e  munito  di  scarpe,  conlroscai[)e,spr< 
ni  e  coutraiforli  della  stessa  snldissim 
materia,  polente  sì  da  sfidare  la  furibuu 
da  ira  de'  flutti  e  reggere  al  dente  rodi 
lore  del  tempo.  Scrissero  i  veneziani  si 
quelle  pietre  per  mano  di  Nalal  dalle  Lai 
s\e:  Aiisu  Uoiiiano,  Aere  retitelo.  Disi» 
ce  tale  modestia,  che  i'  animo  grande  h 


VEN 

da  essere  giusto  estiiualur  dì  se  slesso,  e 
leggereblìesi  più  voleulieri  :  Ardir  l  tue- 
ziiino,f  eneziaiio  Ptcìdio.  Se  pur  nou  si 
fosse  dovuto  dire  Peculio  Europeo,  stan- 
te die  da  tulle  parli  d'  Europa,  tuttora 
barbara  e  cieca,  e  dulie  più  lontane  re- 
gioni la  probità  veneziana  aveva  trat- 
to coir  illuminato  trallico  i  denari,  ed 
erano  svegliati  ingegni  gli  antichi  ve- 
ueziani,  veri  cattolici  sin  dall'origine, 
e  continuatori  e  legittimi  eredi  della  ro- 
tuana,  anzi  dell'italiana  grandezza  e  ma- 
gnilicenza.  Si  hanno  le  ÌÌJemorie  i/itor' 
no  alle  Dighe  marmoree  o  AluraZ' 
zi  alla  Laguna  di  f'cnezin  ,  ed  al- 
ia istituzione  del  Porto-franco^  di  De- 
fendente Sacchi  e  Giuseppe  Sacchi , 
Milano  i38o.  —  Il  fondo  delle  lagu- 
ne varia:  breccioso ,  fangoso,  urgillo- 
•o.  Abbondante  è  la  pesca  che  vi  si  fa, 
di  pesci  squisiti,  d'ostriche  e  d'altri  cro- 
stacei. Vi  sono  tempi  ne' quali  scarse  es- 
sendo le  alle  maree  nell'Adriatico,  molli 
punii  delle  lagune  rimangono  o  in  lutto 
od  in  parte  scoperti,  lasciando  qua  e  colà 
vedere  rialti  di  verzura  da  più  specie  di 
piante  marine  coperti.  Allora  ntollo  gas 
carbonico  si  svolge,  e  torna  pregiudice- 
volissiuio  alla  salute  degli  abitanti  meu 
giovati  dalle  brezze  marine,  il  suolo  ori- 
ginario poi,  sul  quale  Venezia  è  fonda- 
ta, consiste  in  que'dorsi  che  lasciarono 
scoperti  l'acque  e  dipendenti  dall' allu- 
vioni de'  flumi,  che  nelle  lagune,  come 
dissi,  mettevanu  foce  e  attraversavano 
la  città  stessa,  d'  onde  le  curve  del  suo 
Canal  grande.  Il  gruppo  deli'i>oIette  dis- 
giunte per  breve  tratto  fra  loro,  e  poi  riu- 
iute  con  ponti  e  distribuite  in  varie  bor- 
gate delle  conlrade,  col  corredo  di  nobili 
e  vaghi  edifìzi,  vennero  a  poco  a  poco 
formando  la  meravigliosa  città.  Se  nou 
che  oltre  a  tati  isulette,  ve  ne  hanno 
uiolle  seminate  con  bel  disordine  in  vari 
punti  delle  circostanti  lagune  a  far,  ana- 
li dii'ole  ancelle,  corteggio  alla  Signora 
del  Mare,  come  scrisse  il  fu  conte  Die- 
do  d'illustre  memuria.  Di  esse,  come  già 


VEN  aiy 

notai,  parlerò  in  seguito,  ben  meritando- 
lo per  ogni  riguardo,  non  meno  per  nobil- 
tà di  eddìzi,  massime  sagri,  che  per  flori- 
dezza di  commercio,  e  per  indole  spiritosa 
e  vivace  d'iudustri  abitanti,  il  Castellanti 
crede  che  1'  isoielle  sulle  quali  è  fondala 
la  bellissima  città,sieDo  nate  o  dal  ritirar- 
si delle  marine  onde,  o  dall'insensìbiledi- 
vallamentode'monli,  emergendo  appena 
dal  livello  delle  lagune.  JNla  per  consoli- 
dare que'dorsi  e  per  ingraudirii,a  seconda 
del  crescer  della  popolazione  e  dell'opu- 
lenza, fu  certo  usata  un'arte  meraviglio- 
sa, d'  onde  derivò  un  fondo  (|uasi  tulio 
arlilìciale,  formato  in  gran  parte  di  pa- 
lizzate robustissime  e  costosissime,  sulle 
quali  sursero  poi  i  più  subliud  edilizi.  \ 
meglio  dislinguere  le  discorse  isoielle, 
da  (juelle  che  coronano  Venezia,  priuta 
di  descrivere  (|uesle  nel  §  XVlll,  riferi- 
rò altre  notizie  sull'isolette  su  cui  è  fon- 
data, anche  per  unilà  e  analogia  d'argo- 
mento. 

'2. in  una  città  come  questa,  nella  quale 
fu  nece>silà  edilìcando,  seguire  l'irregola- 
rità del  suolo  che  olii  iva  la  natura,  oche 
si  riusciva  a  conquistare  sopra  di  essa,  nou 
poteva  conseguirsi  un  certo  ordinamento, 
né  quelle  vie  diritte  e  spaziose  che  s'in- 
contrano in  molte  città  della  terrafer- 
ma, e  servono  di  guida  nella  descrizione 
di  esse.  Ciò  tanto  più  che  da  tutte  parli 
accorreva  la  gente  ad  angustiarne  gli 
spazi.  A  Venezia  quindi  le  strade  veie  so- 
no gli  stessi  canali,  colle  loro  tortuosità, 
al  qual  proposito  narra  il  Cancellieri, 
nelle  sue  Campane,  p.  c)4>  ^^^^  nella  i.' 
mela  del  secolo  XVI  Huri  il  vicentino 
Gio.  Giorgio  Capobianco,  meraviglioso 
meccanico,il  quale  per  aver  fatto  una  sin- 
golare navicella  d'  argento,  che  il  doge 
donò  a  Solimano  li,  e  per  aver  insegna- 
lo l'arte  di  lipurgare  i  canali  di  Vene- 
zia dall'immondizie,mediante  una  gratta 
di  ferro,  fu  liberalo  dal  bando  di  morte 
per  aver  ucciso  un  suo  nemico  in  Rialto, 
e  benelìcato  con  annua  provvisione.  L'al- 
tre  vie  esseudo  anch'esse  tortuosissimi: 


220  YEN 

per  la  maggior  parte  e  anguste,  non  gio- 
vano allo  scopo  di  descrivere  la  città 
ordinalanieiile.  Sarà  dunque  d'uopo,  per 
darne  un'idea,  balzare  da  un  luogo  al* 
l'altro  dove  ne  cliiameranuo  gli  oggelti 
più  ragguardevoli  ed  importanti.  Delle 
strade  dovrò  riparlare  nel  §  XIV.  De'ca- 
iiali  anche  nel  progresso  dell'  articolo, 
qui  però  è  da  notarsi,  che  per  maggiore 
Mcurezza,  ue'tempi  in  cui  la  potenza  ve- 
neziana incominciava  a  palesarsi, ma  non 
era  ancora  abbastanza  assodata  per  far- 
si rispettare,  neper  avere  a  sprezzo  e  re- 
spingere degli  attacchi  nemici,  chiude- 
vansi  con  catene  i  canali.  Così  ciiiuso  e- 
ra  il  maggior  canale  da  s.  Gregorio  a  s. 
IMaria  Zobenigo,  ove  terminava  un  mu- 
ragiione,  che  avea  incominciamento  ad 
Olivolo,  nel  declinar  del  IX  secolo  co- 
strutto dal  doge  Pietro  Tribuno;  e  in 
questo  medesimo  luogo  venne  adottalo 
lo  slesso  mezzodì  riparo  anche  allora  che 
i  genovesi  guerreggiarono  sino  a  Chiog- 
i;ìa,  tanto  minacciandola  repubblica, che 
per  alcuni  giorni  il  solo  possedimento  di 
lei  si  restrinse  ad  un  arido  banco  di  sab- 
bia, come  narra  il  cav.  Fabio  Mutinel- 
li,  Del  costume  Veneziano.  Non  sono  a 
Venezia  cavalli,  né  vetture,  ma  bar- 
che; che  SODO  qui  il  più  proprio  veicolo 
degli  uomini  e  delle  cose.  Però  quanto  a* 
cavallì,è  intrinseco  che  io  avverta  col  me- 
desimo Mulinelli,  che  prima  si  usavano. 
Imperocché,  rimasti  per  buona  pezza  i 
ponti  piani  di  legno,  e  le  strade,  i  campi 
e  la  piazza  senza  selcialo, come  dirò  nel 
§  citato,,  n.  I,  si  usava  a  Venezia  come 
in  qualunque  altra  città  de'cavalli.  1  ma- 
gislrati  rccavansi  a'  loro  ullìci  a  cavallo 
al  tocco  della  campana  chiamata  Trot- 
terà, perchè  sollecitandoli  appunto  col 
suonare,  li  Taceva  andare  di  trotto;  e  sic- 
come ciòavveniva  in  un'ora,  nella  quale 
le  strade,  in  particolare  la  Merceria,  una 
delle  principali,  come  rileverò  alla  sua 
volta,  ridondavano  di  gente,  che  incede- 
va per  le  sue  l^ccende,  così  fu  stabilito  a 
risparmio  di  pericolosi  avveuiuieuli,uou 


YEN 

rari  a  succedere  per  il  grande  concorso 
di  persone  e  di  cavalli,  in  tanta  strettezza 
di  canimino,  che  tulli  quelli  che  si  fos- 
sero avviati  per  la  Merceria,  dovessero 
lasciate  i  cavalli  ad  una  ficaia  che  stava 
nel  campo  di  s.  Salvatore.  Giungevano 
eziandio  a  Venezia  lutti  i  forestieri  co'lo- 
ro  cavalli,  accolti  nelle  stalle,  di  cui  non 
mancavano  inai  gli  alberghi.  Tale  poi  era 
la  vaghezza  de' veneziani  per  l'equitazio- 
ne, the  oltre  gli  splendidi  lorneamcnliche 
si  davano  spesso,  al  modo  che  dirò  nel§ 
XVI,  n.  5,  non  v'era  campo,  non  v'era 
piazza  ove  all'improvviso  non  si  giostras- 
se, il  che  pure  riferirò  in  tale  §  ;  onde  es- 
sendo questo  arnieggiamentu  sorgente  di 
sconci,  fu  ordinalo  che  senza  il  permesso 
del  maggior  consiglio  non  si  potesse  ba- 
gordare di  sua  testa  in  nessuna  parte  della 
città. 1:^  per  tacere  della  stalla  de'cavalli  di] 
Michele  Steno,  doge  del  1 4oo,  la  più  ma- 
gnifica e  la  più  bella  che  allor  si  fosse  ir 
llalia,edique'6  cavalli  d  alto  pregio,  che] 
manteneva  sempre  la  repubblica  per  far- 
li montare  da  chi    voleva  onorare  e  di-| 
slitiguere,  il  cav.  Mulinelli  racconta,  che] 
il  lusso  de'  veneziani  pe'cavalli  giungeva! 
sino  a  vuler  dare  ad  essi  ciò  che  naturai 
aveva  lor  negalo,  tingendoli  cioè  di   uiij 
bel  colore  d'arancio  mediante  una  pian- 
ta, che  si  ritraeva  da  Cipro,  ove  in  co- 
pia germoglia,  avente  le  foglie  simili  al 
(|uelle  delia  mortella.  Me  minori  erano] 
le  sollecitudini  per  la  loro  conservazio- 
ne. Allora  era  fre(|ueole,pe'grandi  fatliJ 
di  guerra,  il  trasporlo   de'cavalli  oltre- 
mare. S' immaginò  di  caricarli  sulle  na- 
vi, senza  aver  uopo  degli  argani  e  dellejj 
carrucole  per  sollevarli,  e  poscia  per  il 
boccaporto  precipitarli  nella  stiva;  ma- 
novra che  non  si  eifeltua  mai  senza  grave 
pericolo  di  percussione  in  qualche  mem- 
bro dell'  animale,  già  inquieto  e  più  in- 
domilo per  trovarsi  sospeso  e  in  posizio- 
ne lauto  inusitata.  Si  servivano  adunque  ! 
di  certi  navigli  piani  e  larghi  delti  uscie' 
ri,  ippago^ìù,  ì'pp agi,  cioè  porla  cavalli,! 
du'  greci.  Avendo  questi  uu  uscio  a  (ìor 


VE  N 

d'ac<|ua,(lotide  venne  il  nome  i\'uscicri,  si 
facevano  entrar  per  quello  coll'aiulod'nn 
ponte  i  cavalli,  e  (joanilo  v'erano  tutti, 
con  accuratezza  caiaf.itnvano  l'uscio,  che 
s'imnierneva  ilei  tulio  allorché  la  nave 
era  piena aaenle  carica.  In  cpiesto  modo  i 
veneziani  con  tutta  facilità  imbarcarono 
per  Costantinopoli  la  niunerosa  cavalle- 
ria de'crociali  francesi,  i  tpiali  non  aven- 
do giammai  veduto  il  mare,  stupefatti 
e  numerosi  invocavano  Dio  e  i  Santi,  ver- 
sando lagrime  nel  giorno  della  partenza, 
comesi  ha  daMichaud,  Storia  delle  Cro- 
riate.  Selciate  poi  alcune  strade  di  maci- 
gni spianali,  e  fabbricati  i  poati  di  pietra 
e  con  gradini,  fu  necessità  l'abbandona- 
re le  cavalcature,  appigliandosi  le  perso- 
ne di  condizione  per  schivare  il  fango  di 
<juelle  strade  non  lastricate  (come  proce- 
devano le  donne,  lo  dico  nel§  XVI, n.  'i), 
alle  gondole,  delle  quali  3  niodeiii  olfre 
il  lodato  scrittore,  parlandone  erudita- 
mente in  uno  al  vocabolo.  Ora  tra  le  bar- 
che alcune  servono  al  movimento  per  i 
canali  e  per  le  lagune;  altre  per  la  na- 
vigazione anche  fuori  del  porto  ,  ma 
presso  al  lido.  Tra  le  prime  si  distinguo- 
no le  gondole^  le  peate,  \  burchi,  i  hat- 
telli  grossi  e  minuti  ;  le  barchette  da  fre- 
sco v:  da  regata;  i  sandali,  gli  schifi  ec. 
Tra  le  seconde  le  peole,  i  bragozzi,  i 
burchi  arborati,  che  servono  anche  al- 
la navigazione  fluviale,  i  rimarchi,  i 
toppi  e  le  barche  grosse  da  pesca.  La 
più  gentde  ed  allettevole  barca  da  ga- 
lante e  signorile  trasporto  è  la  gondola, 
sempre  addobbata  a  nero,  ma  coperta  o 
scoperta  secondo  la  stagione.  Non  è  di 
questo  luogo  parlar  della  forma  di  ognu- 
na di  queste  barche,  ciò  che  d'  altronde 
mi  porterebbe  fuor  di  cammino.  Dirò  so- 
lo che  i  naviganti  veneziani,  sien  bar- 
caiuoli da  tragitto  o  di  casada,  sieno 
da  burchio  o  chiozzolti,  sono  la  più  spi- 
ritosa ed  animosa  gente  che  siavi.  Che 
il  canto  della  Gcrusaleninte  liberala  un 
tempo  divenne  comune  a'  gondolieri,  lo 
riièriiico  nel  §  XVI,  n.  3.  Ma  delle  gon- 


YEN  a2r 

doie,  delle  peole  e  di  altre  barche  in  se- 
guito tornerò  a  tenerne  proposito,  come 
descrivendo  la  famosa  Regata,  il  magni- 
tìcentissimo  Bucintoro,  e  la  benedizione 
e  sposalizio  del  mare,  nel  §  X,  n.  8, e  nel 
§  XVI,  n.  3  e  n.  5.  Del  resto  fondata 
Venezia  in  mezzo  ad  un  grande  spec- 
chio d'acque  marine,  ne  uscì  cillà  da  uo- 
mini e  non  da  bestie  [cuni  civitas  no- 
stra sit  civitas  ho/niuuin  et  non  he- 
stìamen,  vadat  pars  ut  salicetur  j  così 
nella  parte  presa  pel  generale  .selciato), 
le  cui  strade  furono  selciate  la  prima 
volta  nel  1252,  cominciando  dalla  Piaz- 
za di  s.  Marco  dove  si  fece  il  primo  pa- 
vimento ex  coctis  lateribus,  che  fu  poi 
messo  a  (piadri  nel  i382,  e  nel  1722 
di  selci.  Piimasero  bensì  anche  caval- 
cature, massime  di  asinelli  e  muletti 
(sulle  quali  i  primi  padri  andavano  a 
consiglio  lasciandole  intanto  al  ponte 
dove  arrivava  la  paglia  ed  il  fieno  pe- 
gli  animali,  perciò  detto  della  Paglia).  In 
seguito  per  altro  furono  confinate  agli 
spazi  non  selciati,  ed  agli  orti  litorali  e 
vigne,  finehè  furono  del  tutto  tolti,  come 
dissi;  e  quindi  ciò  premesso,  siccome 
in  questa  città  aperta  si  può  approdare 
in  qualunque  punto  più  aggrada,  comin- 
cierò  le  mie  indicazioni  dalla  così  detta 
Piazzetta  di  s.  Marco. 

3.  Pigliando  le  dimensioni  dall'angolo 
delle  Procuratie  nuove,  punto  in  cui  la 
Piazzetta  si  unisce  colla  piazza  maggio- 
re di  s.  Marco,  di  cui  forma  un  brac- 
cio, essa  è  lunga  96.901  metri,  colla  lar* 
ghezza  di  4'  in  48  metri  circa  ne'  di- 
versi punti.  Sorge  su  d'  essa,  alla  de- 
stra di  chi  approda,  magnifico  il  palaz- 
zo ducale  ;  alla  sinistra  la  zecca  e  l'antica 
biblioteca,  e  pare  che  ne  aprano  T  in- 
gresso due  superbe  e  monumentali  colon- 
ne colossali  di  granito  orientale, quivi  in- 
nalzate tra  il  I  I  72-76,  ed  altri  vuole  nel 
I  188  per  opera  di  Nicolò  Barattieri  di 
Lombardia,  il  quale,  ingegnosissimo  es- 
sendo, riuscì  neir  operazione  ch'era  ben 
ardua,  e  pel  proiuei  so  premio  qualunque 


252  V  E  N 

n  chi  fos<!C  riuscito  a  compierla,  tliman- 
rlò  e  volle,  per  l'amore  ohe  portava  ai 
giunchi  di  rischio,  che  fosse  dichiarato 
(ranco  per  tuUi  i  giuochi  vietati  lo  spazio 
risultitlo  fra  le  due  colonne.  Ren  sapeva 
il  governo  che  tali  giuochi  erano  scuoia 
di  bricconeria, e  perciò  severamente  proi- 
biti ;  ma  per  la  libertà  concessa  nel  do- 
mandare il  premio,  fu  allora  accordato, 
finché  SI  nocevole  uso  venne  levato  da  An- 
drea Grilli  doge  nel  1023  col  sagace  espe- 
«liente  di  rendere  quel  silo  infame  facen- 
dovi impiccare  i  condannali  alla  morte, 
indecoroso  costume  che  ce«sò  nell'epoca 
della  t  .'dominazione  austriaca.  IVon  devo 
lacere,  che  allo  stesso  doge  Grilli,  per  o- 
pera  del  Sansovino,  si  deve  la  remozione 
delle  botteghe  o  piuttosto  capannucce 
di  legno,  collocate  intorno  alle  due  gran- 
di colonne;  e  cos'i  apparve  quasi  per  in- 
cantesimo, sgombro  quel  nobile  sito,  bel- 
la e  decorosa  la  prospettiva  delia  Piazzet- 
ta. Dall'isole  dell'Arcipelago  furono  qui 
liasfciite  le  suddette  colonne  (una  ter- 
za peri  nel  mare)  verso  il  i  125,  a  me- 
rito  del  doge  Domenico  Michieli,  quan- 
do nel  suo  glorioso  ritorno  da  Terra  San  - 
ta  costrinse  l'imperatore  d'oriente  a 
rispettar  la  veneziana  bandiera.  Su  quel- 
la verso  la  zecca,  di  granito  rossiccio,  fu 
nell'anno  1829  collocala  la  statua  in 
marmo  di  s.  Teodoro  d  Eraclea  (T.) 
gran  martire  e  comproleltore  della  cit- 
tà, anzi  il  suo  più  antico  patrono;  ma 
secondo  il  contemporaneo  cronacisla  Pie- 
tro Guilonzaido,  rappresenta  s.  Giorgio. 
Sull'altra  bigia,  venne  ripristinato  nel 
1816,  l'antico  Leone  alato,  in  bronzo 
L^  yidrio  Leon  dominntor  del  mare. 
Nel  1797  era  slato  trasportalo  a  Parigi, 
e  collocato  in  mezzo  alla  piazza  deli'//o'- 
lel  dcs  lm>alidcs.  Appena  i  veneziani  ac- 
quistarono il  tesoro  del  venerando  corpo 
dell'Evangelisla  s.  Marco, penetrati  di  re- 
ligioso entusiasmo  lo  acclamarono  per 
niotelloie  principale  della  repubblica; 
indi  sopra  le  monete  ed  i  vessilli  quale  lo- 
ro Slemma  ed  Insegna  improntarono  il 


VE  N 
simbolo  del  Leone  alato,  che  in  una  zam- 
pa tiene  la  spada,  nell'altra  un  libro  a- 
perto   colla  epigrafe  :  Pax    libi   Marce 
Ei'angelista  nicn<!.  Da  quel  tnomeolo  i 
veneziani  si  compiacquero  chiamarsi  {x- 
gli   di   s.   Marco,  e   la   repubblica     loro 
intilolaroiio  per  antonomasia  Repubbli- 
ca di  s.   Marco.  Circa  la  delta  epigrafe, 
leggo  nel  Piazza,  Emerologio  di  lloma^ 
al  2  j  aprile,  giorno  di  sua  lesta  (nel  qual 
giorno  la  Chiesa  celebra  lai."  Processio- 
ne delle  fjlanie  minori  delle  Rotazioni, 
come  dissi    in   que'  due  articoli),  che  a 
s.  Marco,  mentre  egli  celebrava  i  divini 
misteri  nella  solennità  di  Pasqua  in   A- 
lessandria,  i  pagani  gitlarono  una  fune 
ni  collo,  e  lo  strascinarono  con  gran  vili- 
pendio e  loroiento  in  prigione.  Quivi  vi- 
sitato  da   Gesù  Cristo,  fu  salutato  colU 
divine  parole  :  Pax  libi  3Iarce,  E\>niige- 
lista  mensj  da  cui  si  rimase  assai  conso- 
lato. Quanto  poi  l'Angelo  gli  disse,  quasil 
consimili  parole,  lo  riferirò  parlando  de* 
gli  ordini  religiosi  introdotti  in  Venezia, 
nel§X,  n.  27.  Del  Leone  come  SiniboU 
(\e\\' Evangelista s.IiIarco,s,vt  parlai  ne'r< 
lalivi  articoli  del  mio  Dizionario.  Queste 
quadrupede  per  la  sua  (orza  e  maestà  fu 
detto  il  re  degli  animali,  ed  il  suo  simii'f 
lacro  marmoieo  lo  si  poneva  nel  medi« 
evo  alle  porte  de' sagri    Templi  (P.). 
Leone  alato  di  s.  Marco  fu  ornalo  anch^ 
col   Nimbo  intorno  alla  testa,  e  narra  i| 
Cancellieri   nel   Mercato,  che    un   amJ 
basciafore   veneto,  interrogato   dall'  ini^ 
peri  a  le,   ove   nascevano  leoni  di   questi 
specie,  rispose  :  nel    luogo  stesso  in  cui 
stavano  l'aquile  da  due  teste!  Di  que4 
sfe  ragionai  nel  voi.   XXXIV,   p.    ir; 
LXI I,  p.  r  20  ed  altrove.  Il  dotto  carnai 
doleseCostadonijChe  fu  bibliotecario  di  si 
MichelediMuiano,neirOvve/H'^/3JO'zf  .^0>j 
pra  nn  anlica  tavola  green,  {\\  tal  monaj 
stero,  presso  il  p.   Calogierà,  nella  Rac- 
colta d'Opuscoli,  \i'!\\.\i\  nel  cap.  9:  De^ 
sinibolicJ  animali,  che  rappresentano 
quattro  ss.  E^aiìgelitti.  Discorrendo  df 
4  dillerenti  animali  ornati  sul  dorso  dab 


V  E  N 

le  nli,  e  del  nimbo  intorno  al  capo,  dice: 
n  Dee  considerarsi  come  eOelto  di  so- 
lenne ignoranza  quella  falsa  diceria  del 
Tolgo  straniero,  che  scliernisce  noi  vene- 
ziani, perchè  formiamo  solto  la  specie  di 
nn  leone  alato  ed  ornato  col  nimbo, il  sim- 
bolo ili  s.  IMarco,  ch'è  nostro  principale 
proiettore,  giacché  per  ritoanlichissimo 
della  Chiesa  veilesida  per  tutto  quel  s.  E- 
vangelista  in  cotal  guisa  rappresentato". 
Si  potino  vedeie,  Doering,  De  alatis 
inin<finibit^  npiid  veleres,  Gothae  tyST. 
Jiincker,  Disserlnlions  sur  les  dmnitds 
ollécs,  traci  par  Jansen. 

§  II.  Palazzo  Ducale,  Prigioni  delle  de 
Piombi  e  dei  Pozzi.  Ponte  de'  Sospiri. 
Biblioteca  Marciana  e  Museo. 

I.  Il  Palazzo  ducale,  gi'i  sede  angusta 
de'  dogi  e  della  signoria,  guarda  con  un 
lato  sulla  Piazzetta,  coli' altro  sul  Molo, 
col  terzo  std  rivo  o  canale  di  Canonica, 
col  quarto  s'appoggia  alla  Basilica.  Po- 
sto tra  levante  e  ponente,  desta  soipre- 
sa  e  meraviglia  ail  un  tempo  coli'  impo- 
nente sua  mole,  colla  singolarità,  ardi- 
mento   e   magnificenza  della   struttura 
i  ed  architettura  di  stile  impropriamen- 
j   le  appellato  gotico  (del   quale   riparlai 
'  nel  volume  LXXI,  p.  i33,  LXXIII,  p. 
334),  sebbene   in  gran   parte  non  sia 
né  gotica,  né  romana.  Tutte  le  crona- 
I   che  venete  sono  d'accordo  nel   riferire, 
I  che  il  doge  Angelo  o  Agnello  Partecipa- 
I  zio,  che  regnò  dalI'Sio  all'S^j,  abban- 
I    donalo  l'  antico  palazzo  tribunizio  pres- 
i    so  la  chiesa  de' ss.  Apostoli,  uno  piìi  va- 
sto e  ornato  n'eresse  presso  la  chiesa  di  s. 
i    Teodoro,  nel  silo  in  cui  oggi  trovasi  la 
;    chiesa  di  s.  Marco  e  il  palazzo  ducale. 
t    Vi  eresse  una  cappella  ducale  con  suo 
primicerio  e  clero,  i  quali  poi  furono  tra- 
sferiti ncllallasilica  propinqua  dopo  la  sua 
edificazione,  cometlirò  nel  5  VI,  parlan- 
do del  suo  primicerio  e  cleio  ducale  di 
ti.  Marco,  nella  cui  sngi estia  v'hanno  ar- 
madi e  portelle  di  noce  intarsiate  di  le- 


V  E  N  ii3 

gni  a  colori,  le  quali  conservano  le  pri- 
«ne  memorie  di  quelle  fabbriche  antiche, 
e  ilello  stato  della  piazza  a  quel  tem- 
po. Il  palazzo  divenne  successivamente 
magnifico.  Soggiacque  a  varie  vicende 
ed  incendii,  ultimo  de'quali  fu  quello  del 
1^77;  cui  fece  mirabile  riparo  l'architet- 
lOj  Antonio  Da  Ponte.  Nella  ricostru- 
zione dell'  odierno,  dice  il  Cicognara, 
non  rimase  d'appartenente  all'antichis- 
simo, se  non  l'area  con  molli  fonda» 
menti  e  con  alcuni  muri  maestri  dalla 
parte  del  com  detto  Rivo  di  Palazzo  in- 
contro alle  prigioni.  L'  attuate  palazzo 
poi  è  opera  dell'  architetto  Pietro  l!a- 
seggio,  aiutato  poi  da  Filippo  Calenda- 
rio, opera  eseguita  nel  lato  del  Molo  e 
in  parte  sulla  Piazzetta  nella  prima  me- 
tà del  secolo  XIV,  e  compiuta  qua- 
si solto  il  dogado  di  Marino  Falier,  di 
cui  il  Calendario  partecipò  alla  congiu- 
ra, e  n'ebbe  comune  l' ultima  tragica 
sorte.  Il  medesimo  Calendario  è  riputato 
anche  lo  scultore  di  quegli  storiati  capi- 
telli,condotti  con  certa  pratica  di  leggero 
tocco,  mirabili  per  l'epoca  in  cui  furono 
fatti,  ma  più  mirabili  per  quello  che  rap- 
presentano. N'è  specialmente  bizzarro  il 
capitello  XI li  (cominciando  a  enume- 
rarli dalla  parte  della  chiesa),  poiché  ne- 
gli 8  suoi  comparti  olFre  altrettante  epo- 
che della  vita  dell'uomo.  E  pur  degno 
di  sommo  studio  quello  sull'angolo  pres- 
so la  Porla  della  Carta,  scolpito  però  da 
uno  della  famiglia  Bono,  dopo  il  1426, 
il  quale  ai  padri  della  patria,  che  entra- 
vano, ricordava  la  giustizia  nel  giudizio 
di  Sidoiijone,  e  la  clemenza  in  Traia- 
no che  soccorre  la  vedova,  essere  fon- 
dauienti  del  buon  governo.  Questo  son- 
tuoso eililicio  fu  coutiimato  sullo  sles- 
so disegno  nell'ultimo  citato  anno,  sot- 
to il  doge  Francesco  Foscari.  Tanto  il 
lato  verso  il  IMolo,  di  71  metri  e  mezzo, 
quanto  l'  altro  sulla  Piazzetta  di  71  me- 
tri,posano  sopra  una  serie  d'arcate, quel- 
lo ili  17  e  questo  di  16,  sostenute  da 
njarmoree  robuste  colonne,  con  capitelli 


224  VEN 

riccliissimi  d'ornamenti  che  fissano  un'e- 
poca essenziale  per  la  sloiia  delle  arti. So- 
pra questo  I  ."corre  un  2.°  ordine  d'ar- 
chi, che  colla  loro  connessione  ed  intrec- 
cio formano  un  fregio  traforato  e  leg- 
giadro, che  circonda  tutto  l'edificio,  so- 
stenuto nell'angolo  tra  il  Molo  e  la  Piaz- 
zetta da  un'  unica  colonna  di  meravi- 
glioso ardire  ed  effetto  in  punto  di  sta- 
tica. L'alto  muro  marmoreo,  che  al  1° 
ordine  sovrasta  è  interrotto  da  ampi  fi- 
neslroni,  tra 'quali  è  da  distinguere  quel- 
lo maggiore  sul  Molo,  adorno  di  figure 
e  bassirilievi,  e  l'altro  pur  maggiore  verso 
]a  Piazzetta,  egualmente  ornalo  da  mani 
maesIre.Non  meno  di  questo,  meraviglio- 
so è  il  prospetto  del  Palazzo,  che  guarda 
sul  rivOjlutlodi  pietra  vi  va, egregiamente 
immaginato  ed  ornato  dagli  architetti  e 
scultori  Antonio  Riccioed  Antonio  Scar- 
pagnino,  lungo  344  piedi  veneti.  Ar- 
duo travaglio  sarebbe  l'enumerare  con 
minuti  particolari  le  parti  interne  di 
questo  mirabile  edificio,  con  inenarra- 
bile profusione  colmato  di  nobilissimi 
ornamenti  d'  ogni  natura,  dove  1'  arti, 
dall'  opulenza  chiamate  a  gareggiare , 
fecero  mostra  di  tutta  loro  possanza. 
1  piti  sublimi  ingegni  quivi  fecero  lo- 
ro prove,  si  che  lo  spettatore  intelli- 
gente, sbalordito  da  tanta  copia  di  mira- 
coli dell'arte,  rimane  compreso  da  stu- 
pore, né  sa  credere  a'propri  occhi.  Al  pa- 
lazzo dà  adito  la  maestosa  porla  princi- 
pale della  della  Carta  (per  le  suppliche 
e  memoriali  con  cui  si  entrava,  o  che 
entrando  per  quella  si  facevano  scrive- 
re da  chi  solto  i  portici  del  Cortile  te- 
neva banchetto  per  servizio  dei  ricorren- 
ti, o  meglio  da'bandi  e  dalle  carte  pub- 
bliche che  su  vi  si  affiggeva),  di  gusto 
pur  gotico,  di  forma  piramidale,  ricchis- 
sima d' arabeschi,  con  allegoriche  figu- 
re, e  di  buone  statue,  opera  di  Mastro 
Bartolomeo  Bono,  eseguita  nel  1439,  ed 
assai  lodata  dal  cav.  Cicognara.  Noterò, 
che  nel  §  XVIlI,n.  7,  deploro  con  Mu- 
stoxidi,  la  barbara  demolizione  dell'  al- 


VEN 
torilievo  esprimente  il  doge  Foscari,  tanto 
benemerito,  che  vedevasi  sulla  stupenda 
poita  della  Carla.  Per  essa,  sotto  am- 
pio atrio,  entrasi  in  magnifico  cortile, 
in  mezzo  al  quale  farmo  bella  otoslra 
le  sponde  magnifiche  di  due  pozzi,  fuse 
in  bronzo,  e  di  raro  lavoro.  Una  è  del- 
l'Alberghelli,  l'altra  di  Nicolò  di  Marco 
di  Comi,  il  primo  de' quali  molto  bene  vi 
rappresentò  de'falli  della  s.  Scriltuia  al- 
lusivi all'acqua.  Di  opere  e  prospetti  di 
vario  stile  è  fornito  il  perimetro  di  que^ 
sto  cortile,  con  bassirilievi  e  statue,  per  t^ 
massima  parte  uscite  di  mano  d'artisti  di 
gran  nome.  I  portici  intorno  al  cortile 
stesso  furono  aperti  in  tempi  più  vicini! 
da  Antonio  di  Pietro  di  Ciltadella,  coii| 
dotto  da  Alessandro  Monopola.  Nelli 
facciata  dell'  orologio  vi  sono  6  statua 
antiche.  Alla  sinistra  è  dì  gran  meri] 
to  l' inferiore  che  si  pensa  rappresenl 
tare  Marc'  Aurelio  ;  quella  che  le  sol 
vrasta  sembra  esprimere  Cicerone.  Li 
3  ali'  altra  parte  sono  divinità  pagai 
ne,  di  greco  lavoro,  e  lai.*  è  sopra  luti 
te  bellissima.  La  statua  del  duca  d'  Uri 
bino  Francesco  M.*  I  dalla  Rovere  è 
pera  del  Bandini.  Delle  2  statue,  d'anlicJ 
lavoro,  che  le  sono  a'iati,  quella  di  donni 
rappresentaMarciana  sorella  dell'imperi 
tore  Traiano.  La  facciata  innanzi  la  grai 
descala  è  singolare  lavoro  del  XV  secoU 
Le  statue  di  Adamo  ed  Eva,  d'Anioni* 
Rizzo,  non  ponno  lodarsi,  che  per  1'  eli 
cui  furono  scolpite.  La  magnifica  facciati 
della  scala  fu  condotta  da  Antonio  Rie] 
ciò,  ducando  Agostino  Barbarigo.  Mal 
gnifica  è  la  scala  de'(iiganti,che  mette 
I. "piano  del  palazzo;  formala  di  marir 
con  finissimo  lavoro,  i  cui  mirabili  grol 
teschi  furono  intagliati  da  Domenico 
Bernardino  da  Mantova  e  da  altri  insigf 
scultori  ;  ha  in  cima  le  statue  giganteschi 
da  cui  prese  il  nome,  esprimenti  Marte 
Nettuno,  opere  di  Jacopo  Sausovino.Alla 
sommità  di  questa  rinomata  scala  face^ 
vasi  in  tempo  della  repubblica  la  solenni 
ceremonia  dell'iocoi'ouazioae  de 'dogi. —ij' 


VEN 

E<sa  melle  nel  corridore  ornato  del  gra- 
xiosis<*imo  lavoro  del  Vittoria,  che  ricorda 
In  venula  aVeneziad'EnricolM  rediFran- 
ciii.  Il  corridore  poi  gira  intorno  a'due  Iati 
interni  del  cortile;  mette  ai  locali  del  i.° 
piano,  ed  è  ornato  ai  presenteda  una  serie 
(li  busti  ed  iscrizioni  in  marmo  degli  uo* 
mini  più  celebri  di  Venezia,  che  daran- 
no un  giorno  al  palazzo  l' idea  di  Vene- 
to Piuitheon.  Per  poi  procedere  al  2.°  pia- 
no è  da  salire  la  Scala  d'oro,  giustamen- 
te coM  intitolata  per  la  magnificenza  di 
sue  decorazioni  dirette  dal  Sansovino  ed 
eseguite  da'piìi  chiari  artisti  di  rpiel  tem- 
po. Nell'ingresso  di  questa  .nobile  sca- 
la, le  statue  d'  Atlante  e  di  Ercole  sono 
dell'  Aspetti.  I  delicati  e  ben  comparti- 
li stucchi  sono  del  Vittoria,  ed  i  piccoli 
dipioti  simbolici  condotti  dal  Franco, 
lro|)poabbisognarono  del  ristoro  del  No- 
delli. Nel  pianerottolo  della  2/  branca  di 
questa  scala  il  Segala  fece  le  statue  del- 
l'Abbondanza e  della  Carità.  Asceso  «pje- 
sto  2."  ramo,  si  entra  nelle  magnifiche 
stanze,  nelle  quali  già  sedeva  il  gabinet- 
to della  repubblica.  Ora  tutto  questo 
compartimento  è  addetto  all'i,  r.  Istituto 
di  scienze,  lettere  ed  arti,  tranne  alcune 
stanze  che  S.  A.  1.  R.  l'  Arciduca  gover- 
natore generale  ha  riservato  a  suo  uso  e 
specialmente  per  le  pubbliche  utlienze. 
11  primo  quindi  che  s'incontra  è  un  salot- 
to,il  cui  soUìttodipinseJacopoTinloretlo. 
Nel  mezzo  vi  è  la  Giustizia  personificata, 
che  dà  al  doge  Friuli  spada  e  bilancia. Ne' 
4  comparti,  a  fìnto  bronzo  dorato,  egli 
rappresentò  fatti  storici,  e  negli  angoli  le 
Stagioni  sotto  le  immagini  di  ptiitini. 
\J  A  ali- Collegio  fu  tutto  cos'i  ridotto  dal- 
l'architetto  Vincenzo  Scamozzi.  I  4  qua- 
dri laterali  alle  porte  si  dipinsero  da  J. 
Tintoretto,  il  quale  vi  rappresentò  la  fu- 
cina di  Vulcano;  Arianna  coronata  da 
Veneredi  stelle,  e  Dacco;  Pallade.che  cac- 
cia Marte  fra  la  letizia  della  Pace  e  del- 
l'Abbondanza, e  Mercurio  con  le  Grazie. 
Il  ritorno  di  Giacobbe  a  Canaara  è  lodato 
lavoro  di  Jacopo  Cassano:  1'  Europa^  di 


VEN  22? 

Paolo  Veronese,  quadro  ritornato  da  Pa- 
ri:^i,è  opera  che  brilla  di  tutto  il  genio  del 
suo  autore  e  che  sembra  non  temere  se- 
verità di  esami.  Le  Divinità  a  fi  esco  sono 
del  Montemezzano:  le  sculture  del  gran 
cammino  a  padiglione  sono  dell'Aspetti: 
le  figure  allegoriche  sopra  la  porta, del  Vit- 
toria. Nel  solHlto  è  di  Paolo  la  Venezia  in 
trono:  le  4  Virtù,  mi  chiaroscuri  azzurri, 
sono  di  Sebastiano  Rizzi. — La  bella  e  ma- 
gnifica sala  del  Collegio^  fu  così  appella- 
ta dai  supremo  magistrato  di  tal  nome 
che  ivi  sedeva,  il  quale  componeasi  del 
doge,  de'  savi  grandi,  de'  savi  di  terra- 
ferma e  degli  ordini,  e  dei  tre  capi  della 
quarantia  criminale.  In  essa  sala  si  ac- 
coglievano gli  ambasciatori,  e  da  di  qua 
passavano  al  senato  le  cose  di  più  rilie- 
vo. Quivi  J.  Tintorelto  dipinse  il  qua- 
dro colle  Sponsalizie  di  s.  Caterina,  va- 
rii  Santi  e  il  doge  Donalo;  l'altro  quadro 
con  Maria  Vergine,  parecchi  Santi  e  il 
doge  da  Ponte  ;  i  chiaroscuri  intorno  l'o- 
rologio, e  il  quadro  col  Redentore  ado- 
rato dal  doge  Mocenigo  e  vari  Santi.  Nel 
quadro  sopra  il  trono  Paolo  Verone- 
se rappresentò  da  suo  pari  il  Salvatore, 
Venezia,  la  Fede,  ed  Angeli  che  recano 
palme  a  Sebastiano  Venier,  vincitore  al- 
le Curzolari  nel  giorno  di  s.  Giustina, 
come  anco  le  sue  figure  laterali  ed  i 
chiaroscuri  intorno  il  meraviglioso  cam- 
mino. Carlelto,  figlio  di  Paolo,  vi  di- 
pinse Venezia  scellrata,  ed  il  vicino  chia- 
roscuro. Il  quadro,  sopra  la  porta,  col 
doge  Gritti  innanzi  a  Maria  Vergiiie  tra 
parecchi  Santi,  e  le  due  ligure  laterali  so- 
no'del  Tintoretto.  Il  grandioso  e  nobile 
sofTilto,  concepito  da  Antonio  da  Ponte, 
è  tutto,  col  suo  fregio,  dipinto  da  Paolo, 
1  3  maggiori  comparti  olirono  Venezia 
potente  in  mare  ed  in  terra;  Venezia  che 
onora  la  Religione  cattolica  ;  Venezia 
che  amica  della  Pace,  non  teme  la  Guer- 
ra.—  La  Sala  della  del  Pregarli  era  così 
chiamata  perchè  i  senatori  venivano  pre- 
gati ad  intervenirvi,  equi  il  senato  racco- 
glievasi,  e  si  trattava  della  pace  e  della 


2^G  VEN 

guerra.  Dessa  pure  va  ricca  di  buoni  di- 
i)iiiti.lli.''<]Ui»(Iro  alla  (li'stra,con  s.  Loren- 
zo Giustiniani,  è  vij^oroso  lavoro  di  Mar- 
fo  Vecellio, com'è  credulo  coninnemente. 
La  vicina  lìgnra  di  Tolomeo  bellissima, 
è  dipinta  da  Jacopo  Palma,  Il  quadro  col 
morto  Salvatore,  vari  Santi  ,  e  i  dogi 
I^ando  e  Trevisano,  non  die  ledue  mi- 
rabili ligure  laterali  h  chiaioscuro,  sono 
di  Tinlorelto.  I  due  sottoposti  cliiaro- 
scuri  con  Cicerone  che  disputa,  e  Demo- 
stene die  riceve  la  corona, sono  prestanlis- 
Rimo  lavoro  di  G.  Domenico Tiepolo.  Al- 
l'altra parte,  Palma  il  giovine  fece  la  fi- 
gura a  chiaroscuro  ed  i  seguenti  quadri, 
III. "col  doge  Veniei-,  davanti  Venezia  re- 
j^ina;  il  3."  col  dogo  Cicogna,  che  salvò 
Candia  da'turchi,  davanti  il  Redentore; 
-il  3."  col  doge  l^oredan,  che  ruppe  la  le- 
ga diCanibray.  Ilqnndro collo  stesso  do- 
ge Loredan, davanti  all-i  Verginee  a'San- 
li,  è  di  J.Tintoretlo,  autore  eziandio  delia 
vicina  figura  a  chiaroscuro,  esprimente 
In  Pace.  Il  Palma  giovme  fece  le  due  fi- 
gure laterali  alla  porta,  e  il  quadro  so- 
vrapposto co'due  dogi  Priuli,  che  vi  ado- 
rano il  Salvatore,  Nel  solFitlo  M.  Ve- 
cellio  fece  l'ovato  presso  la  pbrta  colla 
Zecca  operosa,  e  le  due  figure  simboli- 
che negli  angoli  :  J.  Tuitoretlo  fece  Ve- 
nezia nel  mezzo  presentata  da  varie  dei- 
tà. Andrea  Vicentino  flipinse  i  Ciclopi 
osservali  da  Venere  all'incudine,  eque' 
soldati  negli  angoli:  Antonio  Vassillacchi 
di  Milo  dello  l'Aliense,  il  Doge  fra'consi- 
glieri,  e  le  due  figure  degli  angoli:  Do- 
lobella,  la  Eucaristia,  lavoro  pregevole: 
J.  Tintorello  le  due  figure  agli  angoli, 
cioè  la  Viriti  e  la  Verità.  Il  fregio  è  del- 
l'Aliense. — NeW  Àntìchiesettawì  3  com- 
parti si  vede  il  modello  che  die' il  llizzi 
per  un  njnsaico  della  facciata  di  s.  Mar- 
co; poi  due  quadri  con  4  Santi, di  J.  Tin- 
torello; ed  i  profiinatori  cacciati  dal  Tem- 
pio, di  bonificio,  (juadro  ciie  solo  hasle- 
rebbe  all'immorlalilà  del  dipintore,  per 
la  composizione,  lo  spirito,  il  lalore  e  la 
prospettiva.  — LaChiesctla  ha  uu  gruppo 


VE  N 
del  Sansovino  sull'altare  disegnalo  dallo 
Scamozzi.  — Di  qui  si  passa  ad  una  scalet- 
ta.tiovesi  ammira,  stupenda  per  carattere 
ed  espressione,  la  figura  di  S.Cristoforo; 
forse  l'unico  dipinto  a  fresco  che  resti  in- 
tatto diTiziano  a  Venezia. — La  Sala  del- 
le quattro  porle  fu  ridotta  d'Andrea  Pal- 
ladio, come  si  vede.  Il  quadro  della  Fede 
con  s.  Marco  che  la  guarda,  e  il  doge  Gri- 
mani,  è  opera  celebralissima  di  Tiziano, 
la  quale  fu  riportata  di  Francia.  M.  Ve- 
cellio  vi  fece  le  due  figure  laterali  d'un 
profeta  e  d'  un  alfiere.  Le  3  statue  sopra 
la  porta  sono  del  Castelli.  Il  quadro  ap- 
presso colla  battaglia,  per  cui  Verona  fu 
da'veneli  liberata  contro  il  general  Pic- 
cinino, è  spiritoso  elizianesco  lavoro  del 
cav.  Contarini.  Il  (|uadro  che  gli  è  di  fac- 
cia, col  doge  Marino  Gricnani,  che  riceve 
4  andjascialori  di  Persia,  fu  dipinto  da 
Gabriele  Caliari.  Le  3  statue  allegori- 
che sopra  la  porta,  sono  del  Campagna. 
Fra  le  due  porte  è  opera  diligente  di  An- 
drea Vicentino  il  quadro  con  Enrico  III 
redi  Francia,  incontrato  al  Lillo  dal  do- 
ge Mocenigo,  d  d  patriarca  Trevisan  e 
da'  magistrati.  L'  arco  lo  disegnò  An- 
drea Palladio.  Le  3  statue  sulla  porta  so- 
no del  Vittoria.  Il  quadro  col  doge,  che 
accoglie  ambasciatori  di  Norimberga  è 
di  Carlo  e  di  Gabriele  Caliari.  11  quadro 
che  gli  è  dirimpeltocol  pio  doge  Marino 
Grimani  innanzi  a  Maria  Vergine  e  San- 
ti, lo  dipinse  il  cav.  Contarini,  e  meritò 
che  i  francesi  lo  recassero  a  Parigi.  Le  3 
statue  sulla  vicina  porta,  sono  di  Giulio 
D  d  Moro.  Nel  sollitto,  compartito  pur 
questo  ila  Palladio  ,  ornato  di  stucchi 
del  Bombarda  e  di  altri  scultori,  con  in- 
venzioni di  Francesco  Sausovino,  figlio 
di  Jacopo,  vi  hanno  opere  di  J.  Tintoret- 
to,  masi  tormentate  da  ristauri,che  mette] 
pietà  guardarle,al  diredel  Moschini,di  cui 
sono  i  giudizi  che  vado  riferendo.  —  Lai 
Stanza  del  Consiglio  de' D^eci,  così  nomi- 
nala dal  consiglio  de' io  membri,  che  venii 
vano  eletti  ogni  anno  dal  Maggior  Consi» 
glio,  i  quali  uniti  al  dc^e  ed  a'6  consiglieri 


VEN  VEN                    i-y.'j 
pnnivnnn  1  (IdiUi  (li  sinto,  e  vigllnvnnn  1.1  fori  (Vegga*!   il    Pa/dzzn   Durale  illu- 
coiulolla  (le'patiizi,  li:t  3(]nnilii.  L'  Ado-  s/rnfo  da  F.  Zanotlo,  opcia  i\n^<\  i^inn- 
ra/.ionede'iMagi.èbeiroperndeir.Mieiise;  la  al  suo  leiniine,  co'  ti[)i  dcirAntonel- 
ilclogt'Zinni.vincilnrtnliFeil«MÌr<>n]nrl)a-  li).  —  Di   qoi  si  passa  alla  Slmiza  dc- 
ro«sa  iiii[ieraloie,incoii(ra»(Mlal'iipaAles-  gì'  Inquisitori  fìi   stnln^   i   quali   si   oc- 
saiitlro  Ili,  è  hell'opeia  di  Leari<lio  Das-  ciipavano  di  tnUo  e  di  tulli  in  relazione 
sano, che  vi  lasciò.  c«>me  soleva  di  freqtieii-  n  cose   di  sialo.   E  di  qua  appunto,  per 
le,  il  proprio  i  ili  atto  neila  (Iguia  vestila  a  una  scaletta  ristretta  e  oscura  si  ascende- 
bianco  con  l'ombrello:   Papa  Clemente  va  ai  Inog^ii  chiamali  i  P/r)«?A/ dalla  co- 
\ll  e  Carlo  V  imperatore,  i  (piali  ferma-  perla  c.steiiore  del  letto.  Poco  lunga  so- 
no  in  r»ologna  la  pace  d'Italia,  è  opera  no  le  i9<7/(',  che  si  dicevano  dell'  Jrmi 
ili  IMarco  Veceliio.  Nel  sollillo,  ricchissi.-  del  consiglio  dei  Dieci.  Di  queste   stan- 
ino inven/ione  del  patriarca  d'Aqnileia  za  una  fu  carcere,  come  si  ricava  da  due 
Diinieienarl)aro,loZeIolli  dipinge  verso  le  iscrizioni,  d'un  Luchino  dì  Cremona  nel 
iiiiesire  l'ovato  conGianoeCiiu.none,  ed  il  1/17^)  ^  *'""  Cristofoio  Frangipane  nel 
quadnl«ingoconVene'/ia,cheosserva[\Jar-  1028.  Finalmente   airivajidoal  salotto 
le  e  NelliuK,"  :  Ponchino  dello  il  Uasaico  d'ingresso,  si  vede  il  busto  dei  doge  Ve- 
coloriil  Nettnnoliraloda  cavalli,el\leicu-  nier,  scultura  del  Vittoria.  Ttilte  le  testé 
fio  parlanteallai^aceiPaololece  il  Vecchio  ilescritle  stanze  e  sale   appartengono  co- 
seduto  presso  di  bella  donna,  e  fors'anche  me  ho  dello  all'lstiluto,  ed  a  S.  A.  I.  K. 
Venere,  che  con  ritorte  e  rotte  calcne  in  2.  Da  questa  parie  poi  discendevasi  una 
mano  guarda  al  cielo.  Inoli  re  loZcIoUi  e-  volta  alle  fumose  carceri  che  /'o:-z"si  dice- 
segu'i  l'ullimo  ovatocon Venezia  sceltrata  vano,  angusti  luoghi  e  senza  luce;i(]uali 
sopra  il  Leone,opera  che  alcuni  attribuirò-  ora  non  si  possono  visitare  che  prendendo 
DO  allo  slesso  Paolo:  i  chiaroscuri  sono  una  diversa  strada  o  direzione.  Di  queste 
dei  niedesioji  pittori;  il  fregiodeiputliniè  famose  prigioni  criminali  sì  disse  e  stani- 
clelZeloUi. —  Il  vicino  luogo. detto  la />«v-  pò    tanto,   eh' è   indispensabile  far  sosta 
.yo/rt  per  una  bussola  ivi  esistente, ha  di  fac-  per  darne  un'idea  col  eh.  cav.  Mulinelli, 
eia  alle  (inerire  un  quadro  di  Al.  Veceliio,  Annali  Urbani  dì f''enezi<7 .yi.  0.^1  e  seg. 
con  Maria  Veigine  e  s.  Marco  che  assiste  e  4c)2. — Le  prigioni  in  Venezia, d'odiosa 
ni  doge  Donalo:  gli  ailri  tlue  quadri  colle  rinomanza,  allora  dette  prigioni  forti  ed 
riedizioni  dì  Urescia  e  Bergamo  sono  del-  orbe,  e  ne'iempi  a  noi  piti  vicini,  Piombi 
l'Aliense. Nel  sodino  i  chiaroscuri  e  Irion-  e  Porz?.  cominciando    dalle   forti  e  da* 
fi,  e  so[)ra  il  focolare  le  due  Faine,  sono  /-'/ow/;/,  stando  esse  nella  sotnniilà  dell'e- 
(h    Paolo.   Manca  il  pezzo  centrale,  che  dilìciodel  paliiZ7.oducale,'ii  potevano  cnu- 
esprimeva  s.  Marco  in  gloria,  rimasto  in  siderarecome  una  vedetta,  cioè  il  più  alto 
Francia,  dopo  le  depredazioni  accadute  luogo  d'una  rocca  fabbricala  sopra  d'un 
nell'anno  1797. —   La  Stanza  sttprc-  colle.  Furono  nominate  P/c>'»/>/ per  essere 
via  de  Capì  del  consiglio    de'  Dieci,  i  sollo  il  letto  del  palazzo,  il  quale  essen- 
qtialì  proponevano  gli  argomenti  che  si  ilo  coperto  prima  di  rame,  lo  fu  poi  nel 
aveaiio  a  trattare  in  senato,  ha  tutto  pao-  i6o5  di  lamine  di  piondjo.  lùano  celle 
jesco  il  soihtto.   Il   maestro  slesso  Ca-  costruite  di  doppii  tavoloni.  Quattro  sole 
liari  vi  dipinse  un  Angelo  che  caccia  al-  segrete   slavano  in  esse,   bastantemente 
coni  vizi  turpissimi.  Zelotti  fece  il  coni-  spaziose  ed  alta, e  di  panconi  di  larice  in- 
parto simbolico  verso  la  porla  :  Paolo,  e  tavolale,  di  cui  ora  pot^hissime  tracce  ri- 
non  il  Bassano  come  dicono  alcuni,  ese-  mangono.  Dìì  un  elevato  .ihbaino  situato 
gni  quello  che  corrisponde  diagonalmen-  nel  corridoio,  penetrava  nella  i  .'^  a  spiz- 
le.  De'  restanti  dipinti  sono  ignoti  ijli  au-  zico  la  luce  per  una  ferrata,  di  cui  ogiui- 


27.8  YEN 

Ili!  aiicliiva  munita;  al  contrario  nellese- 
tonde,  tiovaiidosi  ogni  ferrala  di  ri  ni  pet- 
to od  una  finestra  del  corridoio  che  ver- 
so ìi  mare  guardava,  il  prigioniero,  oltre 
di  godere,  il  lieneficio  dell'aria  e  d'uno 
splendore  abbondante,  poteva  scorgere 
lungo  tratto  delia  città,  e  nella  canicola 
respirare  il  fresco  venticello,  che  periodi- 
rainenle  dalla  marina  sul  nìe^iggio  sno- 
Je  temperare  le  molestie  del  caldo.  Per- 
ciò l'inglese  Howard  nella  sua  rinoma- 
ta opera  sidle  P/vg/o/j/,  dichiara  falsa  la 
comune  credenza,  che  per  essere  le  cel- 
le sotto  il  tetto  coperto  di  piombo,  i 
prigionieri  solFrissero  nell'estate  un  cai* 
doeccessivo;  loche  attestaronoposcia  co- 
loro che  vi  finono  ritentili, e  per  la  pura 
verità.  Usava  il  prigioniere  vesti  e  utensili 
propri,  tranne  i  taglienli  ;  si  cibava  a  pia- 
cere, e  in  diliitiodi  possibilità,  il  gover- 
no con  assegnamento  somministrava  il 
bisognevole.  Poteva  leggere,  non  iscri- 
vere, non  tener  lume  acceso.  In  std  fu* 
dell'alba,  il  carceriere  nettava  le  segre- 
te, aprendole  colle  chiavi,  che  riceveva 
dagl'  inquisilori  di  stato,  cui  subito  ri- 
consegnava. Può  dirsi  che  l'esagerato  ar- 
cano facesse  spaventose  quelle  carceri, 
dove  la  pena  maggiore  erano  la  solitudi- 
ne e  l'incertezza  della  durata  e  dell'esito. 
E  qui  lo  storico  ricorda  il  rarissimo  li- 
Ino  :  Histoire  de.  tua  fuile  dcs  prisons 
de  la  répnhlique  de  f^enise,  quon  ap- 
pelle  leu  Ploinbs,  écrile  a  Dax  en  Bo' 
liénic  l' année  1787.  Leipzig,  1788. 
Scese  poi  due  brevi  scale,  si  trovavano 
le  stanze  de'  Capi  de'  Dieci,  e  quelle  de- 
gl'  inquisitori,  nel  cui  andito  principia- 
va altra  iiiteina  angustissima  scala,  quasi 
])ui;i,  che  direttanienie  metteva  alle  pri- 
gioni, o  carnei  otti  detti  orbi  o  Pozzi,  re- 
candosi alle  quali  gl'incolpati  erano  com- 
presi da  terrore.  Veniva  dunque  da  ciò 
che  i  Dieci  e  gl'Inquisitori  quasi  nel  cen- 
tro delle  carceri  stesse  con  aspetto  seve- 
rissimo sedessero,  e  che  per  quelle  scale 
segretissime  venissero  innanzi  a  loro  i 
detenuti;  e  nelle  forti  e  nell'orbe  segre- 


YEN 

le  a  vicenda  lì  confinassero,  senza  che 
altri  potesse  conoscere  le  loro  delibera- 
zioni, né  chi  vi  stasse  rinchiuso.  Queste 
ultime  prigioni,  o  Pozzi,  erano  situate  a 
livello  del  prossimo  canale,  e  della  con- 
tigua corte  del  palazzo.  Tali  erano,  e  non 
quanto  la  menzogna  e  la  calunnia  spacciò, 
giungendo  a  dire  che  i  Poz;zi erano  buche 
pioCoiidissime  sotto  un  canale  scavate.E' 
soltanto  popolare  tradizione  che  la  prigio- 
ne de'Pozzr,  oltre  i  conosciuti  due  piani, 
ne  avesse  un  3."  inferiore,  il  quale  se  si 
ammette,  avrebbe  corrisposto  circa  al  li< 
vello  della  sotto-confessione  di  s.  Marco, 
e  perciò  non  mai  sarebbe  stalo  sotto  ac- 
qua, poiché  quella  si  ulliziòsino  al  i6o4, 
e  trapelatavi  l'acqua,  pel  progressivo  in- 
nalzamento del  mare,  venne  abbando- 
nata, come  alla  sua  volta  dirò  nel  §  V, 
insieme  alla  sua  rimozione.  Certo  è  che 
visitando  i  Pozzi  l'umanità  s'inorridi- 
sce e  conturba,  come  provai  anch'  io  nel 
visitarli,  pensando  alla  misera  sorte  di  chi 
vi  gemè  prigioniero.  In  uno  stretto  cor- 
ridoio a  3  svòlte,  fortificato  di  marmo 
per  rendere  inutile  ogni  tentativo  di  fuga, 
vedonsi  le  porte  di  g  segrete,  con  piccolo 
spiracolo  ciascuna  nel  muro,  e  talmente 
basse,che  per  entrarvi  fa  d'uopo  andar  car- 
pone. Fra  queste  segrete  una  sola  ha  nella 
f.iccia,che  all'andito  risponde,  una  ferra- 
ta, e  vuoisi  che  da  quella  il  carnefice  at- 
tortigliasse al  collo  del  paziente  la  fatale 
matassa,  che  dovea  privarlodivita.e  per- 
ciò considerata  stanza  destinala  al  tor- 
mento, indi  per  una  scala  di  1  6  gl'adi, 
ancora  scendendo,  altre  q  segrete  si  tro- 
vano in  un  corridoio  simile  al  f.°;  ma 
colà  più  fittesi  fauno  le  tenebre,  più  gra- 
ve I'  aria,  più  spaventoso  il  silenzio.  Così 
il  prigioniero  slava  nel  centro  della  mai 
guilicenza  d'  un  signorile  palazzo  e  nel 
cuore  d'una  città  popolosa,che  godeva  ni 
[)iacerie  nell'opulenza  (come  inallri  lu( 
ghi,  e  tuttora  in  Fellelri,  e  lo  deplorai  il 
queir  articolo).  Un  raggio  solo  di  luce 
un  povero  solilo  d'  aere  puro  e  leggero 
uou  calava  mai  U  ravvivarlo,  e  iu  quc 


YEN 

silenzio  inviolato  l'unico  suono  rlie  gli 
giungesse,  ed  a  stento,  all'  oieccliio,  era 
quello  della  voga  del  gondoliere,  che 
tragittava  per  il  vicino  canale,  e  il  fre» 
mito  de'niarosi  quaudu  nella  furia  tlella 
bufera  irati  cozzavano  i  venti.  Passa* 
vano  intanto  i  giorni. passavano  gli  anni. 
Ignari  del  destino  di  lui,  gli  orfanelli  H- 
gliuolini  colla  vedova  madre  piangevanlo 
come  estinto,  e  pace  gli  pregavano;  ma 
egli  ,  die  a  colmo  della  sciagura  avea 
pur  sempre  innanzi  agli  occhi  la  cara 
ioimagine  della  donna  e  de  figli ,  traeva 
ancora  una  vita  ben  più  di  morte  peg- 
giore, e  incanutiva  nella  miseria.  \  e- 
donsi  di  panconi  grossi  di  larice  intavola* 
te  quelle  segrete  (sussistono  ancora  due 
pezzi  di  marmo  a  uso  di  letto  col  tavo- 
lato), alle,  lunghe  e  larghe  quanto  il  bi- 
sogno, e  lòrse  più.,  e  sulle  pareti  scorgon- 
si  non  poche  iscrizioni  (cui  riporta  lo  sles- 
so accurato  cav.  Mutinelii),  parte  falle 
colla  matita,  o  col  carbone,  parte  incìse 
con  qualche  ferro.  La  più  antica  data  è 
del  1576,  la  meno  del  lygS.  Consisto- 
no in  nomi  e  cognomi,  e  patria,  de'delin* 
quenti;  talune  con  sentenze  in  versi  di  gra- 
vi avvertimenti  pel  vivere.  Uno  scrisse, 
starvi  a  tutto  torlo;  altro  postovi  ingiu- 
stissimamente.Tali  iscrizioni  non  escludo- 
no l'idea,  che  al  prigioniero  si  concedesse 
talvolta  il  suffragio  d'una  lampada.  Pur 
quella  carcere,  la  più  rigorosa  fra  tulle, 
era  certamente  milissima  in  ragiont:  de 
tempi,  e  in  coiifionto  di  quelle  degli  altri 
stali  italiani.  Certo  più  nule,  e  ben  diver- 
sa dalla  Torre  degli  Anziani  di  Pisa,  da 
quella  di  Baradello,  e  da  quante  altre 
sotterranee  segrete  aveanvì  allora  entro 
le  n)uia  scellerate  de'  castelli  di  coloio 
che  da  tiranni  straziavano  l' Italia.  Più 
mite  del  carcere  di  Bunivardo  situato 
sotto  r  acque  del  Lemano,  che  più  spa- 
ventoso del  vero  nella  sua  Prigione  di 
Chillon  descrisse  Dyron;  mentre  tale  pri- 
gione di  Chillon  sopraslava  alle  onde, 
che  Simond  nel  suo  Viaggio  in  S\>izze- 
ra,  avea  amalo  che  piuttosto  stala  fosse 


YEN  22<) 

sotto  il  lago.  Era  essa  di  fatto  ben  lon- 
tana dall'  orridezza  u  uu  carcere ,  che 
n  Messina,  fior  di  città,  usavasi  ancora 
nel  12.°  anno  del  corrente  secolo  ,  che 
tulio  all'intorno  circondato  essendo  dal- 
le acque,  e  da  suolo  aspro  di  sassi,  era 
poi  cos'i  basso  e  sii  etto,  che  i  piigiouieri 
né  slare  in  piedi,  uè  giacere  alla  distesa 
potevano.  Dicasi  pertanto  che  in  fama  di 
crudeltà  ed  orrore  le  veneziane  prigioni 
de'  Piombi  e  deTo:z/  salirono  per  opera 
solo  di  quegli  uomini,  i  quali  da  più  an- 
ni co'paliboli,  colle  mannaie  e  colla  mor- 
te addimesticatisi,  nel  1 797  s'insignoriro- 
no dell'  inerme  e  già  tradita  Venezia,  e 
un  vessillo  bellaido  piantandovi  di  sedi- 
cente libertà  e  d'  uguaglianza,  osarono, 
dimentichi  dell'  uccisioni  loro  di  Versa- 
glia,  de'Carmelilani,  dell'Abbadia  e  degli 
annegamenti  di  INantes,  e  ciechi  tanto 
da  non  veder  se  stessi  che  tutti  andava- 
no sanguinosi,  e  di  scelleratissime  ope- 
re contaminali,  osarono  rinfacciare  alla 
vecchia  repubblica,  la  quale  già  più  non 
era,  crimini  esecrandi,  e  senza  sceve- 
rar tempi  da  tempi,  di  tirannide  e  di 
barbarie  accagionarla.  Alcuni  veneziani, 
o  perchè  parteggiassero  co'nuovi  venuti, 
o  perchè  da  loro  le  molte  e  grandi  cose 
sperassero,  eco  facevano  all'ingiuste  ac- 
cusazioni,  ed  a'P/owiii  ed  a'Pozzi  accor- 
rendo, ne  atterravano  gli  usci,  le  segre- 
te niancmeltevanOj  ogni  canto  più  re- 
condilo ne  guastavano,ed  abbenchè  vitti- 
me, carcami  e  tormenti  non  vi  trovasse- 
ro, pure  per  estremo  di  rabbia  vi  afKg- 
gevano,  odiafiìggervi  intendevano,  que- 
sto soprascritlo;  =z=  Prigioni  della  bar- 
barie aristocratica  triumvùale  demolite 
dalla  Municipalità  provvisoria  di  Vene- 
zia, l'anno  1."  della  libertà  italiana.  ::=::; 
Anche  nel  celebre  racconto  storico  scritto 
dall'aurea  penna  del  p.  A.  Bresciani,  C- 
haldo  ed  Irene,  vi  è  un  paragrafo  inti- 
tolato: /  Pozzi  del  Palazzo  Ducale,  e 
poiché  riguarda  più  propriamente  la  ca- 
duta della  repubblica,  più  avanti  ne  fa- 
lò parola,  cioè  nel  ilue  del  §  XIX.  — 


23o  V  E  i\ 

Tuiiiniido  ndesso  ul  nostro  proposito,  le 
piil>l>lii'lie  piìgìoni  stavano  sotto  il  pa- 
l;èZ7(>  (lucilie,  iuli'  anj^olo  verso  il  ponte 
tleila  Paglia,  ma  dopo  1'  incendio  avve- 
iiulo  nel  palazzo  neli577,  ^*'C"<Jt)  il  go- 
verno slivbililo  di  trasferirle  di  là  dal  nvo 
che  scorre  lungo  esso  [ìalazzo,  nel  iSHg 
coaiiuciò  a  fabbricarle  dove  tuttora  so- 
no e  descrissi  nel  §  XII,  n.  i,  congiun- 
ijendole  al  palazzo  col  Ponte  dt  Sospi- 
ri, |)onle  coperto  che  accavalca  il  rivo, 
mirabile  per  la  sua  ardila,  soliilissiaia 
e  ornala  marmorea  costruzione  ali'  ele- 
vala altezza  dell'ultimo  piano  delle  pri- 
gioni medesime.  Internamente  è  diviso 
tla  due  corridoi  con  separati  ingressi. Es- 
so fu  sempre  nominalo,  d'allora  io  poi,  il 
Ponte  (le  So''plri,  perchè  griucol[)ati  ed 
i  rei  erano  per  tal  ponte  condotti  sospi- 
lamio  od  a  cosliluirsi  o  ad  udire  la  io- 
io  seuleoza.  Quivi  cpiell' alto  e  strano 
ingegno  del  IJyron  scrisse  una  parte  de' 
suoi  versi  co'  quali  compose  il  4-°  Can- 
io del  suo  Pdle.grinn^gio.  Mentre  poi 
delle  prigioni  venete  dovrò  parlar  nuo- 
vamente ne'  luoghi  citati,  a  difesa  del 
saggio  governo  della  nobilissima  repub- 
l)lica  ;  noterò  col  Corner,  che  aventlo  nel 
secolo  Xlll  il  doge  Pietro  Ziani  eretto 
nel  palazzo  ducale  la  cappella  di  s.  iNi- 
«:olò,  fu  in  seguito  ilecorata  di  spiritua- 
]i  indulgenze  da  Urbano  V,  a  favore 
«Ji  chi  vigilandola  avesse  souiuiinislralu 
limosine  in  soccorso  de  carcerati  custo- 
diti nel  inedesiuio  palazzo  ducale.  Ma 
basti  di  queste  tetre  memorie,  e  tornia- 
mo a  ricreare  lo  spirilo  con  quelle  del- 
l'arti belle  e  delle  scienze. 

3.  La  Sala  del  maggior  Consiglio, 
lira  Biblioteca  Marciana  tanlo  rinomala 
(lunga  piedi  veneti  i  54  e  larga  ^4?  "^"^ 
conc(jrreva  chiunque  aveva  veste  palri- 
7Ìa,  e  ove  si  eleggevano  i  magistrati,  e  si 
thspensavano  gli  ullizi),  è  d'una  ricchezza 
ihe  sorprende  insino  dal  [)rimo  ingresso. 
Divenne  biblioteca  e  museo  nei  len)|)odel 
legno  d'ilalia.  E  ricca  tli  oltre  loo,000 
volumi,  e  di  5oou  e  più  codici  e  mss. 


VEiV 

greci,  latini,  italiani  ed  orientali;  di  che  le 
si  reseio  benemeriti  ,  oltre  i  fondi  tlello 
stato  pe'moderni  accpusli  d'incremento, 
il  celebre  cardinal  liessarione,  e  i  patrizi 
Farsetti,  Giustiniani,  Ilecanati  ,  Zulian 
iSani,  IMolin,  ed  eziandio   il   suo  illustri 
bibliotecario  Jacopo  Morelli  prete  ven( 
lo,  denominato  \\  principe  de  biblioteca 
ri  come  eccellente  bibliografo,  e  di  cui  at 
biamo  :  Della  pubblica  Libreria  di 
Marco  in  Venezia,  dissertazione  stori 
ca,  Venezia  lyyS,  presso  Antonio  Zalti 
Egli  parla  della  biblioteca  primaria  di  V< 
nezia  detta  di  s.  Marco  e  perciò  Marcili 
na,  quando  stava  nell'edifìzio  suo  che  diri 
poi,  e  da  dove  nel  i  8  (2  fu  trasferita  nel 
le  stanze  ducali,  di  cui  vado  discorrendo 
La  dissertazione,  piena  di  bella  erudizi^ 
ne,  fa  mostra  della  molta  diligenza  usut 
dall'autore  nello  svolgerne  accuralamei 
te   l'origine  ed  i  progressi  ;  rimarcand( 
che  per  la  rarità  ile'codici  suoi,  è  una  tra  le 
celeberrime  d'Europa,  il  grande  aretino 
Petrarca,  ristoratore  delle  belle  lettere  la- 
tine e  italiane,  come  del  buon  gusto  (ih 
loijico,  l'incominciò  neh  36o  colla  dona 
zione  da  lui  fatta  alla  re[)ubblica    vent 
la  di  tutti  ì  suoi  preziosi  libri,  sebbei^ 
tale  generosa  disposizione  per  van  igne 
li  accidenti  non  ebbe  luogo  che  in  una  m| 
nima  parte.  Laonde  al  dottissimo  grec 
cardinal  Bessarione  (che  in  tanti  luoghT' 
celebrai),  si  deve  propriamente  la   lode 
d  esserne  stalo  il  fondatore;  mentre  altri 
ne  limitano  la  gloria  ad  averla   notabil- 
mente  aumentata  nel  i46o,  ed  altri  sog- 
giungono che  nel  i46B  le  donò  pure  <)oo 
codici  greci  in  nome  di  Giovanni  Paleo- 
logo.  Allerma  il  Morelli,  che  il  cardinale 
le  donò  I'  ampia  escelliasima  raccolta  di 
libri  e  di  ms>.  hommamenle  loriche  posse- 
deva, per  essere  la  portentosa  arte  della 
stampa  da  poco  tempo  inventala.  A  dispor- 
li in  buon  ordine  fu  invitato  nel  seguente 
.secolo  dal  senato  il  Sansovino,  ed  egli  die' 
il  disc'iino  del  celebre  edilizio  che  la  custo- 

D 

di  sino  agli  accennali  primi  anni  del  secolo 
corrente,  per  servire  di  pubblica bibiiolc- 


I 


YEN 

ca.  Mollo  fti  aniccliila  in  seguilo  di  codi- 
ci aulicamente  apparleneiili  alla  bibliote- 
ca d'Aquiieia,  e  ili  altri  pezzi  mollo  rari, 
raccolti  e  procurali  ila  varie  parli.  Dell'an- 
tichissiiuo  codice  ilei  Vangelo  di  s.  Mar- 
co ,  spetlaule  olla  delta  chiesa   Aipiile- 
iese,  poi  riposto  in  questa  biblioteca,  dis- 
si alcune  parole  nel  voi.  LXXXII,  p.  106, 
e  ne  dovrò  ri|)nrlaie  descrivendo  il  Teso- 
io  di  s.  Marco  ove  trovasi.  A  motivo  della 
topografica  posizionedella  vecchia  biblio- 
teca, si  deve  compiangere  colla  rovina  di 
delloEvangelariojla  grave  perdila  di  mol- 
tis5Ìn)i  codici,  guasti  o  corrotti  [)er  l'umi- 
dità derivante  dalle  lagone.   Per  ultimo 
il  Morelli  riferisce  la  serie  de'bdjlioiecari 
e  de'custodi  della  biblioteca  di  s.  Marco, 
poiché  egli  allora   u' era  custode,  spet- 
tando per  le  leggi  repubblicane  1' ullirio 
di  bibliotecario   ad   un   patrizio   veneto. 
Imparo  ilalcav.E.  A.  Cicogna:  Cenni  bio' 
grafici  intorno  mg."  can.  Pietro  Dctlio  hi- 
blìolccarìo  della  Marciana  ce.,  Venezia 
1846  disila  tipografia  di  Giuseppe  Moli- 
nari  ;  che  morto  il  chiarissimo  ab.  Mo' 
relli  nel  18  19,  colla  fama  d'aver  pochis- 
simi pari  in  Europa  nella  profonda  eru- 
dizione, il  veneto  Belilo  da  vice-bibliole- 
cario  fuad  essosostituilo.  IN'e  celebra  [)rin- 
cipalmenle  il  talento,  la  cortesia  verso  i 
dotti,   l'assiduità,  lo  zelo,  e  l'amore  [)er  la 
pubblica  birreria;  ed  essendo  stalo  sino  dal 
1794   assistente  del  Morelb.con  lui  soifrì 
iiuuienso  cordoglio  allorquando  nel  1 797 
dovette  consegnare  a'commissari  francesi 
i  codici  e  l'edizioni  più  rare  della  Marcia- 
ua,  quindi  col  medesimo  divise  la  gioia,  al- 
lorcliè  nel  181  5  per  niuuificeuza  dell'im- 
peratore Francesco  I,  le  furono  restitui- 
ti; e  quando  per  superiore  ordinamento 
si  airicclù  la  biblioteca  collo  spoglio  delle 
hbrerie  spellanti  alle  so|)presse  corpora- 
ziuui  ecclesiastiche.  Già  sotto  il  governo 
Italico  egli  erasi  reso  benemerito  nel  le- 
>are  la  biblioteca  dall'antico  sito,  e  tra- 
sportarla in  questo,  oltre  il  catalogo  esat- 
tissimo di  tulli  i  libi  i  a  Seconda  dcli'or- 
duie  divciso  iu  cui  furouu  dispusli.  Pro- 


YEN  23 1 

cuiò  la  conservazione  e  l'aumento  della 
biblioteca,  anche  colle  numerose  colle- 
zioni dell'encomiato  Morelli,  oltie  i  da 
lui  donali,  della   Zeniana  ,  della   Dome- 
nicana, di  quella  squisita  diGirolaiuoCou- 
tarini,  cav.  del  Toson  d'oro,  e  di  piti  al- 
tre, inclusi vamente  alle  collezioni  di  u)e- 
daglie.  Basti  il  dire,  che  all'epoca  del  tra- 
sporlo nel  1812  la  biblioteca  si  compo- 
neva di  {)oco  piìx  di  42,000  voluuìi.ed 
alla  sua  morteascese  alla  suddetta  ciira,  la 
quale  si  è  ora  acci  esciula  di  oltre  20,000 
volumi.  Al  Belilo  si  deve  nel  1821  che  il 
provvido  governo  allontanasse  dal  palazzo 
ducale  gli  ufllzi  giudiziari  e  amministrati- 
vi, sia  per  preservare  questo  meraviglioso 
monunienloileirartedal  troppo  freipien- 
te  pericolo  degl'incendi  ;  sia  perchè  fosse 
tutto  consagralo  alle  scienze,  alle  lettere, 
alle  arti  belle.  Perciò  per  lui  si  destinaro- 
no varie  stanze  al  museo  archeologico  del- 
la Marciana.  Gli  successe  meritamente  il 
eh.  vice-bibliotecario  ab.  Giuseppe    D. 
Valenlinelli ,  che  alla  colHwa  nelle  belle 
lettere  e  all'esercizio  di  piìi  lingue,  unisce 
somma  erudizione,  e  non  minore  la  cor- 
tesia. Mi  pregio  professargli  osservanza,  e 
d'aver  fallo  menzione  onorevole  d'alcune 
sue  letterarie  produzioni,  all'occasione.  Il 
cav.  Cicogna  riporta   1' elenco  dell' ope- 
re pubblicate  dal  Betlio,  con  sue  dedi- 
catorie, o  prefazioni  od  annotazioni.   Mi 
piace   faie   ricoido  d' alcune  che  hanno 
più  rapporto  a  quest'articolo.  Orazione 
7iell'esc(juie  dell'  ab.  Giacomo  3Jorclli 
bibliotecario  della  Marciana,  Venezia 
tipografia  Alviso|)oli  iSìq.  Epigra fc  la- 
tina funebre  al  Morelli^  '  "^  '  9'  l'il^orno  a' 
Diarii  Veneti  scritti  da  Marino  Sanato 
il  giovane.  Documenti,  Venezia  pel  Pi- 
cotti  1827.  Memorie  storico  civili  sopra 
le  successive  forme  del  governo  de'  l't- 
neziani ,  opera  postuma  di  Sebastiano 
Crolla  ,   Venezia    tipografia    Alvisopoli 
1818.  Commentarii  della  guerra  di  Fer- 
rara tra  li  Veneziani  ed  il  duca  Ercole 
I d'Este nel  1 482  di  Maria  Sanato,  Ve- 
ueziu  pel  PicoUii  829.  Del  Palazzo  Da- 


232  VEN 

cale  di  Venezia,  lettera  Jixrorxii'a,  Ve- 
nezia tipografia  Alvisopoli  iSSy.  Lettera 
di  Francesco  Sansovino  intorno  al  Pa' 
lazzo  Ducale,  ripubblicata  con  illustra' 
zioni,  Venezia  1829.  Tra  le  cose  lros[)or- 
tale  nel  maggio  i8ii  in  questa   biblio- 
teca tla  quella  camaldolese    di    s.  Mi- 
chele dì  Murano,  di  cui  farò  parola  nel 
§  XVIII,  n.    18,  con  analoghe  nozioni, 
devo  fare  ricordo  del  famoso  Mappa- 
mondo disegnato  verso  la  mela  del  XV 
secolo  dal  veneto  fr.  Mauro  camaldolese 
di  s.  Michele  di  Murano  e  cosmografo  in- 
comparabile, di  cui  si  ha:  fi  Mappamon- 
do di  Fra  Mauro  cauialdolcse  descritto 
ed  illustrato  da  d.  Placido  Zurla  dello 
stess' ordine,  Yenezìa  1806,  colla  meda- 
glia in  di  lui  onore  coniata  e  l'abbozzo  del 
Mappamondo.  —  Questa  insigne  biblio- 
teca contiene  ancora  un  museo  con  parec- 
chi preziosi  oggetti  d'arte  e  d'antiquaria. 
Se  ne  resero  benemeriti  due  Grimani,  uno 
cardinale  e  l'altro  patriarca  d'Àquileia,  il 
procuratore  Conlarini  e  il  ricordato  Zu- 
lian.Le  cose  più  pregevoli  sono:  i.°due  bas- 
sorilievi di  n)armopario  con  4  putliniclie 
tengono  lo  scettro  di  Giove  e  la  spada  di 
Marte;  lavoro  SI  antico  e  stupendojche  ven- 
ne attribuito  a  Fidia  od  a  Prasnitele:  2."  la 
Leda  ingannata  da  Giove  sotto  il  sembian- 
te di  Cigno:  3."  l'Apollo  citaredo:  /^°  la 
Cleopatra, statua  conservatissima  di  greco 
lavoro:  5.°  la  statua  di  Castore:  6."  il  grup- 
po di  Fauno  e  Bacco  :  7.°  la  Venere  Or- 
tense: 8.°  il  Gladiatore  inoiiboudo:  9.°  il 
Ganimede  pendente  in  aria  dagli  artigli 
dell'  Aquila.  Vi  sono  altre  cose  d'inllnilo 
pregio,  medaglie  ,  cammei  ec:  l' insigne 
cammeo  del  Giove  Egioco  fu  trasportato 
a  Parigi,  e  poi  restituito  alla  biblioteca.  I 
quadri  storici  che  adornano  la  sala  del  mu- 
seo della  Marciana, esprimono  le  seguen- 
licose.  Offre  il  i.°  Alessandro  III  ricono- 
sciuto dal  doge  Ziafii  e  dalla  Signoria  nel 
convento  della  Carità  :  opera  degli  eredi 
di  Paolo  ,  i  quali  condussero  eziandio  il 
vicino  quadro  collo  slesso  Papa  e  il  Do- 
ge, che  cuDgedauo  gli  atubascialort ,  cui 


VEN 

mandano  a  Federico  I.  Sopra  la  finesfn 
il  Papa,  che  dà  il  corno  o  berretto  duca] 
le  al  doge,  è  di  L.  Bassano.  Il  quadro  e* 
gli  ambasciatori  che  si  presentano  a  FeJ 
derico  I  in  Pavia,  è  di  J.  Tintorello.  L'alj 
tro  col  Papa  che  dà  il  bastone  al  doge 
quando  s'imbarca  per  comandare  la  flot| 
la,  è  di  Francesco  Bassano.  Sopra  la  portai 
il  Doge  che  parte  benedetto  dal  Papa,  è  di 
Paolo  Fiammingo.  Ottone  figlio  di  Fedej 
rico  I,  fatto  prigione  da'veueli,  è  di  Do-j 
menico  Robusti  come  il  padre  cognomi- 
nato Tintorelto.  Sopra  la  porla  Oltoii< 
presentato  al  Papa  dal  doge,  è  d'Andrea 
Vicentino.  Ottone  rimandatoalpadreac-ì 
ciocché  ne  tratti  la  pace,  èdel  Palma  gio- 
vine. Federico  I  che  si  presenta  al  Papa,  ' 
opera  copiosa  e  bella  di  Zuccaro.  Sopri 
la  porta  l'arrivo  del  Papa,  dell' Impera- 
tore e  del  Doge  ad  Ancona,  è  del  Gain^ 
baratto.  Il  Papa  che  fa  doni  al  doge  in  sJ 
Pietro  di  Roma  ,  è  di  Giulio  dal  MoroJ 
Tra  le  due  finestre,  che  hanno  al  di  soi 
pra  figure  allegoriche  di  Marco  Vecellio^ 
il  ritorno  del  doge  Conlarini ,  vincitori 
de'  genovesi,  è  opera  che  Paolo  condussi 
negli  ultimi  suoi  anni,  ma  con  calore 
sapore  di  colorito.  Baldovino  I  coronate 
imperatore  dal  doge  Dandolo  a  Costanlij 
nopoli,  è  dell'Alieuse.  Baldovino  I  elelK 
imperatore  in  s.  Soda,  è  di  Andrea  Vi-j 
cenlino.  Sopra  la  finestra  le  due  figuj 
re  simboliche,  di  Marco  Vecellio  ;  doj 
pò  la  finestra,  Costantinopoli  presa  U 
1*  volta  da'veneli,  è  di  Andrea  Vicenti- 
no. Costantinopoli  presa  lai.* volta  da'v« 
Deli,  del  Palma  giovine.  Dopo  le  figuri 
allegoriche  dell'Aliense  sopra  le  finestre 
è  del  ricordato  Vicentino,  Alessio  che  iuj 
voca  la  protezione  de'  veneti  a  favore 
suo  padre  Isacco  imperatore  greco.  Hrej 
sa  di  Zara  di  D.  Tintorelto.  Assalto  dell^ 
slessa  di  A.  Vicentino.  Dopo  le  altre  figu- 
re allegoriche  dell'Aliense  sopra  la  fine- 
stra. Lega  del  doge  Dandolo  con  i  cro- 
cesignati,del  Le  Clerc.  Nella  parete  so- 
pra il  Irono  il  Paradiso  ;  opera  senil 
le  di  J.  Tiulorello,  uè  mostra  il  geui^ 


VEN 

fecondo  e  gt-ande ,  ad  onta  de'  i  imafchi 
di  confusione  e  di  troppa  sìiumelria. Il  fre- 
gio all'in  torno  ha  r  il  l'atti  di  dogi  di  J.  Tin- 
toretto.  Ed  era  grande  Iezione,che  ove  do- 
veasi  li  ovaie  il  riltaltu  del  doge  Falier,  si 
leggesse  invece:  Locus  Marini  Falelhri 
decapitali  prò  criìninibus.  Il  magnìfico 
sùilìlto  è  tesoro  di  dipinti,  in  3  comparti 
di  quadri.  I  due  ottagoni,  vicini  alle  por- 
te, colla  presa  di  Smirne  e  di  Scutaii,  so- 
no opere  stupende  di  Paolo,  che  mostrò 
soprattutto  il  grande  ingegno,  unito  a  pa- 
ri spirilo.nell'ovaledi  mezzo  con  Venezia 
fra  le  nubi  in  lutto  lo  aspetto  di  sua  digni- 
tà. I  due  seguenti  co'veneti  vincitori  sì  del 
duca  di  Ferrara,  al  quale  bruciano  alcune 
torri,  s\  del  duca  Filippo  M."  Visconti,  già 
valicato  il  Fo,  sono  di  F.  Bassano.  J.  Tin- 
luretlo  ivi  dipinse  Vittorio  Soranzu  che 
vince  il  principe  d'Esle,  e  Stefano  Con- 
larini   vincitore  sul  lago  di  Garda.   In- 
oltre Tintoretto  dipinse  nel  mezzo  il  (|ua- 
dro  quadrilungo  con  Venezia  fra  deità,  e 
il  doge  Da  Ponte  con  senatori, il  quale  ri- 
ceve  vassallaggio  dalle  città.  Neil'  uttinio 
ovato  il  Palma  giovine  rappresentò  Ve- 
nezia tra  le  Virtù:  bell'opera  che  mo- 
stra il  grande  studio  che  il  pittore  ha  fat- 
to del  vero.  Tacendo  de'chiaroscuri  con 
fatti  illustri  di  veneti,   che  1'  osservare  è 
fatica,  si  alzi  1'  occhio  a  6  quadri  a'  lati 
del  grande  ottagono.  Ne'due  primi  Tin- 
torello  rappresentò  gli  aragonesi  viuti  da 
Jacopo  Marcello,  e  Brescia  difesa  dnFran- 
cesco  Barbaro:  ne'due  seguenti  F.  Bas- 
sano espresse  la  rotta  che  il  Cornaro  e 
Bartolomeo  d'  Àlviano  diedero  agli  ale- 
manni, e  quella  che  il  Barbaro  ed  il  Car- 
magnola diedero  al  Visconti:  i  due  estre- 
mi sono  del  Palma  giovine;  l'uno  con  Pa- 
dova accortamente  acquistata  dal  Grilli 
e  dal  Diedo:  l'altro  colla  presa  di  Cremo- 
na, fatta  dal  Bembo;  pittura  ripiena  di 
genio   e  magistero.  —  Per  un  andito, 
decorato  dal  busto  dell'imperatore  Fran- 
cesco   I,  e  dalle  slampe  colle  battaglie 
di  LeBrun,  il  cui  soflitlo  in  3  compar- 
ii è  del  Ballini,  si  passa  alla  Sala  liello 


VEN  a33 

Scrutinio,  dove  il  senato  eleggeva  ad  al- 
cuni uffìzi,  sala  aggiunta  anni  addietro 
alla  biblioteca.  Alla  destra  il  Vicenti- 
no dipinse,  si  Venezia  stretta  d'  asse- 
dio da  Pipino  re  dltalia,  s"i  questo  scon- 
fìtto nel  Canale  Orfano:  Peranda  ,  il  ca- 
liffo d'Egitto  fugato;  l'Aliense,  Tiro  supe- 
rata; Marco  Vecellio,  il  re  di  Sicilia  Rug- 
gero vinto  da'veneziani.  Nel  prospetto,  il 
Palma  giovine  offerse  il  Giudizio  finale, 
opera  lodata  pel  disegno  e  forza  e  modo 
di  colorire^  forse  un  po'lroppo  affastella- 
la. Le  superiori  figul'e  de'Profeti  sono  del 
Vicentino.  Alla  parte  sinistra  Tinlorello 
rappresentò  la  presa  di  Zara,  con  sì  ric- 
ca fantasia  che  qui  lo  diresti  l'Ariosto  del- 
la pittura  ;  dopo  la  finestra  è  la  vittoria 
alle  Curzolari^  opera  dì  grande  effetto.  Il 
Bellotto,  la  demolizione  di  Margarìtiiio;e 
il  Liberi,  la  vittoria  a'Dardauelli.  La  fac- 
ciata della  porta  è  un  monumenlo  al  do- 
ge Morosini  il  Peloponnesiaco.  I  dipinti 
allegorici  sono  della  miglior  maniera  del 
Lazzarini.  Nel  fregio  viene  continuata  la 
serie  de'dogi  con  ritratti  di  vari  pennelli. 
11  soffitto,  nel  comparto  di  mezzo,  inco- 
minciando dalla  porta,  offre  i  pisani  rotti 
da'veneli  a  Rodi,  opera  del  Vicentino:  se- 
guono i  genovesi  vinti  ad  Acri,  del  Mon- 
temezzano;  la  vittoria  del  Gradenigo  e  del 
Dandolo  a  Trapani,  del  Ballini;  Gaffa  con- 
quistala dal  Soranzo,  di  Giulio  dal  Moro; 
Padova  presa  di  notte,  di  F.  Bassano.  Le 
Virtù  ed  i  fregi  sono  di  buoni  pennellij  ma 
l'occhio  si  stancherebbe  volendoli  osser- 
vare parlitamente.  —  Nella  Stanza  del 
bibliotecario  della  Marciana  il  moder- 
no soffitto  è  condotto  con  ogni  splendo- 
re di  ricchezza,  e  vi  si  collocò  una  de- 
gna opera  di  Paolo  con  V  Adorazione 
de'  Magi.  —  La  Sala  dello  Scudo  è 
così  della  poiché  in  nobile  scudo  avea- 
vi  lo  stemma  del  doge  che  viveva.  E 
coperta  di  grandi  carte  geografiche,  le 
quali  rammentano  i  paesi  che  i  teneli  o 
scopersero  o  visitarono  lontanissimi. Que- 
ste carte  furono  lavorale  nel  passato  sé' 
culo  dall' ab.  Griseliui,  il  quale  vi  leu- 
)6 


•234  V  E  IV 

ne  dielro  all' antiche  logore  dal  tempo. 
Vi  ebbe  chi  ne  fece  censura,  ina  l' illu- 
stre cardinal  Zurla  ne  pigliò  giusta  dife- 
sa  nell'opera  òe  Vinggialori  veneziani. 
—  La  stanza  che  dava  una  volta  ingresso 
alla  sala  che  dicesi  àiì  Danchelli ,i\ccon\e 
luogo  ove  i  dogi  davano  banchetto  in  de* 
terminati  giorni  solenni,ha  una  bell'opera 
di  J.  Tintoretto  nel  ritrailo  d'Enrico  111 
re  di  Francia;  ed  altra  buon'opera  di  Bo- 
nifazio, nell'Adorazione  de'Magi.  La  sa- 
la però  de'Danchetti  fa  parte  oggi  del  pa- 
lazzo patriarcale,  hhh'ìamo^  Notizie  s lo- 
riche dellafabbrica  del  Palazzo  Duca- 
le e  de'  suoi  archilelti,  raccolte  e  pub- 
blicate dal  eh.  ab.  Giuseppe  Cadorin. 
E  qui  fo  avvertenza  a  que' pochi  che  l'i- 
gnorassero, che  la  celebre  r.  accademia 
delle  belle  arti  di  Venezia,  nel  1818  pub- 
blicò una  collezione  delle  più  applaudite 
fabbriche  della  cittìi,misurate,  illustrate  e 
intagliate,equal  monumento  specioso  del- 
le domestiche  glorie  ne  trascelse  il  più  bel 
fiore.  Era  ben  giusto  che  queste  bellezze 
nell'angustie  ristrette  de'patrii  recinti,ea' 
voti  sottraile  dell'erudita  impazienza, non 
dovessero  più  a  lungo  restare  ignote  al  lon- 
tano, ed  essere  soltanto  il  premio  di  pere- 
grinazioni assai  lunghe,  sempre  impossi- 
bili a  chi  non  ha  il  bene  della  più  lauta  for- 
tuna,tal  volta  pur  impossibili  a  coloro  stes- 
si che  abbondano  della  maggior  agiatez- 
za. Venuti  meno  gli  esemplari  della  splen- 
dida collezione,  surse  ben  presto  viva  la 
brama  che  si  ripoducesse  con  novelle  e 
più  ragguardevoli  giunte  onde  renderla 
più  ricca  e  più  utile  della  i.',  e  altresì  più 
secondo  la  mente  degli  artisti  e  studiosi, 
tanto  col  corredo  di  nuove  tavole,  quanto 
con  più  ampiee  chiare  illustrazioni.  Que- 
sto merito  è  dovuto  al  genio  operoso,  al 
caldo  amore  alle  buone  arti  e  alla  terra 
natale,  un  tempo  celebratissima  sede  del 
suo  principato,  del  cav.  Giuseppe  Anlo- 
nelli;  il  quale  si  accinse  all'impresa  per 
dare  altresì  un  altro  saggio  della  patria 
grandezza, poiché  per  essa  intraprese  pure 
altre  ttiagnifiche  e  preziose  pubblicazioni. 


VEN 

L'opera  dunque  nobilissima  che  può  sop* 
perire  a'iontani  per  gustare  tanti  emìneii 
ti  pregi  artislici  è  intitolata  :  Le  fabhi  iclii 
e  i  monumenti  cospicui  di  Venezia,  il 
lustratida  Leopoldo  Cico^nara,daA n 
Ionio  Dicdo  e  da  Giannantonio  Selva 
Seconda  edizione  connotahìU aggiunte i 
«o/e(del  eh.  dotto  ed  eruditissimo  Fran 
Cesco  Zanollo,  scrittore  savio  e  religioi 
so),  Venezia  co'lipi  di  Giuseppe  Autonel 
li  editore  premiato  della  medaglia  d'on 
i838.  Adesso,  dallo  slesso  Autonelli,si 
compiuta  la  terza  edizione,  con  nuove  la 
vole  e  nuove  amplissiuje  aggiuule  del  ri 
cordalo  Zanollo.  Cos'i  senza  potersi  bear 
aVenezia  cogli  originali, può  ognuno  co 
pensarsi,  istruirsi  e  deliziarsi,  con  goder 
ledolte  descrizioni, e  ammirarne  i  precisi 
prospetti,  gli  spaccati,  le  piante,  gli  ornati 
lutti,  espressi  con  eleganti  incisioni  da  va- 
lenti artisti,  di  cui  abbonda  Venezia.  Ma 
possedere  l'opera  classica  e  non  poterse- 
ne che  per  poco  giovare,  tranne  per  la 
basilica  di  s.  Marco  ,  principali  chiese  e 
altri  edilizi,  è  per  me  un'  angustia,  uo 
violenza  inesprimibile:  tale  è  la  mia  coi 
dizione,  per  mancanza  di  spazio,  dovent 
limitarmi  a  sfuggevoli  cenni.  Qoesl'opei 
insigne  qualifica  il  palazzo  ducale,  unod 
più  gran  monumenti  architettonici  del  s 
colo  XIV,  riccliissimo  per  la  sua  mole 
pe'suoi  ornamenti,  cospicuo  pel  luogo 
cui  fu  edificato  grandiosamente,  il  piùb 
lo  della  città.  Ivi  torreggia  sembrando  1 
gncreggiare  la  laguna  e  la  città  stessa, ( 
impone  a  tal  segno  perla  dignilàdellasua 
mole,  che  quantunque  ricche  sieno  e  ma- 
gnifiche le  fabbriche  che  lo  circondano, 
mantienesovr'esse  una  specie  di  dominio, 
e  pare  proleggerle  alla  propria  ombra. 
Questo  vasto  edilizio  coll'alterna  varietà 
di  colore  nelle  pietre  da  cui  è  incrostato, 
produce  gralissimo  effetto,  togliendo  tut- 
to il  pesante  e  il  monotono  d'una  massa 
tanto  elevata  ed  estesa.  Famosissimo  per 
avervi  accolta  la  veneta  signoria  durante 
il  famigerato  e  brillante  periodo  di  tanti 
secoli,  mutalo  destino,  accoglie  pur  oggi- 


I 


YEN 

iVì  ciò  che  di  più  qualificato  e  preiifiso  ap 
nnrtiene  a  Venezia.  Oltre  nlT  essere  tle- 
stitialo  a  conserverò  nonsolanieiile  i  mo 
TiiiiDeuli  (Iella  scultiirii  e  della  pittura  ve- 
neziana nelle  pareti  e  nelle  vòlte,  racco- 
glie sotto  il  suo  tetto  preziosi  inu^ei  d'an- 
ticliitù,  e  la  insigne  biblioteca  Marciana, 
per  le  quali  cose  è  stabilmente  provvisto 
nlla  sua  conservazione  ,  rimossa  ogni  te- 
ma di  ullerior  guasto  o  deperimento^ 

§in.  Edìfizio  della  Biblioteca  vecchia, 
ora  unito  al  Palazzo  Regio.  Zecca  e 
monete  venete. 

I .  Di  fronte  al  pul)bIico  palazzo,  vi  è  l*e- 
difìzio  della  vecchia  biblioteca  Marciana, 
fabbrica  nobilissima  e  opera  degli  archi- 
tetliSanso^ino  eSramo7ZÌ,da  quel  i  ."inco- 
minciata neh  536  e  destinata  per  collo- 
carvi la  biblioteca  di  s.  Marco,  che  come 
dissi  vi  rimase  custodita  fino  al  suo  traslo- 
camento  in  palazzo  ducale  nel  1812.  L'e- 
difizio  innalzasi  sulla  Piazzetta,  dirimpet- 
to al  tiello  palazzo  ducale,  con  una  fron- 
te che  tiene  sottoposto  un  |)orticodi  2  i  ar- 
chi, sì  interni,  sì  esterni,  con  isculluredel- 
l'Amanatijdel  Cattaneo, di  Pietro  da  Sa- 
lò e  di  altri  artefici;  avendo  di  3  archi  i 
lati  che  guardano  alla  Piazzetta  e  al  cam- 
panile l'uno,  e  l'altro  al  Molo  e  alle  la- 
cune, formanti  due  fronti.  La  facciata  è 
adorna  dì  due  ordini  dorico  e  ionico,  l'uno 
all'altro  sovrapposto,  porta  sulla  balau- 
strata che  r  incorona,  sopra  piedistalli, 
alcune  statue  di  buon  lavoro  de'  ricor- 
dali allievi  del  Sansovino.  Superiore  al- 
l'invidia  chiamollo  Pietro  Aretino,  e 
Palladio  disse  essere  questo  il  più  ricco 
ed  ornato  edifizio  che  forse  sia  stato  eretto 
dagli  antichi  finoa'suoi  tempi.  Due  Caria- 
tidi gigantesche,  scolpite  eccellenleiDfinle 
dal  Vittoria,  formano  gli  stipiti  della 
porla  di  mezzo  che  dà  ingresso  nlla  scala 
regia  em3gnifica,ornala  di  stucchi  delVil- 
loria  slesso,  e  di  pregiale  pitture  nel  vólto 
del  Franco  e  di  Battista  del  Moro;  per  la 
quale  si  asceude  alle  due  sale  che  l'edifì- 


V  E  N  235 

zio  contiene.  Lai.'o  vestibolo  fu  ordinata 
dallo  Scamozzi  per  collocarvi  il  museo 
di  statue  attinente  alla  biblioteca,  ed  ha 
nel  sofìitto,  fra  pregevoli  prospettive  de' 
fialplli  Rosa,  la  Sapienza,  lavoro  senile 
di  Tiziano.  Da  essa,  per  una  porta  ornala 
di  due  colonne  ioniche  di  verde  anti- 
co, si  passa  nella  sala  maggiore,  dove  cu- 
stodi vasi  la  biblioteca,  il  cui  sofìitto  a 
botte  pi'esenta  un  vero  capolavoro.  La 
sua  forma  concava  è  divisa  in  7  or- 
dini, ognuno  suddiviso  in  tre  ovali,  per- 
ciò con  2  i  comparti  di  pitture  sceltissi- 
me, legate  da  varie  e  gentili  bizzarrie 
di  Gio.  Ballista  Franco  (chiamato  pure 
Semolei  o  Sehnosci  o  Sermolei  come  ri- 
cavo da  Stefano  Ticozzi,  Dizionario  de- 
gli architetti,  scultori,  pittori,  intaglia' 
tori,  coniatori,  nuisaici.iti,  niellatori,  in' 
tarsiatoci  ec.,M\\ano  i83o).  Tale  fu  il 
prezioso  risultato  della  gara  di  9  tra'  più 
celebri  pittori  del  XVI  secolo.  Ne'  3  [)ri- 
nii  comparli,  incominciando  dalla  porta, 
Giulio  Licinio  romano  dipinse  la  Natu- 
ra dinanzi  a  Giove,  che  gli  chiede  virtù 
di  riprodiu'  sulla  terra  gli  esseri  da  esso 
Giove  creali  ;  la  Teologia  dinanzi  agli 
Dei  ,  mostrando  in  alto  ciò  che  ella  ope- 
ra col  mezzo  della  Fede  e  delle  altre  vir* 
tu  :  pensier  questo  veramente  strano;  la 
Filosofia  naturale  seduta  su!  mondo.  Nel 
2.°  ordine  Giuseppe  del  Salviati  rappre- 
sentò la  Virtù  che  non  cura  della  For- 
tuna ;  l'Arte  con  Mercurio  e  Plutone; 
la  Guerra,  bel  nudo,  con  altre  figure. 
Nel  3.°  ordine  Ballista  Franco  dipinse 
l'Agricoltura,  la  Caccia  e  la  Fatica  co' 
suoi  premi.  Nel  4-°  ordine  Giovanni  de 
Mio  espresse  la  Vigilia  e  la  Pazienza,  la 
Gloria  e  la  Felicità,  e  Bernardo  Strozzi 
detto  il  Prete  Genovese  la  Scultura.  Nel 
5."  ordine  Zelotti  figurò  1'  Amore  delle 
scienze  non  separato  dal  piacere  dell'Ar- 
ti, e  Alessandro  Varottari  detto  il  Pado- 
vanino  l'Astrologia.  Nel  6.°  ordine  Paolo 
Veronese  rappresentò  la  Musica,  la  Geo- 
metria, con  l'Aritmetica  e  l'Onore  di- 
vinizzato ;  opere  pi:£n}iale  a  preferenza 


236  V  E  N 

dell'  altre.  Neil'  ultimo  oicline  Andrea 
Schiavone  colori  la  Dignità  del  Sacerdo* 
zio,  la  Maestà  del  Principato  e  la  For- 
za dell'armi.  I  due  quadri  a' lati  della 
porta  SODO  di  Jacopo  Tintoretto.  Il  s. 
Marco  che  salva  un  saraceno  dal  nau- 
fragio, è  immaginoso,  non  senza  stra- 
vaganze: l'altro  col  Furto  del  corpo  di 
s.  Marco,  fu  troppo  tormentato  dal  tem< 
pò  e  dagli  uomini.  Le  due  Virtù  so- 
pra la  porla  sono  due  chiaroscuri  leg- 
giadrissimi  dì  Paolo.  Tra  le  finestre  so* 
no  dello  stesso  Tintoretto  le  figure  di  Fi- 
losofi, tranne  la  2.'  e  la  3.^,  le  quali  sono 
dello  Schiavone.  Di  faccia  alla  porta  so- 
no di  Paolo  i  due  Filosofi,  laterali  al  gran 
quadro  del  Moliuari,  con  David  che  dan- 
za intorno  l'Arca,  ricco  componimento  di- 
gnitoso e  di  bei  colorito.  Fmalmente  so- 
no del  Franco  i  due  Filosofi  laterali  al- 
l'altro gran  quadro  del  medesinio  Mo- 
liuari, con  Saulle  che  celebra  un  sa- 
grificio.  I  detti  quadri  delle  pareti  di 
questa  magnifica  sala,  stupendi  dipin- 
ti della  veneta  scuola,  furonvi  recati 
da  chiese  e  confraternite  della  città  ora 
soppresse.  L'edifìzio  della  vecchia  librerìa 
al  presente  è  unito  al  palazzo  regio,  for- 
mato dalle  Procuratie  nuove.  — Se  vero 
è,  come  ognuno  confessa  essere  verissimo, 
che  ogni  edilizio  ha  da  mostrare  nell'ester- 
no aspetto  l'oggetto  cui  è  destinato,  meglio 
non  poteva  il  Sansovino  soddisfare  a  sif- 
fatta coudizione  costruendo  quello  robu- 
sto per  la  regia  Zecca,  che  trovasi  sul  Mo- 
lo contigua  all'antica  Biblioteca,  uno  degli 
archi  ricordati  della  quale  corrisponde  al 
suo  bell'atrio,  lodata  opera  dello  Scauioz- 
zi.  Edifìzio  magnifico  della  maggior  so- 
lidità e  d'ottimo  gusto,  è  nella  facciala 
disposto  in  3  ordini ,  rustico,  dorico  e 
ionico.  Tiene  l'ingresso  lateralmente  per 
detto  atrio,  che  apresi  nella  Piazzetta 
sotto  le  menzionate  arcate,  per  una  por- 
ta ornata  di  due  Giganti;  statue  scolpile 
una  del  Canipagna,  e  l'altra  da  Tiziano 
Aspelli  col  nome  degli  artefici;  migliore 
es&eudo  la  i,"  r\el  mezzo  dei  cortile  è»cul« 


V  E  N 
tura  del  Cattaneo  1'  Apollo  sopra  il  poz- 
zo. La  facciala  di  questo  luogo  verso  \\ 
canale  è  nobilissima. 

2. Celebre  e  antica  è  rofìicina  moneta- 
ria de' veneziani  stabilita  in  questo  sito  ver- 
so l'anno  938,  perla  fabbricazione  di  mo- 
nete d'oro,  d'argento,  di  rame,  e  di  me- 
daglie di  finissimo  intaglio.  Oltre  quan- 
to vado  a  dire,  delle  monete  veneziane 
riparlerò  nel  decorso  del  §  XIX  dell'indi- 
cazioni storiche  sul  la  li  epubblica  e  ci  Uà  di 
Venezia,  e  sui  Dogi  della  medesima.  De' 
rinomati  zecchini  d'oro  veneti,  chiamati 
un  tempo  ducati,  e  principiati  a  battere 
inVeuezia  nel  1283  o  nel  1284  onel  1280; 
e  che  si  denominarono  ducali  pel  nome 
e  la  figura  del  Doge  (nel  quale  artico- 
lo dissi  delle  medaglie  de'  dogi  chiama- 
te Oselle,  e  dell'  Illustrazione  del  conte 
Manin)  impressa  nelle  monete,  e  (piando 
si  tralasciò  di  batterli;  ne  feci  menzione  nel 
voi.  XIX,  p.  2296230,  ragionando  de* 
Z^e/irt!/*/ antichi.  Mentre  dicendo  delle  Mc'i 
doglie,  in  questo  artìcolo  registrai  l'ope- 
re di  Erizzo,  e  quelle  intitolale  La  scien- 
za e  Istituzioni fVignanìanlì  le  medesime^ 
Come  nel  principato  d'Antonio  Griinan^ 
si  chiamò  Osella  la  moneta  d'argento  do^ 
nata  da  quel  doge,lo  rilevo  nel  §  XVI,u.3Ì 
La  più  antica  medaglia  conservata  di  quel 
sta  zecca  porta  la  data  del  1  363.  II  De  Ma-j 
gistris.  Della  zecca  pontifìcia,  tra  le  piìi 
antiche  zecche  d'Italia  registra  quella  di 
Venezia,  poiché  trovansì  monete  coniaU 
nella  città  finodall'Vill  secolo.  Il  Vellorij 
Il  fiorino  d'oro  illustrato,  riferisce  che 
veneziani  presero  a  battere  i  ducati  d'oro" 
nel  1282,  cioè  3o  anni  dopo  i  fiorentini, 
correggendo  il  Budello,  De  I\Ionetis,c\\6 
pretese  asserire  nel  g  1 5  printo  auruin  et 
argentum  signare  coepisse^eanìq  ne  potè  • 
slatcni  illorurn  duci  Vrso  Ilquipatriar- 
cha  vocitatus  est,  dedisse  impera torem 
Conraduni  I;  perchè  tale  augusto,  se- 
condo Filippo  da  Bergamo ,  solamente  ; 
concesse  privi legiuiii  signandi  pecuuiasJU 
Allri  però  contendono,  che  l'olleiìesseio^fl 
i  veueziuui  da  Rodulfu  re  d' Italia  nel 


VEN 

qn^',  ma  il  Snnsovìiio  nella  Descrizione 
di  /'enezin,  riportando  le  parole  del  re- 
gio privilegio,  fa  anzi  vedere,  che  fu  con- 
ferma, non  concessione,  benché  neppure 
ivi  si  distingua  la  qualità  de'metalli.  Pe- 
rò nel  lib.  i3  si  legge,  che  Pietro  Parte- 
cipazio  ottenne  questa  grazia  da  Beren- 
gario II,  concedendo  fra  molti  privilegi 
monefani  ciidcre.  Ed  allora  per  avven- 
tura fu,  continua  il  Vettori,  che  la  mo' 
lieta  della  candida  lega,  cioè  d' argento, 
coniarono  i  veneziani,  come  osserva  nel- 
la Storia  veneta  il  Vianoli,  circa  il  tem- 
po d'Orso  II.  Imperocché  i  veneziani  non 
prima  del  doge  Giovanni  Dandolo  pote- 
rono usare  monete  co' segni  propri.  Il 
Vianoli  attribuisce  a  Pietro  figlio  d'Or- 
so II  le  prime  monete  d'oro  coniate  da' 
veneziani  per  privilegio  di  Derengario  II. 
Ma  se  in  quel  lem|)o  furono  coniate  mo- 
nete d'oro,  convien  dire,  che  o  ben  pre- 
sto cessarono  d'esser  battute,  o  furono  as- 
sai diverse  dallo  zecchino  u  ducato  ;  bensì 
nel  I  282  si  ha  che  in  Venezia  per  la  pri- 
ma volta  fu  coniato  il  ducato  d'  oro  ,  a 
tempo  del  Sansovino  denominato  Ce- 
chino, invece  di  zecchino,  usando  i  veneti 
pronunciare  il  e  come  lo  z,  nel  qual  ca- 
so il  Vettori  prende  abbaglio,  aiferoian- 
òo  il  contrario.  Il  quale  Vettori  ripor- 
ta altre  notizie  sulle  monete  venete,  e 
descrive  il  dùcalo  d'  oro  antico  coli'  im- 
magine del  Salvatore  e  intorno  il  verso 
\eot\\na:  Sitlibi Xte.  dalus  qiieni  la  tìcgis 
iste  Dticattts.  Nel  rovescio  il  nome  del  do- 
ge,cheinabitoducalericeveingìnocchioni 
il  vessillo  di  s.  Marco,  colla  parola  .v.  Mar- 
rits.W  Muratori, nella  Dissert.i'j.'  Della 
Zecca  e  del  diritto  o  privilegio  di  battere 
moneta,  dice  che  non  lascia  d'essere  an- 
tichissima la  zecca  tleil'  inclita  città  di 
Venezia,  ad  onta  che  non  se  ne  sappia  be- 
ne l'origine.  Andrea  Dandolo,  il  più  dot- 
to e  antico  degli  storici  veneti,  scrisse  che 
tal  diritto  era  stato  conceduto  a  Venezia 
(in  da'pivi  antichi  tempi,  poiché  parlan- 
do di  Rodolfo  re  d'Italia  circa  il  gs  1  di- 
ce: tfic  Rodidfus  regni  sui  anno  l/\  Pa- 


V  E  iX  237 

piae  soliitm  tenens,  invnunitales  Vene- 
torwn  in  regno  Italico  ab  anliquis  Ini- 
peratoribus  et  Regibus  concessasi  per  pri- 
vi legiunt  renovavit.  Et  in  eodeni  decla- 
ravit ,  Duceni  Fenetiarnni  potestaleni 
hnberefabricandi  nionetam,  quia  eicon- 
stitit ,  anliquos  Duces  hoc  continuatis 
temporibus  perfecisse.  Ma  Marino  Sa- 
nuto  seniore,  il  Sansovino  e  altri  han  pre- 
teso, che  a  Pietro  Candiano  III  doge  circa 
il  900  fosse  conceduta  la  facoltà  di  bat- 
tere moneta  da  Berengario  II  re  d' Ita- 
lia. Il  Muratori  crede  non  poter  sussiste- 
re tale  opinione,  e  doversi  dire  che  Be- 
rengario Il  solamente  confermò  quel  di- 
ritto; poiché  rileva  dalle  vite  uass.  de'do- 
gi  veneti  esistenti  nella  biblioteca  Eslea- 
se,  sino  al  Gradenigo  deliSSg,  che  anco 
prima  sotto  i  greci  imperatori  ebbero  i 
dogi  di  Venezia  il  gius  della  zecca.  Scri- 
ve il  citato  Dandolo  all'anno  io3t,  di 
Otto  Orseolo  patriarca  :  Hic  monetarii 
parvam  sub  ejus  nomine  ^  ut  vidimusy 
excndi  fecit.  E  all'anno  i  194  del  doge 
Enrico  Dandolo:  Hic  argentearn  mone- 
tant,vulgariter  dictam  Grossi  Veneziani, 
vel  Matapani,  cwn  iniagine  Jesu  Christi 
in  throno  ah  uno  latere^et  ab  aliocum 
figura  s.  Marci  tt  Ducis,  valori  viginti 
sex  parvuloruni ,  primo  fieri  decrevii. 
Che  la  moneta  veneziana  nel  secolo  X[ 
fosse  in  corso  per  l'Italia,  lo  prova  uno 
strumento  del  io54  esistente  nell'archivio 
de'canonici  di  Modena,  dov'è  fatta  men- 
zione Denarioruni  f^eneticorum.  Mag- 
giormente accredita  la  moneta  venezia- 
na un  passo  di  Raterio  vescovo  di  Ve- 
rona, che  fiorì  ne'  tempi  di  Berengario 
II,  il  quale  nell'opuscolo.  Quali tatis con- 
j'ectura,  nomina  sex  Libras  Denarioruni 
f^eneticorwn.  Dal  che  si  può  inferire,  che 
non  aspettassero  i  dogi  veneti  le  grazie  di 
tal  re  per  battere  denari,  cioè  per  eserci- 
tare una  prerogativa,  di  cui  godevano^o- 
Inaiente  in  que'tempi  (oltre il  Papa)  i  du- 
chi di  Benevento  e  Napoli.  Non  pare  a 
Muratori  che  i  veneti  a'tempi  de'goti  u- 
sasseto  batter  moneta  di  basso  metallo. 


238  V  E  N 

spiegondoìl  riferito  ila  Cassiodoro,  per  lo- 
de delle  saline  nell'isole  venete,  dicendole 
pe'veiieziani  es>iei'  una  zecca,  col  ricavato 
del  sale  provvedendosi  il  vitto.  De'  De- 
nari  y endici  spesi  nel  memorato  secolo 
X,  il  Pasqualigo  ne  trovò  3  e  gì'  illustrò 
con  erudita  disseriazione.  Quello  cono- 
sciuto da  Muratori ,  ha  la  Croce  e  nel 
contorno  Christux  Impera t  :  \\  rovescio 
rappresenta  un  Tempio  colie  lettere  P'e- 
ned,  e  un  yl  più  basso.  Non  dubita  che 
abbia  appartenuto  alla  nobilissima  città 
di  Venezia  ,  gronde  ornamento  <1'  Italia, 
e  non  già  alla  piccola  di  Francia. Egli  in- 
tende parlare  di  Fannes,  come  vado  a 
dire,  nel  quale  articolo  nairaichei  vene- 
li  erano  popoli  delle  Gallie,  de'quali  vuoi- 
si stata  capitale  Vaimes,  Civitas  Vene- 
tcnsis.  Plinio  e  Strabene  dissero  che  da 
Vannes  derivò  T-enczia.  Ma  l'origine  del 
vocabolo  di  Veneti  e  di  quello  di  Vene- 
zia sembra  più  di  greca  derivazione,  che 
provenuto  da'galli  celtici.  Dissi  pure,  che 
«lell'origine  de'due  vocaboli  a  quest'arti- 
colo né  terrei  proposilo,  e  poi  l'eseguirò. 
Negli  Annali  d'Ila  Ha  all'anno  855  il  Mu- 
ralori  riferisce  che  il  Blanc,  Des  3Ionno- 
yes  des  /fo/V,  pubblicò  una  sua  moneta, 
nel  cui  diritto  sta  Lholhariits  Iinp.  Av,,e 
nel  rovescio  Venecia,  Pensò  1'  Ecardo, 
T\er.  Frane.  ^  bastante  questa  moneta  a 
farci  conoscere,  che  la  cillà  di  Venezia 
fosse  in  que'  tempi  sottoposta  al  dominio 
fScre  franchi.  Ma  ciò  è  lontano  tlal  vero, 
giustamente  dichiara  Muratori.  E  sog- 
giunge: Dagli  stessi  diplomi  degl'impera- 
tori francesi,  citati  dal  Dandolo  ,  chiara- 
mente si  ricava,  che  l'inclita  città  era  e- 
sclusa  dal  regno  d' Italia.  La  Fcnecia  di 
quella  moneta, altro  non  è  che  la  città  di 
Cannes  in  Francia  ,  appellala  da'  latini 
Venecia.  E  tornando  alla  Disserl.  di  Mu- 
ratori, osserva  che  i  suddetti  denari  si  do- 
\evano  battere  in  Venezia  ne' vecchi  seco- 
li, sì  per  averli  trovati  in  uso  nel  X,  e  si 
pel  confermalo  dal  p.  de  Rubeis,  pel  da 
lui  letto  in  uno  strumento  del  Friuli  del 
972.  Aqne'tempi  ritiene  Muratori   do- 


VEN 
versi  riferire  il  descritto  denaro,  nel  qua- 
le non  comparendo  nome  d'alcun  impe- 
ratore greco  o  latino ,  indizio  può  essere 
fin  d'  allora  della  sovranità  dell'  insigne 
repubblica.  Il  Muratori  inoltre  raccolse  le 
notizie  di  aS  monete  venete.  Una  dei  d«)ge 
Dandolo  del  i  '  92,  che  pel  1 ."  pose  il  suo 
nome  ne'  denari.  Nel  diritto  com[)arisce 
l'immagine  di  Cristo  con  lettere  greche: 
IC.XC,  cioè  Jesus  Chrislns.  Nel  rovescio 
s.  Marco  consegna  al  doge  la  bandiera  col- 
le lettere //.  Dz-z/zr/o/a^j- e  S.  31.  Veneti., 
vale  a  dire  Sanctus  Marcus,  f  enetia  o 
renetiarutn  o  Venetlcoruin.  Tali  denari 
furono  appellati  Grossi  o  Matapani.  Al- 
tra riguarda  Pietro  Ziani  doge  ileli2o5, 
nella  quale  si  vede  Cristo  sedente  col  Van- 
gelo e  le  lettere  :  IC.  XC.  Il  rovescio  è 
simile  alla  precedente,  fuorché  uell'  iscri- 
zione,cioè  P.  Ziani,  t  S.  M.  Veneti.  Di- 
ce ignorare,  sesia  di  quelle  monete  o  me- 
daglie iu  Venezia  chiamate  oselle  ,  una 
colle  parole  And.  Vendramin  Dux,  e  le 
lettere  M.  P.  Nel  rovescio  l'immagine  del 
Salvatore,e  le  lettere  ye^HsC/i/vVm*  Glo- 
ria libi  soli.  In  altra  moneta  si  mira  l'ef- 
figie che  tiene  in  mano  la  bandiera  colle 
lettereF.F.  e  ne!  cmXorno  Joa/ies 31  areni' 
go.  Nel  rovescio  è  il  Leone  veneto  alale 
col  libro  de' Vangeli,  insegna  della  repub- 
blica veneta.  Inallre monete  il  Leone  tie- 
ne la  bandiera,  colle  lettere  ,  «SI  3Iarctu 
Veneti.  Senza  diredi  altre,  finirò  con  uq 
medaglione  battuto  per  onore  tiel  Doge, la 
cui  elligie  è  col  berrretlo  ducale  colle  let- 
tele: Cristoforus  3Iaurns  Dux.  Nel  ro- 
vescio è  una  corona  ,  che  contiene  1'  i« 
scrizione:  Religioiiis  et  Jnsticiae  Cultor, 
Scrisse  (Girolamo  Francesco  Zanetti  ve- 
neto :  Ragionamento  dell'origine  e  del- 
l'antichità  della  moneta  veneziana,  ai. 
giuntavi  una  Dissertazione  :  De  Nuin~ 
ìnis  regnai  3Iysiae  seu  Rasciae  ad  ir- 
nctos  typos  percussis,  Venezia  1730, 
Dissertazione  d'una  moneta  antichissi 
ma  e  ora  per  la  prima  volta  pubbli- 
cata dal  doge  dì  F'enezia  Pietro  Pof 
Luii^  Venezia  1769.  Fra  le  opere  pub* 


VEN 
blicale  nell' odierno  secolo  in  argoinen- 
to,  I  icorderò  queste  :  Delle  monete  de 
f'eneziani  dal  prìnei/)io  al  fine  della 
loro  repubblica y  Venezia  1818.  Cenni 
storici  intorno  alla  moneta  veneziana 
di  Jngelo  Zon,  Venezia  1847.  Leggo 
nella  Gazzetta  di  Roma  del  1848  a 
p.  1 5 1 ,  riprodotlo  il  pubblicalo  da  quella 
privilegiata  di  Venezia^  cbe  nell'adu- 
nanza ordinaria  dell'  Aleneo  veneto  de' 
ly  febbraio  il  sullodalo  conte  Leonar- 
do Manin,  presidente  del  medesimo,  les- 
se una  Dissertazione  sulle  antichità  del- 
le monete  veneziane,  confutando  ciò  che 
ne  fu  scritto  dal  conte  Corderò  di  s,  Quin- 
tinu.e  nuovamente  dal  nobile  Angelo  Zon. 
Mcstra  il  Manin  ,  cbe  i  denari  coli'  ini- 
lungine  d'un  Carolingio  dall'una  parte,  e 
Pc/jer/b.v dall'altra,  appartengonoa  Van- 
nes,  non  a  Venezia;  cbe  la  ragione  e  i  fatti 
comprovano  Venezia  aver  battuta  mo- 
neta sua,  prima  ancora  de'Carolingi,  nel- 
l'età longobarda;  che  la  più  antica  con- 
temporanea a' re  longobardi  è  quella  in 
cui  leggesi  Kndnus  Imper.  dall'un  lato, 
e  V^enecia  in  un  tempietto  dall'  altro.  A. 
queste  opinioni  il  socio  corrispondente 
Vincenzo  Lazzari  oppose  alcuni  dubbi, 
cui  il  conte  Manin  eruditamente  sciolse. 
Finì  ,  producendo  una  piccola  moneta 
scodellata,  d'argento,  cb'  egli  crede  del 
doge  Domenico  Selvo,  e  ne  pregò  d'esa- 
me Angelo  Zon.  Appresi  poi  dalla  Cro- 
naca di  Milano  del  i856  a  p,  149,  es- 
sersi pubblicato  dalla  tipografìa  Castion 
di  Porlogruaro,  un  libro  che  dell'impor- 
tanza della  zecca  veneta  dà  im  dotto  do- 
cumento: //  Catalogo  ragionato  di  una 
serie  di  665  monete  de'  Dogi  veneti.  Si 
aggiunge,  che  il  1 ."  doge  sotto  cui  furono 
battute  monete  fu  Sebastiano  Ziani  del 
I  1 77;  il  I ."  pezzo  ivi  coniato  fu  il  ducato 
nel  1 284,  che  nel  secolo  XVI  cominciò  a 
chiamarsi  zecchino;  i  migliori  incisori  di 
quella  zecca  essere  stati  Alessandro  Leo- 
pardi, ViltorGambelo  e  Andrea  Spinelli. 
La  ! ,'  osella  o  medaglia,  la  fece  coniare  il 
doge  Antonio  Grimani  dell  52  (.Oltre  a 


VEN  289 

queste  opere  pubblicossi  in  Venezia  due 
volte  le  Biografie  de'  Dogi  di  Fenezia, 
colla  serie  delle  piìi  pregie^'oli  meda' 
glie  e  monete.  Nella  Cronaca  suddetta  di 
Milano  del  1857,  a  p.  24'  àe\  Bolletti- 
no Bibliografico,  è  ricordato  finalmente 
l'opuscolo:  Atto  di  vendita  fatto  da  Or- 
delafo  Falier  doge  di  Venezia  dell'e- 
dificio ad  uso  di  Zecca,  sito  a  s.  Bar- 
tolomeo l'anno  1 1 12,  Venezia  1857  ti- 
pografia del  Commercio. 

§  IV.  Piazza  maggiore  di  s.  Marco. 
Campanile  e  Loggietta.  Procuratie 
nuove  ora  Palazzo  regio.  Procuratie 
vecchie.  Torre  dell'  Orologio.  Pili  di 
bronzo  pe' stendardi.  Chiesa  demolita 
di  s.  Geminiano,  e  soppressa  di  s. 
Basso,  della  quale  sussiste  ad  altri 
usi  la  fabbrica. 

I.  La  Piazza  maggiore  di  s.  Marco, 
di  cui  dissi  essere  la  Piazzetta  un  brac- 
cio, è  cinta  e  adorna  d'altri  magnifi- 
ci ediflzi,  che  la  rendono  imponente  e 
incantevole,  tale  cbe  forse  non  ha  pari 
per  tutto  il  mondo,  come  scrisse  il  Petrar- 
ca nella  lettera  a  Pier  Bolognese  quando 
ancora  non  riuniva  tutti  gli  ornamenti 
per  cui  maestosamente  risplende;  certa- 
mente è  una  delle  piìi  belle  e  sorprendenti 
dell'orbe.  Vi  primeggia  l'imperiale  regia 
basilica  patriarcale  di  s.  Marco.  La  piazza 
lunga  175,70  metri,  e  larga  all'  un  capo 
82,  metri,  e  56  e  mezzo  all'altro,  non  eb- 
be sempre  le  medesime  dimensioni  ;  che 
un  tempo  limitavala  verso  1'  arco  XVI 
delle  Procuratie  nuove,  contando  dal- 
l'angolo della  Piazzetta,  un  canale  sulla 
cuispond'T,  e  situala  alla  metà  della  piaz- 
za attuale,  iimalzavasi  la  prima  chiesa  di 
s.  Geminiano ,  che  dicesi  fatta  erigere 
da  Narsete  nel  VI  secolo  ossia  nel  552. 
Nel  secolo  XII  per  ampliare  la  piazza,  fu 
chiuso  il  canale,  e  distrutta  la  chiesa, 
poi  riedificata  nel  i5o5  dall' architetto 
Cristoforodel  Legname, nel  punto  più  in- 
feriore^ ed  indi  coutinuata  ed  abbellita  di 


24o  V  E  N 

niaiiuoreo  prospello,  collegalo  con  quel- 
lo delle  Procuratie  vecchie,  per  opera  di 
Jacopo  Sansovino, nello  slesso  secoloX  VI 
t' compito  nel  seguente,  cioè  nel  silo  dove 
ora  è  l'atrio  della  scala  maggiore  del  re- 
gio palazzo.  Per  dar  luogo  al  quale  fu  la 
chiesa  atterrata  nel  1 809,  econ  essa  l'adia- 
cente cappella,  in  cui  riposavano  le  ceneri 
del  Sansovino  (e  quelle  del  figlio  Fran- 
cesco, i. "illustratore  di  Venezia),  trasferi- 
te prima  a  s.  Maurizio  e  poi  nel  semi- 
nario patriarcale,  dove  tuttora  conser- 
Tansi.  Della  chiesa  di  s.  Geminiano  l'en- 
comiata opera,  Le  Fabbriche  di  Feiie- 
zin,l.  I,  p.  gS,  pubblicò  4  tavole  illustra- 
le per  la  loro  importanza,  disapprovan- 
dosi il  suo  atterramento  e  la  sostituzione 
dell'odierno  edilìzio,  producendo  l'altro 
migliore  effetto  alla  piazza  di  s.  Marco. 
Welle  Notizie  del  Corner  si  dice  fabbri- 
cata nel  554,  insieme  a  quella  di  s.  Teo- 
doro, e  col  doppio  titolo  di  s.  Geminiano 
vescovo  e  di  s.  Menna  martire;  e  dopo 
che  fu  demolilq  col  beneplacito  pontitl- 
ciojla  nuova  ad  onta  del  sito  angusto  riur 
scj  la  più  ben  ideata  e  nobii  chiesa  del- 
la città.  I  dogi  erano  tenuti  a  visitarla 
ogni  anno  nell'  ottava  di   Pasqua.  Qui 
comincierebbe  ad  aprirmisi    vastissimo 
can)po  per  arricchire   le  mie  brevi  no- 
zioni sulle  principali  chiese  di  Venezia, 
se  mi  fosse  lecito  {adoperare  la  tanto  e 
da  tutti  meritamente  celebrata  volumi- 
nosa op^ra  ,  che  ha  per  titolo  :  Delle  In- 
scrizioni veneziane,  raQcolte  ed  illustra- 
te da  Emmanuele  Antonie  Cicogna  cit- 
tadino veneto,  Venezia  1 824i  presso  Giu- 
seppe Orlandelli  editore,  Picolli  stampa- 
tore,poi  editore  lo  slesso  autore  e  Andreo- 
la  tipografo,  col  voi.  VI  in  corso  di  stam- 
pa. Di  questa  classica  opera  ne  diro  al- 
cune altre  parole  d'ossequio  alla  sua  vol- 
ta, come  in  fine  del  n.  8  del  §  XVI.  Qui 
solo  accennerò,  che  essa  non  si  ristringe 
a  illustrare  le  veneziane  inscrizioni,  ma 
eziandio  ogni  tempio  esistente  o  distrutto 
oconverlitoad  altri  usi,  con  premettervi 
breve,  eruditq  e  prilicei  $lQvia  ;   I'  epocq 


YEN 
della  fabbrica  e  de'restauri,  e  ciò  che  dal- 
le lapidi  si  puòdesumere  ad  illustrazione 
delle  medesime  chiese,  e  di  quello  sia  a' 
diritti,  a'privilegi,  agli  oggetti  d'arte  on- 
de sono  o  furono  fornite,  delle  opere  che 
l'illustrarono  e  ne  descrissero  la  storia, 
con  quella  de'contigui  chiostri,  e  persino 
ragiona  de'loro  contorni.  Ecco  un'altra  o- 
pera  che  ammiro,  ne  conosco  l'immensa 
utilità,  e  nondimeno  debbo  languire  per 
non  poterne  usare,  ad  eccezione  di  alcuna 
spigolatura  e  con$uliazione,e  ciò  pure  per 
essersi  fin  qui  pubblicata  l'illustrazione 
di  circa  54  (chiese  in  28  fascicoli.  Casti  il 
dire,  che  la  sola  chiesa   in  discorso  di  s. 
Geminiano,  ad  onta  dell'indicate  sue  vi- 
cende, e  che    non  più  esiste,  comprende 
(olire  le  giunte  e  correzioni)  iiS  pagine 
in  4-"  a  flue  colonne,  di  carattere  qua- 
si simile  a  questo!    Spero  che  ciò  riesca 
di  mia  giustificazione,    se  con  animo  ri- 
pugnante debbo  sagrificare    all'ara  della 
necessità  tanto  tesoro,  senza  poterne   in- 
gemmare   queste  mie    pagine.  Servano 
queste  poche  parole  almeno  per  isfogo  al 
dispiacere  da  cui  sono  vivamente  pene- 
trato, e  insieme  scusato  della  preterizio- 
ne che  mi  costa  molta  pena.  Eppure  que- 
si'  opera  la  possego  per  nobile  dono  de 
r  illustre  autore,  e  perchè  io  ne  profit 
tassi.  A  lui  sono  inoltre  legato  con  indi 
menlicabile  gratitudine  per  7  lettere  ai 
lografe,  di  cui  mi  onorò,  tulle  piene  deli 
veneziana  squisita  gentilezza,  tutte  inca 
raggianti  questo  mio  Dizionario.  Per  u 
teriore  lustro  di  Venezia,  pergiovament 
e  utile  de'cultori  de'bunni  sludi,  per  34 
crescimento  di  gloria  all'illustre  cavalieri 
innalzo  voli  alfettuosi  a  Dio  acciò  gli  fai 
eia  compiere  la  pubblicazione  dì   opei: 
cosi  preziosa  e  colossale,  e  insieme  lo  eoa 
servi  per  darci  altri  argomenti  di  vene 
razione. —  Cingono  la  meravigliosa  Piai 
za  di  s.  Marco,  colla  sontuosa  Marcian 
basilica,  il  Campanile  isolato  di  s.  Mai^ 
co  (nel  quale  articolo  celebrandolo,  li 
dissi  uno   de'  più  alti  d' Italia  dopo    U 
Toj've.  campauari^  di  Cveinqua  )  cp,ll| 


VEN 

loggia  che  gli  sia  n  piedi,  le  Prociiralie 
nuove,  la  nuova  Fabbrica  die  le  con- 
liiin.'i,  le  Fiociirnlie  vecchie,  In  Torre 
dell' Orologio  ;  edilìzi  che  mostrano  in 
com|)endio  la  storia  delle  belle  arti  dal 
secolo  X  fino  al  presente,  e  ne  segnano 
il  ri>iorgin»ento,  il  progresso,  l'apice  e  la 
decadenza.  Quanto  alle  Hrocnratie  fu- 
rono così  chiamate  da'  procuratori  di  s. 
Alni  co,  che  le  abitavano.  Il  campanile 
della  basilica  di  s.  Marco  è  alto  circa  99 
metri,  con  i3  metri  circa  di  base,  attor* 
mala  da  botteghe  :  la  sua  estrema  pira- 
mide è  sovrastata  da  un  Angelo.  Fu  ope- 
ra di  molli  architetti.  Comincialo  nel- 
l't)88  o  meglio  nel  902,  già  nel'  1  1 4^  era 
giunto  alla  cella  delle  campane.  Nel  i  1 80 
vi  tliede  mano  Nicolò  Barattieri,  e  un 
Montagnana  l'anno  1309.  Di  poi  nel 
]5io  il  bergamasco  Mastro  Bartolomeo 
l'uono  sculture  e  architetto,  riedificò  la 
cella,  ornandola  di  colonne  di  bellissimo 
verde  antico  con  profusione  d'altri  mar- 
mi greci  e  orientali.  Dalla  sommità  di 
(jiiesto  gigantesco,  solido  e  grave  campa- 
nile, magica  e  bellissima  vista  si  gode, 
dominandosi  la  città,  che  apparisce  riu- 
nita, le  lagune,  i  colli  Euganei  e  Berici, 
le  Alpi  e  buon  tratto  del  mare  Adriatico. 
Leggiadra  e  ricca  è  la  loggietta,  adorna 
di  8  colonne  d'ordine  composto  e  di  ba- 
laustri, addossata  alla  base  del  campanile 
dal  lato  di  levante,  rimpetto  alla  porta  del 
palazzo  Ducale,  degno  parto  nel  i54o 
del  fecondissimo  ingegno  di  Sansovino; 
di  cui  pure  sono  opera  Ie4*ta''>e  di  bron- 
zo figuranti  Pallade,  Apollo,  Mercurio  e 
l.i  Pace,  poste  entro  altrettante  nicchie, 
che  spiccano  in  mezzo  a'  marmi  ,  alle 
sculture,  agli  altri  bronzi  ond'  è  copiosa- 
mente ornalo  questo  non  compito  e  per- 
ciò piccolo  edilìzio.  Nel,  bassorilievo  di 
mezzo  all'  attico  sta  scolpita  Venere,  fi- 
gurata per  la  Giustizia  colle  bilancie  e 
la  spada  in  mano,  e  due  iìumi  allato  ; 

,  denotava   1'  equità  della  repubblica  nel 
governare.   Giove  scolpito  nel    bassori- 

,  LlevQ  a  destra,  eiq  allusivo  al  regno  di 


VEN  24r 

Candia;  e  Venere  nell'altro  a  sinistra,  al 
regno  di  Cipro,  entrambi  allora  possedu- 
ti  dalla  repuhblica.  La  loggia  fu  eretta 
a  fine  di  fare  un  luogo  ove  ilovessero  ri- 
dursi i  nobili  per  intrattenersi  in  virtuo- 
si ragionamenti.  Il  rigorista  Milizia  de- 
scrive e  loda  questa  loggia,  che  dove»  cir- 
condare tutti  e  4  i  l'ili  del  campanile;  il 
quale  lo  dice  alto  33o  piedi  e  solo  lode- 
vole per  la   sua  solidità,   ben   fondato  e 
palificato,  onde  da  tanti  secoli  non  mosse 
mai  un  pelo.  Al  tempo  stesso  della  re- 
pubblica e  fino  dal  1569,  era  quesla  log- 
gia nd  uso  de'  procuratori  di  s.  Marco, 
che  durante  le  sessioni  del  maggior  con- 
siglio a  vicenda  comandavano  la  guar- 
dia del  palazzo.  Ora  serve  all'estrazione 
del   Lotto  (nel  quale  articolo  dissi  che 
da  Francia  in  Italia  fu  introdotto  prima- 
mente a  Genova  e  Venezia),   agl'incan- 
ti per  vendite  alla  subasta,  ec.  Notifica 
la  Cronaca  di  Milano  del    1857,  a  p. 
126  del  i.°  semestre,  in  data  di  Vene- 
zia, intendere  il  municipio  a  decoro  del- 
la piazza  di  s.  Marco  ed  a  profitto  del 
comune,  di  atterrare  le  botteghe  che  cir- 
condano la  gran   torre,   e  di  sostituirvi 
un  grande  caffè.  Osserva  il  Corner,  che 
a  Dio  fu  gradila  quest'opera  dimostran- 
dolo   un  fatto  prodigioso.   Imperocché 
uno  degli  artefici,  che  lavorava    nella 
sommità   dell'edificio,  cadde  improvvi- 
samente, ed  invocalo  nell'aria    il   pro- 
tettore s.   Marco,  potè  attaccarsi  caden- 
do ad  un  legno,  onde  poi  con  1'  aiuto  di 
una  fune  si  pose  in  salvo.  Dice  ancora 
che  agevolò  l'impresa  di  questa  fabbrica 
il  Barattieri,  dopo  aver  innalzato  le  due 
colonne  nella   Piazzetta  di  s.  Marco,  il 
quale  per  rendere  facile  il  trasporlo  d*'' 
materiali^  ciò  ottenne  col  far  salire  e  di- 
scendere certe  ceste,  che  prima  di  lui  noti 
erano  usate.  La  cella ,  l'attico  e  la  pirami- 
de si  attribuiscono  a  Mastro  Buono.  Nof^ 
pochi   furono   i   danni   che   risentì  que^ 
sia  sacra   torre  campanaria-    Poiché  i\\ 
gravemente  pregiudicata  nell'anno i4qq 
da   MD  incendio,  causato  4u'  fitocUi  U^ 


?.42  V  i^  N 

gioia  per  l'elezione  del  doge  Michele  Ste- 
iiu;  ed  appena  restaurala,  fu  poi  colpi- 
ta da  un  fulmine  nel  i4'7»  P^''  cui  si 
consumò  tutla  la  souiuìità  fino  al  luogo 
delle  campane.  Perchè  però  fosse  difesa 
da  simili  pericoli,  fu  rifabbricala  di  mar- 
mala cima,ecoperla  di  raraedoralo.Non 
baslò  però  lai  precauzione  per  preservarla. 
Dappoiché  nel  1490  scoppialo  un  orrendo 
fulmine  ne  fu  precipilala,  ma  poi  reslilui- 
|a  in  nobilissima  forma,  ad  ornamenloe 
difesa  fu  sovrapposto  un  Angelo  di  legno 
coperto  di  rame  doralo,  in  allo  di  benedi- 
re, il  quale  mirabilmente  si  muove  agi  "im- 
pulsi d'ogni  venlo  che  lo  diriga.  Esso  fu 
rinnovato  nel  1822  dal  professore,  che 
fu,  Luigi  Zandomeueghi,  ed  ora  (i  858) 
di  nuovo  si  pose  ad  oro.  Pali  poscia  al- 
tri danni,  benché  non  gravi,  per  altri  ful- 
mini negli  anni  i547,  i5G5,  1657,  e 
I745,a'23  aprile, nel  qual  giorno  caden- 
do un  fulmine,  radendo  ne  distrusse  qua- 
si un  intero  angolo,  al  cui  risarciaieiito 
furono  usate  le  slesse  ceste  salienti  e  di- 
scendenti, che  si  adoperarono  nella  pri- 
mitiva erezione.  In  questo  campanile  so- 
no 5  lecanipane:  la  maggiore  pesa  libbre 
7600  grosse  venete.che  equivalgono  a  cir- 
ca libbre  10,700  romane. Sul  campanile 
sta  sempre  un  pompieretli  guardia  :  sco- 
prendo un  incendio  in  alcun  punto  della 
citUi  ne  dà  avviso  oa  voce  o  colla  trom- 
ba al  quartiere  de'civici  pompieri  stan- 
ziato nel  palazzo  Ducale.  Indi  vengonodi- 
ramali  gli  ordini  opporluni,secondo  il  bi- 
sogno, a'di  versi  quartieri  della  citlà.  Pri- 
ma si  dava  il  segno  d'allarme  con  3  colpi 
di  cannone,quando  il  pompiere  di  guar- 
dia metteva  fuori  del  campanile  una  ban- 
diera se  di  giorno  e  un  fanale  .se  di  not- 
te. Questo  costume  fu  tralasciato  da  pa- 
recchi anni.  Dice  il  Mulinelli,  Del  costu- 
me veneziano,  che  alla  metà  del  cam- 
panile soventi  volte  venne  appiccala  ad 
un  palo  una  gabbia  di  legno  munita  di 
ferro,  nella  quale  si  chiudevano  famige- 
rati malfattori.  Ivi  restavano  esposti  rai- 
serabiltnente  all'  intemperie  per  un  de- 


V  E  N 

terminato  tempo,  o  ben' anco  sino  alla 
loio  morte.  Veniva  loro  dato,  mediante 
una  funicella,  soltanto  pane  ed  acqua. 
Lodevolmente  questo  inumano  supplizio 
fu  abolito  nel  i')i8.  Simile  crtidele  e 
bizzarra  pena,  in  que* tempi  era  inQitta 
da  vari  dominatori  d'  Italia,  che  nomina 
lo  scrittore  a  difesa  de'  veneziani.  Ab- 
biamo la  Narrazioìie  storica  del  cam- 
panile di  s.  fllarco ,  nella  quale  si 
contiene  il  tempo  della  sua  fondazio- 
ne, il  suo  innalzamento,  la  qualità  e 
bellezza  di  essa  mole,  le  sue  rovine,  e 
finalmente  Vaso  pratico  delle  campane^ 
lutto  tratto  da  gravi  autori,  antichi  co- 
dici, e  da'  pubblici  decreti  dell' Ecc.mo 
Senato,  Venezia  1737. 

1.  Procuratie  nuove  dicesi  quel  rag- 
guardevole fabbricato  che  dall'antica  Bi- 
blioteca partendo,  tiene  tutto  il  lato  me- 
ridionale della  piazza  di  s.  Marco.  San- 
«ovino  che  ne  fu  l'architetto  nel  i536, 
avea  dato  all'edifizio  due  soli  ordini,  per- 
chè fossero  pari  in  altezza  alle  Procura- 
tie vecchie;  co'  di  lui  disegni  vi  fu  ag- 
giunto il  3.°  ordine  nel  i584  dallo  Sca- 
mozzi,  e  condotto  poi  a  compi menlo  nel 
i63i  da  Baldassare  Longhena.  Osser- 
vato quasi  totalmente  il  disegno  della  Bi- 
blioteca vecchia  ne' due  primi  ordini,  in- 
vece del  grandioso  fregio,  si  sovrappo- 
se il  3.°  ordine  corintio,  il  quale  se  gio- 
vò al  ra-iE'niior  comodo  dell'  abitazioni , 
non  riuscì  soddisfacente  agli  intelligenti; 
del  buon  gusto.  Nel  regno  Italico  ,  cioè 
nel  principio  del  presente  secolo,  le  Pro- 
curatie nuove  si  vollero  ridurre  a  palazzo 
regio  per  la  residenza  sovrana,  colla  nuo- 
va fabbrica  eretta  dov'  era  la  rammen- 
tata chiesa  di  s.  Geniiniano,  che  occupa 
il  lato  a  ponente  della  gran  piazza,  alter' 
randosi  pure  gli  antichi  granai  della  re- 
pubblica ed  altri  luoghi,  unendovi  ancora 
l'edifizio  della  vecchia  Biblioteca. L'Anto« 
lini  die'il  disegno  della  nuova  opera,  cani< 
biato  poi  del  lutto  dall'  architetto  Giù-" 
seppe  Soli  modenese,  dopo  il  quale  si  ope- 
rarono opportune  rifórme.  Vantasi  però 


i 


V  E  N  V  E  ìN                    243 

il  suo  atrio  e  la  niagnilìca  scala,  e  la  sem  Imchi.  Di  G.  Bellino,  JMiiria  Veigiue  col 
plice  cifgaolissiiDa  facciala  die   lieiie  tli  Bambino  in  campo  aperto  e  paesagi;to,va- 
tlielro  verso  s.  Moisè.  Tutto  il  palazzo  co-  ghissimo  dipinto.  Del  Zuccaielli,  parecchi 
sì  composto  delle  nientovate  3  parti,  cor-  quadri,    tra' quali    vantaggiano  il  Rallo 
re  sopra  78  archi,  sulla  piazza  di  s.  Mar-  d'Europa,  laDanza  dellelìaccanli  intorno 
co,  sulla  l^atzetta  e  sul  iMoIo.  Questa  rcg-  Sileno,  le  Cacce  del  cervo  e  del  toro.  Alli- 
gia  è  messa  a  grande  eleganza,  ed  ha  guo  vi  è  un  araenissimo  e  delizioso  giar- 
stanze  dipinte  a  fresco  da'  pittori  Giani,  dino,  formato  neli8o8,a  mezzodì  bagna* 
Berlolini,;  Santi,  JNloro,  Borsaio,  Hayez,  lo  dal  Canal  grande,  proprio  nel  suo  prin- 
Denìin  ed  altri.  Inoltre  nelle  sue  pareti  cipio,  dove  la  natura  e  l'arti  olirono  una 
sono  sparsi  celebri  dipinti  di  mani  mae-  prospettiva    quanto  svariala  e  bella,  ab 
stre,  molli  derivali  da  chiese  e  monasteri  Irellanto  singolarissima  e  forse  unica.  La 
fatalissimamente  soppressi  sotto  il  mede-  Gazzetta  di  Venezia  ùt'i^as^o's,\o  iBSy 
&ìmo  regime  Italico.  Il  Cristo  morto  è  ili  riferisce,  che  il  maggior  viale  di   questo 
CarleltoCaliari, forse  tropposoaveoienle  giardino,  in  continuazione   del  Mulo,  fu 
Iratlalo  ntl  suo  soggetto;  il  Cristo  mo-  per  sovrana  munificenza  concesso  ad  uso 
strato  al   popolo  è  del  Durerò;  il  Cri-  pubblico;  e  così  l'elegante  fabbricato  ad 
sto   morto  con   due    Angeli    piangenli,  uso  di  callelteria,  che  sorge  a  capo  dello 
è  di  Faris  Bordone  ;  Maria   Vergine  col  slesso  viale.  —  Le  Procuratie  vecchie,  co- 
Bauibino,  delia  scuola   lombarda.   l\ell.i  sì  denominate  perchè  servivano  anch'es- 
sagrestia  è  del   Cima   il   quadretto  con  se  d'abitazione  a'procuralori  di  s.  Marco, 
Maria  Vergine  e  il  Bambino,  Nelle  stan-  prima  che  fossero  erette   le  Procur.itie 
ze  v'erano,  e  in  parte  si  trovano,  anche  i  nuove,sorgonosul  laloseltentrionaledel- 
seguenti  quadri,  i  quali  talvolta  vengono  la  piazza  di  s.  Marco,  e  per  la  leggerez- 
irasporlati  altrove.  Del  Bonifacio,  la  Mol-  za  del   disegno,    fanno  graziosissiuio  ve- 
liplicazione  de'pani  e  pesci,  con  figure  di  dere.  Questa  fabbrica  condotta  fino  al  se- 
belle  attitudini   e  ben  ornate;  la   l'iog-  condo  ordine  da  Pietro  Lombartlo,  fu  poi 
già  de'colornici  e  della  manna;*.  IMarco  compiuta  da     Guglielmo    Bergamasco, 
che  dà  lo  stendardo  a  Venezia;  il  Giù-  colla  soprainteodenza  di  Mastro   Buono 
dizio  di  Salomone;  il  Redentore  seden-  (cioè  Bartolomeo  da  Bergamo,  che, come 
te;  Maria  Vergine  e  3  Santi,  opere  del  l'altro  Buono  del  secolo   XII,  oper«>  nel 
Bonifazio.    Cristo  all'Orlo,  degna  opera  campanile  :  non  si  devono  confondere  per 
di  Paolo  ;  Adamo  ed  Eva  penitenti  ;  Ve-  la  comunanza  del  nome  :  e  la  Biografia 
nezia  circondata  da  Ercole,  Cerere  e  Gè-  degli  artisti^  d'  atnbedue  ne  riporta   le 
nii,  soflìlto  pur  dello  slesso   Paulo.  Di  distinte  biografie),  lunga  metri    i52,o6 
Jacopo  Bassano,  l'Angelo  che  annuii-  ed  alta  1 8,  ripartila  in  3  ordini,  de'quuli 
zia  a' pastori  il  nato  Gesù;  Maria  Ver-  il  i.°è  un  portico  di  5o  archi  sorretti  da 
gine,  e  s.  Girolamo  nel  deserto;  l'ingres-  pilastri,  troppo  leggeri  ed  eleganti  rispet- 
so  delle  bestie  nell'arca ,  soggetto  con-  lo   della   grandiosa   massa  delle  trabea- 
venienlemente  trattato,  e  con  forza  e  sa-  zioni.   Sostiene  i  due  altri  ordini  d  ar- 
pore  di  colorilo.  Di  F.  Bassano,  figlio  del  chi  in  doppio  numero,  con  colonne  sca- 
precedenle,  s.  Giovanni  che  scrive  l'A pò-  nalate  e  capitelli  corintii.  Le  Procuralie 
calisse,  e  Cristo  incontralo  dalle  pie  don-  vecchie  sono  ora    di  privala  ragione,  e 
ne.  Di  Tiziano,  d  Faraone  sommerso,  la-  servono  ad  uso  di   particolari.  —  Con- 
vorogiovanile,  che  dicesl  fatto  in  gara  con  tigna   ad  esse  e  formante    nobile  segui- 
qnello  ch'è  qui  di  Giorgione,  colla  discesa  lo,  elevasi  la  Torre  dell'Orologio,  elegan- 
diGesìi  al  Limbo.Dell'Aiiense, la  s.  Giusti-  te  per  la  forma,  e  ricca  di  marmi  greci  e 
na,  che  prega  a  favore  de'veueli  contro  t  di  dorature,  opera  magoifìca.  L'udorua- 


244 


VE  N 


no  4oi''''"'  corinlii.efu  costruita  nell'an- 
no 1 49^  con  molla  grandiosità  «li  disegno 
dall' architello  Pietro  Lombardo,  come 
della  scuola  lombarda  sono  ancora  le  ag- 
giunlevìale  nel  principio  del  XVI  secolo. 
.Sul  mezzo  della  torre  sta  un  quadran- 
te magnidco,  che  colla  sfera  segna  l'ore 
del  giorno,  le  posizioni  dello  zodiaco,  le 
fasi  lunari,  il  molo  del  sole,  ed  è  mosso 
tla  meccanismo  in"e£;noso  costruito  nel 
1 490  da  Clio.  Paolo  e  (iio,  Carlo  Raineri 
(e  non  Rinaldi,  rdeva  Tiraboschi)  da 
Reggio  di  IModeiia,  padre  e  figlio,  li  Can- 
cellieri, Delle  campane  e  degli  orologi, 
dice  che  la  torre  è  alla  piedi  82  e  larga 
18  per  ogni  facciala,  posta  in  quadro, 
soolenuta  da  un  grand'arco,  che  rassem- 
bra  un  portone  servendo  d'ingresso  dalla 
Merceria  alla  piazza,  e  sopra  di  esso  vi 
è  II  detta  mostra.  Su  questa  siede  in  una 
nicchia  la  B.  Vergine  col  Cambino  di 
tutto  rilievo  in  rame  dorato,  di  forme 
colossali,  posta  fra  due  porlicelle,  A  pie  di 
lei  sira  d'  intorno  un  mezzo  cerchio  su 
cui  posano  4  statue,  cioè  un  Angelo  in 
nlto  di  suonar  la  tromba  e  i  3  re  Magi 
grandi  quasi  al  naturale;  i  quali  per  la 
festa  dell'Ascensione  e  peri5  giorni  (pri- 
ma in  certe  altre  feste  solenni  eziandio) 
.'il  battere  delle  ore,  e  m'  incontrai  ad 
ammirarlo,  col  girarsi  dello  stesso  cer- 
chio, escono  fuori  da  una  delle  porticel- 
le,  e  dopo  essersi  inchinali  innanzi  alla 
Madonna  rientrano  per  l'altra,  e  poi  si 
serrano  ambedue  da  loro  stesse.  Tutto 
quesl'  artificio  è  fallo  con  varie  ruote. 
Al  di  sopra  in  campo  azzurro  stellalo, 
ma  del  tulio  rinnovalo, sta  scolpito  di  lui- 
tnrilievoun  LeonealalocolVangelo.  Sul- 
la sommità  della  torre  sono  due  statue  gi- 
gantesche di  bronzo,  delle  volgarmente  i 
Mori,  nel  cui  mezzo  è  sostenuta  una  cam- 
pana grossa  colla  croce  sopra  un  palo  di 
ìiirro,  sulla  quale  le  due  statue  con  gran 
inaitelli  a  vicenda  battono  le  ore.  Tutta 
|:i  torre  poggiasopra  pilastri  di  marmo,ed 
t*  ricca  di  dorature  adesso  rinnovale.  Vi  fu* 
|uno  poi  aggiunte  le  sottoposte  colonno, 


VEN 

che  non  si  sa  cosa  vi  facciano,  e  perciò  tT 
trovalo  un  cartello  con  questi  versi.  Sio[ 
re  Co  lo  line  rem  feo  qua?  Non  lo  sappia 
ino  in  i'crità.  Fin  qui  il  Cancellieri  chcuJ 
cita  il  libro*.  Forestiero  illitminalo  intorU 
no  le  cose  piti  rare  di  Fenezia^Wx  1  788. 
Ma  ad  evitare  ripetizioni,  ne  ho  rettifi- 
cala I'  esposizione.  Dovendosi  nel  secolo 
passato  ricostruire  il  meccanismo  mira- 
bile dell'orologio  e  di  tutte  le  figure,  cornai 
presi  i  Mori, l'eseguì  il  celebre  ingegnerai 
Bartolomeo  T'erracina  diSol;»gna,  terri- 
torio di  Cassano,  che  nel  1707   eresse il|| 
nuovo  orologio.  Andrea  Camerata  arch^ 
letto  restaurò  la  fabbrica  nell'  anno  mt 
desimo,  e  vi  aggiunse  le  censurale  coloni 
ne.  Le  suindicate  due  ale  laterali  che  ser- 
vono di  abitazioni,  con  sottoposto  mae- 
stoso portico,  si  eseguirono  dopo  il  1 5oo 
dallo  stesso    Pietro  Lombardo.   Ora  si 
attende  ad  una  generale  riforma  e  pei  fé- 
zionamento  di   questa   macchina,  sì  che 
moslri  le  ore  anche  in  tempo  di  notte,  e 
dia  la  meridiana  esattissimn. 

3. Nella  stessa  piazza  di  s. Marco, in  !nea- 
zo  e  rimpetto  airoinonima  basilica,  sof 
gono  3  meravigliosi  e  solidi  piedistalli 
pili  di  bronzo  che  sostengono  altreltani 
antenne,  sulle  quali   sventolavano  i  ri 
pubbliconi  ed  ora  gl'imperiali  stendali 
Elegantissima  n'è  la  composizione,  e  pod 
no  gareggiare  con  quanto  di   più  beli 
produssero  la  scultura  e  f  ornato.  Un 
grande  e  ricca  potenza  marittima  dov< 
spiegare  con  pompa  le  sue  bandiere  n« 
la  piazza  principale,  in  faccia  al  tempio' 
ftlia  reggia  enei  luogo  delle  principali  ra- 
dunanze. Opina  il  Sansovino,  che  questi 
volessero  dire  :  Franchigia  e  libertà  di- 
pendente da  Dio  solo,  e  non  da  principe 
olctino.  Altri  disse  rappresentarsi  ne'me- 
desimi  i  tre  regni  di  Venezia,  di  Cipro,  di 
Caudia,  noto  essendo  ad  ognuno  comean- 
che  i  due  ultimi  fossero  regni,  ed  ampia 
mente  dimostrandosi  dagli  scrittori  del 
le  cose  venete  cornea  Venezia  pure  cor 
pete>>se  tale  denominazione.  Altri  fina) 
mente,  accordandosi  megliq  alla  po[ 


■1 


YEN 

lare  opinione,  vollero  rafTigurali  i  re* 
gni  di  Cipro,  Càndia  e  Morea.  Ala  il 
cav.  Cicoj^nara  è  d'avviso,  che  i  3  ma- 
gnifici pili  dì  bronzo  per  sostenere  gli 
tleudiirdi  della  repubblica,  furono  posti  a 
solo  ornamento  della  piazza  di  s.  I\iarco, 
per  simboleggiare  la  potenza  e  la  grandez* 
za  della  medesima. Pel i.°fu  innalzato  nel 
i5oi  quello  di  mezzo,  e  gli  altri  due  nel 
i5o5, secondo  ilSansoviuo:  l'iscrizioni  poi 
chiariscono  come  furono  ordinati  e  posti 
sotto  gli  auspicii  del  dogcLeonardo  Lore- 
danoi  ."rappresentante  la  veneta  signoria 
neli5o5,leggendosi  ne'3  collarini, olire  il 
nome  de'procuratori  di  s.  Marco,  Barbo, 
Morosini  e  Trevisano,  quello  del  doge  e 
la  data  del  suo  dogado  e  dell'epoca,  col 
Domedetl'artista:  nelpilodi  mezzo  vedesi 
pure  il  ritratto  del  doge  suddetto.  Li  mo» 
dello  e  fuse  Alessandro  Leopardo,  archi- 
tetto e  scultore  insigne. Senza  varietà  nelle 
masse  principali,sonolra  loro  diversi  i  de- 
licalissinii  bassirilievi  che  ricingono  i  pili 
nel  corpo  del  basamento^  tutti  d'  ottimo 
gusto  e  singoiar  nitidezza.  L'uno  di  questi 
raflìgura  le  frutta  della  terra,  portate  nel 
mare  da  Kereidi  e  Tritoni,  giacché  col 
mezzo  della  navigazione  libera  e  indipen- 
dente i  beni  e  l'abbondanza  si  diifondono 
o  si  ritraggono  dal  di  là  de*  mari,  acco- 
munandole fra  tutti  i  popoli  della  ter- 
ra.  Un  altro  bassorilievo  mostra  sopra 
3  navi  collocate  la  Giustizia,  Pallade  e 
l'Abbondanza,  fiancheggiate  da  elefanti, 
delfìni  e  cavalli  marini.  In  ciò  1'  artista 
pose  sononio  accorgimento,  poiché  associò 
alia  Giustizia  l'elefante,  emblema  della 
forza,  della  prudenza,  della  temperan- 
za, e  di  tante  altre  virtù  che  dagli  egi- 
zi in  poi  egli  fu  sempre  destinalo  a  sim- 
boleggiare, massimamente  nell'epoca  in- 
dicata, in  cui  gii  emblemi,  le  allegorie  e 
l'imprese  erano  mollo  in  uso,  ed  in  esse 
profondamente  esercìlavansi  i  letterali  e 
gli  artisti.  Aggiunse  il  cavallo  marino  a 
Minerva,  assisa  sopra  d'una  corazza,  che, 
lenendo  l'ulivo  e  la  palma,  simboleggia- 
va  uuu  laulo  gli  aludi,  quanto  le  arti  mi- 


V  E  N  245 

litari  ;  ed  in  fine  ricordando  opportuna- 
mente che  il  delfino,  per  la  vita  salvala 
ad  Alcione,  fu  sempre  l'emblema  del  be- 
neficio ;  al  naviglio  dell'Abbondanza  ac- 
coppiollo,  come  a  quella  che  apporta  al- 
le popolazioni  ricchezza  e  conforto,  sal- 
vandole dal  pili  grande  de' flagelli,  l'i- 
nopia. Nell'ultimo  pose  il  Dio  del  ma- 
re, cui  un  Saliretlo  presenta  i  frulli  della 
vile,  assiso  sul  dorso  d'una  Baccante  ma- 
rittima ;  volendo  così  dimostrare  che  seb- 
bene Venezia  signoreggia  le  sponde  del- 
l'Adriatico,  sono  però  a  lei  tributali  i 
doni  di  Bacco  dal  pendio  de'pampiniferi 
colli  del  Veronese,  del  Vicentino  e  del 
Friuli.  Bellissimi  sono  i  fogliami  e  gli  or- 
nati di  cui  vanno  ricchi  questi  mirabili 
pili,  e  sopratlutlo  i  3  leoni  alali,  che  po- 
sli  a  guisa  di  grifi  ad  un  tripode  apollì- 
neo, esprimono  1'  emblema  caralterisli- 
co  della  repubblica.  La  mole  d'ognuno 
ascende  all'  altezza  di  8  piedi.  —  Fi- 
nalmente in  uu  angolo  della  Piazza  di 
s.  Marco  fa  ancora  di  se  bella  mostra  la 
superstite  facciata  della  soppressa  e  seco- 
larizzala chiesa  già  parrocchiale  di  .y.j^^.?- 
.vo,  vescovo  di  Nizza  e  martire,  ed  è  non 
ispregevole  accessorio  della  piazza  medesi- 
ma. Non  era  questa  la  facciata  della  chie- 
sa, ma  uno  de'lati,  quindi  delle  sue  por- 
te una  introduceva  alla  sagrestia,  1'  al- 
tra ad  un  atrio  pel  quale  si  saliva  al  tet- 
to. La  fabbrica  pare  eretta  sui  disegni 
dell'architetto  Giuseppe  Benoni, dopo  es- 
sersi incendiata  neliGyo  l'antica. Alle  pro- 
porzioni generali  dell'ordine, può  vedersi 
un  seguace  di  Palladio  ;  ma  dalle  singole 
parti  sembra  riconoscersi  un  imitatore 
del  Longhena,  e  forse  il  Benoni  ne  fu 
scolare.  £'  ornata  d'un  ordine  corìntio 
con  attico  sopra  la  trabeazione;  maestosa 
e  bella  n'  è  la  massa  ;  non  tali  si  ponno 
dir  le  parli  ad  essa  frapposte.  Segna  essa 
il  corso  delle  belle  arti,  le  quali,  al  tem- 
po che  fu  costruita,  già  inclinavano  a 
quella  goffaggine  e  a  quel  tritume,  onde 
si  compiacquero  la  fine  del  secolo  XV  H 
ed  il  piiucìpio  del  XYIU.  Ricavo  dai 


246  YEN 

Corner,  clie  la  chiesa  di  s.  Basso  cbl)e 
origine  nel  1076  ilalia  famiglia  Elia,  iji 
«bbruciù  insieme  con  altre  22  nel  fune' 
stissimo  incendio  deli  io5;  e  riimovata 
poscia,  soggiacfiiie  ad  eguale  disgrazia 
nel  1661,  venendo  in  seguito  ristaura- 
la  in  più  ornata  forma.  E  siccome  il 
Corner  colle  notizie  delle  chiese  riporta 
nncoia  quelle  de'rispetli  vi  superiori  delle 
medesime  che  si  distinsero;  così  narra 
che  il  pievano  Gallare,  eletto  vescovo 
nel  1 347  di  Eraclea  o  Città  Nova,  nel- 
le Lagune,  ottenne  da  Urbano  V,  nel- 
l'anno I  365,  all'insaputa  de'parrocchia- 
ni,  che  la  chiesa  di  s.  Basso  fosse  unita 
perpetuamente  con  titolo  di  commenda 
ulla  sua  mensa  vescovile  ;  soggezione  da 
cui  la  liberò  Martino  V  nel  i4iB  ad  istan- 
za del  doge  e  senato  veneto,  ridonando  la 
chiesa  di  s.  Basso  alla  sua  primiera  liber- 
tà. Si  veneravano  in  essa,  nel  suo  nobile 
altare,  una  divota  immagine  del  Croce- 
fisso, formata  in  legno,  ed  un  pezzo  di 
cranio  tlel  santo  titolare,  ambedue  su- 
perstiti dall'ultimo  incendio.  Accenna  per 
ultimo  il  Corner,  che  fatto  pievano  di  s. 
Basso  Giorgio  Baseggio  nel  1628,  due 
anni  dopo  venne  trasferito  al  pievanato 
di  s.  Maria  Formosa,  e  fu  l'ultimo  de'pie- 
vani.clie  passassero  da  chiesa  a  chiesa,  se- 
condo il  frecpienle  uso  di  ozione  de'tem- 
pi  anteriori.  La  piazza  di  s.  Marco  è  dun- 
que da  3  lati  cinta  da  una  serie  continua 
di  magnifici  archi,  i  quali  cominciando 
dalla  torre  dell'  Orologio,  proseguendo 
per  le  Procuratie  vecchie,  girando  lun- 
go l'atrio  del  Palazzo  reale  dov'era  s.  Gi- 
miniano,  e  continuando  per  le  Procura- 
tic  nuove  sino  alla  regia  Zecca,  e  poi 
•voltando  verso  il  Molo,  ascendono  al 
numero  di  128,  e  formano  una  super- 
ba galleria  coperto,  lunga  ben  446  fue- 
tri  ;  graditissimo  passeggio  in  tutti  i  teuì- 
pi  e  in  tutte  le  stagioni.  Adornano  que- 
sta galleria  quasi  tante  botteghe  quanti 
sono  gli  archi,in  gran  parte  ad  uso  di  caffè, 
e  molle  d'oggetti  di  lusso,  forni  te  con  tanta 


YEN 

viglia  a  vederle.  Cos'i  la  moltitudine  chj 
seuq)re  frequenta  questo  punto,  per  di| 
così,  centrale  della  città,  nel  quale  si  faiijj 
no  per  l'ordinario  le  principali  pubbliche 
mostre  ed  ogni  altro  spettacolo,  ha  di  che 
deliziarsi,  contemplando,  oltre   il   vario 
aspetto  de'  concorrenti,  il   moto,   la  vi. 
ta,   lo    sceneggiale  universale,  eziandio 
questi  alberghi  dell'industre  aHìnalo  ge- 
nio nazionale  e  straniero,  se  pur  meglio 
non  ami  di  sedersi  in  crocchio  nei  caffè,  ' 
a  piacevole  e  lieto  conversare,  più  lieto 
e  più  piacevole  fatto  dal  concorso  del  bel 
sesso,  usanza  che  tuttora  si   conserva    ia  , 
questa  città  che  mantiene  l'antica   disiitaJ 
voltura. —  Ricavo  dal  cav.  Mutinelli  citéfl 
lo, che  ne'  primi  tempi  la  descritta  piazza 
era  nuda  landa  on)breggiata  da  pochi  al- 
beri ed  appellavasi  Brolio  e  Morso,  e  vi 
passava  per  mezzo  un  canale   detto  Ba- 
iano, sulle  di  cui    sponde  la    religione 
del  capitano  greco  Narsete   innalzò  1  due 
summentovali  templi,  mediante  le  spot 
glie  tolte  agli  ostrogoti  da  esso  vinti  cob 
r  aiuto  del  na villo  de'  veneziani.  Eretl 
poi  la  basilica  di  s.  Marco,  più  tardi  Si 
bnstiano  Ziani  doge  del   1172,  concepì 
lodevole  pensiero  di  elevare  il  Brolio  t 
queir  umile  selvatichezza   a   più   nobi 
condizione.  Interrò  quindi  il  canale  Bi 
tarlo,  e  demolendo    I'  antico   tempio 
s.  Gominiano,  lo   riedificò  più  oltre.  Pi 
scia  lutto  intorno  a   quel    tratto  segn 
to  in  lunghezza  dalla  basilica  Marciana 
e  dalla  chiesa    di   s.  Geminiano  innalzò 
un  porticale  con    merlature  ,  vedendosi 
nella  prodotta   pianta   di   Venezia,  che 
ci  diede  lo  stesso  scrittore,  delincala  ap- 
punto alla  metà  del   secolo   Xll   circa, 
cinta  r  area  della  piazza  a  foggia  di  ca- 
stello da    muraglia   merlata.    Adunque 
r  idea  prima  di  questa  grandiosa  piazza 
devesi  unicamente  al  Iraricco  doge  Zia- 
ni.  Lungo  sarebbe  il  ricordare  gli  spetta-i 
coli  e  le  feste  celebrate  in  questa  piazza, 
descritti  dalla  eh.   Giustina  Renier  Mi,-- 
chiel.    Origine  delle  Feste  i'e/iezì'anU 


dovìzia  e  eoa  sì  bel  garbo  ch'è  una  mera-     Anch'  io  di  molli  ne  farò  ricoido  io  prò'- 


jTMk 


V  E  iV 

gresso  (lell'arlicolo,  tle*  tornei  poilaiido- 
iie  nel  §  XVI,  n.  5.  Nelle  grandi  inon- 
i  dazioni  !>i  vide  la  tnedesìma  piazza  alla- 
gala,  popolala  di   gondole,  odViie   l' n- 
$peltu  d'  uno  *pellacolo  singolare.   Co- 
me in  altre  chiede,  e  lo  descrissi   in  «li- 
versi  luoghi,  si  soleva  lanciare  a  volo  tlal 
.   pronao  della  basilica  di  s.  Marco  molle 
'   colombe  nella   giuliva   domenica    delle 
'   Palme,  ed  anche  in  altre  chiese  di  Ve- 
'    iiezia.    Alcune  di  esse  sullraendosi  dalla 
'    caccia  che  ne  faceva  il  popolo,  cerca va- 
'    no  rifugio  nel  tello  della  basilica  o  sol- 
'    lo  i  piombi  del  propinquo  palazzo  <lu- 
'    cale,  ed  ivi  si  propagarono.  Peralinien- 
<    tarsi  discendendo  nella  piazza  tra  il  pò- 
'    polo,    rispettandone  questo   l' ìnnuccnle 
'    fichinza,  se  ne  compiacque,  e  lo  slesso  go- 
verno volle  contribuire  al   nutrimenfo 
'    loro,  con  ordinare  ad  un  ministro  de'vi- 
cini  pubblici  granai  (nell'area  occupata 
I    nel  principio  di  questo  secolo  da'giardi- 
'    ni  reali),  oltre  il  far  costruire  alcune  e- 
'    sistenli  cellette  pe'  loro  nidi,  di  far  get- 
tare ogni  mattina  all'ora  di  3."  una  quau- 
lilà  di  grano  per  la  piazza  e  per  la  piaz- 
zetta. Tal^  costume   cessò  colla  ie()ub- 
blica,  laonde  la  razza  delle  colombe  si 
disperse  per  la  città  e  pe'  suoi   campi  o 
piazze  in  cerca  di  cibo.  Nondimeno  un 
numero  ne  restarono  nella  piazza,  e  nel 
i833    vidi  quelli    che    amorevolmente 
gettavano  loro  il  nutrimento.  —  For- 
mando il  principale  prospetto  della  me- 
ravigliosa piazza  di  s.  Marco  e  chiuden- 
done i'  orientale  lato  il  sublime  capola- 
voro della  basìlica  Marciana  di  questa 
passo  a  parlare. 

§  V.  Basilica  patriarcale  tìi  s,  lìJarco 
Evangelista,  originata  dalla  reposi- 
zione  del  suo  sagro  Corpo.  Suoi  rari, 
copiosissimi  e  f'plendidi  ornamenti  di 
marmi,  di  pitture,  di  musaici, di  scul- 
ture in  marmo  e  in  bronzo.  Sue  par- 
ti. Esterno  :  Fronte  principale  deco- 
rata da*  ^famosi  cavalli  di  bronzo. 
Ali  io  e  sue  cupotelle.  Forte  dì  bron- 


V  E  N  2^7 

zo.  Interno:  Cupole,  IS'avJ,  Presbilc- 
rio.  Crociera.  Identità  del  corpo  di 
s.  Marco  e  sue  invenzioni.  Pala  d'o- 
ro. Sotto- Confessione.  Sagrestia  e 
sue  porte  di  bronzo,  biliari.  Sinai- 
lacci.  Batlisterio.  Tesoro  di  s.  Mar- 
co. Santuario  delle  ss.  Reliquie.  Se- 
dia marmorea,  già  supposta  cattedra 
dis.  Marco.  Prerogative  della  basili- 
ca.  Procuratori  di  s.  Marco. 

Se  fra  le  meraviglie  non  solo  d'Italia, 
ma  d'Europa  e  del  mondo  cristiano  me- 
ritamenle  ha  grido  e  pren)inenza  la  ciuà 
di  Venezia;  vanto  primario  de'venezi;i  ni 
è  l'augusto  e  veneranilo  tempio,  già  le- 
gia  basilica  priiniceriale  e  cappella  «luca- 
le, ed  ora  i.  V.  basilica  di  s.  Marco  Evan- 
gelista, fregiala  del  primario  grado  eccle- 
siastico di  patriarcale  e  metropolitana 
piimaziale,  comunemente  cognominata 
il /rtrcm/i<2. Questo  sontuoso  edifizio,  cat- 
tedrale,ead  un  tempo i.'decania  urbana  e 
parrocchia,  nel  sestiere  di  s. Marco,  è  uno 
de'più  meravigliosi  monumenti  dell'an- 
tica giandez7a  e  dello  splendore  «Ielle  re- 
pubbliche; italiane,  che  sorsero  nell'epoca 
in  cui,  diradandosi  le  tenebre,  a  poco  a  po- 
co tornò  a  dilfondersi  la  luce  dell'arti  per 
tutta  Europa.  11  cav.  Cicognura,  nome 
celebre,  all'erma  non  potersi  stabilire 
con  istorica  precisione  l'anno  della  pri- 
ma fondazione,  e  neppure  quello  della 
consagrazione  del  tempio,  la  «juale  tulla- 
volta  egli  crede  seguila  appena  ne  fu 
chiuso  il  recinto.  Il  doge  Selvo  nell'an- 
no 1071  la  ridusse  allo  stalo  presente, 
incrostandola  di  marmi  orientali  e  di 
musaici  ammirabili,  facendo  venire  di« 
versi  architetti  all'oggetto.  Polè  la  chiesa 
fìnalmente  consagrarsi  nel  io85,con)e  di- 
ce i!  Zanetti,  o  nel  logj  come  piace  al 
Calli,  o  nel  1  i  i  i  come  scrive  l'Anoni- 
n)o.  Però  lo  Slato  personale  del  Clero 
dichiara  che  fu  consagrata  1'  8  ottobre 
io85,  e  COSI  il  Corner.  Il  degno  anno- 
latoredifFtisodel  Cicognara,il  eh.  Zanot* 
lo,  lenifica  il  di  lui  asserto  suU'  origine 


248  V  E  N  ,,,^ 

tlell'anlica  cliiesella  di  8.  Teodoro  (prima- 
rio proiettore  della  chiesa  di  Veiiezia,pii- 
iiin  die  (osse  arricchita  del  prezioso  corpo 
di  s.  Marco),  la  quale  poi,  secondo  alcu- 
ni, fu  incorporata  alla  basilica  Marciana; 
tua  il  eh.  ab.Cappelletli  seguendo  l'opinio- 
ne d'altri  più  ragionevoli  scrittori,  ritiene 
che  la  chiesa  di  s.  Teodoro  fu  demolita  e 
nel  suo  luogo  fu  piantato  il  tempio  inti- 
tolato a  s.  Marco.  Galliccioli  opina,  che 
precisamente  ne  occupi  l'area  la  cappella 
di  s.  Isidoro,  esistente  nella  basilica  ;  al- 
tri volendo  essere  surta  ove  poi  fu  il  luo- 
go del  s.  Oflìzio,  ed  al  presente  stanze 
addette  alla  sagrestìa.  Il  Zanolto  pertan- 
to, seguendo  il  dottissimo  e  diligente cav. 
Cicogna,  nella  sua  celebrata  opera  :  Le 
Inscrizioni  veneziane,  narra  comeNarse- 
te,  qui  disceso  nel  552,  e  soccorso  da've- 
neziani  contro  Totila  re  de'gotì,  grato  al- 
l'opera loro,  volle  fabbricare  nell'  isole 
Reaitine  due  chiese,  una  sagra  a  s.  Teo- 
doro d'Eraclea  di  Ponto,  e  l'allra  a' ss. 
Menna  e  Geminiano  (il  cav.  Fabio  Mu- 
linelli adduce  ragioni  per  provare,  non 
esser  probabile,  od  almeno  assai  diib* 
bio,  che  Narsele  abbia  frillo  erigere  le 
due  chiese  a  Uiallo  a  s.  Teodoro,  ed  a' 
ss.Geminiano  e  Menna).  L'erezione  della 
basilicaMarciana  seguì  per  opera  del  doge 
Giustiniano  Partecipazio,dopo  il  traspor- 
to del  corpo  di  s.  Marco  Evangelista  (P'.) 
neir828  da  Alessandria  à' Egitto  {f^-), 
ivi  mandato  da  s.  Pietro,  da  cui  è  chia- 
inato nella  sua  i."  Epistola,  cap.  5,  v.  i  3, 
figlio,  e  per  comune  opinione  discepolo  e 
interprete,  qual  i  ."vescovo  d'Alessandria, 
città  la  più  celebre  del  mondo  dopo  Ro- 
ma, e  chiesa  che  divenne  la  i.'  delle  4 
patriarcali  d'Oriente.  Dovendone  ripetu- 
tamente riparlare,  qui  mi  conlenterò  so- 
lo di  aggiungere,  che  Giustiniano  Parte- 
cipaziu,  all'area  della  chiesa  di  s.  Teodo- 
ro aggiunse  il  tempio  in  onore  di  s.  Mar- 
co, vi  depose  lesagre  spoglie,  segretamen- 
te chiuse  in  una  forte  arca  di  bronzo,  e  col- 
la sola  cognizionedel  pi  imicerio  le  collocò 
io  uuo  degl'iulei lori  pilastri  tutto  iucio- 


V  EN 

stato  di  finissimo  marmo  ;  e  divenne  l.i 
cappella  del  doge,  quando  il  fratello  e 
successore  Giovanni  Partecipaziocondus-ii 
se  a  termine  il  grandioso  edilizio.  Incen- 
diatasi poi  la  chiesa  col  palazzo  adiacenw 
tè  nel  976,  si  pensò  a  rifabbricarla  ;  sj 
Pietro  Orseolo  doge  nell'  anno  stesso  la' 
rialzò  da'fondamenti  a  sue  spese,  ePielru 
Orseolo  11,  Domenico  Conlarìni,  e  finul- 
mente  Domenico  Selvo,  dogi  zelantissi- 
mi, accelerarono  il   proseguimento  del- 
la riedificazione,  che  può  dirsi  durasse 
fino  al  1071,  in  cui  quest'  ultimo  co- 
minciò a  farla   incrostare  di   marmi  e 
musaici.   Anzi  prima  di  Selvo  la  chiesa 
era  costrutta  in  legno.  Sembra  che  prin- 
cipalmente anche  al  doge  s.  l'ietro  Orseo- 
lo debbasi  pure  il  concepito  pensiero  di 
erigere  questo   tempio  maestoso;  e  che 
neir  ornarlo  ed   impreziosirlo  ì  succes- 
sori ebbero  nientemeno  in  mira  di  eclis- 
sar lo  splendore  dell'insigne  basilica  di 
s.  Soda  di  Costantinopoli.  Lo  Stalo  per*, 
sonale  del  Clero,co\  quale  riportai  la  dai 
ta  del  suo  rialzamento,  dice  compito  l'è 
difìzio  nel    1071  nella  magnitica   formi 
che  attualmente  si  vede.E  quetst'opinion 
viene  confermata  dalle  seguenti   paro! 
che  altra  volta  leggevansi  nell'atrio,  rift 
rite  dagli  scriltori:  Anno  milleno  Iranst 
do  bisque  tri  gena  (  1 07  i  )  desuper  itnd» 
cimo  fiiit  facla  primo,  verso  che  il  ca' 
E.  A.  Cicogna  legge  meglio:  Facla  fu 
primo  desuper  undecimo,  per  ragione 
della  rima  nel  mezzo,  e  per  la  misura  del 
verso.  Laonde  la  basilica   non  deve  in 
parte  alcuna   il  suo  splendore  integra- 
le e  primitivo  alla    presa   di  Costanti- 
nopoli, seguita  tanti  anni  dopo,  ma  tut- 
to lo  ripeledalla  pietà  e  dalla  forza  d'una 
nazione  industriosa,  commerciante  e  po- 
tente, che  non  la  cedeva,  anzi  sorpassa- 
va in  magnificenza  tutti  gli  altri  popo- 
li circonvicini.  Divenuto   il  sagro  luogo 
l'oggetto  delle  pubbliche  cure,  durante 
il  tempo  di  sua  editlcazione,fu  provvedu- 
to con  ogni  diligenza  a  ciò  che  non  tor- 
uub^icro  ts  uavigli  dal  Levaule  se  nou  ca 


V  EN 
richi  di  maniìi  e  di  pietre  delle  per  or- 
nalo della  fabbrica ,  la  quale  a  tiiniio  a 
mano  divenne  noi)  solo  inonumeiilo  sie- 
rico pe'  progressi  delle  belle  sili,  tua  roo- 
uuraetilo  ancora  più  solido  per  la  gloria 
nazionale,  e  per  l'amore  de'popoli;  men- 
Ire  le   spoglie  destinale  ad  arricchirlo 
erano  bene  spesso  il  fruito  delle  villo- 
rie  riportale  da'  veneziani  sui  loro  ne- 
mici.  Cinquecento  colonne  tra   grandi 
e  piccole,  interne  ed  esterne,  di  marmi, 
per  la  preziosità  più  che  per  la  mole  in- 
signi, arricchirono  l'edifizio,  e  venne  da 
ogni  parte  aperto  l'adito  a'  valenti  artisti 
in  iscullura  ed  in  musaico  a  .compiervi 
ogni  più  squisito  ornamento.  Né  furono 
soltanto  chiamati  greci  artefici,  ma  visi 
impiegarono    anche  i   veneziani,    come 
provai!  cav.  Cicognara  nella  Storia  del- 
la Scultura;  mentre  è  ben  da  credere 
che  gì'  italiani  debbano  esser  volentieri 
accorsi  a  lavorare  in  Venezia,  eglino  che 
non  ricusavano  seppellirsi  fra  le  cime  de- 
gli Àpenuini  per  occuparsi  ne'  lavori  ili 
Subiaco  e  di  Monte  Cassino  (T''.).  Quale 
poi  sia  stalo  rarchìtetlo  che  innalzò  tan- 
ta naole  è  tuttora  ignoto,  come  pure  se 
fosse  greco  o  italiano.  La  bellezza  e  l'u- 
nità di  pensiero  nella   ben    distribuita 
pianta  del  tempio,  attestano  il  valore  di 
lui.  Giudicherebbest  ,  a   primo  vederne 
il  disegno,  che  l'inventore  fosse  slato  e- 
ducatoalle  più  severe  dottrine  della  so- 
lidità e  del  buon  gusto;  ed  ove  si  ponga 
mente  alla  regolarità,  alle  giuste  propor- 
zioni, all'utile  impiego  dello  spazio,  ere* 
derebbesi  il  sontuoso  edifizio  opera  di 
miglior  secolo,  e  d'ingegno  non  ottene- 
brato dalla  nebbia  che  intorno  al  mille 
latte  avvolgeva  l'arti  italiane.  Opportu- 
namente il  dottissimo  Cicognara  fu  le  se- 
guenti importanti   osservazioni,  intorno 
allo  stile  dominante  in  questo  portentoso 
edifizio.  Siccome  oggetto  d'ogni  pubblica 
cura,  questo  tempio  andava  ricevendo  ab- 
bellimenti da  tutte  le  sorgenti  di  prospe- 
rità nnziunale,e  i  marmi  che  dall'Oriente 
venivano  trasporluti,  ed  iu  ispecie  da' 

VOL.  XG. 


V  E  If  249 

luoghi  ov'  erano  immediale  le  relazioni 
de'  veneziani,  attestano  come  col  com- 
mercio e  col  cambio  d'ogni  altra  ricche/.- 
za  succedesse  anche  un  mescuglio  ed  una 
specie  di  comunanza  nel  gusto  dell'arti. 
Quindi  ninna  meraviglia  se  coloro  ch'era- 
no di  continuo  in  Alessandria, al  Cairo,  a 
Bagdad, tornavano  alla  patria  carichi  di 
ricchezze  orientali  e  saracene,  e  di  monu- 
menti che  tanto  rassomigliano  alle  gran- 
dezze allora  ditfuse  dagli  arabi  in  tutta  la 
Spagna.C\\\  conosce  l'antichità  di  Cordo- 
va,di  Granata,  e  gli  edi tìzi  saraceni^rimusli 
'\nSicilia;c\\\  è  in  grado  di  separare  ciò  clic 
di  greco  o  di  romano  fu  impiegalo  nelle 
fabbriche  bizantine  di  Costantinopoli^  da 
ciò  che  vi  si  andò  mantenendo  d'origina- 
rio, troveràfacilmenle  la  ragione  de'modi 
con  cui  è  costrutta  questa  stupenda  basi- 
lica di  s.  Marco.  Non  trattasi  qui  di  deca- 
denza nell'arti,  o  di  corruzione  nel  gusto, 
ma  vuoisi  qui  riconoscere  uno  stile  a  par- 
te, determinato  ed  unico  in  tutta  l'Italia, 
che  non  ha  origine  da  alcun'altra  causa  ;  e 
quantunque  possa  dal  conteCicognara  es- 
ser opinato  che  lo  stile,  volgarmente  chia- 
mato gotico,  sia  derivato  esso  pure  dal- 
l'araba architettura,  giova  in  tal  caso  fa- 
re la  seguente  distinzione.  Questo  stile 
che  dalle  Spagne  si  diffuse  sotto  i  nor- 
manni e  i  bretoni,  passando  attraverso  la 
Francia  e  le  Fiandre  sino  in  Inghilterra, 
e  architettando  quelle  famose  abbazie  e 
cattedrali,  di  cui  la  prelesa  riforma  ci  la- 
sciò appena  pochi  ruderi,  abbastanza  per 
altroinsigni  per  caratterizzarlo; quello  sti- 
le diramatosi  per  tutto  il  nord,  discese  di 
nuovo  per  la  Germania  verso  il  mezzo- 
giorno, particolarmente  in  Italia,  come 
può  vedersene  T  andamento  e  le  tracce 
nella  cattedrale  di  Strasburgo ,  e  nelle 
metropolitane  di  s.  Stefano  di  P^icnna  e 
di  yi///rt/20,  modificandosi  e  scostandosi,  a 
seconda  d'una  serie  di  combinazioni, dal- 
la sua  prima  originaria  araba  derivazio- 
ne. Ma  qualora  i  veneziani  si  determina- 
rono a  seguire  uno  stile  d'imitazione  nel 
I  ."ricco  e  souluosQ  edifizio,che  da  essi  ve- 

'7 


25o  YEN 

riva  eretto,  questo  siile  liustì  più  imme- 
diatamente soniiglianle  oll'aiabe  produ- 
zioni. La  varielfi  nel  gusto dell'aicliiletlu- 
la  prò veiuie  pure  dall'aver  i  veneziani 
tratti   dall'Oriente  preziosi  materiali  du- 
rissimi già  lavorali:  quindi  non  poteva- 
no quelli  in  altro  più  strano  modo  ridur- 
re ,  e  volendoli  elevare  grandiosamente 
erano  coslretli  alla  sovrapposizione  degli 
ordini,  non  potendo  allungar  le  colonne. 
Con  ciò  si  spiega  ,  che  se  nella   propor- 
zione delle  colonne  impiegale  nella  basi- 
lica, e  singolarmente  nella  facciata  ,  ap- 
parisce un  resto  di  buona  simmetria  più 
antica  e  appartenente  agli  aurei  tempi, 
questo  nasce  perchè  i  fusti  avevano  al- 
tra volta  probabilmente  servito  a  mol- 
ti greci  edifizi,  che  demolili  si  assogget- 
tarono al  nuovo  genere,  colla  sola  varia- 
zione delle  basi  e  de'  capitelli,  restando- 
ne però  intatti  alcuni  de'primilivi  di  bel- 
lissimo siile.    Siccome  le  alterazioni    di 
lutti  questi  stili  bizzarri  ricever  doveva- 
no particolarmente  il  loro  caratteristico 
dall'  indole  varia  delle  nazioni  presso  le 
quali  venivano  traltali,non  risulta  punto 
strano  che  dalle  Spagne  passando  inFran- 
eia,  e  di  là  girando  pel  resto  d'Europa,  il 
nuovo  modo  di  architettare  abbia  preso 
un  carattere  più  snello,  più  capriccioso  e 
singolare  di  quello  che  noi  prese  ne'paesi 
d'Italia  ,  in  cui  vi  si  portò  direttamente, 
ed  in  ispecie  presso  i  veneziani,  i  quali 
sui  resti  della  romana  grand<izza  e  mae- 
stà avevano  gillato  le  prime  basi  del  lo- 
ro nuovo  splendore  per  la  caduta  d'  A- 
quileia,   d'  Aitino  e  d'  Opilergio,  dando 
molti  saggi  di  gusto  e  d'ingegno  quando, 
prima  della  basilica  di  s.  Marco,  aveva- 
no edificale  le  non  povere  e  non  disador- 
ne fabbriche  di  Grado  e  di  Torcello,  i  cui 
reil'ì  in  quelle  lagune  comprovano  la  ve- 
tustà dell'  indigena  loro  perizia  nell'  ar- 
chilellura.  Nel  tempo  della  riedificazione 
de)  tempio  moltissimi  italiani,  periti  in  o- 
gni  arte  e  singolarmente  in  quella  del  mu- 
saico, vi  fecero  le  più  insigni  prove  d'in- 
gegno. E  probabile  che  vi  avessero  parte 


YEN 

anche  artefici  greci,  pel  continuoconlaU^ 
de' veneziani  con  Costantinopoli.  Dall'epfl 
ca  ilei  doge  Selvo  sino  a'noslri  giorni,  noi 
interrotta  serie  di  artefici  dispose  su  (|uel 
rimn)erisa  superficie  la  parlante  storil 
dell'arti,  ed  i  cartoni, tla  cui  vennero  tra) 
ti  i  musaici,  furono  disegnali  in  ogni  lem) 
pò  da' primi  maestri,  e  può  riconoscersi, 
anche  dallo  stile  di  ciascuna  composizio- 
ne, la  bella  e  varia  maniera  de'pritui  pit- 
tori veneziani.  I  pavimenti  furono  esegui- 
ti nel  modo  grecanico,  dello  tassellalo  o 
vermiculato,  valeadire  una  speciedimull 
saico  non  tanto  prezioso  per  l'esallezsal 
de'fìnìssimi  compartimenti,  quanto  per  la 
squisitezza  della  materia.  L'opere  di  seni-  ! 
tura  non  cedono  il  campo  a  quanto  di  più 
insigne  vantano  le  più  celebri  caltedrali 
per  marmi  e  per  bronzi,  cominciando  dal 
primo  risorgere  dell'arte  fino  all'  aureo 
secolo,  in  cui  singolarmente  il  Sansovino, 
il  Leopardi,  Desiderio  da  Firenze  e  mol- 
li altri  vennero  a  gara  per  lasciai  vi  in- 
signi opere  loro.  Meli'  interna  parie  del 
tempio,  fra  la  preziosa  rarità  de'marra 
ve  n'hanno  di  cave  orientali  assai  pen 
grine,  e  alcuni  che  ponno  dirsi  anelli  i 
lermedi  e  sconosciuti  fra  le  specie  che  si 
nosi  finora  classificale.  Fa  meraviglia, 
saminando  la  parte  esterna,  trovarvi  i 
crostata  una  quantità  di  singolarissiui 
opere  in  mezzo  rilievo,  sagre  e  protàn 
appartenenti  a  diverse  eia  e  nazioni.  C 
sera  la  sorpresa  nel  riflettere,  che  quesl 
fabbrica  nazionale  surse  arricchita  d' 
gni  pubblico  e  privato  tributo,  e  diven- 
ne come  il  deposito  d'ogni  monumento 
pregiato  e  la  conservatrice  della  nativa 
grandezza.  Ne'primi  tempi  la  chiesa  di  s. 
Marco  era  tulio,  e  il  privato  non  abitava 
che  una  modesta  capanna  inte.ssuta  di 
legni  e  coperta  di  canne.  In  chiesa  si 
atlorava  la  Divinità,  si  trattavano  gli  af- 
fari del  comune,  si  deliberava  la  pace  e 
la  guerra,  si  ricevevano  gli  ambascia- 
tori :  la  ciiiesa  era  la  scuola,  il  museo, 
la  galleria  nazionale.  La  basilica  Marcia- 
na è  io  totale  cosi  eniiaenlemenle  vene- 


VEN 

ranila,  che  non  è  possibile  entrarvi  senza 
rimaner  compresi  di  profonda  riverenza 
e  sentirsi  quel  brivido  che  non  ispirano 
jDolli  altri  lecnpli;  effelto  rarissimo  da 
ottenersi   dall'  estetica    negli   edilizi   so- 
praccaricati di  tanti  ornamenti   ricchis- 
simi, e  che  potrebbe  forse   anche  attri- 
buirsi a  quella  palina  generale  che  il  tem- 
po ha  disteso  sull'immeiisa  varietà  degli 
oggetti  e   de'  marmi,  temperandone  il 
sommo   splendore,  e   mettendovi  (piel- 
l'accordo,  (jucll'armonia,  quel  misterio- 
so, che  non  riesce  all'arte  di  poter  quasi 
mai  dare  all'opere,  quantunque  vi  cou« 
corra  col  lusso  di  tanti  altri  mezzi-  Lasciò 
scritto  il  Temariza,  nella  sua  operetta  sul- 
l'antica Pia/ila  di  renezia.»  La  cappella 
ducale  di  s.  Marco,  magnifico  tempio,  nel- 
la più  parte  composto  co'preziosi  marmi 
spoglio  d'altri  templi  dell'Oriente,  fu  ope- 
ra di  tre  o  quattro  secoli,  che  furono  quel- 
h  della  decadenza;  e  ciasciiu  secolo  coll'en- 
lusiasmo  della  moda,  figlia  il  più  delle  vol- 
ta deirigiioranza,  vi  lasciò  l'impronta  del 
suo  genio.  Quindi   la  cappella  ducale  è 
una  greca  in  Italia,  che  adottando  le  va- 
rie mode  di  lei  si  è  sfigurata  con  pregiudi- 
zio della  sua    bellezza  natia,  l^a  facciata 
di  fronte  è  per  così  dire  un  grottesco  ma- 
gnifico: c'è  di  tutto  ;  c'entra  il  gotico  an- 
cora". Il  severo  Milizia, dichiara  la  chiesa 
di  s.  Marco  stimata  più  per  la  ricchezza 
della  materia  e  per  la  delicatezza  del  la  ve- 
ro, che  per  la  sua  grandezza;  essendo  tutta 
di  niarcno-,  ricca  di  scelte  pietre  al  di  den- 
tro, e  messa  ad  oro  al  di  fuori,  onde  fu  det- 
ta la  Chiesa  clorata;  e  da  tutte  le  parti 
straccaricata  di  sculture.  La  pianta  essere 
a  croce  latina  a  5  navate,  cioè  comprese  le 
duedellacrociera.Avere5cupole  in  croce, 
emisferiche  e  con  pennacchi,  come  la  cu- 
pola di  s.  Sofia  di   Costantinopoli.  Fra 
dentro  e  fuori  contarsi  più  di  5oo  colon- 
ne di  marmo.  11  solo  portico  esteriore, 
eh'  è  a  5  archi,  avere  due  ordini  di  co- 
lonne le  une  sull'altre,  ascendenti  a  291. 
Sul   portico  la  loggia  scoperta    circon* 
data  di  balaustri,  eoa  364  cuiounctle, 


VEN  a5i 

e  girano  per  lutto  il  contorno  esteriore 
della  chiesa.  In  fondo  alla  loggia  e  corri- 
spondenti alle  5  porte  della  facciata,  esse- 
re 5  altri  archi  sostenuti  da  molte  colon- 
ne di  porfido.  Questi  archi  congiunti  con 
vari  fiegi  lavorati  a  festoni  e  fogliami  di 
marmo  con  diverse  figure,avere  fra  gl'in- 
tervalli nicchie  in  forma  ili  campanilelti, 
essendogli  archi  tutti  tondi.  11  Cicognara 
non  si  propose  di  porgere  nella  sullodata 
opera  :  Le.  Fabbriche  e  i  Monumenti  co- 
spicui di  ^e/zfz/a,  accurati  dettagli  della 
basilica  di  s.  Marco,  ma  solo  di  alcune 
delle  principali  parti.  Vi  supplì  mae- 
strevolmente r  encomiato  Zanotto,  eoo 
quanto  vado  a  compendiare,  non  senza 
utdizzare  di  altri  benemeriti  scrittori. 
Sembra  che  l'architetto,  inventore  della 
pianta,  sia  affatto  diverso  da  quello  che 
la  facciata  principale  dispose,  il  quale 
aveva  assunto  l'incanco  di  erigerla  ta- 
le da  vincere  in  magnificenza  tutte  le 
altre  esistenti,  in  premio  di  che  vana- 
mente domandò  al  veneto  senato  l'onore 
della  statua  onoraria  inmarmo.Ma  com- 
pito il  lavoro,  incautamente  espresse  a- 
\ersi  frapposto  alcuni  ostacoli  che  impe- 
dirono potesse  condurlo  con  maggior  no- 
biltà di  quello  eh'  egli  volgea  nella  men- 
te; per  cui  la  repubblica  gli  negò  il  si- 
mulacro, e  invece  volle  che  nell'  ango- 
lo destro  del  maggior  arco  sopra  la  por- 
ta principale  fosse  scolp  to  in  bassori- 
lie*'o  nell'atto  di  morders  un  dito,  come 
ad  esprimere  al  riguardante  il  di  lui  pen- 
timento per  la  pronunziava  parola.  Ivi 
si  vede  a  doppie  stampelle,  perchè  si  ag- 
giunge che  fosse  male  aitante  della  per- 
sona. Questa  tradizione  per  altro  non  è 
autenticata  dalla  storia. 

1.  La  fronte  principale  del  sagro  edifi- 
zio,  composta  in  due  ordini,  per  la  ric- 
chezza e  sontuosità  de'marmi,  delle  scul- 
lure  e  de'  musaici  ,  pe'  trafori,  gli  or- 
namenti e  le  statue  che  coronano  i  5  pi- 
nacoli,  ne'  quali  è  divisa,  e  le  tante  pre- 
ziosità ivi  raccolte,  lo  rendono  uno  de' 
più  cospicui  mouumculi  non  solo  di  Ve- 


252  VEN 

nezia,  ma  ili  lulla  l'Italia.  Chi  poi  si  Jras- 
pollasse  col  pensiero  al  secolo  del  suo  in- 
naizatnenlo  e  si  figurasse  lutli  (|ue'aiolti 
intagli,  que'  labernacoii  e  quelle  guglie 
messe  adoro  cotne  allora  vedevansi, ol- 
tre che  farsi  un'idea  alquanto  più  splen- 
dida della  basilica  Marciana,  avrebbe 
con  che  argomentare  sulla  ricchezza  de' 
veneziani  in  quel  secolo,  qual  fosse  la 
loro  pietà,  e  quanta  la  loro  niagnificen- 
za.  L'  ordine  superiore  porta  ne'  5  com- 
parli 4  musaici,  e  quellodinjezzoèaper- 
lo  da  un'immensa  finestra  che  spande  il 
lume  principale  entro  il  tempio.  Que- 
•^li  musaici  furono  lavorali  sui  cartoni  di 
Malfeo  Verona  ,  imitatore  spiritoso  del 
gran  Ptiolo,  morto  ne!  i6i  2.  Figurano  la 
deposizione  dalla  Croce,  la  Discesa  del 
lledentore  al  liuìbo,  hi  sua  Risurrezione, 
e  l'Ascensione  di  lui  al  cielo.  Se  ne  vuole 
autore  un  maestro  Gaetano, che  vi  lasciò 
il  nome  e  l'annoi6i  7,  e  gli  costarono  al- 
meno 6  anni  di  lavoro.  Sotto  all'  ultimo 
musaico,  e  precisamente  dove  negli  altri 
archi  si  apre  una  finestra,  vedesi  la  fi- 
gura del  vescovo  s.  Nicolò,  musaico  di 
Ettore  Localelli.  1  6  campanili,  che  di- 
vidono gli  archi,  sono  sorretti  da  4  co- 
lonne isolale,  ed  entro  a  questi  s'ergon  le 
statue  degli  Evangelisti,  della  Vergine,  e 
dell'Angelo  che  l'annunzia  Madre  di  Dio. 
L'arco  u)assinio  sopra  la  finestra  porta 
in  mezzo  a  campo  azzurro  seutinato  di 
stelle,  il  Leone  alato  col  Vangelo,  di 
bronzo,  neh. "quarto  del  secolo  nostro  la- 
vorato dallo  sculloie  Gnetano  Ferrari. 
Sporge  dal  descritto  l'ordine  sottoposto, 
e  regge  un  terrazzo  atto  ad  accogliere  nu- 
meroso popolo  all'occasione  di  qualche 
feslq  solennizzala  nella  gran  piazza,  che 
meravigliosamente  si  stende  dinanzi  qua- 
le l'accennai.  E  bello  e  sorprendente  in 
vedere  appunto  in  siffatte  festività,  que- 
sta mole  maestosa  dar  luogo  al  fior  de' 
cittadini,  e  il  «ivo  degli  atti ,  e  lo  splen- 
dore delle  tinte  de' panni,  far  contrasto 
colle  sculle  immagini  e  co'musaici  splen- 
didissimi ;  scena  magica  alla  ad  ucceu- 


VEN 

dere  V  estro  del  pittore  vedutista,  ce 
me  lo  accese  a'  celebrati  Canaletti, 
Guardi,  a'Borsato,  da  produr  poi  quel 
le  tavole  rinomatissime  che  si  acquiste 
no  a  peso  di  mollo  oro  da'forastieri  (a 
treltanlo  può  dirsi  degli  altri  principi 
li  edifizi  di  Venezia  sagri  o  civili,  e  di 
isole, come  de'tantisuoi  punti  di  vista  ve- 
ramenle  pittoreschi.  Innumerevoli  poi 
sono  le  vedute  eleganti  ed  egregiamen- 
te disegnate  ed  incise).  Le  molle  e  ric- 
che colonne  di  porfido,  di  verde  an- 
tico, di  cipollino,  di  pario,  sovrapposi^! 
r  une  all'  altre,  e  di  cui  si  adorna  qud|| 
st' ordine,  reggono  5  archivolti,  ognu- 
no de'quali  porta  un  musaico.  Il  i.°  ali» 
sinistra  dell'  osservatore  mostra  il  pro- 
spetto di  questo  medesimo  tempio,  ed  è 
il  solo  esterno  d'antico  lavoro;  il  2.°  of- 
fre l'arrivo  del  corpo  di  s.  Marco,  a  cui 
s'inchinano  i  veneti  magistrati,  lavoro  in- 
signe del  tedesco  Leopoldo  del  Pozzo,  con- 
dotto sui  cartoni  di  Sebastiano  Rizzi  bel- 
lunese, compositore  giudizioso  e  felice, 
morto  nel  i  784;  il  3."  presenta  il  supremo 
di  delle  sentenze  ,  opera  di  Pietro  Spa- 
gna, sul  cartone  d'Antonio  Zanchi  d'E- 
ste,  morto  nel  1722,  pittore  naturalista 
che  in  alcune  opere  riuscì  morbido,  fa 
le  e  di  gran  macchia.  Questo  musaico  e! 
be  molte  volte  restauro,  indi  anni  addii 
tro  venne  tutto  rifatto  sul  diseguo  di  La! 
tanzio  Qiierena,  da  Liborio  Salandri. 
sprimono  gli  altri  due  Buono  e  Rustì 
che  trasportano  furtivamente  la  sagra  si 
ma  dell'Evangelista  dalla  chiesa  di  Ales- 
sandria alla  propria  nave,  e  la  festiva  ac- 
coglienza falla  da' veneziani  a  quelle  ve- 
neratissime  reliquie.  Non  si  finirebbe  sì 
tosto  volendo  descrivere  le  copiose  scultu- 
re di  cui  si  adorna  questo  imponente  pro- 
spetto, ben.s"i  servirebbe  a  provare  quan- 
to nel  medesimo  secolo  fiorissero  la  scul- 
tura in  Venezia. E  vero,che  alcune  venne 
ro  recate  da  lidi  lontani,  e  qua  poste  qua! 
monumenti  di  vittoria  ;  ma  la  maggioi 
parte  souo  contemporanee  alla  progressi 
va  costruzione  del  tempio. Quindi  si  vedo 


VE  rr 

no  gli  eroi  del  cristianesimo  e  quelli  ilei 
gentilesimo  niisli  in  islrana  comunanza, 
end' è  che  taluno  con    ingegnoso  ragio- 
nanjento  li  stimò  allegorie;  come  1*  im- 
prese del  favoloso  figlio  d'  Alcmena  che 
fjui  si  vedono,  da  altri  fiu'ono  credule  em- 
blemi allusivi  alla  forza  erculea  della  re- 
pubblica; ed  altre  sculture,  con  altre  al- 
'  Jegorie.  Quest'opere  furono  unicamen- 
te qui  collocate  per  interrompere  il  nu- 
do muro  della  facciata,  acciocché  splen- 
desse l'arie  dovunque  e  la  magnificenza. 
Era  comune  e  lodevole  costume  in  quel- 
l'età, raccogliereogni  cosa  per  lavoro  pre- 
'  ziosa,  <i  disporla  alHnchè  non  perisse,  ove 
'  il  decoro  de'  nuovi   mouiimeitti  poteva 
guarentirne  la  conservazione;  e  così  ve- 
«lesi  operalo  sulla  i.*  porta,  entrando  a 
sinistra  nel  tempio,  ove  alcune  sculture 
sono  distribuite  sull'  architrave,  le  quali 
'  oveano  apparleiuUo  ad  altri  edifizi  ;e  ri- 
'  cordano  lo  siile  delle  4  colonne  del  pre- 
'  sbiterio,  il  che  non  iscorgesi  sull'ingresso 
■  alla  destra  decoralo  in  diversa  maniera. 
Anche  rintenio  in  più  luoghi  presta  ar- 
gomento alla  uiedesuua  osservazione.  Si 
può  tener  presente  quanto  coll'erudilissi- 
nio  vicentino  Marangoni  in  tanti  luoghi 
ragionai,  sulle  cose  gentilesche  e  profane 
trasportate  ad  uso  ed  ornauìento  de'sagri 
•  Templi.  Ma  tra  gli  urnamenti  più  pre- 
iziosi,  e  nel  niedesimo  tempo  più  storici, 
iche  offre  questo  pi  incipale  prospetto  si  no- 
tano i  4  famosi  cavalli  di  bronzo  esistenti 
Isul  pronao,  e  bellissimi  per  la  loro  vivace 
I  mossa  e  sveltezza  di  fornie,spediti  alla  pa- 
tria neli2o6,da  Marino  Zeno,  e  già  sal- 
'  Tati  dal  grand'EiiricoDdiidulo  nella  presa 
Idi  Costantinopoli.  Molli  chiari  intelletti  si 
'applicarono  ad  illustrarli,  ma  rimango- 
I  no  ancora  assai  dubbiezze  intorno  al  tem- 
po in  cui  veimero  fusi.  Taluni  opinano 
'siano  dessi  un  volo  del  popolo  roinano  in 
'occasione  della  vittoria  riportala  da  Cor- 
bulone  sui  Parti,  sotto  Tiinpero  di  Ne- 
rone, e  vogliono  che  fossero  aggiogati  ol- 
la quadriga  del  So\e  collocata  sopra  un 
'arco  tiionlale.  Ciò  sì   vorrebbe  coull-r- 


V  E  IV  2^)3 

mare  con  «lue  medaglie  di  Nerone  dove 
sono  espressi,  ed  anche  per  essere  fu 
si  in  Pioma  tanto  imperfeltamente  che 
convenne  all'artefice  restaurarli  con  nu- 
merosi tasselli  ;  ed  ove  Nerone  avea  chia- 
mato il  famoso  Zenodoro  a  fondere  la  sua 
statua  colossale,  appimto  per  riuscire 
imperfetti  gli  altri  getti  che  si  operavano 
a  Roma  in  quel  tempo.  L'essere  poi  i  ca- 
valli di  lutto  rame  e  coperti  d'oro, sem- 
bra certamente  più  proprio  di  (|uell'età 
e  di  quel  fasto,  che  non  di  qualunque 
altro  tempo.  Ma  il  conte  Cicognara  però 
crede  che  tale  opinione  possa  essere  in- 
valsa per  tradizione  o  per  congettura.  I 
cavalli  si  trovarono  uell'  Ippodromo  di 
Costantinopoli,  posti  colà  probabilmente 
fin  dal  tempo  che  venne  trasferita  in  O- 
riente  da  Roma  la  sede  imperiale,  e  que- 
sti medesimi  poi,  sempre  frutto  della 
vittoria,  furono  mossi  più  d'una  volta  per 
l'ingrandimento  delle  nazioni.  Cosi  ven- 
nero portali  a  Venezia  allorché  fu  fon- 
dato l'  impero  Ialino  in  Costantinopoli, 
di  cui  il  Zeno  era  podestà.  Nel  1797  poi 
al  cader  della  gloriosa  repubblica  vene- 
ta. Napoleone  volle  imbrigliarli  facen- 
doli trasportare  a  Parigi  ;  ma  seguendo 
essi  sempre  il  carro  della  vittoria,  avreb- 
bero nella  caduta  di  lui  dovuto  posare  il 
piedft  suirislro,  se  la  magnanima  equità 
di  Francesco  I  non  li  restituiva  a  Venezia 
nel  I  8  I  5.  Conservano  essi  ancora  le  trac- 
ce dell'antica  doratura,  e  ciascuno  pesa 
I  700  libbre  grosse  venete  :  dal  loro  piede 
sono  alti  veneti  piedi  4  concie  7.  Di  questi 
cavalli  parlili  in  più  luoghi;  ricorderò  solo 
quelli  in  cui  li  dissi  Scultura  di  Lisìppo, 
secondo  alcuni;  e  lavoro  egregio  di  arti- 
sti di  Scio,  da  dove  li  trasportò  a  Costan- 
tinopoli l'imperatore  Teodosio  !,  come 
vuole  il  Corner,  il  cav.  Muxtoxidi  e  altri, 
l'erciò  di  lavoro  greco,  opinione  de'  più, 
come  rileva  il  Moschini. Crede  il  cav. Muli- 
nelli, negli  Annali  Urbani  di  Venezia, 
essere  indubitabile  che  i  famosi  cavalli  di 
assai  prezioso  metallo  e  di  molto  antico  e 
pregiato  lavoro,  già  appartenuti  ad  una 


2^4  V  E  N 

(pindriga,  fossero  donati  a  Nerone  da  Ti- 
lidale  re  di  Armenia,  ed  a  Reina  passas- 
sero; da  dove  portati  a  Costantinopoli,  a 
Venezia  si  condussero  per  ordine  d'Enri- 
co Dandolo;  finché  tolti  (laTiancesi  li  tras- 
poi  tarono  a  Parigi  ad  abbellimento  del- 
l'arco del  Carosello.  Restituiti  a  Venezia, 
solennemente  l'imperatore  Francesco  l  li 
fece  ricollocare  all'antico  loro  sito  sul  det- 
to pronao,  alla  sua  presenza  a'  i  3  dicem- 
breiSi  5.  Il  cav.  Mutinelli  ne  riparla  con 
documenti  negli  Annali  delle  Provin- 
cie venete.    Finalmente  intorno  a  que- 
sti cavalli,  cui  non  manca  che  il  soHlo  di 
\\\a,  molle  uscirono  allora  le  prose  e  le 
poesie  ;  ma  vincitore  del  tempo  rimarrà 
sempre  l'epigramma  seguente  del  cav.  Ci- 
cogna. Jam  sads  haec  totani  moninienta 
everta  per  orheni-  Viclere  hostill  diruta 
regna  manu.  -Sistant:  et  reliquos  hic  du- 
ratura per  annos,  -  Aeternwn  videant 
Caesfiris  iinperium.  —  La  fci celata  della 
parte  laterale  verso  s.  Basso  è  comparlila 
egualmente  in  archivolti,  ed  ornala  da 
124  colonne  di  marmi  orientali,  e  pic- 
coli musaici,  esprimenti  le  figure  de'  ss. 
Pietro,  Marco  e  Agostino.  Ben  più  del- 
l'altre è  ricca  di   vecchie  sculture,  no- 
tandosi quelle  sulla  porta  colla  Nascita 
del  Salvatore,  e  le  altre  sparse  fra  gl'in- 
terstizi degli  archi,  figuranti  li  4  Evange- 
listi, s.  Cristoforo  e  il  Nazareno,  oltre  tanti 
altri  puramente  ornamentali,  e  che  cer- 
to appartennero  a  più  antichi  edifizi.  Ma 
la  scultura  che  perla  sua  singolarità  me- 
rita maggiore  attenzione  è  il  bassorilie- 
vo di  Cerere  co'  pini  accesi  fra  le  mani, 
montala  sur  un  carro  tirato  da  draghi  o 
ippogrifi  volanti,  in  atto  di  cercare  per 
ogni  angolo  della  terra  la   propria  figlia 
Proserpina    rapila  da  Plutone,  secondo 
la  mitologia.  L'originalità  di  questo  mo- 
numento sta  ne'moili  con  cui  venne  scol- 
pito, poiché  la  composizione  è  schiacciata 
con  tal  siutmetria  da  rendere  più  un'idea 
delle  produzioni  degli  antichi  [)opoli  ita- 
lianijO  più  veramanle  delle  pei  siane  scul- 
ture. —  La  facciata  verso  la  Piazzetta 


V  EN 
riceve  da  questo  lato  ornamento  da  60 

piti  colonne  di  fini  marmi,  ed  è  lulta  i 
crostata   di  verde  antico,  di  africano, 
parlo,   avendovi  persino   il   diaspro 
parte  superiore  è  in  tutto  simile  alfa 
tro  desci  itlo  fianco,  ma  la  .sottoposta 
per   la   vicina   fidjbrica  del  Tesoro  di 
Marco,  e  per  la  riforma   a   cui  soggiac- 
que   allorquando  si   costruì   la   cap[)el- 
la  Zeno,  presenta  un  misto  di  stili  e  di 
lavori  fra  loro  «liscoidi.  L'immagine  del 
Sudario,  quella  della  B.  Vergine,  e  de* 
ss,  Cristoforo,  Marco,  Vito,  e  d'  un  afll 
tro  vescovo  sono  i  soli  musaici  che  (|uì  pl 
vedono.  Il  s.  Cristoforo  venne  lavoralo 
co'  cartoni  di  Pietro  Vecchia,  morto  sul 
finir  del  secolo  XVII,  e  sotto  s.  Marco 
anticamente  leggevtisiil  noraed'unPietro 
e  l'anno  14^2,  come  sotto  s,  Vito  quello 
d*  nn  Antonio.  Si  vedono  scolpili  fradue 
puttiiii  di  marmo  sotto  il  sedile,  presso 
la  porla  del  palazzo  ducale,  quesli  versi' 
obesi  credonodel  XII  secolo:  L'O/npo 
far  e  die  in  pensar  -  Elega  quello  che 
li  pò  inchontrar.  Più  verso  il  detto  p|| 
lazzo  sorge  la  fabbrica  del  Tesoro,  la  dU 
esterna    muraglia   è   pure  incrostata  di'- 
marmi  pregiati,  e  nel  cui  angolo  sporge 
te,  si  vede  un  gru()po  di  4  figure  in  por 
do  che  si  abbracciano  insieme  (il  cav. 
tinelli  dice  che  in  Acri,  ove  lo  lolseri 
veneziani,   da   tempo   immemorabile  li 
grida  si  pubblicavano;  e  che  fu  posto  a 
vicino  angolo  della    basilica  per  servili 
all'oggetto  medesimo),  e  sul  quale  mol 
lo  favoleggiarono  gli  scrittori  ;  ma  coni 
sembra  più  verosimile  venne  qui  portili 
da    Acri    nel   XIII  secolo.  Nana  il  M( 
schini  :  Uscendo  per  la  porla  del  Ballisti 
rio,  si  vede  incastrato  nel  muro  il  grupp 
di  porfido  con  4  figure.  Vi  ebbechi  scris' 
una  Memoria  per  provare  ivi  lappresei 
tati  Armodio  e  Arislogitone  uccisori  d'Ij 
parco  tiranno  d'  Alene,  due  volle  ivi 
spressi.  Ma  poiché  il  vestito  e   il  hivoi 
rammcntiino  piuttosto  i  bassi    tempi, 
poiché  la  loro  attitudine  é  di  congiura 
più  volentieri  si  crederebbero  i  4  frale 


VEN 

Anenimin,  i  quali  tramarono  insilile  ad 
AlessioComnenoimperatore  greco,secon- 
clo  l'opinione  del  cav.  Mnxtoxidi.  Forse  i 
due  versi  ivi  posti  di  saggio  ricordo,  sem- 
brano favorirla.  Il  De  Sleimbiicliel  però 
argomenta  die  rappresentino  Costanzo 
Cloro  e  Galerio  Massimino;  Massimino 
e  Severo  ;  ed  aliri,  dopo  di  Ini, opinaro- 
no rappresentare  quattro  Cesari  seduti 
contemporaneamente  nel  secolo  XI  sul 
irono  orientale,  cioè  Romano  IV  (Dio- 
gene), Michele  Ducas,  ed  i  costui  fratel- 
li Andronico  e  Costantino,  che  ressero 
l'impero  greco  unitamente  dal  1608 
al  1070.  I  due  propinqui  pilastri  con 
monogrammi  mossero  Gio.  David  We- 
ber a  pubblicare  erudita  e  ingegnosa  Let- 
tera al  cav.  Cicogna,  e  da  questi  inse- 
rita nel  t.  I  dell'  Inscrizioni  veneziane. 
La  niagnifica  facciala,  sopra  solide  fonda- 
menta eretta,  ha  secondo  1'  antico  costu- 
me, o  meglio  a  tenore  del  prescritto  dal- 
le Coslititzioni  apostoliche,  lib.  2,  cap. 
57,  il  capo  della  sua  croce  rivolto  all'o- 
l'ienle,  il  piede  aH'occidentCjil  braccio  de- 
stro a  settentrione,  e  il  sinistro  a  mezzo- 
dì; e  sollevasi  dall'imo  al  sommo,  senza 
contar  gli  ornamenti,  piedi  veneti  65,  o 
metri  22,58, ed  ha  in  larghezza  piedi  ve- 
neti i65,  o  metri  57.3  i.  —  Enlrandonel* 
l'atrio  della  basilica,  che  anticamente  la 
cingeva  anche  dalla  parte  sinistra,  come 
dalla  destra, cioè  prima  della  costruzione 
della  cappella  del  Battisterio  e  di  quella 
dello  Zeno,  vedesi  questo  coperto  da  mu- 
saici, la  maggior  parte  lavoro  del  secolo 
XI. Lunga  riescirebbe  cjui  la  descrizione 
di  questi  lavori,  e  basterà  solo  indicare  i 
più  celebrati,  i  quali  portano  il  nome  di 
chi  li  condusse.  Però  è  a  notarsi,  che  nel- 
le 6  cupoletle  e  in  molta  parte  dell'atrio, 
qn<;gli  antichi  artefici  lasciarono  prove 
non  dubbie  del  loro  avanzamento  nel- 
l'arte. Poiché  si  scorge  un  continuo  pro- 
gredimento neirottìmo,  appunto  in  quel 
secolo  in  cui  per  tutta  Italia  stendevasi  de- 
plorabile notte  sull'arti  belle.  Dalle  mol- 
le e  varie  storie  dell'antico  e  nuovo  Te- 


VEN  255 

stamento  qui  figurate,  si  ha  argomento 
validissimo  di  combatter  1'  opinione  del 
Lanzi,  il  quale  asserisce  che  questi  lavori 
seguendo  1'  arte  ridotta  a  meccanismo, 
di  ninn  passo  la  facessero  progredire,  e 
rappresentassero  sempre  le  medesime 
storie  della  Religione  ;  ma  ciò  non  sussi- 
ste, se  diligentemente  se  ne  faccia  l'e- 
same. In  questo  atrio  si  allaccia  alla  vista 
nella  i.'cupoletta  la  Creazione  dell'uni- 
verso e  dell'uomo.  Adamo  che  dà  il  nome 
agli  animali,  la  sua  caduta  e  il  castigo  che 
ne  riceve;  sopra  la  porta  detta  di  s.  Cle- 
mente gli  olocausti  d'Abele  e  dell'iniipio 
fratello  Caino,  il  delitto  di  questi,  e 
la  maledizione  di  Dio  che  lo  fece  va- 
gante sulla  terra.  Nella  cupoletta  che 
segue,  la  2.'  età  del  mondo,  cioè  il  co- 
mando di  Dio  a  Noè  di  fabbricar  1'  ar- 
ca, la  entrala  in  essa,  il  diluvio  e  l'altre 
parti  di  questa  storia  luttuosa.  Indi  nella 
3.'  continuano  i  falli  del  patriarca  mede- 
simo, la  di  lui  ubbrìachezza  e  la  maledi- 
zione che  scaglia  al  figlio  Chaam,  e  la  sua 
morte.  Poi  la  torre  di  Babilonia,  la  storia 
d'Abramo,  quelle  di  Giuseppe  e  di  Mosè, 
le  quali  ultime  occupano  le  rimanenti 
cupoletle.  A  dire  alcunché  intorno  a  que' 
musaici  lavorati  sui  cartoni  de'più  chia- 
ri maestri  della  scuola  veneziana,  ne  cade 
prima  per  ordine  a  nominare  la  mezza 
figura  di  s.  Clemente  I  sulla  porta  late- 
rale a  sinistra,  condotta  da  Valerio  Zuc- 
calo  nel  1 532,  e  poi  quelle  d'Isaia  e  delta 
Vergine  entro  la  nicchia  di  fronte,  com- 
pite da  Domenico  Santi  nel  i  566.  Quindi 
rimmaginesovrappostadeIRedenlorefia 
dueAicangeli,  lavoro  quasi  perduto  di  P. 
Spagna;  tacendoalcune  altre  di  minor  con- 
to, quantunque  falle  dal  celebre  Zuccato, 
mi  limiterò  a  indicare  i  seguenti  musaici 
rifiutati  i  migliori  che  vanti  questo  tem- 
pio. Pel  i,°  viene  il  s.  Marco,  con  vesti 
pontificali  in  gloria,  sulla  poi  ta  prìncipu- 
le,  che  sul  cartone  di  Tiziano  condusse- 
ro i  fratelli  Francesco  e  Valerio  Zuccato 
nel  154.5,  opera  diligente  che  sembran- 
do dipinto  meritò  perenni  lodi.  De'me- 


2%  VEN 

desimi  sono  ì  grandiosi  musaici  che  or* 
nano  il  recinto,  che  comprende  le  porte 
maggiori.  Quindi  su  quella  della  mezza- 
luna che  mette  nella  piazza  vedesi  il  mo- 
numento o  sepolcro  del  Salvatore,  e  più 
in  otto  la  Crocefìssione  condotta  dai  sud- 
detti  Francesco  e  Valerio  Zuccato  nel- 
1' anno  i549  co' cartoni  del  Pordeno- 
ne e  con  quelli  di  Francesco  Salviati 
morto  nel  i563;  poi  alla  destra  di  det- 
ta mezzaluna,  entrando,  la  Risurrezio- 
ne di  Lazzaro,  e  a  sinistra  la  Sepoltura 
della  Vergine,  anibeilue  opere  tenute  fra 
le  classiche  di  que' valorosi.  Indi  tengono 
dietro  in  merito,  i  4  Evangelisti  dispo- 
sti negli  angoli  di  sotto,  e  in  fpie'sovrnp- 
posti  gli  8  Profeti;  e  gli  Angeli  e  i  Dot- 
tori della  Chiesa  sparsi  nel  fregio  ornato 
con  ogni  miiniera  di  foglie  e  frutta  cosi 
nattuali  che  invitano  la  mano  a  spiccar- 
le. Nell'altissimo  vólto  appare  il  Figliuo- 
lo di  Dio  fra  le  nubi  colla  Madre  Ver- 
gine, il  Battista,  due  Cherubini  e  due  An- 
gelicon  giglio  in  ajaiio,adoraiiti  la  Croce 
cinta  da  vari  simboli  della  Passione,  ed  i 
Prolo-parenti  nostri  al  piede  di  quella,  il 
Zanetti,  Notizie  de  iiiiis aie i^\n  tine  della 
sua  opera  della  PiUtira  veneziana,  opina 
essere  questi  gli  ultimi  lavori  del  già  vec- 
chio Bai  lolomeo  Bozza,  eseguili  co'carlo- 
ni  di  Tintorelto.  Invenzioni  di  questo,  e 
parte  dell'Aliense  morto  nel  162C), esegui- 
le in  musaico  dallo  stessoBozza, sono  gli  A- 
postoliegli  Angeli co'gigli  inmanod'ain- 
bo  le  parli  della  Croce.  E  Giannantonio 
Marini,  discepolo  del  Bozza,  co'cartoni 
diMaffeo  Verona  lavorò,al  sinistro  lato  di 
chi  entra,  sotto  l'indicate  ligure,  la  Con- 
danna dell'estremo  giorno,  e  più  in  un  an- 
golo presso  la  finestra,  Giuda  sospeso  al 
ramo  fiuieslo;  e  nel!'  altro  il  ricco  Epu- 
lotte;  come  eseguì  pure  all'opposta  par- 
te, ma  co'  disegni  di  D.  Tintorelto,  gli 
Eletti  invitali  da  Cristo, epiù  sotto,  pres- 
so la  finestra,  il  buon  Ladrone  i;olla  cro- 
ce, la  Vergine  Madre  col  Bambino  in  col- 
lo, ed  uu'ullraimmaginedi  lei  fra  due  An- 
geli. Tutti  i  descritti  nuuaici  si   vedono 


VEN 

anche  dalia  navata  maggiore  dell.i  cliie- 
sa,  perchè  sovrapposti  al  ballatoio  che  la 
circuisce.  Alcuni  musaici  nell'atrio  stes- 
so sono  quasi  perduti,  opere  di  G.  de 
Mio  ed  altri.  Ma  inoltrandosi  alla  sini- 
stra, attira  lo  sguardo  dell'attonito  spet- 
tatore, confuso  in  tante  storie  e  figu- 
re, il  musaico  rappresentante  il  giudi- 
zio di  Salomone,  che  sta  sopra  il  mo- 
numento del  doge  Bartolomeo  Gradeni- 
go.  Venne  questo  compilo  da  Vincenzo 
Bianchini  nell' anno  i  538,  lodalissimo 
per  lavoro  e  disegno.  Si  crede  condotto 
coi  cartoni  di  Giuseppe  Salviati,  o  me- 
glio di  Jacopo  Sansovino  cui  la  repub- 
blica commetteva  parecchi  disegni.  Va- 
sari scrive  che  questa  opera  è  tanto  bel- 
la, che  co'  colori  non  si  potrebbe  fare 
altrimenti.  Seguendo  il  giro  dell'atrio, 
riscontransi  altri  musaici  di  moderno  la- 
voro condotti  sui  cartoni  di  l^ietro  Vec- 
chia. Tali  sono  que'  che  figurano  Giu- 
seppe che  spiega  i  sogni  a  Faraone;  Fa- 
raone sommerso;  la  Colonna  di  fuoco; 
e  Mosè  che  rende  grazie  al  Signore  per 
averlo  liberato  col  suo  popolo  dalla  schia- 
vitù dell'Egitto.  IMa  fra  le  molte  imma 
gini  di  Santi  e  Profeti  che  trovansi  ne 
le  vòlte  e  nelle  pareti  di  questo  brace 
dell'atrio,  le  due  migliori  sono  il  s.  Crist^ 
foro  e  la  s,  Caterina,  quella  condotta 
Francesco  Zuccato,  questa  dal  di  lui  frjj 
fello  Valerio,  ambo  sui  cartoni  del  gra 
Tiziano.  Oltre  la  copia  e  la  preziosità  dj 
musaici  descritti  che  abbelliscono  gli 
trii,  si  decorano  questi  di  altre  prezii 
sita  non  meno  cospicue.  Sono  esse 
molte  colonne  di  marmi  orientali  li 
piegale  a  sostenere  le  vòlte  e  le  pc 
le,  ovvero  semplicemente  addossate 
le  muraglie  quasi  a  pompa  di  lusso,  e 
come  avvertissero  il  visitatore  fin  dai 
suo  giunger  nel  tempio,  che  nella  co- 
struzione di  esso  la  munificente  repub- 
blica profuse  a  larga  mano  i  marmi  e  le 
sculture,  per  adempiere  pienamente  a 
quanto  nel  decreto  di  fabbrica  era  or- 
dinato. Poi  alquanti  monumenti  d'  esi- 


A 


V  E  i\ 

mio  lavoro,  secondo  il  secolo  che  ven- 
nero scolpiti,  creili  ad  onorar  la  vir- 
ili ed  il  valore  di  uomini  chiarissimi, 
compiono  la  decorazione.  Il  primo  di 
ipiesli  monumenti  si  erige  alla  memo- 
ri.i   <lel    doge   Vitale  Fallerò  morlo  nel 

I  o()6,  con  lunga  e  onorifica  iscrizione  :  il 
lavoro  è  rozzo,  ma  di  qualche  pregio,  a- 
villo  riguardo  al  tempo  in  cui  fu  esegui- 
to. Il  5.°  chiude  le  ceneri  della  dogares- 
sa Felice  Michel,  [tassala  a  vita  migliore 
nel  I  I  I  1  :  l'elogio  che  si  legge,  in  versi  e- 
legiaci,  la  celebra  come  amante  di  Dio  e 
del  povero,  onesta  e  graziosa, abborrilri- 
ce  del  lusso  e  delle  pompe,  pietosa,  e  infi- 
ne ubbidiente  a' divini  voleri.  Sebbene 
somigli  questo  lavoro  all'  altro  indi- 
calo, pure  fu  scolpito  da   perita    mano. 

II  doge  Gradenigo,  morto  nel  i343,  ri- 
posa nel  3."  sarcofago,  opera  non  ispre- 
gevole.  Sono  scolpile  sul  dinanzi  dell'ur- 
na 5  figurine  rappresentanti  la  D.  Ver- 
gine sedente  in  trono,  e  da'lali  i  ss.  Marco 
e  Bartolomeo,  e  1'  Annunziata.  I  versi 
esametri  formano  1' epitaffio  tiel  doge. 
Mario  Morosini,  altro  doge,  decesso  il 
I .°  gennaio  1 253,  dorme  nella  4-'  urna, 
nel  cui  prospetto  e  in  doppio  comparto, 
in  piccole  ma  tozze  figure,  sono  scolpile 
l'immagini  di  Gesù  Cristo  fra  gli  Apo- 
stoli, e  di  Maria  fra  12  Angeli  con  tu- 
l'iboli  in  mano.  L'iscrizione  ricorda  solo 
il  nome  e  l*  anno  del  mortale  passaggio 
aireternilàdi  quest'illustre.  L'ultimo  ar- 
co chiude  le  ceneri  sì  di  Bartolomeo  11 
de'  Ricovrati, eletto  primicerio  nell'anno 
i4o7,come  quelle  degli  altri  sacerdoti  di 
questo  tempio.  Il  pavimento  degli  atrii 
è  a  vari  comparti,  conlesto  a  minute  pie- 
Ire  orientali  di  vario  colore.  Adornano 
gli  atrii  e  insieme  l'interno  della  basi- 
lica, l'imposte  delle  5  porte  di  bronzo,  le 
quali  come  nota  il  Cicognara  nella  Sloria 
della  iS'i7//<»/'rt,dimostranoanlichissimo 
l'esercizio  in  Venezia  dell'  arte  fusoria  e 
dell'orafo.  Reca  la  porta  esterna,  alla  de- 
stra presso  dellii  maggiore,  questa  iscri- 
zione :  Mccc,  Ma^hltr  Bcilucius  auri- 


V  E  rf  1^7 

f'x  vcnctii^nie  fecit.  Dalla  medesima  si 
può  dedurre,  clie  anco  le  altre  4  esterne 
sieuo  opere  lavorale  in  Venezia.  Ma  quel- 
le di  maggior  conto,  e  su  cui  alcuni  rima- 
sero indecisi  se  sieuo  opera  greca,  ovvero 
suH'imilazionede'greci  lavorate  in  Vene- 
zia, sono  le  due  interne  dell*  atrio,  cioè 
quella  di  mezzo  e  1'  altra  a  destra  del  ri- 
guardante. Il  Cicognara  crede  a  ragione, 
che  r  ultima,  lutla  di  bronzo  e  intarsia- 
ta con  diversi  metalli  con  figure  e  Santi 
greci,  con  iscrizioni  pur  greche,  sia  lavo- 
ro non  dubbio  di   Costautino[)oli  :   vuol 
quella  di  mezzo  opera   veneta   condotta 
ad  imitazione  dell'altra.  Nell'antiche  me- 
morie è  riferito,  che  dallo  spoglio  della 
ciltà  di  Coslanlinopoli,  nel  principio  del 
secolo  XI li,  furono  qui  recate  le  porle  di 
quella  metropolitana  di  s.  Sofia;  e  può  cre- 
dersi che  la  minore  appunto  potesse  esser- 
ne una  di   quelle,  adattata   alla  basilica 
Marciana.  Se  si  osserva  poi   la  porla  di 
mezzo,  si  vede  in  essa  un  lavoro  d'  imi- 
tazione dell'altra,  tanto  nell'intarsiature 
iX  argento  delle  teste,  cioè,  e  delle  mani 
d'ogni  figura,come  del  brouzo;ese  si  esa- 
minano l'iscrizioni  latine, al  nome  di  chi  la 
fece  eseguire,  così  scritto:  Leo  de  Mo- 
lino hoc  opus  ftcri  j'ussitySÌ  avrà  di  che 
giudicarla  opera  veneziana  ;  e  tanto  più 
che  appunto  questo  Leone  Molino  era 
procuratore  di  s.  Marco  nel   i  i  12.  In  o- 
giiuna  di  queste  porte  poi  sono  elligiati 
moltissimi  santi  dell'antica  e  della  nuo- 
va legge.  Il  descritto  atrio  o  vestibolo,  in 
lunghezza,  dali'un  capo  sino  alla  cappel- 
la Zeno  dove  finisce,  si  estende  pietli  ve- 
neti 186,  o  metri  64,61  ;  ed  è  largo  pie- 
di i8,  o  metri  6,25.   Ed  eccoci  giunti 
all'interno  del  tempio,  il  cui  aspetto  pro- 
duce quel  singolare  effetto  religioso  che 
già  rilevai,  ed  un  santo  non  descrivibile 
timore  della  Divinila;  non  disgiunto  da 
quel  sentimento  derivato  dalla  forza   del 
sublime,  il  quale  tutta  occupando  all'iai- 
provviso  la  mente  la  solleva  sopra  la  sfera 
de'  comuni  concetti,  e  tosto  conosce  aver 
(£ui  l'arte  raggiunto  il  suo  nobile  fine. 


2hS  V  e  n 

3.L'inlenio  mirabile  (Iella  celebeniraa 
e  veneritnda  basilica  di  s.  Marco  nella  for- 
ma è  disposto  a  croce  greca.  Sei  pilaslro- 
iii  e  altreltanle  maschie  colonne,  ornale  di 
capitelli  messi  aoro,dividonola  navemag- 
giore  dalle  due  laterali;  e  per  tutto  intor- 
no il  tempio  gira  un  aml)idacro  che  ac- 
coglie, nelle  solenni  funzioni,  molto  po- 
polo. Cinque  grandi  cupole  s'  innalza- 
no maestosamente  sopra  una  cornice  di 
marmo,  e  sono  pur  esse  disposte  a  croce. 
Per  la  profusa  copia  delle  preziose  cose 
d'arteche  si  presentano  all'occhio atloni- 
to,a  superare  la  diUicoIlk  dell'esame  onde 
gn>tarle,  proceilerò  con  ordine  comin- 
ciandodalla  nave  centrale  |)iìj  grande. La 
lunghezza  del  tempio,  dalla  porta  mag- 
giore al  di  fuori  sino  all'antico  altare  del 
6s.  Sagramenlo,  è  di  piedi  veneti  220, 
o  metri  76,42  ;  la  larghezza  della  crocie- 
ra di  mezzo  è  di  piedi  180,  o  metri 
62,53;  e  la  circonferenza  di  tulio  il  corpo 
di  piedi  950,0  metri  33o,02.  Le  colon- 
ne sono  alte  piedi  veneti  56  e  58,  o  me- 
tri 19,45,  e  20,1  4  dalla  cima  al  pavi- 
mento.  Su  d'esse  camminano  i5  vól- 
toni  maggiori,  de'  quali  7  attraversano 
Ja  nave  di  mezzo,  e  gli  altri,  girando  la- 
teralmente a'muri,  compongono  il  cielo 
delle  navi  minori  in  lutto  quello  spazio 
che  non  è  occupalo  dalle  cupolelte.  Fra 
l'uno  e  l'altro  di  questi  vòltoni,  che  nel 
braccio  sinistro  e  nel  capo  si  uniscono 
con  altri  archi  maggiori,  elevansi  nella 
nave  maggiore  e  nelle  braccia  formanti 
la  croce,  le  dette  5  grandiose  cupole,  le 
quali  erigendosi  maestosamente  sopra 
una  cornice  di  marmo,  haimoiG  finestre 
ciascuna. L'altezza  dal  pavimento  alla  ci- 
ma è  nelle  pritne  di  mezzo  piedi  veneti 
86,  o  metri  29,87,  e  nell'altre  3,  una  in 
capo  e  due  nelle  braccia,  è  piedi  80,  o 
metri  27,79.  ^'^"^  sommità  di  ciascuna 
s'  alza  un  fanale,  sostenuto  da  colonne 
coperte  di  piombo:  ergendosi  nella  ci- 
ma una  Croce  di  rame,  intorno  alla  qua- 
le una  banderuola  gira  secondo  il  sof- 
iio  de"  venti.  Sulla  porta  del  principale 


V  EN 

ingresso,  alla  quale  si  ascende  pei*  7gra- 
dmi,  è  collocato  uno  de'più  antichi  mu- 
saici di  (juest.i  chiesa.   Figura  Cristo  a- 
vente  a'  lati  la  Vergine  e  s.    Marco.   Voi 
nell'arco  massimo  sulla  delta  porta,  in  5 
comparli  sono  espresse  alquante  visioni 
dell'  Apocalisse,  lavorate  nel  1570    da 
Francesco  Zuccato, ed  altre  figurediSan- 
ti  condotte  dal  nipote  Armonio.  Contro 
l'accuse  degli   emuli,  furono   magistral- 
mente lodati.  Non  è  ben  certo  chi  som* 
ministrò  i  cartoni  per  s"ì  grandiose  ope- 
re,  ma  sembra  che  Tiziano  ne  ficesse 
gli  sbozzi,  e  per  la  sua  vecchia  età  li  com- 
pisse il  figlio  Orazio.  iVon  parlando  delle 
singole  figure  de'Santi  che  ornano  i  pic- 
coli vólti  di  questa  nave,  nella  1. ^cupola 
si  vedono  rappresentale,  tra  le  16  finestre 
di  es*a,  32  figure  esprimenti  le  16  nazioni 
chiamate  alla  salutare  luce  del  Vangelo 
da'XII  Apostoli,  i  quali  sono elfigiati  sulle 
finestre  medesime,  in  atto  di  ricevere  il 
dono  delle  lingue dalloSpirito  Santo,  che 
vedesi  sulla  sommità  della  cupola. —  Sot- 
to r  ultimo  arco,  alla  sinistra  di  chi  mi- 
ra, verso  il  centro  del  tempio,  sorge  un 
altarino  coli'  immagine    del   Crocefissoj 
dipinta  sulla  tavola  e  coperta  di  cristal- 
lo.  Ricorda  la  tradizione,  che,  essendoi 
appesa  in   un  capitello  della  piazza,  quii 
venne  posta  nel  1295,  poiché,  ferita  dal! 
pugnale  d'  un  empio,  dalla  lesione  pro- 
digiosamente spicciò  vivo  sangue.  Ne  av- 
valorala credenza  il  luogo ov'è  posto  l'al- 
tare, fuori  al  tulio  di  simmetria  dal  re- 
sto del  tempio,  e  l'essere  ornato  di  mar- 
mi preziosi,  cioè  di  nero  orientale,  di  a- 
fricano,  di  verde  antico,  di  granito,  di| 
penlelico,  e  persino  la  palla  che  «'«Jggej 
la  Croce  del  cupolino  è  d'  agata  cornio-? 
lata  d'oriente,  che  pel  suo  diametro  dti 
circa   un   piede  si  tiene  in  gran  pregio. 
E"  opinione  del   cav.  E.  A.  Cicogna  chei 
questa  edicola  del  Crocefisso  detta   da'! 
veneziani  el  capitelo  sia  stata  dapprin-j 
cipio dedicata  alla  santissima  Annuuzia- 
la  ,  ciò  potendosi  giustamente   arguire 
dalle  immagini  dell'Angelo  e  della  Ma-^ 


VE  N 

donna  scolpile  in  marmo,  di  liitlo   fon- 
do, appoggiale  su  due  mensole  al  di  fuo- 
ri della  slessa  edicola;  e  che  posteriormen- 
te siasi  sull'altarino  collocato  i  I  Crocefisso 
di  cui  si  ragiona.  iNè  la  coughietlura,  dice 
egli,  è  priva  di  appoggio  anche  perchè  è 
notorio  esser  pia  tradizione,  che  nel  gior- 
no 7.5  marzo  consagralo   all'  Aninmzia- 
zione  i  veneziani  abbiano  fondalo  la  [)ri- 
ina  chiesa  in  Rialto,  cioè  s.  Jacopo,  e  da 
quel  punto  siansi  messi  sotto  gli  auspicii 
della    Vergine  Annunziata,  e  quindi   al 
primo  di  quel  mese  abbiano  cominciato 
a  contare  l'anno  veneto.    INIa  Francesco 
Zanotto,  che  illustrò  con  tulto  lo  studio 
questo  tempio,  pruova  essere  questa  edi- 
cola eretta  appositamente  per    venerare 
l'immagine   prodigiosa   del   Crocefisso, 
mentre   li   due  simulacri   dell'  Angelo  e 
della  Vergine,  chequi  si  veggono,  erano 
una  volta  sull'  aliar  maggiore,  sagro  al- 
l' Annunziazione.  —  Tornando  a'  mu- 
saici   vedonsi    tosto  (pielli   che  decora- 
no il   gran  %óllo  che  segue  la  prima  cu- 
pola. Ivi  sono  enigiale  alcune  azioni  del- 
la vita  del  Salvatore.  Quindi,  incomin- 
ciando a  destra,  appare  il   tradimento 
di  Giuda  ;  Cristo  condannato  a  morte;  la 
sua  Crocefissione  ;   V  Angelo  che  ne  an- 
nunzia  il    risorgimento  ;    la   discesa    al 
Liudw;  l'apparizione  del  Redentore  al- 
la Maddalena,  e  il  suo  mostrarsi  nel  Ce- 
nacolo a  togliere  1'  incredulità  di  Tom- 
maso. A'iali  esterni  di  questo  medesimo 
vòltone,  il  Bozza  co' cartoni  del  Salviati 
lavorò  le  due  grandiose  figure  di  David 
e  di  Zaccaria  ;  e  sotto  allo  stesso  vólto 
Alvise  Gaetano,  co'  disegni  di  D.  Tinlo- 
rello,  nel  iSgo  compì  i  ss.  Castorio,  jNi- 
coslralo  e  Suiforiano.    Dall'altra    parte 
dell'arco.  Giobbe  e  Geremia  furono  con- 
dotti da  G.  A.  Marini;  ed  opera  di  Lo- 
renzo Ccccato  sono  l'altre  figure  di  fron- 
te alle  prime  descrille,  esprimenti    i  ss. 
Cosma  e  Damiano,  Lecumone  ed  Ermo- 
lao. La  cupola  massima  si  veste  d'  anti- 
chi lavori.   Tra  ciascuna  delle  i6  fine- 
stre sono  figurale allrettunle  Virtù,  e  so- 


V  E  N  2T9 

pra  i  fori  Gesù  Cristo  in  Irono  fra  4  Ce- 
lesti si  mostra  alla  Vergine  e  a'  Xll  A- 
posloli.Ne'peducci  poi  gli  Evangelisti  e  i 
4  fiumi  dell'Eden  mostrano  che  la  leg- 
ge di   Cristo  per  opera  degli  Apostoli  si 
diifiise  per  tutta  la  terra.  Questa  maggior 
cu[)ola  minacciando  rovina  n  tempo  del 
Sansovino,  fu  da  lui    con  nuova   inven- 
zione salvala, come  testifica  il  figlio  Fran- 
cesco nella  Venezia  lìescrìlLa.  Divide  il 
presbiterio  e  il  coro  dal  corpo  principa- 
le del  letnpio,  un  parapetto  di    marmo 
ornato  d'8  colonne,  sulla  cornice  del  qua- 
le posano  I  4  statue  ecceUeiili  e  pregiatis- 
sime, cioè  la  Vergine,  s.   Marco  e  i  XII 
Apostoli. Sono  queste  lavoiodi  Jacobello 
e  Pietro  Paolo  tigli  d'Antonio  delle  Ma- 
segue  veneziani.  iNon  è  vero  che  appar- 
tenessero al  monumento  di  Teodorico  ia 
Ravenna  e  che  prò  venga  no  da  quella  città. 
La  seguente  epigrafe  scolpila  sull'archi- 
trave reca  i  nomi  «legli  scultori  e  1'  anno 
in  cui  si  compì  l'opera.  Mcccxciui.  Hoc 
opus  erecliini  fuit  tempore  exct-lsi  do- 
niini  Aiitonii  tenerlo  Dei  ^ratia   Du~ 
cls  fenetiariim,  ac  iiobiLiuin  vir.  domili. 
Petri  Coriierio  et  Michaelis  Steno  ho- 
norahilium   Procura  tarimi  praefrtctae 
Ecciesiae  benedictae  Beatissimi  Mar- 
ci Evangelislae,  Jacobcllus  et   Petrus 
PaulusJ'ratres  de  Fenetiis  feccrunt  hoc 
opus,   JNel   mezzo  a  queste   statue   s'in- 
nalza una  giau  Croce  d'argento  coll'im- 
magine  del  Crocefisso,  quella  di  s.  Marco, 
e  negli  angoli  i  4  Evangelisti  e i  massimi 
Dottori  della  Chiesa  Ialina.  L'artista  che 
condussea  termine  tale  lavoro,lasi:iòque- 
sl'altra  iscrizione. wcccxc////.  Facta  fuit 
ah  nobilibus  Procuraloribus  Petra  Cor' 
nario  et  Micliaelis  Steno,  Jacohns  ma- 
gistri  Marci  Benato  de  fenetiis  fecit. 
Nell'angolo  a  sinistra,  sullo  il  gran  vói. 
lo  che  gira  suH'indicalo  parapetto,  vi  è 
s.  Pietro,  eseguito  da  Arnnnio  Zuccaie; 
e- all'opposta  parte  vedesi  s.  Paole,  lavo- 
ro  deirarlefice  greco  Grisogouo.  Nel  gi- 
ro  del  vólloneG.  A.  Marini, co'disegni  di 
D.  Tiolorelto,  incomiuciando  a  sinistra, 


iGo  YEN 

t'segin  l'Acloray.ionecle'Magi;  l'Annunzia- 
la; la  Tiasfigiiiazione;  la  Piesenlazione 
:il  leinpio,  e  il  nattesimo  di  Gesù  disio  : 
.volto  l'allio  ^òltOjche  vien  dappiesso, sta 
il  Salvalore  fra  due  Angeli,  e  molli  fre- 
gi di  squisito   lavoro.    Le   parli   laterali 
del  coro  sono  ornale  di  .seddi  ;  opere  di- 
Jigeulissime  in  tarsia,  su  cui  sono  edìgiati 
i  ss.  IMarco  e  Teodoro,  e  le  Virtù  teolo- 
gali e  cardinali,  di    Sebastiano  Schiavo- 
ne  converso  del  monastero  di  s.  Elena, 
condotte  a  termine  nell'  anno  i536,  se- 
condo afferma  il  Sansovino.  Sopra  le  tar- 
sie descritte  risaltano  due  podii  o  pal- 
clietli  un  per  lato,  il  parapetto  de'  qua- 
li è  ricco  per  bassirilievi  in  bronzo,  la- 
veri  lodatissirni  di  Sansovino.  Esprimo- 
no sei  filiti  della  vita  di  s.  Marco.   Ope- 
re dello  stesso  sono  |)ure  le  figiuine  de' 
4  Evangelisti   in   bronzo,    che    posano 
sul  balaustro  laterale  dell'  ara  massima, 
mentre   le   figurine    de*  4   Dottori  che 
fan   seguilo   vennero   modellale  da  Gi- 
rolamo Caliari  nell'anno  i6i4j  secon- 
do nota  lo  Stringa.   Non   parlando  de- 
gli  organi,  clie   fiancheggiano  l'  altare, 
né  delle  portelle  di  essi,  dipinte  due  con 
figure    di   Siinli   da   Gentile  Bellini,  e 
due  con  falli  della  vita  di   Gesù  Cristo 
da  Francesco  Tacconi  nel  i490>  ricor- 
derò di  volo,  coprirsi   le  rimanenti  pa- 
reli del  presbiterio  di  parecchi  musaici, 
sì  nntichi  e  sì  del  buon  secolo.  Quindi  si 
vedono  nelle  nicchie  che  susseguono  le 
tarsie,  due  Angeli,  lavorali   l'uno  da 
Marco  Luciano  Puzzo,  l'altro  da  Vincen- 
zo AntonioBianchini,condotti  nel  i5i  7,a 
saggio  del  loro  valore.  Poi  quinci  e  quin- 
<li  si  scorgono  Santi  e  Profeti,  ed  azioni 
gloriose  dell'Evangelista   titolare  tiella 
chiesa.  La  cupola  è  ornata  coll'iinniagi- 
ni  de'  XI!  Profeti  maggiori  che  circon- 
dano la  Vergine,  e  più  in  allo  il  Salva- 
tole col   voluine  in  mano  e  in   atto  di 
benedire  i  fedeli.  1  peducci  accolgono  gli 
enilJcmi  de'4  Evangelisti,  ed  ogni  storia 
e  figura  porla,  come  in  tutto  il  tecnpio, 
un'  iscrizione  cavata  dal  sagro  testo,  che 


V  EPf 

spiega  il  dipinto.  Il  magnifico  altare  mag- 
giore v'innalza  solto  una  tribuna  di  ver- 
de antico,  sostenuta   da  4  colonne  prezio- 
se, intagliale  d'infiniti  falli  della  s.  Scrit- 
tura   con    minutissimo  travaglio,    che 
sembra  greco  del   secolo  XI,  secondo  il 
Moscliini.   In  falli  il  Cicognara  mette  iti 
dubbio  il  giudizio  dato  da  Girolamo  Za- 
netti, Delia  origine  d'alcune  orli  pres- 
so i  veneziani,  cioè  essere   le  colonne 
lavorate  in  Venezia,  ed  esclude  persino 
r  idea  che  fossero  prima  in   Grado  o  a 
Torcello,  rilenendo  probabile  sieno  sta- 
te oidinale  a  Coslanlinopoli  da'venezia- 
ni  in  uno  alla  Pala  d'Oro,  ovvero  da  co- 
là recate  con  altri   mollissiini    materia- 
li.  Agijiunge,  che  quand' anco  si   voles- 
se provare  che  fra'  veneti   allor  si  tro- 
vasse chi  fosse  allo  a  scolpir  meglio,  che 
non  sieno  i  bassirilievi  delle  colonne  io 
discorso  ,  avrebbe  egli   men  ripugnanza 
j)iegarsi  a  siffatta  opinione,  piuttosto  di 
credere  i  veneziani  capaci  ad  assumere 
una  tanta  operazione,  per  l'erudite  ra- 
gioni che  riporta.  Le  sculluredellecolon- 
ne  presentano  figure  d'altorilievo  quasi 
aiìfilio  slaccate,  essendo  separale  le  sto- 
rie che  rappresentano    le  une    dall'altre 
pere) zone  orizzontali,  alle  circa  2  oncie, 
intorno  alle  quali  con  bellissimi  caratte- 
ri latini  sono  sculle  le  descrizioni  de'sin>j 
goli  fatti.  Sopra  la  tribuna  trovansi  col- 
locale 6  piccole  figure  di  marmo  sedute, 
e'ipriu)enli  i  4  Evangelisti,  il  Redentore 
in  trono  col  libro  in  mano,  e  Gesù  Cri- 
sto nell'azione  medesima  che  fu  da  Pilato 
mostrato  al  popolo.  La  mensa  di   que- 
st'altare fu  nuovamente  ordinala  nel  lu- 
glio 1834  per  decreto  del  munifico  im- 
peratore Francesco  \,  e  venne  costrutta 
con  quella  magnificen7a  propria  di  tan- 
to luogo.  Quindi  il  porfido,  il  verde  an- 
tico, il  pano  vi   furono  impiegali,  oltre 
i  lavori  in  bronzo,  fusi   con  ogni  studio 
«liill'esiu)io  scultore  Bartolomeo  Ferrari. 
Tali  sono  i  capitelli  che  sormontano  le 
colonne  di  marmo  greco,  le  medaglie  e 
gli  allri  ornamenti,  che  il  gusto  palesano 


VEN 
clfirniireo  cinquecento.  Entro  a  quesfa 
mensa  fu   riposto  a' 26  agosto  i835    il 
veneiamio  corpo  di    s.  Marco,  scoperto 
a'6  maggio  1 8 1  I  sotto  la  medesima  men- 
sa, e  che  riferiva    ìnìoiedialamente  alla 
sotto  confessione,  di  cui  parlerò  in  appres- 
so, ed  a  suo  luogo  dell'  invenzione  e  col- 
locaiueulo  di  tanto   sagro    tesoro.    Cosi 
restò  smentito  l'animoso  parlare  del  Til- 
lemont,  ii  quale  apertamente  avea  pre- 
teso impugnare  la  traslazione  del  corpo 
di  s.    IVJaico  d'Alessandria    a    Venezia, 
tacciandone  la  storia  qual  solenne  impo- 
stura, nelle  Meni,  per  sers'irealla  sloria 
Ecc/.,ì.  3,  p.  98.  Se  d  solo  Anonimo  edito 
dall'Euschenio,  negli   ^cta  Sanctoriim, 
t.  3  api'., ne  avesse  fatta  menzione,  forse 
il  giudizio  troppo  severodelTillemont  sa- 
rebbe in  qualche  u^odo  scusabile;  ma  non 
abbiamo  forse  la  testimonianza  di  Ber- 
nardo monaco  francese,  vissuto  nel   IX 
secolo,  presso  IMabillon,  j4cta  ss.  Ord. 
Bened.  saec.  Ili,  p.  2;  quella  di  Severo 
vescovo  d'AscIumia  nel  secolo  X,  presso 
ii  Renaudot,    Vit.  Patriarch.  Alexau' 
drin.j  di  s.  Pier  Damiano  nel  secolo  XI , 
0/7.  t.  2,  n.  16;  e  per  tacer  d'altri  quel- 
le della  Cronaca  del  Dandolo,  iib.  8,  e. 
2,  §  6,  nel  t.    12,  Rerum  Ilalìcanitn 
Scriplores   di     Muratori  ;   del    Biondo, 
Italia  ìlluslr.  Reg.  8,  p.  37  i  ;  del  Sa  bel- 
lico.   Dee.  I,  Iib.   2,  p.  47»  oltre  i  tanti 
e  tanti  altri  documenti  raccolti  con  mi- 
rabile diligenza  dal  Cornaro,  Ecel.  Ve- 
net.Anliq.  Mommi.  Illnstr.Dec.  i  3  ?  Per 
ultimo  abbiamo  le  pregevolissime,  Me- 
morie storico-critiche  intorno  la  Vita, 
Traslazion  e  e  Invenzione  di  s.  31  arco 
Evangelista  principal protettore  di  Ve- 
nezia, di  Leonardo  conte  Manin,  edi- 
zione  2."  con  Appendice,  documenti  e 
discorso   letto   il  dì  6  settembre  i835 
da  S.  JE.  Jacopo  Monica  Cardinale  e 
Patriarca,  Venezia  dalla   tipografia  di 
G.  B.  Merlo 1 835.  —  La  tavola  nel  lato 
dietro  all'  altare  maggiore,  in  i4  com- 
parti, è  secco  dipinto,  eseguilo  nel  i344 
da  maestro  Paolo  e  da'  suoi  figli  Gio* 


VEN  261 

vanni  e  Luca  di  Venezia.  Rappresenta 
l'immagine  di  Cristo  morto,  e  con  diver- 
se stoi  le  di  s.  Marco.  Questa  tavola  net- 
la  parte  postica   ne  ricopre  un'  altra  di 
lamina  d'  oro  e  d'argento,  greco  lavoro 
del  secolo  XI,  si  preziosa,  che  dillìcilnien- 
te  se  ne   può  additare  un' altra  che   la 
pareggi,  come  la  qualifica   il  Moschini  ; 
e  solo  ne'giorni  solenni  resta  esposta  so- 
pra l'altare.  Questo  è  il  gran  quadro  d'o- 
ro ricinto  di  argento  doralo,  dipinto  io 
ismallo  e  gioiellalo,  che  trovasi  ^ul  mag- 
gior altare  della  basilica  Marciana,  det- 
to la  Pala  d'  Oro,  tanto  famosa.  Molti 
illustrarono    questo  raro  e  ricchissimo 
monumento  cospicuo  della  magnificenza 
de'veneziaiii.  Ricorderò  soltanto  la  cele- 
brila atlistico-leltei  aria  del  conte   Cico- 
gnara,  il  quale  nel  1820  pubblicò  in  Ve- 
nezia co'tipi   d'Alvisopoli:  Descrizione 
di  tre  Tavole  rappresentanti  la  Pala 
d'Oro  della  Regia  basilica  dì  s.  Alar- 
co.  Se  ne  rende  erudita  e  intelligente 
ragione  dal  dotto  architello  N.  D'  A  puz- 
zo  nelle  Effemeridi  letterarie  di  Ro- 
ma del  1822,  t.  6,  p.  365.  La  disserta- 
zione del  conte  Cicognara,  con  tavole,  e 
ulteriori    illustrazioni   dell'eruditissimo 
Zanotto,  si  ammira  ancora  e  meglio  nel- 
la magnifica  opera  che  mi  è  guida  a  que- 
ste mie  indicazioni.  Nondimeno  per  bre- 
Tità,  preferisco  giovarmi,  in  dare  un  cen- 
no   della  Pala   d'  Oro,  delle  posteriori 
Notizie  sulla  Sotto-  Confessione^  antico 
Sotterraneo,  e  sulla  Pala  d"  Oro  della 
chiesa  di  s.  Marco  in  Venezia,  del  sa- 
cerdote d.  Valentino  Giacchetti  sagrista 
dell'Imperiale  Regia  Basilica  suddettay 
Venezia  dalla  tipografia  di  Pietro  Cor- 
della 1 838,  con  tavole.  La  Pala  d'Oro  fu 
giudicala   dal   Cicognara,  gran  maestro 
nell'arti  belle:  «  il  più  cospicuo  avanzo 
che  attesta  visibilmente  a  quantosalirono 
l'arli  bizantine  nel  X  e  XI  secolo,  e  a  qual 
segno  giungesse  lo  splendore  de'venezia- 
ni,  mentre  l'Italia  può  dirsi,  che  vegetas- 
se,quasi  non  conscia  delle  passate  sue  glo- 
rie". Tulli  i  crouisli  concordi  riferiscono, 


ofn  V  E  N 

che  il  lavoro  eli  questa  Pala  rl'Oro  perla 
i^liiesa  tli  s.  Marco,  fu  ordinalo  a  Costan- 
tinopoli dal  doge  s.  Pietro  Orseolo  nel 
576;  però  il  lavoro  fu  compito  soltanlo 
nel  I  io5  nel  dogado  di  Faliero,  secondo 
tutti  gli  storici.  In  vece  il  Cicognara,  su 
questo  insigne  capolavoro  dell'arti,  os- 
serva die  nell'iscrizione  posta  in  versi  dal 
celebre  doge  Andrea  Dandolo  nel  i  345', 
divisa  in  2  riquadri  nel  mezzo  dell'ultimo 
ordine  de'compartimentidella  Pala,  può 
leggersi  l'intera  storia  di  questo  antichis- 
simo nionumeu  lo,  a  malgrado  la  man- 
canza di  lucede'tempi  precorsi.  Sull'ap- 
j>oggio  di  tale  iscrizione,  egli  nega  che 
dal  C)y6  al  1  1  o5  abbia  durato  il  lavoro; 
ed  al  conlrarioèd'avviso  che  il  lavoro  sia 
stato  eseguito  in  5  06  anni  di  lempo,eler- 
ininato  nel  dogado  del  successore  dell'Or- 
seolo.  Primieramente  egli  crede  che  as- 
sai meno  ampia  dell'esislenl e  fosse  costrui- 
ta la  Pala,  e  anzi  portatile,  com' erano  a 
quell'epoca  gli  antichi  Tritlici\  pev  fa- 
cilitarne il  trasporto,  e  la  collocazione 
ne' vari  tempi  e  modi,  secondo  le  diverse 
solennità,  o  le  costumanze  o  i  bisogni, 
quand'anco  si  voglia  formata  con  qualche 
maggior  numero  di  comparlìmenti,  per- 
chè l'antiche  tavole  o  iconi  solevansi  del 
pari  ripiegare  in  4  o  i"  5 comparti.  In  se- 
condo luogo  egli  ammette  la  1. 'opera  di 
materia  puramente  metallica,  con  lavoro 
di  smaltì,  e  riflette  non  esser  probabile 
che  si  tenesse  a  giacere  quella  Pala,  senza 
cullo,  reduce  appena  dall'oriente,  cal- 
colata l'impazienza  de' veneti  di  posse- 
derla, fatta  coni'  era  col  peculio  del  pub- 
blico  erario,  e  se  ne  alFreltasse  il  colloca- 
mento ancorché  si  lavorasse  per  la  prin- 
cipale ricostruzione  del  tempio.  Con  oc- 
chio artistico  inoltre  il  Cicognara  osser- 
vando i  6  quadri,  nella  parte  superiore 
della  l^ala  con  greche  iscrizioni,  li  rico- 
nosce alle  tracce  della  composizione  e  del 
diseguo,  d'uno  stile  coi  rispondente  all'o- 
pere de'bassi  tempi,  specialmente  bizan- 
tine; li  trova  di  più  in  confronto  agli  al- 
tri quadri,  ruollissimo  danneggiali,  e  si 


VEN 
persuade  quindi  della  maggior  loro  vetu- 
stà, e  appartenenza  alla  i."  costruzione  del 
monumento.  Qualunque  peso  si  attribui- 
sca tuttavia  n  simili  induzioni,  è  di  fatto, 
comesi  le"f'e  nell'iscrizione  medesima  del 
Dandolo,cheil  doge  OrdelalTo  Fallerò  nel 
I  io5  cominciò  ad  abbellir  questa  Pala  e 
adornarla  di  gemme.  Triplice  ne  viene 
quindi  la  conseguenza  ad  appoggio  delle 
riferite  induzioni,  che  ben  prima  deli  io5 
fosse  giunto  da  Costantinopoli  il  lavoro; 
che  quell'antica  non  fosse  allora  preziosa, 
al  grado  iu  cui  lo  divenne  poi  ;  e  che  un 
qualche  uso  per  l'  avanti  si  avesse  fatto 
della  Pala,  non  essendo  probabile  che  il 
Faliero  si  occupasse  a  rinnovarla  appena 
veduta,ch'è  quanto  dire  appena  creata,  li) 
quella  circostanza  si  aggiunsero  molti 
quadretti  a  ingrandimento  della  Pala,  e 
n'è  argomento  evidentissimo l'eflìgie  dello 
stesso  Faliero,  nell'ordine  pili  basso,  alla 
destra  della  Vergine  ,  dietro  la  serie  di 
quelle  de'  Profeti  ,  quand'anche  non  si 
considerasse  la  serie  appunto  de'  Profeti 
stessi,  e  gli  ulteriori  soggetti  simili  per  lo 
stile  a  que'  quadrelli  e  all'altro  alla  sini. 
stia  appartenenti  alla  2."  epoca,  e  ordina^ 
li  forse  a  Costantinopoli,  o  eseguiti  d'aiv 
telici  bizantini  venuti apposilameuteaVej 
iiezia,  spiegati  in  Ialine  iscrizioni  con  veri 
singolarissimi.  Alla  qual  serie  di  lavori 
a  credersi  spettar  tulli  i  pìccoli  quadrelt 
del  contorno  della  Pala,  e  forse  gli  Evar 
gclisti  medesimi  situati  nel  centro.  Uiit| 
nuova  ristorazione  della  Pala  devesiain^ 
mettere  eseguila  sotto  il  dogado  diPielr< 
Ziani  nel  i  209;  il  quale  ristauro  forse  eW 
be  luogo  nelle  parli  del  centro,  e  probai 
bilmenle  negli  Apostoli  e  Santi  del  4-°  ot 
dine,  benché  pel  loro  carattere  nobile,  pel 
gusto  delle  pieghe  ,  e  per  una  certa  eie* 
ganza  nel  disegno,  inclini  il  Cicognara  a< 
attribuirne  la  rinnovazione  neHultiinà  < 
poca,  e  perchè  giuslamenle  riflette,  avei: 
si  allora  posto  mano  agli  abbellimenti  1 
all'incremenlo  del  ricco  lavoro,  e  perch 
a  quel  tempo  era  già  seguita  la  conqui 
sUdiCoslaulinopcli,  e  facevausi  auche  iij 


V  EN 

Venezia  opere  in  ogni  mnniera  eccellenti. 
Rimosiia  poi  ogni  diibbiezza,appniisce  vi- 
sibilmente dal  caialteie  degli  ornamenti 
e  dalla  distribuzione,  che  ili345fu  l'ul- 
tima epoca  del  lavoro  più  degli  altri  d'en- 
tità e  d' importanza  nel  monumento  in 
discorso;  e  perciò  giudica  il  Cicognara, 
esservi  quel  misto  d'arcbelli  e  sesti  acu- 
tissimi in  cima  airedicole,dovc  sono  gli  A- 
postoli,  e  trova  la  ragione  delle  gugliette 
e  del  genere  d'arabeschi,  che  da'pnesi  ger- 
manici andavasi  dìllondendo  alloia  per 
rilalia,sotto  il  nome  di  gotica  architettu- 
ra. Sentenzia  pertanto,  che  il  doge  Dando- 
lo avesse  fatta  ricomporre  la  Pala  d'Oro 
per  intero,  e  anzi  ricostruirla  servendosi 
di  tutte  quelle  parti  diverse,  colle  quali 
era  stala  per  l'addielro  rafiìgurata,  e  più 
\olte  ricomposta;  che  vi  abbia  aggiunto 
ìiuove  e  moltissime  di  quelle  gemme,  di 
cui  a  dovizia  erasi  arricchito  il  Tesoro  di 
s.  Marco,  e  che  avesse  anco  levali  e  sosti- 
tuiti alcuni  de'quadrelli,  per  introdurvi 
possibilmente  una  qualche  regolarità.  Di 
quesl'  ultimo  fallo  è  prova  evidente  l' i- 
scrizione  slessa  del  Dandolo,  occupante  il 
luogo  di  due  quadri,  che  prima  al  certo 
non  saranno  stali  vacui.  La  Pala  d'Oro 
è  lunga  piedi  veneti  q:  i  i  e  alta  6:-  E 
tutta  coperta  di  Santi  lavorali  in  ismallo, 
sopra  7  tavole  in  argento  doralo  ,  e  76 
d'oro,  senza  conlare  quelle  d'oro  e  d'ar- 
gento dorato  sparse  pel  quadro  e  per  le 
cornici,  e  le  Une  Iantine  argentee  con  ca- 
ratteri gotici,  che  formano  appunto  la  me- 
morata iscrizione.Singolareèil  lavoro  de- 
gli smalli, perchè  col  cesello  solevansi  di- 
segnare sopra  le  lamine  le  figure,  alcune 
capsule  composte  di  finissime  lamine  d'o- 
ro, nel  fondo  cesellato  ,  componevano  le 
parti  più  minute  della  faccia  e  quanto  oc- 
correva d'ornamentale,  comprese  le  pie- 
ghe della  figura;  riempite  poscia  colle  va- 
rie polveri  degli  smalti  le  capsule  slesse, 
luellevansi  al  riverbero  del  fuoco,  che  u- 
nendo  le  materie,  già  ripulite  e  levigate, 
davano  il  risultato  di  quelle  figure,  che  a 
prima  giunta  si  direbbero  dipinte,  anzi 


V  E  N  a63 

musnico  con  superficie  più  tersa  del  cri- 
stallo senza  segno  di  cemento. _  In  questo 
immenso  lavoro  la  meccanica  è  portala 
a  n'estremo  grado  di  diligenza. L'anzidette 
lamine  erano  prima  chiuse  da  ornamenti 
in  ismallo,  i  quali  quasi  tulli  si  perdero- 
no  ne'vari  rislauri,e  speciahnente  quan- 
do si  die  nuov'ordine  alla  Pala,  e  ne  re- 
stò qualche  tenue  porzione  soltanto  in 
pochissimi  quadri,  eccettuato  il  rotondo 
nel  centro,  che  conserva  le  tracce  del  la- 
voro in  alcune  parti  della  sedia  dove  Cri- 
sto sta  assiso,  e  in  alcune  parli  di  lettere 
non  coperte  dal  rimanente  de'  lavori  io 
rilievo,  che  legano  le  pietre,  e  quelle  let- 
tere furono  anzi  lette  dal  eh.  E.  A.  Ci- 
cogna, delle  patrie  cose  e  dello  siile  lapi- 
dario antico  giudice  peritissimo,  nel  se- 
guente senso  :  Jiacc  ...  majfstas  haec  est 
ea  siimwa  polestas,  qua  daliir  orline  bo- 
niini  piclads  ...  pctc  clonuin.  La  nuova  ri- 
composizione delia  Pala  fu  lulta  ricinta 
e  inquadi'nla  in  compartimenti  e  corni- 
ci d'argento  dorato  e  unifo»"u)i;  lavoro  vi- 
sibilmente appartenente  all'ultima  metà 
del  secolo  XVI,  e  presumesi  opera  di 
mano  d'artefici  veneziani.  Nel  luogo  di 
tulli  i  compartimenti  della  larghezza  di 
circa  mezz'oncia,  vedesi  percorrere  un  in- 
tarsiamento  di  lapislazzuli,  quasi  mean- 
dri finissimi,  intagliati  su  laminette  me- 
talliche, niellali  in  bruno,  ricoperti  d'uno 
smalto  trasparente  turchino.  La  cornice 
d'argento  dorato  è  tutta  eseguila  a  cesel- 
lo ,  con  infinito  gusto  e  diligenza  ,  come 
lo  sono  i  piccoli  busti  riportati  su  quel 
fondo  punteggialo  e  granilo,  non  d'altro 
rilegno  assicurali  che  da  certi  chiodetti, 
i  quali  visibili  anche  nel  «lisegno  vanno 
alternati  in  più  luoghi  con  medaglioni  di 
smalti  ,  consimili  a  quelli  che  trovansi 
d'intorno  al  grande  Arcangelo  neh."  or- 
dine. I  6  soggetti  del  I."  comparliuienlo 
della  Pala  rappresentano:  i.  la  festa  del- 
le Palme  o  sia  l'ingresso  del  Salvatore  in 
Gerusalemme.  2.  La  Risurrezione  sua  o 
meglio  la  discesa  al  Limbo,  1'  uscita  de* 
primi  padri;  vedousì  le  porle  infrante  e 


?.C4  V  E  N  V  E  IV  'W/m 

cadiife,  cliiavislelliecliiotlispnrsisitl  fon-  genti  dal  fondo.  IV."  I  tjuaUro  Vangeli, 
do,  e  il  liioiifalor  della  morte  colia  Croce  sii  stanno  in  altrettanti  medai^lioni  ,  di 
che  fa  sorgere  Adamo  dal  Limbo,  e  ve-  slribuiti  intorno  a  (jiieslo  soggetto  prin. 
desi  Eva  nella  figura  di  dietio.  Le  due  fi-  cipale,  e  tulli  i  4  indicati  lavori   hanni 
gore  reali  dall'altra  parte  sembrano  Da-  l'iscrizioni  latine  portanti  i  rispettivi  no 
vid  e  Salomone,  ma  in  onta  all'anacroni-  mi.  Al  di  sopra,  in  5  irregolari  compaia 
smo  del  pittore,  opina  il  Cicognara,  cite  li,  stanno  altri  due  Arcangeli  e  due  Cbe 
debbano  essere  invece  Costantino  I  es.  E-  rubini,  e  nel  centro  un  Trono,  cbe  noi 
Iena,  gi(iccliè(|uesl'im pera Irice  Ila  cospar-  può  per  altro  spiegarsi,  cbe  per  quello  de 
so  il  manto  n  guisa  d'armellini,  con  tante  Vangelo,  colla  coloonba,  la  quale  arresti 
croci,  cerlamente  allusive  al  ritrovajneu-  l'ali  suH'Evaugelario,  e  su  cui  vedesi  so 
lo  ad  essa  dovuto  del  s.  Legno.  3.  La  Cro-  speso  un  globo  colla  Croce.  Questo  grup 
cefjssioiie.  Segue  un  pezzo  di  più  ricca  e-  pò  di  vari  comparlimenli  forma  un  qua- 
secuzione,  e  più  ornato  di  smalti  prezio-  drato  perfettissimo,  il  quale  occupa  coi 
si  e  di  gemme,  colle  mani  e  poizioni  delle  uno  de'suoi  lati  l'altezza  del  3.°  e  del  /[. 
braccia  d'oro,  sporgenti  dal  fondo  in  rilie-  ordine  della  tavola.  Dodici  figure  gran 
vo.  Eil  quadro  di  s.  Michele,  intorno  a  diosee  beo  disegnale  d'alcuni  Apostolici 
cui,  distribuiti  in  varie  dimensioni,  stan-  allriSantistannodistribuitenel4-°ordin< 
11016  piccoli  medaglioni  di  Dottori  della  6perpartedelquadratodimezzo.V.''L'u| 
Chiesa,  ed  altri  Santi  eseguiti  in  epoche  timo  ordine  che  posa  sulla  base  retro  a 
distinte  in  israaltoed  ivi  raccolti.  4,  5,6.  rallare,comprende  12 Profeti  con  iscrizi 
Succedono  l'Ascensione,  la  Pentecoste,  e  ni  in  parie  greche,  in  parie  latine,  e  coli 
la  Sepoltura  della  Vergine.  11.°  La  a."'  li-  sentenze  relati  ve  alle  loro  profezie,in  tant 
nea  di  quadri,  in  numero  di  27,  che  ri-  cartelli  che  tengono  in  mano.  I  5  coni 
cinge  la  Pala  anche  sui  lati,  coinincian-  parlimenli,  riuniti  nel  mezzo,  sui  qua 
do  dal  (.".abbasso  alla  sinistra  di  chi  guar-  posa  il  gran  quadrato  in  centro  della  Pi 
da  facendo  lutto  il  giro  sino  all'  ultimo  la,  sono  consagrati,  uno  all'  effigie  dell 
cbe  trovasi  all'  opposto  lato,  comprende  iVladonna,  la  quale  a'Iali  tiene  queste  ps 
la  storia  di  s.  Marco,  e  molti  falli  sulla  role  in  caratteri  greci  :  Maler  Dcij  du 
vita  della  Vergine  e  del  Salvatore,  oltre  all'iscrizioni  del  doge  Dandolo,  e  negli  a 
l'immagini  d'altri   Santi,  come  rilevasi  tri  due  stanno  effigiali  il  doge  Faliero.co 
dall'iscrizioni  Ialine,  111.°  Gli  Arcangeli  la  latina  iscrizione:  0/•Jpi^/e/^us  Di'  Gn 
formano  il  3.°  della  gran  tavola  in  nume-  Venecie  Ditx,  e  Irene  Con)uena,  mogi 
IO  di  12,  sei  per  ogni  parte,  colle  iscrizio-  dell'imperatore  Alessio  IComnenodiC< 
Ili  in  greco,  scritte  per  la  più  parte  con  slantinopoli,conlemporaneaalloslessoF| 
molli  errori ,  come  fu  da  qualche  intelli-  liero  e  segnala  con  questi  caratteri  greu 
gente  osservalo.  Nel  mezzo  incontrasi  iu\  Irene  P'enerahilissiinu  Augusta;  òoax^ 
grande riqùadroseparatodalreslanledel-  perla  sua  sanlilà celeberrima. Congettura 
la  Pala,  che  forma  come  il  corpo  centra-  giuslamenleiIch.Zanotto,chelafiguradul 
le  della  medesima,  le  cui  parli,  e  per  le  Fallerò,  la  quale  su  questa  pala  vedesi  co- 
variedimensioni,  eperla  molteplicità  de-  perla  colle  vesti  imperiali  di  Costantino- 
gli  oggetti  ,  non  corrispondono  ad  alcu*  poli,  sia  stala  sostituita  all' immagine  di 
no  degli  altri  quadretti  de'5  ordini  prin-  Alessio  Comneno,  sovrappostavi  sulla  fi- 
cipali:  questo  è  più  ricco  di  gemme,  che  gura  antica  una  nuova  testa,  come   pa- 
tullo il  restante.   Sopra   maestoso  trono  tenlemente  appare;  e  che  la  iscrizione  la- 
siede  nel  maggior  disco  il  Salvatore,  che  lina  recante  il  suo  nome  sia  slata  surro- 
siiiiilmenle  al  grande  Arcangelo  Miche-  gala  alla  greca  del  Comneno,  essendosi 
le,  ha  le  uiani  d'alto  rilievo  iu  oro,  spor-  ballula  lu  lamina  d'oio.  E  ciò  vieu  diiu 


V  EN 

strato  dalle  altre  greche  iscrizioni  porla- 
ledalledue  tavolette  seguenti,  le  r|iiuli  col' 
la  prima  forinavaDO  un  trittico.  A  diile- 
renza  degli  antichi  trittici,  che  si  chiude- 
\ano  verticalmente,  questa  Pala  memo- 
randa, flnoa'nostri  giorni,  chiudevasi  in- 
vece orizzontalmente,  col  piegarsi  cioè  la 
parte  superiore,  alta  un  3.°,  aggiranlesi 
'sopra  cardini  di  ferro  e  piegandosi  d'aU 
'tra  parte  con  una  tavola,  che  univasi  al- 
la superiore,  e  nascondeva  l' interno  la- 
voro, il  quale  reslava  scoperto  suH'ulla- 
re  nelle  priniarie  solennità.  Nel  centro  deU 
la  tavola  superiore  dov'era  infissa  la  Fa- 
la  si  scopersero  alcune  parole  »critte  ad 
'inchiostro,  riferibili  all'epoca  dell'ultima 
'l'innovazione,  cioè:  1342  Joa:  Bapl.  Bo- 
rile segna  me  ficit  orai  jJ  me.  Inorila  alle 
'mille  aifrontate  vicende,  nel  corso  di  tan- 
ti secoli,  sussìstono   ancora  in  questa  Pa- 
la molte  gemme,  molte  perle,  molti  cam- 
mei,e  nell'  ultimo  ristauro,  eseguito  dal- 
la perìzia  degli  orefici  veneziani  padre  e 
figlio  Dal  Fabro  detti  Buri ,  con  ingente 
'  spesa  e  fatica,  si  riempirono  lutti  i  vacui, 
e  si  ripalò  a  parecchie  ingiurie  del  tempo, 
essendo  così  bene  pi  ocedulo  il  lavoro  che 
ebbe  compimento  stupendo)  e  sebbene  le 
pietre  preziose  non  sìeno  più  le  mirabili 
del  secolo   Sii  e  XIII,  pur  sono  ancóra 
I  339,come  nota  mg/  Eellomo.  L'ingran- 
dÌQieulo  e  il  lustro  della  Pala  fu  progressi- 
vo, iu  proporzione  alla  ricchezza  de'lem- 
pi,  alla  magnificenza  de'dogi,alle  giurie  e 
a'fasli  veneti. Per  la  conservazione  del  più 
splendido  fra'  sagri  monumenti  di  Vene- 
ria,  nell'ultimo  recente  restauro  già  i  pre- 
stantissimi fabbriteri  della  basìlica  mg.' 
G.  A.  JMoschini ,  conte  Leonardo   Ma- 
nin e  conte  Marco  Corniani  degli  Alga- 
rotti,  ricorsi  a  molte  fra  le  agiate  e  pie  da- 
me veneziane,  ne  riportarono  ricchi  pre- 
senti di  gioieedi  perle,  le  quali  in  aggiun- 
ta ad  altre  acquistatesi, s'impiegarono  bel- 
la mente  nell'ammirando  lavoro,  nel  re- 
stituire la  Pala  d'Oro  una  4-'  o  5."  vol- 
ta alla  sua  originaria  integrità]    monu- 
Uieiilo  altresì  d'arte,  dì  leiìgione  e  di  ^a- 
vui.  xc. 


V  E  N  2G5 

trio  amore.  Altra  descrizione  della  PaU 
d'Oro,  può  leggersi  negli  Annali  Urba- 
ni del  cav.  Mulinelli. 

4-  Dietro  all'ara  massima  descrilla,<!olto 
una  tribuna,la  quale  più  di  20  anni  addie- 
tro fu  ridotta  nella  sommità  a  miglior  sti- 
le, sta  l'antico  altare  che  servì  fino  aliS  ro 
a  custodia  del  ss.  Sagramento.  E'  sostenu- 
ta questa  tribuna  da  4  preziose  colonne 
d'alabastro  orientale,  lavorate  a  spira,  al- 
le quasi  piedi  8  e  oncia  4,  due  delle  qua- 
li candidissime  e  trasparenti,  e  forse  u- 
niche  di  così  lata  dimensione  (forse  non 
potrà  reggere  tale  proposizione,  dopo 
la  riattivata  cava  dell' i^/'/fo,  del  qua- 
le alabastro  nel  Tempio  della  basilica  O- 
sliense,  ma  impellicciate,  ve  ne  sono  del- 
le giganlesclic:  si  ponno  vedere  que'due 
articoli).  Altre  duecolonue  sono  di  ver- 
de antico,  e  tutto  il  resto  è  pure  di  scel- 
ti marmi  e  pregiatissimi,  notandosi  il  pa- 
rapetto della  mensa  di  diaspro  orientale. 
E'  pure  di  fino  marmo  il  tabernacolo, 
il  quale  «iceve  splendido  ornamento  da 
due  colonnette  di  rosso  antico  e  da  alcu- 
ne sculture  in  marmo,  come  da  una  por- 
Iella  di  bronzo  doratOjOpere  tutte  del  San- 
sovino.  Gli  antichi  musaici  nell'alto  rap- 
presentano 4  Santi,  e  nel  catino  sovrap- 
posto appare  la  grandiosa  figura  del  Sal- 
vatore in  trono,  lavorala  neli5o6  da  un 
maestro  Pietro.  Qui  converrebbe  parlare 
della  magnìfica  porla  conducente  alla  Sa- 
grestia; ma  lo  farò  ragionando  di  essa.  Nel- 
lo spazio  corrispondente  alla  maggior  cap- 
pella, ed  alle  due  laterali,  che  più  innan- 
zi descriverò,  è  posta  secondo  l'antico  co- 
stume della  Chiesa  la  Sotto-Confessione. 
Nel  tempo  delle  persecuzioni  contro  t  cri- 
stiani, questi  si  ritiravano  nelle  Catacom- 
be per  celebrarvi  i  divini  misteri  e  la  sa- 
gra Sinassi,  e  dove  quasi  tesoro  prezio- 
so riponevano  i  corpi  e  le  osm  de'  marti- 
ri. Ridonata  da  Costantino!  In  paceall.t 
Chiesa,  ed  accordato  a'fedeli  il  libero  e- 
sercizio  del  cullo,  sopra  qiie'luoghi  me- 
desimi usarono  i  cristiani  frequentemen- 
te innalzar  gli  altari  ed  erigervi  le  cht«- 

ì8 


2G6  YEN 

se.  Oiiltitli  come  i  iiiailiricol  loro  sangue 
avfaiio  confessato  la  feile,  così  i  templi  e 
meglio  gli  altari  posti  sopra  i  loro  sepol- 
cri appelluroiisi  Martirio  cla'greci,e  Con- 
fessione da'iatini.  Però  i  greci  usarono  di 
questo  nome  alquanto  diversamente  da' 
latini,  I  primi  così  nominarono  ancora  la 
chiesa  sotterranea,  mentre  i  secondi  chia- 
marono confessione  solamente  la  parte 
corrispondente  a!  maggior  altare.  E  sic- 
come il  luogo  era  sotterraneo,  volgarmen- 
te fu  detto  Sotto  Confessione,  e  con  que- 
sto nome  appunto  chiamossi  ancora  la 
chiesa  sotterranea  di  s.  Marco,  come  av- 
verte il  Zaootto.  Avendone  appositamen- 
te scritto,  come  di  sopra  ho  riferito,  mg.' 
Giacchetti,  di  preferenza  in  questo  pu- 
re lo  seguo.  Sotto-Confessione,  o  anche 
Discesa,  secondo  i  greci ,  nominavansi  i 
luoghi  sotterranei  ei;istenti  in  quasi  tutte 
l'antiche  basiliche,  perchè  ivi  i  primi  fe- 
deli di  nascosto  seppellivano  le  spoglie  de' 
confessori  della  fede.  In  quella  specie  di 
catacombe,  quando  cessarono  le  persecu- 
zioni, si  eressero  altari,  ne'quali  si  custo- 
divano le  sante  ossa  de'Tutelario  Titola- 
ri à'o^rn  basilica,  e  intervenivano  i  fede- 
li a  salmeggiare  concordi  gli  Uffìzi  divi- 
ni. Correndo  l'anno  829  il  doge  Giusti- 
niano Parteciparlo  ,  che  faceva  edificare 
la  basilica  di  s.  Marco,  volle  quindi  imi- 
tare il  costume  de'tempi  primitivi,  e  or- 
dinò l'erezione  di  grandioso  sotterraneo, 
collo  scopo,  raggiunto  da  Giovanni  suo 
fratello  e  successore  nel  ducato,  di  collo- 
care nell'altare  il  corpo  del  s.  Evangeli- 
sta, poco  prima  trasportato  d'Alessandria 
per  mezzo  di  Buono  da  Malamocco  e  di 
Rustico  da  Torcello.  E  in  perfetta  ana- 
logia alla  prisca  costumanza  si  ricorda 
che  fiorì  in  questa  sotto-confessione  la 
rinomata  confraternita  o  scuola,  come  al- 
lora chiamavasì,di  s.  Maria,  la  quale  per 
uno  forse,  0  per  lutti  insieme  i  molivi 
congetturati  dall'ab.  Tuderini  nelle  sue 
Memorie  intorno  V  antichissinia  scuo- 
la delta  Madonna  de' Mascoli,  con  que- 
sto vocabolo  uomiuossi  coli'  andar  de- 


VEN 

gli  anni.  Apprendo  dal  Cicognnra,  che  la 
parola  Mascoli,  ad  altro  non  può  allude- 
re che  a  Maschi,  sia  che  l'istituzione  com- 
prendesse i  n)aschi  semplicemente,  sia  aM| 
co,comeda  taluno  ragionevolmente  si  ciw 
de,  che  venisse  la  Vergine  qui  invocaluda 
chi  specialmente  era  braojoso  di  prole  ma- 
schile; il  qual  desiderio  da    varie  e  molle 
circostanze  di  guerre,  di  peste  e  di  altri  bi- 
sogni dello  stato  e  delle  fimiglie  può  es- 
sersi allora  sentilo  con  maggior  ansietà  di 
quello  che  a'dì  nostri.  La  posizione  della 
città  soggetta  airacque,congiurò  poi  m^ 
grado  gli  sforzi  di  chi  sosteneva  auloi'evd§| 
mente  la  scuola,  al  successivo  suo  prospe-i 
rare;  poiché  fabbricata   la  basilica  in  uno* 
de'punli  più  bassi  di  Venezia,  vi  comincia- 
rono a  penetrar  l'acque  marine  e  piova- 
ne.  Nel  i563  colla  cassa  di  della  scuola 
occorse  non  lieve  spesa  per  rifare  tutto  il 
suolo  guastalo,  e  riparare  ad  altri  danni 
dell*  acque,  onde  abilitare  i  confiatelli  a 
proseguirvi  l'ufTiziatura.  Verso  il   1  58o 
tornarono  l'acque  a  ingombrare  questo 
luogo,  per  cui  i  confratelli  inlerameii 
l'abbandonarono  nel  1600,  e  si  raccol^ 
ro  ad  orare  nella  superiore  basilica  alll 
taredella  Madonna  de'Mascoli,  nome  1 
i  confratelli  dierouo  a  quell'altare,  giài 
retto  fino  dal  i43o,  come  alla  sua  vij 
la  dirò.  Indi  ottennero  dal  doge  Mari 
Grimani, di  scendere  nel  sotterraneo  el 
varvi  l'antico  bassorilievo  ad  uso  di  ta- 
vola o  pala  d*  altare  (i  veneziani  e  altri 
col  vocabolo  pala  chiamano  le  sculture  e 
i  dipinti  che  formano  i  quadri  degli  alta- 
ri),  che  ora  vedesi   collocata  nell' atric 
conducente  al  Tesoro,  rappi  esentante  If 
Vergine  col  Figlio,  i  ss.  Pietro  Apostoli 
e  Marco  Evangelista,  e  le  ss.  Caterina  ( 
Orsola  vergini  e  martiri;  lavoro  lutto  d 
marmo  costalo  al  sodalizio  SyS  lire  e  lÉ 
soldi.  Il  trasporto  del  bassorilievo  sega 
neli6o3  il  giorno  di  s.  Tommaso,  dop(j 
il  quale  si  otturarono  le  porle,  e  si  chiù 
se  ogni  foro  che  dava  adito  alla  luce  ne 
sotterraneo.  Però  non  si  trascurò  mai  d 
pensare  al  modo  di  ripristinare  sì  iute 


YEN 

lessante  Sontiiario,  né  si  «iisperò  di  rag- 
giiiiiijpr  lo  scopo.  Lo  visilò  il  celebre  do- 
ge e  lelleralo  Marco  Foscarini,  «juanclo 
lil  silo  dopo  2  secoli  cirii»  ern  di  venuto 
uno  stagno  cooipiflo  <!' acque  ali' altez- 
ta  allora  d'un  piede;  e  visitandolo  pure 
nel  secolo  stesse)  in  tempo  di  sictilà  il  ce- 
Jebre  Corner  illustratore  delle  chiese  di 
Veneziano  trovò  tutto  ingombro  di  mel- 
ma. Se  nel  I  763  morte  non  rapiva  il  lo- 
dalo doge  ,  avrebbe  egli  forse  mandato 
iid  elFelto  il  concepito  pensiero  di  resli- 
'tuire  il  sotterraneo  «Ila  primitiva  inte- 
grila. Si  chiusero  quindi  e  rimasero  oscu- 
iri  questi  recinti  fino  oh  808;  ma  in  quel- 
li' anno,  il  bisogno  di  dar  nuovo  ordine 
ni  presbiterio,  mediante  il  disfacimento 
il'.! litico  f>llaie,  die  motivo  a  chi  reggeva 
allora  la  diocesi  d' indagare  in  qual  si- 
Uo  giacesse  il  corpo  di  s.  Marco ,  di  cui  i 
isecoli  e  le  vicende  aveano  fatto  smarrire 
la  traccia;  e  si  calcolò  quindi  esistere  nel 
isniferranco,  aprendosi  una  porla  mura- 
la a  pie  tiella  scala,  riferibile  agli  appar- 
'tamenli  del  doge,  che  per  essa  scendeva 
iad  orare  in  que'  veneranili  silenzii.  Va- 
•rie  volte  fu  comincialo  e  intermesso  il  la- 
Koro,  per  insorti  accidenti,  ma  finahnen- 
«e  nel  1S25,  a  merito  della  zelaiile  fab- 
ihriceiia  della  basilica,  si  entrò  nel  sotter- 
raneo, si  tentò  e  si  ottenne,  mercè  amo- 
Ivibili  chiuse  in  legno,  la  rimozione  <lel- 
ti'ac(pia,rhe  vi  si  alzava  ad  oncie  i4  ve- 
jiiele  sotto  comune,  e  nd  oncie  21  nelle 
igrandi  maree;  si  mondò  il  selciato  dal 
tdcnso  e  allo  limo  che  lo  copriva;  si  stu- 
jdiò  di  repriuiere  possibilmente  qne'ri- 
Igaguoli,  che  derivavano  dalle  pioggie;  e 
Inel  1 83o  si  diede  libero  corso  all'aria  col- 
Ila  riapertura  n'Iati  delle  finestre,  dappri- 
liTia  serrate  ,  e  col  chiudersi  l'imposta  a 
jinezzo  d'  un  cancello  di  ferro  corrispon- 
Mente  a'  fori  laterali  alla  gradinata  che 
3conduce  al  presbiterio.  La  Sotto -^Coiifes- 
•sione  della  basilica  di  s.  Marco,  come  ve- 
•«lesi  dallo  spaccalo  diligentemente  inta- 
igliato  e  annesso  alle  lodale  Memorie  At\ 
coute  iMunìn,  e  Delia  lueuzìonala  opera 


V  E  N  2G7 

delle  Fàlìhrìche  venete,  è  fatta  a  guisa  di 
croce; occupa  quindi  lo  spazio  del  sovrap- 
posto presbiterio,  e  delle  due  cappelle  di 
s.  Clemente  e  di  s,  Pietro.  Nella  sua  mag- 
gior lunghezza  ha  metri  2  1,70  circa,  e 
nella  masmior  sua  lalitudiue  metri  circa 
26,  e  centimetri  58  sotto  il  comune  del- 
l'acqua del  vicino  canale.  La  costruzione, 
solida  e  massiccia,  è  del  tutto  semplice. 
L'architetlura  è  greco-romana.  Si  divide 
in  3  cappelle,  la  maggiore  delle  quali  sta 
nel  mezzo,  e  due  a'Iati  in  altrettante  nic- 
ciiie.Le  pareti  sono  pure  da  vuote  nicchie 
circondate,e  una  banchina  di  marmo  cir- 
cuisce tulio  il  sotterraneo,  eh'  è  forma- 
lo a  piccoli  volti,  sostenuti  da  52  colon- 
ne senza  basi,  di  marmo  pario,  alta  eia* 
scuna  circa  due  metri,  con  capitelli  an- 
tichi di  varie  forme,  che  ne  sostengono 
le  volte.  L'altare  di  mezzo  è  perpendico- 
larmente sotto  il  maggiore  della  basilica. 
Vedonsi  ancora  in  piedi,  la  colonna  qua- 
drata di  sostegno  alla  pietra,  in  cui  cele- 
bravansi  i  divini  misteri,  nella  cui  som- 
mità sta  il  nicchio,  dove  custodivansi  le 
reli(piie  de'ss.  Martiri;  e  due  piccoli  marie- 
ciuoli  laterali.  Alla  partedi  dietro, sopra  4 
corte  e  grosse  colonne,  è  collocato  un  cas- 
sone marmoreo.di  forma  quadrilatera  che 
tocca  il  vòlto.  Dieci  colonnette  di  marmo 
pario,  4  fil  di  dietro,  e  6  divise  egualmen- 
te per  ciascuno  de'Iati,  sostengono  un  can- 
cello di  marmo ,  forato  con  maestria  e 
buon  gusto,  che  giunge  al  detto  cassone. 
Stanno  a' 4  l'^'i  altrettante  colonne  con 
ricchi  capitelli  bizantini,  che  pure  confi- 
nano col  vólto.  In  poca  distanza  e  per- 
pendicolari alle  4  colonneistoriatea'fian- 
chi  del  maggior  altare  della  basilica  su- 
periore sorgono  4  grandi  colonne  con  ca- 
pitelli (due  de'  quali  si  cambiarono)  for- 
mate  a  guisa  di  foglia  d'olivo,  che  addi- 
tano l'epoca  della  decadenza  dell'arti  nel- 
l'impero romano  a' tempi  di  Costantino 
I,  le  quali  si  credono  ivi  collocate  poste- 
riormente, perchè  fossero  di  sostegno  al- 
le 4  colonne  istoriate  anzidette.  Dietro 
i'  aliare  vi  è  una  gradiaata  rolouda  di 


2G8  V  E  N 

Diarmo,  conducente  a  un  foro  quailralo 
del  grande  cassone,  eli' è  tulio  annerito, 
forse  come  viene  da  taluno  inferito,  pe' 
lumi  che  in  copia  si  saranno  accesi  na- 
turalmente da' fedeli  in  venerazione  a  s. 
Marco,  il  cui  corpo  stava  riposto  entro 
il  cassone  medesimo.  I  capitelli  delle 
colonne  che  sostengono  i  volli,  sono  qua- 
si lutti  bizantini  e  appartenenti  ad  e- 
poche  diverse.  Le  due  cappelle  inferiori, 
a  destra  e  a  sinistra,  aveano  due  altari, 
non  più  esistenti,  e  a  questi  dirimpetto 
stavano  le  porte  colle  gradinate,  che  oiet- 
tevano  in  comunicazione  colla  chiesa  , 
presso  le  altre  due  gradinate,  che  al  pre- 
sente conducono  alla  cappella  di  s.  Cle- 
mente I  e  alla  sagrestia  della  basilica.  Il 
lello  era  dipinto  a  fresco,  e  se  ne  scorge 
tuttora  qualche  sebben  languida  traccia. 
Il  pavimento, come  la  maggior  parte  del- 
le pareli,  è  tutto  coperto  di  maimo  greg- 
gio. Presso  l'angolo  conducente  alla  cap- 
pella, a  mau  destra  eravi  un  pozzo,  che 
fu  da  ultimo  soppresso.Un  sotterraneo  co- 
s'i magnifico,  che  conta  ormai  io  secoli 
d'esistenza,  e  fin  da'  primordii  si  de- 
stinò a  custodire  preziosamente  le  os- 
sa del  s.  Protettore  di  Venezia,  destar 
deve  colia  riverenza  d'ogni  veneto,  che 
lo  conosca,  l'onesto  desiderio  insieme 
di  vederlo  totalmente  ridonalo  al  pri- 
mitivo lustro  e  decoro.  Fu  voto  fervido 
del  Toderini,  che  l'idea  religiosa  e  ma- 
gnifica del  doge  Foscarini,  si  vedesse  con 
tutta  l'arte  e  l'ingegno  eseguila;  il  che  è 
da  sperarsi  con  fondamento,  per  b  de- 
cretata dotazione  alla  basilica  dalla  mu> 
nificenzadel  regnante  Francesco  Giusep- 
pe, e  dalle  non  mai  interrotte  premure 
della  zelantissima  fabbriceria;  ecosìèdol- 
ce  la  lusinga,  non  esser  lontano  il  ritro- 
vamento dello  spedienle  radicale  e  sicu- 
ro, onde  impedire  del  lutto  in  questo  sa- 
gro sotterraneo  le  ulteriori  alluvioni  ,  e 
con  eliminarne  1'  umidità,  rimuoverne  a 
un  tempo  l'insalubrità.  La  Pala  d'Oro  e 
la  Solto-Confèssione  di  questo  tempio,  co- 
uieché  inouuuicali  di  uoo  coiuuDe  ve* 


V  EN 

dula  e  accesso,  mi  fecero  allontanare  dal 
la  mia  penosa  concisione  ,  servendoui 
dell'opera  d'un  illustre  recente  scrillori 
e  fregiato  allora  dell'  iiflìzio  di  sagrisi!^ 
perciò  idoneo  e  inlelligenle  conoscilo^ 
d'ambedue. 

5.  Ora  salendo  di  nuovo  &1  superiofrij 
fabbricato,  giova  col  benemerito  Z'inottl 
parlar  prima  della  magnifica  sagrestit 
e  atizitullo  col  eh,  Diedo.  Nulla  di  pi( 
sontuoso    e   piìi    finamente  ricercato, 
nulla  di  meglio  a  un  tempo  inteso,  deli 
la   porta  di   bronzo  fusa   dal  Saiisovit 
per  la  sagrestia  di  s.  Marco.  Cominciai 
do  dall'architettura.  Gli  ornamenti  vi  <n 
no  profusi,  e  nondimeno  sono  sì  bene  di- 
stribuiti, e  con  sì  avveduta  leggerezza  di 
rilievo  condotti,  che  non  vi  producono  la 
menoma  confusione  ,  né  fanno  apparire 
il  più  piccolo  ingombro.  Vago  è  il  rabe- 
sco del  fregio,  e  se  può  sembrare  un  po' 
capriccioso  l'innesto  de' volatili  ne'ravvol- 
gimenti  de'meandri ,  è  ben  com[)ensa 
dalla  venustà  della  composizione.Le  mei 
sole  si  piegano  dolcemente,  e  con  nuo' 
esempio  sono  coperte  da  doppio  strato 
foglie;  singolare  e  bella  è  1' applicazioi 
del  soflìUo  dorico  al  gocciolatoio.  La  1 
ce  e  il  vano  della  porta  è  largo  la  me 
di  sua  altezza;  le  modanature  sono  b< 
lissime,  il  lussureggiante  festone  è  d'ui 
morbidezza  che  incanta,  come  sono  ma 
se  con  somma  grazia  le  due  figure  d 
Angelini,  dietro  alle  cui  spalle  si  per( 
tale  gruppo  di  foglie  e  di  frutta.  Per 
valva  di  bronzo,  chiudente  la  porta,  non 
vi  è  lavoro  di  scultura   che  abbia   mag»» 
giormente  occupato  l'esimio  artefice;  41 
opera  di  3o  anni,  quanto  a  fatlura,  e  df 
valore  infinito,  quanto  al  prezzo  ,  e  de- 
gnissimo di  lode  quanto  a  scultura.  Que- 
sto giudizio  è  di  Francesco  Sansovino,  fi- 
glio di  Jacopo,  nella  Fenezia  dcscrilln. 
Dice  il  Cicognara,  non  ostante  che  Jacosj 
pò  Sansovino  avesse  viste  e  studiate  fo 
s'anche  le  Porte  di  Chiesa^  che  dal  Gli 
berti  furono  modellate  un  secolo  e  m« 
zo  pt'iiua  di  queste,  uou  giuuse  puulo 


VEN 
«miil.Trne  l'elegnii te  semplicità.  Questo  la- 
toro  però  ha  un  merito  d'esecuzione  di- 
•liuto,  e  può  ritenersi  per  uno  de'bronzi 
più  cospicui  di  Venezia,  dopo  quelli  che 
venneio  fusi  nel  secolo  precedente.  Il  com- 
parto è  seuiplice  e  grandioso:  ad  imita- 
ziuue  delle  fiorentine,  introdusse  nel  giro 
esterno  in  altrettante  nicchie  alcune  sto- 
lue  che  legano  la  composizione  co'risalti 
d'alcuni  busti  ne'cjuali  eflìgiò sé  stesso,  Ti- 
ziano, l'Aretino,  e  forse  alcun  altro  ami- 
eoo  allievo  e  collaboratore,  che  l'aiutò 
in  questo  penoso  e  lunghissimo  lavo- 
ro. Gli  Evangelisti  furono  rallìgurati  in 
queste  statue  co'  loro  attributi,,  e  riempì 
i  vani  con  alcuni  putti  graziosamente 
scherzanti  fra  vari  festoni,  e  diversi  libri 
in  modo  assai  pieno  di  gentilezza  e  di  gu- 
sto. I  due  principali  soijgetti  ne'compar- 
liuicnti  n)aggiori  sono  la  ilisurrezione  e 
la  Sepoltura  del  Redentore,  ne'quali  po- 
se ogni  studio,  riuscendo  parlicolarmen- 
lea  far  isfuggire  sul  piano  le  parli  lonta- 
ne con  bello  artifìcio,  e  componendo  con 
nobili  ed  espressivi  atteggiamenti  il  sog- 
getto della  Sepoltura.  Ma  in  tutto  il  lavo- 
ro si  scorge  qualche  alFeltazione,  qualche 
nxìssa  studiala,  e  soprattutto  alcune  ca- 
ricature nelle  leste,  nelle  barbe,  nell' e- 
«tremitù,  che  aimunciano  1'  allontana- 
mento dall'aurea  antica  semplicità.  Pre- 
so pelò  il»  totale  il  lavoro  può  dirsi  ab- 
bastanza insigne,  doversi  tenere  in  altis- 
simo pregio,  e  non  essere  espulso  dal  luo- 
go sagro,  come  lo  fu  per  pochi  anni,  mu- 
randosi la  porta.  Ciò  dicendo  il  Cicogna- 
r.i,  nella  Sloria  della  Scultura ,  aììiise 
cuu  r  ultime  parole  alla  strana  idea  nar- 
rata dal  Diedo,  per  la  quale  si  coprì  que- 
sto gioiello  d'arte  con  goife  spalliere  di 
noce,  che  contornavano  lutto  il  coro.  Sif- 
lilla  bruttura  venne  ben  presto  eruen- 
(i.itii  colla  restituzione  fedele  di  quanto 
eia  prima.  Salutare  lezione  di  astenersi 
per  sempre  da  qualun(|ue  riforma  di  que- 
sto singolare  edifizio.  Il  retto  senso  deve 
presiedere  alla  gelosa  conservazione  di  sì 
l'iigguardcvole  monunienlo  dell'auliche 


VEN 


2(39 


nrti  patrie,  anzi  forse  primìzia  del  risor- 
gimento di  esse  iu  Italia.  La  sagrestia  è 
ricchissima  di  preziosi  musaici  ristorati 
nel  1 727  per  volere  del  senato.  iM.  L.  Riz- 
zo lavorò  la  vòlta  ,  ed  ebbe  a  compagni 
il  prete  Alberto  Zio,  e  forse,  come  sospet- 
ta il  Moschini,  Pietro  Alberti  e  France- 
sco Zuccato.  L'  opera  è  bella  sì  nella  fi- 
nezza del  lavorio,  come  nell'invenzione  e 
nella  grazia  de'  fregi  e  proprietà  delle 
figure,  quali  vengono  reputale  della  scuo- 
la di  Tiziano  o  di  lui  stesso.  In  tutti  que- 
sti musaici  vi  è  assai  da  lodare,  e  tanto  da 
meritare  ognuno  apposita  illustrazione. 
Sono  principali  le  figure  dell'Eterno  Pa- 
dre circondato  dagli  Angeli  sulla  porta, 
quella  della  Vergine,  de'  ss.  Giorgio  e 
Teodoro  nelle  lunette  sulla  porta  stes- 
sa ;  le  due  immagini  di  s.  Girolamo,  ad 
essa  porta  laterali,  lavorate  per  con- 
corso da  Domenico  e  da  Gianiiantonio 
Bianchini  zio  e  nipote;  lei 4  figure  degli 
Apostoli  e  de' ss.  Marco  e  Paolo,  che  or- 
nano l'altre  lunette,  e  finalmente  l'altret- 
tante figure  de'Profell  nella  vòlta,  quali 
circondano  la  Croce  presa  in  mezzo  da'4 
Vangelisti.  Bellissime  sono  le  tarsie  sugli 
armadi  e  sulle  spalliere,  che  cingono  la 
parte  destinata  a  custodire  gli  arredi  sa> 
gri;  lavori  d'Antonio  e  Paolo  fratelli  man- 
tovani, de'frati  V  incenzo  da  Verona  e  Se- 
bastiano Schiavone,  e  di  Bernardino  Fe- 
rando.  Queste  tarsie  presentano  in  tanti 
comparti  la  fabbrica  della  chiesa  di  s. 
Marco,  l'apparizione  del  Santo,  la  tra- 
slazione del  sagro  suo  corpo;  un  prigio- 
niere tratto  da  una  nave,  ed  uu  misero 
che  a  lui  si  raccomandano;  poi  l'Evan- 
gelista, a  cui  stanno  davanti  in  ginocchio 
un  uomo  con  fucile  e  un  guerriero  ar- 
mato; poi  molti  fabbricati  e  prospettive, 
e  finalmente  s.  Marco  in  atto  di  battez- 
zare e  di  rendere  la  salute  a  8.  Aniano, 
che  fu  a  lui  immediato  successore  nella  se- 
de Alessandrina. —  La  cappella  di  s.  Pie- 
tro principe  degli  Apostoli,  a  destra  della 
maggiore,  avea  il  suo  altare  fino  al  tem- 
po del  patriarca  Gambooi^  e  per  di  lui 


270 


VEN 


ordine  fu  levalo  onde  dare  più  libero  in- 
gresso alla  sagresliii.  La  cappella  di  Papa 
s.  Cleiiieiite  J,  a  sinistra  della  principale, 
ba  un  altare  di  fino  marnio  ornato  di  due 
bassorilievi, il lAle'quali  rappresenta  i  ss. 
Jacopo,  Andrea  e  Kicolò,  innanzi  a  cui 
vedesi  prostralo  il  doge  Andrea  Grilli;  e 
l'altro  figura  la  Vergine  che  tiene  il  Fi- 
glio in  braccio,  ed  i  ss.  Marco  e  Bernar- 
di no, bassorilievo  con  quest'iscrizione:/>«- 
Cf.  Serenissimo  D.D.  Cristoforo  Mauro 
tfCccCLxy.  Sorgono  in  faccia  all'indicate 
due  cappelle  ,  due  parapetti  di   marmo, 
che  seguono  l'ordine  di  quello  grandioso 
chiudente  la  principale.  Sopra  ciascuno 
posano  5  marmoree  figure,  lavoro  di  Ja- 
cobello,  e  Pietro  Paolo  da  Venezia,  ope- 
re eseguile  nel  iSgy.  Anche  le  pareli  di 
queste  cappelle  si  adornano  di  antichi 
musaici.  In  quello  di  s.  Pietro  vedonsi  e- 
spressi  i  fatti  di  sua  vita,  come  nell'altra 
di  s.  Clemente  I  sono  figurale  le  di  lui 
azioni,  ed  il  trasporlo  della  salma  dell'E- 
vangelista  a   Venezia.  A  pie  delle  figure 
d'Abele  e  Caino,  sulla  poi  la  che  mette 
nel   cortile  di   palazzo  ,  leggesi   il   nome 
d'un  Pietro  e  l'annoi  iSg,  da  cui  si  ar- 
guisce che  fosse  V  artista  lavoratore  de* 
musaici  nell'ultima  descritta  cappella.  — 
Passando   al  braccio  destro  del   tempio, 
parlerò  prima  de'niusaicie  degli  altri  og- 
getti che  vi  s'inconlrano,  per  poi  discor- 
rere d'ogni  singolo  suo  altare.  Primiera- 
mente s'  incontrano  al  di  fuori  del  pre- 
sbiterio due  pulpiti  un  sopra  l'altro,  ric- 
chi per  colonne  e  altri   marmi  orientali 
pregiatissimi,  e  l'ultimo  coronalo  d'  una 
cupolettadi  metallo  messo  a  oro.  Poi  ver- 
so l'altare  della  Vergine,  al  destro  lato 
dell'osservatore,  s'afiaccia  un  antico  bas- 
sorilievo con  Maria  seduta,  e  dall'oppo- 
sta parte  s'inconlrano  le  figure  intere  di 
altri  due  Santi  e  sopra  altri  3   busti  ,  il 
tulio  di  bassorilievo  d'antico  lavoro,  co- 
me lo  è  quello  d'altro  Sauto  nella  parete 
a  destra  di  questo  allaie.  Innanzi  ad  esso 
«ono  collocali  due  grandi  candelabri  di 
bronzo  per  intagli  oruatisiimi ,  eseguili 


VEN 

neliSao  da  Camillo  Alberti.  A  dare  un| 
rapida  occhiata  a'musaicibellissiiiii/juini 
tulli  lavorati  nel  miglior  secolo,  s'olFrou^j 
tosto  allo  .sguardo  quelli  schierali  di  sopri 
r  aliare  della  Vergine,  e  disposti  in  d(| 
ordini.  Nell'inferiore  mirasi  Cristo  iucoi 
traloda'due  Discepoli  sulla  strada  d'Kir 
maus,  uno  de'quali  si  chiamava  Cleofa  e 
l'altro  Emuiaus,  secondo  s.  Ambrogio;  lij 
sua  Cena  in  quel  luogo  con  essi,  il  suo  ri 
conoscimeuto,  e  la  partenza  de'medesiir 
Discepoli.  Questi  lavori  vennero  eseguii 
sui  cartoni  di  L.  Bassano  morto  nel  i  Ha! 
Nel  8uperiore,sui  cartoni  dell'Aliente,  d< 
cesso  nel  1629,  si  eseguì  la  Comunione dt 
gli  Apostoli  sotto  ambo  le  specie  sagra 
mentali.  La  vòlta  dell'altare  die'  soggelt 
a  Pietro  Vecchia  di  espi  imere  l'Adulte 
accusala  da'farisei,  iio  Lebbrosi  guari 
dal  Salvatore,  la  preghiera  del  Cenluri 
ne  e  quella  della  Cananea.  Poi  qua  e 
per  le  pareti  e  pegli  archi  sonovi  figo 
di  Santi  e  Profeti,  parie  d'aulico  e  par 
di  più  recente  lavoro,  e  sotto  1'  immag 
ne  di  David  é  il  nome  di  Pietro  Luun 
e  l'annoiGi  2.  Siccome  l'altare  delia  \et 
gine,poslo  di  fronte  alla  cupola  di  quest 
braccio,  era  dedicalo  a  s.  Giovanni  Evan 
gelisla,  così  essa  è  tutta  ornata  in  anlic 
musaico  con  azioni  della  di  lui  vita.  N( 
vòllone  fra  la  nave  maggiore  e  il  presbi 
terio,  incominciando  da  quest'ultima  pai 
te,  si  osservano  le  nozze  di  Cana  Galiled 
opera  di  B,  Bozza,  sul  cartone  di  D.  Tia 
torello;  segue  il  Lebbroso  risanato;  Cri 
sto  che  ascende  in  cielo;  il  risorto  figli 
della  vedova  di  Nainì  ,  e  la  Cananea  ri 
donala  a  salute,  lavori  lutti  di  D.  Bian 
chini  condotti  sui  disegni  di  G.  Salviati 
e  finalmente  la  Cena  del  Signore,  del 
lo  slesso  Bianchini ,  eseguila  sul  cario 
di  D.  Tinlorello.  Sotto  a  questo  vòlton 
dalla  parte  del  pulpito,  l'Angelo  che  ri 
Uìelle  il  ferro  in  guaina  è  di  G.  A.  Ma 
rini.  In  quello  di  contro,  cioè  nel  vòlt 
ne  sulla  cappella  di  s.  Isidoro,  vi  sono  i 
antico  musaico,  Cristo  che  si  sveglia  nel 
la  barchetta;  il  Paralitico  calato  ueila  Vi 


VEN 
ballca  piscina;  Gesù  die  sana  l'iclropìco; 
e  la  Fe>cagi(-iie  tlegli  Apo>toli  consigliati 
dal  Redonttìie.  Negli  angoli  »i  vedono  i 
,  s<.  Pigasioed  Exnudiiios,esegnili  neliSSy 
1  claG.  A.  Diaiichini.Sottoa  qiieslo  vùitoue, 
e  nella  grande  niuraglia  sovrapposta  alla 
della  cappella  di  s.   Isidoro ,  con  magi- 
«liale  perizia,  e  l'opera  di  io  anni,  Vin- 
cenzo BiancliinijSiii  cartoni  del  Sai  viali, 
vi  condusse  neh  5^2  l'albero  genealogi- 
co di  Alai  ia,  la  quale  appare  in  cima  ai 
niedesinto  col  divin  Figlio  fra  le  brac- 
,  eia,  nel  mentre  giace  disteso  a' piedi  del 
)  li'onco  il  capostipite  Jesse,  e  su  pe'rami 
<  seduti  si   mostrano  i  re  David,  Salomo- 
ne, Roboamo,  Abia,  Aza,  cogli  allri  re- 
I  gistrati  da  s.  Matteo  Evangelista.  Nel  pie- 
I  colo  arco  esteriore  alla  cappella  de'  Ma- 
I  scoli,  di  cui  in  appresso,  si  vedono  l'ini- 
.  niagini  d'alcuni  Santi,  e  nel  vóltone  vi- 
;  cino  verso  la  nave  minore,  appare  s.  Giu- 
.  seppe  a  cui  fiorisce  la  verga;  la  Visila- 
I  ziune  a  s.  Elisabetta;  s.  Zaccaria  che  ve- 
',  de  l'Angelo  fra  il  tempio  e  l'aliare;  lo 
i  Sposalizio  di  Maria,  e  nel  mezzo  una  Cro- 
ce fra  4  Pi'ofeli.  Poi  l'Angelo  che  appar- 
I  re  alla  Vergine  intesa  ad  allinger  acqua 
•  per  imbianchir  de'lini,  e  s.  Giuseppe  av- 
I  Tettilo  dall'  Angelo  della  persecuzione 
!  che  Erode  andava  a  fulminar  sugl'infan- 
li.  La  parete  nella   quale  è  collocata   la 
.  porla  ,  delta  di  s.  Giovanni  ,   perchè  di 
^  fronte  all'altare  già  sagro  a  questo  Apo- 
stolo, è  ornata  culla  vecchia  figura   del 
medesimo,  e  con  5  falli  dell'isloria  della 
[ludica  Susanna,  opere  fra  le  più  belle  di 
Lorenzo  Ceccato,  sui  cartoni  di  J.  Palma 
,  e  di  D.  Tinlorelto.  In  altro  coraparli- 
;  mento,  sull'invenzione  dell'ullimo,  G.  A. 
.  Marini  eseguì  con  somma  perizia  i  senio- 
:  ri  che  accusarono  Susanna  ,  lapidali  dal 
^  popolo.  Sotto  le  finestre  poi,  in  antico  mu- 
;  saicOjè  figurato  s.  Giuseppe  invitato  dal- 
■  l'Angelo  a  fuggir  dalla  persecuzione  d'E- 
rode, e  la  disputa  di  Ge>ù  nel  tempio,  e 
i  Sdpra  a  <|neslo  sono  conteste  l'inimagini 
.  de'  ss.  Giuliano  ed  Ermagora,  Negli  aii- 
1  geli  vi  sono  i  profeli  Osea  e  Mosè,  lavoii 


VEN  371 

eseguiti  nel  1  ,^90  da  L.  Ceccalo.  —  Dal- 
ia crociera  del  braccio  destro,  passando 
alla  nave  pur  destra,  le  fa  lesta  una  pie- 
cola  cupola  che  guarda  la  cappella  mag- 
giore. Ne'pennacchi  di  essa  vi  sono  in  an- 
tico lavoro  gli  Evangelisti  e  in  cima  Ge- 
sù Cristo,  e  di  solto  alla  medesima  nel- 
l'arco di  fronte  al  maggior  altare,  si  vedo- 
no i  ss.  Processo  e  Marliniano,  condotti 
da  Domenico  Bianchini  Rossetto.  A' lati 
del  vólto  superiore  alla  destra  di  chi  guar- 
da, o  a  meglio  dire  alla  sinistra  del  gran 
muro  principale,  esternamente  vi  sona 
da  una  parie  le  Vergini  prudenti,  e  dal- 
l'altra il  Salvatore,  nella  cui  base  è  l'an- 
no 1601.  Sono  pensieri  dell'Aliense  ese- 
guiti da  Scipione  Gaetano.  Ogni  vólto  mi- 
nore porla  l'immagine  di  due  Santi,  al- 
cune d'antico  e  altre  di  più  recente  lavo- 
ro, e  opere  vecchie  sono  pure  le  5  figu- 
re nell'inferior  parte  collocate  della  pa- 
rete principale,  esprimenti  i  profeti  Gioe- 
le, Osea,  Michea  e  Geremia,  con  Gesti 
Cristo  nel  mezzo.  Sopra  a  queste  s'esten- 
de lato  musaico  e  bellissimo,  emulo  del- 
la pittura,  in  cui  è  colorita  la  patria  bea- 
ta del  Paradiso,  e  un  numero  grande  si 
vede  d'Angeli,  di  Profeti  e  di  Santi,  e  ia 
cima  la  Triade  indivisa.  Questa  grande 
opera  fu  tratta  da  un  dipinto  di  Giro- 
lamo Pilotto,  ed  è  incerto  se  il  Gaeta- 
no qui  ponesse  suo  ingegno.  Bensì  lo  po- 
se nella  crocefissione  di  s.  Pietro  ,  nella 
decapitazione  di  s.  Paolo,  e  nella  cadu- 
ta di  Simon  mago  alla  presenza  di  que* 
due  Apostoli,  opere  tulle  e  tre  colloca- 
te sopra  il  Paradiso  descritto,  e  per  le 
quali  ne  formò  i  disegni  J.  Palma  ju- 
iiiore,  n»eiio  però  per  la  figura  del  Ma- 
go, disegnata  dal  Padovanino,  morto  nel 
i65o.  Nel  vòlto  il  Gaetano,  intorno  al 
1602,  espresse  la  predicazione  e  la  mor- 
te di  s.  Jacopo;  s.  Tommaso  alla  presen- 
za di  Gundoforo  re  degl'indi,  e  la  di  lui 
passione;  storia  per  la  quale  fece  i  cartoni 
Tizianello  figlio  di  Marco,  vivente  anco- 
ra nel  1648.  Poi  sui  disegni  del  Padova- 
nino,  lo  slesso  Gaetduo  coadussti  s.  Gio- 


272  VEN 

vanni  in  allo  di  celebrare,  e  la  di  lui  im- 
enei sione  entro  la  caldaia  d'ulio  bollente; 
e  finalmente  co'disegni  dell'Aliense  colo- 
rì s.  Andrea  che  dispula  col   proconsole 
Egea,  ed  il  medesimo  crocefisso;  lavoro 
quest'ultimo,  di  cui  il  Ridolfi  limpiove- 
lò  il  Gaetano  pei'  avere  mal  eseguito  il 
disegno  delTAIiense.  La  mezzaluna  sopra 
l'ambulacro  porta  l'immagini  de' ss.  A- 
gricola  e  Vitale,  e  la  cupoletla  che  segue 
presso  la  porta  d'ingresso,  reca   ne'  pen- 
nacchi gli  Evangelisti  e  nella  cima  la  Di- 
vina Sapienza.  Prima  di  portarsi   in  al- 
tra parte  del  tempio,  devesi  ricordare  es- 
ser le  pareti  tutte  vestite  di  pregiatissimi 
marmi,  quali  il  verde  antico,  il  diaspro  o- 
l'ientale,  il  greco  ec,  e  nell'ultima  parete 
presso  la  porta  vedesi  un'  aulica  imma- 
gine di  Maria  delle  Grazie  ,  celebre  ap- 
punto per  le  grazie  che  a'di  lei  di  voti  com- 
parle.  —  L'ambulacro  che  corre  dinanzi 
l'aliare  della  Madonna,  un  tempo  di  s. 
Giovanni  Evangelista,  più  volte  nomina- 
to, è  sorretto  da  due  grandi  e  belle  co- 
lonne di  marmo  greco,  che  sembrano  di 
agaia  ,  le  quali  fan  1'  ufficio  di  dividere, 
mediante  un  parapetto  d'  agata  sardoni- 
ca e  di   verde   antico,  e   due  cancelli  dì 
bronzo,  l'altare  medesimo  dal  resto  del 
tempio.  Le  4  colonne  che  sostengono  la 
tribuna,  sotto  a  cui  l'ara  s'innalza,  sono 
d'afiicano,  e  il  parapetto  della  mensa  è 
formalo  da  una  bellissima  lastra  di  dia- 
spro occidentale.  Un  tabernacolo  di  fino 
marmo,  con  colonnette  e  rin^essi  di  bian- 
co e  nero,  munito  di  due  portelle  di  bron- 
zo, su  cui  sono  rappresentati  i  ss.  Luca  e 
Giovanni  evangelisti,   conserva  la  greca 
insigne  immagine  di  Maria  ss.  delta  Ni- 
copeja  ,  acquistata  a  Costantinopoli   dal 
doge  Enrico  Dandolo,  e  pervenuta   qui 
neh  2o4o  poco  dopo,  o  nel  1206.  La  ss. 
Immagine  fu  presa  in  della  ciltà  nell'au- 
tunno del  i2o3,  nella  rotta  data  ad  Ales- 
sio Duca  o  Murzuflo.  Mg."^  Giovanni  Tie- 
polo  primicerio  di  s.  Marco,  in  occasio- 
ne che  nel  1617,6  non  nel  1 6 1 8,  si  eresse 
questo  mugnilìco  altare,  ove  dalla  sagre* 


YEN 

stia  fu  portata  la  ss.  Immagine,  divulgl 
co'lipi  veneti:  Trattato  dell'  Imniagiie 
della  gloriosa  Vergine  dipinta  da  s.  Lu- 
ca,  conservata  già  molti  secoli  nella  du- 
cale chiesa  di  s.  Marco  della  città  di 
l'e/iezia.  Non  piacque  questa  sentenza 
all'ab.  Carlo  Quirini,  più  versato  negi 
sierici  greci  e  più  esperto  nella  critica 
onde  conobbe  non  poter  essere  l'OrZcga 
Iria  credula  dipinta  da  s.  Luca,  e  colle 
cala  in  Costantinopoli  nella  chiesa  del  cai 
lebre  monastero  degli  Odegi,  da  cui  pn 
se  il  nome;  il  perchè  in  Venezia  neh  644 
pubblicò  una  dissertazione  con  questo  ti| 
tolo:  Relatione  delV hnniagine  Nicopeaì 
che  si  venera  in  ì^enetia  nella  Ducal 
di  s.  Marco.  Di  questo  venerando  simi 
lacro  si  traila  ancora  nelle  Notizie  sto 
riche  delfapparizioid  e  dell'  iniinagir, 
pili  celebri  di  Maria  Vergine  ss.  nellì 
città  e  dominio  di  Venezia.  Ivi  nel  1  76( 
furono  stampale  in  latino  dal  Remondi^ 
ni,  e  nel  1761  in  italiano  dal  Zatla.  Mi 
in  esse  si  confusero  una  coU'altra  le  dui 
imujagini  Odegetria  e  Nicopea.  luoltrJ 
abbiamo  la  dotta  e  critica  Dissertazioni 
dell'antica  Immagine  dì  Maria  ss.  ci 
si  conserva  nella  basìlica  di  s.  Marco  iJi 
Venezia,  dì  mg.'^  /agostino  Molin  cane 
nico  teologo  della  patriarcale  e  lettor 
di  s.  Scrittura  nel  seminario  della  stes 
sa  città,   Venezia  tipografia  Zerlettìedi] 
trice  1821.  Per  la  sua  importanza  e  ce 
piosa  erudizione  amerei  darne  un  fugac 
cenno,  ma  sono  impedito  dall'abbondar 
za  stragrande  della  materia  necessaria  1 
formare    (|uesl'arlicoIo.  A  quanto  già 
dello,    mi  limiterò  semplicemente  di  ag 
giungere.  Il  sapiente  scrittore  riporta  gì 
autori  che  hanno  scritto  di  questa  ss.  lui- 
magine,  e  le  dilìicolla  di  ben  parlarne  al: 
lesa  la  mancanza  d'  antichi  documenti! 
Narra  in  qual  maniera  essa  venne  in  po-j 
tere  de'Ialini,  e  come  tolta  a'greci  fu  daJ 
ta  a'veneziani,  rilevando  l'abbaglio  degli 
stessi  veneti  scrittori  nel  raccontare  il  IJil 
to.  Indi  dimostra  che  la  tolta  a  Marzufl^ 
è  questa  che  liì  conserva  e   venera  in 


VEN  VEN                    173 

Mnrco.  Rispomle  od  alcune difficollà,  che  pere  clelSansovino, come  nlcuni  pretesero, 
sj  polrebbeio  oppone  aH'uutoritàilel  Ila-  — La  cappella  tli  «.Isidoro  inaiiiie  è  collo- 
nitisio.  Cerca  (piai  sia  siala  I*  laimagine  cala  nella  parte  deslra  dell'altare  descrit* 
lolla  da'  latini  a  Marzuflo  ,  e  prova  non  to  e  sotto  il  gr;tnde  albero  genealogico 
essere  siala  quella  che  si  cbiaojava  di  s.  di  Maria,  chiusa  da  una  porta  in  bronzo. 
Luca,  ossia  1'  Odcgctrìa.  Dimostra  non  Verso  il  1  35o  la  fece  costruire  il  doge  An- 
esser  certo  che  l'Immagine  che  qui  si  con»  drea  Dandolo,  e  5  anni  dopo  fu  compita, 
serva  si  chiamasse  anlioaiuente  iV/co^t'/Zj'  L' aliare  conserva  il  corpo  di  s.    Isidoro 
tuttavia  non  ntancare  motivi  di  sospettar-  martire  recato  in  Venezia  da  Scio  nel  t  la^ 
lo.  Llagiona  della  chiesa  di  s.  Maria  del  per  cura  del  doge  Domenico  Micliiel.  Co- 
Faro  di  Coslantino[)oli  dove  si  conserva-  minciando  a  direilegli  antichi  musaici  qui 
va,  la  quale  dal  Gregora  è  chiamala  iVii-  esistenti,  al  di  sopia  della  portasi  vede  un 
fpjìcn;  e  si  conferma  eh'  è  la  medesima  doppio  ordine  di  rozzi  lavori  eseguili  nel 
di  (piesta  basilica,  l'assa  quindi  a  cerca-  XIV  secolo.  INell' interiore  si  rappresenta 
re  quando  cominciò  ad  esser  venerata  in  s.  Isidoroarrestatoinnanzi  al  padre;  chili- 
Costantinopoli;  e  indi  descrive  le  guerre  so  in  ardente  fornace;  trascinato  a  coda 
nelle  quali  i  greci  la  condussero  al  cani-  di  cavallo  e  decapitalo.  Nel  superiore  si 
pò;  e  per  ultimo  degli  onori  ad  essa  tribù-  vede  il  santo  medesimo  che  [)arle  d'A- 
lali prima  a  Coslanlinopoli ,  poi  a  Vene-  lessandria;  che  arriva  a  Scio;  che  scaccia 
zia,  e  le  grazie  concesse  a'ricorrenti  vene-  i  demonii;  che  converte  Valeria   e  altre 
2Ìani  ne'  gravi  bisogni  della  città  e  della  donne,  e  che  battezza  le  nazioni  conver- 
repubblica.  Sembra  che  nel  1672  abbia  a-  lite.  Osservalo  il  vólto,  ornalissimo  di  fi-e- 
voto  un  ristauro  la  magnifica  e  ricca  cor-  gi,  scorgesi  all'altra  parte  il  doge  Michiel 
niceche  serra  la  prodigiosa  ln)magine, da  in  atto  di  comandare  a  Cerbano  ,  di  rin- 
Pielro  Bortololli  orefice.  Difalti  si  osser-  venire  il  corpo  che  avea  nascosto  ili  (pie- 
vano intorno  al  quadro  16  immaginelte  sto  u)arlire,  e  poi  si  vede  il  trasporto  di 
di  Santi  condotte  in  oro  e  in  isuìalto,  con  esso  a  Venezia.  iNelIa    mezzaluna  in  fac- 
quell'artifizio  medesimo  con  cui  sono  la-  eia  all'altare  vi  sono  l'immagini  di  Gesù, 
vorale  le  pitture  dell'aurea  Pala  nell'ai-  del  Battista  e  d'un  Santo  vescovo,  e  so- 
lar maggiore;  le  quali  argomenta  il  can.  pra  l'altare  quelle  del  Salvatore  e  ile'  ss. 
Molin  appartenessero  all'antica  cornice  ;  Marco  e  Isidoro.  Una  cassa  di  marmo,  lo- 
anzi  la  recente,  crede  egli,  lavorata  a  si-  cala  sull'ara,  racchiude  i  resti  mortali  del 
nìiglianza  di  quella  venula  qui  da  Coslan-  Santo,  e  sopra  giace  la  statua  supina  del 
linopoli.  Questa  cornice  è  ricca  per  niol-  medesimo,  dietro  la  quale  è  ini  Angelo 
to  oro  ed  argento,,  e  per  gioie  preziose,  con  profumiere  nella  destra.  A'Iati  del- 
IVel  1617  |)er  cura  del  procuratore  di  s.  l'urna  sta  espresso  il  mistero  dell'Annun-i 
Marco  Giovanni  Cornaro,  si  tolse  la  ss.  ziazione,  e  nel  prospello  della  medesima 
Immagine  Nicopeja  dalla   sagrestia,  ove  urna  vi  sono  3  figurine  che  rappresenta- 
prima  custodivasi,  e  adornata  di  nuovo  no  s.  Gio.  Battista,  ed  i  ss.  Marco  e  Isi, 
l'ara  dell'aliare  ch'era  dedicato  a  s.  Gio-  doro,  Ira  le  quali,  in  doppio  bassorilievo, 
vanni  Evangelista,  ivi  fu  riposta,  onde  il  si   vede  quesl'  ultimo  santo  trascinato  a 
popolo  avesse  piùogioadonorarla.A'Iali  coda  di  cavallo  e  decapitalo.  Al  fianco  di 
dell'  altare  sono  bellissimi  getti  in  bronzo  chi  guarda,  è  confitta  nel  muro  un'antica 
i  i\\i6  Angeli,  forse  lavoro  dello  stesso  ar-  uina  con  3  dittici,  da  cui  appare  che  fos^ 
lefice  che  fuse  gli  altri  bronzi  cheivi  si  ve-  se  rinchiusa  la  salma  d'un  bambifjo,  (or-, 
dono  ,  il  quale  sì  nell'  uno  e  sì  nell'  ullro  se  figlio  di  qualche  doge.  Le  pareti  sonq 
portello,  come  a  piedi  d'un  Angelo  ,  la-  incrostate  di  marmo  greco,  di  porfido,  di 
S1.1Ò  le  sigle  B.B.F.  Consono  duii(|u<»o-  verde  aulico,  e  tullq  inloruugira  un  sedila 


274  V  E  N 

pur  Ji  tnni  mo.  —  Segue  la  cappella  del- 
la Madonna  tle'Mascoli, costi  uila  tiel  i  43o 
sotto  il  principato  del  doge  Francesco  Fo- 
sca li,  e  meritò  liilustrazionedel  Cicogna- 
i«.  Neil'  iiltare  vi  crede  impiegati  i  mar- 
mi d'altro  più  antico,  e  the  forse  alla  me- 
tà del  secolo  XIV  appartengano  le  gu» 
glielle,  le  colonne  spirali  e  i  fogliami  lut- 
ti che  r  adornano,  con  simmetria  elegan- 
te, come  i  profili  e  modanature  di  tutta 
la  tr/ibeazione.  Ignoto  è  lo  scultore  delle 
3  bellissime  statue  che  vedonsi  sull'alta- 
re. Esse,  e  singolai  mente  cjuella  della  Ma- 
donna col  Bambino  die  sta  in  mezzo,  par- 
tono da  uno  stile  conforme  n  quello  della 
«cuoia  di  Pisa.  Altra  mano  scolpì  i  due 
Angeletti  coli' incensiere  ,  della  più  gra- 
ziosa forma  e  venustà,  che  stanno  in  mez- 
zo lilievo  sul  sottoposto  dossale.  Descri 
vendo  la  Sotto-Confessione,  parlai  del  so- 
dalìzio de'  Mascoli  ,  trasferito  in  questa 
cappella,  la  cui  immagine  ne  prese  il  no- 
me, e  «ebbene  lo  conservi  pure  l'altra  mi- 
roc(jlosa  in  bassorilievo  a  cui  da  remoti 
secoli  i  divoli  prestavano  culto  nel  sotter- 
ra neo  ,  dal  ipiide  fu  trasferita  nell'atrio 
d-'l  Tesoro,  etl  apparteneva  come  sua  ti- 
tolare alla  pia  unione  in  questa  cappella 
traslocala,   avendo   dovuto   abbandona- 
re la  Sollo-Coufessione.  I  musaici  mera- 
vigliosi che  decorano  la  cappella  della  Ma- 
donna de'Mascoli,  sono  di  tanta  bellezza, 
da  vincere  al  confronto  quasi  lutti  gli  al- 
tri del  tempio;  tanta  arie  e  diligenza   vi 
pose  il  loro  autore  Michele  Giambono  in- 
torno al  1460-1490  pel  dichiarato  dal  eh. 
Zanotlo,il  quale  nella  sua  PinncottcaF^e' 
Itela  ne  pubblicò  le  notizie.  Alla  sinistra 
del  vólto  vi  sono  la  Nascita  di  Maria  ,  e 
la  Presentazione  al  tempio;  a'  lati  della 
finestra  l'Annunziazioue;  nel  mezzo  del 
vòlto  David  e  Isaia,  la  Veigine  col  Bam- 
bino; e  all'altra  parte  la  Visitazione,  e  il 
suo  Transito.  Il  Giambono  fu  il  i.°  a  se- 
guire i  modi  de'più  abili  pittori  del  teni- 
posuo,  abbandonando  l'auliche  maniere. 
11  diseguo  piega  molto  al  fare  del  Vivari- 
ni;  e  cerio  dovea  eseguire  il  musaico  me- 


V  EN 
glio  d  alcun  altro  maestro,  se  egli  era  an- 
che pittore,  né  avea  d'uopo  d'allra  mano 
che  gli  colorisse  i  cartoni. 

(ì.  Passando  al  bracciosinistro della  cro- 
ciera per  osservare  la  parte  opposta   del 
t('n)[)io,  discendendo  dal  già  descritto  al- 
tare di  s.  Clemente  I,  dopo  il  parapetto 
di  marmo  che  segue  l'ordine  della  cap- 
pella maggiore,  iucoulra>i  una  cupola. Nel 
mezzo  di  (|uesta  è  (Iguralo  il  segno  di  no- 
stra salute  cinto  darfiggi,e  ne'vólli  che  la 
sorreggono  sono  espressi  gli  Arcangeli  Mi- 
chele e  Gabriele,  condotti,  quello  nel  1 658 
da  Giambattista  Palliati,  equesto  da  Pie- 
tro Scutarini  nel  1646:  (juindi  il  s.  Anto- 
nio di  Padova,  e  il  s.  Bernardino  da  Sie- 
na, la  turali,  ili."  neh  566  da  Agostino  da 
Ponte,  ed  il  2."  da  Leonardo  Cigola,  am- 
bo sui  cartoni  di  P.  Vecchia.  Discenden- 
do poi  per  questa  parte  nel  braccio  sini- 
stro, e  precisamente  per  l'arco  alla  manca 
del  riguardante,  s'incontra  un  bassorilie- 
vo antichissimo  coir  immagine  di  Maria, 
e  nella  desira  vi  è  dipinta  nel  muro  una 
grande  figura  di  s.  Michele,  opera  delle 
più  auliche.  Qui  appunto  vuoisi  che  il 
C(irp<»del  s. Evangelista  Patrono  apparisse 
a '2 5  giugno  iog4)Sol'o  laduoeadi  Vitale 
Faliero,e  che  mentre,  perduta  ogni  trac- 
cia del  luogo  ov'era  stato  segretamente 
riposto,  s'invocava  l'aiuto  divino,  si  mo- 
strasse con  n\\  braccio  fuori  del   pilone 
reggente  questa  parte  della  basilica.  Co- 
sì infatti  riferisce ilDandolom67iro«.pres- 
so  Muratori, /?er«m  Ital.  Script.,  t.  7; 
così  risulta  dall'uffizio  proprio  che  si  re- 
cita ih  detto  giorno;  e  così  pur  narra,  sul- 
r  appoggio  d'  una  cronaca  sìncrona  anti- . 
cliì>sitna  dell*  ab.  Zenone  dì  s.  Nicolò  di 
Lido,  il  celebre  Bernardo  Giustiniano  da 
s.  Mo'i^è,  De  origine  urbis  Veneliarum, 
Meglio  è  vedere  l'encomiate  Memorie. 'sto- 
rico criticherei  conte  Manin, cap.  3: Del- 
l' invenzione  del  Corpo  di  s.  Marco  sotto 
il  doge  Fallerò,  e  sua  nuova  deposizione. 
Altri  però  posero  in  dubbio  il  fatto  com'è 
riferito  dal  cronista  Dandolo,  non  il  pro- 
digio^ e  dicono  consister  esso  ucli'  ispira- 


V  EN 
zione  del  rintracciare  quelle  sagre  reli- 
qtiie,  ilupu  le  poliliclic  viceii«le  seguite,  e 
iiellci  cuilaiizu  coliu  quale  s'insiitletle,  cuii 
virtuusu  zelo,  a  cerc.ule,  uiiili^rado  i  fi- 
sici uslucolt  ,  e  lu  siiian  itiiento  degl'in* 
liizii  poailivi.  Si  può  vedere  il  Cai  li,  Dis- 
sertazione sopra  il  corpo  di  s.  Mar' 
co,  p.  69.  —  Proseguendo  il  canuniiio, 
(rova<ti  l'aliare  di  s.  Leonardo,  ora  del  ss. 
6agraiiienlu,  di  cui  iti  seguito,  e  nella 
parie  sopra  il  medesimo,  sono  disposti 
ili  doppio  ordine  6  fatti  deli.'k  vita  di  que- 
sto santo,  eseguiti  sui  cartoni  di  F.  Vec- 
cliia.  lo  essi  si  vede  s.  Leonardo,  tenuto 
al  s.  fonte  dal  re  Clodoveo;  ,che  fa  pre- 
ghiere per  una  regina  ;  che  disti  ibuisce 
denari  a'  poveri  ;  che  prega  Dio  e  libera 
il  popolo  dalla  sete;  che  toglie  didla  car- 
cere i  prigioni;  e  iinaimente  che  appa- 
re ad  un  condannato,  a  cui  dona  la  li- 
bertà. P.  V^ecchia  die'  pure  i  cartoni 
per  le  storie  del  Paralitico  risanalo  nel- 
la Prubalica  piscina,  e  pel  s.  Pietro  che 
cammina  sull'acque,  quella  coIor>ita  fia 
le  finestre,  questa  epressa  superiormen- 
te alle  medesiuie;  e  Lorenzo  Cecca to  , 
ueir  angolo  manco,  lavorò  la  figura  ilei 
profeta  Osea.  Wella  \ólta  che  copre  l'al- 
iare, in  antico  musaico,  sono  condotte 
le  !>torie  della  Samaritana  alla  cisterna; 
della  Moltiplicazione  de'pani  e  de'pesci  ; 
del  Cieco  nato,  e  di  Zaccheo  chiamato 
dal  Signore.  La  mezzaluna  e  l'arco  che 
la  copre,  come  pure  gli  altri  archetti,  so- 
no cuperti  colle  storie  di  Abramo,  e  con 
molle  liguredi  Santi  e  Profeti,  tutti  di  più 
recente  lavoro  ;  tranne  le  iuKuagini  e- 
spresse  nel  vólto  aderente  ai  gran  liiieslro- 
De:  (piindi  in  quelle  de'ss.  Antonio  abba- 
te e  Vincenzo  Ferreri  riscontrasi  il  no- 
me d'un  Sdvestro  e  l'epoca  1  5^S,  e  nel- 
l'altre de  ss,  Bernarilino  e  Paolo  vedesi 
per  autore  un  Antonio.  Dopo(|uesl'ulti- 
me  immagini, nell'arco  dappressoevvi  la 
JMolliplìcazione  de'pani  e  de'pesci  ;  i  de- 
nionii  entrati  ne'corpi  de'porci;la  suocera 
di.s.  Pietro,  eia  curva  donna, ambe  risa- 
liate. La  gran  cupola  di  questo  braccio 


V  E  iV  -ij-j 

riceve  ornamento  da  molte  antiche  figu- 
re di  Santi,  e  da  s,  Tecla,  quest'ultima 
lavorata  da  V.  Bianchini.  JNell'arco  ver- 
so la  nave  maggiore  del  tempio  vi  sono 
i  profeti  David,  Salomone,  Mosè  e  Zac- 
caria, il  quale  ultimo  reca  il  nome  del- 
l'artefice Pietro.  Cristo  eh'  entra  in  Gè- 
rus<ilemnte;  la  di  lui  Tentazione  nel  de- 
serto; l'ultima  Cena,  e  la  Lavanda  de'pie- 
di  sono  le  storie  che  decorano  la  vòlta, 
nel  cui  pinacolo  si  mostra  l'Eterno  Pa- 
dre  con  gloria  d'  Angeli.  —  Di  fianco  al 
maggior  altare  sorge  un  altro  pulpito  di 
forma  otlagoiia  ,  sostenuto  da  g  colon- 
ne di  marmo  orientale,  e  sopra  questo 
sulla  parete,  spicca  la  statua  della  Ver- 
gine, eguale  in  tutto  all'altra  collocata  sul 
già  descritto  aliare  de'Mascoli.  Seguen- 
do l'esame  di  questo  braccio,  conviene 
recarsi  sotto  l'arco  ilell'interculunnio  po- 
sto in  mezzo,  di  fronte  all'altare  del  Sa- 
gramento.  Sì  (juesto  che  il  superiore  por- 
tano l'iminagìni  di  vari  Sanlì;  e  sopra 
l'ambulacro,  da  un  lato  si  vede  il  proleta 
Geremia,  eseguito  neh  634,  e  dall' ailru 
Gioele.  Giannantoiiio  Fumiani,  morto 
nel  1710,  fornì  i  cartoni  per  le  4  storie  co- 
lorite nel  vólto.  Ivi  sono  espressi  i  ss. 
Gioacchino  e  Anna,  mesti  per  l' infecoii- 
dità  e  consolati  dall'Angelo  ;  il  pai  lar  lo- 
ro col  profeta  Issacar;  la  gioia  di  ritrova- 
re le  predizioni  dell'Angelo  fra'vaticinii 
d'Isaia;  e  finalmente  la  loro  allegrezza 
per  la  nascita  della  Vergine.  Quest'ulti- 
mo comparto  porla  le  sigle  D.  C,  F,, 
probabilmente  Domenico  Cigola,  mu- 
saicisla  salariato  della  basilica  nel  i665, 
o  fuis'anco  Domenico  Caenazzo  maestro 
del  i652,  ma  allora  era  assai  vecchio. 
Uno  ile'musaici  più  antichi,  e  per  avven- 
tura più  alla  veneta  storia  vantaggioso, 
perchè  sparge  lume  sui  coslumi  di  (|uel- 
l'elà,  è  quello  che  scorgesi  nella  pareteli» 
(uccia  all'altare  del  Sagramenlo.  Ivi  sta 
espresso  il  doge  Ordelafo  Fallerò,  i  sacer- 
doti ed  il  popolo  assitenti  al  sagrifizìo,  che 
oH'ie  al  Signore  il  vescovo  Enrico  Cou- 
tariui  per   olleuere  lu  scoprì  mento  del 


276  V  E  N 

venerando  corpo  tli  s.  Marco,  ti!  cui  erasi 
percldla  la  iiieiiiorìa  :  quindi  vederi  ap- 
parir fuori  del  pilastro  la  cassa,  custode 
di  s'j  sanie  reliquie.  Sopra  questo  lavoro 
e  fra  le  finestre  è  la  Presentazione  della 
Vergine  al  tetupio,  eseguita  da  D,  Cigo- 
la nel  169  I  ;  e  sotto  il  ^ólto  già  descrit- 
to, vi  è  a  sinistra  la  porta  die  «nette  nel 
Tesoro,  dei  quale  parlerò  più  innanzi. 
Sulla  medesiuici  sta  1'  iuuiiagiue  del  R.e- 
dentore, antica  scultura  in  marmo  greco, 
recata  qui  tla  Gerusalemme,  come  cor- 
re fama,  e  dentro  l'arco  a  sesto  acuto, 
in  musaico,  vi  sono  due  Angeli  che  so- 
stengono il  segno  di  nostra  Redenzione. 
JMollo  si  scrisse  e  parlossi  sulle  due  figu- 
re de'ss.  Domenico  e  Francesco  d'Asisi, 
espresse  sotto  l'arco  che  cinge  la  porla 
indicata.  Vorrebbero  aiciuiij  con  po- 
ca critica,  che  ne  avesse  dati  i  disegni, 
con  ispirilo  profetico,  il  fainoso  abbate 
Gioacchino,  dicendo  che  vetmero  con- 
dotte quell'immagini  prima  che  i  due 
santi  nascessero.  Ma  è  provalo  che  tulli 
e  3  erano  conlempoianei.  Qual  creduto 
/'/■o/ètó,in  quell'articolo  riparlai  del  dot- 
to e  b.Gioacchino,  non  meno  delle  prole- 
vie  che  a  lui  si  attribuiscono,  e  delle  dette 
tìue  figure;  anzi  feci  ancora  parola  del- 
i'euiblemaliclie  figure  d'animali  in  mu- 
saico del  pavimento  di  questa  basilica, 
eseguite  secondo  le  sue  predizioni,  allu- 
iiive  alle  rivoluzioni  e  guerre  civili  che 
successero  dopo  di  lui  ;  e  (pieslo  lo  ripor- 
tai col  Cancellieri, che  nelle  Disserlazio' 
Ili  epistolari  hiblio^rafiche,  non  poco 
erndilamente  parlò  dell'abbate  Gioacchi- 
no a  p.  80, 8i  e  378.  Di  ciò  ragionando 
unche  il  Corner,  riporta  la  tradizione 
ili'lle  figure  poste  nel  pavimento  d'ordi- 
ye  dell'abbate  Gioacchino,  cioè  due  Leo- 
pi,  l'uno  puigue  nell'acqua,  l'altro  di- 
magrato in  terra,  significanti  i  diversi 
«lati  (.Iella  repubblica;  e  due  Galli  che 
portano  una  Volpe  legala  al  palo,  con 
the  si  crede  significato  Lodovico  Sforza 
a!>tutis$inio  duca  di  Milano,  cacciato  dal 
>uu  dominio  dagli  eseicili  di  Carlo  Vili 


V  E  i\ 
e  Lodovico  XII  re  di  Francia.  —  L' aU 
tare  della  Croce,  ora  del  ss.  Sagramento, 
era  dunque  deilicalo  a  s.  Leonardo.  Se 
non  che  nel  1618  fu  eretto  di  nuovo,  e 
per  un'insigne  reliquia  della  ss.  Croce, 
che  ivi  allora  si  chiuse,  venne  appellato 
appunto  aliare  della  Croce.  In  seguito 
trasportalo  in  e^so,  per  maggior  comodo 
de'lcdeli,  il  ciborio  o  tabernacolo  per  la 
custodia  della  ss.  Eucaristia,  si  chiamò 
del  Sagramento.  L'antico  marmo  colla 
figura  del  primo  lilolare  s.  Leonardo, 
ora  incastralo  nel  muro  esteriore  del 
tempio  dal  lato  che  guarda  la  chiesa  di 
s,  Bas^o,  vuole  il  Moschini  che  servisse 
in  antico  a  tavola  di  quest'altare,  ed  il 
Meschinello,  seguito  dal  Piazza,  afferma 
che  la  pala  di  esso  santo  era  falla  a  mu- 
saico. Ma  il  critico  ed  eruditisimo  Za- 
nollo,  posto  mente  che  il  Sansovino,  il 
quale  sciiveva  mentre  precisamente  e- 
rigevaii  di  nuovo  l'altare,  non  fa  parola 
di  tale  n)Usaico,  rigetta  giustamente  l'o- 
pinione del  Meschinello;  laonde  sem- 
bra che  il  dotto  e  diligente  Moschini 
abbia  piìx  del  Meschinello  cólto  nel  ve- 
ro. Simile  quest'altare  all'altro  descrit- 
to della  Madonna  Nicopeja  ha  sul  di- 
nanzi due  colonne  che  sostengono  il  su- 
periore ambulacro,  le  quali  prendono 
in  mezzo  il  parapetto  di  agata  sardo- 
nica con  basamento  e  ciitiasa  di  verde 
antico,  che  separa  l'aliare  dal  tempio. 
Sotto  una  tribuna  sorretta  da  4  colon- 
ne, due  di  porfitlo  e  due  di  ahicano, s'in- 
nalza sull'ara  il  tabernacolo  di  marmo 
orientale,  concolonnetteei  imessi  di  varie 
macchie,  chiuso  da  due  valve  di  bronzo, 
su  cui  sono  rappresentati  i  ss.  Leonardo  e 
Antonio  abbate,  lavoro  non  già  del  Sari- 
sovino,come  dice  il  Meschinello,  ma  for- 
se dello  slesso  artefice  i:he  fuse  quelle  del- 
l'altare della  Vergine  come  dissi,  e  che 
qui  pure  avrà  lasciato  suo  noine..\  cagio- 
ne però  d'una  custodia  di  marmo,  posta 
da  non  molti  anni,  e  ohe  cela  in  parte  le 
ricordale  valve,  non  »i  ponno  esaminare 
con  ddigenza  onde  scuoprirue  per  av- 


V  CN 
ventura  le  sigle.  Innanzi  l'aliare  del  is. 
Sagijjmeulo  si  ainmirauo  due  grandi 
candelabri  di  bronzo,  ricchi  e  abl)eHili 
da  oinaiuenli,  opere  del  bresciano  Maf- 
feo Olivieri  fiorito  nel  XVI  secolo.  I  due 
nltari  o  nltarhii  simili,  posti  nella  cro- 
ciera del  tempio  da  questo  lato,  ed  e- 
retti  a'  ss.  Jacopo  e  Paolo  apostoli  dal 
doge  Cristoforo  Moro,  fra  gli  anni  14G2 
e  i47')  tempo  della  di  lui  diicea,  so- 
no due  pregevolissinti  monumenti  di 
scultura  attribuiti  dal  Cicognara  a  Pie- 
tro Lombardo,  accompagnando  così  nel- 
la crociera  l' ornamento  del  magnifico 
tempio.  Il  medesimo  Cicognara  per  va- 
rie considerazioni,  e  non  essendo  gli  or- 
namenti e  le  statuette  di  questi  altarini 
opere  giovanili,  ma  di  sperimentato  ar- 
tefice e  diligent'^ssimo,  congettura  che 
possano  essere  state  eseguite  nel  miglior 
periododella  vita  dell'archilettoe sculto- 
re, che  appartener  sembra  alla  i.'metà 
del  XV  secolo,  perciò  al  doge  non  dover- 
sene che  il  compimento. Dal  quale  riflesso 
deriva  la  conseguenza, che  l'arti  in  Vene- 
zia aveano  già  mosso  verso  la  perfezione 
e  il  bello  siile  prima  d'  altrove,  siccome 
da  altre  produzioni  di  sommo  merito  gli 
fu  «Iato  dimostrare.  Non  polendo  stabi ii- 
re  il  nouìe  dell'artefice,  ma  per  essere  gli 
altarini  d'uno  stile  pienamente  conforme 
e  quello  della  chiesa  della  Madonna  de' 
Miracoli, capo  d'opera  di  Pietro  Lombar- 
do, fondatore  della  buona  scuola  de'gen- 
tili  ornamenti  ed  eleganti  architetture  di 
Venezia,  benché  intraprendesse  l'erezio- 
ne di  tal  chiesa  nel  1 480, cioè  di  oltre  20 
anni  più  tardi  da  quella  degli  altarini  de' 
ss.  Jacopo  e  Paolo,  cosi  a  quel  sommo  ar- 
chitetto e  scultore  gli  attribuì.  Se  vuoisi 
cercare  alcuna  rassomiglianza  tra  queste 
e  le  produzioni  dell'altre  arti  in  quel  se- 
colo,sarà  facile  il  riconoscere  nelle  due  sta- 
luelaterali  postea  questi  altarini,  oltre  le 
grandi de'due  ss.  Apostoli  collocate  sugli 
altarini  metlesimi,  la  maniera  die  usava- 
no i  fiellini,  Jacopo  padre,  ed  i  figli  Gen- 
tile e  Giovuuoi,  ed  ia  ispccie  qiella  del- 


V  E  N  277 

Kiiltimo  die  in  quel  tempo  di  poco  avca 
passato  il  6,°  lustro;  né  è  da  farsi  me- 
raviglia che  il  più  diflìcile  meccanisnio 
dello  scarpello  fosse  così  avanzato,  poi- 
ché la  storia  dell'arti  con  troppa  eviden- 
za ha  dimostrato  quasi  sempre,  ohe  l'in- 
signi opere  di  scultura  precedono  l'insi- 
gni pitture.  Il  Cicognara  giudica  gli  or- 
namenti de'due  altai-ini  un  po' tro|)po 
minuti,  e  l'occhio  vi  bramerebbe  più  ri- 
poso e  intervalli;  alcune modanalurenon 
sono  di  bella  forma,  e  rimangono  ottusi 
i  profdi  pel  basamento,  ma  le  proporzioni 
generali  sono  svelte,  eleganti,  e  vi  si  ve- 
de chiaramente  il  miglior  gusto  delle  ar- 
ti rinascenti. — Passando  alla  navata  sini- 
stra e  pro[)inqna,come  in  quella  di  contro, 
così  in  questa  vi  è  una  cupoleltadi  frf>n- 
le  al  maggior  altare,  nella  cui  cima  è  fi- 
guralo il  Salvatore  con  sotto  la  Vergine, 
vari  Angeli,  e  una  Matrona  coronata  col 
molto  :  Regina  Siiitris,  tenendo  fra  le 
roani  la  leggenda  :  E  Coelo  venient.  Gii 
archetti,  che  reggono  I'  accennata  cupo- 
lelta,  portano  ognuno  due  Santi,  e  sotto 
il  vòlto  co'carloni  di  P.  Vecchia,  vi  èia 
collocazione  sotto  l'altare  maggiore  del 
Corpo  di  s.  Marco,  e  l'imperatore  Co- 
stantino!, e  s.  Elena  colla  Croce.  Neh." 
musaico  è  segnato  l'anno  1648.  I  lavori 
de'due  archi  che  seguono,  si  eseguirono 
co'cartoni  del  dello  Vecchia.  Neil'  uno 
stanno  l'immagini  de'ss.BasilioeLiberale; 
nell'altro  si  vede  superiormente  la  Strage 
degl'Innocenti, Rachele  che  piange  i  figli, 
e  due  Angeli  che  ne  accolgono  1'  anime, 
divise  dal  mistico  Agnello.  Notasi  nel  pi- 
lone, che  regge  questa  navata,  un'imma- 
gine antichissima  diMaria  scolpita  in  mar- 
mo, e  che  la  tradizione  ricorda  qui  re- 
cata da  Costantinopoli.  Nella  gran  fac- 
cia della  muraglia  principale  vi  sono, 
nella  parte  inferiore  in  5  comparti,  al- 
tretlante  figure,  esprinienti  la  Vergine 
nel  mezzo,  e  ne'lati  i  profeti  David,  S.t- 
lomone,  Isaia  ed  Ezechiele;  esopia  a  que- 
ste Gesù  orante  nell'Orto  e  gli  addormei»- 
tali  Discepoli.  Poi  di  fli^nco  alle  finestre, 


9.78  V  li  N 

s'  incontrano  le  passioni  de*  ss.  Simone  e 
Giuiln  apostoli,  poiché  rovinar  fecero  i  si- 
mulacri,l'uno  del  Sole,  l'allro  della  Luna. 
Il  f;ran  volto  è  occupato  dalle  storie  de* 
ss.  Apostoli  Filippo,  Jacopo,  Bartolomeo 
e  Matteo.  Si  vede  il  i.°  (jiiando  fa  cadere 
il  simulacro  di  INIarte,  e  ailorcliè  muore 
confessando  Gesù  a  Jerapoli.  Il  2."  ap- 
par  dall'allod'nna  torre  precipitato;  per- 
cosso a  morte  da'farisei,  e  finalmente 
sepolto  in  Gerusalemme.  Predica  il  3." 
nell'Indie,  e  viene  da  rpie' popoli  scorti- 
cato. Da  ultimo  s.  Matteo  battezza  il  re 
di  Egitto  colla  famiglia,  e  sagrificando 
all'altare  soffre  il  martirio.  Sotto  a  que- 
sto vòlto  lorre""iano  due  fiiiure  una  al- 
1'  altra  di  fionte,  esprimenti,  quella  a 
sinistra  dello  spettatore,  la  Chiesa,  e 
quella  a  destra,  la  Sinagoga.  La  j."  ven- 
ne eseguita  con  disegno  di  D.  Tintoret- 
to,  l'altra  co'cartoni  dell'Aliense,  da  L. 
Ceccato.  Nell'arco  inferiore  che  viene  ap- 
presso, vi  sono  i  ss.  Ilario  e  Paolo  ere- 
miti, e  nel  superiore  si  vede  Dio  in  tro- 
no, coll'Agnello  a'piedi,  circondato  da  4 
Aniosali  co'Vccchioni  e  il  Libro  mistico 
co*  sigilli  notato  nell'Apocalisse.  Jacopo 
Pasterini,  ch'esegui  questo  bel  musaico, 
merita  onorata  menzione  fra'pritni  mae- 
stri del  tempo  in  cui  fiorì  e  fu  il  161 5 
circa.  La  cupoletta  seguente  mostra  Cri- 
sto fra  due  Cherubini,  e  ne'  pennacchi 
gli  Evangelisti.  Sotto  la  medesima,  in 
una  mezzaluna  de!  muro  principale  sono 
effigiali  7  Angeli  con  trombe,  ed  uno 
con  inceiisieie  in  mano,  e  significano  i  ca- 
stighi preveduti  e  registrali  da  s.  Gio- 
vanni al  cap.  8."  dell'Apocalisse.  Di  sot- 
to poi,  nella  parete  medesima,  evvi  un 
liassoriiievo  in  marmo  colle  figure  di  Ge- 
sù Cristo,  di  Maria  e  del  Ballista,  o- 
pera  de'rozzi  secoli,  e  qui  tiasporlata  da 
Aquileia,  secondo  la  tradizione.  La  pila 
dell'acqua  benedetta,  che  sorge  poco  ap- 
presso, per  la  sua  bellezza  e  singolarità, 
meritò  parole  di  lode  da  Cicognara  e  di 
essere  incisa.  Non  è  questo  ili. "e  solo  e- 
sempio  per  cui  siasi  adattato  un  monu- 


V  EN 

monto  pinfano  ad  uso  sagro  e  divolo  ne' 
templi  cristiani:  lo  ricordai  più  sopra, e 
ne  ragionai  in  molti  articoli.  Quindi  un' 
ara  antica  di  greco  lavoro  fu  trovata  per 
ogni  motivo  adattata  a  sorreggere  il  va- 
so dell'acqua  santa  nell'interno  di  questa 
basilica  ;  come  nella  cattediale  di  7br- 
cello  a  simile  uso  fu  impiegata  altra  an- 
tica ara  gentilesca,  scolpita  di  strane  e 
proffine  figure,  a  guisa  di  larve  o  ma- 
schere da  scena,  come  in  quell'ailicolo 
riportai  col  Costadoni.  Dice  il  Cicognara: 
Il  linguaggio  mitologico  il  più  delle  vol- 
te non  esprime  che  la  pura  allegoria  e  il 
sinsbolo  della  cosa  ;  ed  in  fatti  ludla  av- 
vi di  veramente  profano  nei  bassorilievo 
che  vedesi  scolpito  nell'  ara  della  Mar- 
ciana, che  sembra  essere  stata  consagra- 
ta a  Netlnno.  Le  otide  scorrono  al  piede 
della  medesima,  e  con  bella  ordinanza 
vi  scherzano  i  delfini  framezzati  da  pic- 
coli tridenti  e  da  elegantissime  conchi- 
glie. Ciò  veramente  non  dimostra  presso 
qualsivoglia  nazione  che  l'acqua  od  il 
mare  più  propriamente,  e  non  potevasi 
perfortuita  combinazione  presentare  mo- 
numento di  questo  più  acconcio  per  so- 
stenere una  vasca  d'acqua  in  paese  marit- 
timo. Fu  aggiunlo  poi  l'altro  bassorilie- 
vo de'putti,  che  sembra  appartenere  alla 
fine  del  XV  secolo;  lavoro  non  isprege- 
vole,  sel)bene  non  offra  tutta  l'attica  ve- 
nustà.— La  vicina  cappella  delBaltisterio 
anticamente  chiamavasi  de'Futti,  secon- 
do il  Sansovino.  Nel  mezzo  s'innalza  mia 
gran  pila  di  pietra  valassa,  ornata  di  co- 
perchio (li  bronzo, ove  si  veggono  scolpili 
gli  Evangelisti  e  alcuni  falli  della  vita  del 
Precursore  Battista,  e  di  questo  santo  in 
cima  torreggia  la  statua  di  bronzo.  Per 
le  ragioni  che  adduce  l'avveduto  Zanot- 
to,  l'opera  non  è  del  Sansovino,  sibbene 
di  Francesco  Segala.  L'aliare  è  sagro  al 
Precursore,  che  vedesi  edìgiato  in  ampio 
bassorilievo  d'antico  lavoro,  affisso  nella 
parete,  e  serviente  di  tavola  allo  stesso 
altare.  E  il  Santo  in  allodi  battezzareGe> 
su  Cristo,  e  jjli  sta  sopra  l'Arcangelo  Ga- 


V  E  N  V  E  N                  279 

lirifle  nnnunziaiile  la  Vergine,  diviso  <ìa  I)o,  ed  i  maiiiiii  de'  ss.  Giovanni  e  An- 
iin  Angelo,  ed  a' piedi  s.  Marco  nhilo.  «Irea.  Fra  la  porla,  che  ojcUh   nella  vi- 
Vi  sono  neirestremilìi,  negli  angoli  su-  cma  cappella  dello    Zeno,  e  1'  altra  die 
periori  i  profeti  Daniele  e  Zaccaria,  ne'  introduce  nel   tempio,  sorge   l' tn-na  del 
due  inferiori  i  ss.  Marco  e  Nicolò,  e  fra  doge  Giovanni  Soranzo  morto  neh  828, 
le  une  e  l'altre  figure,  i  ss.  Pietro  e  Pao-  e  (joi  riposto  senza  alcuna   iscrizione.  \ 
lo.  A'Iati  del  quadro  stanno  due  Angeli,  toccar  de' musaici    che   ornano    questa 
e  per  fianco  all'altare  due  hassorilievi  co'  cappella  del  Hatlislerio,  furono  lavorali 
ss.  Teodoro  e  Giorgio.  Narra  il  Dandolo,  dall'XI   al  XIV  secolo.   In   quello  della 
che  la  pietra   di  granito  orientale,   che  mezzaluna  sull'altare,  è  figuralo  Gesù 
serve  di    mensa  al  descritto  altare,  sia  Crocefisso  colla  Vergine  e  s.  Marco  alla 
quella  medesima   sulla  quale  Gesù   pre-  destra,  e  i  ss.  Gioviinui    Ev;iugclista   e 
dicava    alle  turbe  fuori   di   Tiro,  equi  Ballista  alla  sinistra.  Innanzi  allaCroce  è 
poscia  recala  nel  i  1 26  dal  doge  Michiel.  genuflesso  il  doge,  e  poco  appresso  il  gran 
Forse  questa  pia   credenza  è- da  porsi   in  cancelliere.    A  destra   dell'aliare  sono 
duhhio,  cosi  quella  della  pietra  macchia*  espressi  i  falli  del  Battista,  cioè  quando 
la  in  rosso,  infissa  nella  parete  deslra_,se-  vien  derollalo  nel  carcere;  quando  è  re- 
condola quale  si  crede  quella  stessa  su  cui  cala  la  di  lui  lesta  adErodiade;  e  quando 
nellapngionecadesseilsngrocnpodelB.it-  riceve  sepoltura  la  benedetta  sua  salma, 
lisla  reciso  d'  oj'dine  d'Erede  Antipa,  e  Nel  musaico  di  fronte  al  descritto,  si  no- 
qui  pure  recata  dal  doge  anzidetto  (una  la  l'Angeloche  appare  a  S.Zaccaria;  que- 
licenza  :   forse  quelle  pietre  poste  dipoi  sto  privato  della  favella  nel  Tempio,  e 
per  memoria  ne'due  luoghi,  furono  ere-  lo  slesso  colla  santa  sua  sposa.  La  cupo- 
dule  con  ampliazione  di  tradizione  come  la  s'adorna  del  Salvatore  in  gloria,  ed  i 
servite  n  tali  usi).  Sopra  a  quest'ultima  ,  peducci  portano  l'unmagini  de*4 Dottori 
«•nlro  un  calino,  vi  è  scoljiita  in  marmo  della  Chiesa  latina.  Nell'arco  che  segue  vi 
la  lesta  del  santo.  Il  doge  e  patrio  storico  sono  i  ss.  Pietro  Orseolo,  Antonio  da  Bre- 
Andrea  Dandolo,  morto  nel 1 354,  liposa  scia,  Isidoro  e  Teodoro;  e  l'allia  cupola 
in  una  cassa  di  marmo  infissa  nella  pa-  oppresso  figura  nella  cima  il  Redentore 
rete  presso  la  finestra.  Fu  l'ullimo  doge  che  manda  gli  Apostoli  alle  nazioni, e  ne' 
che  venne  sepolto  in  questa  basilica;  nella  pennacchi  i  4  Dottori  della  Chiesa  greca. 
quale,decrelòil  senolo,non  potervi  niuno  Nella  parete  al  lato  della  Piazzetta,  ve- 
aver  tomba.  Per  sua  cura  questa  cappella  desila  nascila  di  s.  Gio.  Battista,  e  s.  Zac- 
venoe  ornata  tutta  di  musaici ,  secondo  caria,  di  lui  padre,  che  ne  scrive  il  nouie. 
il  Sansovino.Ma  osserva  giudiziosamente  Questo  lavoro,  sul  disegno  di  Girolamo 
il  p.  Paolo  Maria  Paciaudi,  De  cullii  s.  Pdotlo,  venne    condotto  da   Francesco 
Joaiinii  BrrplÌMlae,  Romaei755,  che  il  Turresio  nel  1628.  Sta  sulla  porla,  che 
Dandolo  avrà  SMmpiegata  a  beneficio  di  mette  nel  tempio,  Erodiade  colla  testa 
essa  cappella  una  gran  somma  di  dena-  del  Ballista  sul  disco.  1 4 Evangelisti  or- 
io,  ma  non  ogni  musaico  sarà  stalo  la-  nano  l'arco  dopo  lai.'cupoletta,  e  il  gran 
volalo   sotto   il    suo  goveino,  giacché  ^ólto  che  segue  ha  nella  cima  il  Salva- 
molli  contano  un'ila  più  antica.  Il  Pe-  loie  cinto  da  vari  Profeti,  e  quindi  E- 
lrarca,amico  di  Dandolo,  consigliò  l'iscri-  rode  che  domanda  a'Magi  del  nato  Ge- 
zicne  che  vedesi  sotto  la  lombn  di  lui.  Il  su  ;  questi  ultimi  alla  stalla  di  Beltlem- 
simulacio  del  doge  è  supuio  sul  sarcofa-  me;  la  fuga  in  Egitto;  e  in  fine  la  stra- 
go, e  d'intorno   in  bassorilievo  si   vedo-  gè  degl'Innocenti,  Nel  musaico  sopra  la 
no  l'immagini  di  s.  Leonardo,  dell' An-  porla,  che   mette  alla   vicina   cappella 
juuiuiala,  e  poi  divenuta  Madre  del  Vei'-  Zeuo ,  è  un  Angelo  che  presenta  la  ve- 


28o  V  E  N 

ste  al  Daltista  ;  e  tla'Iali  della  porta  me- 
desiata,  il  l'iecmsore  guidato  da  un  An- 
gelo nel  deserto,  e  la  di  lui   predicazio- 
ne alle  tuibe.  Ma  il  più  antico  musaico 
qui  esistente,  quello  che  più  degli   altri 
merita  l'attenzione,  illustrato  anclie  dal 
ricordato  p.  Paciaudi,èil  Battesimo  del 
Salvatore.  Si  vede  in  esso  Gesù   Cristo 
immerso  nel  fiume  Giordano,  colla  testa 
al  petto  inchinata,  e  lutto  intento  a  com- 
piere quel  sagramento  che  dovea  da  lui 
ricevere  santificazione,  ed  essere  la  base 
saldissinia  della  divina  sua  legge.  Sta  il 
Battista  in  riva  al  celebre  fiume,  squal- 
lido e  n)agro,  colla  chioma  scapigliata, 
ispido  il  mento  per  barba  incolta  e  lun- 
ghissitua,  e  malcoperto  d'un  velo,  sopra 
il  quale  s'aggira  povero  manto,  e  qual 
conveniva  a  lui  che  il  mondo   teneva  a 
\ile.  Mette  la  destra  mano  sul  capo  del 
Signore,  e  appresso  gli  sta  un  arboscello 
e  una  doppia  scure  per  alludere  all'  e- 
vangelico  motto  di  s.  Matteo:    Dicebat 
eis  (  judaeis)  jam  eniin  ad  mdicern  ar- 
boruni  seciiri  posila  est.  Dall'  altra  par- 
te del  fiume  sono  alcuni  Angeli  disposti 
in   lungo  ordine,  ed  in  atto  umile  e  di- 
messo. .Vola  per  l'alto  la  mistica  Coloui- 
ba,  e  una   radiante  stella   dilibnde  suo 
lume  a  rallegrare  la  terra.  Sopra  il   mo- 
numento notato  del  Soranzo,  eh' è  al 
basso  del  descritto   musaico,  sono  figu- 
rati i  Profeti   Giona  e  Michea,  e  in  al- 
to alla    finestra  David  e    S.domoue.  - — 
Nella   pro|»inqua   cappella   Zeno,  la  re' 
pubblica  di  Venezia,  sempre  splendida 
e   volonterosa   nel    dimostrare  a'propri 
figli  il  di  lei  grato  aniuìo  pe'  servigi  da 
essi  resi  alla  patria,  volle  sagra  alla  me- 
moria  del  cardinal  Gio.  Ballista   Zeno 
questa  cappella.  Avendo  il  cardinale  di- 
sposto  ricco  legato  alla  repubblica,  que- 
sta nel  i5i  5  qui  gli  eresse  un  monumen- 
to cospicuo  in   bronzo,    ad  attestare  a' 
posteri  la  propria   riconoscenza.  11  mo- 
numento con    onorifica    iscrizione,  sul 
quale  giace  distesa  là  statua  del   porpo- 
rato,  s'  erge  iu  mezzo  alla  cappella^  e 


V  E  N 
intorno  alla  cassa  che  oc  contiene  le  ce- 
neri ,  stanno  6  grandi  figure  ptue  di 
bronzo,  espi'imenti  le  virtù  che  in  lui  ri- 
fulsero, cioè:  la  Fede,  la  Speranza, la  Ca- 
rità, la  Prudenza,  la  Pietà  e  la  Munifi- 
cenza. Dieci  anni  durò  il  lavoro   per  le 
discordie  insorte  fra  Antonio  Lombardo 
e  Alessandro  Leopardo,  cui  furono  sosti- 
tuiti Zuanne d'Alberghetlo  e  PierZuanne 
delle  Campane;  ma  lenlamenle  procedeu- 
do  anch'  essi,  Pietro  Lombardo  padre  di 
Antonio  ne  prese  la  direzione  e  l'obbli  go 
d'eseguir  le  figure,  e  il  Delle  Campane  ne 
assunse  il  getto:  pare  che  vi  abbia  lavoi  alo 
pu re  l'intagliatore  PaoloSa  vi. Queslobron- 
zo  è  assai  considerato  e  mirabile  pel  gusto 
degli  ornati, la  ricchezza  e  proprietà  della 
composizione,  la  delicatezza,  precisione, 
e  nettezza  de'gelli.  Anche  Tallare  situalo 
di  fi'onte  al  monumento,    è  quasi   tutto 
di  bronzo,  oltre  i  marmi,  ed  è  intitolato 
la  Madonna  della  Scarpa.    11  Cicognara, 
che  l'illustrò,  ragiona  pure  del  magnifi- 
co sarcofago  quale  uno  de'  monumenti 
di  scultura  veneziana  più  distinti,  ezian- 
dio in  genere  d'architettura  e  d'ornalo; 
e  si  meraviglia  come  riuscisse  tutto  ma- 
gnifico ed  elegantissimo,ad  outadei  con- 
flitto de'  contrari  pareli  accennalo.  La 
maggior  parte  dell'altare  è  opera  di  fu- 
sione, e  isoli  piedistalli  delle  colonne  e 
l'architrave  sono  di  marmo.  Le  propor- 
zioni dell'insieme  sono  elegantissiuie,  ed 
in  ispecie  tutti  i  profili  ilelle  cornici  sono 
di  belle  e  gentili  forme;  ma  non  può  fa- 
cilmente superarsi  quella  specie  d'avver- 
sione the   cagiona    la   molta    larghezza 
dell'intercolunnio,  e  la  limghezza  dell'ar- 
chitrave. Era  però  quasi  impossibile  vin- 
cere quest'ostacolo,  tenendo  la  mensa 
dell'aitare  di    quella   lata    proporzione 
voluta  dagli  augusti  esercizi  del  sagro 
culto,  a  meno  che  non  si   fossero  erette 
colonne  laterali  d'un  diametro  esorbi- 
tante,  onde    collocarsi  in    un    interco- 
lunnio di  giusta  nusura  la  mensa.  Laon- 
de può  dirsi  che  questo  soggetto  archi- 
Icllonìco  ha  per  se  slesso   alcune  pio- 


VEN 
porzioni  ili  conveuzione.  Ciò  avvei'lilo, 
noi)  dispiacerà  l'eleganza  di  questo  al- 
iare d'ordine  composilo  liccbiisiiiiuu,  ove 
la  profusione  degl'  intagli  e  degli  ornati 
Qon  nuoce  in  modo  alcuno  all'  eiFetto 
generale.  Quella  specie  di  piedistalli  di 
Diarmo  che  a  guisa  di  piccole  are  sor- 
reggono le  colonne  di  bronzo,  fu  adottata 
nel  suo  secolo  con  fino  accorginienlo  e 
ctlirao  successo  in  altri  luoghi  di  Vene- 
zia, e  singolarmente  nella  cappella  Cor» 
naro  a'ss.  Apostoli,  ove  si  ravvisano  pu- 
re sotto  le  colonne,  piedistalli  di  simil 
gusto  rotondi,  ornali  e  scolpiti  per  ag- 
giungere leggiadria  ed  eleganza  all'  in- 
terno edifìcio.  I  fogliami  che  con  vago 
intreccio  vaimo  a  rivestire  le  colonne, 
sono  sì  bene  distribuiti  che  non  inter- 
rompono punto  la  continuazione  delle 
linee,  uè  occultano  alcuna  parie  dell'e- 
dificio. Gli  arabeschi,  i  fre-'i  e  i  meandri 
30U0  cosi  delicati  e  gentili  che  danno  il 
migliore  risalto  agli  oggetti  principali;  e 
le  statue  sono  di  bella  e  graziosa  propor- 
zione in  dolcissimo  atleggiauienlo,  e  non 
meno  del  restante  dell'  opera  onorano 
gli  artisti  di  quell'età.  Fu  interamente 
compita  tutta  I'  opera,  compreso  il  mo- 
numento, neli  5i5,  e  chi  volesse  indaga- 
re I  molivi  pe'quali  la  Madonna,  che  sie- 
de nel  mezzo  dell'altare  col  Bambino  iu 
seno,  avente  a'  lati  s.  Pietro  e  s.  Gio. 
Battista,  dicesi  della  Scarpa,  e  non  fos- 
se pago  di  dedurli  dal  vedersi  quest'im- 
magine non  co' sandali  antichi  e  propri 
dell'età  in  cui  visse  la  Madre  di  Dio,  ma 
realmente  colle  scarpe,  potrà  ripescarli 
in  quella  specie  di  tradizioni  straniere 
alle  arti.  Subentra  l'accurato  Zanotto  a 
descrivere  gli  altri  oggetti  preziosi  e  mu- 
saici di  cui  questa  cappella  ancora  si  a- 
dorna.  L'ellìgie  in  marmo  di  Maria  col 
divinFiglio,cullocata  nella  parete  a  destra 
dell'altare,  fu  qui  recata  da  Costantino- 
poli, e  la  greca  iscrizione  tradotta  nella 
lingua  del  Lazio,  palesa  come  l'impera- 
lore  Michele,  marito  d'Irene,  fece  da  tal 
pietra  scorrere  in  Coslauliuopuii  l'acqua 
voi,  xc. 


VEN  a8i 

a  dissetare  il  suo  popolo;  per  cui  alcu- 
ni  cronisti  male  interpretando  l'iscrizio- 
ne, aHerroarono  goffamente  essere  sca- 
turito da  questo  masso  l'acqua  colla  qua- 
le Mosè  dissetò  nel  deserto  gì' israeliti. 
Dall'opposta  parte  adorna  il  muro  uà 
bassorilievo  pur  greco,  rappresentante 
un  Angelo,  e  sopra  la  finestra,  antica- 
mente 5.'  porta  del  principale  prospetto 
del  tempio,  si  vede  altro  bassorilievo  d'e- 
tà remuta,  esprimente  la  nascita  di  Ge> 
sii,  e  la  di  lui  fuga  in  Egitto.  Le  pareti 
tutte  e  le  vòlte  sono  coperte,  come  il  resto 
del  tempio,  di  musaici,  parte  antichi  e 
parte  recenti.  Gli  antichi  vestono  l'am- 
pio vólto,  che  copre  la  cappellate  in 
doppio  ordine  sono  figi\rate  le  principa- 
li azioni  dell'Evangelista  s.  Marco,esulla 
porta,  guidante  all'atrio,  appare  la  Ver- 
gine e  Gesù  circondato  da'  profeti  Mi- 
chea, Isaia,  Geremia  e  Osea,  ognuno  di- 
viso da  4  Santi,  antichi  lavori  in  marmo 
greco,  forse  qui  recali  da  Costantinopoli. 
Dell'ultima  età  sono  soltanto  i  musaici 
coll'armi  gentilizie  dello  Zeno  per  fìancu 
all'altare.  Due  Leoni  di  marmo  rosso 
veronese  sorgono  dal  pavimento  uno  per 
parte  dell'altare  medesimo,  i  quali  erano 
in  aulico  collocati  dinanzi  alla  porta  mag- 
giore del  tempio. 

7.  Descritta  la  chiesa, passeremo  a  par- 
lar del  Tesoro  di  s.  Marco,  pel  quale,  come 
abbiamo  veduto,  si  entra  per  la  porta  in 
testa  al  braccio  sinistro  della  crociera. Esso 
ha  alla  destra  la  sua  sala,  ed  a  sinistra  il 
Santuario  dalleReliquie. Rileva  il  Moschi- 
ni  che  il  Tesoro,  altra  volta  ricco  di  gem- 
me ed  ori, era  divenuto  soltanto  custodia 
di  preziose  Reliquie,  alcuna  delle  quali 
apprezzabile  eziandio  per  lavoro  di  ar- 
te. Ma  il  posteriore  Giacchetti  m'istrui- 
sce, che  il  cardinal  Monico,  tenero  del 
decoro  dell'  insigne  basilica,  vivamente 
supplicò  l'imperatore  Francesco  I,  per- 
chè ad  essa  fossero  restituiti  i  superstiti 
effetti  preziosi  già  appartenenti  al  Teso- 
ro della  medesima,  e  allora  custoditi  nel- 
l'edifizio  della  Zecca,  ov'erauo  stati  tra- 
'9 


282  VEN 

sportati.  Fu  esaudito  pienamente,  e  pel 
riordinamento  del  Tesoro  molle  furono 
le  cure  del  benemerito  mg/  can.  cav. 
Moschini,  onde  ricomparve  alla  pubbli- 
ca vista,  il  Zanolto  pieno  d*  indignazio- 
ne patria  con  gravi  parole  deplora  le  pe- 
ripezie e  le  rapine  a  cui  soggiacque  il  Te- 
soro, allorcbè  si  spense  quella  repubbli- 
ca, cbegenerosaniente  raunienlavae  ge- 
losamente lo  custodiva.  Con  ragione  cbia- 
nia  luttuosa  storia  quella  che  narra  i 
repubblicani  francesi  sacrilegamente  de- 
predarlo in  uno  a'  templi  tutti.  Non- 
dimeno sleso  un  denso  velo  sul  lagri- 
inevole  passato,  si  consola,  che  con  prov- 
vida mano  si  posero  in  luce  e  si  deterse- 
ro (poi  eziandio  per  l'assidua  cura  del- 
l' attuale  sBgri^ta  primario  don  Antonio 
l'asini)  i  resti  di  sì  ricca  e  veneranda  rac- 
colta, lasciata  per  lunga  età  giacere  ino- 
norata e  solitaria.  A  parlare  intanto  del 
luogo,  ove  conservasi,  comincia  dal  di- 
re, che  nel  i53o,  come  si  ha  dall' iscri- 
'zione  di  fronte  alla  porta  d'ingresso,  fu 
con  ogni  cura  1' ediflzio  del  Tesoro  re- 
staurato e  nella  forma  attuale  ridotto, 
per  opera  de' procuratori  di  s.  Marco  e 
del  doge  Andrea  Grilli.  Entrati  per  l'in- 
dicata porla,  giungesi  a  un  vestibolo  che 
alla  destra  mette  nella  stanza  ove  sono 
dispostele  preziosità  d'arte,  come  i  vasi, 
le  croci,  i  candelabri,  gli  smalti,  la  rosa 
d'oro,  il  pastoraleec.,ed  alla  sinistra  con- 
duce nel  Sacrario,  in  cui  sono  riposte  le 
ss.  Reliquie.  Nel  vestibolo,  oltre  la  notata 
iscrizione,  vedesi  superiormente  alla  me- 
desima un  bassorilievo  in  3  pezzi  di  mar- 
mo esprimente  la  Vergine  col  divin  Fi- 
glio,eil  a'Iatii  ss.  Pietro,  !\larco,  Caterina 
ed  Oisula  con  epigrafe  che  ricorda  l'  an- 
no i494'  F**  1"'  trasferito  dalla  Sotto- 
Confessione,  ed  è  precisamente  la  sudde- 
scritta  scultura  che  ornava  1'  altare  del- 
la confraternita  de*  Mascoli.  Il  luogo  a 
destra,  d'  umido  e  oscuro  ch'era,  veune 
per  cura  della  benemerita  fabbriceria  e 
delia  coaimissìone  artistica,  illuminato 
luedìaule  un'apertura  dairuUo,e  per  uuo- 


VEN 

va  finestra  che  corrisponde  alla  cappella 
delBattisterio,  si  ponno  vedere  le  molte 
preziosità  disposte  bellamente  in  un  gran- 
de aruìadio  collocato  di  fronte  alla  me- 
desima. Vedonsi  pure  due  iscrizioni  che 
rammentano  lecure  prese  in  diversi  tem- 
pi da'  procuratori  di  s.  Marco  per  questo 
Tesoro.  Nel  luogo  a  sinistra  dell' atrio  è 
disposta  una  piccola  elegante  cappella^  e- 
retta  neli53o,  nel  cui  altare  e  ne'nicchi 
aperti  nelle  pareti  si  custodiscono  molte 
preziose  Reliquie.  Sull'alture  vi  sono  due 
antichissimi  bassorilievi,  uno  colla  mis- 
sione degli  Apostoli,  e  1'  altro  colia  Ver- 
gine fra  due  Angeli  ei  4  fìuu)i  dell'Eden. 
Detto  dell'edificio,  per  mezzo  del  Zanni- 
lo in  breve  enumererò  prima  gli  oggetti 
d'arte  e  poi  le  ss.  Reliquie,  onde  dare  una 
semplice  idea  del  Tesoro  di  s.  Marco.  — 
Oggetti  custoditi  nel  Tesoro.  — ■  Quadro 
in  musaico  esprimente  s.  Girolamo,  di 
G.  A.  Bianchini,  da  Ini  eseguilo  in  com- 
petenza di  F.  Zucca  lo,  B.  Bozza  e  D. 
Bianchini.  Il  i.°  premio  1' ottenne  Zuc- 
cato,  il  2."  G.  A.  Bianchini,  il  3."  Bozza, 
1  '  ultimo  D.  Bianchini.  L'opera  del  i .°  fu 
donala  dalla  repubblica  al  duca  di  Savoia, 
quella  del  2."  è  la  presente,  e  quelle  degli 
ultimi  due  furono  collocate  nella  sagre- 
stia. Due  candelabri  d'  argento  doralo, 
preziosi  per  lavoro  d'intaglio,  a  nicchie,a 
guglie,  a  statuette,  a  trafori,  del  peso  di 
y2o  oncie,dono  del  doge  CrisloforoMoro. 
Croce  d'argento  dorato,  con  parte  centra- 
le di  cristallo  di  monte,  e  due  Crocefissi 
uno  per  parte,  ornala  di  pietre  preziose; 
opera  del  1 483  di  Jacopo  di  Filippo.  Due 
candelabri  di  cristallo  di  rocca  di  9  pezzi 
ciascuno,  la\orali  agoccia,con  base  trian- 
golare d'argento  niellatoesmallalo.  Due 
candelabri  formati  da  due  gran  pezzi  di 
cristallo  di  rocca  per  ciascuno,  con  ornali 
d' argento  cesellato.  Tavoletta  o  quadro 
d'  argento  cesellalo  a  vari  ornamenti  ne  I 
contorno,  con  un  bassorilievo  nel  mezzo, 
che  figura  il  Padre  Eterno,  e  negli  angoli 
i  simboli  degli  Evangelisti.  Altra  tavo- 
lelta  coperta  d'argento  dorato,  cou  so* 


VEN 

▼rnpposle  lamine  d'oro  smaltato, ove  nel 
ii)ez?.o  è  s.  iMicliele  :  ha  il  capo  soroionla- 
lo  il'  un'agata,  le  vesti  d'  oro  smaltato, 
le  braccia  e  le  gambe  d'argento  dorato. 
Nel  contorno  sono  io  compartimenti 
smaltati  di  bel  lavoro.  I  4  maggiori  ovali 
rappresentano  8  Santi  guerrieri  armati, 
di  sudato  lavoro.  Tutto  il  fondo  e  gli  altri 
compartimenti  sono  d'oro  smallato,  con 
massima  finezza  e  eleganza,con  pietre  pre- 
ziose. Sembra  un  avanzo  della  Pala  d'o- 
ro. Altra  tavoletta  foderala  da  ambe  le 
parli  d' argento  cesellato,  colle  figure 
di  Cristo,  della  Vergine,  di  s.  Giovan- 
ni e  di  due  Angeli,  uno  de*  quali  dipin- 
to, e  due  teste  a  guisa  di  medaglie  spor- 
genti di  lamina  d'oro:  opera  di  meri- 
to singolare.  Altra  tavoletta  quasi  tutta 
dipinta  nel  fondo,  con  contorno  d'argen- 
to dorato,  con  lavori  di  filigrane  e  pic- 
coli musaici,  smalti  e  pietrine.  iNel  cen- 
tro di  lapislazzuli  è  un  Cristo  in  croce, 
la  Vergine,  e  s.  Giovanni  in  lamina  d'o- 
ro cesellato.  Altra  tavoletta  d'egregio  la- 
voro, coperta  d'argento  cesellalo  a  com- 
passi eleganti  di  filigrane,  interrotti  da 
i6  medaglioni  in  musaico,  e  !>midti  che 
rappresentano  busti  di  vari  Santi.  E  or- 
nata di  pietre  preziose.  Rappresenta  nel 
centro  s.  Michele  d'oro  cesellato  con 
filigrane  d'oro  finissimo,  smalti,  per- 
le e  gemme  :  lavoro  fra'  più  ricchi  e- 
seguiti  in  Costantinopoli.  Essa  pure  è 
dell'epoca  dell'aurea  Pala.  Squadro- 
ne donato  dal  veneto  Pontefice  Alessan- 
dro Vili  (cioè  lo  Stocco  che  col  Ber- 
rettone benedetto  donò  al  doge  France- 
sco Morosini,  come  narrai  in  tale  artico- 
lo), lavoro  del  1689  ornatissimo  e  inte- 
ressante per  la  storia.  E'  unita  la  cintura 
in  velluto  ricamato  in  oro.  In  molti  luo- 
ghi fra  gli  ornali  è  ripetuto  lo  stemma 
gentilizio  del  Papa,  e  nella  Iantina  sta 
inciso  e  dorato  da  una  parte  il  nome  del 
donatore,  e  dall'  altra  1'  anno  i.^del  suo 
pontificato.  Pace  d'  oro  gioiellata,  dipin- 
tovi il  Salvatore  crocefisso,  di  smalto.  Al- 
tra Pace  falla  di  radice  dì  perla^  con  so- 


VEN  283 

pra  in  figurine  d'oro  l'Orazione  di  Cri- 
sto all'orto  e  al  di  sopra  1'  Eterno  Pa- 
dre, contornato  di  pietre  preziose:  dono 
di  Gio.  Grìmani  patriarca  d' Aqtiileia. 
Piede  d'argento,  sostenente  un  corno  di 
rinoceronte  ,  in  forma  di  candelabro  : 
pesa  264  oncie,  ed  è  cesellato  e  ornata 
di  cavalli  marini  e  rilievi,  con  aquila  bi- 
cipite alla  sommità.  Due  paliotti  d'  ar- 
gento dorato  con  medaglioni  d'oro  la- 
vorati in  ismallo,  uno  de'  quali  proviene 
dalla  chiesa  patriarcale  di  s.  Pietro  di  Ca- 
stello. Pastorale  d'argento  lavorato  in  ce- 
sello, già  d'uso  del  primicerio  di  s.  Marco. 
Calice  e  patena  dargenlo  con  riporti  d'o- 
ro, lavorato  a  cesello  e  con  intaglio  di  gu- 
glielte,  figurine,  ec.  Rosa  d'oro  benedet- 
ta (  in  tale  articolo  parlai  delle  7  rose- 
d'  oro  donate  da'  Papi  a' dogi  e  alla  re- 
pubblica di  Venezia  )  donata  alla  basili- 
ca da  Gregorio  XVI,  più  ricca  delle  4 
che  prima  del  pianto  spoglio  esìstevano, 
e  date  da  Sisto  IV,  Alessandro  VI,  Gre- 
gorio XIII  e  Clemente  Vili  ;  cioè  di  que- 
ste ultime  la  1  .'^  al  doge  Nicolò  Marcel- 
lo, la  2.^  al  doge  Agostino  Barbarigo,  la 
3.'  al  doge  Sebastiano  Venier,  la  4-^  i^lla 
dogaressa  Morosina  Morosini.  Vaso  di 
nicolo  orientale  a  8  faccie,  con  coperchio 
simile,  sostenuto  da  4  zampe:  il  fon- 
do è  in  cristallo  di  rocca.  Ampolla  ii 
cui  corpo  è  formato  da  un  nicolo  orien- 
tale di  prima  bellezza,  coi  piede  torni- 
lo nello  stesso  pezzo,  legato  io  argen- 
to dorato,  con  filigrane  d'oro  e  di  pie- 
tre preziose.  Piccolo  calice  o  bicchiere, 
coll'orlo  e  il  piede  d'  argento  dorato,  con 
pietre  preziose,  singolare  essendo  quella 
di  verde  mischio  opaco  che  ne  sormonta  il 
corpo.  Scodella  elegante  di  serpentino, 
con  orlo  e  piede  d'argento  doralo.  Vaso 
d'  agata-sardonica  bellissima,  col  piede 
tornito  nel  vaso  medesìaio.  Gran  tazza 
di  sardonica  riccamente  montata  in  ar- 
gento doralo  con  israalti,  perle  e  pietre. 
Vaso  d'  agata-sardonica  bellissima  con 
singolari  accidenti  nel  centro  delle  mac- 
chie, guarnito  nell'orlo  e  nel  piede  di  pie- 


284 


VEW 


tre  preziose,  con  6  iscrizioni  greclie  in 
smalto  turchino.  Tazza  d'  orgenlo  di 
buon  lavoro,  guarnita  di  pietre  e  filigra- 
ne. Tazza  di  grosso  nicolo  orientale , 
con  piede  d'  argento  contornato  di  pie- 
tre preziose;  nel  fondo  è  l'immagine  del 
Redentore  in  ismallo,  e  nel  piede  iscrizio- 
ne greca.  Tazza  d'agata-sardonica  palli- 
da, guarnita  con  isutalli  e  pietre.  Tazza 
d'alabastro  orientale  con  due  strie  bion- 
de orizzontali,  legala  in  argento  dorato 
con  gemme.  Vaso  d'  alabastro  o  pietra 
salina  orientale,  con  filigrane  e  pietruz- 
ze.  Piccolo  calice  di  basalto  verde,  sin- 
golare per  la  natura  della  sua  tinta, mon- 
tato in  argento  dorato.  Tazzetta  di  aga- 
ta, con  piccola  conchiglia  aderente  che  le 
serve  di  manico.  Tazza  d'  alabastro  o- 
rientale,  contornata  di  pietre  e  paste.  Taz- 
za a  navicella  di  plasma  smeraldina,  le- 
gala in  argento  a  filigrane,  con  perle  al 
piede.  Vaso  di  granitello  di  bianco  e  nero 
singolarissimo,  di  rara  qualità  e  bella  for- 
ma. Navicella  da  incenso  di  plasma  sme- 
ialdina,con  figura  nel  fondo  e  piccole  figu- 
re nel  coperchio,  legata  in  argento  dorato. 
Wavicella  di  marmo  brettonico,  con  pie- 
trine e  ornati.  Piatto  d'  agata  bianca, 
guernito  di  perle  e  pietre  preziose.  Piat- 
tello d'  agata  fiorila  bellissimo.  Ampolla 
d'agala-sardonica.  Vasodi  sardonica  bel- 
lissima inlatto,  con  orlo  d'oro  gioiellato. 
Gran  calice  o  vaso  di  sardonica  riccamen- 
te montato,  con  guernizioni  di  perle  e 
di  pietre  preziose.  Gran  calice  o  vaso  di 
sardonica  bellissima  conservatissimo,  con 
ismalli,  perle  e  iscrizioni  greche.  Gran 
calice  o  vaso  di  sardonica  gemminaria, 
con  iscrizioni  e  figme  in  ismalto,  e  forni- 
to di  perle.  Stupendo  vasodi  nicolo-sar- 
donico,  bellissimo  per  la  mole  e  la  qua- 
lità della  pietra,  con  manico  e  piede  di 
Argento  doralo.  Tazza  di  sardonica  bel- 
lissima, ricoperta  di  grosse  filigrane  d'  o- 
ro  e  pietre  preziose.  Gran  vaso  di  sar- 
donica, con  contorno  smaltalo.  Vasello 
d'alabastro  orientale,  coli'  orlo  d'argen- 
to smaltato,  con  iscrizioni.  Tazzetta  di 


VEN 

sardonica,  di  figura  conica,  con  iscri- 
zioni in  ismalto,  e  guernizioni  di  perle  e 
rubini.  Tazza  o  bicchiere  di  bellissima 
calcedonia  montata  in  argento  dorato, 
con  iscrizione  nell'orlo.  Frammenti  d'uà 
gran  vaso  di  sardonica,  ch'era  tirato  sot- 
tde  quanto  un  vetro,  con  manichi  simili 
di  gran  lavoro  intagliati  nella  pietra  me- 
desima, ornato  di  molle  gemme  e  smal- 
ti figurati.  Vaso  di  pietra  grigia,  nnra- 
bilissimo  per  l'arte,  i  cui  manichi  ele- 
gantissimi sono  formati  da  due  specie 
di  chimere  di  singoiar  forma  nella  pe- 
riferia dell'orlo.  Sono  scolpite  in  giro 
molte  figurine  di  Santi  alla  maniera  gre- 
ca, e  con  greche  iscrizioni  e  mollo  gusto 
d'  arte  pel  tempo  in  cui  fu  fallo.  Il  piede 
è  d'  argento  dorato  con  ismalli  niellati 
e  con  bassirilievi  a  cesello  radìguranti  di- 
verse specie  di  volatili  ben  disegnati,  ed 
eseguiti  forse  nella  miglior  elàbisantiua. 
Anfora  scavata  in  un  pezzo  di  nicolo  di 
bellissimi  colori  col  manico  scolpito  in  fi- 
gura d'  animale.  Opera  non  solo  insigne 
pel  lavoro  penoso,  ma  sorprendente  per 
la  bellezza  e  la  mole  della  pielra.  Anfora 
simile  alla  precedente  con  manico  pari- 
mente nello  slesso  pezzo,figurato;  scavala 
in  un'agata  mista  di  mille  curiosi  accidenti 
di  cristallizzazioni.  Vaso  o  boccale  d'ala- 
bastro orientale,  con  manico  e  fornimen- 
ti di  argento  dorato.  Piatto  d'alabastro 
con  ismalto  nel  mezzo,  guernito  di  pietre 
ed  orlo  d'argento  doralo  egemmalo. Ca« 
tinodi  pielra  turchese ornalodi  rilievi  nel 
rovescio,  rappresentanti  5  lepri  e  uno 
scritto  nel  mezzo;  l'orlo  d'oro  è  guarnito 
di  pietre  e  filigrane  pur  d'oro.  Fu  donato 
olla  repubblica  nel  secolo  XV  da  Ussun- 
Cassan  re  di  Persia.  Desiò  le  meraviglie 
nel  p.  Montfaucon  nel  Diario  Italico. 
La  mole  di  questa  pietra  smisurata,  se  si 
riguarda  la  sua  preziosità,  è  superiore  a 
quanto  si  possa  mai  vedere, come  scrive] 
Cicognara.  Si  vuole  piuttosto  un  comp< 
sto  di  vetro  murino,  e  della  pasta  medea 
ma  del  sagro  calino  di  Genova,  credui 
da  altri  di  smeraldo  ;  su  di  che  vegga 


VEN 
l'opera  intitolata  :  //  Catino  dì  smeral' 
(lo  orientale  ec.  consen'ato  in  Genova^ 
clesci'itlo  da  fi'u  Gaetano  di  santa  Teresa, 
Genova  1727  ;  e  l'altra  opera  :  Obscr- 
vations  sur  le  vase  que  l'on  conservali 
à  Génes  sous  le  noni  de  sacro  Catino 
etc.,par  m.'  le  chei>.  Bossi,  TtmaiSo'j. 
Ampolla  di  cristallo  lavorala  in  bassori- 
lievo rappresenlanle  due  arieti  e  vari 
arabeschi  con  n»olli  ornamenti  e  figu- 
rine, esprimenti  mostri,  caccie  ec,  ope- 
ra insigne  d'  orificeria  mirabilmente 
cesellata  nell'  epoca  migliore  de'  bassi 
tempi.  Tazza  di  cri>tallo  verde  bellis- 
simo scolpita  in  bassirilievi,  che  hanno 
tulio  l'aspetto  di  lavoro  cufico,  col  pie- 
de ornalo  di  pietre  diverse  e  smalli, 
con  iscrizione  in  lingua  greca.  Grande 
tazza  o  vasca  di  cristallo  di  rocca, con  or- 
lo e  piede  d'  argento  dorato.  Calice  di 
CI  istallo  di  rocca  rimesso  a  facce,  in  gi- 
ro esagono,  con  piede  simile  guernilo  di 
pietre  preziose.  Vaso  di  cristallo  con  pie- 
tre. Altro  simile  con  filigrane.  Piatto  di 
grosso  cristallo  di  monte  con  ornamenti 
esterni  in  rilievo.  Grotta  d'un  solo  pez- 
zo di  cristallo  di  rocca,  con  entro  la  sta- 
tuetta della  Vergine  alla  greca  d'argento, 
e  nel  basamento  smalti  figurati,coutoruali 
di  perle.  Catino  di  cristallo  con  orlo  e 
piede  fornito  di  gemme.  Catino  con  orlo, 
manico  e  piede  d'argento  dorato,  fornito 
di  perle.  Vaso  di  cristallo  di  rocca  lavora- 
to a  costole  entro  e  fuori,  legato  in  ar- 
gento dorato,  con  perle  e  gemme.  Vasetto 
di  cristallo  di  rocca  d'un  sol  pezzo  lavora- 
lo, guernilo  di  perle  e  pietre.  Coperchio 
d'antico vasodi  cristallocon  rilievidi  pesci 
e  conchiglie,  e  fornito  di  pietre.Secchiello 
di  cristallocon  3  ligure  di  leoni  o  pardi. 
Gran  vaso  di  cristallo  di  rocca  con  coper- 
chio, ornato  di  filigrane  e  ingemmato,con 
iscrizioni.  Grandissimo  piallo  di  cristallo 
con  lavori  di  rilievo,  fornito  di  pietre,  con 
orlo  e  piede  d'argento.  Scodella  piana  di 
cristallo  con  rilievi. Calino  di  cristallocon 
iscrizione  greca.  Tazzetta  frammentata. 
Vasello  di  cristallo  rappreseutaule    uà 


V  E  N  285 

grappolo  d'uva  con  foglie  smaltate,  pam- 
pini e  foglie  d'oro.  Gran  vaso  di  cristal- 
lo di  rocca.  Tazza  grande  di  cristal- 
lo con  iscrizione.  Gran  vaso  di  vetro 
con  lavori  di  filigrane  e  pielruzze.  Due 
piatti  di  cristallo  color  d'  agaia  chiara. 
Anfora  di  cristallo  di  rocca  bellissima, 
con  manico  ornalo  e  figuralo,  ricoper- 
ta nel  corpo  di  bassirilievi  con  iscrizio- 
ne cufica,  lavoro  singolarmente  elegante 
e  rarissimo,  con  isquisiti  ornati  in  oro. 
Piattino  di  cristallo  ornato  di  meandri. 
Gran  secchio  di  cristallo  di  singolai'e  tt 
immenso  lavoro,  esternameute  ricoperto 
di  rilievi  quasi  isolali  dal  fondo,  che  non 
rimangono  aderenti  al  vaso  se  non  in 
pochissimi  punti.  Vi  sono  rappresentate 
caccie,  cavalli  e  fiere,  e  ciò  nella  parte 
superiore;  nell'inferiore  si  slacca  dal  fondo 
una  rete  d'ornati  d'iucomprensibile  lavo* 
ro,poichè  atlaccataanch'essa  in  pochissimi 
punti,  e  quindi  supera  in  bellezza  ogni  o- 
pera  conosciuta  in  tal  materia  presso  gli 
antichi.  Il  manico  è  di  metallo;  lavoro  di 
fusione  e  di  ruota,  avente  il  carattere  di 
greco  o  aulico  italiano  di  genere  etrusco. 
Altro  secchio  meraviglioso  di  grosso  cri- 
stallo mancante  del  fondo  :  il  corpo  è  tut- 
to intorno  intagliato  di  figure  ed  è  forse  la 
più  bella  antichità  figurata  del  tesoro.  Un 
baccanale  sta  inciso  nel  giro  con  pochi 
tratti  di  ruota.  Elegantissimo  vaso  di  cri- 
stallo violaceo  cupo  tutto  dipinto  a  oro 
e  colori,  con  medaglie  figurate  e  piccole 
testine.  Lo  stile  è  piutt(>slo  bello,  ed  il 
modo  è  singolare,  perchè  la  pittura  è  sen- 
z'alcuna  vetrificazione,  mantenendosi  co- 
me se  fosse  dipioto  ad  olio.  iNell'orlo  e  nel 
fondo  sono  caratteri  cufici.  F\'animento 
di  testa  di  putto  in  agata.  Busto  di  Giove 
Serapide  in  alabastro.  Vaso  d'alabastro 
servilo  probabilmente  di  misura.  Urna  di 
granito  d'  elegante  forma,  con  iscrizione 
in  caratteri  cuneiformi,  leste  illustrala, 
che  dice  Artaserse  re  grande.  E'  la- 
voro persiano  proveniente  dal  tesoro 
di  Costantinopoli.  Due  piccole  vaschet- 
te di  madreperla.  Vasetto  di  porcella- 


a86  V  E  N 

na  antica  bianca.  Corno    ili    lioncorno 
lavorato  con  anelli  aventi   iscrizioni   in 
giro  di  caratteri  greci  e  cufici,  con  cate- 
nella e  medaglia  ove  sta  espresso  s.  Mar- 
co, e  una  leggenda  in  caratteri  roma- 
ni. Dono  di  Domenico  Giorgio  nel  i4y8 
al  doge  Agostino  Barbarigo.  Frammenti 
d'  una  Croce  di  cristallo  di  monte.  Fram- 
mento d'  ampolla  di  cristallo,  con  pietre 
e  filigrane.  Questi  sono  tutti  gli  oggetti 
appartenenti  all'antico  Tesoro  dis.  Mar- 
co, che  si  poterono  salvar  dallo  spoglio 
fallo  nel  1 797. — In  apposita  nicchia  posa 
sur  uno  zoccolo  la  cattedra  di  marmo,cui 
i  cronisti  veneti,  fra'quali  il  Dandolo  i/i 
Chronicon,  dicono  donata  al  patriarca  di 
Grado  dall'imperatore  Eraclio,  siccome 
quella  ovesedeltes. Marco  inAlessandria. 
11  Zanolto  nella  Storia  della  pittura 
veneziana,  dimostrò  del  lutto  assurdo 
questo  fatto,  mentre  non  poteva  servire 
questa  sedia  a  s.  Marco,  se  in  essa  vedonsi 
scolpiti  gli  animali  dati  per  simbolo  agli 
Evangelisti  in  età  più  tarda, ese lo  sliledi 
essa  manifesta  palesemente  piìi  lardi  seco- 
li.Qui  occorre  breve  digressione.  Leggo  nel 
Morosi  ni,  Historia  di  f'enetia,  p.  21. 
Primigenio  patriarca  di  Grado  (cioè  d'A- 
quileia  residente   in   Grado,   fiorito  nel 
63o),    contro  lo  scomunicato  e   intruso 
Fortunato,  ricorse  all'  imperatore  Era- 
clio per  aiuto,  dal  quale  »  ottenne  alcuni 
Ta<>i  d'oro  e  d'argento,  che  insieme  con 
la  Cattedra  tenuta  da  s.  Marco  in  Ales- 
sandria gli  mandò  da  Costantinopoli  in 
dono  ".  Leggo  nel  Corner,  Notizie  delle 
Chiese  di  J  enezia  :  Chiesa  ducale  di  s. 
Marco,  p.  191.»  Nella  prossima  cappel- 
la del  Battisterio,  ewi  sull'altare  un'an- 
tica Cattedra   di   marmo,  la  quale,  pri- 
ma che  nella  chiesa  si  disponesse  l'altare 
del  ss.  Sagramento,  era  situala  dietro  al- 
l'altare  sotto  la  tribuna   della   cappella 
maggiore.  Questa  asserisce  il  Dandolo 
esser  la  Sede  del  beatissimo  Maico  E- 
vangelista,  che  Eraclio  imperatore  tolta 
avea  d'Alessandria,  e  mandala  poscia  in 
doQO  tt  Primigenio  patriarca  di  Grado. 


VEiy 

Se  in  questi  tempi  nella  primitiva  Chiesa 
povera  e  perseguitala  sedessero  gli  Apo« 
stoli  in  maestose  sedi  ne  lascio  agli  eru- 
diti critici  il  giudizio;  tanto  piìi  che  iu 
essa  Cattedra  veggonsi  scolpiti  i  4  anima* 
li  geroglifici  degli  Evangelisti ,  uno  de* 
quali, cioè  s.Giovanni, scrisse  i!  suo  Evan- 
gelio dopo  il  martirio  del  nostro  evan- 
gelista s.  M  u'co  ".  Pochi  anni  dopo  que- 
sta cattedra  di  marmo  fu  rimossa  dilla 
basilica,  e  trasportata  nell'adiacente  suo 
Tesoro  di  s.  Mirco.  Trovo  nel  Giornale 
di  Roma  de'  5  dicembre  1 855  a  p.  1  i43 
annunciato  quanto  segue.  »  Benché  rara 
fra  noi,  non  è  tuttavia  ignorala  l'insigne 
opera  del  r.  p.  Giampietro  Secchi  delU 
Compagnia  di  Gesù,  La  Cittedra  Alfs- 
sandrina  di  s.  Marco  E^'angelista  cori' 
scn-ata  in  Venezia,  entro  il  Tesoro 
Marciano  delle  Reliquie,  riconosciuta 
e  dimostrata  per  la  scoperta  in  essa  di 
un  epigrafe  aramaica,  e  pesuoi  ornati 
storici  e  simbolici.  Venezia  tipografia 
Naralovich  i853.  L'importanza  gravis- 
sima di  quel  monumento  a  noi  pervenu- 
to dal  primo  secolo  del  cristianesmo  con 
unico  avanzo  di  scrittura  e  lingua  si- 
ro-caldaica  degli  ebrei  cristiani  di  A. - 
lessandria,  che  lo  determina,  e  che  rac-, 
comanda  come  regola  principalissiui  a 
di  Marco  Evangelista  la  perpetua  uni- 
formila colla  Chiesa  P».omana,  ebbe  nel 
celebre  letterato  uu  interprete  degno  di 
se,  che  la  illustrò  pienamente  in  5  se- 
zioni :  islorica,  filologica,  archeologica, 
ermeneutica  e  dogmatica.  Le  molle  con- 
troversie, che  dalle  più  semplici  della  sto- 
ria, alle  pili  diflicili  della  teologia  incon- 
tra ad  ogni  passo,  o  che  provoca  egli 
stesso  nella  paleografia  e  filologia  della 
lingue  semitiche  e  della  lingua  egiziana, 
sono  da  lui  sciolte  con  somma  profondità 
di  dottrina.  Aggiungono  pregio  al  libro 
vari  documenti  inediti  latini  e  greci,  e 
tra  gli  altri  un  lungo  frammento  di  stori- 
co "reco  d' Egitto  nella  fondazione  della 
Chiesa  Alessandrina,  e  due  lettere:  una 
di  Cristoforo  vescovo  di  Corone,  nunzio 


V  E  i\ 

della  8.  Selle  in  Costiinlioopolì  presso 
l'itupeialore  Giovanni  Vili  Paleologn: 
un'altra  greca diMetrofine II coslantino- 
polifano  patriarca,  alte'itanti  ambedue  la 
promnigazione  del  concilio  Fiorentino  in 
Grecia,  incognite  sinora  agli  scrittori  di 
storia  ecclesiijstic.t.  Servono  le  ultime  n 
dimostrazione  ed  apologia  trionfale  de* 
dogmi  cattolici  contro  Antimo,  ultimo 
patriarca,  ora  deposto,  di  Costantinopoli 
(parlai  di  Ini  nel  vol.LXXXI.p.  ^i!),^ì6, 
4^3  e 427),  visibilmente  smentito  anche 
dal  monumento.  E  fu  savio  consiglio  il 
collegare  con  una  tale  scoperta  una  tale 
apologia,  perchè  durerà  così  quanto  la 
marmorea  cattedra diMarco  Evangelista. 
Non  è  quindi  meraviglia  se  questa  opera 
singolarissima  per  novità  di  trattazione, 
sia  '«tata  celebrala  ne'gioniali  di  Venezia, 
di  IMiiano  edi  Vienna;  e  cbeS.  M.  I.  R.  A. 
1'  im[)eratore  d'  Austria  Francesco  Giu- 
seppel, promotore  munificentissimo  ilegli 
ottimi  studi,  onorala  l'abbia  del  pretnio 
dflla  medaglia  d'oro  di  i."classe,accompa' 
gnata  con  lettera  del  ft-ldmaresciallo  con- 
te riadet7ky.  governatore  generale  del  re- 
gno Lombardo  Veneto,  piena  d'amore  e 
divozione  alla  Chiesa  cattolica.  Quasi  ap- 
pendice di  qutl  lavoro  è  il  ragionamento 
teiHito  dall'autore  giovedì  22  del  cessato 
noveuibie  alla  pontilìcia  accadetnia  ro- 
mana d'Aicheologia.  Aveva  egli  provalo 
nell'opera  maggiore,  che  l'iscrizione  e- 
braica  della  cattedia  di  s. Marco  era  un'e- 
pigramma composto  di  due  tetrametri 
ebraici  frequentissimi  nella  Bibbia  origi- 
nale. E  siccome  molli  ne  ha  pure  la  poe- 
sia de'fenici, da  lui  scoperta  nelle  iscrizio- 
ni de' loro  monumenti ,  per  non  uscire 
allora  dal  seminato,  promise  che  quanto 
prima  l'avrebbe  dimostrata  egualissima 
nel  ritmo  e  ne' versi  alla  poesia  bìblica  de- 
gli ebrei.  Attenne  egli  dun(|ue  la  sua  pro- 
messa ec."  Ma  tosto  trovai  nella  Croiui- 
ca  di  Milano  de'  1  5  gennaio  1  856, p.  i  o. 
>j  La  CaltcdraALessaiidrina  di  s.  lìlarcoj 
del  p.  Giambattista  Secchi  della  Com- 
pagnia di  Gesù.,  Venezia  i854.  Intorno 


V  E  i\  287 

all'opera:  LaCattedrn  Alessandrina  di 
s.  Marco  del  p. Giambattista  Secchi  ec. 
Articolo  critico  di  G.  L  Ascoli  ec,  Mi- 
lano presso  lo  stabilimento  Volpato  1 855. 
La  cattedra  vescovile  che  è  nella  stanza 
del  Tesoro  della  basilica  di  s.  Marco,  si 
dice  che  fu  donata  nel  secolo  VII  dall'im- 
peratore Eraclio  al  patriarca  di  Grado, 
e  che  su  di  essa  sedette  s.  Marco,quantuu- 
qne  a  molti  sembra  essere  una  rozza  fat- 
tura del  secolo  XI.  E'  nolo  che  il  gesuita 
p.  Secchi,  venuto  appositamente  da  R.o- 
ma  per  esaminare  alcune  parole  incise  ia 
questa  sedia,  con  un  ricco  apparato  di 
scienza  le  tradusse  per  Cathedra  Marci 
haec:  norma  Marcia  Deo  mea  est  sem- 
per  ad  instar  Romae  ,  e  ne  conchiuse 
che  questa  leggenda  basta  a  fiaccare  gli 
eretici  che  negano  fede  all'  autenticità 
slorica  di  questo  monumento.  Di  tutt'al- 
Iro  parere  è  il  sig,'^  G.  I.  Ascoli,  secondo 
il  quale  il  p.  Secchi  non  avrebbe  intesa 
sillaba  di  silTatta  scrittura  :  non  essere 
arauiaica,  come  il  dotto'gesuila  avea  as- 
serito, ma  essere  ebraico-assiriaca,  e  non 
voler  dir  altro  se  non  Evangelista  in 
Alessandria.  E'  una  discrepanza  molto 
ordinaria  negli  interpreti  degli  antichi 
monumenti  ".  Dopo  la  pubblicazione 
del  ricordato  orientalista,  seppi  che  altro 
profondo  orientalista,  il  dotto  d,  Miche- 
langelo Lanci  di  Fano,  già  professore  del- 
l' università  romana  nella  lingua  ara- 
bica, ei'a  d'opinione  che  l'encomiato 
p.  Secchi  male  lesse  e  spiegò  l'iscrizio- 
ne. Essere  questa  un'  iscrizione  che  ri- 
guarda quell'ebreo  che  pose  gli  accenti 
sulla  Bibbia  ;  onile  la  sedia  ov'é  scolpit.1 
la  compendiata  isciizioiie,  fu  tolta  dalla 
sinagoga  o  scuola  degli  ebrei  di  Venezia, 
e  trasferita  nella  metropolitana.  In  se- 
guito pubblicò  il  seguente  documento  la 
Gazzetta  uffìziale  di  Venezia  de'7  apri- 
le i858a  p.  3o3.  »  La  Cattedra  di  s. 
Marco,  Dedicato  questo  giornale,  qua! 
è,  alle  notizie  delle  cose  venete,  non  du- 
bito punto  sia  per  tornar  assai  graia  a'Iet- 
tori  di  esso  la  partecipazione,  che  toro  sia 


a88  YEN 

fiìUix,   (Iella  seguente  conispondenz!!   da 
Roma, per  la  quale  intorno  alla  catledr  i, 
che  si  vede  nella  basilica  nostra  (e  ^ià  il- 
lustrata con  ogni  sforzo  di  eriidizioiiedal 
fti  eh.  p.  Giampietro  Secchi  della  C.  di  G. 
per  applicarla  al  s.Evangelista  Marco)  so- 
no messe  a  campo  opinioni  ed  interpre- 
tazioni  tanto  diverse  da  quelle  del   p. 
Secchi,  che  importa  assolutamente  cono- 
scerle, e  tanto  meglio,che  nulla  tolgono  al 
merito  grandissimo  del  p.  Secchi  in  lut- 
to ciò  che  tiene  alla  parte  filologica  del- 
l'operasua,  e  segnatamente  intorno  alla 
poesia,a'ritmi  ed  alla  musica  degli  ebrei. 
Ecco  adunque  il  brano  di  lettera  2 3  di- 
cembre a. p.  che  mi  vennetlaUotiia  indet- 
to proposito.  —  Nella  mia  breve  dimora 
costì  parlammodella  cattedra  marmorea, 
che  conservasi  nella  basilica  di  s.  Marco, 
la  cui  iscrizione  pubblicava  il  defunto  p. 
Secchi  con  affatto  singolari  dottrine.  Le 
diceva  io  allora  che  l'orientalista  Michel- 
angeloLanci  l'avea  spiegala  nel  veracesuo 
senso;e  mi  piace  di  dargliene  ora  la  precisa 
contezza.  Dicole  «dunque  che  l'orientale 
scrittura,  che  trovasi  scolpita  sul   dosso 
della  cattedra  conservata  in  s.  .Marco,  fu 
lavorodi  mano  trascuratissima,  e  di  per- 
sona nullamente  calligrafa,e  poco  esperta 
del  linguaggio  che  v'uitagliava.  Le  forme 
delle  lettere  sono  sì  male  disegnate,  e  più 
male  sculle,  che  senza   una  larga  peri- 
zia di  consimili  scritture   o  non  si   legge 
affatto, o  si  abbatte  ad  inevitabili  mende. 
L'esperto  orientalista  non  tarda  a  cono- 
scere que'caratteri  per  ebraici  comunali, 
ma  di  pessima  forma,  e  de' bassi  tempi 
noslri,e  raddrizzate  le  torte  lineette,  e  se- 
parate le  voci  con  seimo  non  ha  fatica  di 
leggervi  sopra  (segue  il  testo  ebraico):  che, 
interpretate  parola  a   parola,  dicono  in 
nostra  favella:  Mosee  da  Recoaro  solcar 
fece  gli  accenti  a  questa  generazione, 
ciò  che  alla   maniera  italiana  direbbe: 
Mosc  da  Recoaro  segnar  fece  gli  ac- 
centi alla  generazione  in  che  viveva. 
E"  da  notare,  che  il  vocabolo  Mosee,  cioè 
dire  Mose,  porla  seco  una  voqechQ  uoa 


YEN 
dovrebbe  per  grammatica    avere.  Ciò 
mostra  la  poca  perizia  in  chi  vergava  la 
scritta.   Poi  è  da  sapere  che,  in  molte  si- 
nagoghe, le  pergamene  loro  non  avendo 
segnatogli  accenti  od  apici,  chestabilisco» 
no  la  qualità  del  suono  per  voci  di  canto, 
altresì  le  posate  per  la  fermezza  de'sen- 
timenli,  i  valenti  rabbini  ve  li  fecero  ag- 
giungere gran  tempo  appresso,  hi  prova 
di  ciò  è  da  ricordare  che  il  rabbino  Beei* 
Sciabbattal,  di  Pesaro,  amico  del  Lanci, 
fu  quegli  che  intorno  a  4"  anni  fa  intro- 
dusse questi  slessi  accenti  nella  sinagoga 
anconitana,  che  sino  a'  suoi  giorni  non 
gli  ebbe  usati.   Non  è  dunque   meravi- 
glia, che  il  Mose  da  Recoaro  operasse 
il  medesimo  a  tempo  suo.  Queste   brevi 
noteilLanci  lecomunicava  poco  dopo  che 
il  p.  Secchi  aveva  dato  alla  luce   il  suo 
voluminoso  Commentario  ,  al  marchese 
Miniscalclii  di  V^erona,  il  quale  promise 
di  farne  subbielto  di  apposito  suo  scrit- 
to; ma  non  se  ne   vide   mai  cenno  per 
islampa.  —  Però  la  prego  di  voler  par- 
tecipare quanto  sopra  ai  lettori  del  bea 
riputato  suo  giornale,  che  certo  l'avran- 
no a  grado.  E.  T.  P.  A.  "  La  Cronaca 
di  Milano,  del  eh,  cav.  Ignazio  Cantò, 
an.  1 V,  Sem.  i.°a  p.  446,q"asi  tal  quale 
riprodusse  il  riferito.  Può  vedersi  anche 
iln.  ì^deìCrepuscolo  del  1  858,Adunque 
della  fin  qui  creduta  cattedra  di  s.  Marco, 
illustrala  dal  p.  Giampietro  Secchi,  non 
è  da  far  più  parola,  se  non  come  semplice 
oggetto  d'archeologia,  dopo  quanto  fu 
scritto  in  opposizione  a  quel  fiore  d'in- 
gegno e  di   vasta  dottrina,  infaticabile 
scrittore  e  virtuoso  religioso,  che  nato  in 
Sabbione  di  Reggio  morì  esemplarmente 
in  lloma  a' ro  maggio  i856.  Il  p.  Giam- 
pietro Secchi  fu  quale  un  forbito  scrit- 
tore ne   pubblicò,  col  ritratto,  i    Cenni 
biografi  ci,  neW  Album  di  Roma,  l.  aS,  p. 
94-  Fra  l'altre  cose  rilevò:  Che  l'illustre 
gesuita,  benché   provocato,  mai  entrò  in 
lizza  letteraria,  preponendo  al  vuoto  ru- 
mor del  trionfo  l'umiltà  e  la  verecondia 
del  silenzio.  E  che  talvolta  soleva  ripe- 


I 


V  E  N 

lere  piacevolmente ,  cori  lieta    e  »ci'ena 
l'accia,  il  noto  motto  del  greco   tragico: 
Leva  il  capo  più  maschia   e  più  subii' 
me  -  La  virtìi  se  si  calca   e  si  deprime. 
—  Prima  di  rifisrire  le  insigni    reliquie 
the  sono  nel  Santuario,  per  lo  più  lega- 
le in  custodie  d'  oro  e  d'  argento  d'  esi- 
mio lavoro,   ricorderò  il    Trattato  del' 
le  ss.  Reliquie  ultimamente  ritrovate 
nel  Santuario  della  Chiesa  di  s.  Alar- 
co,  di  mg.'   Illm.°  e  /?ei'.°  Gio.  Tie po- 
lo primicerio    della  medesima   chiesa, 
di  nuovo  stampato  ed  in  questa  2."  im- 
pressione  accresciuto  di  molte  cose  e  di 
pili  figure  adornato,  con  Ucentia  de' su- 
periori, et  privilegio,  in    Venetia  1616 
oppresso  Antonio  Pinelli.  Questo  trattalo 
è  preceduto    da  tm  ragionamento  della 
somma  importanza   delle  ss.  Reliquie,  e 
con  r  autorità  de'  Papi  intende  provare 
trovarsi  del  prezioso  i5'<7/;gMe(  A'.),  di  Ge- 
sù Cristo  in  terra,  notando  i  luoglii  più 
famosi  ove  si  venera,  come  in  Marsiglia 
(  per  quanto  dissi   nel  citato  articolo  ), 
Mantova  (ne  riparlai  nel  voi.    LXIX,  p. 
12  3),  Venezia  nella  chiesa  di  s.   Marco 
per  molto  tempo  restalo  occulto.  Narra 
come  dalla  l).  Vergine  fu  raccolto  col- 
r acqua  del  ss.  Costato,  e  come  di   Ge- 
rusalemme da  s.  Elena    portato   in    un 
vasello  a  Costantinopoli,  e  da  questa   a 
"Venezia  dal  doge  Enrico  Dandolo,  con 
oltre  ss.  Reliquie,  delle  quali   tornai   a 
parlare   in   tale   articolo,  dicendo  della 
divisione  fatta  di  esse  da'  conquistatori 
di  detta  metropoli,  e  tolte  dalla  chiesa  e 
palazzo  imperiale  nel  1202  (0  meglio  nel 
i2o4)-  Come  restasse  prodigiosamente 
preservalo  nel  1280  per  l'incendio  del 
Tesoro  di  questa  chiesa,  che  ridusse   in 
cenere  molle  altre  Reliquie  preziose,  me- 
talli, gioie  e  sculture,  restandone  illesa 
I'  ampolla.  Cd  oltre  la  descrizione  delle 
ss.  Reliquie  di  questo  Santuario,  riferi - 
.sce  quanto  scrisse  s.  Bernardo  del  ss.  Co- 
slato,  e  r  udizio  che  si  celebra  in  Manto- 
va per  la  festa  del  l'invenzione  del  prezio- 
sissimo Sangue.  Nel  Santuario  dunque 


V  E  N  489 

delle  ss.  Reliquie  nella  chiesa  di  s.  Marco, 
oltre  le  meutorie  religiose  che  esigono  la 
più  profonda  venerazione,  sono  pure  in- 
signi per  r  arte   le  loro  custodie  o  reli- 
quiarii,  pel  lavoro  e  la  materia  di  cui  si 
compongono.  Nel  luogo  pertanto  già  ac- 
cennato, alla  sinistra  di  chi  entra  nel  Te- 
soro, sono  disposte  parte  sull'  aliare  che 
giace  di  fronte,  e  parte  in  alcune  nicchie 
aperte  nelle  pareti,  le  molte  ss.  Reliquie 
che  vado  a  notare. Due  iscrizioni  si  presen- 
tano toslo  scolpite  ne'due  lati  dell'altare. 
Dicela  I. 'che  a'i  7  aprile  1617  Giovan- 
ni Cornaro  custode  delle  ss.  Reliquie  ri- 
trovò quelle  del  ss.  Sangue,  della   vera 
Croce,  del  Latte  della  B.  Vergine,  e  di 
altri  Santi.  Palesa  la  2.*  che  per  memo- 
ria posero  (pieste  lapidi  a'20  setleujbre, 
dogando  Giovanni  Beu)bo,  i  procmalori 
di  s.  Marco  Barbone  Morosino,  Giovan- 
ni Cornalo  e  Antonio  Laudo.  Già  il  ine- 
morabite  avvenimento  era  stato  celebra- 
to a'  28  maggio,  mese  seguente  all'  av- 
venturosa invenzione,  con  solenne  pro- 
cessione in  Venezia.  Prima  d'ogni  altra 
reliquia,  è  da  annoverarsi    la   celebrata 
del  Sangue  prezioso  del  Reilentore,  usci- 
to dal  di  luiCoslatoe  raccullo  appiè  della 
Croce.  E  riposto  entro  un'  ampolla   di 
figura  rotonda,  lunga  un  pollice,  legata 
in  un  vasello  d'oro, con  analoga  iscrizione 
greca.  Il  coperchio  dell'ampolla  è  d'oro, 
fregiato  di  ricco  smallo,  nella  cui  parte e- 
slerna,  con  molto  artiOcio  di  greca  indu- 
stria in  un  grosso  e  prezioso  diaspro,  vi  è 
scolpito  un  Crocefisso  di  bassorilievo,  e 
ne' 4  af'goli  in  caratteri  greci  si  legge: 
Jesu  Chrìstus  rexghriae.  Co'medesimi 
e  d'  intorno  al  cerchio  del   coperchio  si 
vedono  le  seguenti    parole  incavate  nel- 
r  oro  e  riempile  di  smalto:  Habes  me 
Christuni   geslans    Sanguinem  carnis 
meae.  Questa  sagra  reliquia  è  colloca- 
ta  nel    tabernacolo  sopra   l'altare.    Al- 
quanti pezzi  di   terra   inzuppati  del   ss. 
Sangue  del  Salvatore  medesimo  sono  cu- 
stoditi entro  un  reliquiario  rotondo,  la- 
voro costantinopolitano.  Uu'anipoUa  del 


ago  V  E  N 

Sangue  miracoloso  posto  in  un  re1iqiii.i- 
rio  d'oro,  è  conservata  entro  una  custo- 
dia grande  (V  argento  dorato,  die  rap- 
presenta-il  raodeilo  della  chiesa  di  s.  So- 
fìa di  Costantinopoli,  lavoro  ivi  eseguilo, 
ed  è  opera  di  cesello.  Questo  Sangue  uscì 
dal  celebre  Crocefisso  (F.)iì\  Berito,  nel 
765  dissi  secondo  il  riferito  dal  vescovo 
Sarnelli,  Lettere  eccl.l.  7,  \ell.i^3,  Delle 
Immagini  del  ss.  Crocefisso.  Però  il 
Zanolto  crede  avvenuto  il  portento  nel 
320.  Discrepanza  d'epoche  forse  deri- 
vata, per  avere  riferito  l'accaduto  non 
6.  Atanasio  vescovo  d'  Alessandria  nel 
326,  tua  altro  Atanasio,  come  avverte 
il  Sarnelli,  citando  il  Durando,  lib.  i,c. 
6,  n.  2.  Il  Zanotto  dice  soltanto,  che  s. 
Atanasio  scrisse  in»  seruìone  sopra  que- 
sto Sangue,  che  venne  anco  letto  nel 
782  (meglio  787)  nella  2."  sessione  del 
concilio  di  Nicea  II,  e  servi  di  validissima 
prova  contro  ^V Iconoclasti.  Avverte  poi, 
che  lo  Stringa  confuse  questo  Sangue 
miracoloso,  col  vero  preservalo  dal  fuo- 
co quando  arse  il  Tesoro,  e  che  fu  una 
delle  insigni  reliquie  trovate  nell'inven- 
zione del  1617.  Inoltre  nota,  che  resta- 
rono illese  le  reliquie  della  vera  Croce, 
e  porzione  del  teschio  di  s,  Gio.  Battista, 
ed  anche  altre,  con  molte  delle  prezio- 
sità esistenti.  Anzi  rileva,  che  non  tut- 
te le  ss.  Reliquie  del  Tesoro  si  acquista- 
roro  nel  1202,  «na  in  vari  de'successivi 
tempi  e  da  vari  luoghi,  non  ostante  che 
fossero  già  appartenute  alla  chiesa  di  s. 
Sofìa  di  Costantinopoli;  sia  nelle  diver- 
se conquiste,  come  di  Candia,  sia  pel  re- 
ligioso zelo  de' veneti  che  le  procurarono, 
ìsia  per  dono  di  Papi  e  imperatori,  donde 
nacque  il  copiosissimo  cumulo  del  nuo- 
vo Tesoro;  ed  anticamente  non  tutte  le 
ss.  Reliquie  si  custodivano  nel  brucialo 
e  nell'odierno  Tesoro,  onde  così  altre  si 
saranno  preservate  da  quell'infortunio. 
J  due  ripostigli  collocati  sotto  i  due  orga- 
ni servivano  a  tale  effetto.  Al  tempo  del- 
loSlringa  e  molto  dopoancora, nella  sa- 
grestia supcriore  aravi  una  ss.  Spina  e  la 


V  E  i\ 
Croce  chesi  adora  il  venerdì  santo,  par- 
te   della   Colonna    della    flìgellazione  , 
il    Dito  e  il  Libro   degli  Evangeli  di    s. 
Marco,  e   molte  altre  reliquie.   Più  ,  di 
quando  in  quando  se   ne  scoprirono   di 
occultale,  come  il  ss.  Chiodo  della  Cro- 
ceflssione,  e  la  Croce  di  Costantino  Pa- 
trizio tetrarca  nel  1468.  Nel    1617  tutte 
quelle  registrate  da  mg.'   Tiepolo.   Con- 
clude il   Zanolto,  restare  corroborato, 
nel  t23o  essersi  incenerita  qualunque  co- 
sa si  trovava  nel  vecchio  Tesoro,   fuor- 
ché per  prodigio   le  3  riferite   reliquie 
insigni.  L' immagine  del   ss.   Crocefisso 
da   cui   scaturì  in    Berito    il  miracoloso 
Sangue,  che  qui  si  conserva,  venne    re- 
cata verso  il   XII  secolo  nella  cattedrale 
<ì'  Umaiin  fP\),ove  tuttora  è  in  grandis- 
sima venerazione,  detto  impropriam en- 
te di  Sirolo,  dal  vicino  paes'e  omonimo  e 
pel  riferito  in  quell' articolo.  Abbiamo 
nel  Martirologio  romano  a'g  novembre: 
Berili  in  Siria  commemoratio  Imaginis 
Salvatori'!,  quae  a.  Judaeis    crucifixci 
taui  copiosuni   emisit  Saiigmnem  ,   ut 
orientales,  et  occidentales  Ecclesiae  ex 
eo  uhcrtim  ncceperint.  Reliquia  della  ss. 
Croce,  chiusa  entro  teca  d'  oro  con  piede 
simile,  lavoro  bisatitino,  con  4  iscrizioni 
greche  (come  tutte  l'altre  che  ricorderò, 
sono  riportale  dal  eh.  Ztnotto   e   colle 
versioni  Ialine),  dalle  quali  si  ricava,  co- 
me l'imperatrice  Irene,  vedova  d'Alessio 
I  Go.mneno,  ritiratasi  entro  un  monaste- 
ro perchè  maltrattata  dal  suo  fìj;lio  Gio- 
vanni, venuta  a  morte  donò  la  relicjuia 
alla  chiesa  di  Costantinopoli,  di  essa  re- 
galala altre  volte  di  pu'eccliie  preziosità. 
Altra  reliquia  dellaCroce  chiusa  entro  un 
quadro  d'argento  dorato,  con  sopra  un 
piccolo  vasello  d'oro  portante  l'ira  magi  - 
ne  del  Salvatore,  e  le  greche  parole  Jesu 
Cristus.  Da'Iati  vi  sono  due  Angeli  pari- 
mente d'oro,  unode'quali  coll'epigrafe  : 
Ilio  est  Cruor  Cliristi,  L'iscrizione  greca 
posta  davanti,  denota  l'adornamento  che 
l'imperatrice  M.'  Armeniaca,  moglie  del- 1 
l'unperatore  Andronico  I, ordinò  venisse^ 


VEN 

eseguito  a  maggior  decoro  Jl  lanlo  augn- 
$lissimo  resto  del  s.Legno.  Si  legge  poiilie- 
Irò  la  medesima  altra  iscrizione  lalina,che 
manifesta  esser  questa  relicjuia  rimasta 
miracoiosnmente  illesa  dal  narralo  incen- 
dio del  laSo.Altra  reliquia  della  veraCro- 
ce  entro  un  quadro  d'argento  dorato  le- 
gato in  oro  con  perle,  e  a'  4  angoli  altret- 
tante figiu'ed'orOjche  rappresentano,nel- 
le  due  di  sopra,  li  due  Arcangeli  Miche- 
le e  Gabriele,  e  le  altre  di  sotto  Costan- 
tino 1  e  s.  Elena.  Sulla   reliquia    fatta  a 
modo  di  Croce  è  formato  un  Crocefisso 
d'oro.  Dietro  al  quadro  è  scolpila  la  gre- 
ca iscrizione,   da  cui  si  conosce,  che  per 
comando  dì  Costantino  Patrizio  telrar- 
ca,  fratello  di  Wiceforo  Foca  imperatore 
del  963,  venne  questa  reliquia  cos'i  le- 
gata. Restata  occulta  gran  tempo,  fu  ri- 
trovata nel  1468   unitamente  a   molte 
allre.  Reliquia  della  ss.  Croce  legata  ia 
una  teca  quadrata  d'argento,  con  a' 4 fru- 
goli le  reliquiedelCalvariOjdel  s. Sepolcro, 
di  quello  della  B.  Vergine,  ed  altre  reli- 
quie.Uu  Chiodo  della  crocefissionedi  Cri- 
sto, entro  quadro  d'argento  dorato.  An- 
che questa  fu  rinvenuta   nel  1468.  Cas- 
setta d'oro  con  croce  e  contorno  di  pie- 
tre preziose,  nella  quale  sono  parte  del- 
le fdscie  che  involsero  il   bambino  Ge- 
sù. Il  coltelloche  servi  nell'ultima  Cena, 
legalo  sopra  un  piede  d'argento,  con  let- 
tere orientali  logore  tiel  manico.  Fra  le 
opinioni  intorno  a  questo  coltello,  il  con- 
te Vincenzo  Bianchi  protonotario  pub- 
blicò in   Venezia  nel  1620:  Parere  in- 
torno alti  caratteri  che  sono  sopra  il 
manico  del  coltello  di  s.  Pietro  posto 
ultimamente  nella  chiesa  ducale  di  s. 
Marco  in  T'enczia.  Nelle  Notizie  stori- 
che delle  Chiese  di  P^enezia  del  Corner, 
a  p.  iSg,  riferisce  l'indulgenze  concesse 
da' Papi  alla  basilica  di  s.  Marco,  enume- 
ra le  ss.  Reliquie  del  Tesoro  con  illustra- 
zioni, e  quanto  al    coltello  di  s.  Pietro, 
dice  che  con  esso  tagliò  l'orecchio  a  Mal- 
co:  acquistato  in  Costantinopoli  nel  i447 
da  Paolo  Foscari  vescovo  di  Patrasso, 


YEN  191 

Io 'donò  al  nipote   Polidoro  vescovo  di 
Bergamo,  uno  degli  eredi  del  quale  lo 
consegnò  a'  pp.  cappjiccini  per  collocarsi 
in  custodia  nel  ducal  Santuario.  Trovo 
nel  Corner,   meglio  incisi  del  libro  del 
Tifpolo,  i  disegni  della  custodia  dell'atn- 
polla  e  del  suo  coperchio,  che  contiene 
alcune  poche  goccie  del  ss.  Sangue,  co- 
me leggo  nel  Corner;  quello  del   reli- 
quiario della  ss.  Cioce,  già  dell'impera- 
trice Maria,  con  avvertenza  del  medesi- 
mo sulle   diverse  opinioni   di  chi   Iòsse 
moglie  ;  e  quello  del  reliquiario  della  ss. 
Croce,  già  di  Costantino  Patrizio  prefetto 
delle  galere  imperiali,  dal  Zannilo  deno- 
minato tetrarca,  secondo  dice  l'inscrizio- 
ne. Quanto  al  coltello  o  spada  con  cui  s. 
Pietro  ferì  o  tagliò  l'orecchia  a  Malco,  ia 
difesa  del  di  vinMaestro.couNovaes  e  Can- 
cellieri dissi  essere  diviso  o  contrastarsene 
il  possesso  da  Bainherga  [/^.),e.u\\a  basili- 
ca Maiciiina,  e  da'gieci  ;  e  il  simile  dclltt 
Spada  di  s.  Paolo  (parole  tralasciale  dal 
tipografo  nell'articolo  che   vado  a  ricor- 
dare), dagli  spagnoli  e  da'veronesi.  Colle 
stesse  Memorie  delle  teste  de' ss.  Pietro 
e  Paolo  di   Cancellieri  qui    aggiungo, 
parlarne  pure  il  p.  Papebrochio  presso 
Bollando  in  t.  5  junii  p.  461  :  De  Già- 
diis  y^postoloriimjed  il  Chronicon  d'Al- 
berto abbate  Stadiense,/ier.  German.  t. 
l,p.  248, riferisce.  Anno  Domini  1  \g^ 
Alartuviciis  Archiep.  Bremensisde  ler- 
ra  Proinissionis  Venelias  navigans  in 
Brentani  perrexit,deferens ibi reliquias 
s.  Annae,  et    Gladium  s.   Petri,   quo 
IMalcho auriculam  amputavi f. Ciò  ripor- 
ta anche  il  Corner,  De  Basilica  Ducali 
s.  Marci,  in  par.  1 ,  Decad.  1 3,  p.  1 6 1 .  Il 
Montfaucon,  Diario  //<7/.,  p.  53,  descri- 
vendo il  Tesoro  di  s.  Marco,  credette  che 
fosse  il  coltello,  quo  iisus   Christus  fuit 
in  postrema    Coena.  Ma  il  medesimo 
Corner  attesta,   che  l'antica  tradizione 
vuole,  che  sia  il  coltello  o  la  spada,  con 
cuis.  Pietro  tagliò  l'orecchia  a  Malco.  Di 
fatti,  in  una  lettera  del  nunzio  di   Vene- 
tia  de'6  diceoabreiSoS,  si  sci-ive:  Che  si 


29'2  V  E  N 

pensava  cla'veneziani  ili  mandarla  io  do- 
lio al  l'apa  Paolo  V.  Riferisce  il  p.  Me- 
iiocliio,  vSV«orc,  cenlnr.  5.",ca|).  9^;  Del- 
le Chiavi  e  Sfjada  di  s.  Pietro,  La  spa- 
da di  s.  Pietro  significa  la  podestà  di  ca- 
stigare di  questo  principe  degli  Apostoli 
e  de'Papi  suoi  successori,  la  quale  si  sfo- 
dera nell'occasioni  particolarmente  delle 
Pene  e  Censure  ecch-sia lidie.  S.  Gio. 
Crisostomo  nell'omelia  sulle  catene  di  s. 
Pietro,  riprodotta  da  Metafraste  al  i." 
agosto,  fa  inenziotie  della  spada  materia- 
le di  s.  Pietro  stesso,  dicendo  che  dovea 
esser  venerala,  poiché  per  mezzo  di  essa 
il  Redentore  opera  va  miracoli.  Aimoino, 
Jlistoria,  lib.  5,cap.  89,  dice  della  spada 
di  s.  Pietro  portala  a  Lodovico  II  redi 
Francia  figlio  di  Carlo  il  Cah'O.  AUu- 
lic  ei  praecepluni  per  qiiod  pater  3uus 
illi  regnnni  ante  niortenis.uani  tradide- 
rat,  el  Spatham,  qiiae  vocatnr  s.  Petri, 
per  quani  eiint  de  regno  investiretj  sed 
el  regiuni  vestinientiini,  et  coronani,  et 
fiistenì^ex  auro  et  geinmis.  Soggiunge  il 
p.  Menochio  :  suole  il  Papa  mandare  a' 
principi  lo  Stocco  e  il  Berrettone  bene- 
delti  j  e  forse  tale  era  la  spada  di  s.  Pietro, 
della  quale  parla  l'Aimoino.  Ma  ioche  in 
quell'artìcolo  ritmii  tutte  le  relative  eru- 
dizìoni,  potei  dichiarare, che  lai, "traccia 
di  questa  consuetudine  sembra  trovarsi 
nel  I  177,  quando  Alessandro  111  in  Ve- 
nezia donò  al  doge  Ziaui  la  spada  con 
fodero  d'oro  per  portarla  avanti  a  se  nuda 
ne'  di  solenni.  Tornando  alle  altre  sagre 
Reliquie,  si  venerano.  Colonna  di  argen- 
to dorata,  che  custodisce  un  pezzo  della 
Colonna  dove  con  Flagellazione  fu  per- 
cosso Gesù  Cristo:  vi  sono  scolpiti  due 
manigoldi,  che  lo  tengono  in  mezzo,  e 
in  alto  la  figura  del  Crocefisso.  Lavoro 
del  1875.  Pezzo  di  legno  della  ss.  Cro- 
ce, alto  un  palmo  e  largo  due  terzi,  le- 
galo in  oro  con  lavori  e  figure.  Un  tem- 
po si  conservava  nel  suddescritto  altare 
della  ss.  Croce,  ora  del  ss.  Sagramento. 
Dall'iscrizione  si  trae  che  la  fece  così  le- 
gare l'imperatore  Euiico  II,  e  soleva  poi- 


VEN 

tarla  «eco  in  guerra  contro  i  nemici.  Il 
Tiepolo  opina  che  fosse  appartenuta  a 
Costantino  I,  seguendo  il  cronista  Dan- 
dolo, contraddetto  dal  Meschinello,  pe- 
rò con  ragioni  provocanti  dispute;  poiché 
se  toccò  a'  veneziani  nella  divisione  che 
fecero,  era  impossibile  che  Enrico  II  la 
facesse  adornare  e  seco  la  recasse.  Ma  di 
quale  Enrico  11  s'intende  parlare?  se  del 
Santo  imperatore,  questo  mori  nel  1024; 
se  dell'imperatore  latino  dal  1206  al 
1216  ,  egli  è  denominato  Enrico  l  ,  né 
ebbe  successori  di  tal  nome.  Altra  Croce 
serrata  in  forma  di  libro  d'argento  e  gio- 
iellala. Due  ss.  Spine  della  corona  del 
Salvatore,  in  reliquiario  d'argenlo.  Allre 
line  ss.  Spine,  dentro  reliquiario  d'oro  ia 
foi'ma  d'ostensorio.  Allre  piccole  ss.  Spine, 
entro  reliquiario  d'argento  doralo  (qui  io 
debbo  notare,  che  la  moltitudine  di  esse 
appartenute  alla  ss.  Corona  di  Spine 
(/'^.),  santificate  da  Gesù  Cristo,  a  cui  fu 
posta  in  capo  nella  sua  dolorosa  Passio- 
ne, che  possiedono  olire  questo  tesoro  le 
chiese  del  clero  seccia  re  e  del  clero  regola  - 
re  di  Venezia,  come  riferirò  nel  descriver- 
le massime  ne'§§  Vili  e  X,  probabilmen- 
te derivano  da  quanto  narrai  ne'due  ri- 
cordali articoli,  cioè  dall'impreslito  fallo 
da'  mercatanti  veneziani  all'  imperatore 
Ialino  d'  oriente  Baldovino  II ,  per  la 
nuova  guerra  crociala  del  1237, colla  cau- 
zione e  pegno  della  ss.  Corona  di  Spine, 
di  circa  200,000  franchi;  la  quale  o  altra 
somma  pagò  poi  s.  Luigi  IX  re  di  Francia, 
al  quale  cede  l'imperatore  la  ss.  Corona, 
con  altre  preziose  reliquie,  onde  in  Pari- 
gi  fece  fabbricare  la  celebre  Santa  Cap- 
pella per  collocarvele.  E  siccome  Nicolò 
Quirini  mercante  veneziano,  era  suben- 
tralo nelle  ragioni  de'  prestatori,  al  mo- 
mento della  scadenza  del  prestilo  ,  non 
potendo  l'imperatore  soddisfarlo,  volle 
che  quel  sagro  pegno  fosse  trasportato  a 
Venezia;  quindi  sembra  indubitato  ,  che 
prima  di  consegnare  la  ss.  Corona  a  s.  Lui- 
gi IX,  e  fors'anche  per  convenzione,  si  stac- 
carono quelle  ss.  Spiae  colle  quali  furono 


VEN 
!  impreziosileplù  chiese  di  Venezìa.Le  qua- 
li unite  alle  altre  pervenute  a  Venezia  ila 
diverse  parli,  ponilo  spiegare  tanto  nn- 
imero  riunito  iu  questa  cittìi).  Linteo  con 
cui  il  Signore  nell'  ultima  cena,  dopo  la 
lavanda  de' piedi  agli  Apostoli  glieli  n- 
sciugò,  con  iscrizione  greca.  Della  Porpo- 
ra e  della  ss,  Sindone  del  Signore,  in  re- 
liquiari! d'argento  con  iscrizioni  greclie. 
Cassetta  dorata  con  figure  di  rilievo  con- 
tenente molle  reliquie  e  ceneri  de'  ss. 
Martiri  gloria  di  Trtbisonda  ,  fra' quali 
de'ss.  Eugenio,  Achilleo,  Valeriano  e  Ca- 
loidio,  come  si  ha  da'versi  greci  incisi  sul- 
la medesima.  Due  reliquie  di  s.  Gioigio 
martire,  cioè  un  osso  del  braccio  rinchiu- 
so in  braccio  d'argento  gioiellalo,  e  colla 
figura  del  Santo  in  allo  d'uccidere  il  dra- 
go, con  iscrizione  greca,  scolpita  pure  nel- 
l'altro reliquiario  quadralo  con  catenel- 
la, esprimenti  il  contenuto.  Porzione  del 
teschio  di  s.  Gio.  Battista  ,  entio  calice 
d'agata  legato  in  oro,  con  gemme  e  l'ef- 
figie del  Santo  ,  con  iscrizione  greca  ce- 
lebrante la  sua  virtù.  Rammento  essere 
una  delle  3  restate  incolumi  nell'incen- 
dio.  Reliquia  di  s.  Isidoro  ,  in  magnifico 
reliquiario  d'argento  di  gotico  lavoro,  e 
le  immagini  scolpite  di  Gesù  Cristo,  di  s. 
Lodovico  vescovo,  di  Maria,  de'  ss.  Ber- 
nardo e  Girolamo,  e  di  una  delle  3  Marie. 
Un  putto  d'argento  tiene  in  mano  la  leg- 
genda: S.  Isidorii  M.  ex  insula  Scìofur- 
tini  a  Pantalone  Resi'car io  162^ .  Olive 
alle  riferite  preziose  reliquie,  altre  se  ne 
conservano  in  reliquiari!  d'argento  e  ta- 
luno d'oro,  come  del  s.  Legno  della  Cro- 
ce; della  Cintura  del  Salvatore;  della  Can- 
na clie  sostenne  la  Sponga;  della  Cintura 
di  Maria;  della  Palma  verginale;  de'ss. 
Innocenti;  tre  sassi  co'quali  fu  lapidato  il 
protomartiie  s.  Stefano  e  una  sua  costa; 
un  nnello  della  catena  di  s.  Gio.  Battista; 
e  l'insigne  reliquia  del  doge  s.  Pietro  Or- 
seolo,  donata  da  Luigi  XV  re  di  Fran- 
cia à'monaci  s.  Michaeli  Ciixani  Del- 
l' anno  1732.  Di  più  ivi  si  venerano  le 
reliquie  di  s.  Luca  Evangelista  ;  del  Ve- 


V  E  N  agS 

lo  e  de' Capelli  della  Beala  Vergine; 
di  s.  Cristoforo  ;  de'  ss.  Filippo  e  Gia- 
como Apostoli  ;  di  s.  Marco  ;  di  s.  Bar- 
tolomeo ;  di  s.  Tito  vescovo  di  Candia  ; 
di  S.Saba;  di  s.  Pantaleone;  di  s.  Ma- 
gno; delle  ss.  Marta  e  Maria  Rladdaleua 
sorelle;  de'ss.  Pietro  e  Paolo  principi  de- 
gli Apostoli;  di  s.  Stefano;  de'ss.  Giovan- 
ni, Filippo,  Matteo, Simeone  e  Giuda  A- 
posloli;  di  s.  Lucia;  di  s.  Daniele;  di  s. 
Lazzaro;  di  s.  Anno;  di  s.  Atanasio;  di  s. 
Antonio  abbate;  di  s.  Agnese;  di  s.  Basi- 
lio il  Grande;  delle  ss.  Severiana  e  Brigi- 
da; de'ss.  Biagio,  Girolamo,  Policarpo,  I- 
giiazio,  Dionisio  e  Cleto.  L'Evangelo  di  s. 
Marco  scritto  in  latino,  legato  entro  cu- 
stodia d'argento,  per  mollo  tempo  tenu- 
to per  l'originale,  errore  tolto  dall'eru- 
dite indagini  praticale  dal  Moulfaucoo: 
di  sopra  ho  accennato  ove  ne  parlai;  e  qui 
pure  dirò,  ch'egli  ad  istanza  de'fedeli  di 
Roma  ivi  lo  scrisse,  raccogliendovi  tulio 
quello  che  avea  udito  dalla  bocca  di  s. 
Pietro,  che  1'  approvò  perchè  fosse  letto 
nelle  sagre  Sinossi  (F.)j  laonde  i  romani 
sempre  conservarono  al  s.  Evangelista 
gran  divozione,  come  lo  dimostra  l'anti- 
ca e  venerabile  Chiesa  di  Roma  di  s» 
Marco,  collegiata  ,  titolo  cardinalizio  e 
parrocchia,  di  cui  ragionai  in  più  luoghi, 
e  del  corpo  che  in  essa  si  venera  di  Pa- 
pa s.  Marco  ,  anche  nel  voi.  LXXXIX, 
p.  i58.  L'Evangelo  di  s.  Marco,  scritto 
colle  allratti ve  d'elegante  semplicità,  con- 
cisa e  gradevole,  da  alcuni  si  attribuì  al- 
lo slesso  s.  Pietro,  per  averlo  colla  sua  au- 
torità confermato,  per  lo  zelo  che  mo- 
stravano i  primi  cristiani  per  Ja  parola 
della  verità.  Si  disse  compendio  dell' £"- 
vangelo  dis.  Matteo,  per  riferirvi  le  stes- 
se cose  e  sovente  colle  medesime  espres- 
sioni; ma  veramente  contiene  delle  par- 
ticolarità che  non  Irovnnsi  in  quello  di  s. 
Matteo;  anzi  cambia  l'ordine  delia  nar- 
razione de'fatti,  iu  che  si  accorda  meglio 
con  s.  Luca  e  con  s.  Giovanni.  Ma  tut- 
lavolta  mirabile  è  la  concordia  e  la  cou- 
souanza  de'4  ìì. Evangelisti {F .),'\ìx\ui- 


294  V  E  N 

lo.  Finalniienle  per  munificenza  dell' im- 
peraloi  e  Ferdinando  1,  si  conserva  in  que- 
sto Tesoro,  lo  scettro  e  il  globo  a  lui  ser- 
vili in  Milano  a'6  settembre  i838,  nella 
Coronazione  di  Re  (V.)  del  regno  Lom- 
bardo-Veneto ,  alla  quale  intervenne  il 
cardinal  Monico  patriarca  di  Venezia,  e 
fece  nella  solenne  funzione  quanto  ripor- 
tai nel  citato  articolo,  non  meno  al  suc- 
cessivo splendido  Convito  (V.).  Tali  re- 
gie insegne  sono  d' oro  e  ornale  con 
licca  copia  di  gemme.  Narra  il  Corner, 
che  Slamati  di  Candia,  entrato  colla  fii- 
niiglia  d'un  principe  a  vedere  il  Tesoro 
di  s.  Marco,  notò  accuralamenle  la  lo- 
calità per  aver  concepito  l'empio  disegno 
di  predarlo.  Dipoi  smossi  i  marmi  e  tra- 
forale le  pareti  vi  entrò  furtivamente,  e 
per  5  continue  notti  lavorando,  ne  rubò 
le  gemme  ed  i  più  preziosi  ornamenti,  e 
lutto  nascose  in  sua  casa.  Indi  scoperlo- 
fei  per  divin  volere  il  furto  e  il  reo,  fu 
ricuperato  il  mal  tolto  e  il  miserabi- 
le pagò  colla  vita  sul  patibolo  il  te- 
merario delitto.  Riporta  il  Corner  pu- 
re i  tesori  d'indulgenze  co'quali  i  Sommi 
Pontefici  accrebbero  il  decoro  di  questa 
basilica,  come  di  S.Leone  IX,  .4,lessandro 
)li  e  altri.  —  A'temporali  vantaggi  del- 
la basilica  ancora  contribuirono  i  l^api, 
assegnandole  Sisto  IV  quanto  dirò  nel  § 
Vi,  ed  il  successore  limocenzo  Vili  nel 
1487  il  priorato  benedettino  di  s.  Gia- 
como di  Ponlida,  diocesi  di  Bergau>o  ,  la 
cui  unione  confermò  Clemente  VII.  Alla 
basilica  nel  iSig  Leone  X  um  il  mona- 
stero di  Valle  nella  diocesi  d'Arbe;  e  nel 
1  Sa  I  alcune  chiese  della  diocesi  d'Adria, 
il  cbeconfermò  Papa  Adriano  Vi.  E  Giu- 
lio 111  neli55i  dichiarò  unita  alla  basi- 
lica la  chiesa  parrocchiale  di  s.  Maria  di 
Kanlo  diocesi  di  Vicenza,  il  doge  Dome- 
nico Morosini  nel  ricupero  dell'Istria  rese 
per  patto  le  città  tributarie  alla  chiesa  e 
alla  fabbrica  di  s.  Marco.  Fola  fu  obbliga- 
ta all'annua  offerta  di  2000  libbre  d'  0- 
lio,  R.ovignoalla  contribuzione  d'una  sta- 
bilita somma  di  soldo,  Parenzo  a  20  arie- 


VEN 


I 


li  da  consegnarsi  al  doge,  e  1 5  libbre  d'o< 
lio  alla  sua  cappella,  Umago  ad  una  cer< 
la  quantità  di  denaro, ed  Emonia  o  Citta' 
nova  a  40  libbre  d'olio  per  le  lampone  d 
s.  Marco.  Qualche  variante  sui  delti  tri 
bull  la  riferirò  nella  biografia  del  doge 
col  suo  compilatore.  Inoltre  si  ha  eguul 
mente  da  pubblici  documenti  ,  aver  n« 
I  I  17  Ponzio  conte  di  Tripoli  d'Asia  do 
naia  una  casa  posta  in  Tripoli  presso  i 
mare,  acciò  i  procuratori  di  s.  Marco  a  oc 
me  della  loro  chiesa   perpetuamente  II 
possedessero.   Così  pure  la  comunità  d 
Fano,  avendo  nelii4i  giurata  fedeltà 
s.  Marco,  e  al  doge  IMelro  Polani,pra 
mise    di   contribuire  per  l'jlluminazic 
ne  della  chiesa  del  beatissimo  Marco  E 
vangelista  mille  libbre  d'olio  ogni  anno 
Altrettanto  leggo  nell'Amiani,  Mcinorii 
istoriche  di  Fano,  t.  i,  p.  \^o,  con  l'ag 
giunta  dì  mille  alla  camera  ducale  e  su( 
palazzo,  se  con  pronto  soccorso  l'avesse  i 
doge  liberata  dalla  guerra   mossale  dall 
città  collegate  di  Pesaro,  Fossombrone 
Sinigaglia,  aiutate  da  Ravenna.   Il  doge 
preso  lo  stendardo  della  repubblica  dal» 
le  mani  del  patriarca,  approdò  al   porte 
di  Fano  con  molte  navi  armate,  onde 
nemici  abbandonarono  l'impresa.  Allora 
Fano  confermò  il  tributo  olFerto  ,  si  di 
chiaro  in  perpetuo  collegata  della  repub- 
blica, a  condizione  di  non  far  guerra  al- 
l'Impero, cui  allora  era  Fano  soggetta, 
l'ulto  di  confederazione  tra  Fano  e  Vene 
zia  lo  riporta  lo  slesso  Amiaui,  colle  scaui 
bievoli  concessioni  e  reciprocanza  di  com- 
mercio e  d'aiuti;  e  infatti  nel  i  1 43  i  fanesi 
somministrarono  a' veneti  una  galera  ar- 
mata contro  gli  anconitani-  Ma  narra  lo 
stesso  Amiani,  che  Fano  neh  198  ritornò 
all'ubbidienza  della  s.  Sede,  giurando  fe- 
deltà ad  Innocenzo  Ili  coll'annuo  tribu- 
to di  5oo  scudi  d'argento. Racconta  pure 
il  Corner,  che  Baldovino  i  re  di  Gerusa- 
lemnie,  pe'validi  soccorsi  ricevuti  da*  ve- 
neziani, per  gratitudine  concesse  loro  di- 
verse prerogalive,ed  unì  alla  basilica  Mar- 
ciana le  due  chiese  dedicale  a  s.Mai'co,una 


VEN 

in  Tiro,  e  I*  altra  in  s.  Giovanni  d'  Acri  ; 
donali vo  confermato  da  Alessandro  III, 
con  diploma  diretto  a  Leonardo  Fradello 
procuratore  di  s.  Marco.  Insorte  poi  que- 
stioni contro  i  veneti,  per  le  pretese  tlel- 
J'arcivescovo  e  canonici  di  Tiro,  Clemen- 
te III,  Celestino  III  e  Innocenzo  III  con* 
fermarono  con  bolle  il  possesso  delle  due 
chiese  alla  basilica  di  s.  Marco.  Anzi  per- 
chè la  veneta  giurisdizione  sulledue chie- 
se fosse  anche  più  feroìa  e  cautelala,  In- 
nocenzo IV  nel  1247  le  soggettò  imme- 
diatamente alla  s.  Sede,  col  censo  di  due 
bisanti  o  monete  d'oro  dà  pagarsi  alla  ca- 
mera apostolica  nella  solennità  d'  Ognis- 
santi. Il  medesimo  Innocenzo  IV  nel  1  25 1 
dichiarò  esente  la  basilica  di  s.  Marco,  il 
suo  primicerio  ed  il  clero  dal  paliiarca  di 
Grado  e  dal  vescovo  di  Castello;  e  imme- 
diatamente soggetti  alla  santa  Sede  li 
cotifermarono  altri  Piipi.  Perciò  1^a  basi- 
licaMarciana  divenne  JVullius  Diofcesis. 
—  Già  lìnodair829,afìlnchè  la  fabbrica  e 
ornamento  della  basilica  Marciana  proce- 
desse con  diligenza,  era  stato  destinato  un 
idoneo  cittadino  a  invigilarla  col  titolo  di 
proctiratoreo  curatore  della  fabbrica  del 
tempio,  donde  ebbe  origine  l'onoralissi- 
ino  magistrato  della  repubblica  de'P/o- 
cnrntori  di  s.  Marco,  preposto  ancora 
all' amministrazione  de' beni  della  me- 
desima, come  si  ha  dal  Tentori,  Sag- 
gio sulla  storia  civile,  politica,  tede- 
siastica  degli  stati  della  repubblica  di 
/-^f/jr'z.'rt.  Stabiliti  nel  144^  •  procurato- 
ri di  s.  Marco  in  numero  di  nove,  tre  per 
procuralia,  sì  assegnò  loro  per  abitazio- 
ne le  case  per  loro  dette  Procuratie,  sul- 
la piazza  di  s.  Marco,  edilìzi  descritti 
nel  §  IV,  n.  2.  Tre  però  di  essi,  fino  a 
che  6Ì  fabbricarono  le  Procuratie  nuove, 
percipivano  70  ducati  all'  anno  per  in- 
dennità d'  alloggio.  I  procuratori  di  s. 
Maico  vestivano  l'abito  senatorio.  Do- 
po il  1074  soggiacque  questa  basilica  a 
disastrosi  incendii,  cioè  nel  i  106  e  nel 
i23o,  che  incenerirono  tutti  i  diplomi 
ducali  e  altri  documenti^  che  ^i  cu^lodi- 


V  E  N  295 

Tane  nel  Tesoro,  oltre  le  summentovaie 
«s.  Reliquie  nel  2.°  disastro;  eneli4>9 
e  1429,  che  arsero  nelle  soditte,  onde  si 
doverono  rinnovare  i  musaici  e  le  cu- 
pole. Quanto  all'erezione  della  basili- 
ca in  metropolitana  e  suo  attuale  ca- 
pitolo ;  di  quello  anteriore  e  suo  pri- 
micerio ;  del  seminario  ducale;  e  del- 
l' ufljziatura  denominata  Patriarchino^ 
vado  a  ragionarne  nel  seguente  §  VI. 
Per  lutto  quanto  che  riguarda  la  cele- 
berrima basilica  di  s.  Marco,  oltre  i  già  ce- 
lebrali dotti  che  l'illustrarono,  nelral- 
larono  fia  glialtri  i  seguenti.  Il  preteGio- 
vanni  Meschinello,  Zrt  Chiesa  Ducale  di 
s.  Marco  colle  notizie  del  suo  innalza- 
mento, spiegazione  delli  musaici  e  delle 
iscrizioni,  e  di  tuttocio  che  appartiene  al' 
la  storia  ed  arti,  in  Venezia  presso  Bar- 
tolomeo Baronchelli  1  753,  lom.  3.  Fran- 
ces,  De  Kcclesiis  Calliedralis  f^enetiis^ 
ibidem  1 6gS.Sanso\'ìno,f'enezia  descrit- 
ta. Doglioni,  Cose  notabili  che  sono  in 
Venezia,  ivi  iSSy.  Martinelli,  Coseno- 
labili  di  f^enezia,  ovvero  sua  descrizìo- 
«e,  Venezia  1 7o6.Stringa,/'7/a<^i  5.  Mar- 
co Evangelista  con  la  descrizione  della 
Chiesa,  Venezia  1680.  Anonimo,  L'au- 
gusta Ducale  basilica  di  s.  Marco,  Ve- 
nezia 1761.  Corner,  Ecclesiae  Venclae 
anticpiis  monumenlis  illustratae,  1. 10, 
Decad.  1  3.  Chiese  principali  d'  Euro- 
pa, Milano  1824:  Dcòcrizione  dell'  Im- 
periale Regia  basilica  di  s.  Marco  cou 
tavole.  Sulla  testimonianza  di  tale  opera 
ne  riportai    le  misure. 

§  VI.  Traslazione  della  cattedrale  me- 
tropolitana e  del  capitolo  patriarcale 
di  s.  Pietro  di  Castello,  alla  basilica 
primicrriale  di  s.  Marco  ,  e  del  pa- 
triarcliio  nel  contiguo  palazzo  appo- 
sitamente eretto  a  destra  della  della 
basilica,  unitovi  parie  del  palazzo  du- 
cale.Delgià  capitolo  di  S.Pietro,  edel- 
l'odierno  di  s.  Marco,  loro  insegne  co- 
rali, e  presente  slato  del  2.°  Pruna 
decanta  e  parrocchia.  Seminario  pa- 


296  YEN 

Inarcale.  Antico  capitolo  citila  cap- 
pella ducale  di  s.  Marco  :  serie  de' 
dignitari  Primiceri^  loro  prerogative 
vescovili  e  giurisdizione.  Esenzione 
della  basilica,  del  Primicerio  e  del  suo 
clero,  ed  insegne  corali  di  aueslo.  Se- 
minario  ducale.  Della  chiesa  de' ss. Fi- 
lippo e  Giacomo  e  annesso  Primice- 
riato.  Antica  ufjìzialura  della  basili- 
ca Marciana  delta  rito  Palriarchino. 

i.La  basìIicadis.Mai'codivenoe  catte- 
drale, patriarcale  e  iHetiopolitaua  ne'pri- 
ini  anni  deirodierrio  secolo.  Mentre  Ve- 
nezia formava  parie  del  nuovo  regno  d'I- 
talia,il  cui  re  era  JNapoleone  I  imperato- 
re de'francesi,  ed  iu  suo  nome  veniva  go- 
vernatodal  viceré  suo  figlioadottivo, prin- 
cipe Eugenio  Beauharuai$,que$ti  con  de- 
creto de' 19  otlobrei8o7  dichiarò  catte- 
drale la  chiesa  di  s.  Marco.  Il  patriarca 
Ganiboni, ligio  a  siffatta  incompetente  au- 
toiilà laicale,arbitrariamente 7  giorni  do- 
po trasferì  la  cattedra  patriarcale  dalla 
basilica  di  s.  Pietro  di  Castello,  di  cui  più 
innanzi  ragionerò  nel  §  Vili,  n.°  1  ,  alla 
basilica  ducale  di  s.  Marco,  ove  sino  al 
1  797  era  stata,  come  già  dissi,  la  cappel- 
la del  doge,  e  tuttora  avea  un  capitolo  di 
canonici  presieduti  da  un  primicerio  : 
framuììschiò  tali  canonici  con  quelli  di  s. 
Pietro  e  ne  formò  un  solo  capitolo.  A  cor- 
reggere tutto  lo  sconcio  dell'arbitraria 
traslazione,  fatta  dal  patriarca  Ganiboni, 
della  sede  e  del  capitolo  patriarcale  dalla 
chiesa  di  s.  Pietro  di  Castello  alla  basili- 
ca regia  ducale  di  s.  Marco,  il  Papa  Pio 
VII  d'accordo  coll'imperalore  Francesco 
1  e  col  patriarca  Fyrker,  emanò  la  cele- 
bre bolla  Ecclesias  ,  de'  24  settembre 
iS-2  1,  Bull.  Rom.  coni.,  t.  i5,  p.  /i52  : 
2ransiaiio sedis palriarchalìs  P'eìietia- 
rum  ab  Ecclesia  s.  Petri  de  Castello  imn- 
cupa  ti,  ad  Basilicam  s.  Marci.  Con  essa 
il  Papa,  prima  soppresse  ed  estinse  il  cor- 
po canonicale  ducale  esistente  in  questa; 
e  poscia  erettala  al  grado  e  dignità  di  chie- 
sa cattedrale  patriarcale  e  tuetrapulitaua 


V  E  l\ 

in  sostituzione  a  quella,  ne  dichiarò  con 
autorità  apostolica  legittimo  e  canonico 
il  trasferimento  della  cattedra  ,  del  pa- 
triarca e  del  capitolo;  quindi  con  tutta 
precisione  e  chiarezza  ne  determinò  il  per- 
sonale, la  dotazione,  l'attribuzioni,  le  giu- 
risdizioni, i  privilegi,  confermando  i  già 
concessi  anche  da  lui;  e  stabilendo  nuo- 
ve particolari  discipline  pel  clero  inferio- 
re, sussidiario  all'ufliziature,  amovibile  e 
dipendente  dal  corpo  canonicale.  Dichia- 
rò patriarchio,  o  abitazione  del  patriarca, 
e  luogo  della  curia  patriarcale,  parte  del 
contiguo  palazzo  già  ducale,  per  benigna 
e  perpetua  cessione  e  donazione  dell'im- 
peratore Francesco  I.  Formò  il  nuovo 
capitolo  di  due  dignità,  lai.*  l'arcidiaco- 
no, la  2.*  l'arciprete  curato,  e  di  11  cano- 
nici, comprese  le  prebende  teologale  e  pe- 
nitenziale. Volle  però  chequeste  due  pre- 
bende, e  la  dignità  dell'arciprete  curato 
si  conferissero  per  concorso;  a  quest'  ul- 
timo spettando  la  cura  dell'anime  della 
parrocchia  della  stessa  basilica  di  s.  Mar- 
co, ninnila  del  suddescritto  battisterio. 
Pel  decente  servizio  divino  di  questa  pa- 
triarcale, stabilì  5  cappellani  o  beneficia- 
li ,  delti  anche  sotto-canonici  o  mansio- 
nari, 2  maestri  di  ceremonie,  2  diaconi  e 
2  suddiaconi  titolari,  2  sagristi,  2  diretto- 
ri del  coro,  1 2  preti  juvenes  chori  nuncu- 
patos  ,  e  2  cooperatori  a  memorato  pa- 
Iriarcha  institui  mandamus.  Di  più  Pio 
"VII  colla  stessa  bolla, dopo  aver  sop[)res- 
so  il  titolo  e  dignità  patriarcale  della  chie- 
sa di  s.  Pietro  di  Castello,  l'elevò  al  titolo 
decoroso  di  concattedrale  e  basilica  mi- 
nore ad  instar  basilicaruni  minoruni  al- 
mae  Urbis.  La  cura  dell'anime  di  sua  par- 
rocchia, quale  succursale,  l'aflulòal  capi- 
tolo patriarcale,  esercitandola  per  un  ar- 
ciprete ed  un  idonea  vicario  curato,  coa- 
diuvati da  6  altri  preti  cooperatori,  oltre 
1  3  preti  j'uuenibus  chori  nuncupatis,  a* 
quali  ingiunse  il  servizio  corale  pc'divini 
uffizi,  e  per  l'adempimento  de'pii  legali; 
sebbene  quelli  che  polevausi  adempire  da' 
canonici  della  patriarcale,  iu  questa  li  Ira- 


YEN 

,  sferì  ,  unentìoli  al  capitolo.  Slabin  la  cio- 
)  ttizione  dell'arciprete,  oltre  l'abitazione, 
^  e  degli  altri  ecclesiastici  nominati ,  non 
!  chela  dote  pel  tuantenimeuto  della  fab- 
f  brica  e  per  l'esercizio  del  divin  cidto. 
.  Finalmente  Pio  VII  decretò  a  favore  del- 
I  la  basilica  di  s.  Pietro.  »  Ut  insuper  prae- 
fala  basilica  s.  Petri  de  Castello  perpetuis 
futuris  temporibus  suum  quoad  fieri  pò- 
test  in  bisce  rerum  novis  circumstanliis 
decus,  ac  splendorem  conservet  praecipi- 
n)us,  et  mandamiis,  nt  in  diebiis  (estis  s. 
Petri  principi»  Apostolorum  ,  ac  s.  Lau- 
rentii  Justiniani  Veneti  Prolo-Palriar- 
chae,  nec  non  in  die  lertia  luensisnovem- 
bris  prò  anniversariis  exequiis  umnintu 
defunctorum  Palriarcbarum  Venelia- 
rurn,  pariterque  in  vesperis  doniinicae 
infra  octava  solemnitatis  ss.  Corporis 
Clirisli  prò  synodali  ss.  jLucarisliae  sa- 
cramenti peragenda  processione  novum 
capiluluu)  patriarcbales. Marci  servitium 
eh  ori, et  sacras  funcliones  in  eadem  s.  Pe- 
tri de  Castello  basilica  quotannis  explere 
teneatur,  atqne  idcirco  ipsum  patriar- 
cbale  capituliim,  et  clerunk  similibus  <Iie- 
bus  ab  explendis  in  dieta  ecclesia  s.Marci 
divinisonìciisexìmimus  ac  dispensa mus". 
L'ultima  e  recente  proposizione  concisto- 
riale de' 1 5  marzo  1 858,  perla  preconiz- 
zazione  dell'attuale  rispettabile  nig."^  pa- 
triarca ,  conferma  di  coniporsi  tuttora  il 
reverendissioio  capìtolo,  quale  lo  descris- 
si  (non  però  dichiarando,  cbe  la  prebenda 
penitenziale  non  essendo  mai  stata  fon- 
data, si  funge  dall'  arciprete,  come  poi 
diiò),  così  la  cura  d'anime,  e  così  V  j4e- 
des  pntriarchales  ei'dcni  hccles'uie ad- 
liaerentes.S'i  dice  della  chiesa;  «  Patriar- 
chalisEcclesìae  Basilicae  titulo  merito  ho- 
Destata  sub  invocatione  s.  Alarci  Evange- 
listae,  Inter  quas  corpus  maxima  venera- 
lione  reconditum,  pervetusli  ac  pulcher- 
rimi  est  aedificii,  lalique  magnificentia 
condecoralur  ,  ut  ad  ejus  ornalum  vel 
cunservandum  vel  reflciendum  fabricae 
census  sit  constitulus  ,  alque  eidem  no- 
vciu  ad  praeseos  Episcopi  sullraganlur. 
vot.  xc. 


YEN  297 

Praeler  Palriarchalem  Iriglnla  eadem  in 
civitateparoclìialesecclesiae  adoumeran- 
\uv  baptismali  fonte  munitae,  octo  viro- 
rum  et  quinquemulierum  monasteria,a- 
liquot  religiosorum  piae  domus,  duplex 
prò  utroque  sexu  orphanotrophium,  plu- 
ra  laicorum  sodalitia  ,  aliaque  loca  pia 
quaedam  hospilalia,  mons  pielatis,  ac  se- 
minarium  cuoi  alumnis".  Di  tutto  suc- 
cessivamente a  parte  a  parte  farò  cenno, 
ne'iispetlivi§§.  Si  traedalCorner,  sui  ca- 
nonici della  cattedrale  di  s.  Pietro  di  Ca- 
stello, cbe  uno  di  essi  eletto  ne!  1  829  per 
vescovo,  cioè  Angelo  Delfino,  ricordevo- 
le delle  ristrettezze  loro  ,  tosto  non  solo 
ottenne  da  Giovanni  XXII  che  da  22  fos- 
sero ridotti  a  12,  comprese  le  3  dignità 
d'arcidiacono,  d'arciprete  e  di  primicerio, 
ma  loro  assegnò  altresì  alcune  eventuali 
rendite  appartenenti  al  vescovato.  Dice 
rUghelli,  che  poscia  Eugenio  IV  conces- 
se al  capitolo  di  eleggere  la  1/  dignità 
dell'arcidiacono.  Il  patriarca  Dona  o  Do- 
nalo del  1492»  procurò  ed  ottenne  nel 
i5o2  da  Alessandro  Vi  che  s'istituissero 
0  decoro  di  sua  cattedrale  altri  1  a  cano-- 
nicati  d'onore,  i  quali  si  dovessero  pren- 
dere da'  pievani  delle  chiese  collegiate 
della  città,  ed  eleggersi  in  perpetuo  dal- 
l'arcidiacono e  dal  capitolo.  In  quell'epo- 
ca il  capitolo  di  s.  Pietro  si  componeva 
delle  3  nominate  dignità,  dì  9  canonici, 
di  6  sotto-canonici,  Sithcanonici,  e  d'  mi 
collegio  dì  12  chierici  poveri.  Eletto  nel 
1619  il  patriarca  Tiepolo,  istituì  il  ca- 
nonico teologo,  così  formandosi -il  capì- 
tolo di  IO  canonici  oltre  le  3  dignità.  Lo 
nominò  egli  stesso  ,  trasmettendo  l'ele- 
zione de'successori  al  capìtolo,  il  q^Oale  e- 
leggeva  gli  altii  9.  La  precedente  contro- 
versia sì  può  vedere  nell'ab.  Cappelletti, 
che  rettificò  il  Corner  e  l'Orsonì  pel  rife- 
rito nella  Serie  de' patriarchi  di  Grado. 
Il  celebre  INicob  Coletì,  sacerdote  vene- 
to dì  s.  Moisè,  nel  pubblicare  in  Venezia 
nel  I  720  il  detto  t.  5  i\it\\  Ughellì(i' .), coti 
preziose  aggiunte  e  note,  della  2."  edizio- 
ne dell'  Italia  sacra  ,  riferisce  comporli 

20 


2«j8  V  E  N 

allora  il  capitolo  di  s.  Pietro,  di  i  3  cano- 
nici, <le' quali  3  clignilari,  rarcidiacono, 
l'arciprete  colla  cura  d'anime,  a  cui  il 
Tiepolo  annesse  l'ufllcio  di  penitenziere, 
un  canonico  esercitando  {|uello  di  teolo- 
go, 3/  dignità  essendo  il  primicerio.  Es- 
servi inoltre  6  sotto  canonici,  3  sagristi, 
4  accoliti,  ed  altri  chierici;  gli  alunni  a- 
scendere  a  più  di  4o.  «  Eligil  Capitulum 
ex  numero  Subcanonicoruin  Canonicos 
omnes  praeter  prìmam  digiiilalem,cuiiis 
electio  spectat  ad  Summum  Pontificem, 
et  Canooicum  Theologum  ,  quem  eligit 
D.  Patriarcha:  Praelerea  Subdiaconos 
omnes,  Sacristas, qui  etiam  curati  dicun- 
tur,  et  semel  a  Capilulo  electi  anni  siu- 
gulis  confjrtuantur,  alque  etiam  Acoly- 
tlios;  hos  tamen  cumulative  cuoi  antì- 
quiore  ex  Canonicis  residentibus,  necnoa 
et  seniore  defauiilia  Contarena  ex  insli- 
tutione  Antonii  Contareni  Patriarchae 
fundalorishujusmodi  Acolytljornin. Eli- 
git quoque  aliosia  Canonicos  de  ninnerò 
Plebanorum  Ecclesiarum  Colli^giatarum 
insignium  liuius  civilalis  ex  privilegio  A- 
lexandri  VI,  qui  festis  solemnioribusin- 
servìuntpraesenlia  suaornalusEcclesiae, 
gaudentque  specialibus  praerogativis". 
Marra  l'ab.  Cappelletti,  che  Pio  VII  elet- 
to in  Venezia,  giunto  in  Roma,  volle  at- 
testare la  sua  riconoscenza  al  clero  vene- 
Io,  concedendo  col  breve  Adccleras  lati' 
dcs,  de'6  setlendjiei8oo,che  riporta,  al 
capitolo  de'canonici  della  basilica  metro- 
politana^  che  sino  allora  non  avevano  al- 
tro distintivo  corale  se  non  la  sola  almu- 
zia  ossia  zanfarda,  1'  uso  del  rocchetto  e 
della  iBozzetta  paonazza,  e  d'  una  croce 
pettorale  coH'eUlgie  de'ss,  Pietro  e  Paolo 
Apostoli,  una  per  parte,  appesa  ad  un 
cordone  di  seta  nera;  a'mansionari  poi,  o 
sotto-canonici,  accordò  1'  uso  dell'  almu- 
zia  foderata  di  pelli.  Le  quali  insegne,  tul- 
li potessero  usare  in  coro,  in  capitolo,  nel- 
le processioni  e  altre  ecclesiastiche  fun- 
zioni, sì  nella  cattedrale  e  sì  per  tutta  la 
]iatriarcale diocesi  diVenezia.  Inoltrefarò 
qui  menzione,  che  Pio  VI  I  già  e  per  io  sles- 


VEN 
so  moli  ro  concesse  col  hveveSinrera  JìiJc 
de'2 2  agosto  i8oo,^»//.  Eom.conl.XA  i\ 
p.  35  :  Indulluin  ntendi  rocchetto  pn 
inoderno  abbate    inonaslcrii   Foiigadi 
tiae  yenetìartun,  ci  successoribus  albe 
tibus  in  pcrpeltium.  Avea  pure  spedito 
breve  Sincera  (idei  ac  pine  ,  de'  5  seti 
tembre  i8oo,  Bull,  cit.,  p.  38;  Confii 
viatio  indulti  ntendi  birctlino  et  rocchei 
to  cani  manicisy  et  conccssio  iisiis  preti- 
nae  prò  moderno  abbate  ,  ejusqiie  sue 
cessoribus  monasterii  s,   Michaelis  d 
ritirano  congrega  tionis  camaldulensii 
Nello  stesso  mese  a' 12  settembre,  Pio  VI 
volle  altresì  decorare  i  parrochi  deliaci! 
tà, mediante  il  breve  Qiieni  sibilionorem 
presso  il  Bull,  cit.,  p.  3g:  Iiidultuni  per 
peluuni  gerendi  roccheltuni  et  mozzai 
tam  nigri  coloris^in  choro,  in  processit 
nibus,  et  in  oninibu<!  publicis  ccclesiasti 
cis  fitnctionibus,  prò  civilatis   f^enetia 
rum  riebanis.  Così  Pio  VII  onorò  il  cU 
ro  secolare  e  regolare  di  Venezia,  anzi  a 
le  monache  di  s.  Croce  del  3.°  ordine  di 
s.  Chiara  col  breve  Vesler  exiguus  nu- 
tnerus,  de*2i  novembrei  800,  Bnll.cìì., 
p.  80:  Facultas  monialibus  monnslcrii 
s.  Crucis  Fenetiarwn  recitandl  malnti- 
nuin  et  laudes  post  solis  occasum  dici 
antecedentis  ,   non  jcjunandi  quotidie 
tempore  ach'entus,  dormiendiqne  in  cel- 
lis  seorsim.  Di  altre  ditnostrazioni  del 
paterno  amore  di  Fio  VII  per  Venezia,  a 
suo  luogo  ne  parlerò.  Ora  mi  occorre  tor- 
nare al  capitolo  di  s.  Pietro.  Piacconta 
Pah.  Cappelletti ,  che  il  patriarca  Gam- 
boni,  nella  suddetta  traslazione  di  quella 
cattedra  nella  basilica  Marciana,  con  fu- 
sione de'due  capitoli,  invece  di  far  sanzio- 
nare dalla  s.  Sede  l'innovazione  essenzia- 
le del  decreto  vicereale,  si  die'  piuttosto 
premura  di  favorire  il  nuovo  corpo  cano- 
nicale, mentre  quello  di  s.  Pietro  non  a- 
vea  potuto  indossare    giammai   l' inse- 
gne accordate  da  Pio  VII,  per  negarne 
sempre  il  permesso  la  civile  podestà,  mas- 
sime l'uso  della  croce  pettorale.  Laonde 
avendo  egli  supplicalo  Pio  VII  per  le  se- 


V  EN 
guentìj  ol  tenne  il  breve  lìnmnnonim  Pon- 
(iftcHW,  degli  8  marzo  I  So8,  Bull.  lìoni. 
coiit.y  f.  i3,  p.  CiSH:  Cniicessio  ìiovoritni 
inxigniiini  ve^lìum prò  vnnnnicìs  et  man- 
sionarii  seti  sìihcanonici  Ecclesiae  Pa- 
trìarihctlis  Vendi  a  ni  ni.  I^erlnnlo  con 
esso  il  Papa  accordò  a'  canonici  l'uso  dei- 
la  cappa  magna  i'iolaceam  hyemolileni' 
fiore  Clini  pellihiis  armelUnis  alì>is  sii- 
jìra  rocchelfum  ,  aestivo  vero  tempore 
cottani  snpra  ipsuni  rocche  tinnì  j  ed  a' 
mansionari  o  soUo-caiionici,  ro<r/ief/»H£ 
pariter  in  hyeme,  et  cappani  magnani 
siniilem  ciini  pellibits arniellinis  cinera- 
cci  (amen  coloris,  nestaie- vero  cotlani 
ditmtaxat  sìne  cappa  hiijusnwdi  et  roc- 
chetto, la  semplice  colla.  Finalmente  Gre 
gorio  XVI,  alTellnosissimo  per  Venezia 
e  pe'veneziani,  per  quanto  dovrò  in  p'ìi 
luoghi  raccontare,  col  breve  apostolico 
jE"-/  hoc  in  more  positum  ,  de'  7  luglio 
i832,  presso  l'ab.  Cappellelli,  onoiò  le 
due  dignità  dell'uso  delie  vesti  (\\  prela- 
ti duuieslici  del  Papa,  in  tulle  l'ecclesia- 
stiche funzioni  ,  e  dell'  istrouiento  della 
1  U'j^ia  o  pnlniatoria,  nella  celebrazione 
de'solenni  riti,  lauto  nella  chiesa  luetro- 
polilana,  quanto  nell'altre  della  patriar- 
cale di()ce>i;  ed  agli  altri  canonici,  l'uso 
della  niozzella  di  seta  paonazza  sopra  la 
cotta  e  il  rocchetto.  M'istruisce  il  lodato 
patrio  scrittore  ecclesiastico':  che  gli  odier- 
nicanonicidel  privilegio  della  cappa  ma- 
glia  ignari,  cou)inciarono  ad  usarla  nel 
1848  (for.''e  il  conobbero  dopo  la  pub- 
blicazione del  citato  1. 1  3  del  Bull.  Rom. 
coni.,  che  fu  nel  1847),  e  quindi  implo- 
rarono e  ottennero  la  sanatoria  dal  re- 
gnante Papa  Pio  IX  nel  i85o;  e  che  l'ar- 
ciprete smo  dal  1620  è  anche  il  peniten- 
ziere, noti  essendo  ancora  stata  canoni- 
camente creila  tale  speciale  prebenda. 
Quando  le  due  dignità  non  indossano  la 
cappa  magna  ,  cioè  secondo  le  stagioni, 
as>uuionu  l'abito  prelatizio  paonazzo,  e 
siccome  allora  gli  altri  cnnonicì  sul  roc- 
chello  e  la  cotta  adoperano  la  mozzel- 
ta  pauuuzza,  cosi  i  uiuosiuuaii  o  sollo- 


V  E  N  ?.()9 

canonici,  che  sono  cappellani  corali,  por- 
tano sulla  colta  la  raozzetta  dì  seta  ne- 
ra. I  6  prebendati,  3  diaconi  e  3  suddia- 
coni, che  servono  alle  sagre  uffizialuie, 
e  gli  altri  sacerdoti  addetti  a  queste, go- 
dono l'uso  dell'almuzia.  A  maggior  chia- 
rezza, con  Io  Stalo  personale  del  Cle- 
ro, ripeterò  quello  presente  del  Rm.°  Ca- 
pitolo della  chiesa  Cattedrale  di  s.  Mar- 
co Evangelista. Duedignilà  capitolari  col 
tìtolo  di  monsignore:  i  canonici  arcidia- 
cono e  arciprete.  Dodici  canonici  col  ti- 
tolo di  monsignore,  de'quali  ili."  è  deca- 
no, e  fra  di  essi  vi  sono  il  prefetto  del  co- 
ro, il  penitenziere  e  sindaco  capitolare,  il 
commissario  patriarcale  per  la  sor.veglian- 
za  degli  studi,  il  prefetto  della  sagrestia, 
il  teologo,  l'appuntatore.  Dieci  canonici 
onorari,  compresi  il  cancelliere  capito- 
lare e  il  nunzio  capitolare.  Venti  cap- 
pellani corali  con  residenza:  i  primi  6  so- 
no presbiteri,  co'gradi  di  i .°  e  2.°  decano, 
i."  e  2."  anziano,  i.°  e  2."  juniore:  indi  3 
diaconi,  ili."  colla  qualifica  di  anziano  : 
3  suddiaconi,  ili-"  colla  qualifica  di  an- 
ziano: 4  accoli'i  per  ordine  numerico:  il 
ceremoniere  patriarcale,  il  ceremoniere 
capitolare, il  i.°  capo  del  coro,  il  2.°  capo 
del  coro,  ambedue  membri  dell'i,  r.  cap- 
j)ella  musicale.  Vi  sono  inoltre  3  alunni. 
Quattro  cappellani  corali  di  titolo  pre- 
sbiterale e  onorari,  uno  de'  quali  è  sagri- 
sta  primario.  La  parrocchia  è  nel  sestie- 
re medesimo  di  s.  Marco,  con  4377  ani- 
me. E  prin?a  decania  e  decanato  patriar- 
cale di  padronato  regio;  ed  il  capitolo  ne 
ha  la  parrocchialità  abituale.  Il  canoni- 
co arciprete  n'è  il  decano.  Vi  sono  due 
cooperatori  pel  circondario  di  s.  Giulia- 
no e  due  per  quello  di  s.  Moisè:  il  sagri- 
sta  primario  e  il  secondo  sagrista,  il  con- 
fessore e  il  predicatore  ;  ed  il  chierico. 
Compongono  la  cappella  musicale  un 
maestro  primario,  due  organisti,  23  can- 
tori e  27  suonatori.  La  chiesa  di  s.  Moisè 
è  succursale,  di  cui  nel  §  Vili,  n.i5,  col 
vicario:  quelle  di  s.  Giuliano  edis.  Gallo 
sono  oralorii  sagraoieuiali,  co'  loro  retl«- 


3oo  V  E  N 

ri,  parlo  della  i."  nel  §  VIH,  n.  9.0,  ilclla 
2.'iiel§X,n.  5.  Lecl)ie.sepnrioccl»iali  sog- 
gette alia  clecaiiìa  sono  s.  Luca  Evange- 
lista, s.  Stefano  proloniarlire,  ss.  Salva- 
tore, s.  Maria  del  Giglio  detta  Zobenigo, 
descritte  nell'anzidetto  §  Vili,  a'  n.  24» 
28,  i6;  quanto  a  s.  Stefano  però  nel  § 
X,  n.  7.5.  Il  seminario  patriarcale  princi- 
piato presso  s.  Gereniia,  indi  irasfeiilo  a 
s.  Cipriano  di  Minano,  poi  nel  priorato 
de'Tentonici, ove  fu  eretta  la  chiesa  di  s. 
Maria  della  Salute,  nel  sestiere  di  Dorso- 
duro,  trasferito  di  nuovo  nell'isola  di  Mu- 
rano nel  monastero  di  s.  Cipriano,  di  cui 
il  patriarca  è  abbalecommendatario  per- 
petuo; per  itlliino,  nuovamente  ripristi- 
nalo nel  18  18  ove  si  trova  presso  s.  Maria 
della  Salute,  fiorisce  abbellito  per  cura  del 
henemeriloedotlocan.GiannanlonioMo- 
sellini,  con  istudio  filosofico  e  teologico,  e 
liiblioteca.  Dell'istituzione  e  sue  vicende, 
dell'edifizioclie  occup3,e  della  detta  cliie- 
sa,  a'  loro  luoghi  ne  ragionerò,  princi- 
palmente nel  §  X,  n.  28  e  65  degli  ordi- 
ni religiosi,  perchè  l'oratorio  de'Tentoni- 
ci della  ss.  Trinità  serve  al  seminario  di 
oratorio,  e  la  chiesa  già  de'Sontaschi  di  s. 
Maria  della  Salute  è  dal  medesimo  uIFi- 
ziata.  Ivi  pure  dirò  del  suo  stato  pre- 
sente. 

2.  Detto  dell'antico  capitolo  di  s.l'ielro 
e  dell'odierno  di  s.  Marco,  e  delle  insegne 
loro  accordate,  conviene  dare  un  cenno 
ulteriore  dell'antico  della  cappella  duca- 
le di  s.  Marco,  ossia  della  basìlica  |)riina 
che  divenisse  cattedrale,  e  del  suo  digni- 
tario il  primicerio,  la  serie  de'qiiali  trovo 
lieU'Ughelli  a  p.  1 829  del  citalo  l.  5:  Pri- 
micerii  .y.  Marcì,  cominciata,  auenenlata 
e  continuata  sino  al  17  18  dal  Coleti;  itel 
Corner  a  p.  198  e  seg.,  sino  a  della  epo- 
ca; e  nell'ab.  Cappelletti,  con  l'aggiunta 
degli  ultimi  due  e  perciò  sino  ali  8  io,  e 
maggiori  notizie.  Neir828  recato  in  Ve- 
nezia il  corpo  di  s.  Marco,  nel  luogo  do- 
ve  Narsete  avea  edificato  la  chiesa  di  s. 
Teodoro,  fu  costruita  la  chiesa  a  onore 
di  Dio  e  sollo  l'iuvucazioue  del  s.  Evau- 


V  E  N 

gelisla.  dal  doge  Giustiniano  Partecipa- 
zio,  il  quale  come  a  cappella  del  doge  e  al 
palazzo  ducale  contigua,  vi  stabilì  dc'sa- 
gri  ministri  e  de'cantori  per  lodarvi  il  Si- 
gnore; e  questa  fu  la  primitiva  origine 
dell'uniziatura  ecclesiastica  della  Marcia- 
na basilica.  Nel  seguente  829  divenuto 
doge  Giov;)nni  Partecipazio  l'ratello  del 
precedente  ,  ne  condusse  a  termine  il 
grandioso  edifizio,  ove  istituì  il  primice- 
rio, ed  i  cappellani  per  la  celebrazionede- 
gli  nflizi  divini  diurni  e  nntlnrni.  Avver- 
te l'ab.  Cappelletti,  che  i  ministri  e  canto- 
ri istituiti  dal  tioge  Giustiniano,  propria- 
mente non  lo  erano  per  la  chiesii  di  s. 
Marco,  ma  per  la  cappella  ducale,  ch'era 
allora  in  palazzo,  la  quale  già  esisteva  nel- 
18  I  9,  come  si  ha  da  un  diploma  di  tale 
anno  di  Angelo  e  Giustiniano  Partecipa- 
zio dogi,  di  donazione  all'abbate  di  s.  Ser- 
volo dell'isola  del  monaslerodi  s,llari(),ri- 
|)ortato  ì\e\\' Italia  sacra  a  p.  i  190;  ed  in 
cui  si  dice:  Qnemprn'ilcgii  tcxtuin  .scrihe- 
repraeciin/ntis  Dimilrìnm  Tribunuin  no- 
tarìuni  no.^trae  CapcUae  Priiniceriuin, 
ubi  et  inaiiìhiis  nostri.'!  subscriptu.'!  con- 
fi rinavinius.  in  quell'anno  non  essendo 
stala  cominciata  la  fabbrica  della  basili- 
ca, e  non  pervenuto  ancora  il  corpo  del 
s,  E  vangelista, il  primicerio  DemetrioTri- 
buno  o  Tron,  apparteneva  alla  cappella 
ducale  esistente  in  palazzo  ;  donde  poi  fu 
trasferito  col  suo  clero  nella  nuova  ba- 
silica, ed  ebbe  in  seguito  i  suoi  successori. 
Sino  al  i25o,  questo  primicerio  non  era 
che  il  primario  cappellano  del  doge,  ca- 
po degli  altri  che  ivi  uHìziavano  :  ma  in 
detto  anno  essendo  stalo  preso  Alberico 
fratello  del  famoso  Ezzelino  da  Romano, 
per  allegrezza  di  questa  vittoria  il  doge 
iMorosini  interessò  i  cardinali,  venuti  al- 
lora a  Venezia  per  domandar  aiuto  alla 
repubblica  ,  ad  ottenere  dal  Papa  Inno- 
cenzo IV  il  privilegio,  che  la  basilica  e  il 
clero  ducale  fossero  immuni  dalla  giuris- 
dizione del  patriarca  di  Grado  e  del  ve- 
scovo di  Castello;  e  detto  Papa  vi  accon- 
sentì ucl  I  2  5 1  colla  bolla  Consueti t,}^vQiiO 


V  E  ^ 

rUL;lie!li,  p.  I  33o,concedeiu1o  inoltre  al 
liniDtcerio  pei"  privilegio  l'uso  tiella  ini- 
lia,(iell'aiielloe  delbacoio  pastorale.  Nel 
ijoql^apa  Alessantiro  V,  benché  elelto 
contro  il  veneto  Gregorio  XlI.colleS  bol- 
le Exponit,  Iiijunclum,  Inter  sìn{;itlas, 
loco  citalo,  p.i  33i,vi  aggiunse  iprivilegi 
<!'  usare  il  roccbetto  nella  sua  chiesa  e 
Inori ,  di  concedere  l'  indulgenza  di  4^ 
"ioiiii  a'fedeli  d'ambo  i  sessi    nelle  feste 

D 

solenni,  e  di  conferire  la  i.'  tonsura,  se 
ornati  della  tlignilà  sacerdotale.  Il  suc- 
cessore Giovanni  XXI II, parimenti  elet- 
to contro  Gregorio  XII,  nel  i4i  <  colla 
bollii  Ditni  darà,  egualmente  presso  l'U- 
ghelli,p.  1 332,  ad  istanza  del  doge  con- 
cesse al  primicerio,  di  compartire  la  so- 
lenne benedizione  etiant  fine  pontificali- 
l>ns-  super  popnhitn,  duniniodo  in  benedi' 
ctìonis  hujiismodi  datione  aliquis  legn- 
tus  s.  Sedis,  seu  Episcopo-:^  vel  Snpcrior 
praesensnonexisfaf.Mavùao  V  nel  1 427 
colla  bolla  In  cnùnenùs.  loco  citato  ,  p. 
i333  ,  a  petizione  del  doge  accordò  a' 
cappellani  tli  s.  Marco  l'uso  dell'almuzia 
canonicale  di  pelle.  Clemente  Vili  nel 
I  596  col  breve  Decet  Roinanutn  Ponti- 
fictni,  de'7  novendjre,  Bull.  Ro/n.  t.  5, 
psM",  2  ,  p.  i36:  Primicerio  ColU'giatae 
Ecclesiae  s.  tifarci  Eenetiarum,  ah  Or- 
diiiarii  j'nrisdicliotie  exetnpta,  Sedis  A- 
postolicae  immediate  suhjecta  ;  conce' 
dilur  fncultas  titendi  Mytra  et  Bacillo, 
priniam  Tonsurani  eideni  Ecclesiae  in- 
scrvìentibiis  coiiferre  potes,  henedicendi 
pnramenta  et  ornamenta  ecclesiastica^ 
prò  listi  prae.dictacEcclesiac,et  aliis  Ec- 
clesiis  illis  suhjectisj  necnon  Benedictio- 
ncni  supra  poptdum  impendcndiy  quan- 
do aliquis  S.  H.  E.  Cardinalis  legatus, 
\'el  JVuncius,  aut  alius  Praclatns  supe- 
lior  ibi  praesens  non  sit.  Il  veneto  Ales- 
sandro Vili  nel  1689  col  breve  Ad  Apo- 
stolicae,  riportato  dal  Coleti  a  p.  i333 
dell'  Italia  sacra,  confermò  al  prelato 
primicerio  l'uso  dell'  insegne  pontificali, 
di  dare  la  benedizione  nelle  sue  chiese, 
di  benedire  i  paramenti  e  oruamenli  ec- 


V  E  N  3o  i 

clesiaslici  per  le  medesime,  in  qnibus  uii- 
clio  sacra  adhibenda  non  sit,  di  conferi- 
re lai.^  tonsura  clericale;  e  vi  aggiunse  i 
privilegi, di  conferire  anche  i  4oi'dini  mi- 
nori a  chierici  di  sua  chiesa,  non  che  di 
conceder  loro  le  lettere  dimissorie  per  la 
promozione  agli  ordini  maggiori,  e  di  ap- 
provare i  confessori  per  le  chiese  sogget- 
te alia  sua  giuristlizione.  L'  elezione  del 
primicerio  della  chiesa  e  cappella  duca- 
le di  s.  Marco  apparteneva  a'  cappella- 
ni; il  doge  la  confermava  e  ne  dava  l'in- 
vestitura, col  solito  anello ,  con  formola 
in  cui  si  chiamava:  IVos  patroniis  et  fe- 
rus  gubernator  Ecclesiae  et  Capellae 
ìiostrae  s.  Marci  investimus  vos  de  Fri- 
miceriatu  etc.  Il  celebre  e  dotto  veneto 
Apostolo  Zeno,  in  unione  del  prete  Giara- 
battista  Leonarduzzi,  raccolse  e  ordinò  la 
serie  e  successione,  non  solo  de' vescovi  e 
patriarchi  veneti,  ma  ancora  de'  primi- 
ceri di  s.  Marco,  ed  anche  de'pievani  d'o- 
gni parrocchia  di  Venezia.  Aveva  il  pri- 
micerio.la  sua  cancelleria,  il  suo  vicario 
e  quant'allro  può  avere  ogni  prelato  di 
giurisdizione  Nullius  dioecesisj  e  l'eser- 
citava su  alcune  chiese  in  Venezia,  le  qua- 
li dipendevano  da  lui.  Nella  basilica  di  s. 
Marco  avea  il  pri(nicerio  soggetto  tutto 
il  clero  che  1'  uUìziava  ,  il  quale  si  com- 
poneva di  1 2  cappellani  ducali,  che  a  po- 
co a  poco  presero  il  titolo  di  canonici,  6 
sotto-canonici,  4^  sacerdoti  destinati  a  di- 
versi uffizi,e  vari  chierici. Nel  secolo  XVII, 
a  tempo  deirUghelIi,  i  canonici  erano  24i 
molti  i  mansionari,  oltre  i  chierici  del  se- 
minario Gregoriano,  il  quale  allora  con- 
teneva 24  alunni.  Il  fapa  Sisto  IV,  ad 
istanza  del  doge  Trou,  con  diploma  de- 
gli 8  ottobre  1^7^,  unì  alla  basilica  du- 
cale le  rendite  del  monastero  de'ss.  Fe- 
lice e  Fortunato  dell'isola  d'Ammiaaa, 
insieme  alla  giurisdizione  della  chiesa  e 
contiguo  monastero  de'ss.  Filippo  e  Gia- 
como di  Venezia;  e  quest'  ultimo  mona- 
stero con  pubblico  decreto  fu  assegnato 
per  abitazione  al  primicerio  di  s.  Marco, 
come  narra  il  Curuer;  muuasleroechie- 


3o2  V  E  N 

sa  che tlescii vero  verso  il  fine  di  questo  §. 
Avendo  poi  i  piociualoii  della  chiesa  di 
s.  Marco  delein)irialo  d'  istituire  un  col- 
legio per  educazione  de'chieiici  dedicali 
al  servizio  della  ducale  basilica,  persua- 
sero il  senato  d'impetrare  dal  Papa  Gre- 
gorio XIII  in  aiuto  d'un'opera  tanto  lo- 
devole, alcuni  henefizii  ecclesiastici,  che 
fossero  per  vacare  nel  dou)inio  Veneto. 
Gregorio  XI II  accogliendo  le  premure  del 
senato,  con  indulto  apostolico  de'aS  apri- 
le iSyq  concesse  che  la  chiesa  de'  ss.  Fi- 
lip[)0  e  Giacomo  fosse  separata  perpe- 
tuamente dalla  basilica  di  s.  Marco,  ad 
CiFetto  che  nel  contiguo  monastero  fosse 
fondalo  un  seminario,  il  cui  principio  e 
col  suo  nome  di  Gregoriano  lo  ripeteva 
dal  1577,  a  cui  assegnò  in  tanti  btnefizii 
semplici  1000  ducati  d'oro  di  rendita, 
Quivi  dunque  furono  introdotti  i  chieri- 
ci neli5iSi.  Ma  conosciutasi  dal  senato 
essere  cosa  irregolare,  che  il  primicerio, 
dignità  ragguardevole  e  primaria  nella 
cappella  ducale,  avesse  perciò  perduta  la 
sua  abitazione,  e  andasse  vagando  in  ca- 
se lonlane  e  incomode  ,  senza  ferma  re- 
sidenza, ordinò  con  decreto  de' 12  luglio 
109  I,  che  per  comodo  del  seminario  du- 
cale fosse  assegnata  la  casa  contigua  al- 
l'ospedale di  Gesù  Cristo  a  Castello,  e  la 
casa  de' ss.  Filippo  e  Giacomo  fosse  re- 
stituita per  abitazione  de'primiceri.  Nel- 
lo stesso  1  Spi  fu  adidata  la  dilezione  del 
seminario  a'chierici  regolari  somaschi,  in 
uno  alla  custodia  e  ufiìzialura  della  chie- 
sa dell'  ospedale,  colla  condizione  di  do- 
ver somministrare  i  sagramenliiigl'uder- 
mi  dello  stesso  spedale.  I  somaschi  eser- 
citarono con  lode  la  direzione  del  semi* 
Dario  ducale,  e  con  ispiriluale  e  tempo- 
rale vantaggio  de' chierici ,  egualmente 
ben  istruiti  e  nelle  scienze  e  nella  pietà. 
E  siccome  parlerò  di  loro  nel  §  X,  n.  65, 
degli  ordini  religiosi,  ivi  dirò  pure  del  lo- 
cale del  seminario.  Ili.°  primicerio  che 
«i  conosca  è  il  sunnominato  Denteino 
Tribuno  o  Troll  dell'S  1 9,  anzi  pare  il  i  ° 
ad  esservi  stalo  stabilito,  prima  dell'ere- 


YEN 

zione  della  basilica  Marciana,  qual  capo 
de'cappellani  che  uthziavano  nel  |)alazzo 
la  cappella  ducale.  Egli  perciò  non  fu  il 
1.°  primicerio  della  basilica  non  ancora 
edificata,  e  forse  viveva  quanilo  se  ne 
piantarono  le  fondamenta.  Il  2.°  fu  Stau' 
razio,  monaco  e  custode  della  chiesa  di 
Alessandria.  laiperocchè  approdati  in  tal 
città  Kustico  di  Torcello  e  buono  di  Ma- 
lamocco  tribuni  ,  colle  loro  mercanzie, 
trovarono  i  greci  Staurazio  monaco  e 
Teodoro  prete  ,  custodi  di  quelli  chiesa 
di  s.  Marco  e  delle  reliquie  ili  lui  ,  assai 
dolenti  perchè  il  soldano  de'  saraceni  di 
Egitto  voleva  atterrarne  la  chiesa  ,e  al- 
trove portarne  i  marmi  preziosi, onde  con 
essi  e  con  quelli  dell' altre  chiese  de'cri- 
stiani  fabbricarsi  un  palazzo  presso  di  Da- 
bilonia.  I  tribuni, avuta  di  loro  pietà,  per- 
suaselo i  custodi  a  salvarsi  nell'isole  ve- 
neziane ,  portando  con  essi  le  sagre  spo- 
glie, e  a  questo  oggetto  offrirono  i  loro 
navigli,  promettendo  onori  e  generose  ri- 
compense. Inorridirono  i  due  custodi  a 
tali  proposizioni,  anche  per  timore  d'es- 
ser uccisi  du'crisliani.  Nondimeno  per  le 
persuadenti  ragioni  de'lribuni,  l'olferta  fu 
accettalo,  deludendo  la  vigilanza  de' cri- 
stiani,cou  sostituirvi  il  corpo  di  s.Claudiij 
quindi  collocato  il  s.  Corpo  dell'Evange- 
lista in  una  cesta  coperta  d'erba  e  di  car- 
ne porcina, abbominata  da'sarnceni, que- 
sti non  si  curarono  di  conoscerne  il  con- 
tenuto. E  fatta  vela,  dopo  fiera  burra- 
sca, entiarouo  i  vascelli  nel  porto  d'Oli- 
volo  neirSaSj  e  le  preziose  reliquie,  fra 
il  comune  e  religioso  entusiasmo  de'  ve- 
neziani, depositarono  nella  cappella  du- 
cale eretta  a  lato  del  nuovo  palazzo  ,  e 
quindi  per  decorosamente  custodirle  e 
venerarle,  si  gettarono  le  foiulamenta 
dello  stupendo  e  meraviglioso  tempio.  I 
i\ue  sacerdoti  furono  indi  premiati  con 
ricchi  doni,  e  Staurazio  nello  stesso  aiuK 
fu  nominato  fra  i  primi  ministri  dell? 
chiesa  ducale,  al  dire  del  conte  Manin, 
primicerio,  come  quello  che  in  Alessan-iJ 
dria  era  stalo  il  custotle  del  s.  Corpo,  ejj 


VEN 

Bvea  Bcconsenlilo  pel  suo  trasporto  a  Ve- 
nezia. Il  Corner  Io  chinina  i."  custode  ile' 
uutiis(ri  della  cappella  ducale.  3.  Gio- 
vanni  f,  prete  nel  982  sottoscrisse  la  car- 
ta di  donazione  a'benedetlini  dell'isola  e 
chiesa  di  s.  G  ioryio,  del  tribuno  Memmo, 
nella  qiiaie  si  cpialificò:  Piirniceriiiseccle- 
sìtte  B.  alarci  Evangelistae.  4.  Nel  i  o38 
Capuano,  ^ve\e  i  primicerio,  qual  notaio 
compì  una  carta  di  commutazione  tra 
Giovanni  Marzano  pievano  di  s.  Moisè,e 
Maria  vedova  di  Giovanni  Monetario.  5. 
Giovanni II,  diacono  e  primicerio,  sotto- 
scrisse nel  I  107  al  documento  di  dona- 
zione della  chiesa  di  s.  Archidano  di  Co- 
stantinopoli, fatta  dal  doge  Falier  a  Gio- 
vanni Gradeuìgo  patriarca  di  Grado.  6. 
lìonoaldo,  neh  \5i  sottoscrisse  una  sen- 
tenza a  favore  del  pievano  di  s.  Maria  di 
Murano  diocesi  di  Torcello,  ed  interven- 
ne al  concilio  provinciale  convocato  dal 
patriarca  di  Grado  Dandolo,  y.  Benc- 
tk'lto  Falier  veneto,  nel  1  i8o  eletto  pri- 
micerio ,  diventò  patriarca  gradese  nel 
1 20  1 .  8.  Siniione  I  Andrado,  di  cui  tro- 
vasi memoria  nel  i2o5  nel  catalogo  de' 
benefattori  del  monastero  de'benedetlini 
di  l'adoIiroueoPolirone  nel  Mantovano. 
9.  Lorenzo  y/e/^o/o,  è  ricordato  in  un  do- 
cumento dell'  archivio  di  s.  Salvatore  di 
Venezia  del  1207.10.  Andrea  Canal  ve- 
neto, eletto  nel  120H.  i  i.  Giovanni  III 
Andrado^AA  1  20Q.  i  i.LeonardoQuirini 
veneto,  del  1 229  e  patriarca  di  Grado  nel 
1238.  i3.  Jacopo  Bellt'ngo  veneto,  cap- 
pellano o  canonico  di  s.  Marco,  indi  pie- 
vano di  s.  Dartolocneo,  e  primicerio  nel 
I25i  ,anno  in  cui  pel  1  °  ottenne  le  men- 
zionate insegne  vescovili  e  I'  uso  de'pon- 
tificali.  14.  Pietro  1  Correr  nobile  vene- 
to, primicerio  neli274>  si  trovò  presen- 
te nel  1281  all'alio  del  vescovo  di  Ca- 
stello Bartolomeo  Qtiirini ,  col  quale  sta- 
bilì priore  dell'ospedale  di  s.  Lazzaro  il 
prete  Antonio.  1 5. Simone  II  Moro,  dopo 
aver  governato  successivamente  le  chiese 
parrocchali  de'ss.  Gervasio  e  Protasio,  di 
s.  Barnaba  e  di  s.  Pautaleone  ,  fu  crealo 


VEN  3o3 

primicerio  nel  1287,  stabiPi  le  regole  per 
celebrare  i  divini  ullìzi  nella  basilica;  nel 

1  2c)o  con  Bernardo  vescovo  di  Padova  e 
l'abbate  di  Pomposa  pronunziò  sentenza 
in  favore  diFilippo  vescovo  diTrento  con- 
tro il  conte  del  Tirolo,  e  nelisgi  diven- 
ne vescovo  di  Castello.  16.  Bartolomeo  I 
Quirini  ,  gli  successe  prima  nel  primice- 
riato  e  poi  nel  vescovato,  i  7.  Marco  Pa- 
radisi,  eletto  nel  1293.  18.  Matteo  P^e- 
nier  veneto,  nel  1298  per  delegazione  di 
Bonifacio  Vili ,  destinò  a  diversi  mona- 
steri gli  espulsi  frati  col  loro  priore  del 
monastero  delle  Vergini,  nel  i  3o  1  sciolse 
le  monache  di  s.  Lorenzo  dalla  scomuni- 
ca del  vescovo  di  Castello,  e  fece  ordina- 
re il  ceremoniale  per  la  chiesa  di  s.  Marco. 
19.  Costantino  Loredan,  nel  i  328  enello 
stesso  tempo  canonico  di  Castello  e  pieva- 
no della  chiesa  parrocchiale  di  s.  Leone,in- 
di  nel  I  3  3  1  si  compose  col  pievano  e  col 
capitolo  di  s  Geminiano  circa  la  divisione 
delle  decime,colla  mediazione  del  vescovo 
di  Castello  Angelo  Dolfin  :  fitto  vescovo 
di  Città  Nova,  nel  i  343,  non  potè  aver  la 
pontifìcia  conferma.  20.  Giovanni  If^ 
Boniolo  o  Bagnolo  dottore  in  legge, è  me* 
inoralo  in  una  lettera  ducale  del  1 347  '"^* 
lati  va  all'udìziatura  della  basilica  di  s. 
Marco  e  al  mantenimento  del  suo  clero. 

2  i. Giovanni  F  Loredan  veneto,  non  es- 
sendo ancor  prete  fu  eletto  primicerio  da' 
canonici  di  s.  Marco  nel  i354,  a'quali  se- 
condo la  consuetudine  ne  spettava  l'elezio- 
ne, e  confermalo  dal  doge  Andrea  Dando- 
lo; fu  ad  un  tempo  slesso  canonico  di  Ca- 
stel lo,al  cui  vescovato  promosso  nel  1 390, 
pochi  giorni  dopo  passò  all'  altro  di  Ca- 
podistri.i.  22.  Francesco  I  Bembo,  ca- 
nonico di  Modone  e  delia  basilica  ducale, 
fu  eletto  du'cauonici  primicerio  a'a  i  giù- 
gno  1390,  sotto  il  cui  governo  fu  ridot- 
to il  numero  de'  cappellani  ducali  o  ca- 
nonici, a  26;  e  nel  1 40  i  divenne  vesco- 
vo di  Castello.  23.  Giovanni  FI  Lore- 
dan veneto,  gli  successe  per  elezione  de' 
canonici, ed  era  canonico  di  Castello.  De- 
sideroso di  salvar  la  vita  ad  uà  reo  di 


3o4  V  E  N 

iiioiie,  essendo  anche  nolaro,  stipulò  con 
mal  regolala  iiiiseiicordia,  nel  1407,  una 
carta  di  giuramento  falso;  onde  per  sen- 
tenza del  consiglio  de' dieci,  quale  sper- 
giuro, fu  spogliato  dal  doge  Steno  delia 
dignità  piiiuiceriale,  e  condannato  a' 7 
settembre  a  perpetuo  esilio.  24.  Barto- 
lomeo II  de  Ricoi'rati  veneto,  pievano 
de'ss.  Simone  e  Giuda,  priore  dell'ospe- 
dale di  s.  Marco  e  canonico  della  basi- 
lica Marciana,  a*  10  ili  detto  aiese  da'ca- 
unnici  fu  eletto  primicerio:  a  lui  e  succes- 
sori Alessandro  V  e  Giovanni  XXIII 
concessero  i  riferiti  privilegi.  Fu  egli  che 
neir  atrio  della  basilica  di  s.  Marco,  ver- 
so r  attuai  porta  che  mette  all'  altare 
della  Madonna,  costrusse  per  sé  e  per 
i  suoi  successori  il  sepolcro,  che  tutta- 
via esiste.  2  5.  Nicolo  I  dal  Corso,  già 
successivamente  pievano  di  s.  Eufemia 
e  di  s.  Barnaba,  notaio  e  cancelliere  du- 
cale, fu  eletto  primicerio  nel  i4t7,e  in- 
di ottenne  nel  i^'ì.Z  dal  doge  Foscari 
qualche  aumento  in  sussìdio  alle  scarse 
rendile  di  sua  dignità.  Morì  neli446-2^' 
Polidoro  Foscari,  eletto  nel  1 425»,  sotto 
di  lui  Martino  V  decorò  i  26  capellaid 
capellaes,  71ia/c/ dell'almuzie  0  zanfar- 
de^coroe  i  veneziani  chiamano  le  pelli  di 
vai.  Indi  nel  1437  fu  promosso  al  vescova- 
to di  Bergamo. 27. iJi/c/iet'e  Marioni  pro- 
babilmente gli  successe,  essendo  nomina- 
to Ti  I  settembre  14^2  da  un  islromen- 
to  dell'archivio  del  clero  delle  9  congre- 
gazioni di  Venezia.  iS. Pietro  II  Foscari 
veneto,  già  abbate  de'ss.Cosma  e  Damia- 
no della  diocesi  di  Zara,  e  visitatore  apo- 
stolico della  stessa  chiesa  col  vescovo  di 
Traù  JacopoTurlono,  era  primicerio  do- 
po il  settembre  1452.  A  suo  tempo  e  nel 
1 47  •  pfei'  decreto  del  maggior  consiglio  fu 
stabilito  che  i  primiceri  della  basilica  du- 
cale dovessero  sempre  esser  nobili.  Notai 
nella  sua  biografìa,  che  il  concittadino 
Paolo  11  l'avea  crealo  cardinale,  riser- 
vandoloin  petto,iudi  pubblicato  con  nuo- 
va creazione  dal  successore  Sisto  IV  nel 
147^»  come. vuole  Cardella,  0  meglio  al 


VEiX 

dire  di  Novaes  nel  1477,  ne!  preci'denle 
essendo  divenuto  arcivescovo  di  Spala- 
tro;  fu  poi  abbate  di  Lena  e  vescovo  di 
Padova.  29.  Nicolo  li  Fendramiii  ve- 
neto, nipote  del  doge  Andrea,  eletto  nel 
«477  e  morto  dopo  un  anno.  3o.  Pietro 
HI  Dandolo  veneto,  dottissimo,  proto- 
notarlo  apostolico  ed  abbate  del  mona- 
stero di  Uosazzo  nel  Friuli:  accettò  il  pri- 
niicerialoducale  nel  1478,  e  neh  5oi  pas- 
sò a  vescovo  di  Vicenza.  3i.  Girolamo 
I Barbari go  veneto,  canonico  di  Padova 
e  protonotario  apostolico,  gli  successe  nel 
detto  i5oi,  poscia  Paolo  III  l'annoverò 
tra'suoi  camerieri.  Sotto  il  di  lui  governo 
avendo  la  B.  Vergine  concesso  ahiuante 
grazie  miracolose  a  mezzo  d'una  sua  ss. 
Immagine,  ch'era  nel  portico  o  atrio  del- 
la chie*a  ducale,  tale  simulacro  fu  d'or- 
dine pubblico  trasportato  nell'antica  cap- ^ 
pelia  di  s.  Teodoro,  ove  poi  si  radunò 
l'onì'zio  della  s.  Inquisizione.  Morto  nel 
i54t>,  nello  stesso  gli  fu  sostituito  il  se- 
guente. 32.  Francesco  II  Qtiirini  vene- 
to, e  terminò  di  vivere  nel  1 563. 33.  Alvi-' 
se  Io  Lodovico  Diedo  veneto,  eletto  iu  ta- 
le anno;  fini  sua  vita  nel  1 6o3,  e  fu  sepol- 
to nella  chiesa  del  monastero  di  s.  Ma- 
ria delle  Grazie  dell'  isola  omonima.  A 
lui  ed  ai  suoi  successori,  il  Pontefice  Cle- 
tnente  Vili,  confermò,  con  bolla  de'  7 
novembre  1596,  lutti  i  privilegi  concessi 
dai  precedenti  Pontefici  a'di  lui  antecesso- 
ri. 34.  Gioì' tt/^/zi  f'II  Tiepolo  veneto,  gli 
successe  a'27  dicembre,  nel  giorno  stesso 
di  sua  morie,  al  cui  tempo  si  scuopri- 
rotio  le  ss.  Pieliquie,  di  cui  e  del  Trat- 
tato che  pubblicò  parlai  più  sopra.  Nel 
1 6 1 9  fu  elevalo  al  patrio  patriarcato.  35. 
Marc'  Antonio  Corner  veneto,  in  dello 
anno  gli  fu  surrogato,  indi  neh  632  ve- 
scovo di  Padova,  in  luogo  del  cardinal 
Federico,suo  fratello,eIetlo  patriarca.  36. 
Benedetto  Erizzo  veneto,  nipote  del  do- 
ge Francesco,  e  abbate  di  s.  Crisogono  àm 
Zara,  neh  633  divenne  primicerio,  mo| 
rendo  a'i5  novembre  i655.  37.  Girai 
latiio  II  Doljin,  nel  detto  giorno  otleui 


V  E  N  YEN                   3o5 

ne  il  priiriicerialo,  a  cui  poi  rinunziò  a'  .vr^ri  veneto,  giìi  canonico  di  Padova,  gli 
23  agostoi663.  Ritiralosi  a  Padova,  nel  successe  in  dello  anno  e   prese  possesso 
1691  ebbe  toini>a  nella  chiesa  di  s.  Mi-  della  prelatuia  a'21  aprile  del  seguenle, 
elicle  suo  padronato,  con  iscrizione  rife-  efu  l'nllinio primicerio. Uarjpoichènon ne 
lita  dall'ab.  Cappel!elli.38.  Danieli'.  Gin-  furono  eletti  altri  quando  morì  a'  1  8  gen- 
.v/////V/«/  veneto  ,  due  giorni  dopo  la   ri-  naioiS  io,  tumulalo  nella  louvba  genlili- 
nuiizia  del  predecessore  ne  occupò  la  di-  zia  di  s.  Sitìieone  apostolo,  a  motivo  della 
gnità,  che  lasciò  nel  seguenle  1664  pel  surriferita  traslazione  dalla  cattedrale  di 
vescovato  di  Bergamo.  3q.  Giamballista  s.  Pietro  alla  basilica  di  s.  .Marco  della  se- 
4SV?//f(r/o  veneto,  gli  successe  tosto  ma  con  de  patriarcale,  e  del   capitolo    franimi* 
dispensa, non  e^scndo  pervenuloall'elà  di  schialo  con  quello  de'cappellani  o  cano- 
25  anni    voluta  ne' primiceri  dal  decre-  nici  ducali;  quando  cioè  lutto  opeiò  ar- 
to del  maggior  consiglio  ile*  2  1  maggio  bitrariamente  il  patiiarca  Gamboni,  nel 
1478.  Indi  promosso  a  vescovo  di  Tre-  cambiare  la  condizione  di  Niillius  dioe- 
viso  neh  684-  ^o.  Giovanni  FUI  Ba-  cesis  alla  basilica   Marciana,  e  se  1' ap- 
f/oc/- 0  Z?<7f/H<7r/o  veneto,  ne  fu  successo-  proprio  a  basilica   patriarcale.   La  (|ua- 
re;  nel  i688occu[)ò  santamente  la  sede  le  irregolarità  sanò   più  tardi   Pio  VII, 
jialriarcale,  e  poi   meritò  il  cardinalato  come  tlissi   più  sopra.  —  Avendo   piìi 
colla  chiesa  di  Crescia.  4i' ^'<^'/''o/^'^i^"<^-  volte   nominalo  e  detto  alcune    parolo 
g/<Y/o  veneto,  b'glio  del  procuratore  Gio-  della  chiesa  de'  ss.  Filippo  e  Giacomo, 
vaimi,  fu  assunto  al  primiceriato  r  I  I  a-  denominata   pure  s.  Apollonia,    e    del 
gesto  i68q,  a  cui  ed  a' successori  Ales-  contiguo   monastero    residenza   de'  pri- 
suudio  Vili  ampliò  le  narrate  prerogati-  miceri   di  s.  Marco  e  del  .seminario  Gre- 
ve. Morì  nel  1696.  42.  ^A'/.^e //o  AoJo-  goriiuio,  è  indispensabile    riferiine    ini 
t'/<o/\(<s-///t  veneto,  fratello  del  dogeCar-  cenno  col  Corner.  La  chiesa  non  esisteva 
lo,  eletto  nel  1696,  due  anni  dopo  fu  de-  nel  i  io5,  poiché  non  se  ne  fa  menzione 
stillato  vescovo  di  Bergamo,  che  governò  dal  Dandolo,  narrandoli  vastissimo  in- 
santamente,  illustre  per  virtù  e  miracoli  ceiidio  che  divampò  gran  parte  di    Ve- 
co'  quali  Dio  fece  splenderne  la   memo-  nezia,  e  le  propinque  chiese  nel  sestiere 
ria.  43.    Gianfranccsco  Barbarigo  ve-  di  Castello,  Tuttavolta  vuole  Martinelli 
neto,   ni[)Ote  del  b.  Gregorio  cardinale,  che  fosse  eretta  nel  qoo;  ed  il  Corner  con- 
da  and)rtsciatorea  Luigi  XlV  redi  Fran-  gellurò  che  fosse  edificata  poco  dopo   il 
eia,  fu  eletto  primicerio  nel  1698,  e  nello  disastro  o  da*  monaci  del  monastero  de* 
stesso  passò  a  vescovo  di  Verona,  poi  di  »s.  Felice  e  Fortunato  dell'  isola  d'  Am- 
lìrescia  e  cardinale.  44-  PidfO    f^  Bar-  miana,  o  da  pie  persone  che  poi  ad  essi 
harigo   veneto,   a'  20   novembre    dello  la  donarono.Lsisteva  certamente  nel  1191) 
stesso  anno  gli  successe,  e  nel  I  706  diven-  giacché  è  nominala  da  Innocenzolll  nel 
tò  patriarca  di  Venezia.  ^^.PincenzoMi-  diploma  con  cui  prese  sotto  la  protezione 
chicli  veneto,  a'  23  dicembre  dell'  anno  di  s.  Pietro  il  dello  monastero   co' beni 
medesimo  gli  fu  sostituito,  e  dopo  7  an-  dal  uìedesìmo  [)osseduti,fra'(p.iali  ledile^ 
ni  rinunziò  la  dignità,  ritirandosi  a    vi-  se  ile'ss.  Filippo  e  Giacomo,  edi  s.  Sco» 
la  quieta.  46.  Giovanni  IX  Corner  ve-  laslica  nella  diocesi  di  Castello.  La  chie- 
iieto,  eletto  nel  17  1  3  governò  con  pietà  la  sa  dis.  Scolastica  era  stala  consumala  dal 
chiesa  ducale,  e  morì  nel  17  18.  47-  Pi<i-  memorato  incendio,  e, rifabbricala,  si  era 
Ira  IF  Dicclo  veneto,  in  lale  anno  conse-  data  a'monaci.  Intanto  progredendo  neU 
giù  il  primiceriato;  morendo  nell'agosto  la  rovina  l'isola  d'Ammiana  e  per  l' in- 
1787  ,  fu  sepolto  nella  suddella   chiesa  tem[)erie  dell'aria,  ivi  nel  1273  i  monaci 
dis.  Maria  delle  Grafie.  48.  Paolo  Fó-  eruusi  ridotti  a  4  olire  l'abbate, laonde  cii» 


3o6  V  E  .X  V  E  N 
ca  il  fine  del  secolo  XI V  o  nel  principio  radunava  in  alcune  stanze  del  primice- 
dcl  XV  si  trasferirono  nel  monastero  dei  riato  la  veneta  accademia  lelleraiia,  iUi- 
ss.  Filippo  e  Giacomo,  ove  peròneii4i9  luila  neliSoa  dal  d/  Giovanni  Rossi  in 
vivea  il  solo  abbate,  percliè  alcuni  uio-  unione  d'altri  letterati,  e  proseguì  fino 
iiiici  erano  restali  nell'ijiola,  ed  ivi  stettero  all'apertura  dell'Ateneo,  di  cui  nel  §  Vili, 
finché  divenne  vuota  d'abilanli.  Essendo  u.  "  23,  al  qiifde  verme  incorporala.  L'uf- 
]e  due  chiese  uìale  udiziate,  ad  istanza  fizio  del  Uegislro  lasciò  vacui  questi  luo- 
del  doge  Tron,  Sisto  IV  nel  1472  "n\  L  ghi  nel  1826,  poiché  pel  decreto  23  mar- 
due  monasteri,  colle  chiese  e  rendite,  alla  zo  1  828  dovendosi  sgombrare  dagli  ullizi 
ducale  basilica  di  s.  Marco,  assegnando-  pubblici  il  palazzo  ducale,  per  lasciarlo 
i\  questo  di  Venezia  per  abitazione  al  solo  ad  onore  delTarti  e  delle  lettere,  fu 
primicerio  di  s.  Marco.  Dipoi  nello  sles-  assegnato  all'  i.  r.  tribunale  criminale  il 
so  monastero  de'ss.  Filippo  e  Giacomo  primiceriato,  e  varie  case  annesse  acqui- 
ne! i^yc)  vi  fu  stabilito  il  seminario  Gre-  stateda  privati.  R.idotto pertanto  il  luogo 
goriano  per  l'educazione  de'chierici  ad-  ad  uso  di  udizi,  con  molto  decoro,  e  fat- 
detti  al  servigio  della  basilica  Marciana,  to  un  nuovo  ponte  colle  vicine  prigioni 
dalla  quale  GregorioXlll  separò  la  chic-  (che  potrebbe  .chiamarsi  il  vero  ponte  de 
sa  de'ss.  Filippo  e  Giacomo.  I  chierici  vi  so.<fpiri),  il  detto  tribunale  vi  si  traspor- 
entrarono  nel 1 58 1,  e  solo  l'abitarono  si-  lo  nel  novembre  e  dicembre  1828.  Nel- 
no  al  1 59  I,  in  cui  per  restituirsi  l'abita-  l'ingresso  alla  chiesa  di  s.  Maria  del- 
zione  a'  primiceri,  d  seminario  fu  trasla-  la  Salute  sono  3  statue  esprimenti  la  lì. 
lo  a  s.  Nicolò  di  Castello.  La  chiesa  era  Vergine  col  divin  Figlio,  adorato  da  un 
anxninistrata  da  un  rettore  nominato  dal  re  e  da  un  paslore,.già  esistenti  sulla  fron- 
doge,  e  le  serviva  per  oratorio  e  sagre-  le  della  chiesa  de'ss.  Filippo  e  Giacomo, 
stia  quella  di  s.  Scolastica,  la  quale  erale  Circa  alla  chiesetta  di  s.  Scolastica  ,  che 
stata  incorporata  prima  del  1268.  Si  ve-  sorgeva  poco  distante  dietro  le  prigioni. 
Iterava  in  ss.  Filippo  e  Giacomo  il  ca-  prima  che  il  primiceriato  f()sse  assegnato 
pò  di  s.  Giacomo  Minore  apostolo, secon-  al  tribunale  criminale,  ma  chiusa,  fu  poi 
do  la  tradizione,  e  alcune  reliquie  di  s.  demolita  e  vi  si  fcn-marono  alcune  stan- 
Filippo  apostolo  ,  altro  suo  litolare;  co-  ze  terrene  pel  detto  tribunale  sul  cortile 
ine  pure  un  dente  di  s.  Apollonia  vergi-  che  guarda  le  prigioni, 
ne  e  martire,  la  quale  vi  avea  partico-  3.  L'anteriore  udìziatura  della  ba- 
iare altare  e  cullo  dal  sodalizio  omoni-  silica  di  s.  Marco,  delta  rito  Palriarchi- 
mo,  onde  la  chiesa  si  denominava  cumu-  no,  dice  il  Corner,  da  alcuni  falsamen- 
Jalivamente  anche  s.  Apollonia.  Ebbe  di-  le  venne  qualificata  essere  Alessandrina, 
\ersi  ristauri  e  abbellimenti,  e  mirabile  mentre  non  era  che  il  semplice  rito  Cre- 
erà il  chiostro.  M'  istruisce  il  cav.  Cico-  goriano  Romano,  alla  di  cui  sostanza 
glia  neirilhislrazionedeir//j.yc/-iz/of2/ del-  niente  ostavano  alcune  particolari  cere- 
la  medesima,  che  pel  decreto  de' 18  giù-  monie  ed  usi,  che  nella  medesima  si 
gno  1807  cessò  d'essere  uffiziata  ,  indi  osservavano  o  per  privilegio,  o  per  an- 
chiusa  e  nella  I.*  quarta  parte  del  nostro  lica  consuetudine.il  dottissimo,  bene- 
secolo  in  parte  fu  ridotta  a  olTicina  di  merito  e  profondo  liturgico  d.  Giovanni 
lavoratori  di  lino.  Quanto  al  monasle-  Diclich  sacerdote  veneto,  autore  di  tutte 
ro,  ossia  al  primiceriato,  dopo  aver  ces-  quell'  opere  che  si  leggono  nella  sua  Ri- 
salo d'appartenere  ai  primiceri  per  mor-  Lliografla  Lilurgica  sacra,  fino  dagli 
te  dell'ulliino,  fu  assegnato  ali  ullìzio  del  inizi  di  questa  mia  operami  onorò  con  più 
Kegistro  e  Tasse.  Prima  però  che  fosse  amorevoli  lettere,  autorevolmente  confor- 
del  Registro,  cioè  nel  1809  e  seguenti,  si  laudomi  cou  benigne  parole  d' incorag- 


I 


V  E?f 

gìuineiilo,  precipiuiinenle  nell;t  parie  li- 
turgica tanto  a  (Il  [ila  e  ìinpurtaiile,  e  ilo-, 
iiuuiloini  il  Decrttorum  s.  Riluitin  Cori- 
grci^alionix  Hierolcxicoii,  ilei  celebre  ve- 
neto il.  Spiridioiie  Talli,  dolio  e  virtuoso 
filippino,  da  Ini  continuato  e  aumentato, 
disposto  per  ordine  alfabetico  e  arricchi- 
to di  noie,  colla  vila  dello  slesso  Talìi. 
Ma  l'ab.  Diclich  nel  i  85o  chiuse  gli  oc- 
chi alla  terra  per  aprirli  al  cielo,  con  gra- 
%'e  tlanno  dflla  scienza  liturgica;  perdila 
che  piansi  co'cultori  della  medesima.  Fra 
le  opere  che  trovo  registrate  nella  sua  Bi- 
bliografìa vi  sono  t|uesle  tre.  Rito  f^e- 
lido  antico,  dello  Patriarchina,  illustra- 
to, Venezia  1 823,  co'lipi  di  Vincenzo  Riz- 
zi. Indizione  esaurita  ,  e  se  ne  dovca  fare 
una  2.'  con  Aggiurde  e  annotazioni,  i\e[- 
lo  stesso  scrittore.  Guida  sacra,  che  in- 
dica l'indulgenze  parziali  e  plenarie 
perpetue,  delle  (juali  sono  arricchì  le  le 
chiese  di  s,  Pietro  apostolo^  dis.  Fran^ 
Cesco  da  Paola,  e  di  s.  Giuseppe  di  Ca- 
stello, con  apposito  trattato  intorno  alle, 
dette  indulgenze,  e  con  annotazioni edo- 
cunienti,  Venezia  1822.  Indulgenze  ple- 
nariee  parziali  perpetue,  delle  quali  so- 
no doviziosamente  fornite  le  Cinese  del- 
la città  e  diocesi  di  T^enezia,  con  tratta^ 
to  intorno  ad  esse  indulgenze ,  e  con  an- 
notazioni e  docutnenti,  Venezia  1827.  In- 
oltre il  eh.  ab.  Diclich,  nel  prezioso  e  da 
tulli  acclamalo  Dizionario  sacro  litur^ 
gico,  di  cui  liberamente  in  moltissimi  ar- 
ticoli grandemente  e  utilmente  mi   gio- 
vai, nel  t.  4?  ilella  3.    edizione,  Venezia 
l836,  lipogralìa  G.  D.  Dragolin,a  p.i4^ 
traila  del  liilo  Veneto    antico.  iNe  darò 
un  eslrallo.   Prima  però  debbo  fare  al- 
cune avvertenze.  Siccome  Udine  fu  l'ul- 
timo  luogo    residenziale  de'  patriarchi 
ce  Àquilcia,    di   tutto  quanto  riguarda 
l'illustre  chiesa  e  patriarcato  Aquileiese, 
invecedi  quest'ultimo,  meglio  e  dettaglia- 
tamente nel  I  ."de'ricordati  articoli  ho  pre- 
ferito ragionarne  di  proposito,  e  nuova- 
menle  con  qiianlo  di  pììi  im[)ortante  ri- 
guarda  lu  sede  patriarcale  di  Grado,  dal- 


V  E  N  307 

la  quale,  derivala  dall' Aquileiese,   prò» 
venne  l'odierna  di  Venezia;  perciò  av- 
vertenza  intrinseca  è  quella  di  doversi 
tener  presenti  gli  articoli  Aquileia  eGnA' 
DO,  ma  principalmenle   Udine.  In  que- 
.«lo  pertanto  dissi,  che  Agostino  vescovo 
d'Aquileia  del  ^O'j,  poco  dopo  fu  il  i.°  a 
cercare  un  sicuro  asilo  nell'isola  di  Gra- 
do, da  tempo  antico  quasi  sobborgo  e  por- 
to marittimo  d'Aquileia,  presso  le  lagu- 
ne di  Marano  già  sede  vescovile,  neW A* 
quae  Gradatae,  e  fu  tenuto  il  i ."  fonda- 
tore della  cillà  di  Grado.  Bensì  dipoi   il 
vescovo  Marcelliano  stabib  la   residenza 
patriarcale  d'Aquileia  in  Grado,  che  in 
seguito  divenne  altra  cattedra  patriarca- 
le distaccala  da  quella  d'Afpiileia.  Di  più 
in   Udixe   parlai   del   rito  Palriarcìiìno 
particolare  d'Aquileia  per  le  sagre   uHl- 
ziature,  dalla  quale  passò  anche  a  Grado; 
e  che  in  conseguenza  del  decretato  da  s. 
Pio  V  ,  il  quale  ordinò  a  tutte  le  chiese 
l'osservanza  del  solo  rito  romano,  tranne 
quelle  che  da  200  anni  altro  ne  osserva- 
vano, e  perciò  uno  de'superslili  fu  il  Pa- 
iriarchino  ,  allora  osservato  dalle  chiesa 
dì  Aqiiileia,  risiedendo  il  patriarca  in  U- 
dine,edi  Venezia  ;lutlavolla  nella  1/ nel 
1 596  fu  abbandonato,  e  adottato  il  rito  e 
ufiiziatura  romana,  di  che  riparlai  nel  voi. 
LXXXII,  p.  291  e  292.  E  siccome  l'in- 
trodolto  rito  roaiaiio    nella   chiesa  d'A- 
quileia,  in  luogo  dell'antichissimo   Pa- 
triarchino,  fu  decretato  osservarsi  di  pre- 
ferenza nel  sinodo  provinciale  d'Udine  di 
detto  ani-.o,  rilevai  le  limostranze  con- 
trarie che  in  esso   vi  f«ce  il  suit'raganeo 
vescovo  di  Como,  con  asserire  in  tutte  la 
chiese  della  sua  citta  e  diocesi  da  antico 
tempo  seguirsi  il  rito  Patriarchina  ,  ri- 
formalo nel  i585  dal  predecessore  eoa 
autorità  pontifìcia,  e  perciò  derivarne  al- 
le sue  chiese  il  massimo  pregiudizio  nel- 
l'abolirsi.  Ma  soltanto  un  anno  gli  fu  con- 
cesso per  eliminarlo  dalla  sua  diocesi,  a 
quindi  per  l'  uniformità  della  provincia 
ecclesiastica  dovere  introdurvi  il  romano, 
DusiinuiUe  ueU'iìrlicoio  Uoiise,  che  del 


3o8                   V  K  N  VE  N 

rito  Patrìarchìiio  esistono  preziosi  codici  fermo;  3."  nel  seppellire  un  defunto  seco- 

mss.  ucgli  archivi  de'  vari  luoghi,  in  cui  lare,  sccutidum  ìisìiih  Patriarchnlus  Vi- 

fecero  dimora  i  pastori  aquileiesi,  parti-  »e</rtrri//?.  Quanto  al  nome  di  rito  si  leg- 

cola»  niente  nel  doviziosissimo  di  Civida-  gè:  Eacleni  ^'oce  ad  notare   non  pracle- 

it',  ricco  di  molli  Leggendari,  Passionari  ì'icro  tippellatniìiyidc.sl  Patrìarchhium^ 

e  altri  libri  Liturgici,  considerevole  por-  i'elusltii/iRitiini  illiint,qiéoGradcnsisPa' 

zionede'tesori  dei  patriarcato  d'Aqiiileia;  IriarchrdisEcclcsia,  pnslnindnni  Venc- 

possedendoiie   una    parte   anche  Udine.  la,oUiii  nle.balur,  ^\i\  \\  iinu\;\\rtfin\.o  [>\\x 

l'iiprendo  il  Diclich.  Prima  dichiara,  col  solido  è  il  breve  apostolico  di  Calisto  III 

De  Rubcis,  che  gran  parie  dell'ecclesia-  Ex  ingenti,  de'  12  dicembre  \^'y^,  col 

slica  disciplina  formarono  sempre  i   sa-  quale  soppresse  questo   rito  nella  catle- 

gri  riti;  e  siccome  fu  cura  de' Padri  della  drale  <li  Venezia,  ad  istanza  del  patriar- 

(.hicsa  il  custodire  inconlandiiali  i  dogmi  ca  e  de' canonici,  non  ostante  la  consue» 

tli  nostra  ss.  Pi.eligione,  cosi  non  lo  fu  me-  Indine  derivala  dalla  chiesa  Gradense.  E' 

DO  lo  &\ii\ì\\\m  castissimos  rifos,  quibus  ignoto  quando  s'nitrodusse  in  Venezia,  e 

Diuin  inspiritn  et  veritale  colatnus.  E  lijrse  ciò  avvenne  allorché  dopo  essere 

&oggiunge  col  cardinal  Bona,  a   misura  stata  questa  chiesa  suliraganea  d'  Aqui- 

cUe  si  mutarono  i  costumi,  fu  d'uopo  al-  leia,  lo  fu  del  patriarcato  di  Grado  (ma 

tresì  variare  la  sagra   liturgia.  Altri  riti  l'ab.  Cappelletti  riferisce,  che  la  fondazio- 

duntpje  vi  furono  in  altri  tempi,  che  u-  nedel  vescovato  d'Oli  volo,  poi  di  Castello 

savansi  nella  celebrazione  de'diviui  mi-  e  indi  di  V^enezia,  fu  decretala  nel  sinodo 

bleri.  Il  rito  che  si  osservava  un  lecnpo  in  provinciale  col  patriarca   di   Grado;   se 

Venezia,  si  appella  Paln'arcliiao ,  come  pure  non  intende   il    DicIich  d'alludere 

trovasi  qualificato,  honoris  graiia,  de-  alla  primitiva  giurisdizione  della  Chiesa 

nominalo  dall'Ughelli  trattando  nell'//a-  Aquileiese  stdl'isole  delle  laguiie,e(l  in  fai- 

Ha  sacra,  l.  5,  p.  2  55,  della  chiesa  di  Co-  ti  dice  che  ad  Aqui  leia  andò  soggetta  Vene- 

nio,  nella  quale  sino  al  1  5c)8  proprio  ca'  zia,  ossiano  i  luoghi  che  poi  la  formarono, 

nendi,  celcbrandi  nenipe  divinata  LiLur-  sin  dal  4  1 9).  Sembra  potersi  stabilire, che 

filini  et  sacra  pcrsolvendi  officia  ,  lìilii  questo  rito  è  d'istituzione  Aquileiese,  ben- 

ut  vocant  honoris  grada  Palriarchino,  che  si  chiatni  Gradense.  Infatti  il  iMera- 

fjncìnposlea  Clan.  FIlIsustiditRonia-  ti  chiamala  messa  Patriarchina, //?(?.?.?« 

//o  m^Ht7o  eie.  Questo  rito  per  la  sua  -^y«/7f/V?.yej-ed  ilLeCnm,  invila gl'italia- 

anlichità  venerando,  si  rende  perciò  de-  ni  eruditi  a  rinvenire  il  messale  Patriar- 

gno  d'essere  con  onore  ricordato.   Molti  chino,  denominato:  Ordo  Missarwn  fu- 

eruditi  lo  conobbero  e  conoscono,  nondi-  xla  rilnuni  Jquilejensis  Ecclesiae,  ed  a 

meno  noti  poterono  njai  nulla  di  solido  spedirloa  Parigi,  onde, tradotto  in  italia- 

fclabilire,  per  la  lontananza  de'tempi,  che  no,  non  ^i  perdesse  la  memoria  di  que'di- 

nascoseo  léce  perire  tulli  que'documenti,  vini  ullìzi  che  s.  Paolino  e  altri  santi  ve- 

kui  quali  si  avrebbe  potuto  appoggiare  la  scovi  A(|uileiesi  d'una  più  remota  età,  e 

aerili».  L' origine  di  tal  rito,  stabilisce  il  specialmente  s,  Valeriano  e  s.  Cromazio 

dotto  De  Piubeis,  Devctiislis  Rilibus Fo-  celebrarono.  Che  vi  fosse  poi   in  Grado 

lojnl.  Provinciae  ,  che  si  deve   1  ipetere  questo  rito  meilesinto,  è  facile  il  dedurlo, 

dalla  diocesi  di  Grado,  e  ne  reca  perdo-  poiché  il  clero  di  questa  iliocesi  in  origine 

ctunenlo  il   Sacerdotale,  libro  formalo  era  Acpiileiese.  Marcelliano  vescovo  di  A- 

da  fr.  Alberto  Castellano  domenicano,  e  quileia fu  il  i.°  che  trasportò  la  sua  sede  in 

stampato  in  Venezia  i\iA\5Z'j,  dove  Irò-  Grado  verso  il  489  e  col  suo  clero,  laonde 

lasi  il  rito  da  osservarsi:  i.°  nel  ballez-  con  l'osservanza  del  rito  ancora. E  benché 

Sia»  e  un  fanciullo;  1,"  Dell'ungere  uo  in-  la  sede  pauiarcale  ritornò  poi  inAquileia  e 


YEN 

in  nidi  loOj^hi,  donde  ne  derivarono  due 
diocesi  paliiarcali,  per  rimunervi  in  da- 
do altra  sede,  è  vei'0si(nile  che  i  pielali 
graclensi  non  facessero  alcuna  mutazione 
dei  l'ilo.  Nondimeno  il  De  Unbeis  in  ciò 
si  mostra  ilidjbioso;  e  provando  che  un 
tal  lilo  era  Gregoriano  ossia  Gelasiano, 
corrello  da  Papas.  GiegorioI  uaìS.igra- 
menttirio  (f^.),  dice  che  lo  scisma  insorto 
acai^ionede'T're  Capitoli [f'.),  separògli 
aqnilciesi  da'Papi,  ossia  che  la  loro  Chie- 
sa si  divise  in  due  capi  ,  uno  scismatico 
cioè  d'A(|uiIeia,  e  l'altro  ortodosso  nell'i- 
sola di  Grailo,  e  che  accettalo  avranno 
forse  i  cattolici  il  rito  Gregoriano,  e  nel 
Gelasiano  di  Papa  s.  Gelasio  I  persistilo 
gli  scismatici.  Ciò  non  pertanto  ritiene 
l'ab.  Diclich  per  certo,  che  un  solo  rito 
abbia  sempre  dominato  in  ambo  le  dio- 
cesi aqiiileiese  e  gradese.  ìMa  siccoiDe  ciò 
non  si  poteva  meglio  altrimenti  dimo- 
strare, si  propose  istituire  un  confronto, 
per  quanto  si  può,  tra'  due  riti,  onde  ve- 
dere se  eravi  tra  essi  qualche  analogia. 
Conserva  vasi  nella  chiesa  di  s.  Cassiano 
sino  al  i8?.o,  un  Evangelario  del  secolo 
XI,  simile  in  tutto  ali'Aqiiileiese  (cioè  a 
quello  dato  in  luce  in  Modena  dal  p.  Zac- 
caria, come  vedesi  nella  sua  Bihliotlieca 
RiUialìs,  A  quale  dopo  aver  indicato  in 
questo  Evangelario  gli  evangeli  di  tulio 
l'anno,  cosi  soggiunge:  Tuin  scqunntur.  i , 
In  Exallatioiie  s.  Crucis.  7..  Cantra  Jti- 
dires  male  agent('.i.3,  Conlra  Episcopos 
male  agenles.  4.  Pro  Eleeniosfiia.  S.Pro 
Poenitente),  in  cui  descritti  trovavansi  gli 
evangeli  che  si  leggevano  nelle  messe  fra 
r  anno,  tra  le  quali  eravi  (piesto  da  os- 
servarsi. I.  Conlra  Episcopìis  male  a- 
gftitcm.  2.  Pro  Elenwsinariis.  3.  Pro  E- 
leemoftynnntihus. 4.  Et adSanclinionia- 
les  benedice ndas.  Vi  si  leggeva  ancora 
r  evangelo  tlella  messa  in  Pascha  An- 
notino, ossia  nell'anniversario  del  Bat- 
tesimo, ciò  che  prova  che  in  Venezia 
tisavasi  il  Catecumenato  (che  vi  fosse, 
l'altesla  il  dolio  Gallicciolli  nelle  sue  Me- 
mo lic  venete).  Esisteva  tuoi  Ire  in  detta 


YEN 


309 


chiesa  un  Graduale  col  canto  Gregoria- 
no (oltre  ad  alcuni  altri  libri  liturgici  dal 
tempo  distrutti,  de'quali  fa  menzione  it 
Gallicciolli), in  cui  nella  messa  di  s.  Maria 
r  inno  Angelico  vi  si  leggeva  eguale  al- 
l'aquileiese.  Equi  l'ab.  Diclich  comincia 
a  riportare  i  due  testi  aquileiese  e  vene- 
to, principiando  collo  stesso  inno.  Olire 
di  che  si  l)a  l'Estrema  imzione,  la  quale 
sebbene  si  ù\ca,seciindum  iisuni  Patriar- 
chalwi  f'eneliarum,  tuttavia  nella  forma 
è  aquileiese,  come  può  vedersi  ne'due  le- 
sti riprodotti.  Null.i  intende  dire  del  Dal- 
tesinio,  poiché  non  è  di  rito  veneto  ,  né 
a(|uileiese,  ma  romano  antico,  essendo 
nel  summentovato  Sacerdotale  così  de- 
scritto: Or  do  de  Cathecumenunifucieii' 
dum,et  haptizaudum pueritm  maseulnm, 
ani  in  l'ibris  s.  Ronianae  Ecclesiae  legi- 
tur,  et  quo  titiintur  Sunimi  Ponti/ices,el 
in  Ecelesii.s  Fenetianim  observaliir.Se- 
guonoidue  testi  aquileiesee  veneto.Seb- 
bene  pertanto  altro  non  ci  lasciò  l'anlichi- 
tà  di  cerio  intorno  a  colai  rito,  seni brn 
questo  solo  suflicienle  per  stabilire  esser 
di  fitto  aquileiese  quello  di  Grado,  e 
quindi  quello  di  Venezia;  e  non  un  rito 
particolare  per  questa  città,  come  male 
pensano  alcuni,  ma  solo  in  quelle  muta- 
zioni coll'andar degli  anni  avvenute,  poi- 
ché cominciò  desso  a  cambiar  sino  dal 
i25o,  quando  cioè  il  vescovo  tli  Castello 
V\no,de  consensu  omnium Plebanoriun, 
et  Consilio  Oanoniconim  suae  Ecclesiae 
Castella  nae feci  tOrdinarium, qnoadOf- 
ficium  Divinurn,  et  a  Caeremonias  to- 
tius  anni,  quo  nunc  Ecclesia  Castellana 
utilur.  III  videtur  in  principio.  E  l'erudi- 
loGalhcciolli  pure  è  di  opinione,  che  siate- 
si intiotlotliiii  questo  rito  de'giecismi, ol- 
tre a  gli  usi  particolari  delle  chiese  venete. 
Osserva  l'ab.  Diclich,  che  non  era  un  gre- 
cismo la  sepoltura  d'  un  secolare,  cotne 
pretendono  alcuni,  ma  un  rito  particola- 
re di  Venezia,  giacché  nulla  si  h  ova,  eoo 
cm  confrontarlo,  e  nel  citato  Sacerdola- 
le  si  ó\ce,secundiim  iisum  Patria rchatus 
Veiieliarum.  Piipoita  «quindi  il  Rilus  se- 


3to  VEiN 

pelicmìi  (Tffnnctum  saeciilnrcvi  ,  srnin- 
diim  iisitrn  Patriai  chatns  Fenctiarian. 
La  chiesa  ove  si  conservava  qtiesto  rito 
Patn'archìiio,  era  (|iiella  di  s.  Marco;  iti 
essa  si  el)be  cura  di  conservare  un  rito 
tanto  antico  ,  e  non  era  Co>lanlinopoIi- 
tano,  come  opina  il  Sansovino  nella  le- 
nezia  ilhiitraifT,  il  quale  dice:  cìic  l'or- 
dine d' ufficiare  questo  Sacrario  ì'  se- 
condo V  uso  della  Chiesa  Costantiiw- 
polilaiia,  ma  non  pero  tuolto  differente 
dalla  Romana j o[ì\nìi  e  Alessandrino, co- 
me altri  dicono,  i  quali  riti  nessuno  igno- 
ra essere  greci.  E  di  falli,  osserva  il  Cor- 
naro  [EcclesiacT^enetae  anliquis  monU' 
mentis,  decade 1 3,  par. r,  p.  210),  come 
n;ai  poteva  essere  Costnnlinopolitano  , 
quando  in  Costantinopoli  si  leggevano, 
secondo  il  Marlene,  le  Profezie,  l'Epi- 
stole e  i  Vangeli  negli  idiomi  greco  e  la- 
ti no,  e  ciò  per  due  ragioni:  i  ."perchè  v'in- 
tervenivano greci  e  latini;  2." per  indicar 
l'unanimità  di  questi  due  popoli  (in  più 
articoli  ragionai  che  ne'solenni  pontifìcali 
celebrati  dal  Papa,  a  denotare  l'unione 
della  Chiesa  latina  e  della  greca  si  cauta 
l'Epistola  e  il  Vangelo  ne'  due  idiomi); 
cose  che  al  lito  nostro  non  convengono 
certamente  ?  Aqniieiese  dunque,  o  Pa- 
triarcliino  era  quel  rito,  che  tanti  ma- 
lamente interpretarono.  Lungo  per  un 
articolo  sembrò  all'ab.  Diclich  l'islitui- 
re  un  conlronto  generale  tra' due  riti, 
e  bastare cotifrontarli  in  alcuni  punti  sol- 
tanto, onde  provare  la  verità  del  suo  as- 
serto. Avendo  esaminato  il  De  Rubeis,  in 
ciò  che  riguarda  il  rito  antico  d'Aquileia, 
trovò  esservi  un'analogia  quasi  perfetta 
con  quello  di  s.  Marco  :  1."  Nel  venerdì 
sauto, eli  riporta  ambedue, a  riserva  del- 
la processione  che  si  faceva  nella  sera,  o 
dopo  il  vespero  di  detto  giorno,  la  qua- 
le benché  fosse  di  rito  romano  antico,  che 
pure  produce,  tutlavolta  in  alcune  cose 
era  proprio  dì  Venezia  soltanto,  e  non 
aquileiese  ,  giacché  in  Aquileia  si  faceva 
altrimenti  ,  e  tosto  ch'erasi  compita  la 
messa  de'Piesanliflcali.  2.°  Nelle  Litanie 


YEN 
che  ad  onore  di  Maria  canfavani?!  11  sai 
to  in  detta  basilica,  riportando  i  due  ri 
ti,  e  non  passarono  ancora  7  lustri  (forse 
dall'epoca  della  i."  edizione  del  suo  />/- 
zìonririo,  che  pubblicò  nel  iS'xS),  dacché 
si  sospesero  per  sempre.  Ciò  prova  diui- 
que,  essere  d'  origine  aquilese  non  solo  il 
rito   veneto ,  ma  quello  eziandio  che  si 
teneva  come  proprio  di  s.  Marco;  il  che 
dimostra  non  esservi  stato  a  Venezia  che 
un  rito  soltanto.  Importando  il  sapersi  itr 
secondo  luogo,  cosa  poi  fosse  di  fallo,  sai 
stiene  sin  dalle  prime   esser  egli   Gre 
riauo,  poiché  tra  loro  questi  due  riti  no 
dilferiscoud.  E  il  cardinal  Bona  dice,  che 
tutti  i  riti  partono  dal  Gregoriano,  e  al- 
tro non  eccettua  che  quello  dell' f7//7cm- 
tura  ambrosiana  (f^.)j  istituito  per  la 
chiesa  di    Milano    da  s.   And)rogio.   Per 
provare  tal  verità,  si  confrontino  pure  il 
MessaleAcpiileiese  coLSagramenlariuGre- 
goriano,  e  si  vedrà:  i."  Che  3  sono  l'ora- 
zioni per  ogni  messa  in  ambi  assegnate 
2."  Che  9  sono  le  Prefazioni  in  essi  sta^ 
bilite.  3."  Che  in  tutti  e  due  vi  sono  Le 
zioni,    Epistole   ed  Evangeli.  4-"  Fina 
niente  che  l' Introito,  il  Graduale  e  l'Oi 
fertorio  sono  in  essi  quasi  uniformi.  CI 
ciò  sia  di  fatto  l'accerta  il  visitatore  ap< 
stolico  Bonomo  vescovo  di  Vercelli  , 
quale  nella  sua    visita  fatta  in  Aquile 
nel  1579  d'ordine  di  Gregorio  XIII,  ca 
dice:  Missalia  Ritti    Patriarchino  ... 
Missali  Romano  nnlla  ferme  alia  redìj 
fcrnnff  lìisi  dierum  aliquor  Dominici 
rum  ordine,  et  ss.  Trinit.itis  festi  diet\ 
qui  in  ali  ad  tempus  translatus  est.  Non 
dissimile  pur  anco  dal  Gregoriano  é  I'  al 
quileiese  in  ciò  che  riguarda  V  Uffizio  D™ 
vino,  poiché  il  Salterio  nelle  Ferie  e  le 
Ore  è  distiibuito  Romano  more.  L'A 
tifone,  i  Responsorii  e  i  Versetti  si  trov 
no  nel  Responsale  Romano  e  nell'Anli- 
fonario  di  s.  Gregorio,  che  divulgarono 
i  Maurini  nel  l.  3  dell'  opere  di  quel 
Papa.  Che  la  chiesa,  in  cui  vedevasi  pi 
ma  de'suoi  cambiamenti  (che  un  tal  ri 
sia  andato  soggetto  ad  iunovaziooi  oco| 


YEN 

nizioiii ,  Io  prova  l'esibito  decreto  del  Ve- 
iiier  primicerio  di  s.  Marco,  con  cui  nel 
i3o8  commise  a  Donadeo  pievano  di  s. 
Luca  di  richiamare  alla  sua  purilù  il  ri- 
Io  in  discorso)  più  espresso  il  rito  Gre- 
goriano, era  quella  di  8.  Marco,  percliè 
più  d'ogni  allra  consertò  l'aqtiileiese, co- 
me si  è  detto.  Anzi  esser  vero  Gregoriano 
lo  prova  il  citato  Cornaro.  Alcuno   forse 
dirà,  però  non  sembrare  tutto  Gregoria- 
no, giacché  l'ulFizio  della  settimana  san- 
ta stampato  per  la  Marciana  nel  1 5c)6  por- 
ta il  titolo:  Secuiiduin  con.siu'tndincins. 
Marci  Veneliarumj  titolo  che  si  conser- 
vò sempre,  come  può  vedersi  nell'ultima 
edizione  del  17.55,  cosi  intitolato:  Ojjl- 
cium  Hehdoniadae  Sanctne,  secnndiim 
consuelndinemDucalisEccle^iaex.Mar- 
ci  Veiietiarum  ...  ad  antiquiim  lìitiim  et 
iiilegrilalem  restilutuvi.  Risponde  a  tale 
obbiezione,col  meilesimo  Cornaro, che  ciò 
intendersi  àt\equoad  Caerenioinas  .non 
autem  qiioad subslantiam ,  perchè  acque 
ipsa  (si  panca  tatnen  excipias)  depre- 
Jiendi'miis  in  Anl!phonarit<;et  Re^ponxa- 
liba.'}  s.  Grcgorìi,  i  quali  stampati  si  tro- 
vano appresso  i  ricordali  Maurini  e  nel- 
l'opere del  b.  cardinal  Tom  masi,  non  che 
in  alcuni  vecchi  libri  romani.  Da  tutto- 
ciò,  crede  l'ab.  Diclich,  si  può  conclude- 
re, che  il  rito  di  Venezia,  che  il  rito  di  s. 
Marco,  che  il  rito  aquileiese  o   Patriar- 
chino  insomma, non  dilFeiiscono  dal  Gre- 
goriano essenzialmente;  ed  ancorché  va- 
riassero nelle  ceremonie,  nella   sostanza 
però  sarebbero  sempre  Gregoriani  ,  né 
questa    diversità  cosliluirebbe    un    rito 
particolare,  a!  dire  del  dottissimo  litur- 
gico cardinal  l'ona.  Si  soppresse  poi  que- 
sto rilo  primieran)ente   in    Veneziii    nel 
1456,  come  g  ;i  dissi,  quando  il  patriar- 
ca Contarini  ottenne  l'indulto  da  Calisto 
111  di  poter  celebrare  nella  stia  cattedra- 
le di    Castello  secondo   il    rito   romano, 
mediante  il  diploma  che  riferisce,  benché 
secondo  li  gradense  celebrasse  un  teujpo 
gli  utlìzi  divini;  e  ciò  un  secolo  e  più  pri- 
ma the  s.  Pio  V  sopprimesse  nel  1 568 


V  E  N  3.1 

tutti  ì  riti  che  non  vantavano  Tanti  lii- 
là  di  200  anni,  come  notai.  Insensibil- 
mente poi  si  uniformò  il  cleio  alla  sua 
cattedrale  in  modo,  che  d'uu  tal  rito  in 
oggi  altro  non  si  scorge  che  un  qualche 
■vestigio  (come  s;u*ebbe  il  R;.  Redemptnr, 
riportato  «ITab.  Diclich  alla  nota  f3,che 
si  suole  cantare  in  alctuie  chiese  di  Ve- 
nezia dopo  la  messa  solenne  de  Requiem, 
e  che  alcuni  pievani  vogliono  a  torlo  so- 
stenere; poiché  cessato  nella  maggior  par- 
te il  rito  Patrinrchino,  deve  cessare  an- 
che nella  minore,  e  già  ogni  anno  proi- 
bisce loro  1*  Orduiario  di  dipartirsi  «lai 
Rituale  romano  ,  volendo  cos'i  altrognre 
inlerau)ente  tal  consuetiuline);  anzi  ag- 
giunge, che  sino  dali4>B  si  era  ben  in- 
trodotto a  Venezia  il  rilo  romano  ,  co- 
me dice  il  Gallicciolli,  odrendo  per  pro- 
va una  costituzione  del  vescovo  Laudo, 
la  quale  conianda  di  sostenere  il  rito  Pa- 
triarchino  nella  celebrazione  dell'unizia- 
tura  divina.  Costituzione  riprodotta  dal- 
l'ai). Diclich,  che  il  detto  vescovo  non  a- 
vrebbe  emanato,  se  il  rito  proprio  non 
fosse  andato  in  decadenza,  e  introdottosi 
lui  nuovo,  cioè  il  romano.  Da  ciò  dun- 
que chiaro  apparisce,  che  questo  rito  ces- 
sò per  sempre,  né  si  può  più  richiamare, 
come  vorrebbono  alcuni,  giacché  il  clero 
veneto  volontariamenle  cedette  al  suo 
privilegio,  e  vi  concorse  iu  ciò  il  tacito 
consenso  dell'Ordinario,  ch'é  quanto  ri- 
cerca s.  Pio  V  nella  sua  bolla,  onde  po- 
ter rinunziare  al  proprio  rito,  che  vanti 
però  r  antichità  di  200  anni ,  e  abbrac- 
ciare il  rito  romano.  Che  ciò  sia  vero,  si 
può  facilmente  provarlo,  poiché  nessuno 
de'patriarchi  successori  delContarini  mai 
non  si  oppose:  anzi  vedendoli  {)alriarca 
Priidi,  che  a'snoi  tempi,  cioè  nel  iGg-ì, 
perfettamente  si  osservava  in  Venezia  il 
rilo  romano ,  decretò  nel  sinodo  che  i 
sacerdoti  forastieri  non  potessero  celebra- 
re in  pubblico  la  messa,  se  [)rima  non 
venissero  esaminati  intorno  alle  egemo- 
nie prescritte  dal  messale  pure  rom»no. 
iN'ella  basilica  però  di  s.  Marco  si  couser- 


^ 


3j2  VEN 

vò,  sincliè  a' 19 ottobre  1807  divenne  cai- 
tediale,  il  lilo  Palriarchino  ,  né  il  di  lei 
clero  volle  rinunziare  a  questo  suo  privi- 
legio,se  non  quando  dovettecederea  tut- 
ti gli  altri  suoi  privilegi.  In  Aqiiileia  poi, 
allese  le  «nutazioni  di  sede,  al  dire  di  Le 
Ijrun,ed  i  rapporti  de'suoi  patriarchi  con 
Koma,  sì  era  insensibilmente  introdotto 
il  rito  romano,  e  ciò  attesta  il  sinodo 
d'Udine  o  aquileiese  tenuto  nel  iSgG, 
come  pur  notai,  1' ab.  Diolicli  riprodu- 
cendone il  decreto,  insieuie  all'  altro  del 
sinodo  veneto  ,  ed  a  quello  del  patriarca 
d'Aqiiileia  Barbaro,  col  quale  lo  soppres- 
se generalmente.  L'ab.  Cappelletti  par- 
landò  del  rito  Palriarchino,  ancb'egii  di- 
chiara ,  che  la  chiesa  di  Venezia  usava 
nelle  sagre  ufllzialure  i  riti  slessi  delle 
chiese  patriarcali  d'Aqiiileia  e  di  Grado; 
riti  de'  quali  ora  non  si  conserva  più  ve- 
i-una  men)oria,  tranne  che  sui  Sacerdo- 
tale e  su  altri  libri,  che  trattano  di  sif- 
fatte materie,  dicendo  inoltre  di  averne 
svilupi)ato  l'argomento  nel  e.  8  della  sua 
Storia  della  Chiesa  di  Fenezia.  Aggi  u  n  • 
gè,  che  primo  ad  introdurvi  uovilà  e  al- 
terazioni fu  nel  i.°  decennio  del  secolo 
XIV  il  vescovo  di  Castello  l^olo,  il  quale 
imitarono  a  poco  a  poco  altri  vescovi  e 
patriarchi,  sino  al  i58i,  in  cui  gli  apo- 
stolici visitatori  ne  fecero  sparii'e  inlera- 
inenle  ogni  avanzo.  Gli  antichi  riti  per- 
ciò non  erano  rimasti  che  nella  sola  biisi- 
lica  ducale  di  s.  Marco,  la  quale  essendo 
indipendente  alfatto  dalla  giurisdizione 
ordinaria  del  vescovo  o  del  patriarca  di 
Venezia,  e  soggetta  soltanto  ed  esclusi- 
vacnente  al  doge,  non  li  mulo  mai,  quan- 
to alla  sostanza,  benché  c]iianto  ad  alcu- 
ne secondarie  ceremonie  vi  abbia  am- 
messo de'cambiameiiti.  E  così  continuò, 
finche  nel  i  807  il  patriarca  Gamboni  tra- 
sfeii  in  essa,  7  giorni  dopo  il  decreto  vi- 
cereale, la  sua  cattedrale  residenza,  al 
modo  narrato  superiormente.  Ilei»,  cav. 
FahioMutinelli  veneto,  DelCosluine  ve- 
neziano  sino  al  secolo XF IT,  Sag^io,\(?.- 
uezia   dalla    lipogralìa  del    Coujmercio 


VEN 
i83i,  ecco  quanto  dice  del  rito  Palriar-, 
citino.  Dipendendo  dal  patriarca  di  (ira- 
do  il  vescovo  di!VIalan)occo(e  poi  di  Clii<Jg-: 
già,  dove  fu  trasferita  la  sede  nel  i  1  10), 
nella  cui  diocesi  erano  comprese  1'  isole 
di  RiaIlo,diOlivolo,di  Spinalonga,di  Dor- 
soduro,  di  Lupao,  e  le  Gemini,  ed  ele'lo 
alla  fine  dell'  Vili  secolo  Obelalto  Ma- 
rino figlio  d'  Eneogiro  tribuno  di  Mala» 
mocco  a  patriarca  di  Grado,  il  quale  po- 
scia con  pontificia  approvazione  verme 
risiedere  come  vescovo  in  Olivolo,  accat! 
de  naturalmente  che  il  rito  delle  chiese 
di  Venezia  fosse  1'  aquileiese,  detto  Pi 
triarchino  ,  perchè  proprio  tanto  del  pa 
tiiarcatodi  Grado,  quantodell'altro  d'A 
quileia.  Tale  si  mantenne  sino  alla  metà] 
del  secolo  XV,  in  cui  la  cattedrale  e  lut 
le  r  altre  chiese,  toltane  la  basilica  di  s, 
Marco, adottarono  il  romano.  Il  rito  Pa 
triarchino  non  dilleriva  punto  dal  Grego 
riano,  coir  aggiunta  però  di  molti  greci 
stni  anticamente  introdottivi,  oltre  cert 
altre  costumanze  tutte  proprie  della  chic 
sa  di  Venezia.  Cagione  d  i  uiolte  di  queste 
fu  certamente  la  ducale  dignità  ,  onde  a 
modo  d'esempio  nominavasi  il  doge  al, 
l'alto  di  benedire  il  cereo  pasquale  ,  prei 
gavasi  per  esso  nella  messa,  gli  si  porgevi 
incenso  quando  interveniva  alla  celebrai 
zione  degli   uffizi   divini  ,  si  permettevi 
eh'  egli  stesso  desse  al  popolo  la  benedi 
zione  (trovo  che  questa  davasi  dal  dog( 
nel  palazzo  ducale,  nella  pubblica  sagra 
funzione  della  processione  delle  Mai  ie, di 
cui  nel  §  Vili,  n.  7;  e  quando  il  doge  Da 
ronle  nel  i583  visitò  le  monache  ago* 
stiuiane  grigie  di  s.   Andrea  de  Zirada 
compartì  ad  esse  la  benedizione.  Si  pu 
vedere  il  Cornaro,  Eccl.  7  enet.   A.    D 
Duci  Benediclione  deliir  prò  dignitai 
Palaia j  ed  il  §  XIX,  n.  3,  ove  parlo  dell 
prerogative  esercitale  da'dogi,  inclusiva 
mente  all'inveslilure  ecclesiastiche),  e 
due  cori  si  canta  va  110  nel  giorno  delle  priii 
cipali  feste  le  lodi  di  lui.  Perciò  uw  cor 
cantava:  Exaudi  Christe,  Exandi  Chri 
sU',ChrÌ6tus  regnai,  Cltrisius  vicil,Chi 


VEN 

stns  imperat.  L' altro  pure  cantanilo  v\- 

spoodeyaiSertnissimoetexccllenUssimo 
vrincì'pi,  et  domino  nostro  graliosissinio 
Dtigratia  inclyto  Duci  Fenetiarumsa- 
liiSy  honor,  vitae,  ac  perpetua  Victoria. 
Eia  un  inno  per  la  con!<ervazìoDe  del 
principe.Col  medesimo  Mutinelli,  eia  ci- 
tata opera  nel  §  XVI,  n.  2,  3  e  4»  '"'i" 
giono  de'  costumi  de'  veneziani  civili  e 
leligìosì,  ed  eziandio  delle  ceremonie  u- 
sate  nelle  loro  nascile, tnutrimouii,esti e- 
ina  unzione  e  iiiorli. 

§  VII.  Delle  nove  Congregazioni  del 
Clero. 

Decoroso  ornamento  della  s.Chiesa  Ve- 
neziana sono  le  venerande  IVove  Congre- 
gazioni del  clero ,  antiche  ed  esistenti, 
composte  di  sacerdoti  veneti,  che  sebbe- 
ne non  sono,  né  rappresentano  il  corpo 
del  veneto  clero ,  come  dice  il  Corner, 
formano  però  una  società  ed  unione,  in 
cui  vi  sono  persone  per  dottrina  e  per  pie- 
tà le  più  distinte  del  clero.  Il  clero  vene- 
to ue'sinodi  diocesani  formasi  da'  pieva- 
ni e  da'preti  titolati,  per  modo  che  gli  ar- 
cipreti stessi,  che  sono  rettori  o  presiden- 
ti e  capi  delle  congregazioni,  non  vengo- 
no ammessi  nel  sinodo,  se  non  siano  o  pie- 
vani o  almeno  titolati  d'alcuna  parroc- 
chia.  Ciò  non  ostante  le  congreguzioni,  o 
presa  ciascuna  da  se,  o  molto  più  unite 
insieme,  fanno  un  corpo  tanto  rispettabi- 
le, in  quanto  che  vi  si  vedono  farne  parte 
i  soggetti  migliori  del  clero.  Sino  da'pri- 
fuordii  della  nascente  città,  fu  la  cu- 
ra  dell'anime  amministrata  da'soli  preti 
secolari,  il  i.'^de'quali  chiamato  Felice  ri- 
siedette in  s.  Giacomo  di  Rialto,  unica 
parrocchia  de'primitivi  abitanti,  a'quali 
dispensava  i  sagramenti.  Al  crescere  che 
fece  ben  presto  il  numero  de'cittadini,  si 
aumentò  pure  il  numero  delle  parroc- 
chie, nelle  quali  s'istituirono  nuovi  pa- 
stori chiamali  ne'  tempi  più  rimoti  cui 
non)e  di  Plcan\  e  poscia  dalla  plebe  Io- 
io  commessa  Plebani  e  in  diakllu  veue- 
VOL.  xc. 


VEN  3i3 

to  P/ot'a«/,  ossiano  i  Parrochi,  delti  an- 
che Piei'aniy  da  Pieve  sinonimo  di  Par- 
rocchia. Come  in  tali  ultimi  articoli ,  io 
continuerò  a  chiamarli  col  pi  ù  comune  no- 
me di  P/evrt«/.  A  questi  per  accrescimento 
del  divin  culto,  e  per  aiuto  nella  coltura 
dell'anime,  furono  in  molte  chiese  ag- 
giunti allri  sacerdoti,  onde  formaronsi  le 
collegiale,  e  gli  aggiunti  cooperatori  fu- 
rono detti  Titolali  per  distinguerli  dagli 
alili,  che  iniziati  solamente  a  servir  la 
chiesa,  aspettano  d' essere  al  loro  tempo 
ammessi  nel  collegio  capitolare;  fors'an- 
che  pel  riferito  a  Titoli.  Il  senato  con  de- 
creto de'7  marzo  1496  stabilì,  che  piìi 
non  dovesse  a' pievani  eletti  vescovi  darsi 
il  possesso  temporale  di  loro  chiese,  se 
prima  non  si  fossero  spootaueamenle  di- 
messi dall'amministrazione  e  titolo  di 
pievani,  per  togliere  il  pernicioso  abuso, 
allora  in  corso,  per  cui  i  pievani  destina- 
li a'vescovati  ritenevano  in  commenda  le 
parrocchie  e  ne  godevano  le  rendile.  Ma 
ora  conviene  parlare  delle  IX  congrega- 
zioni, e- poscia  dirò  dell'auliche  e  dell'o- 
dierne parrocchie  nel  §  seguente,  divise 
in  V  decauie.  Il  fine  di  queste  congre- 
gazioni è  principalmente  il  sulhagare  i 
defunti,  e  coir  esempio  loro  eccitare  il 
popolo  a  SI  importante  opera  di  miseri- 
cordia; e  in  fatti  l'esempio  di  sì  saggi  e 
piì  ecclesiastici,  eccitò  le  persone  laiche 
ad  imitarle  con  alcun  somigliante  isti- 
tuto, mediante  la  fondazione  di  pii  <5'o- 
dalizi  o  Compagnie  o  Scuole,  col  qual 
vocabolo  in  Venezia  si  appellano  le  Con- 
fraternite. Prese  ognuna  delle  IX  con- 
gregazioni il  nome  di  quella  chiesa,  in  cui 
fu  istituita;  e  fu  lai.'  di  tulle  la  congre- 
gazione di  s.  Angelo  ,  eretta  nella  par- 
rocchiale dedicata  all' Arcangelo  s.  Mi- 
chele. Molli  de'  veneti  storici  trattarono 
del  ragguardevole  corpo  delle  nove  con- 
gregazioni del  clero.  Distintamente  e  con 
assai  di  erudizione  se  ne  occupò  ia  ap- 
posita operetta  1^  encomialo  Flaminio 
Cornei  :  De  Cleri  et  Collegii  noveni  Con- 
gregalionuni  Fcneliavuni  documenta  et 

21 


3i4  VEN 

pr ii'ilegì n,  \enelns  ij^^.  Il  sacerdofe 
Giuseppe  Cadorìn  pubblicò  la  disserta- 
zione :  Cenni  storici  delle  nove  Congre- 
gazioni del  Clero  veneto,  Venezia  i843. 
Il  eh.  ab.  Cappelletli,  Le  Chiese  d' Ita- 
lia: Chiesa  patriarcale  di  Venezia,  a  p. 
422  ne  trnlta,  ed  io  lo  sen;tiirò.  Dice  a- 
vello  fallo  ancora  e  più  dill'usa mente  de' 
nominati,  nel  l.  3,  cap.  6,  della  Storia 
della  Chiesa  di  Venezia j  e  queste  slesse 
notizie  l'accolse  pure  in  particolare  li- 
brello,  stampato  a  Venezia  nel  i853,  e 
da  lui  offerto  al  medesimo  venerando  col- 
legio delle  IX  congregazioni.  La  loro  o- 
l'igine  rimonta  al  977,  e  se  ne  reputa  pri- 
missimo istitutore  il  doge  s.  Pietro  Or- 
seolo.  Miglior  forma  cominciò  a  pigliare 
questa  congregazione  di  chierici  verso  il 
Il  17,  quando  per  le  largizioni  pie  di 
benefattori  fu  divisa  in  più  diramazioni, 
sempre  però  tra  loro  congiunte  nell'  u- 
nità  d'un  sol  corpo.  Nella  loro  origine  fu- 
rono istituite  principalmeute  per  dedi- 
carsi al  decoro  e  magnificenza  del  divin 
culto,  e  per  suffragare  colle  preghiere  e 
cu'santi  rili  i  defunti;  perciò  sempre  in- 
tervennero nelle  pubbliche  e  più  cospi- 
cue solennità;  onde  furono  e  sono  invi- 
tale a'funerali  più  sontuosi  e  magnifici  ; 
perciò  a  poco  a  poco  divennero  ricche  di 
molli  possedimenti,  loro  lasciati  dulia  re- 
ligiosa beneficenza  di  diversi  testatori,  che 
or  complessivamente  e  in  comune,  or  di- 
stintamente e  in  particolare,  ne  accrebbe- 
ro la  dote  con  largizioni  e  legati.  Ogni  con- 
gregazione è  sotto  l'invocazione  e  gli  au- 
spicii  di  particolar  tilohue;  variano  poi  gli 
scrittori  nel  riferirne  1' online  cronologi- 
co sull'epoche  della  fondazione,  perchè 
essendosi  incendiati  i  documenti,  fu  ca- 
gione della  varietà  di  opinioni.  Però  da 
un  documento  deh  i23  di  Pietro  Enzio, 
che  lasciò  ad  esse  5o  libbre  di  denari,  oltre 
a  molli  altri  legati  a  chiese  e  monasteri 
di  Venezia  e  delle  lagune,  si  trae  l'esi- 
stenza di  cinque  congregazioni,  4  delle 
quali  senza  dubbio  erano  quelle  di  s.  Mi- 
chele Arcangelo  istituì  ta  uel  1 1 1 7,  e  quei- 


VEN 

le  di  8,  Maria  Mater  Domini,  di  s.  Ma- 
ria Formosa,  e  de'ss.  Ermagora  e  For- 
tunato, le  quali  si  vogliono  erette  tutte  in 
un  medesimo  giorno,  in  conseguenza  del 
legato  lasciato  al  clero  da  Antonia  Mas- 
ser.  Quanto  alla  5."  è  dubbio  se  sia  slata 
quella  di  s.  Luca  o  di  s.  Silvestro,  le  qua- 
li certamente  esistevano  neh  192,  e  que- 
st'ultima probabilmente  preesistente  al- 
l'altra,poiché  è  ricordata  in  qualche  docu- 
mento del  I  1 70,  unitauìente  all'altre  4  e 
chiamate  Congregazioni  di  Rialto.  Dopo 
le  nominate  6  congregazioni,  segue  quella 
di  s.Paolo  apostolo,  già  esistente  nel  i  228. 
L'8.^  congregazione  è  quella  de'ss.  Can- 
ziano,Canzioe  Canzianilla  martiri,  di  cui 
trovasi  la  1.3  memoria  nel  i253.  Ultima, 
per  assomigliare  il  numero  complessivo 
delle  congregazioni  a'g  cori  dell'angeliche 
gerarchie,   fu  quella  del   ss.  Salvatore, 
istituita  uel  1291  dal  vescovo  di  Castel- 
lo Moro,  e  in  un  documento  del  i3o5 
trovasi  nominata  coll'ailre  8.  Ciascuna 
congregazione  ha   la   propria  nialrico 
la  o  codice  di  leggi,  che  ne  regola  l'in» 
terna  disciplina  e  l'economia  ;  tutte  poi 
complessivamente  hanno  un  solo  codic 
generale  di   costituzioni ,  che  le  dirig 
nelle  loro  parlicoiarilà  ,  in  tullociò  eh 
non  soffre  varietà,  e  nel  loro  generale  ii 
tulli  que'rapporti,  che  ponno  aver  le  un< 
colle  altre.  I  sacerdoti  d'ogni  congregazio 
no  erano  divisi  in  3  ordini,  che  denonii 
navansì  parte  intera,  mezza  parte,  et 
orazione:  al  presente  non  esistono  che 
due  primi  ,  a  cagione  della  scarsezza  del 
numero  degl'individui  chele  compongo 
no.  A  chiunque  vi  entra,  purché  non  si 
favorito  da  parlicolari  privilegi,  era  asSi 
guato  l'infimo  ordine,cioè  l'orazione,  ù 
cui  dopo  6  anni  di  servitù  alla  inez 
parlesì  passava  aWa parte  intera. Og^u 
l'infimo  è  la  mezza  parte,  dal  quale  si 
milmeute  dopo  6  anni  si  passa  alla/;<7r' 
te  intera.  A  seconda  dell'  ordine,  a  cui 
appartiene,  riceve  ciascuno  la   porzione 
degli  emolumenti  che  gli  spellano.  JVou 
vi  SODO  ammesi  che  i  soli  preti  di  Ve- 


V  E  N 

nezia;  i  pievani  sono  o!jl)lignli  ad  «iscri- 
veisi  all'una  o  aH'allia:  i  pievani  del- 
le chiese  appartenenti  alla  già  diocesi 
di  Torcello  vi  erano  pure  aggregali  per 
grazia:  i  canonici  ponno  entrarvi,  ed 
hanno  posto  dopo  i  pievani.  Tiittociò 
in  vigore  di  particolari  decreti.  Ognuna 
delle  I  X  congregazioni  è  presieduta  da  un 
arciprete,ei.\  ha  inoltre  un  massaro,  due 
sindaci,  un  notare  ed  un  nunzio.  L*  ar- 
ciprete dura  a  vita:  viene  eletto  dal  ca- 
pitolo de'confiatelli  di  parte  intera,  i 
quali  hanno  soltanto  voce  attiva  e  pas- 
siva; l'elezione  dev'essere  poi  confermata 
da  due  terzi  de'  voti  degli  arcipreti  e  de' 
massari  e  siedaci  coniponenti  il  pieno  col- 
legio: ha  il  titolo  d'arciprete,  eil  è  riputa- 
to nell'ordine  delle  dignità  ecclesiatiche. 
Subito  dopo  l'arciprele  segue  il  massaro, 
detto  in  veneziano  nia;>s('r,  a  cui  è  alìida- 
to  l'uffizio  d'esigere  e  amministrare  le 
rendite  della  propria  congregazione  ;  du- 
ra un  anno,  ed  è  scelto  tra'confralelli  di 
parte  intera;  è  soggetto  a  particolari  at- 
tribuzioni e  discipline,  a  tenore  della 
matricola  della  propria  congregazione; 
a  lui  tocca  altresì  sostenere  del  suo  alcu- 
ne spese  annuali,  specialmente  per  la  so- 
letmità  del  titolare  della  rispettiva  con- 
gregazione. Dopo  questa  carica,  che  nel- 
l'onore e  nel  potere  è  sempre  dopo  l'ar- 
ciprete, seguono  le  altre  mentovate,  cui 
spetta  relativamente  l'attendere  all'eco- 
nomia, alla  partizione  delle  rendile, all'è- 
secuziooe  delie  leggi  ed  agli  annunzi  o 
invili  da  farsi  a'confialelli.  Ogni  congre- 
gazione era  composta  di  36  confratelli, 
poi  fu  limitata  a  aS.ed  ora  è  ristretta  a2  i . 
La  suprema  reggenza  dell'intero  corpo 
delle  IX  congregazioni,  è  costituita  nel- 
l'unione (li  quell'ecclesiastica  magistra- 
tura che  si  dice  Collegio.  Esso  è  compo- 
sto «le'g  arcipreti,  de'  9  massari,  de' 3 
smdaci  maggiori  e  altri  6  sindaci  mino- 
ri. A  questi  nel  1637  furono  aggiunti 
anche  i  3  cassieri  delle  congregiizioni  de- 
gli arcipreti,  che  formano  la  temporaria 
presidenza  del  clero.  La  quale  presidenza 


VEN  3i^ 

per  non  aversi  a  radunare  ad  ogni  lieve 
occorrenza  l'intero  corpo  imperante,  fu 
stabilita  per  dirigere  gl'interni  affari  or- 
dinari, limitandone  de'soli  straordinari 
e  più  gravi  la  discussione  e  il  giudizio  al 
pieno  collegio.  E'  formala  tale  presiden- 
za da  3  arcipreti,  ognuno  de' quali  vi 
dura  3  anni,  per  guisa  che  ogni  anno  ne 
abbia  ad  uscire  imo  ed  entrare  un  altro, 
sicché  ciascuno  de' g  arcipreti  sottentri 
alla  sua  volta  a  sostener  l'incarico;  questi 
si  (iìcotìo arcipreti presidì,ed  ancosopra- 
massari.Sono  associati  ad  essi  col  titolo 
di  si/idaci  maggiori,  3  de'  sindaci  mino- 
ri di  alli'e  congregazioni  che  non  sieno 
quelle  de'  3  arcipreti  presidi;  ciascuno 
di  questi  vi  dura  egualmente  3  anni,  fla 
il  collegio  di  queste  congregazioni  il  po- 
tere di  formar  leggi  disciplinari  ed  eco- 
nomiche, di  mutarne  all'uopo  l'antiche, 
d'abolirle  o  d'amplificarle:  potere,  ch'e- 
sercitò incontrastabilmente  per  tanti  seco- 
li,quanti  ne  conta  dalla  sua  sussistenza. In 
fatti  pel  corso  di  essi  e  fra  la  serie  di  lauti 
avvenimenti  politici  ed  ecclesiastici, le  con- 
gregazioni sempre  si  conservarono  nel  pri- 
mitivo loro  spirito,  protette  nell'esercizio 
de'Ioro  diritti,  favorite  da' Papi  con  lu- 
minose prerogative,  e  onorate  di  parti- 
colare predilezione  dalle  primarie  ma- 
gistrature della  repubblica  veneziana. El- 
leno difatti  non  conoscevano  sopra  di  lo- 
ro veruna  podestà  secolare,  tranne  quel- 
la del  maggior  consiglio  e  del  senato;  fin- 
ché poi  con  legge  de'28  settembre  1468, 
furonoanidate,qual  corpo  ragguardevole 
e  nobilissimo,  alla  tutela  esclusivamente 
del  consiglio  de'Dieci,  del  quale  perciò  si 
trovano  in  grande  numero  i  decreti  per 
esse  emanati.  E  quanto  all'  ecclesìa«lica 
loro  autorità,  formano  esse  un  corpo  di- 
stinto affatto  dal  clero  sinodale  diocesa- 
no, e  nell'esercizio  delle  loro  incombenze 
e  de'Ioro  diritti  non  sono  punto  soggette 
alia  podestà  ordinaria  del  patriarca.  La 
presidenza  del  collegio  era  ed  è  il  tribu- 
nale ecclesiaslicodi  prima  istanza,  dinan- 
zi a  cui  vengono  trattali  gli  affari  e  sea- 


3i6  VEN 

lt>n7Ìate  le  liti  appaitcnenli  all'aramini- 
struzione  ed  a'diritli  delle  congregazioni 
nipdcsijne.  Negli  affari  più  rilevanti  ,  e 
ne'gravatni  contro  le  sentenze  della  pre- 
sidenza, è  Irilìunale  trap[>ellazione  il  pie- 
no collegio;  sopra  cni  nel  caso  di  dispa- 
I  ila  di  giudizio,  spelta  al  collegio  medesi- 
mo lo  stabilire,  come  tribunale  inappel- 
labile, un  giudice  arbitro  e  arbitralo- 
re,  il  quale,  in  vigore  dell'aulorità  con- 
feritagli da  esso  collegio,  prontinzi  le  sue 
sentenze.  Il  clero  delle  IX  congregazioni 
è  un  corpo  distinto  affitto  dal  clero  uni- 
versale della  diocesi  di  Venezia,  iniperoc- 
diè  sebbene  sia  composto  d'individui, 
che  appartengono  al  clero  universale  e 
che  isolatamente  e  individualn)ente  di- 
pendono dalla  giurisdizione  ordinaria  del 
supreitio  pastore  della  diocesi;  pure  uni- 
Io  ne*  suoi  comizi  e  nell'esercizio  delle 
sue  incombenze  e  de'suoi  diritti,  è  fregia- 
lo di  tali  e  tante  prerogative,  concessegli 
e  dalla  consuetudine  de'secoliedalle  pon- 
tifìcie deliberazioni,  che  riesce  immedia- 
lamenle  soggetto  alla  sola  immediata  po- 
destà della  s.  Sede;  come  appunto  vari 
capitoli  di  canonici,  e  anticamente  e  al 
dì  d'  oggi,  sono  od  erano  esenti  dall'or- 
dinaria  giurisdizione  del  vescovo  diocesa- 
no, per  pontificie  concessioni. Per  cui  non 
è  a  meravigliate,  che  anco  in  Veneziail 
clero  delle  IX  congregazioni  goda  tale 
prerogativa. Che  il  clerodellelXcongre- 
gazioni  non  è  il  medesimo  corpo  del  cle- 
ro universale  diocesano,  osserva  il  sum- 
menlovato  ab.  Cadorin,  si  dimostra  dalle 
differenze  ne'  pareri  insorte  nelle  stesse 
congregazioni.  Le  congregazioni  di  s. 
Canziauoe  di  s.  Luca  estesero  a'pievaoi 
di  Torcello  alcuni  privilegi  che  aveano 
concesso  a'pievani  di  Venezia,  mentre  la 
congregazione  di  s.  Silvestro  non  volle 
concedei  li  né  agli  uni  e  nè'agli  altri.  Dal 
che  evidentemente  si  arguisce  la  distin- 
zione fra  clero  e  clero,  mentre  nelle  con- 
gregazioni s'introducono  e  si  escludono 
sacerdoti  che  tulli  lianno  diritto  di  suf- 
fragio nel  sinodo  veneto.  Questa  dislin- 


VEN 
zione  venne  pure  dichiarata  nel  1 594  dal 
nunzio  di  Clemente  Vili,  e  dal  patriarca 
in  ogni  tempo,  come  nel  sinodo  del  1  5()5 
dal  patriarca  Friuli;  nltrimenli  nella  sop- 
pressione de'titoli  e  de'  capitoli  sarebbe- 
ro state  compi'ese  anche  le  congregazio- 
ni. Dimostrazione  onorevole  della  slima, 
in  cui  erano  tentile  leg  congregaziotii  e  il 
loro  collegio,  fu  la  deliberazione  delsena- 
to,  il  quale  nel  1 434  comandò,  che  ciascu- 
na di  esse  destinasse  un  deputato  da  man- 
dat'si  al  concilio  di  Basilea,  mentre  era 
ancor  legittimo;  acciocché  questo  cor- 
po ragguardevole   vi  avesse  anch'  egli  t 
suoi  rappresentanti,  scegliendovi  ciascu- 
na un  soggetto  di  dottrina,  di  pietà  e  di 
senno  distinto.  Laonde  fu  scello  un  pie- 
vano per  ciascuna,  e  fu  stabilita  loro  una 
somma  per  le  spese  del  viaggio  e  per  un 
congrtio  sostentamento  durante  la  loro 
dimora  in  quella  città,  e  lo  stipendio  al- 
tresì per  un  servo  di  ciascuno.  L'assegno 
per  ogni  pievano  fu  di  100  ducati  d'oro 
per  3  mesi  dal  giorno  della  partenza  da 
Venezia,  ed  in  seguito  un  ducato  al  gior- 
no finché  vi  si  fossero  trattenuti;  eie  du- 
cali mensili  pel  servo.  All'autorità  supre- 
ma del  collegio  apparteneva  il  difende- 
re e  sostenere  i  diritti  del  clero  univer- 
sale della  città  negli  alfiUM  di  gran  rilie- 
vo; al  quale  uffizio,  come  suo  procura- 
tore, Io  elesse  il  clero  cTiedesitno  raduna- 
to sinodalmente  nella  chiesa  di  s.  ìMoisè 
s't.'j  novembre  i  5 1 9,  d'ordine  del  vesco- 
vo di  Fola  Altobellu  nunziodi  Leone  X, 
e  coli' assenso  del   patriarca  Contarini. 
Componevasi  quel  consesso  di  i55  sa- 
cerdoti tra  pievani  e  titolati ,  i  quali  for- 
malmente elessero  e  deputarono,  con- 
sultores  et  defensore.i  siios,  ac  etiani  in 
quantum  expediat  syndicos  Hev,  Pa- 
tres  doni,  omnes \'e.neranduni  Collegium 
omnium  venerahilium  Congregationnm 
f^enetiarum  totius  cleri praefati. . . .  qui 
nuncsuntetpro  tempore  erunt,ac  illius 
praesidentes  venerandos.DeWa  quale  au- 
torità conferitagli  in  perpetuo,  si  valse  il 
pieno  collegio  per  difendere  i  diritti  e 


VEN 

privilegi  del  clero  nella  fumosa  lite,  che 
nel  i649-5o,solto  il  paliiarca  Morosini 
ebbe  n  sostenere  il  clero  medesimo  con- 
tro la  curia  patriarcale.  E' inoltre  parti- 
colare  incombenza  del  pieno  collegio  il 
vegliare  sull'esalla  osservanza  delle  leg- 
gi, massime  sull'elezione  delle  dignità  di 
ciascuna  congregazione,  ogni   volta  che 
ne  succede  la  vacanza.  Ha  perciò  il  po- 
tere, se  mai  ne  fosse  protratta  l'elezione 
oltre  il  tempo  fissato,  di  procedervi  da 
perse;  di  punire  i  trasgressori  confratelli 
in  ogni  altra  violazione  delle  leggi,  e  di 
privarli,  a  proporzione  delle  mancanze, 
o  in  tutto  o  in  parte,  e  sì  perpetuamen- 
te che  a  tempo  determinato,  delle  ren- 
dile rispettive,  e  persino  di  cacciarli  dal- 
la congregazione.  Tale  fu  sempre  la  slima 
goduta  da  questo  corpo,  che  nel  1 58  i  fu- 
rono aggregati  alla  più  antica  dellecon- 
gregazioni  il  nunzio  Lorenzo  Campeggi, 
ed  Agostino  Valerio  o  Valier    vescovo 
di  Verona  e  poi  cardinale,  allora  visitato- 
ri apostolici  di  Gregorio  Xlll  in  Venezia, 
anche  delle  medesime  congregazioni.  Le 
decisioni  del  collegio  furono  per  più  se- 
coli l'estremo  definitivo  giudizio,  tanto 
negli  affari  che  appartenevano  o  all'in- 
terna amministrazione  delle  congrega- 
7Ìoni,  od  al  buon  online  e  alla  disciplina 
di  queste,  quanto  alle  materie  ecclesiasti- 
che d;d  clero  diocesano   portate  al  suo 
tribunale.  Non  sempre  però  i  confratelli 
delle  varie  congrega/ioni  si  adattavano 
religiosamente  alle  sentenze  sui  casi  parti- 
colari od  anche  agli  ordini  geiierali,che  dal 
collegio  medesimo  derivavano.  La  qual 
cosa  produceva  non  lievi  disturbi  talvol- 
ta, anzi  anche  scandali.  Perciò  il  colle- 
gio supplicò  il   vescovo  poi  patriarca   s. 
Lorenzo  Giustiniani  nell'  anno  i443,ad 
assumere  egli  stesso  l'incarico  d'  arbi- 
tro e  arbilra/ore,  per  esaminare  e  deci- 
dere qualunque  causa   e  per  qualunque 
motivo   insorta    tra    le   dette  congrega- 
zioni, e  che  il  giudizio  suo  avesse  ad  es- 
sere inappellabile.  La  scrittura,  che  gli 
conferì  quest'autorità  delegala,  è  di- 


VEN  3.7 

stìnta  affatto  dall'  ordinaria  sua  dioce- 
sana, come  si  apprende  dall'encomiato 
scrittore  che  la  riporta. Da  essa  apparisce, 
avere  il  prelato  ricevuto  dalle  congrega- 
zioni un'autorità,  che  non  gli  apparte- 
neva come  ordinario  diocesano;  e  la  stes- 
sa sua   adesione   nell' accettarla    attesta 
chiaramente  ch'egli  prima   non  l'avea. 
Quest'autorità  amplissima  e  di  supremo 
grado,  siccome  a  lui  delegala  non  poten- 
do esser  trasfusa  in  altro  suddelegato, 
si  fa  palese  dalla  deliberazione  presa  nel 
i465  dal  collegio,    in   occasione  che  il 
vicario  generale  del  patriarca  Bondime- 
rio  voleva  ingerirsi  di  ordmaria  autori- 
tà in  materie  appartenenti  alle  congrega- 
zioni, stimando  di  potervi   aver  duilto, 
come  in  qualunque  altro  argomento  re- 
lativo all'amministrazione  della  diocesi. 
Quello  stesso  collegio  del  clero,  il  quale 
avea  dato  al  patriarca  l'autorità  d'agire 
come  arbitro  e  arbitratore,  dichiarò  la 
sua  volontà  di    non   volerne  conoscere 
investito   che  il  solo  patriarca  ,  e  non 
già  il  suo  vicario,  con  alto  riferito  dal 
medesimo  ab.  Cappelletti.  Del  resto,  s. 
Lorenzo  investito  dell'autorità  dì  arbi- 
tro e  arbitratore  pronunziò  il  suo  giudi- 
zio e  stabilì  sapientissime  leggi  regolatri- 
ci del  buon  ordine  e  del  prosperamento 
di  questo  illustre  corpo,   pubblicandole 
nel  i44^»  ^^  "'^"  giunsero  sino  a  noi. 
Ad  esse  nuove  discipline  aggiunse  il  pa- 
triarca Bondimerio  nel  1460;  edallret- 
tanto  fece  in  vigore  della  medesima  au- 
torità, \\   patriarca    Gerardi    nel    1470. 
A  oche  delle  costituzioni  di  questi  due  pre- 
lati se  ne  deplora  la  perdila.  Censì   esi- 
ste presso  il  medesimo  autore,  la  bolla  di 
Paolo  IV  Ex  solita ,  dell'i  i  settembre 
I  558,  colla  quale  approvò  tutte  le  deli- 
berazioni de' medesimi  patriarchi,  pro- 
nunziate nella  qualità  d'arbitri  e  arbi- 
tratori  delle   IK  congregazioni;  e  con 
quest'approvazione,  il    Papa    implicita- 
mente approvò  il  diritto  dell'indipenden- 
ra  del  pieno  collegio  dall'autorità  ordi- 
naria de'palriarchi,  e  riconobbe  in  essi 


3.8  YEN 

«lelegala  l'auloiilà,  che  talvolta  esercita- 
no sulle  congi'egazioni,  quando  ne  siano 
chiamati  da  esse  a  sostenerne  l'uffizio. Pei" 
Tauloritìi  de'decieli  e  delle  sentenze  pro- 
nunziate ne'vari  tempi  da' Ssunuueiito- 
vati  patriarchi,  le  congregazioni  del  cle- 
ro furono  regolate  in   bell'ordine  per 
lungo  volger  d'anni;  sicché  non  insorse- 
ro più  controversie  sino  a'ieoipi  del  pa- 
triarca   Trevisan.    Perciò,    rirmovatesi 
quelle,  anche  il  collegio   rinnovò   1'  uso 
del  suo  diritto  «li  eleggerea  suo  arbitro 
e  nrbilralorc  per  s()[)priinerle,  tale  pa- 
triarca. Ei^li  diuique,  valentlosi  dell'au- 
torità conferitagli,  compose  il  codice  di 
leggi,  nominalo  come  (piello  de'preileces- 
sori,  Sentenza  Àrliilraria,  e  la  promul- 
gò a' 1 8  noveujbi»  1 558,  poi   stampala 
nel  i58i,allrf  4  edizioni   rinnovandosi 
successi vamenle,irordine  della  presiden- 
za delli'congiegnzioni.  Awcnnetalvolla, 
che  dali'udizio  ti' arbitro  e  arbilralorc , 
il  pieno  collegio  escludesse  dalla  sua  scel- 
ta il  patriarca,  e  ad  altra  persona  si  diri- 
gesse; il  che  vieppiù  dimostra  la  sua  as- 
«ulula  esenzione  dall'ordinaria  giurìsdi* 
ziot)e  di  e^so.  Dappoiché,  come  pure  os- 
servo il  Corner,  sebbene  il  collegio  delle 
congregazioni  avesse  deliberato  di  eleg- 
gerlo senipre  e  in  ogni  sua  occorrenza, 
questa  sua  deliberazione  tuttavia  non  lo 
privava  del  suo  naturale  diritto  di  con- 
cedere l'arbitraria  autorità  sopra  di  se  a 
chi  meglio  gli  l'osse  piaciuto,  ogni   volta 
che  il  bisogno  e  le  circostanze  l'avessero 
suggerito.  E  di  questo  suo  diritto  usò  e- 
gli  appunto  nel  i647>  al'o'chè  per  certo 
litigio  Ira  le  congregazioni  di  s.  Luca  e 
s.Silvestroessendo  stata  rifiutata  dal  pie- 
no collegio  a'  2  aprile  la  scelta  deWarbi- 
tro  e  arbilratore  nella  persona  del  pa- 
triarca Morosini,  ne  fu  invece  eletto  a'  3 
del  seguente  luglio  Giovanni  Quirini  ar» 
civescovodi  Candia.  Benché  i  diritti  del 
clero  delle  IX  congregazioni,  per  tutto  il 
narrato,  fossero  cosi  solidamente  assicu- 
rati per  atti  solenni  e  del  clero  stesso,  e 
de'pati'iarvhi  nella  qualità  accetta tad'^r- 


VEN 

bilrie  arbìlratori,e  della  ponllficia  ap. 
provazione,  e  della  consuetudine  e  pre- 
scrizione di  tanti  secoli;  tuiiavia  non 
mancarono  occasioni ,  nelle  quali  i  pa- 
triarchi cercarono  di  spogliamelo,  per 
esercitar  essi  d'ordinaria  e  assoluta  auto- 
rità, ciò  che  i  loro  predecessori  aveano 
esercitato  per  semplice  e  mera  delegazio- 
ne del  collegio  medesimo.  Di  qua  deri- 
varono maggiori  vantaggi  alle  congrega- 
zioni, perchè  portatone  alla  s.  Sede  il 
gravame,  non  solamente  ne  riuscirono 
vincitrici,  ma  i  loro  diritti  vennero  con 
maggior  chiarezza  e  solidità  manifestati. 
Infatti, quando  il  patriarca  l*riuli,  nel  si- 
nodo diocesano  del  novembre  i5q4. eb- 
be a  decretare  alcune  discipline,  che  of- 
fendevano i  diritti  delle  congregazioni  e 
si  opponevano  alle  leggi  stabilite  per  es- 
se dalle  sentenze  arbitrarie  de' patriar- 
chi antecessori;  espressamente  trattando, 
cioè  nel  cap.  XIII,  De  Novem  Congrega- 
tionibus  sacerdoluni  et  clcricoruni  hujns 
cii'italisj  nel  e.  XI V,  De  Collegio  Novcin 
Congrcgalionum;  e  nel  XV,  De  niunere 
et  auctoritatc  procnralonini  r.  Cleri  gè- 
neralis  et  Cotlegii  Noi'e.m  Congregatio- 
nnni:  argomento,chea  lui,dice  l'ab.  Cap- 
pelletti, come  ordinario  diocesano,  noa 
apparteneva  per  nulla;  le  congregazio- 
ni, rappresentate  dal  loro  pieno  collegio, 
se  ne  appellarono  al  giudizio  della  s.  con- 
gregazione del  concilio,  ed  ottennero  a' 
3o  aprile  1096  il  rinomato  decreto  che 
riporta.  Questo  decreto,  che  pone  in  pie- 
na luce  tutti  i  diritti,  che  al  patriarca  e 
alle  congregazioni  rispettivamente  cora- 
petono,e  che  nel  confermare  le  discipline, 
determinava  con  incontrastabile  precisio- 
ne quelle  di  tutti  i  tempi  avvenire,  chiu- 
se r  adito  per  23o  anni  e  più  a  qualun- 
que nuova  giurisdizionale  intrapresa  de' 
patriarchi  contro  questo  corpo  ragguar- 
devole del  clero  veneto;  ed  avrebbelo 
chiuso  anco  più  oltre,  se  uno  spirito,  non 
saprebbesi  dire,  se  di  novità  o  di  che  al- 
tro, come  si  esprime  l'ab.  Cappelletti, 
non  avesse  istigalo  il  benetuerilo  d'ai- 


VEN 

tronde  e  amatissimo  patriarca  Pyiker  n 
stabilire,  non  già  colf  auloritù  tV  arhi- 
tio  e  arbitratole ^  die  non  eragli  stala 
conferita  dal  coliegiu  delle  congregazio- 
ni, niacoll'ordìtiariti  sua  autorità  patriar> 
cale,  un  Piano  costituzionale,  che  mu- 
tava essenzialmente  il  sistema,  aboliva 
tutte  le  costituzioni ,  toglieva  i  privilegi 
conceduti  da  tanti  secoli  alle  IX  congre- 
gazioni, approvati  e  confermati  da  piti 
Papi, da  vescovi  e  patriarchi  di  Venezia. 
Le  quali  cose,  poiché  non  procedevano 
da  un  potere  legittimo,  furono  ripu- 
tate nulle  dalia  più  sana  parte  del  cor- 
po delle  congregazioni:  taluna  di  esse 
neppure  registrò  queiratlo,acciocchè  non 
avesse  mai  da  essere,  non  che  adottalo, 
neppure  conosciuto;  e  lale  altra  di  esse 
continuò  ad  operaie  nelle  sue  delibera- 
zioni sulle  norme  delle  sentenze  arbitra- 
rie legittimamente  emanate  da'patriarchi 
Giustiniani,  Bundimerio,  Gerardi,  Tre- 
visau  eCornaro;  e  lutle  nell'osservanza 
delie  più  essenziali  loro  discipline  si  at- 
tennero alle  leggi,  che  non  potevano  e 
non  potranno  essere  abolite  o  cambiate 
da  qualsiasi  altra  podestà,  fuorché  da 
una  pari  a  quella  che  le  emanò.  Né  di 
ciò  si  può  fare  alcun  rimprovero  all'  ot- 
timo patriarca  Pyrker,  il  quale  stranie- 
ro, e  non  informato  delle  particolari  di- 
scipline della  s.  Chiesa  Veneziana,  pre- 
stòcredenza  troppo  facile  a  chi  l'avvicina- 
va, siccome  in  altri  argomenti,  co^i  an- 
che In  questo  ,  ad  operare  mutazioni  e 
novità  inopportune.  Hanno  le  congrega- 
zioni uu  computista  o  ragioniere,  il  qua- 
le oe  regola  e  ne  rivede  i  conti  per  l'e- 
conomica amministrazione  ;  ed  un  nota- 
ru  o  cancelliere,  al  quale  é  adidato  l'in- 
carico di  registrare  e  autenticare  gli  atti 
delie  radunanze,  delle  deliberazioni,  de- 
gli ordini  del  collegio  e  della  piesidenza. 
Quest' ullizio  di  cancelliere  incominciò 
soltanto  dopo  la  formazione  del  collegio, 
cioè  dopo  il  1423.  Sino  al  i53i  ne  so- 
stenne l'incarico  sempre  un  prete  e  per 
lo  più  pievano,  secondo  l'uso  di  que'letu- 


VEN  3.9 

pi  da  per  Intta  l'ilalia,  anclic  ne^li  alPi- 
ri  meramente  civili.  Ma  nel  dello  1  53  r  il 
maggior  consiglio,  dopo  ripetute  proibi- 
zioni ponlificie  flgli  ecclesiastici  di  funge- 
re l'incarico  notarile,  decretò  esclusi  i\a. 
quest'uflizio,  sì  nel  palazzo  ducale  come 
in  qualunque  altra  magislralnra,  gli  ec- 
clesiastici :  perciò  anche  il  collegio  delle 
IX  congregazioni  fu  costretto  a  valersi 
in  queste  incombenze  del  ministero  d'uà 
secolare.  La  qual  cosa  durò  sino  al  1699. 
D'allora  in  poi,  per  decreto  del  pieno  col- 
legio, vi  soltentiò  un  confratello  sacerdo- 
te appartenente  ad  una  delle  congregazio- 
ni, a  sosleiifre  di  biennio  in  biennio  l'in- 
carico a  tenore  delle  costituzioni  rt/i/7rcz- 
rie  summentovale,  e  si  continua  tutto- 
ra. Dal  1433  al  i553,  non  avea  il  col- 
legio un  luogo  determinato  e  stabile,  in 
cui  radunarsi;  ma  ponendo  mente  agli 
inconvenienti  che  ne  seguivano,  fu  co- 
mandato f\i\\V  Arbitrarie  di  fissarne  uno, 
in  vista  particolaimente  della  debita  cu- 
stodia dell'archi  vio,il  quale  trasferito  qua 
e  là  andava  soggetto  a  pericoli  e  a  dan- 
ni. N'  ebbe  perciò  uno  per  circa  3o  an- 
ni a  s.  Vitale;  poi  nel  i584  lo  trasferì  a 
s.  Paterniano,  della  cui  chiesa  ragiono 
nel  n.  22  del  §  Vili,  ove  continua  ad  a- 
\erlo,  e  sulla  porta  è  scolpita  l'iscrizione: 
Deo  Opt^  Max. -lì.  Cleri  Congrega- 
tio  -  Nitm  Collegiinn  -  Anno  Domini 
MDLXXXiiii.  iNegli  alti  e  documenti  suoi 
il  pieno  collegio  e  la  presidenza  fanno 
fede  pubblica  al  pari  di  qualunque  altra 
ecclesiastica  magistratura.  Sino  al  1687 
erano  essi  autenticati  dal  seguo  del  label- 
lionato  notarile  del  proprio  cancelliere; 
ma  nell'indicato  anno  fu  deliberalo  di 
stabilirne  un  apposito,  il  che  ebbe  edet- 
lo  nel  1  748,  scegliendosi  l'emblema  iu 
vigore  :  signuni  Crucis  aequilatere  bi- 
partituni  et  noi'eni  Cherubini  circurn- 
ornatuin.  Nello  Stato  personale  del 
Clero,  ecco  come  e  con  qual  ordine  si 
riportano  le  IX  congregazioni.  S.  PaO' 
lo  Apostolo,  eretta  neh  228,  nominan- 
doai  l'aiciprele  e  l'auziano  attuali,  e  cosi 


320  YEN 

quelli  delle  altre.  S.  Maria  Formosa, 
eretta  del  i  ì/\5.  S.  Luca  Evangelista, 
eretta  nel  i  192.  S.  Michele  Arcangelo, 
erettane)  i  1 17  nella  parruccliiale  omo- 
nima, la  quale  soppressa  nel  1810  fu 
truslata  la  congregazione ,  insieme  alla 
purrocchialitu,  nella  chiesa  di  s.  Stefano. 
S.  Maria  Mater  Domini ,  eletta  nel 
ii3o.  SS.  Salvatore,  eieUa  nel  1291. 
S.  Silvestro,  eretta  nel  1 192.  S.  Cancia- 
no  martire,  eietla  nel  1 253,  SS.  Erma- 


.YEN 
gora  e  Fortunato,  eretta  nel  1 145.  Pre- 
sidenza generale  economica  del  vene- 
rando Clero  delle  IX  Congregazioni. 
Tre  presidenti,  3  sindaci  maggiori,  can- 
celliere, ragioniere,  nunzio.  Si  avverte 
che  a'  2  I  marzo  termina  il  Irennio  del 
presidente  e  del  i.° sindaco, altri  suben- 
trando per  ultimi,  co' passaggi  de'prece- 
denti. 

(Continua  1'  articolo  nel  volume  se- 
guente). 


m 


FINE  DEL  VOLUME  NOVANTESIMO. 


VB 


BX  841  .n67  1840 

sncR 

fioroni  .  Gaetano, 

1802-1883. 
Dizionario  di  erudizione 

storico-ecc  ìesiastica 
AFK-9455  (awsk)